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lunedì 19 giugno 2023

Il tempo degli assassini - Carlo Perazzo

 

L'ennesima strage di Stato – di mondo – colora di sangue e riempie di corpi morti – non bianchi, ovviamente – il mar Mediterraneo. Ogni volta, dopo ogni strage, parte il coro delle razionalizzazioni, delle analisi, delle critiche e delle giustificazioni, delle scuse e delle infamie. Razionalizzazioni necessarie ad allontanare la bestiale verità, che poi è umana verità, perché le bestie non organizzano deliberatamente e razionalmente dei genocidi, che siamo degli assassini.

 

Il coro è breve, sempre più breve, fino a nuova notizia di tragedia più vendibile, più click, con annessa nuova necessaria razionalizzazione che ci permette di dire che comunque ne parliamo, comunque ci sconvolgiamo, ci interroghiamo e tiriamo fuori analisi, numeri, dati, giustificazioni. Senza ormai rendercene più conto sappiamo affrontare i problemi solo in termini tecnici, burocratici, non sentiamo i morti, l'abissale ingiustizia, la paura, il senso di colpa; troviamo le cause, analizziamo le politiche, attribuiamo le colpe, discutiamo i trattati, ma noi, noi dove siamo?

 

Dove siamo, mentre quei corpi non bianchi affondano, si gonfiano, vengono mangiati dai pesci. Corpi di figli e figlie, bambini piccoli, piccoli come i nostri, come quelli a cui sorridiamo quando li incrociamo in piazza a giocare a palla; piccoli come quelli a cui facciamo i regalini a Natale, come quelli che stiamo lobotomizzando a suon di smartphone, che rimproveriamo quando fanno gli arroganti. Piccoli come quelli che avrebbero tutta la vita davanti, se fossero bianchi, se fossero i nostri. Se fossero bianchi e non avessero la sfortuna di finire in quegli squarci che ogni tanto, sempre più spesso, si aprono anche nel mondo di “quelli che si credono bianchi”, come dice lo scrittore afroamericano Ta Nehisi Coates: ci crediamo bianchi finché non ci tocca la sfortuna di passare sul ponte senza manutenzione che dava più dividenti agli azionisti; di dormire nella casa non a norma in zona sismica; di trovarsi per caso a bere acqua che un'azienda ha contaminato per decenni nel silenzio delle istituzioni; di incontrare davanti a noi un Suv guidato da ragazzi poco più grandi, assassini vuoti cresciuti in una società piegata dallo spettacolo demente e deanimato che insegna, stimola, costruisce la violenza come riempimento e poi colpevolizza chi ha premuto il grilletto.

 

Siamo tutti assassini: i bravi e i cattivi, chi dà la colpa agli scafisti e chi allo Stato, chi, infame, sotto sotto ci gode e chi ci piange; chi si arrabbia e chi alza le spalle; chi pensa ancora, dopo decenni, “ma com'è possibile?!”, e chi da decenni denuncia il fatto.

Lo siamo tutti perché, malgrado ormai non ci si guardi più negli occhi e tanto meno si discuta, siamo una società. Volenti o nolenti, siamo parte di una dimensione collettiva, che può chiamarsi umanità, Italia o Europa, anche se pensiamo sia carta straccia, o se pensiamo sia la civiltà migliore mai esistita; siamo tutti assassini perché abbiamo permesso che tutto questo accadesse e accada quotidianamente, anche se abbiamo lottato per il diritto d'asilo o eravamo in piazza per l'accoglienza e l'antirazzismo. Non è bastato e non basta. Non è forse quella la via. Forse non bastava essere di più a quella manifestazione, dare più voti a quell'altro partito. Forse dobbiamo andare noi più a fondo, siamo noi a doverci inabissare, dentro noi stessi e dentro la nostra storia collettiva di “europei”, di “occidentali”, e parlare con gli assassini che siamo, da tanto tanto tempo. E stare male, deprimerci, soffrire e avere paura per quello che siamo come società, senza tirare fuori scuse e razionalizzazioni di conquiste mediche, di traguardi scientifici, di invenzione tecnologiche.

Dove sono i nostri figli e dove sono i figli dei governanti, che si vedono per parlare nei parlamenti senza sentire la morte che producono con le loro scelte, scelte umane.

 

Non ci rendiamo conto che le nostre razionalizzazioni e i dibattiti sembrano la versione contemporanea della “disputa di Valladolid”, quando nel 1550 esperti teologi e giuristi convocati dall'imperatore discutevano la natura spirituale e giuridica degli indios: hanno l'anima o non hanno l'anima? Possiamo sterminarli o dobbiamo solo convertirli? Siamo ancora lì, con parole diverse.

 

Migliaia di corpi bambini, alti un metro, con i sandali ai piedi, con un braccialetto al polso, una cicatrice di una vecchia sbucciatura sul ginocchio, riempiono il mare in cui nuotiamo, andiamo a vedere i pesci con la maschera, facciamo le crociere con i cocktail e la musica e i massaggi e le serate a tema. Sono lì, nella stessa acqua, senza barriere fisiche, gonfi, putrefatti, morti. E noi? Sentiamo questa “cosa”?

 

Basta, basta, basta. Dovremmo non poterne più e dovremmo smetterla di “andare a casa”. Come dice Bergonzoni: non possiamo andare a sentire parlare di diritti, di giustizia, di ecologia, e poi tornare a casa; non possiamo continuare ad andare ai festival, applaudire agli intellettuali, e poi tornare a casa. Forse inizieremo davvero a sentire qualcosa quando non avremmo più una casa a cui tornare. Forse dobbiamo anche noi perdere tutto.

 

“Eppure lo sapevamo anche noi
L'odore delle stive
L'amaro del partire
Lo sapevamo anche noi...”

Gianmaria Testa, Ritals, 2006

venerdì 24 febbraio 2017

Il problema non è Trump. Siamo noi - John Pilger


Il giorno in cui Trump si insedierà da presidente, migliaia di scrittori negli Stati Uniti esprimeranno la loro indignazione: “Per guarire e andare avanti …” dice l’associazione Writers Resist “desideriamo evitare il discorso politico diretto, e preferiamo invece concentrarci su un futuro stimolante, e su modo in cui, in quanto scrittori,  possiamo essere una forza unificante per far avanzare le democrazia.”
E: “Esortiamo gli organizzatori e gli oratori locali a evitare di usare i nomi dei politici o di adottare un ‘anti’ linguaggio come punto centrale del loro evento di Writers Resist. E’ importante assicurarsi che le organizzazioni no profit, alle quali è proibito fare campagne politiche, si sentiranno sicuri quando parteciperanno e  sosterranno questi eventi.”
Si deve quindi evitare la protesta diretta, perché non è esente da tasse.
Paragonate questa banalità con le dichiarazioni del Congresso degli Scrittori Americani, svoltosi alla Carnegie Hall di New York nel 1935, e di nuovo due anni dopo. Erano eventi elettrizzanti, dove gli scrittori come affrontare gli infausti avvenimenti in Abissinia, Cina e Spagna. I telegrammi inviati da Thomas Mann, C Day Lewis, Upton Sinclair and Albert Einstein venivano letti ad alta voce e riflettevano la paura che i grandi poteri  erano ora dilaganti e che era diventato impossibile discutere di arte e letteratura senza la politica o, addirittura, senza un’azione politica  diretta.
“Uno scrittore,” disse la giornalista Martha Gellhorn durante il secondo congresso, “deve essere un uomo d’azione, adesso…un uomo che ha dato un anno della sua vita agli scioperi dei metalmeccanici, o ai disoccupati, o al problema dei pregiudizi razziali non ha perduto o sprecato il suo tempo. E’ un uomo che è consapevole della sua appartenenza.  Se doveste sopravvivere a un’azione del genere, quello che avrete da dire dopo in proposito sarà la verità,  necessaria  e  reale e che durerà.”
Le sue parole echeggiano in tutto il falso compiacimento e la violenza dell’era di Obama e del silenzio di coloro che sono stati collusi con i suoi inganni.
E’ un fatto incontrovertibile che la minaccia di un potere rapace e rampante fin da prima dell’ascesa di Trump, sia stato accettato dagli scrittori, molti dei quali privilegiati e famosi, e da coloro che sorvegliano i cancelli della critica letteraria, e della cultura, compresa quella popolare. Non è adatta a loro l’impossibilità di scrivere e promuovere la letteratura priva di politica. Non è adatta a loro la responsabilità di far sentire la propria voce, indipendentemente da chi occupi la Casa Bianca.
Oggi il falso simbolismo è tutto. La ‘identità’ è tutto. Nel 2016, Hillary Clinton marchiò milioni di elettori come “una massa di miserabili, razzisti, sessisti, omofobi, xenofobi, islamafobi – chi più ne ha, più ne metta”. Le sue offese sono state “dispensate” a una dimostrazione di LGBT, come parte della sua cinica campagna per conquistarsi le minoranze maltrattando una maggioranza per lo più bianca e della classe operaia. Questo si  chiama: dividere e comandare (divide et impera, dicevano già gli antichi romani, n.d.t.), oppure politica di identità, in cui la razza e il genere nascondono la classe e permettono di combattere una guerra di classe. Trump lo ha capito.
“Quando la verità è sostituita dal silenzio,” diceva il poeta russo dissidente, Yevtushenko, “il silenzio è una bugia.”
Questo non è un fenomeno americano. Alcuni anni fa, Terry Eagleton, allora professore di letteratura inglese all’Università di Manchester, reputava che “per la prima volta in due secoli, non c’è nessun eminente poeta inglese o drammaturgo o romanziere che metta in discussione le basi del modo di vivere occidentale.”
Nessuno Shelley parla per i poveri, nessun Blake parla per i sogni utopici, nessun Byron maledice la corruzione della classe governante, nessun Thomas Carlyle e John Ruskin rivelano il disastro morale del capitalismo. William Morris, Oscar Wilde, HG Wells, George Bernard Shaw, attualmente non hanno equivalenti.  Harold Pinter è stato l’ultimo che ha fatto sentire la sua voce. Tra le attuali voci insistenti del femminismo da consumisti, echeggia quella di Virginia Woolf che descriveva “le arti del  dominare altre persone…di governare, uccidere, di  acquisire  terra e capitale”.
C’è qualcosa di venale e di profondamente stupido riguardo a scrittori famosi quando di avventurano fuori del mondo viziato e si dedicano a un “problema.” Nella sezione Recensioni, del Guardian del 10 dicembre, c’era una fotografia di un Barack Obama sognante che guardava il cielo, e le parole “Amazing Grace”  (Grazia Straordinaria, è un è un famoso inno cristiano del ‘700) e “Addio al capo”.
La piaggeria scorreva come un ruscello inquinato mormorante, pagina dopo pagina. “Era un personaggio vulnerabile per molti aspetti… Ma la grazia. La grazia onnicomprensiva: nei modi e nella forma,  nella discussione e nell’intelletto, con umorismo e bravura.
E’ un  vivo tributo a ciò che è stato e che può essere di nuovo…Sembra pronto a continuare a lottare e resta un campione formidabile da avere dalla nostra parte…La grazia, i livelli quasi surreali della sua grazia…”
Ho fuso insieme queste citazioni. Ce ne sono altre perfino più agiografiche  e prive di      attenuazione. Il principale difensore di Obama del Guardian, Gary Younge, è stato sempre attento ad attenuare,  a dire che il suo eroe “avrebbe potuto fare di più”: oh, ma c’erano le “soluzioni calme, misurate e consensuali…”
Nessuna di queste citazioni potrebbe, tuttavia, superare lo scrittore Ta-Nehisi Coates, il beneficiario di una borsa di studio per “i geni”, del valore di 625.000 dollari, assegnato da una fondazione liberale. In un saggio interminabile per The Atlantic, intitolato: “My President Was Black” (Il mio presidente era nero), Coates ha portato una nuova connotazione alla parola “prostrazione”. Nel “capitolo” finale, intitolato “Quando te nei sei andato, hai preso tutto me stesso con te, un verso di una canzone del cantautore Marving Young , scrive di aver visto gli Obama “uscire dalla limousine, uscire dalla paura, sorridendo,  sfidando  la disperazione, la storia, la gravità”. L’Ascensione, come minimo..
Uno degli elementi persistenti nella vita politica americana, è un estremismo cultuale che si avvicina al fascismo. A questo è stata data espressione ed è stato rafforzato durante i due mandati di Barack Obama. “Credo nell’eccezionalismo americano con ogni fibra del mio essere,” ha detto Obama che ha esteso il passatempo militare preferito dell’America, e gli squadroni della morte (operazioni speciali”), come nessun altro presidente aveva fatto fin dalla Guerra Fredda.
Secondo un’inchiesta del Consiglio per le relazioni internazionali, nel 2016 soltanto, Obama ha fatto cadere 26.171 bombe, cioè 72 bombe al giorno. Ha bombardato le persone più povere del mondo in Afghanistan, Libia, Yemen, Somalia, Siria, Iraq, Pakistan.
Ogni martedì, ha riferito il New York Times, sceglieva personalmente coloro che sarebbero stati uccisi per lo più  dai missili Hellfire  lanciati dai droni. Sono stati colpiti matrimoni, funerali, pastori, insieme a coloro che cercavano di raccogliere le parti dei corpi che  “decoravano” il cosiddetto “bersaglio terrorista”.
Un importantissimo senatore Repubblicano, Lindsay Graham, ha stimato approvandoli,  che i droni di Obama avessero ucciso 4.700 persone. “Delle volte si uccidono persone innocenti, ed è una cosa che odio,” ha detto Obama, “ma abbiamo fatto fuori dei membri molto importanti di Al Qaida.”
Come il fascismo degli anni ’30, le grosse bugie vengono  espresse  con la precisione di un metronomo: grazie a dei media onnipresenti la cui descrizione ora si adatta a quella dell’accusatore di Norimberga: “prima di ogni importante aggressione, con alcune eccezioni basate  sull’opportunità, hanno iniziato una campagna di stampa basata calcolata per indebolire le loro vittime e per preparare psicologicamente i Tedeschi….Nel sistema di propaganda… la radio e la stampa quotidiana erano le armi più importanti.
Consideriamo la catastrofe in Libia. Nel 2011 Obama disse che il presidente della Libia, Muammar Gaddafi stava pianificando il “genocidio” contro il suo stesso popolo.  “Sapevamo…che se avessimo aspettato un altro giorno, Bengasi, una città grande come Charlotte, avrebbe potuto subire un massacro che si sarebbe riverberato in tutta la regione e avrebbe macchiato la coscienza del mondo.”
Questa fu la nota bugia delle milizie islamiste di fronte alla sconfitta a opera delle forze del governo libico. Divenne la storia dei media; la Nato, guidata da Obama e da Hillary Clinton – lanciò 9.700 attacchi contro la Libia, di cui più di un terzo mirati a obiettivi civili. Si usarono testate a uranio; le città di Misurata e di Sirte vennero bombardate a tappeto. La Croce Rossa individuò fosse comuni, e l’Unicef riferì che “la maggior parte [dei bambini uccisi] avevano meno di 10 anni.”
Durante l’amministrazione Obama gli Stati Uniti hanno esteso le operazioni segrete delle “forze speciali” a 138 paesi, o al 70% della popolazione del mondo. Il primo presidente afro-americano ha dato il via quella che è stata equivalente a un’invasione su vasta scala dell’Africa. Ricordando la “Corsa all’Africa” alla fine del 19° secolo, il Comando Africano degli Stati Uniti (Africom), ha costruito una rete di “supplicanti”  tra regimi africani collaborazionisti, desiderosi di mazzette e di armamenti. La dottrina “da soldato a soldato” dell’Africom include ufficiali statunitensi a ogni livello di comando, dal generale al maresciallo. Mancano soltanto i caschi da esploratore.
E’ come se l’orgogliosa storia di liberazione dell’Africa, da Patrice Lumumba a Nelson Mandela, venisse consegnata all’oblio da un’ élite coloniale nera di un nuovo padrone, la cui “missione storica”, avvertiva Frantz Fanon mezzo secolo fa, è la promozione di “un capitalismo rampante anche se camuffato.”
E’ stato Obama che, nel 2011, annunciò quello che divenne noto come il “perno dell’Asia”, in cui quasi due terzi delle forze navali statunitensi sarebbero state trasferite nell’Asia del Pacifico per “confrontarsi con la Cina”, nelle parole del suo Segretario alla Difesa. Non c’era alcuna minaccia dalla Cina; tutta quella impresa non era necessaria. Era una provocazione estrema per fare contenti il Pentagono e i suoi alti ufficiali dementi.
Nel 2014, l’amministrazione Obama ha supervisionato e pagato un colpo di stato guidato da fascisti in Ucraina, contro il governo eletto democraticamente, minacciando la Russa sul suo confine occidentale attraverso il quale Hitler invase l’Unione Sovietica, con una perdita di 27 milioni di vite umane. E’ stato Obama a che ha piazzato i missili nell’Europa dell’Est, puntati verso la Russia, ed è stato il vincitore del Premio Nobel per la Pace che ha aumentato la spesa per le testate nucleari a un livello più alto di quello di qualsiasi amministrazione fin dalla guerra fredda – avendo promesso, in un discorso emozionante a Praga, di “contribuire a liberare il mondo dalle armi nucleari”.
Obama, l’avvocato costituzionalista, ha perseguito più “talpe”  di qualsiasi altro presidente della storia, anche se la costituzione degli Stati Uniti li protegge. Ha dichiarato Chelsea Manning colpevole prima della fine di un processo che era una farsa. Ha rifiutato di perdonare Manning che ha sofferto anni di trattamento inumano che l’ONU dice equivale alla tortura. Si è dedicato a un caso completamente fasullo contro Julian Assange. Ha promesso di chiudere Guantanamo e non lo ha fatto.
In seguito al disastro delle pubbliche relazioni di George W. Bush, Obama, il tranquillo organizzatore di comunità da Chicago attraverso Harvard, è stato reclutato per ripristinare quella che chiama la “leadership” in tutto il mondo. La decisione del comitato del comitato del Premio Nobel, faceva parte di questo: il tipo di stucchevole razzismo al contrario che ha beatificato l’uomo per nessun altro motivo se non quello che piaceva alle sensibilità liberali e, naturalmente, al potere americano, se non ai bambine che uccide nei paesi poveri e per lo più musulmani.
È questo il richiamo di Obama. Non è diverso da quello di un fischietto per cani: non può essere udito dalla maggior parte delle persone, ma è  irresistibile per gli infatuati e i tonti, in particolare per “i cervelli liberali marinati nella formaldeide della politica dell’identità”, come disse Luciana Bohne. “Quando Obama entra in una stanza”, diceva, esaltato, George Clooney, “si vuole  seguirlo e da qualche parte, da qualsiasi parte.”
William I. Robinson, professore presso l’Università della California, e componente di un gruppo incontaminato di pensatori strategici americani che hanno mantenuto la loro indipendenza durante gli anni dei richiami intellettuali per cani fin dall’11 settembre, la settimana scorsa ha scritto:
“Il presidente Barack Obama… potrebbe aver fatto più di chiunque altro per assicurare la vittoria di [Donald] Trump. Mentre l’elezione di Trump ha innescato una rapida espansione delle correnti fasciste della società civile negli Stati Uniti, un esito di tipo fascista per il sistema politico è lungi dall’essere inevitabile… Ma quella reazione richiede chiarezza su come siamo arrivati ad un precipizio così pericoloso. I semi del fascismo del 21° secolo sono stati piantati, fertilizzati e innaffiati dall’amministrazione Obama e dall’élite liberale politicamente fallita”.
Robinson sottolinea che “sia nel 20° secolo che nelle sue emergenti varianti del 21° secolo, il fascismo è, soprattutto, una risposta alla profonda crisi strutturale del capitalismo, come quella del 1930 e come quella che ha avuto inizio con la crisi finanziaria nel 2008… C’è una linea quasi retta qui da Obama a Trump… il rifiuto delle élite liberali di sfidare la rapacità del capitale transnazionale, e il suo marchio di identità politica sono serviti a nascondere il linguaggio delle classi lavoratrici e popolari… spingendo i lavoratori bianchi dentro una ‘identita’ di nazionalismo bianco e aiutando i neofascisti ad organizzarli”.
Il semenzaio è la Repubblica di Weimar di Obama, un paesaggio di povertà endemica, di polizia militarizzata e di prigioni barbariche: è la conseguenza di un estremismo “di mercato”, che, sotto la sua presidenza, ha indotto il trasferimento di $14 miliardi di dollari di denaro pubblico alle imprese criminali di Wall Street.
Il suo più grande “lascito” è forse la cooptazione e il disorientamento di una vera opposizione. La “rivoluzione” illusoria di Bernie Sanders non fa testo. La propaganda è il suo trionfo.
Le bugie sulla Russia – nelle cui elezioni gli Stati Uniti sono apertamente intervenuti – hanno reso i giornalisti più boriosi del mondo lo zimbello di tutti. Nel paese con la stampa più libera al mondo costituzionalmente, il giornalismo libero ora esiste soltanto nelle sue lodevoli eccezioni.
L’ossessione di Trump è una copertura per molti di coloro che si definiscono “liberali di sinistra”, quasi volessero rivendicare una decenza politica. Essi non sono “di sinistra”, e non sono neppure particolarmente “liberali”. Molte delle aggressioni degli Stati Uniti verso il resto dell’umanità sono arrivate dalle cosiddette amministrazioni democratiche liberali – come quella di Obama. Lo spettro politico americano si estende dal mitico centro ad una destra lunare. La “sinistra” sono i traditori senzatetto che Martha Gellhorn ha descritto come “una rara e totalmente lodevole confraternita”. Escludeva chi confonde la politica con la fissazione per il proprio ombelico.
Mentre “guariscono” e “vanno avanti”, gli attivisti di Writer Resist ed altri anti-Trumpisti rifletteranno su tutto questo? Più precisamente: quando sorgerà un vero e proprio movimento di opposizione? Arrabbiato, eloquente, tutti-per-uno-e-uno-per tutti. Fino a quando la vera politica non tornerà nella vita delle persone, il nemico non è Trump, siamo noi stessi.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: Counterpunch
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0


Un conto ancora aperto. Quanto valgono duecentocinquant'anni di schiavitù? - Ta-Nehisi Coates

A partire dall'abolizione della schiavitù i problemi negli Usa non sono certo diminuiti.
Iragionamenti di Ta-Nehisi Coates non fanno una piega e non sono astratti, ma legati alla vita delle persone, con nome e cognome.
Ta-Nehisi Coates pone un problema, come risarcire personalmente e come comunità chi ha avuto dei trattamenti pessimi,  a essere gentili, per motivi, economici, ideologici, etnici, e non solo, da parte di un'altra comunità, che se ne è avvantaggiata.
L'oggetto del libro sono i neri negli Usa, ma Ta-Nehisi Coates cita, per allargare il discorso, tedeschi ed ebrei,e il risarcimento della Germania a Israele, e l'apartheid in Sudafrica.
Il punto è solo questo, se la continua discriminazione (e oppressione) di una parte della popolazione, pur nella legalità, deve portare a un risarcimento.
E questa strada non presa farà la differenza.
Non esiste un organismo, come le Nazioni Unite, per esempio, che sancisca che ogni discriminazione, a livello di stati, prima o poi dovrà essere risarcita, Ta-Nehisi Coates pone il problema.
"Sappi, Stato ora potente, che poi pagherai tutto, con gli interessi", ecco un articolo che non esiste nei trattati internazionali, e non ancora nel senso comune di moltissimi cittadini del mondo.
Il pensiero poi lascia gli Stati Uniti d'America e lo spettro del risarcimento si aggira per il mondo, dalla Palestina, ai territori Mapuche, per fare qualche esempio, e agli altri indigeni americani, dal Canada a capo Horn, ai Rohingya del Myanmar, agli aborigeni australiani e neozelandesi, una lista lunghissima.
Buona lettura, e grazie a Ta-Nehisi Coates, che sa scrivere e si fa capire benissimo.




…Coates non fa sconti e punta il dito sull’ipocrisia dei bianchi che non vogliono riconoscere il carattere razzista di molte leggi del passato.
C’è una rimozione della schiavitù, dell’apartheid, della discriminazione che continua a persistere. E non bastano certo delle leggi come le affirmative action, che secondo l’autore in realtà ribadiscono la differenza, invece di annullarla. Non è con le indennità, che peraltro sarebbero elevatissime, che si risolve il problema, dice Coates, ma con l’ammissione e il riconoscimento del fatto che gli USA nascono su e da un presupposto razzista. Men che meno il tentativo di accomunare le lotte per i diritti degli afro-americani con quelle di tutti i poveri della nazione: la povertà dei neri non è la povertà dei bianchi, afferma Coates, riprendendo le parole di Lindon Johnson. 
Una storia nera, in tutti i sensi, che non lascia spazio a facili risposte, ma che ha il grande pregio di togliere il velo dell’ipocrisia autoassolutoria su un problema che non è solo degli Stati Uniti, ma di tutto il mondo, anche dell’Europa, dove assistiamo ogni giorno a rigurgiti razzisti di cui troppo spesso sottovalutiamo la portata.

Dopo l’acclamato Tra me e il mondo, Ta-Nehisi Coates mette in discussione un altro grande conto che l’America ha in sospeso con la storia: il risarcimento ai neri americani per gli oltre duecento anni di schiavitù, la segregazione e la negazione dei diritti più elementari. Anche dopo l’abolizione formale della schiavitù, gli afroamericani sono stati ostacolati nell’esercizio dei diritti inalienabili di ogni cittadino: al voto, allo studio, al lavoro. Soprattutto, scrive Coates, del diritto alla casa, «il tesserino d’accesso al sacro ordine della classe media americana». Affrancare uno schiavo per poi farne un cittadino
a metà equivale a lasciargli le catene addosso, con il benestare di chi dovrebbe tutelarlo. Dalle spietate pratiche  discriminatorie del mercato immobiliare alle strane incongruenze del New Deal, Coates presenta il conto all’America.
E non è un conto da poco.

… Un conto ancora aperto non deve difendere una teoria, una ricostruzione, un’opinione: il danno compiuto è conclamato, perché gli esseri umani ridotti in schiavitù sono stati trattati e organizzati come merci. Ricorda lo storico David W. Blight: “Nel 1860 gli schiavi come bene patrimoniale valevano più di tutte le produzioni manifatturiere, più dell’intera rete ferroviaria e dell’intera capacità produttiva di tutti gli Stati Uniti messi insieme. Gli schiavi erano di gran lunga il bene di proprietà più importante dell’intera economia americana”. Questo vuol dire un’immane sofferenza perché trattare uomini e donne come parti di ricambio vuol dire distruggere le comunità e “separare una famiglia di schiavi equivaleva di fatto a un assassinio. Ecco dove affondano le loro radici la ricchezza e la democrazia americane: nella lucrosa distruzione del bene più importante a cui ogni individuo possa aspirare, la famiglia. Questa distruzione non è stata un elemento incidentale nell’ascesa dell’America: l’ha facilitata. Attraverso la creazione di una società di schiavi l’America ha potuto gettare le basi economiche per il suo grande esperimento democratico”. Riconoscere l’esigenza di un risarcimento sarebbe (il condizionale è d’obbligo) un decisivo cambio di prospettiva, anche se il saldo finale, per la civiltà tutta, resta negativo.


venerdì 2 dicembre 2016

Tra me e il mondo – Ta-Nehisi Coates

Ta-Nehisi scrive al figlio (Samori), di 15 anni, una lunga lettera, nella quale racconta una storia, di oggi e di ieri, finalmente la storia raccontata dalla parte dei vinti, dove quelli che vengono osannati come eroi sono spesso assassini.
Ta-Nehisi racconta a Samori la paura, l’ingiustizia, la violenza, Samori già conosce tutto questo, ma il padre disegna un quadro nel quale tutto ha una spiegazione, svela il peccato originale, che si ramifica e che opprime i neri.
Questo libro noi lo intuiamo, lo capiamo con gli occhi e la testa, ma non con tutto il corpo.
Un ragazzino palestinese di 15 anni sì che lo capirebbe tutto, gli ultimi e gli oppressi lo capirebbero molto meglio di noi.
Eppure, noi, che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, dobbiamo leggere questo libro, e provare a capire.


può essere utile e importante la lettura di due libri:
Una domenica in cella, di Patrick Chamoiseau (qui)
e
Le mie stelle nere, di Lilian Thuram (qui)

Il titolo nasce da una poesia di Richard Wright (qui)

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Strange Fruit - Billie Holiday 




Southern trees bear strange fruit,
Blood on the leaves and blood at the root,
Black bodies swinging in the southern breeze,
Strange fruit hanging from the poplar trees.

Pastoral scene of the gallant south,

The bulging eyes and the twisted mouth,
Scent of magnolias, sweet and fresh,
Then the sudden smell of burning flesh.

Here is fruit for the crows to pluck,

For the rain to gather, for the wind to suck,
For the sun to rot, for the trees to drop,
Here is a strange and bitter crop.

Uno strano frutto
Gli alberi del Sud danno uno strano frutto,
Sangue sulle foglie e sangue alle radici,
Neri corpi impiccati oscillano alla brezza del Sud,
Uno strano frutto pende dai pioppi.

Una scena bucolica del valoroso Sud,

Gli occhi strabuzzati e le bocche storte,
Profumo di magnolie, dolce e fresco,
Poi improvviso l’odore di carne bruciata.

Ecco il frutto che i corvi strapperanno,

Che la pioggia raccoglierà, che il vento porterà via,
Che il sole farà marcire, che gli alberi lasceranno cadere
Ecco uno strano ed amaro raccolto.


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Tra me e il mondo - Richard Wright
E all’improvviso una mattina nel bosco mi sono imbattuto
nella cosa,
Mi ci sono imbattuto in una radura erbosa con querce rugose
ed olmi a sentinella.
E sono emersi i particolari anneriti dello scenario, ficcandosi
tra me e il mondo…
C’era il disegno di ossa bianche sonnacchiose dimenticate
su un cuscino di ceneri.
C’erano poi i resti carbonizzati di un arboscello che puntavano un dito mozzo e accusatorio verso il cielo.
C’erano i rami strappati, le piccole vene di foglie bruciate, e
il rotolo bruciacchiato di corda unta;
Una scarpa vacante, una cravatta vuota, una camicia strappata, un cappello solitario e
un paio di pantaloni macchiati di sangue nero
E sull’erba calpestata bottoni, fiammiferi spenti,
cicche di sigarette e sigari, bucce di noccioline, una
fiaschetta svuotata di gin, e il rossetto di una puttana;
Tracce sparse di catrame, piume e penne svolazzanti nell’aria e l’odore persistente di benzina.
E nell’aria mattutina il sole versava stupore giallo
nelle orbite svuotate del teschio impietrito…
E mentre me ne stavo lì la mia mente raggelata da una pietà fredda per quella vita andata.
La terra mi afferrò per i piedi e attorno al mio cuore si innalzarono le mura ghiacciate della paura –
Il sole si spense nel cielo; 
il vento notturno borbottava tra l’erba e scompigliava le foglie tra gli alberi; 
il bosco risuonò del latrato affamato dei mastini; 
le tenebre urlavano con voci assetate; 
e i testimoni si levarono e presero vita.
Le ossa riarse si mossero, agitandosi si alzarono 
per fondersi alle mie ossa.
Le ceneri grigie si trasformarono in carne soda e nera, 
ed entrarono nella mia carne.
La fiaschetta del gin passata da bocca in bocca; 
i sigari le sigarette si riaccesero, 
la puttana si imbrattò di rossetto le labbra,
E migliaia di facce mi turbinarono attorno, insistendo a gran voce che venisse arsa la mia vita…
E poi mi presero, mi denudarono, schiacciandomi in gola
i denti fino a quando non inghiottii il mio proprio sangue.
La mia voce annegò nel ruggito delle loro voci, 
e il mio corpo nero bagnato scivolava 
e rotolava nelle loro mani mentre mi legavano all’arboscello.
E la mia pelle si attaccava alla catrame bollente, 
che mi si staccava di dosso in mucchietti flosci.
E le piume e le penne bianche si affondarono appuntite
nella mia carne sanguinante e si levarono i gemiti della mia agonia.
Poi una misericordiosa frescura sorprese il mio sangue, il battesimo della benzina.
E in una vampa rossa balzai verso il cielo mentre il dolore si alzava come acqua, bollendomi gli arti.
Ansimando, scongiurando mi aggrappai come un bambino mi aggrappai ai roventi fianchi della morte.
E ora non sono che ossa riarse e la mia faccia un teschio impietrito che fissa con giallo stupore il sole…
da qui