La tragedia della capitale afgana Kabul, che corre verso un nuovo 30 aprile, il giorno
del 1975 quando fu evacuata l’ambasciata statunitense a Saigon, è un passaggio
storico di prima grandezza, che pare chiosare un tempo più lungo del nostro
presente. La narrazione neoconservatrice del nuovo secolo americano,
figlia ancora del trionfo statunitense nella guerra fredda, fu declinata nel
post-11 settembre 2001 nella teoria della esportazione della democrazia in
punta di baionetta.
Donald Rumsfeld, il criminale di guerra da poco
scomparso, impune come impuni sono rimasti George Bush jr, Tony Blair e i loro
principali complici, tuonava che fosse necessario muovere guerra a 30-50 paesi
per quel disegno che rispondeva alla logica del “pensiero unico”: la
supremazia, economica, militare, etica, del maschio bianco occidentale sul
pianeta. Guardando indietro, con pallidissime attenuazioni nell’era Obama, se
sommiamo alle guerre conclamate le “covert action”, gli embarghi che anche in
queste ore impediscono perfino l’arrivo di bombole di ossigeno ai popoli che si
sostiene di voler salvare, e le rivoluzioni colorate, non andiamo lontani da
quei numeri angosciosi. Se al contrario, e proprio l’imminente capitolazione
del governo afgano lo dimostra, contiamo il numero di “democrazie esportate” il
piatto (per i popoli) piange.
L’Occidente liberal-democratico, la Washington
neoconservatrice, riteneva di potere, di avere il diritto-dovere, di imporre i
propri valori. Valori da imporre attraverso una jihad occidentalista, una
guerra santa che chiamarono “infinite justice”, giustizia
infinita. A difesa di quella guerra santa fu schierato l’intero
complesso mediatico mainstream. Per anni chiunque non si uniformasse a quella
narrazione bellicista era accusato di essere complice dei terroristi, Osama Bin
Laden e succedanei. Nonostante le stucchevoli commemorazioni di queste ore di
quelli che si accomodano sempre dalla parte della ragione, per loro Gino Strada era un terrorista. E come Gino Strada
erano per esempio terroristi tutti gli indigeni latinoamericani (ho memoria,
non dimentico, non perdono), dai mapuche della Patagonia cilena ai movimenti
contadini, quelli ambientalisti o per l’acqua pubblica in tutto il Continente,
e i governi che quei movimenti osarono esprimere come risposta alla logica
unicamente mercatista della democrazia, battezzata fin dal 1989 Washington consensus.
Sappiamo bene, lo sapevamo anche vent’anni fa, quando
a milioni scendemmo in piazza contro quelle “guerre infinite” (anche noi, tutti
terroristi e amici dei talebani o di Saddam Hussein) che dietro il millenarismo
della “fine della storia” vi fosse poco più della cultura militarista e gli
interessi multimilionari del complesso militare industriale e
di quello, negazionista del cambio climatico,
dei combustibili fossili. In quell’invasione, in quei duemila miliardi spesi
nella quasi totalità in armi, come afferma Gino Strada nel suo testamento
politico, non c’era altro. Men che meno vi erano le donne che si levavano il burka, buone per un po’ di comunicazione for export,
per dare una mano di vernice progre a una tradizionale guerra coloniale.
Colonialismo che, come è noto, ha sempre esportato la propria civiltà a fin di
bene.
Se ci fosse stato altro, oltre all’infinita ipocrisia,
non avremmo tradito le masse giovanili mediorientali, almeno in parte
occidentalizzate, che si sollevarono nelle primavere arabe.
Saremmo state dalla loro parte e non avremmo continuato a tenerci il sacco a
vicenda con classi dirigenti vili, corrotte, violente, oscurantiste e all’uopo
terroriste. La viltà di George Bush padre, che dopo la prima guerra del Golfo,
tradì gli sciiti iracheni dopo averli indotti a sollevarsi contro Saddam
Hussein, è stata in questi anni ripetuta su infiniti scacchieri. Quelle
migliaia di uomini e donne afgani abbandonati nelle mani dei talebani, e che
nella migliore delle ipotesi si trasformeranno in novelli “boat people”
vietnamiti (oggi indesiderabili, ma questo è un altro tema), sono solo l’ultimo
caso di un Sud globale che ormai sa che proprio chi crede alla retorica della
democrazia occidentale sarà il primo a essere tradito da questa.
Eppure oggi sui giornali leggiamo l’ennesimo ribaltamento della realtà. Di fronte a quella che è una
sconfitta esiziale tanto militare come politica degli Stati Uniti d’America (e
a cascata dell’Europa) gli editoriali dei difensori a oltranza di una impresa
indifendibile hanno il cattivo gusto di sostenere che, se vent’anni di
intervento militare non sono bastati, allora oggi è giusto lasciare gli afgani
(le donne afgane, sulle quali tanta retorica è costruita anche in queste ore)
al loro destino. Come nelle narrazioni sul nostro Mezzogiorno, non siamo noi a essere scappati via col
bottino, solo loro a essere irredimibili. E quindi, così come andammo
generosamente ad aiutarli, così adesso li abbandoniamo al loro destino,
restando sempre e comunque dalla parte della ragione.
Mi si consenta una chiosa che meriterebbe ben altra
trattazione. Chi scrive coincide che una serie di fenomeni della nostra epoca,
quelli sopra ricordati, il tramonto necessario dell’epoca dei combustibili
fossili connessa al cambio climatico, la stessa pandemia del Covid, siano linee
di faglia che attestano la fine di cinquecento anni di supremazia dello spazio
nordatlantico e delle culture che vi insistono sul pianeta. Accade, è noto, in
favore di quelle dell’Asia orientale, la Cina in primo
luogo, il cinismo della quale è innegabile e indifendibile su innumerevoli
scacchieri, incluso quello afgano. Se non è desiderabile, personalmente non lo
desidero affatto, un “secolo cinese”, è innanzitutto necessario ammettere che
il nuovo secolo americano non sia mai esistito se non
negli interessi di pochissimi, quegli stessi che negli ultimi trent’anni hanno
prodotto la più grande concentrazione di ricchezza della storia nello stesso
Occidente, contribuendo in maniera decisiva a indebolirne i regimi democratici.
Una volta di più, come anche le commemorazioni per il
ventennale di Genova hanno dimostrato, chi
governava sbagliava (e non in buona fede) e chi protestava aveva ragione. Ma
cosa sta facendo il mondo euro-americano per convivere in pace e democrazia,
proprio sulla base dei propri valori, veri, presunti, millantati, in un mondo
che o è multipolare o non sarà? Un altro Occidente, che ripudi la guerra, resta
possibile e necessario
Angela Merkel ha detto che “in Afghanistan abbiamo sbagliato tutto”: e quindi, tutto come prima?
Mario Draghi assicura “l’impegno di proteggere i cittadini afghani che hanno collaborato con la nostra missione”: e gli altri, le bambine e i bambini, le donne che torneranno a essere lapidate allo stadio?
dice Biden che il “nation building” (inteso come la ricostruzione del paese) e la «creazione di una democrazia centralizzata e unificata» non sono mai stati gli obiettivi della missione statunitense: come sempre, agli Usa interessa l’esportazione della (loro) democrazia (così si rubano, scusate, guadagnano miliardi di dollari), non la creazione della democrazia in quei paesi, ogni tanto anche un presidente dice la verità.
dice S. che “l’Italia non è il campo profughi d’Europa!”: è un disco rotto, come quasi tutti
L’operazione di sicariato condotta da Il Foglio contro Laura
Boldrini, sommandosi a quella molto mainstream orchestrata dagli amici della
famiglia Feltri, dopo la mancata pubblicazione di un articolo sul blog privato
dell’ex-presidente della Camera sul sito dell’Huffington Post, ha destato
sdegno. Lunedì 30 novembre l’ex presidente della Camera è stata sbattuta come
un mostro in prima pagina, addebitandole una
complessa polemica che coinvolge la scrittrice JK Rowling, nella quale Laura
Boldrini non aveva alcun ruolo. Una vera vigliaccata gratuita, dopo che il
giorno prima il vicedirettore Crippa aveva sostenuto che Boldrini
rappresentasse addirittura un pericolo per la libertà di stampa (sic). Tra le
molte critiche al Foglio, in particolare su Twitter, un punto è risultato
nodale, ma non unico: il fatto che il giornale abbia ricevuto dal 1997 almeno
54 milioni di Euro di finanziamento pubblico, ma non venda in edicola che un
numero di copie così basso (un migliaio?) da non poter essere registrato dagli
enti appositi.
Chiarisco
subito che il punto non sia irridere al Foglio perché vende un numero infimo di
copie (un fatto, non un’opinione). La questione è ben più complessa. Quel
giornale riceve da un quarto di secolo un abnorme finanziamento pubblico e
un’ancor più importante eco mediatica, che ne porta la redazione costantemente
in tivù a fare opinione pubblica, ottenendo un’influenza senza alcuna
proporzione con la reale rappresentatività nel sistema mediatico del paese. Il
Foglio è un giornale che non esiste nelle edicole ma esiste in tivù. Anche
senza usare un bilancino, è evidente non vi sia alcun rapporto tra vendite del
Foglio e le citazioni o inviti in tivù. Sono bravi, si dirà. Ma
come mai tanta bravura e tanta pubblicità gratuita sui media audiovisuali, non
si traduce mai in
vendite nelle edicole, che resta sempre la legge numero uno del capitalismo? È
un fatto curioso, che merita attenzione. Cercherò di essere breve sui seguenti
punti: 1) Sullo stare sul mercato. 2) Sull’amplificazione/distorsione
della rappresentanza. 3) Sulle campagne mediatiche.
SULLO
STARE SUL MERCATO
Non
ripercorrerò il perché e percome e attraverso quali trucchi il Foglio acceda ad
un colossale finanziamento pubblico. Voglio riflettere su una stranezza. Basta
conoscere un po’ di “storia del giornalismo” (materia che ho insegnato per
dodici anni a Unimc e alla Bocconi) per sapere come in Europa i media liberal-capitalisti vincano la competizione su
quelli socialdemocratici sulla base di un’incomparabile
facilità di accesso alla raccolta pubblicitaria e di rappresentanza di
interessi egemoni.
Basta
ricordare la storia del Daily Herald che
fallì nel 1964 vendendo il doppio di copie di Guardian, Times e Financial Times
insieme, ma che aveva una raccolta pubblicitaria di un decimo.
Il Foglio rappresenta pienamente gli interessi egemoni che avrebbero interesse
e facilità a investire sul giornale. Al contrario, per esempio, Il Manifesto
no. Ammesso e non concesso che quella che portò il Daily Herald a chiudere
fosse una distorsione del sistema democratico, il finanziamento pubblico nasce
proprio per permettere a opzioni etico-culturali (una volta dicevamo ideologie)
di rappresentarsi rispetto ad opzioni etico-culturali naturalmente “più
ricche”. In buona sostanza il finanziamento pubblico nasce
per correggere il mercato e permettere a giornali come il
Manifesto di combattere ad armi pari la battaglia delle idee con giornali come
il Foglio, che di quel finanziamento non avrebbero bisogno perché naturalmente
(legittimamente) amici del mercato.
Il Foglio
sarebbe dunque un’eccezione che conferma la regola? Può ben essere, ma di nuovo
la mia domanda è: come mai il Foglio non sta sul
mercato? L’ideologia del giornale è marcatamente
liberal-capitalista. Da un quarto di secolo predica legittimamente le virtù del
mercato. Il profilo socio economico dei pur pochi lettori è particolarmente
elevato. Cosa impedisce loro una raccolta pubblicitaria (macchine di lusso,
moda, consumi di target elevato, grandi multinazionali) che riequilibri la
bassa tiratura e produca utili? È una necessità il ricorrere al finanziamento
pubblico o è un vezzo, quasi una scelta estetica?
SULL’AMPLIFICAZIONE/DISTORSIONE
DELLA RAPPRESENTANZA
La
moltiplicazione dei giornali di destra liberista e/o sovranista comporta da
almeno vent’anni una riscrittura a loro favore del Manuale Cencelli delle
citazioni nelle rassegne stampa e soprattutto nelle comparsate televisive che,
per troppe ragioni che non vale la pena elencare, sono particolarmente ambite.
Insomma il Foglio, partendo dai suoi «venticinque lettori» manzoniani,
passando attraverso i milioni del finanziamento pubblico, è in grado di
influenzare l’opinione pubblica e garantire ai suoi redattori enorme
visibilità. Di nuovo si dirà: sono bravi. Ma
allora, perché da ferventi detrattori del ruolo dello stato nell’economia
prestano il fianco a tale critica?
La mia
domanda è: fino a che punto l’effetto leva che il Foglio mette
in moto, non solo elude le virtù del mercato ma aggira la logica profondamente
democratica del finanziamento pubblico? Non stiamo raggiungendo esattamente
l’effetto opposto rispetto a quello desiderato, distorcendo e non garantendo la
rappresentanza democratica? La ratio è che il Foglio debba essere finanziato
perché vende troppo poco? Ma quanto poco è accettabile? Esiste una proporzione
plausibile tra finanziamento pubblico e rappresentatività di un gruppo
socio-culturale? Qual è il “public interest” a finanziare quella pubblicazione
che trova così scarso interesse nei lettori?
SULLE
CAMPAGNE MEDIATICHE
Non è
rilevante la mia distanza dalle posizioni del Foglio, per esempio da firme come
quella di un Langone, ma sono molto preoccupato da altre questioni. Per esempio
il Foglio, a partire dallo stesso direttore Cerasa, ha ripetutamente e convintamente veicolato teorie antiscientifiche e negazioniste sul
Cambio climatico, riconosciuto da molti anni come un fatto dal
99,9% dei paper scientifici. Nel 2020 un dibattito serio e onesto non è più sul
“se” vi sia il cambio climatico, ma sul “che fare” per frenarlo. Discutere ancora
sul “se” ha la stessa funzione che discutere con i terrapiattisti: perdere
tempo. Media come il Foglio obbligano sistematicamente a retrocedere, e quindi
a non agire. Non ingenuamente.
Infatti
non si tratta né di libertà di stampa né di espressione. La diffusione di
disinformazione che l’intera comunità scientifica mondiale considera
irrilevante, dannosa e infondata, rappresenta e muove gli enormi interessi
economici che il Foglio rappresenta. Negli USA il negazionismo viene
finanziato dai petrolieri; in Italia lo deve finanziare lo Stato?
Qui il
cerchio pare chiudersi. Quel giornale che fa della rivendicazione del merito e
della meritocrazia la propria cifra ideologica, come mai non è all’altezza di confrontarsi col metodo scientifico? Quel
giornale così meritocratico, su cosa basa l’autoattribuzione di merito? Nel mio
piccolo, io figlio di nessuno, nella mia vita professionale ho già vinto
quattro concorsi pubblici. Eppure un giornale come il Foglio si permette di
denigrare sistematicamente il valore e il merito nel mondo dell’Università pubblica, che ha fatto la democrazia di questo paese
almeno come la libertà di stampa. Mi vorrebbero far decurtare
lo stipendio e forse far licenziare, ma sono contro la patrimoniale per chi
guadagna multipli del mio stipendio. Intanto anche il loro stipendio lo paga il
contribuente. Ma francamente loro, bravi per antonomasia,
che conducono quotidianamente battaglie contro il pubblico, ma che lavorano per
un giornale incapace di stare sul mercato, che meriti hanno?
a 12500 chilometri di distanza, fra le rovine di Binnish, in Siria, il pittore Aziz Asmar rende omaggio a Diego sulla parete di una casa distrutta
A DIEGO - Gianni Minà
Con Maradona il mio rapporto è stato sempre molto franco.
Io rispettavo il campione, il genio del pallone, ma anche l’uomo, sul quale
sapevo di non avere alcun diritto, solo perché lui era un personaggio pubblico
e io un giornalista.
Per questo credo lui abbia sempre rispettato anche i miei diritti e la mia
esigenza, a volte, di proporgli domande scabrose.
So che la comunicazione moderna spesso crede di poter disporre di un
campione, di un artista soltanto perché la sua fama lo obbligherebbe a dire
sempre di sì alle presunte esigenze giornalistiche e commerciali dell’industria
dei media.
Maradona, che ha spesso rifiutato questa logica ambigua, è stato tante
volte criminalizzato.
Una sorte che non è toccata invece, per esempio, a Platini, che come Diego
ha detto sempre no a questa arroganza del giornalismo moderno, ma ha avuto
l’accortezza di non farlo brutalmente, muro contro muro, bensì annunciando,
magari con un sorriso sarcastico, al cronista prepotente o pettegolo “dopo
quello che hai scritto oggi, sei squalificato per sei mesi. Torna da me al
compimento di questo tempo.”
Era sicuro, l’ironico francese, che non solo il suo interlocutore assalito
dall’imbarazzo non avrebbe replicato, ma che la Juventus lo avrebbe protetto da
qualunque successiva polemica.
A Maradona questa tutela a Napoli non è stata concessa, anzi, per tentare
di non pagargli gli ultimi due anni di contratto, malgrado le tante vittorie
che aveva regalato in pochi anni agli azzurri, nel
1991 gli fu preparata una bella trappola nelle operazioni antidoping
successive a una partita con il Bari, in modo che fosse costretto ad andarsene
dall’ Italia rapidamente.
Eppure nessuno, né il presidente Ferlaino, né i suoi compagni (che per
questo ancora adesso lo adorano) né i giornalisti, né il pubblico di Napoli,
hanno mai avuto motivo di dubitare della lealtà di Diego.
Io, in questo breve ricordo, a conferma di questa affermazione, voglio
segnalare un semplice episodio riguardante il nostro rapporto di reciproco
rispetto.
Per i Mondiali del ’90, con l’aiuto del direttore di Rai Uno Carlo
Fuscagni, mi ero ritagliato uno spazio la notte, dopo l’ultimo telegiornale,
dove proponevo ritratti o testimonianze dell’evento in corso, al di fuori delle
solite banalità tecniche o tattiche. Questa piccola trasmissione intitolata
“Zona Cesarini”, aveva suscitato però il fastidio dei giovani cronisti
d’assalto (diciamo così...) che occupavano, in quella stagione, senza smalto,
tutto lo spazio possibile ad ogni ora del giorno e della notte. La circostanza
non era sfuggita a Maradona ed era stata sufficiente per avere tutta la sua
simpatia e collaborazione.
Così, nel pomeriggio prima della semifinale Argentina-Italia, allo stadio
di Fuorigrotta di Napoli, davanti a un pubblico diviso fra l’amore per la
nostra nazionale e la passione per lui, Diego, mi promise per telefono:
“Comunque vada verrò al tuo microfono a darti il mio commento. E tengo a
precisare, solo al tuo microfono.”
La partita andò come tutti sanno. Gol di Schillaci e pareggio di Caniggia
per un’uscita un po’ avventata di Zenga.
Poi supplementari e calci di rigore con l’ultimo, quello fondamentale,
messo a segno proprio da quello che i napoletani chiamavano ormai “Isso”, cioè
Lui, il Dio del pallone.
L’atmosfera rifletteva un grande disagio. Maradona, per la seconda volta in
quattro anni, aveva riportato un’Argentina peggiore di quella del Messico, alla
finale di un Mondiale che la Germania, qualche giorno dopo, gli avrebbe
sottratto per un rigore regalato dall’arbitro messicano Codesal, genero del
vicepresidente della Fifa Guillermo Cañedo, sodale di Havelange, il presidente
brasiliano del massimo ente calcistico, che non avrebbe sopportato due vittorie
di seguito dell’Argentina, durante l’ultima parte della sua gestione.
C’erano tutte le possibilità, quindi, che Maradona disertasse
l’appuntamento. E invece non avevo fatto a tempo a scendere negli spogliatoi,
che dall’enorme porta che divideva gli stanzoni delle docce dalle salette delle
tv, comparve, in tenuta da gioco, sporco di fango e erba, Diego, che chiedeva
di me, dribblando perfino i colleghi argentini. C’era, è vero, nel suo sguardo,
un’espressione un po’ ironica di sfida e di rivalsa verso un ambiente che in
quel Mondiale, non gli aveva perdonato nulla, ma c’era anche il suo culto per
la lealtà che, per esempio, lo aveva fatto espellere dal campo solo un paio di
volte in quasi vent’anni di calcio.
Cominciammo l’intervista, la più ambita al mondo in quel momento, da
qualunque network.
Era un programma registrato che doveva andare in onda mezz’ora dopo, perché
più di trent’anni di Rai non mi avevano fatto “meritare” l’onore della diretta,
concessa invece al cicaleggio più inutile.
Ma a metà del lavoro eravamo stati interrotti brutalmente non tanto da
Galeazzi (al quale per l’incombente tg Diego concesse un paio di battute) ma da
alcuni di quei cronisti d’assalto che già
giudicavano la Rai cosa propria e che pur avendo una postazione vicina ai
pullman delle squadre, volevano accaparrarsi anche quella dove io stavo
intervistando Maradona. El Pibe de Oro fu
tranciante: “Sono qui per parlare con Minà. Sono d’accordo con lui da ieri.
Se avete bisogno di me prendete contatto con l’ufficio stampa della Nazionale
argentina. Se ci sarà tempo vi accorderemo qualche minuto.” Aspettò in piedi,
vicino a me, che terminasse l’intervista con un impavido dirigente del calcio
italiano, disposto a parlare in quella serata di desolazione, poi si risedette,
battemmo un nuovo ciak e terminammo il nostro dialogo interrotto. Quella
testimonianza speciale, di circa venti minuti, fu richiesta anche dai colleghi
argentini, e andò in onda (riannodate le due parti) dopo il telegiornale della
notte.
Fu un’intervista unica e giornalisticamente irripetibile, solo per
l’abitudine di Diego Maradona a mantenere le parole date.
Lo stesso aveva fatto per i Mondiali americani del ’94 quando aveva
accettato per due volte di ritornare all’attività agonistica in nazionale prima
per assicurare la partecipazione alla querida Argentina nel match di spareggio
contro l’Australia e poi giocando tre partite all’inizio dei Mondiali stessi,
prima che lo fermassero. Eppure, val la pena ricordarlo, nel momento in cui,
con un'accusa ridicola era stato sospeso per doping dopo le prime due partite.
La Federazione del suo amato paese non aveva mandato nemmeno un avvocato a
respingere legalmente l’imputazione che non stava in piedi: “Hanno preferito
trafiggere con un coltello il cuore di un bambino” aveva commentato Fernando
Signorini, il suo allenatore e consigliere, quando la mattina dopo ci eravamo
incontrati.
L’intervista da un motel dove aveva soggiornato con i parenti l’avevo
ottenuta io. I giapponesi l’avevano mandata in diretta e i francesi in
differita, un po’ di ore dopo, non credendola possibile.
Così, insomma, questo modo di comportarsi da grande e da piccino lo ha
portato a superare ogni avversità e pericoli - anche quelli che sembravano
impossibili - della sua esistenza.
Dalla polvere di Villa Fiorito, nella provincia di Buenos Aires, dove è
cominciata la sua avventura di più grande calciatore mai nato alla militanza
politica nei partiti progressisti latinoamericani per i quali ha dato molte
volte la propria faccia.
Nessun calciatore è mai arrivato a tanto.
Diego, per una ironia del destino, se n’è andato da questo mondo lo stesso
giorno di un altro gigante, Fidel Castro.
Alla fine li rimpiangeremo, come succede a chi ha lasciato una traccia
indelebile nel gioco del calcio e della vita.
E ora silenzio.
Il suo prezzo al mondo del pallone lo ha pagato da tempo.
A Diego mio
fratello, a Diego Maradona, rivoluzionario latinoamericano e napoletano - Gennaro Carotenuto
Piango l’uomo prima del calciatore. Sei morto un 25 novembre, lo stesso
giorno di Fidel Castro, tuo amico e compagno vero, non di un giorno.
Rivoluzionario latinoamericano tu e lui, la Storia vi ha già assolto. Diego
villero, Diego fattosi uomo in una Villa Miseria, Diego che poteva essere
quello che è solo a Napoli. Diego nostro. Diego che non si è fatto napoletano,
lo era. Diego Sud, Diego tutti i Sud del mondo. Diego il Ribelle contro il
potere, fosse Blatter o Bush o tutti i Nord del mondo. Diego il grande uomo,
gran-de uo-mo, che viene dal basso che più in basso non si può, per farsi D10S,
il più grande di tutti.
Quanti insegnamenti ho ricevuto da te, Diego Maradona. L’uomo che cade e si
rialza, nella sua grandezza e nelle sue fragilità. L’uomo che sa di essere
grande e fragile. L’uomo che quando sbaglia, sbaglia contro se stesso e paga in
prima persona. L’uomo che non abbassa la testa, l’uomo con la schiena dritta,
che in quello Stadio Olimpico che ribolliva d’odio (irrisolvibile,
irredimibile, imperdonabile) fischiando l’inno argentino, elevò in mondovisione
il suo limpido, legittimo, a testa alta: “hijos de puta”. Sette anni sei stato
il più odiato dagli italiani, in quanto napoletano. Se perdi in quanto Sud, ti
malsopportano. Ma se vinci, morti d’invidia, non te lo perdonano. Ti sarebbe
bastato tradire la città, ma tu non hai tradito. Perciò ti odiavano. Perciò ti
amiamo.
Odiavano quel tuo corpo massacrato perché non potevano averlo. Odiavano
quel corpo biopolitico, come quello del Che Guevara tatuato sul tuo braccio,
massacrato di calci maligni e di infiltrazioni velenose, quel tuo corpo
castigato dalle droghe, dall’alcool e dal cibo. Da qualche parte dovevi pur
sfogare tanta grandezza. Quel corpo è quello dell’umanità come siamo, non
quella borghesuccia, perbenista e ipocrita che ti disprezzava. In troppi oggi
s’intesteranno la tua memoria, ma solo due nazioni possono rivendicarti come
figlio: la nazione argentina e quella napoletana.
Solo chi è un analfabeta della cultura popolare di tutto questo pianeta può
pensare che tu sia stato solo un calciatore. Sei stato la coscienza popolare
dell’umanità ferita di tutti i Sud del mondo, che balbetta, zoppica, desidera,
cade, ma non abbassa la testa. Sei stato l’unico nella Storia a vincere una
guerra con due gol, in Messico, con la mano di D10S e il gol del siglo,
entrambi necessari a ricacciare in gola tutta la boria e tutto il disprezzo
dell’impero britannico, il Nord contro il Sud. Come cantano i Calle 13,
Latinoamerica è “Maradona contra Inglaterra anotándote dos goles”. A Sud, con
il tuo sinistro. Solo Sud, di sinistra. Eri Sud, solo Sud, Diego, fratello mio.
A Juan Da Silva, mi
hermano, a Salvatore Pisano, mio fratello,
estén donde estén, hoy brinden con el Diego de la gente
MARADONA TRA NAPOLI E IL SUDAMERICA - Rino
Genovese
È la morte di un mito, quella che ci colpisce oggi. Una
morte, per quanto prematura, perfino prevedibile considerando la nota
tossicodipendenza dell’uomo. Ma, riflettendo un po’ a mente fredda sul
significato di questo mito, non si potrebbe non vederne – come accade del resto
per tutti i miti – l’intrinseca ambivalenza: Maradona ha incarnato
un’aspirazione al riscatto degli ultimi, anche attraverso le sue prese di
posizione, o ha contribuito in modo decisivo a quella narcosi di massa prodotta, in particolare
a partire dagli anni ottanta, dalla miscela di sport, affari, politica e grande
spettacolo?
Napoli, la più sudamericana delle città italiane, aveva
dei precedenti in questo senso risalenti ai tempi di Vinicio e Pesaola e poi di
Sivori e Altafini: una voglia di miti, tra l’Argentina e il Brasile, che
trovava alimento in quella mitopoiesi sempre in azione nei paesi dell’America
latina. Lo storico “comandante” Achille Lauro, l’armatore fascista e poi
monarchico, era stato in stretto contatto con l’Argentina del “momento Perón”,
traendone tutto il succo politico-sociale che se ne poteva trarre, e
organizzando, mediante la sua presidenza della società di calcio, l’ascesa che
lo condurrà a diventare sindaco di una città che nel referendum del 1946 aveva
dato la maggioranza dei voti alla monarchia. Maradona viene a innestarsi
dunque, pochi anni dopo il terremoto del 1980, nel fertile humus di un populismo napoletano di lunga
data. A questo proposito, tuttavia, non bisogna riferirsi a Masaniello, ai lazzaroni, alla plebe, di cui aveva parlato
finanche Hegel, quanto piuttosto all’uso che del “popolaccio”, come lo chiamava
Vincenzo Cuoco, avevano fatto i sanfedisti, i borboni, le famiglie del potere
meridionale tradizionale per sconfiggere la fragile rivoluzione del 1799.
Questo è stato Maradona a Napoli, al di là del genio
calcistico: un elemento di grande presa simbolica, di rinnovamento e coesione,
del blocco storico che da un certo momento in poi, nel post-terremoto, ha
stabilmente incluso gli affari della nuova camorra nel proprio cerchio. Non
c’era nessuno, durante il suo regno incontrastato, che potesse obiettare
qualcosa: tutto gli era consentito, naturalmente anche l’evasione fiscale, che
in Italia d’altronde non ha mai scandalizzato nessuno. Ricordo che una volta
Gianni Minà, in un salotto napoletano, ce ne parlò come di una vittima della
terribile macchina del calcio: l’associazione Calcio Napoli, già al momento del
suo acquisto dal Barcellona, sarebbe stata a conoscenza della pervicace
tossicodipendenza del divo. A mio parere, però, Maradona fu sempre ben contento
di farsi triturare da quella macchina che gli aveva dato fama, ricchezza, onori
– e a Napoli anche grossi quantitativi di cocaina a prezzo scontato.
Come in
tutte le agiografie che si rispettino, c’è sempre un momento in cui qualcuno
riesce a entrare in contatto fisico diretto con la santità. E la testimonianza
è tanto più forte, se viene da un fedele aderente a un’altra confessione.
“Maradona lo sono andato a vedere a Torino mentre si allenava prima del match
contro di noi. Era basso, ma l’ho toccato sul petto, ed era come toccare la
pietra”, così disse mio cugino più grande che viveva a Torino, juventino come
me, ma ovviamente capace di vedere la santità aldilà delle diverse declinazioni
della fede nel trascendente.
Gli anni ’80
e ’90 sono l’era assiale del calcio, vale a dire l’era in cui profeti e figure
divine di diversa origine geografica a pochi anni di distanza e l’uno
indipendente dall’altro invadono il mondo con messaggi, gesta e dottrine di
portata universale. Per motivi anagrafici, estetici e morali, il mio profeta è
Roberto Baggio da Caldogno, Vicenza. Conservo le sue magliette bianconere di
inizio anni 90’, probabilmente false, con due sponsor diversi – Upim e Danone –
come se fossero appunto due reliquie. Non accetto che nessuno ne metta in
dubbio la santità, anche se sono ben disposto a riconoscere come profeti
legittimi Van Basten, Zidane, Ronaldo, Totti, e ovviamente, un gradino sopra tutti,
Maradona.
Agli
infedeli, agli scettici che per ignoranza, malvagità, confusione spirituale non
sono disposti a riconoscere immediatamente la santità di Baggio, presento sempre
un argomento inconfutabile: quale semplice essere umano è capace di portare la
sua nazionale a un passo dalla vittoria di un Mondiale pressoché per sua
singola iniziativa, come accadde a USA 94? La risposta è: nessuno. Con una
piccola aggiunta: qualcuno otto anni prima aveva portato una squadra composta
da ruvidi tagliagole e un fine scrittore come Jorge Valdano non solo in finale,
ma addirittura sul tetto del mondo. E inoltre, proprio in quegli anni, a
seguito di dinamiche che solo un miscredente può considerare casuali, lo stesso
profeta si era spostato da Barcellona a Napoli, trasformando una piazza sino ad
allora non esattamente di élite calcistica in una potenza nazionale ed europea.
Oggi il calcio ama presentarsi come una scienza esatta, con statistiche,
expected goals, occasioni, assist, passaggi riusciti, e così via. Niente di
male in tutto ciò. Ma non è in questi pur utili numeri che si trova la cifra
del divino. Le sue tracce sono altrove, in qualche raro episodio che la nostra
mente seleziona faziosamente e soggettivamente, come del resto è personale e
particolare ogni esperienza religiosa individuale e collettiva. A livello di
pura oltreumanità calcistica, vorrei menzionare un momento che apparentemente
confligge con il mio orientamento religioso.
3 Novembre
1985. Un anno prima, Maradona diventava un giocatore del Napoli. Dopo un anno
interlocutorio, la mano del pibe de oro comincia a dare i suoi frutti. Quella
stagione il Napoli la chiuderà al terzo posto, togliendosi numerose
soddisfazioni. Tra cui questa vittoria con la Juventus, campione d’Europa in
carica dopo l’orrore del massacro dell’Heysel. I bianconeri vinceranno poi lo
scudetto anche grazie ai gol di Aldo Serena, che la sera della cessione era tra
il pubblico del concerto di Bruce Springsteen. Quel 3 Novembre tuttavia la
musica è diversa. La “Domenica sportiva” lo capisce: nel momento clou del
montaggio del riassunto della partita, fa partire l’”Inno alla gioia” di
Beethoven e lo dedica con un pizzico di paternalismo al pubblico di Napoli,
“non abituato a vincere, diversamente da quello della Juventus”. Ma il gesto di
Diego non è solo per i suoi tifosi. È piuttosto, appunto come l’opera di
Beethoven, un capolavoro fruibile dall’intera umanità.
Non mi
dilungo sul rapporto tra Maradona e la sua Napoli. Sarebbe come entrare in un
rapporto d’amore che non ci vede coinvolti. Come in tutti i legami più forti e
viscerali, non mancano ambiguità e contraddizioni. Mettendo da parte le
questioni economiche con il presidente Ferlaino – sottolineate più volte dallo
stesso Maradona e ripresa dal denso post di commiato di Gianni Minà –, ci
limitiamo a un solo esempio: stagione 1989-1990. Nell’estate del 1989, Maradona
è a un passo dal diventare un giocatore dell’Olympique Marseille. La città
reagisce con sdegno. L’intellighenzia artistica e letteraria napoletana non
resta a guardare. Ecco alcuni interventi raccolti dall’ottimo articolo di Marco Gaetani per “L’ultimo
uomo”: “De Crescenzo: «Ferlaino ha sbagliato a non venderlo, a
Maradona non importa assolutamente niente del Napoli, pensa solo ai Mondiali».
Bennato: «Sono convinto che ci sia qualcuno che lo manovra. Forse il Marsiglia,
oppure chissà, gli americani». Carosone: «Maradona non è serio, un cantante che
si è fatto pagare una tournée anticipata e non rispetta le date fissate»”. Poi,
qualche mese dopo, rientrerà tutto, e Maradona trascinerà i suoi al secondo
scudetto. Ma il meglio deve ancora arrivare. Estate 1990: l’Italia organizza un
mondiale che avrebbe potuto e dovuto vincere per manifesta superiorità. Finché
non accade l’impensabile: contro ogni legge statistica e contro ogni previsione
della accurata regia dell’organizzazione, la semifinale è Italia-Argentina, e
si gioca a casa di Diego, a Napoli. Nei giorni precedenti il match, Maradona
con furbizia cerca di mettere il suo pubblico contro una nazione che non ha mai
cacato Napoli, che l’ha sempre trattata come l’ultima ruota del carro, e adesso
vuole che tifi per lei perché le fa comodo. L’Italia, come tipico di quegli
anni lì di fine lira, perderà ai rigori. Il giorno della finale
Argentina-Germania, allo Stadio Olimpico parte del pubblico fischierà
volgarmente l’inno argentino. Maradona risponderà con il labiale di sotto.
Tutto ciò,
insieme ad altri mille capolavori tecnici e sportivi di Diego, l’ho solo
vissuto indirettamente, o forse solo vagamente. Il mio primo anno di piena
coscienza calcistica è infatti il 1992. Maradona era già in decadenza. Il 17
marzo 1991, dopo l’incontro Napoli-Bari, Diego risulta positivo alla cocaina a
seguito di un controllo antidoping, e viene condannato a 15 mesi di squalifica.
È il classico inizio della fine: viene ceduto al Siviglia, torna in Argentina
per giocare 5 partite con i Newell’s Old Boys, e il 2 febbraio 1994, pochi mesi
prima del Mondiale, un gruppo di giornalisti circonda la casa di Maradona: in
tutta risposta El Pibe de Oro gli spara con un fucile e si prende 2 anni di
galera con la condizionale. Con l’inizio dei mondiali, la coltre ormai fitta di
degrado tragicomico sembra di nuovo, miracolosamente diradarsi per lasciare
spazio al sacro. L’Argentina schianta la modesta Grecia 4 a 0, e Maradona segna
un goal stellare, con annessa esultanza energetica e un pizzico inquietante. Ma
la parabola orami è inesorabilmente discendente: dopo la partita con la
Nigeria, Diego risulta positivo all’efedrina. Prima nega, giurando persino
sulle sue figlie. Poi ammette: “ho commesso una leggerezza”.
Da quel
momento in poi, per chi come me non aveva avuto la fortuna di assistere in
diretta al prime di Diego, è cominciato un lungo tira e molla. Da un lato,
notizie sempre più grottesche, drammatiche, amare. Dall’altro, un calcio che
sembrava sempre trovare il modo di rimandare a quel passato di Maradona, come
se le imprese degli anni ’80 fossero una sorta di quadro trascendentale, una
griglia a partire dalla quale poter valutare quello che accadeva nel presente.
Ogni goal può ambire al massimo a diventare il secondo più bello di sempre,
perché c’era quello di Maradona contro l’Inghilterra con cui fare i conti. Ogni
impresa romantica poteva diventare soltanto la seconda impresa romantica della
storia, dopo la sua epopea napoletana. E infine, ogni giocatore in attività che
pure avesse cifre e continuità mai viste prima, poteva ambire al massimo al
titolo di secondo miglior giocatore di sempre, perché prima c’era Diego – ci
dispiace, Leo Messi. Nel frattempo, la vita di Diego viveva di un’alternanza
tra sussulti e amarezze. I sussulti, proveniente dai riconoscimenti di
“classico vivente” provenienti non solo dal mondo dello sport, ma anche dallo
spettacolo, dalla letteratura, dalla politica e dal cinema. Le amarezze,
provenienti dalla vita reale. Visto che, come recita un proverbio delle mie
parti, non c’è matrimonio in cui non si pianga e non c’è funerale in cui non si
rida, ammetto senza problemi che alcune di queste amarezze mi hanno fatto
ridere.
La rosa è
piuttosto ampia: le sceneggiate all’ultimo mondiale russo meritano un posto di
rilievo in questo senso. Di tutto rispetto grottesco anche le comparsate
televisive di Diego Maradona Jr. al reality show calcistico cult “Campioni”,
con i colori del Cervia e sotto la guida tecnica ed esistenziale di Ciccio
Graziani. Ma al primo posto, senza alcuna esitazione, metto la comparsata di
Maradona a “Carramba che fortuna” (tardi anni 90’) insieme ai suoi ex compagni
di squadra del Napoli, e sotto il comando di un’altra divinità italo-ispanica:
Raffaella Carrà. Palleggi da foca, abbracci, torelli, carrambate, tifosi
napoletani in diretta da Piazza del Plebiscito, bambini in braccio del Pibe, il
nipote del Pibe che si chiama come il figlio di Careca: questo video racconta
più di tante parole quella simbiosi perversa tra Diego e i bassifondi
dell’intrattenimento italiano. Che il suo agio in questo disagio ci sia di
sostegno e aiuto nei momenti di maggiore imbarazzo.
Poi ci sono
state le macchiette drammatiche, quelle in cui si intravedeva un declino ormai
inarrestabile e una fragilità spaventosa, soprattutto se confrontata alle
immagini di onnipotenza che qualunque raccolta video di Youtube può offrire. Mi
riferisco in particolare a “Maradona in Messico”, docu-serie di Netflix del
2019. La trama è semplice: dopo l’esperienza negli Emirati Arabi, Maradona va
ad allenare i Dorados di Culiacàn, nazione Messico, stato Sinaloa, al top
mondiale per il traffico di cocaina. In un misto di scetticismo, sacralità,
drammi emotivi, balli propiziatori e bassa attività cognitiva, Diego riesce a
portare i Dorados ai playoff e a un passo dall’agognata promozione, mancando
l’obiettivo per un pelo. Sebbene non manchino i momenti goliardici, chiunque
affermi di non aver provato pena per il protagonista, o mente, o non sa cosa e
chi sia stato Maradona. Non è tanto la sua fragilità a creare disagio, quanto
piuttosto il misto totalmente caotica di riverenza e compassione che suscita la
sua figura. È chiaro che, al netto delle musichette mariachi, la serie mette in
scena un uomo che non ha mai smesso di farsi male, e che non sa come smettere.
Questo
continuo tira e molla di epicità e amarezza oggi è finito. Chiunque avesse
seguito gli sviluppi più recenti, ivi compreso il sopramenzionato documentario,
non può dirsi del tutto sorpreso da questo esito. Ma anche in questo, anche
nella compresenza a volte goliardica, a volte devastante di superiore e
inferiore, alto e basso, sacralità e auto-dissacrazione, Maradona sembrava
essere una condizione di possibilità incondizionata ed eterna.
Pensare di
fare una rassegna dell’impatto della sua vita e della sua figura così, a caldo,
nei giorni appena successivi alla sua scomparsa, sarebbe pura follia. Eppure,
qualcosa si può dire. Si può dire che il ruolo politico di Maradona secondo me
non va visto solo nelle sue amicizie con i socialismi sudamericani, quanto
piuttosto nella sfacciataggine con cui non ha mai smesso di essere un povero
pieno di soldi e amato da milioni di persone. La puzza di povertà non l’ha mai
lasciato, e questo qualcuno non glielo ha mai perdonato. In ogni sua caduta, in
ogni sua uscita fuori luogo, è sempre comparso un commentino compiaciuto sul
fatto che un poveraccio argentino non sa gestire la ricchezza e la popolarità,
perché non se le merita. A un livello invece più viscerale e forse ingenuo,
Maradona ha rappresentato un ultimo barlume di apertura all’impossibile nella
gabbia d’acciaio della prevedibilità, della costanza, della routine di
asimmetrie sociale ed economiche sempre più implacabili e inaggirabili.
Rivedere oggi i video di Diego, come tanti/e di noi avranno fatto, è uno
schiaffo in faccia. La potenza di un uomo che da un lato non era fatto per
stare lì – lì dove stanno i soldi, il potere, l’influenza, il prestigio –, e
dall’altro lato non poteva che stare lì – vista la sua tecnica, il suo
carattere, il suo carisma – è una scintilla irripetibile di sacro che merita
rispetto e ammirazione, e che le amarezze degli ultimi anni non riusciranno mai
a spegnere.
Kamala
Harris, raggiungendo la vice-presidenza degli Stati Uniti, come vice di Joe
Biden, frantuma non uno ma ben tre tetti di cristallo. Quello di genere
innanzitutto, quello razziale e quello migratorio. La rilevanza storica di
questo risultato della senatrice californiana, è comparabile con quella che 12
anni fa portò alla candidatura e alla vittoria di Barack Obama. Prima di lei
solo tre donne erano state candidate. Alla vice-presidenza Geraldine Ferraro
nel 1984 in ticket con Walter Mondale contro Ronald Reagan; Sarah Palin con
John McCain contro Barack Obama; Hillary Clinton alla presidenza contro Trump;
sono state le uniche tre donne a contendere la Casa Bianca, finendo sempre sconfitte.
In un’epoca storica votata al pessimismo, in particolare per le istanze di
progresso e uguaglianza, invece Kamala Harris rappresenta un passo
straordinario nella caduta del plurisecolare dominio del maschio bianco sul
pianeta, così plasticamente incarnato da Donald Trump e della riproposizione
della necessità di ridurre le disuguaglianze, che questa è stata capace di
colmare da outsider assoluta.
Negare che
Kamala Harris incarni molti gap superati è infatti un esercizio di cecità e di
stupidità per una donna che è riuscita a diventare una dei due senatori della
California, il più popoloso stato degli USA, con i suoi 40 milioni di abitanti,
e con un PIL maggiore di quello della Gran Bretagna. Partiamo da un dato
incontrovertibile. Nella storia degli Stati Uniti, i senatori afro-discendenti
sono stati appena dieci, due nel XIX secolo, due nel XX secolo, sei nel XXI
secolo, Harris compresa, che è appena la seconda donna afrodiscendente
senatrice nella storia. Appena otto sono di origine asiatica (e qui Kamala è di
nuovo calcolata). A questi aggiungiamo nove ispanici e tre nativi. In quasi 250
anni di storia degli Stati Uniti appena 29 sono stati i membri del Senato non
bianchi. Le donne non bianche poi, non arrivano alle dita di una mano.
Dunque una
donna, figlia di immigrati non bianchi provenienti dalla Giamaica e dall’India
arriva alla Casa Bianca, mettendo in un colpo solo in discussione il gender gap, quello razziale e quello migratorio, e
questa non sarebbe una cosa straordinaria? Non basta, per alcuni non basta mai.
Ad alcuni pare perfino che i suoi natali non siano abbastanza disgraziati per
considerarla meritevole. In particolare, il fatto che i genitori di Kamala
Harris siano entrambi giunti negli USA per studiare, abbiano poi avuto una
buona carriera accademica, economista il padre, medico la madre, impedirebbe di
considerare la Harris una “vera immigrata” ma piuttosto un’esponente della
classe dirigente, quasi un membro aggiunto della aristocrazia americana.
Laddove non si può stigmatizzare l’alterigia di Hillary Clinton, se ne
costruisce una ad arte; va da sé, falsa. Da agosto in qua ho trovato questo
aspetto sottolineato soprattutto in lingua italiana, in un paese dove è invalso
lo stereotipo per il quale “immigrato” sia sinonimo da destra di
indesiderabile, e da sinistra di “ultimo” da compatire per le sue disgrazie, e
non di persona in cerca del suo posto nel mondo in grado di apportare almeno
quanto riceve dal paese di arrivo. Kamala Harris, donna in carriera (e che
carriera!), figlia di immigrati di classe media, non sarebbe una vera immigrata
perché romperebbe lo stereotipo di dannata della terra e sarebbe pertanto da
rubricare come privilegiata (sic).
Descrivere
la famiglia di Kamala Harris come appartenente a una élite facoltosa e quindi
sostenere che l’appartenenza di classe cancelli in un colpo solo
discriminazione di genere, razziale e migrazione (e quindi l’importante ascesa
intergenerazionale degli Harris Gopalan) è innanzitutto falso: un docente
universitario in posizione apicale ha un buon reddito ma non è né ricco né
classe dirigente. Se proveniente dal Sud del mondo poi, non porta con sé alcuna
accumulazione primaria che non la faccia cominciare da zero.
Per pagare
gli studi in California di Shyamala Gopalan, la madre di Kamala Harris,
scomparsa nel 2009, suo padre, il nonno, che era un funzionario pubblico
indiano che partendo da stenografo arrivò a un buon livello, impegnò la propria
liquidazione. Shyamala lo ripagò in modo brillante, divenendo la prima Gopalan
laureata, riuscendo a entrare in un PhD e poi avendo una carriera accademica in
un mondo dove era una totale outsider.
Appena
arrivata negli Stati Uniti, Shyamala studiava e marciava per i diritti civili.
E così conobbe colui che sposò negli anni Sessanta (divorziando nel ’71),
Donald Harris. Questo veniva dalla stessa “parrocchia” di Bob Marley, in
Giamaica. La sua famiglia, fino a poche generazioni prima, era di proprietà di
Hamilton Brown, un irlandese e il più grande proprietario di schiavi
dell’isola. Gli Harris non erano abbastanza poveri da non potersi permettere di
far studiare Donald. Questo, militante di sinistra da sempre, li ricompensò
costruendo una carriera accademica di prestigio da economista keynesiano in un
mondo dove già andavano avanti solo i neoclassici.
Coerente con
la propria storia, Donald Harris ha dedicato la sua vita di studioso alle
disuguaglianze e al sottosviluppo, in particolare in Giamaica. Furono i
movimenti per i diritti civili che fecero innamorare quel giovane accademico
venuto da un’isola dei Caraibi e la dottoranda venuta dall’India. Furono i libri, non i soldi che, in una famiglia
di immigrati, abbastanza bravi a scuola da vincere borse di studio e non
rinnegare se stessi, hanno creato le basi per permettere a Kamala Harris di
proseguire quella straordinaria ascensione intergenerazionale che oggi la porta
addirittura alla Casa Bianca. Brava, gigantesca Kamala Harris.
Sei domande per il Segretario Generale dell’ONU Antonio Gutérres su Mario Paciolla
Al Segretario Generale dell’ONU, Sua Eccellenza Antonio Gutérres,
.
mi chiamo Gennaro Carotenuto e sono un docente universitario italiano, impegnato da sempre nello studio e nella difesa dei diritti umani in America latina. Dal 15 luglio 2020 sono sommamente colpito dalla morte del membro della vostra missione di pace in Colombia, Mario Paciolla, e preoccupato dai mille dubbi che si addensano sulla sua morte. Sono passati 18 giorni, un tempo già troppo lungo, senza sapere nulla di concreto sulla sua fine. Tristemente, molti di questi dubbi riguardano le Nazioni Unite e il suo personale sul campo, e non mi resta che chiedere a lei, nella sua riconosciuta autorità, di chiarirli:
1.Cosa ha fatto esattamente il Capo della sicurezza della Missione, Christian Thompson, di fronte alla richiesta di aiuto di Mario Paciolla, appena quattro ore prima della sua morte il 15 luglio? Ha risposto alla chiamata? Si è coordinato con i suoi superiori? Si è attivato in prima persona o ha inviato suoi sottoposti? Chi delle NU è materialmente intervenuto sul posto? Cosa ha materialmente fatto l’ONU, nei molti giorni nei quali Paciolla ha espresso timori per la sua vita, per garantirne la sicurezza? È lecita la domanda: “Mario è stato lasciato solo dall’ONU nelle mani dei suoi aguzzini?”
2.Ha sollevato dubbi nell’opinione pubblica, il corposo curriculum nel campo della sicurezza di Thompson stesso, con multiple esperienze in entità private che possono profilarsi come controparte rispetto agli scopi di pace della missione ONU. A tali dubbi l’unica risposta è stata la fragorosa rimozione del CV di Thompson da Linkedin. Era Christian Thompson la persona adeguata ad assicurare la sicurezza di Mario Paciolla e degli altri componenti della Missione?
3.La Fiscalia Generale della Colombia accusa la polizia colombiana (SIJIN) di aver permesso alla sicurezza delle Nazioni Unite (SIU) di inquinare il luogo del crimine, rimuovere le pertinenze di Mario Paciolla e riconsegnare l’appartamento dove viveva ed è morto al proprietario, rendendo impossibili accertamenti fondamentali. Varie fonti avanzano dubbi sulla completezza della lista delle pertinenze di Mario Paciolla consegnata alla famiglia, dalla quale mancherebbero alcuni device digitali. Come è possibile tutto ciò?
4.Come mai a 18 giorni dalla morte di Mario Paciolla, dall’ONU non è venuto nulla che potesse chiarire i fatti e a tutti gli elementi impegnati sarebbe stato chiesto di rimanere nel più stretto riserbo? Non è inoltre venuto nulla che potesse fugare i molti dubbi sull’operato stesso della Missione. Quale era la natura del conflitto intercorso tra Paciolla e i vertici della Missione, e che autorizza a pensare che il cittadino italiano volesse denunciare dei crimini commessi all’interno della missione stessa? Ritiene che sia utile per l’ONU farsi scudo dietro l’immunità diplomatica piuttosto che rispondere a una necessità di trasparenza?
5.L’opinione pubblica attende ormai da troppo tempo notizie sul risultato delle due autopsie effettuate sul corpo dello sventurato Paciolla, un elemento basilare di trasparenza. Può chiarire il ruolo di Jaime Hernán Pedraza, il medico incaricato dall’ONU di presenziare alla prima autopsia sul corpo di Mario Paciolla e in che modo si è relazionato e coordinato con l’Ambasciata italiana e con la famiglia del vostro funzionario? Risponde al vero che abbia indotto la famiglia Paciolla a credere che fosse delegato dall’Ambasciata italiana, ma che così non fosse?
6.Oltre ai dubbi specifici sul comportamento ed eventuali responsabilità penali, che speriamo siano accertate in sede legale, la famiglia Paciolla accusa l’ONU di una sostanziale indifferenza e disumanità per la morte del loro congiunto. Non pensa che anche il suo silenzio contribuisca a rendere più tenebroso un caso nel quale l’ONU non può che essere schierata per la Verità e la Giustizia per Mario Paciolla? Non pensa sia ormai ineludibile far sentire la sua voce?
Sottopongo queste domande a lei, certo che possa contribuire a chiarire i dubbi su di un caso che, oltre alla irreparabile morte di Mario Paciolla, sta creando un grande allarme in quanti nel mondo hanno a cuore la difesa dei diritti umani,
“Continuiamo a lottare, affinché quello che è stato e quello per cui ha lottato Mario non si perda”.
“Insieme a lui continueremo a impegnarci affinché i suoi sogni di giustizia e libertà possano essere, un giorno non molto lontano, la coperta che ci scalda, lo specchio in cui ci guardiamo.”
“Ci hanno privato di un amico meraviglioso, ma non potranno privarci dei nostri ricordi. Hasta siempre, Mario. Ci verimm’ a Napule.”
Da ogni angolo della Colombia e dell’Italia arrivano messaggi, appelli, poesie, disegni per ricordare Mario Paciolla, l’operatore delle Nazioni Unite trovato morto lo scorso 15 luglio nella sua casa di San Vicente del Caguán, alle porte dell’Amazzonia colombiana. A gran voce si chiede verità e giustizia, perché diversi elementi portano a scartare l’ipotesi di suicidio avanzata dalla polizia colombiana.
Mario Paciolla, 33enne di Napoli, viveva in Colombia dal 2016. Dopo due anni come volontario per l’organizzazione non-governativa Peace Brigades International (PBI), dall’agosto 2018 collaborava con la Missione delle Nazioni Unite sulla verifica degli accordi di pace tra il governo e le Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia). Una missione delicata, in una regione martoriata da oltre 50 anni di guerra civile e dove la pace continua a essere una promessa lontana.
Il 20 luglio, Mario sarebbe dovuto tornare a Napoli. Come scrive sulla rivista colombiana El Espectador la sua amica giornalista e attivista Claudia Julieta Duque, era pronto a “bagnarsi nelle acque del Tirreno, per ripulirsi da tutto lo sporco che aveva macchiato le sue ultime settimane”. Ma a tornare – con un volo atterrato a Roma il 24 luglio – è stato invece il suo corpo senza vita, accolto dal dolore e dalla rabbia della famiglia e degli amici.
Le indagini
In attesa del risultato delle due autopsie, quella condotta dalla polizia colombiana e quella della polizia giudiziaria italiana, le autorità e gli avvocati che seguono il caso stanno mantenendo il massimo riserbo.
Il corpo di Mario Paciolla è stato ritrovato senza vita la mattina del 15 luglio (19.40 ora italiana) da una sua amica e collega, che non vedendolo arrivare in ufficio, si era preoccupata ed era andata a cercarlo a casa. L’ultima connessione su Whatsapp risale alla sera prima, alle 22.45 ora locale, e il certificato di morte indica che il decesso è avvenuto intorno alle 2, ma ciò che è successo quella notte è ancora da chiarire.
La polizia locale ha inizialmente riferito che Mario era stato ritrovato impiccato e con ferite di arma da taglio in varie parti del corpo, ipotizzando un suicidio. L’indagine è ora coordinata dalla vice-procuratrice generale Martha Mancera che – secondo quanto riporta l’Ansa – ha affermato di stare “esplorando tutte le ipotesi” e di aver dato massima priorità a questo caso. Parallelamente, anche le Nazioni Unite hanno avviato una propria indagine interna, lavorando da vicino con la procura colombiana e con l’ambasciata italiana a Bogotà.
L’ipotesi del suicidio è stata immediatamente scartata da chi conosceva Mario e il difficile contesto in cui lavorava. In un’intervista a Repubblica, la madre ha detto: “Vogliamo la verità. Nostro figlio era impaurito, molto. Non mi rassegno alla scena del suicidio di mio figlio in Colombia. Lo Stato italiano deve ascoltarci, deve aiutarci a scoprire la verità. (…) Non è possibile che il nostro Mario, un brillantissimo viaggiatore del mondo e osservatore dell’Onu, si sia tolto la vita”.
A rifiutare in maniera categorica questa ipotesi è anche la giornalista investigativa Claudia Julieta Duque, che aveva avuto modo di stringere amicizia con Mario quando il giovane faceva il volontario per l’ONG PBI, organizzazione che accompagna difensori e difensore dei diritti umani a rischio in zone di conflitto. Duque, una delle attiviste accompagnate da PBI, è da anni sotto costante minaccia, presa di mira dai servizi segreti colombiani da quando aveva iniziato a investigare sull’omicidio di un giornalista nel 2001.
“L’ipotesi del suicidio è inverosimile per chi conosce la tua vitalità, il tuo sorriso, e le tue critiche verso la Missione Onu”, scrive Duque rivolgendosi all’amico. “Il tuo amore verso la vita si contraddice con l’idea che possa aver scelto di suicidarti in un luogo così lontano dai tuoi amici, dalla tua famiglia, dagli affetti e da Napoli, la terra della tua anima”.
Secondo quanto riportano Duque e altri media, nelle ultime settimane Mario avrebbe confidato alla madre e agli amici di essere seriamente preoccupato. Il 10 luglio aveva avuto un’accesa discussione con i suoi capi, si sentiva “disgustato” e aveva detto di non sentirsi al sicuro, tanto da aver rafforzato le misure di sicurezza nella propria abitazione. Il contratto di Mario sarebbe scaduto il 20 agosto, ma aveva deciso di anticipare il viaggio. Proprio il 15 luglio, giorno in cui è stato trovato morto, sarebbe dovuto andare a Bogotà per iniziare le pratiche per il viaggio di ritorno.
Mario Paciolla, sognatore
Sognatore, militante, attivista, poeta, artista, giornalista. Così viene descritto Mario Paciolla da chi l’ha conosciuto. Sotto anonimato per ragioni di sicurezza, una sua amica dalla Colombia lo ricorda così a Valigia Blu:
“È la determinazione e la lealtà che hai dimostrato nel difendere ciò che ti sembrava giusto che mi viene in mente quando ripenso a te. Ti vedo ancora impegnato in una di quelle discussioni appassionate che ti sono sempre piaciute tanto e che costringevano chi ti stava vicino a interrogarsi e a ripensare alle proprie certezze. Parlavi sempre di tutto con profondità e sincerità; leggevi, ascoltavi, osservavi e riflettevi, perché più di ogni altra cosa cercavi di capire. Hai voluto capire fino in fondo la violenza, capire questo conflitto che infuria da tanti anni, per sostenere nel modo più appropriato gli sforzi di pace in cui credevi. E lo stavi facendo in modo brillante. Il tuo impegno e il tuo idealismo sono stati la tua più grande forza, perché ti hanno impedito di arrenderti anche quando gli altri non ci credevano più. Sei stato instancabilmente con chi cercava la verità, con chi lottava per la giustizia, con chi consegnava le armi e si impegnava a invertire il corso della violenza. E tutto questo con un’umiltà di cui pochi sarebbero capaci. Mario, tu che irradiavi tanta vitalità, non ti saresti mai suicidato, non avresti mai rinunciato a tutto ciò in cui credevi. Puoi essere certo che continueremo a lottare per questo paese che avevi tanto amato, spinti dal ricordo ardente della bellezza e della poesia che segnava ogni tua battaglia”.
Come scrivono gli amici e le amiche nella pagina Facebook “Giustizia per Mario Paciolla”, Mario era un “cittadino del Mondo e con un cuore enorme. Sempre disponibile per gli altri ed impegnato nella quotidiana missione di aiutare chi ha avuto meno fortuna nella vita”.
Laureato in Scienze politiche all’Orientale di Napoli, Mario Paciolla lavorava da anni all’estero e aveva vissuto in India, Giordania e Argentina prima di trasferirsi in Colombia. Dal 2018, all’interno della Missione Onu, Mario si occupava di un programma di reinserimento sociale per ex-guerriglieri, partecipava spesso a incontri con le autorità locali, e con il suo lavoro di monitoraggio sul campo contribuiva alla stesura dei report della Missione. Tra i vari progetti seguiti, quello di “Remare per la pace”, con cui aveva portato un gruppo di ex-guerriglieri a una gara mondiale di rafting in Australia.
Gli Accordi di pace tra il governo colombiano e le Farc
Gli Accordi di pace tra il governo colombiano e le Farc sono stati ratificati nel novembre 2016, sotto il governo di Juan Manuel Santos, dopo lunghe e difficili trattative. La firma ha posto ufficialmente fine a una brutale guerra civile durata 52 anni e che ha causato più di 260mila vittime, oltre a 80mila desaparecidos i cui cadaveri non sono mai stati rinvenuti e milioni di sfollati interni che hanno perso la propria casa a causa del conflitto.
Ma si tratta di una pace fragile, che esiste solo sulla carta e che tarda a diventare realtà. Le autorità colombiane infatti – per incapacità, mancanza di volontà politica, o spesso per complicità – non riescono a controllare e pacificare il paese, dove il vero potere sta nelle mani di una complessa rete di paramilitari, narcotrafficanti, organizzazioni criminali, gruppi armati legali e illegali, guerriglieri, imprenditori e politici collusi. Sono questi gruppi, con alleanze spesso mutevoli, a controllare la produzione e il traffico di cocaina, schizzato alle stelle in seguito alla firma degli Accordi, il traffico di armi, e lo sfruttamento delle risorse naturali come minerali preziosi, legname e petrolio.
A farne le spese sono la popolazione civile e soprattutto quelle persone considerate “scomode”: sindacalisti, leader indigeni, campesinos, attivisti e attiviste per i diritti umani. Secondo l’ultimo report pubblicato dall’Istituto di Studi per lo Sviluppo e la Pace (Indepaz), dalla firma degli Accordi di pace al luglio 2020 sono stati assassinati 971 difensori e difensore dei diritti umani. Di questi, 95 sono stati uccisi dall’inizio della pandemia. Come denunciano le ONG che si occupano di diritti umani, gli attivisti – obbligati a restare soli e confinati nelle proprie case – sono infatti divenuti un bersaglio ancora più facile.
Nell’ultimo rapporto sulla Colombia dell’ex-Relatore Speciale dell’ONU, Michel Forst, pubblicato nel 2019, si legge che “la maggioranza dei difensori e delle difensore dei diritti umani è in pericolo”. Tra le cause strutturali di questi attacchi, si citano la mancanza di volontà politica e di finanziamenti per l’attuazione dell’accordo di pace, l’aumento della violenza perpetrata da gruppi armati legali e illegali, e l’altissimo livello di impunità.
Come spiega un report a cura di alcune ONG italiane che fanno parte della rete “In Difesa Di, per i diritti umani e chi li difende”, la situazione è ulteriormente peggiorata sotto la presidenza di Iván Duque, eletto nel 2018. Mancano i fondi per l’implementazione degli Accordi, ma soprattutto manca la volontà politica: non è un caso che Duque abbia nominato come direttore del Centro nazionale per la memoria storica Darío Acevedo, uno storico negazionista del conflitto armato interno colombiano, e che abbia fatto entrare nella squadra di governo diversi generali coinvolti in gravi violazioni dei diritti umani.
Come si legge nel report, nei territori lasciati liberi dalle Farc sono avanzati rapidamente gruppi di paramilitari e di narcotrafficanti. I paramilitari di estrema destra, che secondo i dati del Centro Nazionale per la Memoria Storica sono stati i responsabili della maggior parte dei crimini perpetrati durante la guerra civile, non sono mai stati smobilitati.
“Appare sempre più evidente la mancanza di volontà politica per portare pace nel paese”, dice a Valigia Blu Monica Puto, referente per la Colombia di Operazione Colomba. “L’Accordo di pace, uno tra i più belli scritti sulla carta nella storia dell’umanità – è stato ridotto in briciole, a cominciare dai punti fondamentali come la riforma agraria o lo smantellamento dei gruppi paramilitari. Il governo continua a negarne l’esistenza. Ma in qualunque modo li vogliamo chiamare – neoparamilitari o Bacrim [ndr, acronimo per bande criminali emergenti] – quello che è certo è che ogni angolo della Colombia è stato occupato da questi gruppi non appena si sono ritirate le Farc e sono quotidiani gli scontri armati, gli omicidi, le vittime tra i civili, le violenze”.
Inoltre si sono arenati i negoziati con l’altro gruppo armato ribelle, l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) e anche la smobilitazione delle Farc procede con difficoltà. La maggior parte dei guerriglieri ha accettato di lasciare le armi, permettendo la trasformazione delle Farc in un partito politico, con lo stesso nome ma il cui acronimo sta oggi per Forza Alternativa Rivoluzionaria del Comune. Tuttavia alcuni gruppi di dissidenti, attivi in particolar modo nel dipartimento di Caquetá dove viveva Mario Paciolla, non hanno mai accettato gli Accordi.
La lotta contro i guerriglieri inoltre è spesso divenuta pretesto per ulteriori violazioni dei diritti umani. Nell’agosto 2019, nelle campagne intorno a San Vicente del Caguán il governo autorizzò un’operazione militare contro l’accampamento di un fronte dissidente delle Farc. Nell’attacco, definito “operazione impeccabile” dal presidente Iván Duque, morirono 18 minori. Secondo il sito Colombia Reports, dal 2016 sono stati uccisi 219 ex-combattenti che avevano deposto le armi.
La giornalista Duque scrive che Mario Paciolla, che aveva seguito da vicino la vicenda, aveva espresso la sua indignazione, “per un’organizzazione che nel suo report del 2019 aveva dedicato solo un paragrafo di sei righe a un bombardamento militare in cui erano morti 18 bambini e bambine reclutati dai dissidenti delle Farc”.
E aggiunge Duque, rivolgendosi a Mario: “So che ti disturbava il tono delicato dei report dell’ONU, la complessa relazione di alcuni funzionari con le forze dell’ordine, i civili contrattati dalle forze militari, l’atteggiamento passivo della Missione di fronte ai bombardamenti contro i civili nel sud del Meta e l’aumento degli omicidi mirati contro gli ex-guerriglieri delle Farc”.
In questo difficile contesto, ciò che faceva Mario – prima come volontario di PBI e poi all’interno della Missione – era un lavoro delicato, complesso ma estremamente prezioso per le comunità locali.
“L’accompagnamento internazionale è fondamentale per garantire sicurezza a tutte quelle comunità e persone che, per il loro lavoro di tutela dei diritti umani, corrono altissimi rischi. Con l’accompagnamento internazionale cerchiamo di disincentivare le violenze e mettere queste persone in grado di svolgere il loro lavoro. E per chi ‘accompagna’, è un vero e proprio onore mettersi affianco di chi arriva a mettere a repentaglio la propria vita per i propri ideali, per i propri valori, per la costruzione della pace”, dice Puto a Valigia Blu.
Verità e giustizia per Mario
Dal momento in cui in Italia è arrivata la notizia della morte di Mario, gli amici e la società civile hanno lanciato diverse iniziative per far luce sulla vicenda e tenere alta l’attenzione. La petizione su Change, lanciata dagli amici e dalle amiche di Mario, ha già raccolto quasi 60mila firme. Oltre 500 adesioni anche all’appello di Europaz, una rete di accademici e ricercatori nata a sostegno degli Accordi di Pace, in cui si chiede un’indagine indipendente, verità e giustizia per Mario.
Da Napoli è subito partita una forte mobilitazione e giovedì 30 luglio si terrà un evento pubblico di commemorazione. Il sindaco Luigi de Magistris ha dichiarato che “Napoli è protagonista in questo momento per la ricerca della verità e per fare giustizia su questa morte assurda di un ragazzo impegnato fortemente per i suoi ideali”.
Sono state inoltre presentate diverse interrogazioni parlamentari, tra cui quella di Sandro Ruotolo e di Erasmo Palazzotto. Il ministro degli Esteri Luigi di Maio, ha assicurato il massimo impegno della Farnesina “per un caso che ha coinvolto un giovane brillante impegnato in una missione delicata”.
Numerosi anche i messaggi dalla Colombia, dove chiunque lo abbia conosciuto si sta impegnando a cercare giustizia. Scrive Duque a Valigia Blu: “Mario era un appassionato di musica salsa, di film classici, di poesia, di calcio, e amava le persone sensibili. Un uomo curioso, un investigatore inquieto, un sognatore che credeva la pace fosse possibile. È stato questo sogno che lo ha portato in Colombia, prima come accompagnatore di Peace Brigades International e poi con la Missione delle Nazioni Unite.
È stato questo sogno che gli è costato la vita. Mario è la faccia di tutti quegli uomini e donne che fanno accompagnamento sul campo, e che mettono a repentaglio le proprie vite per salvare le nostre. Mario non è morto: Mario lo hanno ucciso. Questo crimine segna uno spartiacque, c’è un prima e c’è un dopo. E lascia in una terribile condizione di vulnerabilità tutti coloro che, come lui, vengono in Colombia come volontari o come osservatori internazionale. La mia promessa per Mario, e per tutti, è arrivare alla verità e ottenere giustizia”.