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sabato 23 maggio 2026

Dal G8 di Genova all’algoritmo - Italo Di Sabato

Un saggio breve che chiarisce le tappe attraverso cui l’emergenza securitaria si è fatta controllo permanente e preventivo. Da leggere per capire come la repressione del dissenso, dal G8 di Genova in poi, non sia più un’eccezione, ma la regola che sostituisce la politica e costruisce il mondo nuovo in cui siamo


Il G8 di Genova del luglio 2001 non è stato una parentesi eccezionale nella storia repubblicana italiana, né un semplice episodio di cattiva gestione dell’ordine pubblico. Genova è stata una soglia storica e politica. Un laboratorio. Un punto di condensazione in cui si sono manifestate in forma estrema trasformazioni che covavano già da tempo dentro le democrazie occidentali: la militarizzazione del conflitto sociale, la centralità crescente degli apparati di sicurezza, l’espansione dello Stato penale e la progressiva ridefinizione del dissenso come minaccia all’ordine pubblico.

Le violenze della Diaz, le torture di Bolzaneto, l’uccisione di Carlo Giuliani, la sospensione materiale di diritti costituzionali fondamentali non furono soltanto il prodotto di singoli abusi o di una degenerazione improvvisa. Quelle giornate resero visibile una mutazione più profonda: il passaggio dalla gestione politica del conflitto alla sua amministrazione poliziesca e militare.

Per comprendere Genova occorre sottrarsi sia alla retorica istituzionale dell’“errore”, sia a una lettura dei fatti puramente memoriale o simbolica. Il cosiddetto movimento “noglobal” non fu semplicemente sconfitto in piazza. Fu colpito da un dispositivo politico, mediatico, militare e poliziesco costruito per stroncare la possibilità che quel ciclo di mobilitazioni producesse un salto di scala globale. Dopo Seattle, Praga, Göteborg e Napoli, le élites politiche ed economiche occidentali avevano ormai compreso che stava emergendo un movimento transnazionale capace di mettere in discussione le fondamenta stesse della globalizzazione neoliberale. Il G8 di Genova ha rappresentato la risposta a questa minaccia percepita.

Negli anni successivi al G8 è emerso con chiarezza il fatto che a Genova sia stata sperimentata quella che possiamo definire una gestione controinsurrezionale delle piazze. Che consiste non soltanto nella repressione dell’ordine pubblico, ma anche nel considerare il movimento come nemico strategico. La città venne trasformata in uno spazio militarizzato: zone rosse, recinzioni, checkpoint, controllo capillare del territorio, separazione fisica tra governanti e governati, concentrazione di reparti speciali, presenza di strutture militari e di intelligence. La logica non era quella della mediazione democratica del conflitto, ma quella della neutralizzazione preventiva del nemico interno.

Una logica che non nasce dal nulla, ma è il prodotto di trasformazioni profonde iniziate già negli anni Ottanta e Novanta, dentro la crisi dello Stato sociale e dentro l’affermazione del neoliberismo globale. La destrutturazione del mondo del lavoro, la precarizzazione, l’indebolimento dei sindacati, la privatizzazione dei servizi pubblici, l’aumento delle disuguaglianze e la frammentazione sociale modificano radicalmente anche il ruolo dello Stato. Mentre arretra sul terreno della protezione sociale, lo Stato rafforza progressivamente la propria funzione coercitiva. Alla crisi della mediazione politica si risponde con l’espansione del controllo penale, della sorveglianza e dei dispositivi di sicurezza.

È dentro questo quadro che si afferma progressivamente lo Stato penale. Le istituzioni non intervengono più prioritariamente per ridurre le cause materiali dell’insicurezza sociale, ma per amministrarne gli effetti attraverso polizia, carcere e controllo. Povertà, marginalità, migrazione, conflitto sociale e devianza vengono progressivamente trattati come problemi di sicurezza. Il neoliberismo produce insicurezza sociale e contemporaneamente costruisce apparati repressivi destinati a governarla. Genova è, precisamente, il punto in cui questo nuovo paradigma si manifesta in modo spettacolare e violento.

Dopo il G8 cambia il modo di pensare il conflitto sociale. Le piazze non vengono più considerate uno spazio di espressione democratica di interessi e contraddizioni collettive, diventano un problema di sicurezza. Il dissenso non viene più interpretato come fenomeno politico ma come rischio da prevenire. La figura del manifestante tende progressivamente a sovrapporsi a quella del soggetto potenzialmente pericoloso.

Questa trasformazione si accelera ulteriormente dopo l’11 settembre 2001. La “guerra al terrorismo” produce una gigantesca riconfigurazione globale delle politiche securitarie. Il confine tra guerra esterna e ordine pubblico interno si assottiglia sempre di più. La categoria della “guerra asimmetrica” permette di trattare fenomeni diversi — terrorismo, radicalismo politico, movimenti sociali, immigrazione, marginalità urbana — come parti di un’unica minaccia all’ordine. Il nemico non è più soltanto fuori dai confini dello Stato. È interno, mobile, diffuso, potenzialmente invisibile.

Qui emerge una continuità decisiva tra Genova e il presente. Le logiche sperimentate durante il G8 non sono rimaste confinate a quell’evento. Sono diventate, progressivamente, modalità ordinarie di governo del disordine sociale.

I decreti sicurezza e le normative securitarie approvate nel corso degli anni non rappresentano quindi una rottura improvvisa, ma l’approdo coerente di una lunga trasformazione. Daspo urbani, zone rosse, fogli di via, fermo preventivo, sorveglianza speciale, criminalizzazione dei blocchi stradali, flagranza differita, restrizioni amministrative contro chi manifesta, ampliamento dei poteri prefettizi e questorili: tutto questo compone un modello fondato sull’anticipazione del conflitto.

La repressione contemporanea non interviene più soltanto dopo l’azione, ma prima. Non colpisce soltanto ciò che una persona ha fatto, ma ciò che potrebbe fare. È il passaggio dal diritto penale del fatto a una logica preventiva fondata sulla pericolosità sociale, sul sospetto e sulla profilazione.

L’emergenza diventa così tecnica ordinaria di governo. Terrorismo, mafia, immigrazione, degrado urbano, ultras, rave, proteste ambientaliste, lotte territoriali, conflitto sociale: ogni fenomeno viene trasformato in emergenza securitaria. Ogni emergenza giustifica nuovi strumenti repressivi. Ogni crisi diventa occasione per ampliare poteri di polizia e restringere libertà democratiche. Ma questa trasformazione non riguarda soltanto le leggi. Riguarda le culture operative, il “sapere di polizia”, la formazione degli apparati coercitivi e la stessa idea di sicurezza.

Nei manuali e nei discorsi istituzionali la folla viene spesso rappresentata come corpo irrazionale, suggestionabile, emotivo, potenzialmente violento. I manifestanti vengono distinti tra “pacifici” e “facinorosi”, tra dissenso accettabile e dissenso illegittimo. Ma questa distinzione serve soprattutto a stabilire quali forme di conflitto siano compatibili con l’ordine esistente e quali debbano essere neutralizzate.

La depoliticizzazione del conflitto è una delle principali funzioni della governance securitaria contemporanea. Se una lotta viene privata delle sue ragioni sociali può essere trattata come semplice disordine. Se una piazza viene descritta come rischio, può essere militarizzata. Se il dissenso viene assimilato alla minaccia, la repressione può essere presentata come difesa della democrazia.

Questa trasformazione si accompagna a un processo molto più ampio: la progressiva fusione tra logiche militari e logiche poliziesche. Dagli anni Novanta in poi si sviluppa infatti la militarizzazione delle polizie: le missioni internazionali di “peace keeping”, le guerre “umanitarie”, la dottrina della Revolution in Military Affairs, le pratiche controinsurrezionali sperimentate all’estero rientrano progressivamente dentro la gestione della sicurezza interna. Tecniche, linguaggi, equipaggiamenti e culture operative si contaminano. L’ordine pubblico viene sempre più pensato secondo paradigmi militari. Allo stesso tempo le forze armate assumono funzioni di controllo del territorio, pattugliamento urbano e gestione della sicurezza civile.

Anche il reclutamento cambia profondamente. In Italia, dagli anni Duemila, una parte crescente degli ingressi nelle forze di polizia proviene direttamente dall’esercito. Questo produce una trasformazione culturale significativa: ethos militare, spirito di corpo, verticalità gerarchica, logiche di obbedienza e visione antagonistica del territorio penetrano sempre più dentro le pratiche di polizia. Diversi studi e testimonianze parlano apertamente di remilitarizzazione delle forze dell’ordine e di indebolimento della cultura democratica prodotta dalla smilitarizzazione del 1981.

Dentro questo quadro, Genova appare quasi come un punto di anticipazione storica. Le tecniche di guerra applicate alle piazze — saturazione del territorio, uso massiccio della forza, identificazione preventiva del nemico, impiego di reparti speciali, sospensione di fatto delle garanzie — prefigurano modalità che negli anni successivi diventeranno sempre più diffuse.

Ma oggi esiste un ulteriore salto qualitativo. Le nuove tecnologie repressive non sostituiscono il vecchio apparato coercitivo: lo potenziano e lo rendono più pervasivo. Videosorveglianza, riconoscimento facciale, geolocalizzazione, controllo biometrico, monitoraggio dei social network, banche dati integrate, algoritmi predittivi, intelligenza artificiale applicata all’ordine pubblico costituiscono l’evoluzione contemporanea del sapere di polizia.

L’algoritmo non elimina il manganello, lo precede. La repressione non si limita più a intervenire quando il conflitto esplode; cerca di identificarlo prima, di mapparlo, di profilare i soggetti ritenuti potenzialmente pericolosi, di anticipare i comportamenti collettivi, di prevenire la formazione stessa del dissenso organizzato.

Le nuove architetture algoritmiche non operano più soltanto sul terreno della repressione successiva al fatto. Producono “profili di minaccia” attraverso l’incrocio di dati biometrici, geolocalizzazioni, reti relazionali, cronologie digitali e comportamenti considerati anomali rispetto a una norma statistica. Il problema non è soltanto l’estensione della sorveglianza, ma la trasformazione della correlazione in sospetto e del sospetto in dispositivo operativo. In questo paradigma il rischio precede il reato e tende progressivamente a sostituirlo.

Questo salto è emerso con forza anche nelle recenti inchieste sulle tecnologie di sorveglianza utilizzate nello Xinjiang e nei Territori palestinesi occupati. In questi contesti, sistemi di riconoscimento facciale, raccolta biometrica di massa, software predittivi e piattaforme integrate di controllo vengono sperimentati su popolazioni considerate permanentemente sospette o potenzialmente ostili. Dai Territori palestinesi allo Xinjiang, le tecnologie di sorveglianza contemporanee mostrano come la controinsurrezione coloniale anticipi spesso il futuro dell’ordine pubblico interno. Le pratiche sviluppate in spazi eccezionali tendono progressivamente a diffondersi anche dentro le democrazie occidentali.

Il controllo contemporaneo non si esercita più soltanto attraverso la presenza fisica della polizia o l’intervento repressivo dello Stato. Si incorpora nelle infrastrutture tecnologiche della vita quotidiana. Telecamere intelligenti, piattaforme digitali, sistemi biometrici, cloud, algoritmi predittivi e banche dati integrate non rappresentano strumenti neutri utilizzabili in modi differenti, ma architetture di potere che ridefiniscono i rapporti tra cittadini, mercato e apparati coercitivi.

La sicurezza tende così a trasformarsi da funzione amministrativa in infrastruttura permanente della società. Questo è uno dei punti decisivi della fase contemporanea: non esiste più una distinzione netta tra infrastruttura tecnologica e infrastruttura repressiva. Le grandi piattaforme digitali, i sistemi di raccolta dati, il cloud computing, i satelliti, l’intelligenza artificiale e i software di analisi predittiva sono ormai parte integrante degli apparati di sicurezza contemporanei. Le corporation tecnologiche non rappresentano semplicemente soggetti economici privati, ma attori geopolitici che partecipano direttamente alla produzione di nuovi dispositivi di controllo sociale. In questo senso, il potere algoritmico non coincide soltanto con una trasformazione tecnica del controllo: ridefinisce il rapporto stesso tra Stato, mercato e sovranità.

La sorveglianza contemporanea non è neutrale. Non si limita a osservare la realtà: la organizza secondo categorie di rischio. Decide quali quartieri siano problematici, quali corpi siano sospetti, quali reti sociali vadano monitorate, quali soggetti debbano essere fermati in anticipo.

È la vecchia logica del controllo preventivo tradotta nel linguaggio della tecnologia. La differenza è che oggi questa logica può diventare molto più capillare, invisibile e automatizzata, e la sorveglianza permanente non agisce soltanto sui comportamenti, ma tende progressivamente a modellare le soggettività.

La forza delle nuove tecnologie di controllo non risiede soltanto nella loro capacità coercitiva, ma nella loro progressiva normalizzazione sociale. La sorveglianza viene interiorizzata come protezione, la tracciabilità come comodità, il monitoraggio permanente come condizione naturale della sicurezza. In questo senso il potere algoritmico contemporaneo realizza una forma di disciplinamento ancora più profonda: non impone soltanto obbedienza, ma produce adesione culturale al controllo stesso. Il Panopticon contemporaneo funziona anche attraverso l’abitudine alla sorveglianza e la costruzione di un consenso diffuso attorno alla necessità del monitoraggio permanente.

La repressione contemporanea non controlla soltanto i corpi. Produce paura, isolamento, autocensura, adattamento preventivo. Ridefinisce i confini di ciò che può essere detto, fatto, organizzato. Trasforma la sicurezza in una pedagogia politica.

In questo quadro, il conflitto sociale non viene più considerato un elemento fisiologico della vita democratica, cioè l’espressione di contraddizioni materiali, disuguaglianze, bisogni collettivi e domande politiche che richiederebbero mediazione, redistribuzione e trasformazione sociale. Viene progressivamente reinterpretato come fattore di instabilità da contenere e neutralizzare. Allo stesso modo, la marginalità sociale smette di essere letta come il prodotto di processi economici e politici — precarizzazione del lavoro, impoverimento, segregazione urbana, smantellamento del welfare — e viene invece trattata come questione di rischio, degrado e sicurezza urbana.

Dentro questa trasformazione, anche il dissenso cambia statuto: non è più qualcosa che le istituzioni affrontano sul terreno del confronto politico, ma un fenomeno da monitorare preventivamente attraverso strumenti amministrativi, dispositivi di sorveglianza e pratiche di polizia sempre più invasive. L’eccezione non rappresenta più una risposta temporanea a situazioni straordinarie, ma una modalità ordinaria di governo. Invece di intervenire sulle cause strutturali delle tensioni sociali, lo Stato tende sempre più ad amministrarne gli effetti attraverso apparati coercitivi, controllo territoriale, espansione del diritto penale e tecnologie di sorveglianza.

La sicurezza assume allora una funzione sostitutiva della mediazione politica: non serve tanto a costruire condizioni di maggiore giustizia sociale, quanto a garantire la governabilità di società attraversate da crescenti disuguaglianze, frammentazione e impoverimento. È in questo senso che il rafforzamento degli apparati repressivi non appare come un’anomalia o una degenerazione esterna alla democrazia contemporanea, ma come uno dei modi attraverso cui essa tenta di stabilizzarsi nella fase neoliberale.

La crisi del welfare novecentesco non produce soltanto più repressione, ma una diversa modalità di governo. La società algoritmica non mira a integrare universalmente, ma a classificare, gerarchizzare e filtrare. Alcuni soggetti vengono considerati meritevoli di protezione, altri destinatari permanenti di monitoraggio, sospetto e controllo. Il vecchio disciplinamento sociale lascia progressivamente spazio a una gestione differenziale delle vite, dove sicurezza, tecnologia e disuguaglianza si rafforzano reciprocamente.

È qui che la continuità tra Genova, decreti sicurezza e tecnopolizia diventa pienamente leggibile. Genova ha mostrato la possibilità della sospensione materiale dei diritti dentro una democrazia occidentale. I decreti sicurezza hanno trasformato quella logica in architettura normativa permanente. Le nuove tecnologie stanno trasformando quella stessa razionalità repressiva in infrastruttura ordinaria della vita sociale. Tutto ciò non riguarda soltanto la violenza poliziesca nelle piazze, ma la trasformazione della democrazia contemporanea. La vera continuità storica tra Genova e il presente è precisamente questa: la progressiva trasformazione del governo democratico in governo securitario. E dentro questa trasformazione, il problema non è soltanto l’abuso. È il modello di società che quell’abuso rende possibile e contribuisce a riprodurre.


Note

1.      Sul carattere di laboratorio repressivo del G8 di Genova e sulla gestione militarizzata dell’ordine pubblico si vedano: Libro bianco repressione e diritto al dissenso; Salvatore Palidda, 20 anni dopo: cosa imparare dalla sconfitta al G8 di Genova; Donatella della Porta, Herbert Reiter (a cura di), Polizia e protesta. L’ordine pubblico dalla liberazione ai “no global”.

2.      Sulla costruzione del movimento alterglobalista come “nemico interno”, sulla gestione controinsurrezionale delle piazze e sulla dissoluzione del confine tra sicurezza interna e guerra asimmetrica si veda Marco Grispigni, Figli della stessa rabbia. Lo scontro di piazza nell’Italia repubblicana.

3.      Sul rapporto tra neoliberismo, destrutturazione sociale ed espansione dello Stato penale: Emilio Santoro, Le politiche penali dell’era della globalizzazione; Loïc Wacquant, Dallo Stato sociale allo Stato penale; Simone Lucido, Tutti dentro. Dallo Stato sociale allo Stato penale.

4.      Sul concetto di “emergenzialismo strutturale” e sulla trasformazione dell’eccezione in tecnica ordinaria di governo si vedano: Giorgio Agamben, Stato di eccezione; Libro bianco repressione e diritto al dissenso.

5.      Sulla depoliticizzazione del conflitto sociale e sulla costruzione del dissenso come problema di ordine pubblico si vedano Enrico Gargiulo, L’Idra dalle molte teste: le folle nel sapere di polizia e Prevenire il dissenso.

6.      Sul sapere di polizia come dispositivo di classificazione delle soggettività sociali e sulla rappresentazione patologizzante delle folle: Enrico Gargiulo, Sul sapere di polizia e sulle sue ambiguità; Salvatore Palidda, Polizie, insicurezze e sicurezza in Italia.

7.      Sulla continuità tra autoritarismo e democrazia nelle società contemporanee, sul “governo del disordine” e sul ruolo strutturale della repressione nelle società neoliberali si vedano Salvatore Palidda, A proposito del ripetersi delle violenze delle polizie e Polizie, insicurezze e sicurezza in Italia.

8.      Sulla militarizzazione delle polizie, la poliziescizzazione dei militari e la fusione tra logiche di guerra e ordine pubblico: Charlie Barnao, Pietro Saitta, Gli abusi delle forze di polizia e la “civilizzazione della guerra”.

9.      Sul reclutamento di ex militari nelle forze dell’ordine italiane, sulla remilitarizzazione culturale della polizia e sull’indebolimento della cultura democratica prodotta dalla smilitarizzazione del 1981: Charlie Barnao, Pietro Saitta, Gli abusi delle forze di polizia e la “civilizzazione della guerra”; Salvatore Palidda, Polizie, insicurezze e sicurezza in Italia.

10.  Sulla funzione pedagogica e disciplinare della violenza poliziesca, sul rapporto tra autorità, obbedienza e repressione e sull’interiorizzazione del controllo: La polizia che punisce; Stanley Milgram, Obedience to Authority.

11.  Sulle tecnologie di sorveglianza contemporanee, il riconoscimento facciale, la governance algoritmica e il controllo predittivo delle popolazioni: David Lyon, Surveillance Studies; Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza; Didier Bigo, Anastassia Tsoukala, Terror, Insecurity and Liberty.

12.  Sul passaggio dal diritto penale del fatto al diritto penale del nemico e sulla governance preventiva del rischio: Günther Jakobs, Bürgerstrafrecht und Feindstrafrecht; Luigi Ferrajoli, Diritto e ragione.

13.  Sulla sperimentazione delle tecnologie di sorveglianza nei territori coloniali e militarizzati e sulla continuità tra controinsurrezione esterna e ordine pubblico interno: materiali e inchieste pubblicati su Internazionale n. 1665 relativi allo Xinjiang e ai sistemi di controllo nei territori palestinesi occupati.

14.  Sul rapporto tra infrastrutture digitali, corporation tecnologiche e nuovi dispositivi di potere algoritmico: Francesca Bria, riflessioni sull’“Authoritarian Stack”; articolo “Il potere algoritmico contro la democrazia” pubblicato su Osservatorio Repressione. Il potere algoritmico contro la democrazia

15.  Sull’interiorizzazione sociale della sorveglianza e sulla normalizzazione culturale del controllo: Salvatore Palidda, riflessioni sul panopticon contemporaneo e sulla videosorveglianza come dispositivo di disciplinamento sociale.

16.  Sul rapporto tra crisi del welfare, selezione differenziale delle popolazioni e governo algoritmico delle vite: Loïc Wacquant, Punire i poveri; Emilio Santoro, Le politiche penali dell’era della globalizzazione; materiali su “Spese sociali e spese penali”

da qui

giovedì 2 aprile 2026

Il No non basta - Italo Di Sabato

C’è una lettura tanto diffusa quanto rassicurante della storia recente italiana: quella secondo cui il giustizialismo sarebbe nato come reazione al berlusconismo, come anticorpo morale a una stagione segnata da conflitti di interesse e concentrazione del potere. È una lettura che assolve chi la propone, perché consente di immaginarsi dalla parte giusta della storia. Ed è, proprio per questo, una lettura profondamente sbagliata.

Il giustizialismo non è stato l’antidoto al berlusconismo. Ne è stato, per molti versi, il complemento. Entrambi hanno contribuito a costruire ciò che si può definire un vero e proprio paradigma giudiziario: la progressiva trasformazione della politica in materia penale, del conflitto sociale in questione giudiziaria, della legittimazione democratica in giudizio morale. Non è un processo improvviso, ma una lenta sedimentazione che affonda le radici negli anni Novanta, quando il crollo del sistema dei partiti e l’irruzione di Mani Pulite aprono uno spazio che la politica non riesce più a occupare.

In quel vuoto si afferma una nuova grammatica pubblica. Non si discute più di programmi, ma di imputazioni. Non si costruiscono alternative, ma si attendono sentenze. La politica smette di essere il luogo del conflitto e diventa il teatro del giudizio. Da un lato, il berlusconismo costruisce il proprio racconto sulla delegittimazione della magistratura, trasformando il processo in persecuzione. Dall’altro, si consolida una cultura politica e mediatica che fa del procedimento penale il criterio principale per valutare l’agire pubblico. Sono due movimenti apparentemente opposti, ma in realtà perfettamente simmetrici: entrambi contribuiscono a rendere il giudizio penale il linguaggio dominante della politica.

È in questo passaggio che il giustizialismo rivela la sua natura più profonda: non una semplice posizione giuridica, ma una forma culturale diffusa, quasi un riflesso automatico di una società in crisi. Quando la politica perde credibilità, quando la rappresentanza si svuota e il futuro appare opaco, la domanda di giustizia tende a trasformarsi in domanda di punizione. Non si tratta più di stabilire responsabilità, ma di individuare colpevoli. Non si tratta di comprendere, ma di compensare.

In questo slittamento si inserisce quello che la teoria critica ha definito populismo penale: l’uso del diritto penale come risposta simbolica a problemi che sono in realtà sociali, economici, strutturali. Quando il conflitto scompare dalla scena pubblica, ciò che resta è il capro espiatorio. E la giustizia diventa il luogo in cui una società tenta di elaborare, in forma semplificata, il proprio disagio.

Dentro questo quadro, il ruolo dei media non è secondario. Non si limitano a raccontare i processi: li anticipano, li interpretano, li costruiscono come narrazione. L’indagine diventa verità preliminare, il sospetto si consolida come evidenza, il processo si svolge prima ancora che inizi. È in questo spazio che si comprende la funzione di Marco Travaglio, non come anomalia, ma come interprete coerente di una grammatica già data. Il suo stile – fatto di allusioni, di ricostruzioni insinuanti, di centralità dell’accusa – risponde perfettamente a una domanda sociale precisa: quella di una giustizia immediata, leggibile, emotivamente appagante. Travaglio non inventa il giustizialismo. Lo organizza, lo rende quotidiano, gli dà una forma riconoscibile.

Il punto, tuttavia, non è personale e non riguarda una singola figura, ma un’intera configurazione culturale e politica. L’espansione del paradigma penale si accompagna infatti, quasi sempre, al ritiro dello Stato sociale: quando arretrano le politiche redistributive, avanzano quelle punitive, e il conflitto, invece di essere affrontato nelle sue cause, viene progressivamente spostato su un altro terreno. Non si interviene più sulle radici delle disuguaglianze, ma sui comportamenti che ne derivano, fino a trasformare la questione sociale in una questione criminale.

In questo senso, il giustizialismo non è mai davvero sovversivo. È un dispositivo di stabilizzazione. Offre una compensazione simbolica al posto di un cambiamento reale. Consente di spostare l’attenzione dalla struttura alla colpa individuale, dal sistema al singolo. E così facendo finisce per proteggere proprio ciò che dovrebbe mettere in discussione.

Il berlusconismo ha avuto un ruolo decisivo in questo processo, ma non nel modo in cui spesso lo si racconta. Non è stato solo un fenomeno politico, ma un passaggio di fase. Ha contribuito a consolidare una serie di tendenze che gli sono sopravvissute: la personalizzazione della politica, la spettacolarizzazione del conflitto, la centralità del giudizio morale. La sua fine non ha chiuso quel ciclo. Lo ha semplicemente reso meno visibile, più diffuso, più strutturale.

È dentro questa lunga durata che va letta anche la recente vittoria del No al referendum sulla giustizia. Una vittoria importante, perché respinge una torsione plebiscitaria e difende un equilibrio fragile tra i poteri. Ma sarebbe un errore considerarla risolutiva. Se quel No si limita a conservare l’esistente, senza mettere in discussione il paradigma giudiziario che si è sedimentato in questi decenni, rischia di essere poco più di una pausa. Una pausa dentro lo stesso schema che ha svuotato la politica e riempito il diritto penale di funzioni che non gli appartengono. Una pausa che congela, ma non trasforma. Perché ciò che è in discussione non è soltanto l’assetto delle istituzioni, ma il modo in cui una società ha imparato a pensare sé stessa: attraverso la colpa invece che attraverso il conflitto, attraverso la punizione invece che attraverso il cambiamento. Se il No non diventa l’occasione per rompere questa grammatica, per restituire alla politica il suo terreno e alla giustizia i suoi limiti, allora sarà soltanto un intervallo. Non un’inversione. Non un superamento. E continueremo, ancora una volta, a illuderci di aver fermato una deriva mentre restiamo, in realtà, perfettamente dentro di essa

da qui

lunedì 2 marzo 2026

Votare No al referendum!

Libertà e Giustizia. Dieci ragioni per votare NO al referendum sulla riforma Nordio

Libertà e Giustizia è impegnata nello spiegare i motivi, di forma e di sostanza, per i quali la riforma Nordio è un attacco all’indipendenza della magistratura e non un miglioramento della giustizia. E anzi, di come renda più deboli i comuni cittadini di fronte alla legge. Oltre a essere un rischio democratico complessivo.

  1. La propaganda: la riforma approvata dalla maggioranza viene propagandata – nelle dichiarazioni dei sostenitori del Sì, nelle trasmissioni televisive e sui social, nei manifesti per il Sì che invadono le nostre strade – come “l’occasione per riformare la giustizia”. Niente di meno vero! La legge Nordio interviene sull’organizzazione dell’ordinamento giudiziario e nulla prevede per affrontare – e tantomeno risolvere – i problemi che affliggono il servizio giustizia: non devolve risorse economiche, non pone rimedio alle carenze di organico, non affronta il tema dell’eccessiva durata dei processi, non facilita né semplifica l’accesso alla giustizia. Di questi problemi la legge Nordio non si occupa proprio, eppure vuol far credere il contrario ai cittadini italiani, con una propaganda spudoratamente ingannevole.

Di fronte alle criticità del sistema della giustizia, questo governo si affida ad uno strumento tipico della retorica populista: additare un nemico contro il quale convogliare l’insoddisfazione dei cittadini. Questa volta i capri espiatori sono i giudici, mentre il governo coglie (nelle sue intenzioni) due piccioni con una fava: si disinteressa di problemi complessi e ne addebita la responsabilità ad un potere dello Stato per più versi sgradito.

  1. Il linguaggio: gli esponenti della maggioranza hanno negato con indignazione che la riforma Nordio intenda limitare l’autonomia della magistratura; ma i fatti e le parole degli stessi esponenti dimostrano una costante determinazione a svilire l’operato della magistratura e ad offenderne le istituzioni. La presidente del consiglio non perde occasione per attaccare le decisioni dei giudici, nelle più varie materie, definendole “incredibili”, denunciando presunte “invasioni di campo”, qualificando come “politicizzate” le decisioni a lei sgradite; peraltro senza mai entrare nel merito del perché le decisioni oggetto di critica sarebbero erronee. Sulle dichiarazioni di Nordio andrebbe steso un pietoso velo, tanto risultano insensate e irrispettose; basti pensare ai termini “paramafiosi” e “verminaio” riferiti al Consiglio Superiore della Magistratura, organo presieduto dal Presidente della Repubblica. Tanta ostilità nei confronti della magistratura si spiega solo con l’insofferenza di questo governo per il compito di controllo che alla magistratura spetta anche e necessariamente sull’operato del potere esecutivo.
  2. Il metodo: la legge Nordio, che modifica ben sette articoli della nostra Costituzione (artt. 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 Cost) è stata approvata dal Parlamento con il voto favorevole della sola maggioranza di centro destra; non è stata in alcun modo oggetto di discussione e condivisione con le opposizioni, come sarebbe doveroso per una legge che modifica profondamente l’assetto istituzionale di uno dei poteri dello Stato. Nessun emendamento è stato possibile; questa modalità è tanto più sorprendente se si considera che non vi era alcuna urgenza di intervenire in maniera tanto divisiva e conflittuale in una materia così delicata! Si tratta, palesemente, una legge “contro”: contro la magistratura e contro la Costituzione.
  3. Nel merito – la “separazione delle carriere”: la riforma Nordio è stata presentata come necessaria per distanziare i giudici dai pubblici ministeri, sulla base dell’assunto indimostrato che i primi tendano ad appiattirsi sulle richieste dei secondi;  ciò risulta fattualmente falso: i dati attestano che le richieste dei PM vengono  respinte dai giudici togati nel 50% dei casi. Dunque, non esiste alcuna pregiudiziale pro-accusa.

Inoltre, le carriere di giudici e PM sono già separate, dal momento che la normative vigente consente ai magistrati di cambiare percorso solo una volta nel corso della vita professionale, nei primi dieci anni di attività. E questi spostamenti riguardano ogni anno meno dell’1% dei magistrati. Anche questo argomento a favore della riforma Nordio si dimostra infondato.

Del resto, perché mai il cittadino dovrebbe essere contento di un assetto che veda il pubblico ministero  più autoreferenziale, distante dalla cultura giurisdizionale che, oggi, gli impone di cercare  la verità giudiziaria, una sorta di super poliziotto concentrato solo sull’accusa?

  1. Nel merito – il sorteggio: l’obiettivo fondamentale della legge Nordio è scardinare il sistema di autogoverno della magistratura, disciplinato dagli articoli 104 e 105 della Costituzione e posto a tutela della sua indipendenza. La riforma prevede  di spaccare in due il Consiglio Superiore della Magistratura: uno per i giudici e uno per i PM; ma la volontà di umiliare e depotenziare la funzione dell’autogoverno emerge platealmente dalla modalità indicata per la selezione dei membri dei due CSM: essi verrebbero sorteggiati tra tutti gli appartenenti alla magistratura, anziché eletti come avviene oggi. Come avviene oggi – si badi – per tutti gli organi di autogoverno delle professioni e per le associazioni professionali: per gli avvocati, per i medici, per i commercialisti, per le associazioni degli imprenditori e delle banche. A quando il sorteggio per i Consigli dell’Ordine degli Avvocati? O per il direttivo di Confindustria o di ABI? E’ evidente che la previsione del sorteggio rappresenta uno sfregio, peraltro dalle conseguenze pericolose: gli ipotetici sorteggiati non dovrebbero rendere conto a nessuno delle loro attività e decisioni: non ai loro elettori, non ad una associazione di categoria. E non vi sarebbe alcuna garanzia circa la loro competenza e esperienza. Un’idea balzana, a dire poco.
  2. Nel merito – l’Alta Corte: non paga dello scempio, la riforma Nordio prevede che il potere disciplinare venga sottratto ai CSM e affidato ad una Alta Corte di nuova istituzione. La prima considerazione è che la previsione viola  l’art. 102 della Costituzione, il quale  vieta l’istituzione di giudici speciali, come sarebbe questo; la sola deroga prevista riguarda le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra, estenderla alle decisioni sui  magistrati in tempo di pace sembra davvero oltraggioso! Inoltre, la riforma prevede che le decisioni dell’Alta Corte siano impugnabili solo davanti alla medesima, in violazione del principio dettato dall’art. 111 Cost in base al quale  contro  le sentenze è sempre ammesso ricorso in Cassazione.

Con questa riforma i magistrati sarebbero i soli per i quali il potere disciplinare verrebbe devoluto ad un organo esterno, sottraendolo alla valutazione dei pari, come invece  succede per tutte le categorie professionali.

  1. Il contesto – le leggi di attuazione: la riforma Nordio, se approvata in sede di referendum, dovrà essere attuata o integrata mediante una serie di leggi ordinarie, che il governo sta già predisponendo ma del cui contenuto nulla sappiamo. E’ però già emersa, nelle parole di un esponente di primo piano del governo, la volontà di sottrarre ai Pubblici Ministeri il controllo della Polizia Giudiziaria, mediante legge ordinaria, una volta che la riforma Nordio fosse definitivamente approvata. Si tratta di un obiettivo che suggella la volontà del governo di incidere direttamente sull’esercizio dell’azione penale: se la Polizia Giudiziaria dipende dal governo, è questo che decide quali reati perseguire e quali no. Con le conseguenze in termini di uguaglianza di fronte alla legge che è facile immaginare.
  2. Il contesto – il progetto politico: è ormai ben chiaro che l’attuale maggioranza di governo si propone di stravolgere l’assetto istituzionale della nostra Repubblica: l’autonomia differenziata mira a frammentare e dividere l’unità nazionale, a dispetto della retorica nazionalista vuota di contenuti con la quale la destra si riempie la bocca; la riforma Nordio mira a intimidire la magistratura e ridurla alle dipendenze del governo; il cd “premierato” mira a rafforzare ulteriormente il potere esecutivo, in una situazione nella quale già oggi le decisioni vengono prese mediante decreti che  il Parlamento è chiamato a ratificare, grazie all’uso spropositato del voto di fiducia. La destra vuole insomma “costituzionalizzarsi”, disfacendo l’equilibrio tra i poteri disegnato dalla Costituzione vigente.
  3. Il contesto – il ruolo della magistratura: l’attacco scomposto alla magistratura  che l’attuale governo porta avanti è particolarmente odioso se solo si pone mente al ruolo decisivo che i giudici hanno ricoperto e tuttora ricoprono nella lotta al terrorismo rosso e nero e nel contrasto alla criminalità organizzata, per la quale hanno pagato un prezzo immenso in termini di vite.
  4. Conclusione: alla luce dell’inconsistenza degli argomenti di merito a favore della riforma Nordio, ciò che diviene sempre più evidente è che il governo, nella campagna a favore del Sì,  è mosso principalmente da ostilità nei confronti della magistratura: ha infatti operato, sia quanto al metodo che quanto ai toni usati, una forzatura ingiustificata e controproducente, esasperando il conflitto e formulando nei confronti dei giudici accuse infondate.

E dunque: votiamo NO per difendere la nostra Repubblica e la nostra Costituzione!

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Per un No sociale - Italo Di Sabato

Il referendum sulla giustizia (22-23 marzo) non è una questione tecnica né una disputa tra addetti ai lavori. È un passaggio politico e costituzionale decisivo, perché in quella scheda si concentra un’idea di Paese. La posta in gioco è stata chiarita con una franchezza brutale quando Giorgia Meloni ha detto che vuole giudici che remino nella stessa direzione del governo. Non è un’uscita infelice: è un programma. È l’idea che il controllo sia un ostacolo, che la separazione dei poteri sia un intralcio, che l’autonomia della giurisdizione sia un problema. È un attacco a uno degli architravi della Costituzione: il principio per cui il potere esecutivo non può pretendere obbedienza dagli altri poteri dello Stato.

Per questo il referendum non riguarda solo la magistratura e non riguarda solo la politica. Riguarda la democrazia. Riguarda la libertà. Riguarda la possibilità stessa che esistano limiti al potere di chi governa. E riguarda, soprattutto, la possibilità che chi sta in basso possa difendersi, parlare, dissentire, organizzarsi, lottare. In questo passaggio, sconfiggere il governo non è una formula propagandistica: è un obiettivo democratico concreto, da praticare e far crescere in ogni ambito sociale, politico e culturale. Perché ciò che è in corso non è un normale ciclo politico, ma una torsione profonda: un tentativo di riscrivere i rapporti tra cittadini e istituzioni, tra diritti e forza.

Questo governo è espressione limpida di interessi neocorporativi e di classe. Il suo progetto economico e sociale produce disuguaglianze, concentra ricchezze, restringe il welfare, sposta risorse verso la spesa militare e la logica di guerra, riduce gli strumenti democratici di partecipazione e controllo. Ma un simile progetto non può reggersi solo sulla persuasione. Per far inghiottire a milioni di persone precarietà, lavoro povero, tagli ai servizi, aumento delle disuguaglianze e insopportabile concentrazione della ricchezza serve una leva più antica e più brutale: la repressione.

È qui che la svolta sicuritaria mostra la sua vera natura. Non è una deviazione, non è un eccesso, non è un incidente. È un metodo di governo. L’attacco alla Costituzione e ai diritti si regge su due logiche complementari: la deregolarizzazione dei poteri forti e l’iper-regolamentazione dell’opposizione sociale e dei soggetti deboli. Se ai potenti tutto è permesso, la libertà dei subalterni si riduce. E infatti, mentre si garantiscono spazi sempre più ampi di impunità di fatto a chi sta in alto, si costruisce una rete di norme, reati, aggravanti, decreti e dispositivi emergenziali che colpiscono chi sta in basso e chi prova a contestare. Il decreto sicurezza, come altre misure di questi anni, non è la risposta a un’emergenza reale: è un tassello di un disegno repressivo. L’obiettivo è instaurare, sulle ceneri dello Stato di diritto o di quel poco che ne resta, uno Stato di polizia fondato sulla legislazione d’emergenza permanente.

La criminalizzazione del dissenso non è un effetto collaterale: è il cuore del progetto. Nuovi reati, pene più alte, resistenza non violenta trasformata in reato, carcere usato come strumento di disciplina sociale, decreti contro le Ong, persecuzione della povertà, caccia ai senzatetto, limitazione sistematica della libertà di manifestare e di confliggere. Il messaggio è semplice e spaventoso: se non hai potere economico e mediatico per contare, e provi a contare nelle strade, verrai punito. Il diritto penale viene trasformato in un dispositivo di disincentivo al conflitto sociale. La paura diventa linguaggio di governo. La rassegnazione diventa obiettivo politico. Gli spazi della democrazia collettiva vengono ristretti con la forza.

Dentro questo quadro, la riforma della giustizia non è una misura isolata. È uno snodo centrale, perché mira a stabilire la supremazia dell’esecutivo sull’esercizio della giurisdizione. Vuole orientare e controllare il lavoro dei magistrati e assoggettare i pubblici ministeri al potere politico. La storia dimostra che un simile rapporto tra politica e magistratura si risolve sempre a favore dei poteri forti e a scapito dei soggetti socialmente ed economicamente più deboli. È un meccanismo che non produce “ordine”: produce obbedienza. E produce selezione sociale della repressione. Perché in un Paese in cui lo Stato penale cresce e lo Stato sociale arretra, la giustizia non colpisce mai allo stesso modo. Colpisce chi non ha protezioni, chi non ha risorse, chi non ha accesso ai grandi strumenti della comunicazione e del potere.

Garantismo e antipenalismo

Per questo affrontare il rapporto tra politica e giustizia è imprescindibile. Ma va fatto nel modo giusto, riportando al centro garantismo e antipenalismo, non come bandiere di parte e non come alibi, ma come principi costituzionali. Il garantismo non è un favore ai potenti. È la condizione minima perché la giustizia sia uguale per tutti. È ciò che limita gli errori giudiziari. È ciò che impedisce che il processo diventi una forma di punizione anticipata. È ciò che rende la giustizia un servizio ai cittadini e non uno strumento nelle mani dei poteri forti, come troppo spesso è accaduto. Solo assicurando a tutti il diritto di difesa, l’effettiva parità processuale, la terzietà del giudice e una durata ragionevole dei processi si può superare davvero l’attuale conflitto tra politica e magistratura. E solo così si può difendere la democrazia da una deriva autoritaria.

Dire No, però, non significa difendere lo status quo. Non significa idolatrare la magistratura. Non significa aderire alla narrazione secondo cui il processo penale sarebbe lo strumento naturale del cambiamento politico e morale del Paese. Quella idea, che ha attraversato decenni di storia italiana, è stata una delle cause profonde della trasformazione dello Stato sociale in Stato penale. Ha alimentato l’antipolitica e ha legittimato la scorciatoia per cui, di fronte a problemi sociali e politici, si invoca la repressione e si delega alla giustizia ciò che dovrebbe essere affrontato con diritti, politiche pubbliche, redistribuzione e partecipazione. In quelle stagioni, chi sosteneva che il processo penale dovesse restare un accertamento di reato e non uno strumento di lotta politica è stato emarginato. Eppure aveva ragione. Da quella rimozione è nato un senso comune tossico: che la giustizia debba essere dura, esemplare, vendicativa; che la garanzia sia un intralcio; che i diritti siano un lusso; che la libertà sia sospetta. Oggi paghiamo quella storia. E se non la guardiamo in faccia, la nostra critica sarà formale, sterile, incapace di cogliere la posta in gioco. Non basta dire che questa riforma è sbagliata. Bisogna dire che è sbagliata dentro un disegno più ampio di politiche sicuritarie, di criminalizzazione del conflitto sociale, di uso del diritto penale come governo della paura. O si critica nella sua interezza la finalità repressiva degli interventi legislativi del governo, o la critica resterà un esercizio retorico. E si finirà, ancora una volta, intrappolati nella falsa alternativa tra due blocchi speculari: da una parte chi vuole piegare la magistratura al governo, dall’altra chi usa la magistratura come surrogato della politica e come clava morale, oscillando tra “legge e ordine” e “giustizia esemplare” a seconda del bersaglio. Bisogna rifiutare entrambe le strade.

Questo No deve essere un No sociale, perché ciò che viene colpito non è solo un principio astratto ma la carne viva del conflitto democratico. È un No che parla a chi sciopera, a chi occupa, a chi blocca una strada perché non ha altri strumenti, a chi difende la casa, il lavoro, il territorio, l’ambiente, la scuola pubblica, la sanità. È un No che parla a chi vive precarietà e povertà, a chi subisce fogli di via, denunce, misure preventive, processi costruiti per logorare, isolare, intimidire. È un No che sa che lo Stato di polizia non nasce all’improvviso: nasce quando la repressione diventa normale, quando l’emergenza diventa permanente, quando la libertà viene trasformata in sospetto.

La libertà è conflitto

Non si può ignorare che tutto questo si inserisce in un disegno unitario: la modifica costituzionale sul premierato, che stravolge la forma di governo; la rottura dell’unità del Paese con l’autonomia differenziata, che minaccia i diritti fondamentali; e, in parallelo, l’espansione dello Stato penale, con un governo tra i più giustizialisti degli ultimi anni, capace di istituire decine di nuovi reati e di inasprire continuamente il quadro repressivo. È un progetto complessivo: restringere la democrazia, ridurre i diritti, rafforzare l’esecutivo, punire il dissenso.

Siamo in un passaggio storico in cui la forza si scaglia contro il diritto con la determinazione di contendergli ogni spazio. Non sarà un passaggio breve. E proprio per questo non possiamo essere ingenui. Pensare che questa riforma serva solo a dividere le carriere è un errore. La separazione è stata di fatto già avviata da riforme precedenti, a Costituzione invariata: ormai non c’è più nulla da separare. Qui il punto è un altro: il tentativo di trasformare la giustizia in una funzione subordinata al governo e, insieme, di consolidare un clima politico e culturale in cui il diritto penale diventa la lingua con cui lo Stato parla ai cittadini.

Per questo il No non può essere solo difensivo. Deve essere anche propositivo. Bisogna lavorare a una riforma vera della giustizia che faccia uscire il Paese dall’emergenza infinita e dal panpenalismo dilagante. Una riforma che riduca drasticamente l’area del penale, dimezzi reati e pene, restituisca centralità al diritto di difesa, garantisca davvero la durata ragionevole dei processi, riaffermi la terzietà del giudice, sottragga la giustizia alla propaganda e all’uso politico. Questa è la direzione democratica. Non l’ennesima torsione autoritaria. Non la trasformazione del pubblico ministero in un funzionario al servizio dello Stato di polizia. Non la normalizzazione dell’eccezione.

Dire No significa non accettare un Paese in cui la protesta sociale diventa reato, in cui la povertà viene perseguita e la ricchezza viene protetta. Dire No significa rifiutare lo Stato penale e rivendicare lo Stato sociale. Significa difendere una democrazia in cui la libertà non sia scambiata per sicurezza e in cui la sicurezza non sia usata come pretesto per reprimere. La libertà è conflitto, diritti, garanzie. E oggi difenderle significa costruire un fronte antipenalista largo, determinato, popolare.

Un No sociale, un No costituzionale, un No contro le politiche sicuritarie. Un No per la democrazia, per la giustizia uguale per tutti, per il diritto di dissentire.

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Repressioni fantastiche e dove trovarle: perché votare “NO” - Mario Di Vito

Giorgia Meloni vuole un esecutivo che non risponda a nessuno, né al parlamento, né ai giudici, né all’opposizione. Se vincesse il Sì, sarebbe un passo in più verso l’oppressione totale. Votare No rappresenta una difesa possibile dei diritti fondamentali

Il punto non è la separazione delle carriere. Non è nemmeno il Consiglio superiore della magistratura. Anzi, possiamo arrivare a dire che il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo non riguarda nemmeno la giustizia. Non più di tanto.

La riforma – passata per le vie parlamentari a una velocità che non ha precedenti nella storia repubblicana – si presenta al dibattito pubblico italiano come un regolamento di conti, lo scontro finale di una guerra che durerebbe da un trentennio. Più o meno da Mani pulite, a torto a ragione ritenuto evento fondativo dell’era delle ingerenze dei giudici nella politica. Questo elemento c’è, e probabilmente è quello considerato più importante dai sostenitori del “Sì”, insieme alla banale evidenza del fatto che le riforma costituzionali si fanno sempre perché non costano niente.

Mettere mano alla sanità o alle pensioni ha infatti una ricaduta sul bilancio, con tutti i problemi che ne conseguono. Cambiare la Carta no, vale pochi spiccioli appena.

E però non possiamo non leggere questa riforma nel contesto più generale dell’ingrossamento del codice penale che il governo Meloni porta avanti da quando si è insediato: più reati, più aggravanti, più galera, più facce feroci. Non più polizia però, bizzarramente. Assumere agenti, come sopra, ha un costo, quindi ogni tre che vanno in pensione se ne riprende forse uno. Ma il tema della sicurezza, si sa, è un fatto per lo più di percezione – i reati sono in calo da decenni – quindi la tesi è che basti urlare al cielo che si è pronti a procedere con la massima durezza contro la devianza e la marginalità (i tratti infantili di un sistema che si pretende perfetto) per veder crescere i sondaggi, anche se poi il peso della forza pubblica dispiegabile diminuisce di giorno in giorno.

Qualche tempo fa il ministro Nordio ha rivendicato che il famoso decreto rave, a tre anni dalla sua entrata in vigore, non ha prodotto manco una condanna. Sarebbe effetto della deterrenza, secondo lui, ma pensare che dal 2022 in Italia non si facciano più feste “illegali” è un’evidente assurdità, quindi si può concludere che quel reato alla fine si è rivelato inutile.

Un altro esempio: lo scudo penale per gli agenti di polizia – cioè la loro iscrizione in un registro diverso da quello dei comuni mortali – non avrebbe cambiato nulla della storia dell’omicidio di Abderrahim Mansouri a Rogoredo. L’assistente capo Carmelo Cinturrino sarebbe stato arrestato lo stesso.

Tutto questo per dire che il problema non è “il come”, ma “il perché”. Giorgia Meloni ha evidentemente in testa una repubblica diversa da quella (pur molto imperfetta) che abbiamo adesso e che dovrebbe basarsi sullo strapotere di un esecutivo che non risponde a nessuno – non al parlamento, non ai giudici, non agli oppositori, nemmeno alla realtà – se non al popolo che l’ha messo lì.

Questo referendum ha un ché di plebiscitario: la maggioranza si è votata da sola un testo da sottoporre [alle e, ndr] agli abitanti della nazione per farselo confermare. Gli ultimi sondaggi, per quel che valgono, ci dicono che il piano potrebbe non funzionare (il Paese pare quantomeno diviso), ma tutto per mesi ha remato in quella direzione: anche la volontà di votare il prima possibile, onde evitare una campagna che avrebbe visto – come in effetti sta vedendo – la pressoché inevitabile rimonta dei contrari.

Meno si discute e più si passeggia sereni sulla strada di un consenso costruito a colpi di propaganda. All’inizio, nel quesito referendario, nemmeno erano indicati gli articoli della Carta che cambierebbero (sono sette, non pochi) e lo scopo era sempre lo stesso: sorvolare sul dibattito, evitare le discussioni più complesse, giocare a dire che in fondo non sta succedendo niente. Soltanto una decisione della Cassazione in seguito a un ricorso ha fatto sì che chi andrà a votare potrà anche sapere su cosa lo starà facendo, per la cronaca.

Ma cosa significa separare le carriere dei magistrati requirenti da quelli giudicanti? Significa sottomettere la giurisdizione al governo. Così è in tutti i Paesi in cui vige la separazione (con correttivi e accorgimenti di solito in linea con la storia politica locale), così sarà anche in Italia.

Pure se, come dicono i legulei del Sì, questo non sta scritto da nessuna parte nel testo della riforma. Ma anche in Venezuela, per dirne uno qualunque, la magistratura è “autonoma e indipendente”, solo che poi Alberto Trentini lo libera la presidente Delcy Rodriguez, mica il giudice di Caracas.

Questa sottoposizione si può fare in maniera semplice, con un tratto di penna. Basta togliere al pubblico ministero il ruolo di coordinamento della polizia giudiziaria. Il vicepremier Tajani ha di recente avuto modo di dire che bisognerebbe proprio farlo. Meloni, all’indomani degli arresti per gli scontri di Torino al corteo per Askatasuna, si era spinta un po’ più in là e aveva fatto lei il capo d’accusa: tentato omicidio. Alla faccia della terzietà del giudice: con quanta serenità d’animo la Gip avrà assunto le decisioni che ha assunto sui fermati, mentre aveva sul collo il fiato pesante di una premier che già aveva deciso qual era la cosa più giusta da fare?

La parte della riforma sul Consiglio superiore della magistratura – l’organo di rilievo costituzionale di governo autonomo delle toghe – serve a puntellare questo desiderio di limitare il contropotere della giurisdizione. Sdoppiare il Csm – uno per i giudici e uno per i pm – vuol dire dimezzarne la forza: è aritmetica. Togliergli la competenza disciplinare (una sezione serve proprio a decidere le eventuali sanzioni per i magistrati che, per dolo o negligenza, si comportano in maniera sbagliata) e affidarla a un tribunale speciale – un’Alta corte la cui composizione risulta ancora misteriosa – è rompere l’autonomia di un potere dello Stato. Sorteggiare i consiglieri, infine, è un’umiliazione e basta: persino un tiro di dado vale di più delle idee di chi indossa la toga.

Ma il vero rischio, quello che dovrebbe spaventare sul serio, è che in questo modo il pubblico ministero assurgerebbe al livello di accusatore senza altro compito che perseguire i cattivi soggetti. Una falange di 2.000 super poliziotti che solo quello devono fare: prima punire e poi sorvegliare. Per paradosso, in una situazione così, un controllo politico finirebbe con l’essere addirittura auspicabile.

E così, pur nella consapevolezza che il sistema giudiziario abbia già da adesso dei tratti inquietanti, che di inchieste sbagliate, di teoremi, di persecuzioni, di processi politici ne esistono a bizzeffe, il futuro che si presenterebbe con una vittoria del Sì appare ancora più fosco. Votare No non è una scelta di conservazione dell’esistente, ma una difesa possibile dei diritti fondamentali. Un passo necessario, non una scelta di vita. Perché lo vediamo tutti i giorni quello che il governo fa e non ci sono motivi per ritenere che, in mezzo a una serie di provvedimenti da Stato di polizia, ce ne sia uno – la riforma costituzionale – che invece è un capolavoro di democrazia e liberalismo.

Al contrario, è un passo in più verso l’oppressione totale.

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mercoledì 14 gennaio 2026

Maranza, i figli indesiderati dell’Italia reale - Italo Di Sabato

C’è una parola che la stampa italiana maneggia come fosse un concetto neutro, quando invece è un proiettile: maranza. È diventata un’etichetta pronta all’uso, un marchio di infamia cucito addosso ai giovani razzializzati delle città del nord, l’ennesima invenzione linguistica che serve a riprodurre gerarchie, non a descrivere la realtà. La sua comparsa negli esami pubblici dell’Ordine dei giornalisti non è un errorei: è la prova di un giornalismo che ha interiorizzato, senza più neppure accorgersene, l’ideologia sicuritaria e il dispositivo coloniale che governa l’immaginario nazionale.

L’Italia ha deciso che quei ragazzi – in tuta, con la trap nelle orecchie, col borsello a tracolla, con un islam non addomesticato – non sono parte del paese: sono un disturbo, un rumore di fondo, una minaccia sempre sul punto di materializzarsi. E così la parola maranza è diventata un alibi: un modo per evitare di guardare la verità più semplice e più destabilizzante. La verità che questo paese è già multietnico, multiculturale, multireligioso, e che la sua gioventù non assomiglia più alla favola rassicurante dell’italianità bianca, cattolica e obbediente.

I maranza come specchio del paese che non vuole riconoscersi

La criminalizzazione dei maranza dice molto più dell’Italia che dei ragazzi stessi. Dice che lo Stato, quando incontra ciò che non controlla, non dialoga: reprime. Dice che il giornalismo, invece di interrogarsi sulle proprie responsabilità, cerca categorie etniche con cui giustificare la paura. Dice che la destra, ma anche troppo spesso un centro-sinistra stanco e pavido, ha bisogno di costruire un “nemico interno” per evitare di nominare le contraddizioni del capitalismo neoliberale.

Houria Bouteldja, in Maranza di tutto il mondo uniteviii, lo dice senza mezzi termini: il maranza è la figura che meglio incarna l’espropriazione, la marginalità prodotta dalla fine del ciclo fordista e la razzializzazione intrinseca del progetto nazionale europeo. Ci ricorda che il problema non sono questi giovani, ma l’ordine sociale che li produce e poi li respinge. come scartiiii. Sono loro la parte viva, conflittuale, potenzialmente rivoluzionaria delle nostre metropoli. In loro si incarna ciò che l’Italia non vuole vedere: la genealogia coloniale della propria identità, la violenza strutturale della polizia, la frattura tra chi ha diritto di cittadinanza piena e chi è sempre in condizione di sospensione.

Panico morale: una tecnologia del potere

La costruzione del “maranza” come minaccia è l’ennesima ripetizione di un copione antico. Valerio Marchi lo ha spiegato con lucidità: le società in crisi generano folk devils, capri espiatori utili a scaricare ansie e contraddizioni.

Tommaso Sarti, nel suo Pisciare sulla metropoliiv, mostra quanto questo processo sia oggi raffinato: la parola maranza attiva immediatamente un archivio di stereotipi coloniali, islamofobici, classisti. È sufficiente pronunciarla perché venga evocata una figura compatta e spaventosa, fatta di violenza gratuita, incapacità educativa, rifiuto della modernità.

Nulla di tutto questo corrisponde alla realtà. È la proiezione della nostra paura della periferia, della nostra incapacità di ragionare in termini di conflitto sociale, del nostro rifiuto della complessità. L’Italia non tollera che la sua seconda generazione non voglia più starsene zitta. Non perdona a questi giovani di aver rotto il patto della politesse e di aver scelto la politique: prendere parola, prendere spazio, prendere posizione.

La rivolta come lingua madre

Ogni tentativo di controllare i maranza — dalle ronde fasciste alle crociate moraliste dei talk show — fallisce perché scambia per “devianza” ciò che è in realtà un processo di soggettivazione politica. La cultura trap e drill non è folklore: è un discorso antagonista che parla la lingua della strada e rivendica un diritto fondamentale, quello a non essere normalizzati.

Quando Baby Gang canta “Marocchino”, non sta chiedendo integrazione: sta gettando in faccia al paese il rifiuto di ripulirsi per renderlo tranquillo. Quando i ragazzi citati da Sarti evocano Gaza, Falastin, il bled, non stanno giocando a fare gli “esotici”: stanno costruendo un immaginario politico transnazionale, una genealogia di resistenza che lega Milano, Londra, Parigi, Casablanca. È una cultura che rifiuta la vergogna e ribalta lo stigma in dignità.

In questo senso, la categoria maranza non va solo rifiutata: va riconosciuta come ciò che tenta di essere sotto la superficie della stigmatizzazione. Un noi che non si lascia catturare, una comunità che supera i confini della nazione, una gioventù che smette di chiedere permesso.

La polizia, unica presenza delle istituzioni

Sarti lo mostra senza giri di parole: in tanti quartieri popolari lo Stato non esiste se non in forma repressiva. Non c’è investimento, non c’è cura, non c’è welfare. Ci sono pattuglie, posti di blocco, controlli mirati sui corpi razzializzati.v La violenza che la politica imputa ai maranza è in realtà un riflesso della violenza istituzionale che li circonda.

Il caso di Ramy Elgaml ha messo a nudo questo dispositivo: un ragazzo morto durante un inseguimento, una comunità in strada, e subito la narrazione mediatica pronta a definire “rivolta etnica” ciò che era semplicemente una richiesta di giustizia. Ancora una volta, la colpa non stava nelle azioni dei ragazzi, ma nel fatto stesso che osassero protestare (leggi anche Corvetto, scuole aperte e patti educativi).

Il rimosso coloniale come radice del nostro presente

Il panico morale sul maranza è la conferma dell’incapacità italiana di confrontarsi col proprio passato coloniale. Il paese che si racconta come “buono” rifiuta di vedere che il proprio immaginario è ancora attraversato dall’idea del meticcio come corpo sospetto, da disciplinare o espellere. Per questo la proposta della Lega di “remigrare” le seconde generazioni non è un incidente retorico: è la conseguenza logica di un sistema che definisce l’italianità in chiave etnica.

Bouteldja ha ragione quando dice che la linea del colore è ormai il vero crinale del conflitto politico. Non è sufficiente parlare di sfruttamento senza parlare di razza; non è possibile immaginare un movimento emancipativo che non tenga conto della posizione dei corpi razzializzati nella gerarchia sociale. I maranza non sono un problema da risolvere: sono un segnale che la lotta contro le disuguaglianze oggi passa necessariamente per la decolonizzazione degli immaginari.

Una nuova soggettività per un nuovo spazio politico

L’Italia teme i maranza perché intuisce – confusamente – che attraverso di loro sta emergendo un nuovo soggetto politico. Non un partito, non una minoranza organizzata, ma un insieme di pratiche: occupazione dello spazio pubblico, rifiuto dell’integrazione subalterna, creazione di estetiche proprie, costruzione di reti transnazionali, rifiuto dell’autorità statale, uso della musica come veicolo di teoria politica.

Sono gli eredi inconsapevoli delle lotte anticoloniali, dei movimenti neri, della cultura hip-hop radicale, ma anche della storia operaia italiana che i dominanti vorrebbero cancellare. Non cercano di entrare nel sistema: cercano di incrinarlo dall’interno. Ed è precisamente ciò che questo paese – fondato sulla paura della disobbedienza – non può tollerare.

Portatori di una possibilità

Accettare le tesi di Bouteldja e Sarti significa invertire completamente lo sguardo: non sono i maranza a minacciare l’Italia; è l’Italia a minacciare loro. La loro esistenza denuncia le nostre strutture di dominio: la cittadinanza escludente, il razzismo istituzionale, il controllo poliziesco, l’ipocrisia mediatica, la nostalgia coloniale.

I maranza non devono integrarsi: devono essere riconosciuti come parte del processo di ridefinizione della città contemporanea. Non devono “calmarsi”: devono essere ascoltati. Non devono assimilarsi: devono esistere liberamente, come portatori di una possibilità politica che l’Italia non ha ancora avuto il coraggio di immaginare.

Loro sono già ciò che questo paese finge di non essere meticcio, insubordinato, globale, vivo.Ed è proprio questo che spaventa.


i “Maranza” in una traccia d’esame per i giornalisti. Esposto all’Ordine – https://www.professionereporter.eu/2025/11/maranza-in-una-traccia-desame-per-i-giornalisti-esposto-allordine/
ii Houria Bouteldja – “Maranza di tutto il mondo, unitevi! Per un’alleanza dei barbari nelle periferie” DeriveApprodi, 2024
iii Vincenzo Scalia – Alla ricerca del maranza perduto. Recensione a Houria Bouteldja, in Studi sulla questione criminale online al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2025/05/28/alla-ricerca-del-maranza-perduto-recensione-a-houria-bouteldja-maranza-di-tutto-il-mondo-unitevi-per-unalleanza-dei-barbari-delle-periferie-deriveapprodi-2024/
iv Tommaso Sarti – “Pisciare sulla metropoli. (T)Rap, Islam e criminalizzazione dei maranza” DeriveApprodi, 2025
v Iacopo Cirilli , Recensione di “Pisciare sulla metropoli. (T)Rap, Islam e criminalizzazione dei maranza”, al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2025/12/01/recensione-di-pisciare-sulla-metropoli-trap-islam-e-criminalizzazione-dei-maranza/

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sabato 4 dicembre 2021

Il capro espiatorio e la logica dell’emergenza - Alessandro Ugo Imbriglia e Italo Di Sabato

  

 “Un buon capro espiatorio vale quasi quanto una soluzione”
(A. Bloch)

L’11 novembre, la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, come noto, ha emanato una direttiva per limitare le manifestazioni pubbliche. La ministra, nelle dichiarazioni che hanno accompagnato il provvedimento, ha detto che il disagio causato alle attività commerciali nei centri storici motivasse ampiamente il divieto dei cortei. Per i prossimi mesi, il governo Draghi vieterà, nei centri urbani, i cortei, tutti i cortei. Chiunque voglia manifestare la propria indignazione, nei confronti delle misure adottate dalle forze governative, non potrà farlo nei centri delle città, né a ridosso dei cosiddetti obiettivi sensibili, i quali, tra l’altro, corrispondono, il più delle volte, ai responsabili che hanno determinato le condizioni per cui si manifesta.

Il conflitto sociale viene gestito a partire da una logica preventiva. Non c’è alcuna soglia di tolleranza per le lotte sociali. Ciò avviene nel nome del diritto/dovere a consumare, attraverso l’abuso, assolutamente strumentale, dell’aumento dei contagi. Entro questa logica si scarica, per l’ennesima volta, la pessima gestione della crisi pandemica sul comportamento dei cittadini. La crisi di legittimità del comando corrisponde al carico di coercizione che esso impone. Il divieto di manifestare nei centri cittadini risponde alla stessa logica adottata con i decreti antiaccattonaggio, e con i daspo urbani. Tale misura non ha nulla a che vedere con l’adesione o con la contrarietà al green pass. Quanto avviene mette in evidenza la profonda crisi di legittimità dello Stato. Lo Stato, nel momento in cui non ritiene percorribili le soluzioni a disposizione, si blinda, vieta e reprime.

Militarizzare il territorio

La gestione criminale della pandemia da parte dei governi Conte e Draghi ha prodotto più di centomila morti e un contesto perfetto per lo “stato di emergenza” perenne. In Italia, durante questa emergenza pandemica, si è assistito a un gigantesco sperpero di soldi pubblici. Anziché mirare a un potenziamento della sanità pubblica, depauperata da trent’anni di “aziendalizzazione”, di tagli e di esternalizzazioni, abbiamo constatato che le principali voci di spesa hanno riguardato la militarizzazione, i posti di blocco e i pattugliamenti. Alla pandemia è stata fornita una risposta univoca: la militarizzazione del territorio. In continuità con i “decreti sicurezza” degli ultimi anni, la militarizzazione è stata reputata la soluzione più adeguata al problema della povertà, delle diseguaglianze e dell’esclusione.

Nei quasi due anni di “stato di emergenza” pandemica, è stata condotta una progressiva ridefinizione del capro espiatorio, e dunque del “nemico pubblico”: in principio era riconducibile a chi faceva la “corsetta” o anche solo la passeggiata, mentre le fabbriche di Confindustria restavano aperte e i mezzi pubblici viaggiavano stracolmi di pendolari. In un secondo momento è stato sferrato l’attacco alla “movida” e a chi non aveva scaricato l’app “Immuni”. Poi è stato il turno degli “irresponsabili”, coloro che erano andati in ferie, molti dei quali accedendo al “Bonus vacanze” disposto dal proprio governo. Attualmente il nemico pubblico è chi si oppone al green pass. In ognuno dei casi passati in rassegna, e attraverso specifiche modalità, le colpe del governo e dei padroni sono state scaricate sui “nemici pubblici”, al fine di perpetuare una gestione aziendalista dell’emergenza. La pandemia ha costituito la leva con la quale azionare un’enorme ristrutturazione capitalistica della società.

L’emergenza nazionale per il covid-19 è stata dichiarata dal governo italiano il 31 gennaio 2020, per una durata di sei mesi. Le prime misure di emergenza, invece, sono state intraprese il 23 febbraio, con il blocco delle manifestazioni sportive e la chiusura delle scuole. In data 8 marzo 2020, il decreto numero 11/2020, ha disposto la chiusura di tutte le attività, ad eccezione di quelle essenziali come farmacie, negozi di alimentari, logistica. Sono stati inoltre limitati gli spostamenti all’interno delle città di residenza, dietro presentazione di un modulo di autocertificazione che ne fornisca la giustificazione. Sulla base delle norme emergenziali varate dal presidente del Consiglio Conte, secondo i dati forniti dal ministero dell’Interno, dal giorno 11 marzo 2020 al giorno 26 marzo 2020, 115.738 cittadini sono stati denunciati penalmente. Alla stragrande maggioranza di essi veniva contestata la violazione dell’art. 650 del codice penale. La disposizione su cui si basavano le contestazioni era quella dell’art. 3, comma 4, del d.l. n. 6/2020: “Salvo che il fatto non costituisca più grave reato, il mancato rispetto delle misure di contenimento di cui al presente decreto è punito ai sensi dell’articolo 650 del codice penale”. Questa disposizione è stata poi abrogata dal d.l. n. 19/2020: Il legislatore, però, non si è limitato all’abolizione. All’art. 4, comma 8, del d.l.: n. 19/2020 ha previsto che ai fatti incriminati dalla norma ora abrogata, e commessi prima dell’abrogazione (cioè prima dell’entrata in vigore dello stesso d.l. n. 19/2020), sarebbe stata applicata, retroattivamente, la sanzione amministrativa pecuniaria di 200 euro: vale a dire, la sanzione amministrativa prevista in via generale dall’art. 4, comma 1, del decreto, ridotta della metà rispetto al minimo edittale (400 euro). In questo specifico caso, il legislatore ha tentato di salvare la faccia, ma è quasi certo che non sia riuscito nel suo poco nobile intento. Più di centomila denunce si sono accumulate nell’arco di quindici giorni. E queste, oltre ad essere di assai dubbio fondamento, avrebbero certamente finito con l’ingolfare il sistema giudiziario. Per non incappare in una mole abnorme di procedimenti archiviati, e, al fine di scongiurare un giudizio di costituzionalità dell’art. 3, comma 4, d.l. n. 6/2020, il governo ha eliminato la norma dall’ordinamento, escogitando, al suo posto, una sanzione amministrativa pecuniaria retroattiva.

Quindi, nel momento in cui l’emergenza sortisce effetti squilibrati, il potere lavora a un’attenuazione della presa, smussa gli spigoli, diminuisce l’intensità della propria morsa e, nel tempo, si lascia sedimentare. Attraverso la gestione calibrata dei propri “ritmi” d’azione, il potere è in grado di stabilizzare i suoi effetti e renderli permanenti: le emergenze che si sono succedute hanno prodotto un’effettiva “sovrapposizione”. Tale “accumulo” consente di sottoporre le stesse emergenze, nonché le relative misure, a una vera e propria “stratigrafia”.

La lunga storia dell’allarmismo emergenziale

È nelle perenni emergenze che occorre indagare, poiché intercorre uno stretto rapporto tra la dichiarazione di emergenza nazionale e il controllo politico-militare dello Stato e dei suoi apparati repressivi. L’allarmismo emergenziale serve spesso a giustificare la sistematica erosione dello stato di diritto e a “sorprendere” l’opinione pubblica. Stiamo ancora vivendo le emergenze della legislazione speciale anti-terrorismo, quando i militanti della lotta armata erano nemici dello Stato e del sistema partitico. Essi furono introdotti in carceri speciali, furono assoggettati all’articolo 90 (l’antesignano dell’attuale 41bis) e subirono torture. Tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, lo Stato varò leggi d’emergenza e istituì tribunali speciali. Ai militanti furono inflitte condanne esemplari.

Negli anni Ottanta lo Stato si accanì contro i tossicodipendenti, importando dagli Stati Uniti logiche e norme di “tolleranza zero”. I consumatori di sostanze furono stigmatizzati e sottoposti a regimi detentivi, trasformando la “guerra alla droga” in lotta a oltranza contro le vittime delle droghe, che intanto morivano a migliaia. Anche in quest’ultimo caso, furono promulgate nuove leggi, improntate alla massima severità: la tossicodipendenza, da problema sociale, fu tradotta in una questione penale.

All’inizio degli anni Novanta, in nome della lotta alla mafia. furono varate ulteriori leggi e misure eccezionali: l’ergastolo ostativo e il carcere duro del 41 bis sino alla morte.

A seguire fu il turno dei migranti: erano troppi, a detta dei politici e dei media; il flusso migratorio incuteva timore, e, per tal motivo, poteva essere facilmente strumentalizzato da forze politiche sempre più ciniche. La legge Martelli del 1990 tentava di governare i flussi, programmandoli sulla base delle necessità produttive del Paese, riducendo così gli uomini a manodopera; al contempo, questa legge sanzionava penalmente, anche con il carcere, l’immigrazione clandestina e fissava meccanismi di espulsione. La successiva legge Turco-Napolitano del 1998 istituì per la prima volta i Centri di Permanenza Temporanei, vale a dire prigioni in cui detenere persone colpevoli solo di essere straniere, sottoponendole a un “diritto penale del nemico”. Questi impianti normativi sono stati potenziati con l’innesto della legge Bossi-Fini del 2002.

Negli anni Novanta venne istituito anche il daspo, per colpire le tifoserie violente. Il daspo indica il divieto per uno spettatore di assistere a diverse competizioni sportive, per un arco di tempo ben preciso. Il daspo viene deciso dal questore, ma nei fatti sono i funzionari di polizia, attivi sul campo, che segnalano ai propri superiori di infliggere un divieto di accesso allo stadio per un soggetto preso in flagrante o coinvolto in un’inchiesta. Il daspo può essere attivato a completa discrezione dei funzionari di polizia, senza alcun obbligo di controllo giudiziario preliminare. Nel corso degli anni, l’istituto del daspo è stato ulteriormente inasprito per i tifosi, e la sua applicazione è attualmente prevista per un’ampia fascia di soggetti “marginali”.

Minniti, Salvini e Scelba

Nel mirino sono finiti i poveri, i senzatetto, i mendicanti, i lavavetri, i malati psichici: questo specifico strato sociale arrecava disturbo, ed è stato quindi criminalizzato a colpi di decreti-sicurezza, di polizie municipali e di “daspo urbani”. Dal florilegio di ordinanze dei sindaci, nella metà degli anni Novanta, si è giunti alle più recenti norme Minniti-Orlando e ai decreti Salvini. Con gli ultimi due decreti è stata reintrodotta la penalizzazione del blocco stradale e del blocco ferroviario. Questa fattispecie di reato fu introdotta, a suo tempo, da Scelba, il ministro dell’Interno che negli anni Cinquanta era specializzato nella repressione antioperaia!

Da più di dieci anni assistiamo a un abuso della decretazione d’urgenza in tema di “pubblica sicurezza”. Ben quattro ministri (Maroni, Minniti, Salvini, Lamorgese) hanno impropriamente utilizzato la formula del decreto legge per introdurre all’interno del nostro ordinamento norme finalizzate a sacrificare, in nome del “decoro”, della “sicurezza” e “dell’ordine pubblico”, i principi costituzionali, comportando una preoccupante flessibilizzazione dei diritti fondamentali.

Nell’attuale contesto, le forme di opposizione o gli interessi divergenti al Capitale sono affrontati come “nemico bellico”. La logica e la tattica del conflitto bellico sono progressivamente adattati e calibrati alle “operazione di polizia”. Questa forte tendenza ha compromesso i fondamenti dello Stato di diritto, giacché, in una guerra permanente e infinita, lo Stato che la conduce deve assumere i connotati di uno “Stato di guerra permanente”. All’interno di questa cornice istituzionale e “bellica”, alle forze di opposizioni è sottratta la propria legittimità. Se lo stato di eccezione diventa, giorno dopo giorno, la “normalità” del mondo, il “laboratorio Italia” scopre di avere una rilevanza strategica sul piano teoretico ed empirico. Quarant’anni di “legislazione d’emergenza” hanno mutato in ovvia consuetudine la manipolazione indiscriminata dei codici penali, senza alcun riguardo per il grado di coerenza delle norme stesse con lo “Stato di diritto”.

Nella prospettiva securitaria, l’identità del nemico deve restare nell’indeterminatezza, affinché chiunque possa essere identificato come tale. Il mantenimento di una stato di paura generalizzata, la depoliticizzazione dei cittadini e la rinuncia a qualsiasi certezza del diritto sono solamente tre delle caratteristiche che qualificano lo Stato di sicurezza. Da un lato, infatti, lo Stato di sicurezza verso il quale stiamo scivolando fa il contrario di quanto promette; una condizione di sicurezza implica un’assenza di preoccupazioni, invece, lo Stato, nel verso opposto, sostiene la paura e il terrore. Al contempo, lo Stato di sicurezza si traduce in uno Stato di polizia. Attraverso l’eclissi del potere giudiziario, lo Stato generalizza ed estende i margini di discrezionalità della polizia.

Il G20 di Roma: logiche e applicazioni degli apparati di potere

L’itinerario “emergenziale” ricostruito consente di porre un fermo immagine sullo sfoggio che il potere fa della propria forza.

Le risorse umane, gli strumenti tecnologici e le tattiche operative assemblate dagli apparati di Stato, in vista del G20 di Roma, hanno evidenziato l’adozione di un’inedita postura securitaria: l’area urbana, che nella preparazione a questo genere di appuntamenti istituzionali è modellata entro un assetto prevalentemente poliziesco, ha assunto, in un questo specifico caso, un assetto marcatamente militare. Tale “strappo” securitario si è caratterizzato per la compresenza di specifici fattori, predisposti entro il perimetro delle attività governative e inter-governative:

1.      È stata istituita dalle ore 20 locali del giorno 28 ottobre alle ore 01:59 locali del giorno 1 novembre, una zona di interdizione a tutto il traffico aereo (No fly zone, comprensiva di un’area circolare estesa per 6,5 chilometri, avente come asse centrale il centro congressi La Nuvola). Nello stesso arco temporale è stato chiuso lo scalo di Roma Urbe e sono stati proibiti i voli VFR, per un raggio di 35 miglia dal punto centrale. Entro un raggio di poco inferiore ai 140 chilometri da Roma, è stata istituita un’air defense identification zone, nella quale il traffico attivo ha operato esclusivamente con il corretto codice trasponder assegnato. Nel caso in cui gli aeromobili, compresi i piccoli droni civili, non fossero stati muniti di tali requisiti speciali, sarebbero stati abbattuti da un sistema anti-droni. Sono stati emessi, inoltre, divieti per le attività di volo nelle avio/elisuperfici del Lazio, fatte salvo specifiche eccezioni.

2.      Sono state dispiegate 2.542 unità della Polizia di Stato, 1.774 dell’Arma dei Carabinieri, 580 della Guardia di Finanza e 400 unità militari, in aggiunta al contingente dell’Operazione “strade sicure”, per un totale di 5.296 uomini delle forze di polizia e delle forze armate, integrati dai servizi di sicurezza appartenenti ai paesi partecipanti al G20. Il contingente delle unità militari destinate a “strade sicure” è salito, in vista del G20 di Roma, a circa 2000 unità1.

3.      Sono stati azionati, nelle attività di monitoraggio, droni e aerei spia. Gli elicotteri adoperati erano muniti di visori notturni.

4.      Sono stati mobilitati i reparti speciali anti-terrorismo, Nocs e Uopi per la Polizia di Stato, Gis, Api e Sos per i Carabinieri. Sono stati inoltre collocati, in postazioni strategiche, tiratori scelti e unità speciali interforze.

Durante le attività del G20, nella città di Roma, gli apparati di potere hanno disinnescato, attraverso un approccio preventivo, e con evidente successo, le potenziali forme di mobilitazione popolare, in contrasto con le attività dei capi di Stato e delle relative diplomazie. L’inter-operatività degli elementi su elencati, la loro capacità di attivazione istantanea e simultanea, l’ampiezza del proprio dispiegamento, la propria effettiva potenza di fuoco e, in ultimo, l’estensione della propria capacità panottica, hanno segnato l’aumento significativo del gap fra le potenzialità di dispiegamento governative e le azioni di contrasto delle forze popolari. L’ampiezza di questo divario pare, con la chiusura dell’ultimo G20, pressoché incolmabile: le forze popolari non dispongono di un’organizzazione tecnica e operativa in grado di fronteggiare il dispositivo poliziesco-militare delle forze statuali e intergovernative. Gli apparati di potere hanno imposto e disposto un assetto da guerra, all’interno di una capitale europea, Roma, la quale, sino a prova contraria, non presenta condizioni e rischi di ordine bellico.

I fattori descritti nei quattro precedenti punti costituiscono un insieme assolutamente eterogeneo (Foucault, 1977), di matrice prevalentemente operativa, che include e investe, col e nel proprio dispiegamento, apparati istituzionali (attori governativi e forze di polizia), spazi geografici (edifici, strade, luoghi di socialità), specifiche misure di polizia (cordoni di contenimento, presìdi, stazionamenti, armi di difesa e offesa), norme e disposizioni amministrative (chiusura dello spazio aereo, specifici divieti di volo, di transito, di sosta etc.), discorsi di autolegittimazione (la necessaria prevenzione al rischio “anarco-insurrezionalista” e a quello “antagonista”). Un dispositivo di potere è costituito, per l’appunto, dal coordinamento funzionale fra questi elementi.

Poste tali osservazioni, è logico domandarsi: in relazione al G20 di Roma, a partire da quali particolari motivazioni, e sulla base di quali specifici criteri, può essere considerata legittima una sproporzione così ampia fra le reali condizioni di rischio e un dispiegamento preventivo così imponente?

L’ex comandante del reparto mobile di Roma, Vincenzo Canterini, il quale condusse l’irruzione alla scuola Diaz, ha espresso all’AdnKronos la seguente valutazione2:

«Secondo me potrebbero presentarsi dei pericoli. È troppo tempo che i black bloc stanno fermi, qualcosa devono fare. Ma quello che è successo nel 2001 non potrà più accadere, assolutamente, anche per le diverse dimensioni… Qualcosa ci sarà, ma roba di ordine pubblico e gestibile, se lo sanno gestire. A Genova c’è stata tutta una serie di fattori che si sono combinati. Mi dissero che i black bloc sarebbero stati 600-700: ho trovato una montagna. L’intelligence allora era completamente sbagliata. Ci vuole gente che ne capisce e le ultime cose non mi fanno pensare bene, soprattutto mi mette pensiero la direzione politica, perché gli uomini dei reparti sono addestrati».

Al netto del pressapochismo e della genericità che, sul piano logico e argomentativo, connotano l’argomentazione citata, ricondurre la spiegazione di una specifica condotta politica e governativa a un episodio storicamente determinato, seppur di enorme rilevanza (il G8 di Genova, in questo caso), sottrae all’analisi la sostanza, ciò che letteralmente “sta sotto” e dunque precede particolari passaggi storici, nonché le fallaci allusioni che di essi forniscono alcuni residui del potere.

La bulimia del potere

In realtà, i progetti, le pianificazioni e le azioni governative sono strutturalmente orientate alla realizzazione e al consolidamento di un telos che esula, in buona parte, dalla particolare specificità di un precedente storico e dalla relativa interpretazione storiografica: il potere conduce, a priori, una sperimentazione costante di potenziamento dei propri apparati, in vista di un’attivazione che garantisca, nella messa in moto delle proprie funzioni securitarie, un livello sempre più elevato di efficienza e di efficacia. La città è, in quest’ottica – il G20 di Roma lo conferma – il laboratorio permanente entro cui il potere, attraverso tentativi ed errori, conduce molteplici prove “empiriche”, al solo scopo di sottrarre spazi geografici e risorse materiali ad ogni potenziale espressione di contropotere.

Entro la costante logica dell’economicità, gli apparati di potere sono sistematicamente orientati alla massimizzazione delle proprie capacità organizzative e operative, e, al contempo, alla riduzione dei margini spaziali e delle dotazioni strumentali attraverso cui le forze popolari possano rivelarsi in grado di attivare le proprie residuali forme di ribellismo. È nella dilatazione inarrestabile di questo differenziale che il potere realizza il proprio scopo, il quale, evidentemente, ha poco a che vedere con la risposta o la soluzione a una fatto storicamente circoscritto e, per giunta, meschinamente manipolato nella sua narrazione (il G8 di Genova ad esempio). “Il dispositivo ha sempre una funzione strategica concreta e si iscrive sempre in una relazione di potere” (Agamben, 2006). L’agire del potere risponde, anzitutto, a una necessità assoluta: legittimare la propria espansione, e, conseguentemente, garantire la propria esclusiva conservazione. Ciò che resta oltre lo scopo è riciclato dal potere come pretesto funzionale al raggiungimento dello scopo stesso.


Alessandro Ugo Imbriglia, sociologo del conflitto e dell’industria culturale

Italo Di Sabato, Osservatorio Repressione


1 I dati sono estratti da un articolo del Corriere della Sera, pubblicato in data 28 ottobre 2021, accessibile qui

2 I frammenti citati sono estratti da un articolo pubblicato da Il Tempo, in data 30/10/2021, accessibile qui

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