Sono amareggiato dal clamoroso silenzio dei media italiani, in particolare
dei quotidiani e delle tv, sulla guerra civile in atto in Sudan, la più spaventosa
del Pianeta. Questa guerra è iniziata nell’aprile 2023 tra le Forze Armate
Sudanesi (Saf), comandate dal generale Capo di stato Abdel-Fatah EL Burhan, e
le Forze Armate Sudanesi (Saf), guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo
(noto come Hemeti), criminale di guerra per i massacri compiuti in Darfur come
capo dei famigerati janjaweed. Per anni hanno governato insieme il paese. Poi
fra i due c’è stata la rottura che ha portato il Sudan alla guerra civile e
alla catastrofe. Sarebbero già 14 milioni i profughi: 11,2 milioni di sfollati
e 3 milioni fuggiti nei paesi vicini. Sono oltre 150.000 i civili uccisi.
Oggi 25 milioni di sudanesi vivono in condizioni di insicurezza alimentare.
La capitale del Sudan, Khartoum, è stata messa a ferro e fuoco dalle truppe del
generale Hemeti. Il governo sudanese, guidato da Abdel Fatah El Burhan, è
dovuto fuggire a Port Sudan, sul mar Rosso. E da lì è lentamente riuscito a
riprendersi Khartoum (capitale del Sudan), che ora tenta gradualmente di
ritornare alla normalità. Ma la guerra prosegue nelle regioni del Kordofan e,
soprattutto, del Darfur.
È una guerra di pulizia etnica, che usa lo stupro come arma di guerra contro la
minoranza non araba in quelle regioni, in particolare i Masalit e i Fur. Per
foraggiare questo conflitto, una quantità enorme di armi sta arrivando in
Sudan, provenienti in buona parte dai paesi arabi e dalla Russia, ma anche
l’Occidente fa la sua parte, Italia compresa. Il giornalista Massimo
Alberizzi , direttore di Africa Ex-Press, dice che il 12 gennaio 2022 c’è stato
un incontro fra l’allora vice-presidente del Sudan, Hemeti e il generale
Giovanni Caravelli, direttore dell’Aise, il tenente colonnello Antonio Colella,
con l’impegno italiano di addestrare i janjaweed, oggi Forze di Supporto Rapido
di Hemeti (ufficialmente per bloccare i migranti che tentano di raggiungere il
Mediterraneo). È possibile sapere esattamente cosa stia facendo il governo
italiano in Sudan? Lo chiedo ai partiti che partecipano al Copasir.
È dall’aprile 2022 che non vi entrano più aiuti umanitari via terra: è una
vera catastrofe. In questo momento, la guerra si sta concentrando nella città di El
Fasher, la capitale del Darfur dove hanno trovato rifugio quasi un milione di
persone in fuga. Questa città è ancora in mano al governo, ma è assediata e
costantemente bombardata dalle truppe di Hemeti. In particolare, sono presi di
mira gli ospedali e i giornalisti. In uno di questi bombardamenti è stato
ucciso anche il parroco della comunità cristiana di El Fasher, padre Luke Juma,
unico sacerdote cattolico in Darfur. È un’altra Gaza, di cui non si
parla. Come mai questo colpevole silenzio?
Quand’è che i media italiani inizieranno seriamente a parlare di questa spaventosa
guerra in Sudan e in particolare della tragedia in atto a El-Fasher dove intere
etnie come i Fur e i Masalit vengono sterminate perché non-arabe? Il sogno di
Hemeti è di un Sudan totalmente costituito da popoli arabi e musulmani. Il
grave pericolo ora è che, con la conquista di El Fasher, Hemeti potrebbe
proclamare l’indipendenza di un nuovo Stato, il Darfur.
Questa immensa tragedia nel cuore dell’Africa ci interpella. Non
possiamo continuare a rimanere silenti. L’immensa sofferenza del popolo
sudanese domanda una risposta da parte della comunità internazionale e del
governo italiano.
La scelta di ritornare a schierare euromissili da tempo banditi è di una
gravità assoluta
Oggi in gioco c’è il rischio di una guerra nucleare
sempre più vicina con la decisione della Nato di schierare nuovamente gli
euromissili entro il 2026. Siamo all’inizio di un’escalation in quanto la
Russia agirà di conseguenza. È responsabilità di ciascuno di noi prendere
posizione.
Il
rischio di una guerra nucleare è serio e sta bruscamente crescendo. È
necessario che le voci più illuminate si alzino per fermare una catastrofe che
si avvicina.
Negli
anni ‘80, consapevoli della gravità di questo rischio, Ronald Reagan e Michail
Gorbaciov, anche sotto pressione europea, hanno firmato una serie di accordi
tra USA e Unione Sovietica, per contenere il rischio. Cruciale è stato
il trattato sulle forze nucleari a medio raggio (INF), quelle più rischiose
per l’Europa, perché permettono uno scambio nucleare senza la distruzione
totale reciproca delle superpotenze. Il trattato ha portato all’eliminazione di
2692 missili e a un abbassamento sostanziale del rischio e delle tensioni
internazionali.
Questo trattato è stato annullato, inizialmente dagli
Stati Uniti nel 2018, e oggi la NATO ha deciso di schierare nuovamente
in Germania missili che erano proibiti dal trattato INF. Le grandi potenze
giocano sulla pelle di noi europei con il fuoco (nucleare).
La
decisione contribuisce ad alzare bruscamente le tensioni internazionali, già
altissime, e ad avvicinare in maniera sconsiderata il rischio di una
catastrofe. Come sempre, dall’una e dall’altra parte, la colpa viene attribuita
interamente alla parte avversa. I nostri governanti, invece di adoperarsi per
risolvere in modo ragionevole e consensuale i problemi del mondo, ci stanno
gettando nello stesso avventurismo bellicoso che ha portato in passato alle
guerre più catastrofiche.
Con questo appello lanciamo un preoccupato allarme
perché la scelta di ritornare a schierare euromissili da tempo banditi è di una
gravità assoluta. L’opinione
pubblica non ha sufficientemente percepito il pericolo che si profila. Con i
nuovi missili ipersonici la situazione può sfuggire di mano anche per
un semplice errore e le decisioni di rappresaglia nucleare vengono
prese in una manciata di secondi.
L’uso
delle armi atomiche è immorale come pure il possesso, perché un incidente o la
pazzia di qualche governante può distruggere l’umanità, come sottolinea Papa
Francesco che invita a riflettere sulle parole di Albert Einstein: “La quarta
guerra mondiale si farà con i bastoni e con le pietre”.
Oggi in
gioco c’è il rischio di una guerra nucleare sempre più vicina con la decisione
della Nato di schierare nuovamente gli euromissili entro il 2026. Siamo
all’inizio di un’escalation in quanto la Russia agirà di conseguenza.
È
responsabilità di ciascuno di noi prendere posizione e
chiedere ragionevolezza. Facciamo sentire la nostra voce prima
che i nuovi euromissili vengano installati.
Domenico
Gallo - giurista
Fiorella
Mannoia - cantante
Alessandro
Marescotti - mediattivista
Mons.
Giovanni Ricchiuti - arcivescovo
Carlo
Rovelli - fisico
Alex
Zanotelli – missionario
Note: Chi è interessato ad aderire pubblicamente e a promuovere l'appello
attraverso i propri canali scriva a questa email: a.marescotti@peacelink.org
Indicare nome, cognome, comune, attività svolta e/o associazione di
riferimento. Indicare possibilmente come si intende promuovere questo appello.
Il GCAP è un’iniziativa congiunta tra Italia, Giappone e Regno Unito per
sviluppare un caccia multiruolo stealth di sesta generazione, chiamato Tempest.
L’Italia ha previsto una spesa iniziale di 6 miliardi di euro. Prosciugherà i
fondi per la lotta all’inquinamento e ai cambiamenti climatici.
La nostra
lotta come movimento pacifista è tanto più efficace quanto più siamo in grado
di essere proattivi, ossia capaci di intervenire con tempismo, “prima” che la
questione divenga troppo difficile da gestire. Dobbiamo essere pertanto
proattivi sul GCAP, il caccia di sesta generazione targato Italia, RegnoUnito e
Giappone. La lotta al programma GCAP (Global Combat Air Programme) è
l’obiettivo da portare avanti adesso, non domani o dopodomani. Non c’è tempo da
perdere. Non abbiamo ancora finito di pagare l’F35 che già ci vogliono far
pagare questo nuovo caccia di sesta generazione sfruttando il clima di guerra e
la paura che la Russia attacchi l’Europa.
Il GCAP è
un’iniziativa congiunta tra Italia, Giappone e Regno Unito per sviluppare un
caccia multiruolo stealth di sesta generazione, chiamato Tempest. Il progetto
prevede la collaborazione tra le industrie nazionali di difesa, tra cui
Leonardo per l’Italia, BAE Systems per il Regno Unito e Mitsubishi per il
Giappone. L’obiettivo è realizzare il successore dell’Eurofighter Typhoon, che
dovrebbe entrare in servizio nel 2035.
Il caccia
Tempest sarà dotato di tecnologie avanzate, come missili ipersonici, modalità
drone e intelligenza artificiale. Sarà in grado di operare in modo autonomo o
in coordinamento con altri velivoli e droni, formando un sistema di sistemi.
Sarà anche progettato per ridurre al minimo la sua tracciabilità da parte dei
radar e dei sensori infrarossi.
I costi del
programma GCAP sono ancora incerti, ma si stima che richiederanno un investimento
di decine di miliardi di euro da parte dei tre paesi coinvolti. L’Italia ha
previsto una spesa iniziale di 6 miliardi di euro per le fasi
di valutazione, analisi, progetto preliminare e sviluppo
Va chiarito
che questo nuovo programma si realizzerebbe mentre l’Italia continua a spendere
denaro pubblico per l’evoluzione tecnologica degli Eurofighter e per l’acquisto
degli F35 (a oggi quelli già in dotazione sono un terzo dei 90 previsti). E va
sottolineato che i 6 miliardi d’investimento per i Tempest da parte dell’Italia
riguardano le prime fasi e non la produzione/acquisto.
Da parte sua
il Regno Unito ha stanziato 2 miliardi di sterline, ma il costo finale potrebbe
arrivare a 25 miliardi di sterline.
Il Giappone
non ha ancora comunicato i suoi piani di finanziamento.
Queste nuove
spese belliche sono una follia, soprattutto in un momento di crisi economica,
sociale e sanitaria, in cui le risorse pubbliche dovrebbero essere destinate a
tutelare la salute, l’istruzione, la cultura, il lavoro, la giustizia sociale e
la pace. Il GCAP non solo rappresenta una minaccia per la sicurezza globale,
alimentando una nuova corsa agli armamenti e una logica di confronto e
aggressione, ma anche per l’ambiente, prosciugato i fondi per la lotta
all’inquinamento e ai cambiamenti climatici.
Occorre
creare un’alleanza fra movimento pacifista e movimento ambientalista indicando
nelle risorse del GCAP (da cancellare e riconvertire) la leva del finanziamento
nel campo della bonifica dei siti inquinati e della riconversione ecologica. Il
GCAP costituisce un’ipoteca sul futuro del bilancio italiano. Dobbiamo saper
dire: voi che riuscite a trovare i fondi per il caccia di sesta generazione e
per il GCAP adesso non avete più alibi quando li lesinate per la tutela
ambientale. Quei fondi vanno riconvertiti per fini di transizione ecologica.
Per dare nuova occupazione ai lavoratori delle aziende in crisi come l’Ilva.
Una alleanza fra lavoratori, pacifisti ed ecologisti: questo dovrebbe essere il
nostro obiettivo strategico.
Non possiamo
accettare che il nostro paese sia coinvolto in un progetto bellico e
dispendioso, che va contro gli interessi della maggioranza della popolazione.
Dobbiamo difendere i principi della Costituzione italiana, che impegna l’Italia
a ripudiare la guerra. Occorre inoltre promuovere la cooperazione
internazionale. Dobbiamo bloccare la corsa al riarmo che è solo l’anticamera di
un pericoloso confronto militare sempre più ravvicinato con la Russia e con la
Cina.
A proposito
della Cina: il governo Meloni prevede esercitazioni militari della flotta
italiana nell’Indo-Pacifico. Davanti alle isole giapponesi contese con la Cina.
Davanti alle coste cinesi l’Italia sarà presente con gli F35 italiani e la
portaerei Cavour. Se la Cina facesse la stessa cosa davanti alle coste italiane
grideremmo alla provocazione. E invece la provocazione la stiamo organizzando
noi, su istigazione degli Stati Uniti. Mai avevamo organizzato una
esercitazione militare fuori dal perimetro di competenza della Nato. Oggi sta
avvenendo l’impensabile, l’inusitato. Chiediamo ai partiti fedeli alla
Costituzione di far sentire la propria voce. Chiediamo al Parlamento di
riprendere il controllo della spesa pubblica e di far uscire l’Italia dal
programma GCAP prima che sia troppo tardi e che gli impegni firmati leghino
mani e piedi la nostra nazione a un progetto dispendioso e proiettato verso la
guerra.
Invece
occorre investire i fondi del GCAP in politiche sociali ed ecologiche, che
siano davvero utili per il bene comune e per il futuro della nostra società.
1.Siamo persone, associazioni, movimenti, reti attive nella costruzione della pace in tutte le sue forme attraverso la nonviolenza. Da Arena 2024 desideriamo intraprendere un cammino verso obiettivi concreti di giustizia, democrazia e pace partendo dal nostro impegno quotidiano, per formare alleanze che trasformino la realtà in Italia e nel mondo perché non può esserci la pace in un solo paese.
2 – Il nostro sguardo è rivolto all’ambiente, che ci ospita, e a tutte le vittime di guerre, violenze, soprusi, sfruttamento, violazioni dei diritti fondamentali, mafie, migrazioni forzate. La pace non è solo assenza di guerra è disarmo, democrazia, giustizia, diritti, cura della casa comune. La pace è uno stile di vita personale e collettivo.
Il mondo dove viviamo
3 – Viviamo in un contesto mondiale multipolare, caratterizzato da un sistema economico che genera disuguaglianze e oligarchie perché prevalgono profitto, sfruttamento, finanza rapace, mafie. Interi settori sociali e popoli sono emarginati e discriminati a causa di patriarcato, razzismo e neocolonialismo. La democrazia è distorta da gruppi di interesse e prevalgono tendenze autoritarie. La libertà e i diritti fondamentali sono violati e la loro universalità è messa in discussione, in particolare nei confronti delle donne e delle persone Lgbt+. Ci sono istituzioni complici dei disastri ambientali e del cambiamento climatico. Nel sud del mondo milioni di persone sono costrette alla fuga da condizioni socio-ambientali inaccettabili. Le iniquità rafforzano i fondamentalismi e le religioni sono strumentalizzate per giustificare guerre e limitazioni dei diritti.
4 – A tutte queste crisi si risponde con la guerra, di cui il mondo è diventato un unico teatro, che alimenta nuove crisi. La spesa militare cresce a dismisura, il disarmo è diventato un tabù e l’arma nucleare è considerata un’opzione realmente possibile.
5 – In Italia il sistema politico-economico non garantisce lavoro dignitoso e sicuro, né inclusione sociale; i diritti inalienabili, sanciti dalla Costituzione, sono privilegi per pochi. Il soddisfacimento dei bisogni essenziali è sempre più demandato ad apparati privati, come nel caso della sanità. L’istruzione pubblica ha risorse insufficienti anche per l’inclusione, è sempre meno orientata alla formazione integrale della persona, all’educazione ai valori e all’impegno civile. Si impongono limiti alle libertà civili, mentre la partecipazione è ostacolata da una classe politica autoreferenziale, dalla corruzione, dal linguaggio tendenzioso e violento di esponenti del mondo politico. La democrazia è minacciata da modifiche costituzionali in senso verticistico e di differenziazione dei territori e dall’attacco all’indipendenza della magistratura.
6 – Le risorse necessarie al benessere personale e collettivo sono investite nel riarmo, si intende favorire l’opacità del commercio delle armi e dei suoi finanziatori, ci si propone di rinforzare il potenziale militare anche reintroducendo la leva obbligatoria. La propaganda militare entra nelle istituzioni scolastiche d’ogni ordine e grado con pretese “educative”. Proteggere l’ambiente e contrastare il cambiamento climatico sono visti come ostacoli ad interessi particolari. Nei confronti delle persone migranti o profughe si applicano leggi che mettono a repentaglio la loro vita, le costringono all’irregolarità e a nuove forme di schiavitù, alimentando un senso di insicurezza che avalla politiche securitarie e discriminatorie.
7 – Da questo sistema vogliamo uscire e sentiamo l’urgenza di farlo oggi.
Le nostre speranze
8 – Siamo di fronte a sfide che si possono affrontare davvero solo insieme, per realizzare il cambiamento che crediamo possibile. Quindi, pur mantenendo le nostre specifiche attività, desideriamo unire le nostre forze in linee d’impegno chiare, essenziali, per essere efficaci, come dimostrano i risultati ottenuti in tante occasioni.
9 – Ci ispirano le testimonianze di persone, anche giovanissime, che col loro entusiasmo mantengono viva la volontà di pace, giustizia, democrazia, solidarietà e difesa dell’ambiente.
I nostri impegni
10 – Abbiamo lavorato in cinque Tavoli tematici, che hanno prodotto documenti in cui si esprime forte consapevolezza dell’urgenza di linee d’impegno comuni per un cambiamento personale, della cultura e delle istituzioni.
11 – Formazione – Ci battiamo innanzitutto per una formazione che educhi alla cultura della pace: al rispetto reciproco e al dialogo, alla dignità del lavoro e alla giustizia, ai diritti e alla democrazia, alla nonviolenza e alla cittadinanza globale, alla conversione in chiave ecologica. Essa esige un’informazione libera e corretta.
12 – Pace e Disarmo – Ripudiamo la guerra e chiediamo il cessate il fuoco per tutte le guerre. Pratichiamo la nonviolenza. Vogliamo la riduzione delle spese militari e la riconversione dell’industria militare, la rimozione delle armi nucleari dall’Italia e l’adesione al Trattato che le proibisce, il controllo e la trasparenza sul commercio delle armi, la costituzione di corpi civili di pace per una difesa civile. Sosteniamo l’obiezione alla guerra, la diplomazia anche dal basso, le pratiche di riconciliazione, il dialogo interreligioso, il rinnovamento dell’Onu, un’Europa attivamente neutrale.
13 – Democrazia – La difesa della democrazia richiede il rispetto dei principi costituzionali e dei diritti fondamentali a partire dalla libertà di esprimere e manifestare il dissenso e dal rifiuto di istituzioni verticistiche ed autoritarie, i cittadini e le cittadine devono poter scegliere i propri rappresentanti nelle istituzioni. Le libertà e i diritti costituzionali devono essere riconosciuti e garantiti in modo universale ed egualitario ad ogni persona sul piano sociale e territoriale.
14 – Economia e lavoro – Chiediamo all’UE di assumere un efficace ruolo pubblico, con fiscalità e bilancio propri, per investimenti su transizione ecologica, spesa sociale, beni comuni. Analogamente deve agire il nostro Paese; vogliamo un fisco giusto e progressivo, che promuova buona occupazione e universalità dei diritti sociali; un sistema produttivo orientato al bene comune, finalizzato alla cura e alla riproduzione sociale. Serve dare valore economico e giuridico al lavoro perché le persone siano protagoniste come singoli e collettivamente e affinché vi si affermino democrazia, sicurezza, qualità, diritti e salari adeguati. Chiediamo siano sostenute tutte le pratiche e le azioni sociali a ciò orientate.
15 – Ecologia – Dalle istituzioni pretendiamo che mettano in atto un programma di uscita dalle fonti fossili a partire da gennaio 2025, per noi singoli l’invito ad un cambio di rotta, volto a scoprire il valore delle alterità che ci circondano, attraverso le “buone pratiche” ma è alla collettività che ci rivolgiamo con urgenza per l’impatto che il suo agire può significare. Superando, infatti, l’indifferenza e agendo sempre per i “beni comuni” tra cui difesa dei suoli, degli altri esseri viventi e dell’acqua, diventeremo quindi capaci di indicare, in modo costruttivo, alle istituzioni il percorso da intraprendere per una conversione ecologica integrale.
16 – Migrazioni – Chiediamo un governo mondiale dei fenomeni migratori che tuteli i diritti umani delle persone migranti, oggi violati in diverse parti del mondo. All’Unione Europea chiediamo di garantire il diritto di asilo mettendo fine alle politiche di “esternalizzazione” delle frontiere. All’Italia chiediamo di superare la “Bossi-Fini” prevedendo norme che rendano realmente possibili gli ingressi per chi ricerca lavoro, di non ostacolare il soccorso dei migranti, di attivare politiche efficaci per l’accoglienza e l’inclusione dei richiedenti asilo, di mettere in pratica politiche per il contrasto alle discriminazioni (in particolare nell’accesso alla casa) e la promozione delle pari opportunità per gli immigrati e per i loro figli.
“Un mondo altro per costruire la Pace”
Commento di Alfonso Navarra – Disarmisti esigenti
L’evento di Verona ha confermato l’impegno scomodo dell’attuale Pontefice contro le armi e contro la guerra. Ed è significativo che Francesco abbia sorretto la bandiera della pace insieme a Padre Alex Zanotelli, riconoscendone una particolare responsabilità nel promuovere ed animare il nuovo movimento popolare“ che dovrà cambiare il mondo per costruire la pace”.
Noi sosteniamo con autonomia critica di “laici” il Papa pacifista; abbiamo fiducia in Padre Alex Zanotelli come riferimento per l’attuazione del “Manifesto per la pace” emerso dall’Arena di Verona.
Papa Francesco, nel concludere “Arena di pace”, ha invitato a cercare l’unità invece che l’uniformità” perché la società che ha paura della pluralità è psicologicamente avviata al suicidio”.
Bene, prendendolo in parola, staremo molto attenti a distinguere anche all’interno delle Chiese e delle religioni, organismi complessi, ambigui e contraddittori, i sinceri “artigiani della pace” dai “Ponzi Pilati”: la loro indifferenza e compromissione con i poteri temporali prestano il fianco alle strumentalizzazioni di Dio che caratterizzano troppe guerre combattute oggi (a cominciare da quelle in Ucraina e nel Medio Oriente!).
Con questo spirito costruttivo, riproponiamo la lettera che abbiamo inviato a Sergio Paronetto, responsabile del Gruppo Disarmo all’interno dell’Arena di Pace.
All’utile base di priorità per i movimenti di base, emerse dal Gruppo, noi, Disarmisti esigenti, proponiamo di aggiungere delle specificazioni, che rispondono ad una idea di nonviolenza come forza non solo etica ma politica, collegata alla “terrestrità”: un altro nome possibile per l’ecologia integrale e sociale, per la quale non è l’Umanità la padrona della Terra, ma è una parte organica di un ecosistema vivente (“Creato”) che ha la responsabilità di custodire.
Ci preme anche sottolineare che esiste un antimilitarismo nonviolento di natura laica, incarnato da organizzazioni centenarie (come, ad esempio, la War Resisters’ International): non possono essere sottovalutate se non addirittura ignorate nella loro tradizione e nel loro spessore autonomo.
Sarebbe opportuno che questa dimensione laica del pacifismo venisse coltivata e interloquita, non in contrapposizione all’area cattolica (o cristiana, o religiosa in genere); ma anche come presa d’atto che la gran parte del popolo, che oggi dobbiamo servire e unire contro la guerra, è per lo più secolarizzato e laico, in virtù dei profondi cambiamenti sociali e culturali intervenuti nelle società contemporanee.
Sabato all’Arena di Verona: “facciamo finire le guerre”
Sabato a Verona 12.500 persone manifestano per la pace
Su una idea iniziale di padre Zanotelli e poi con il sostegno di molte associazioni per la pace italiane si è realizzata “Arena di pace” con una grande partecipazione.
All’Arena di Verona si è scritto un piccolo capitolo di storia di quest’epoca contemporanea lacerata dai conflitti quando nell’antico anfiteatro romano sono riecheggiate le parole di Maoz Inon, israeliano, a cui Hamas ha ucciso i genitori il 7 ottobre, e Aziz Sarah, a cui la guerra ha strappato il fratello, assassinato dai soldati israeliani.
Due imprenditori, due rappresentanti del tavolo sull’economia di lavoro ma soprattutto di due popolazioni ora in guerra, che, l’uno accanto all’altro, hanno voluto condividere la loro testimonianza con le 12.500 persone che hanno partecipato all’incontro “Giustizia e Pace si baceranno”, culmine dell’intera visita del Papa a Verona.
Si sono abbracciati alla fine, poi hanno abbracciato pure Francesco, mandando al mondo un segnale di quanto siano vere le parole del Papa, a volte anche contestate, che un terreno per rincontrarsi come fratelli c’è ed è proprio la comune sofferenza.
La sofferenza di due popoli, una testimonianza di pace dalla Terra Santa
“È un grande onore essere qui, lei è un leader della pace, siamo qui con 12 mila costruttori di pace, vi portiamo una testimonianza di pace dalla Terra Santa”, hanno esordito. “Papa Francesco, sono Maoz Inon, vengo da Israele e i miei genitori sono stati uccisi da Hamas… Papa Francesco, mi chiamo Aziz Sarah, vengo dalla Palestina e questa guerra, i soldati israeliani mi hanno strappato mio fratello”, hanno detto. “Il nostro dolore, la nostra sofferenza ci ha riavvicinati per creare un futuro migliore”.
Standing ovation nell’Arena di Verona
L’intera Arena si alzata in piedi nel sentire queste parole. Bandiere della pace e fazzoletti bianchi hanno sventolato e i due uomini si sono stretti le mani sollevandole in alto. Ancora abbracciati, affiancati da Roberto Romano del gruppo di lavoro sull’economia, hanno proseguito: “Siamo imprenditori… Non ci può essere pace senza un’economia di pace. Un’economia che non uccide. Un’economia basata sulla giustizia. E chiediamo: i giovani come possono essere imprenditori di pace quando i luoghi di formazione sono spesso influenzati dal paradigma tecnocratico e dalla cultura del profitto ad ogni costo?”.
L’abbraccio col Papa
Francesco ha ascoltato rapito il loro intervento e subito si è alzato in piedi quando ha visto i due uomini dirigersi verso di lui. Un abbraccio, due abbracci, un abbraccio di gruppo, con la testa del Pontefice che affondava sulle spalle di Maoz e Aziz. Poi una stretta di mano fortissima: “Grazie fratelli!”.
Volontà di pace, progetto per il futuro
Tutto intorno, urla e applausi, interrotti quando il Papa ha preso la parola e, a braccio, ha voluto commentare il momento appena vissuto. “La sofferenza di questi due fratelli è la sofferenza di due popoli”, ha scandito. “Non si può dire nulla, non si può dire nulla… Loro hanno avuto il coraggio di abbracciarsi – ha aggiunto indicandoli con la mano – e questo non solo è coraggio e testimonianza di voler la pace, ma anche un progetto di futuro”.
Abbracciarsi. Ambedue hanno perso i famigliari, la famiglia si è rotta per questa guerra
“A che serve la guerra?”, ha domandato Francesco. “Per favore facciamo un piccolo spazio di silenzio, per sentire. E guardando l’abbraccio di loro due ognuno dal suo cuore preghi il Signore per la pace e prenda una decisione interiore di fare qualcosa per finire con le guerre”. L’ovazione si è tramutata in silenzio.
Il pensiero ai bambini
Francesco ha ripreso la parola: “Pensiamo ai bambini, questa guerra, le tante guerre, quale futuro avranno?”. Il pensiero, come sempre, è andato ai bambini: quelli ucraini che “non sanno sorridere”, che “con la guerra perdono il sorriso”. “Pensiamo ai vecchi – ha aggiunto il Papa – che hanno lavorato tutta la vita per portare avanti questi due Paesi e adesso una sconfitta”. Una sconfitta storica è una sconfitta di tutti noi. Preghiamo per la pace e diciamo a questi due fratelli che portino questo desiderio nostro e la volontà di lavorare per la pace al loro popolo.
La voce delle donne israeliani e palestinesi
Le lacerazioni che vive il Medio Oriente sono risuonate nell’Arena di Verona anche attraverso le testimonianze di alcune donne israeliane e palestinesi. Madri, mogli, giovani, anziane, che hanno presentato al Papa il dolore per “le tragedie” vissute nei mesi di guerra e anche il lavoro, attraverso movimenti e organizzazioni da loro stesse fondate, “per porre fine a questo conflitto”.
Yael Admi, co-fondatrice del movimento israeliano Women Wage Peace, ha chiesto di sostenere l’Appello delle Madri che domanda la “fine del terribile ciclo di spargimenti di sangue con un’azione politica responsabile e coraggiosa”.
Reem Al-Hajajrah, venuta dal campo profughi di al-Duheisha di Betlemme, “città della pace”, fondatrice del movimento Women of the Sun, si è fatta portavoce delle “madri palestinesi che reclamano una vita migliore per loro stesse e per i loro figli perché non voglio altra morte”. “Con il Suo sostegno, possiamo ricostruire le nostre vite, le nostre case e proteggere la libertà e la dignità del popolo palestinese”, ha detto a Francesco. “Abbiamo bisogno della pace come dell’acqua e dell’aria”.
Ancora Hiam Tannous, cristiana israelo-palestinese, appartenente al popolo palestinese e residente nello Stato di Israele: “Il mio cuore soffre e sanguina, perché il mio popolo è in guerra con il mio Stato. È una sensazione terribile, sconosciuta agli altri arabi”, ha detto. E ha chiesto aiuto al Papa “per realizzare l’impossibile, attuare il cambiamento storico che tutti aspettiamo: riportare la pace in Terra Santa”.
Da parte sua, Nivine Sandouka, palestinese, direttore regionale dell’Alleanza per la pace in Medio Oriente (ALLMEP), la più grande rete di costruttori di pace israeliani e palestinesi nella regione, si è appellata invece al G7 e alla comunità internazionale affinché “supportino un processo di pace dall’alto verso il basso multilaterale abbinato ad un approccio dal basso verso l’alto che metta la società civile, in particolare gli operatori di pace israeliani e palestinesi, al centro di questo processo”.
Tessitrici di dialogo in Terra Santa
Impressionato dalla testimonianza di queste donne, definite “coraggiose costruttrici di ponti”, Papa Francesco ha esortato a guardare proprio a loro per trovare la pace. E alle donne stesse, il Vescovo di Roma ha detto: “Voi, però, tessitrici e tessitori di dialogo in Terra Santa, chiedete ai leader mondiali di ascoltare la vostra voce, di coinvolgervi nei processi negoziali, perché gli accordi nascano dalla realtà e non da ideologie”. Le ideologie non hanno piedi per camminare, non hanno mani per curare le ferite, non hanno occhi per vedere le sofferenze dell’altro. La pace si fa con i piedi, le mani e gli occhi dei popoli coinvolti.
Non seminare morte, distruzione e paura
Da qui un preciso mandato: “Non diventate spettatori della guerra cosiddetta ‘inevitabile’”. Non seminiamo morte, distruzione, paura. Seminiamo speranza! È quello che state facendo anche voi, in questa Arena di Pace. Non smettete. Non scoraggiatevi.
A conclusione di questo appello, Bergoglio ha fatto suo l’indimenticabile invito di don Tonino Bello: “In piedi costruttori di pace!”. E tutta l’Arena di Verona si è effettivamente alzata in piedi.
articoli e video di Richard Silverstein, Gianni Lixi, Alex Zanotelli, Manlio Dinucci, Fabio Marcelli, Ilan Pappé, Massimo Fini, Ronnie Kasrils, Tareq Hajjaj, Alessandro Orsini, Elena Basile, Max Blumenthal, Zakaria Baker, Ennio Remondino, Pepe Escobar, Chris Hedges, Enrico Campofreda, Alberto Bradanini, Gilles Devers, Jonathan Ofir, Enrico Semprini, Federico Giusti
Pensavo che il termine “Giudeo-Nazisti” fosse eccessivo. Non più – Jonathan Ofir
Foto condivisa dal vicesindaco di Gerusalemme Arieh King sui social media di oltre un centinaio di palestinesi nudi rapiti dall’esercito israeliano a Gaza, 8 dicembre 2023
Pensavo che il termine “Giudeo-Nazisti” usato da Yeshayahu Leibowitz fosse troppo forte per descrivere Israele. Ma oggi, mi devo ricredere.
Il defunto professor Yeshayahu Leibowitz applicò il termine “Giudeo-Nazisti” alla fine degli anni ’80, in riferimento all’ex giudice della Corte Suprema Meir Landau, che di fatto aveva legalizzato la tortura, per descriverlo. Ha espresso le sue argomentazioni con forza: “Lo Stato di Israele rappresenta l’oscurità di un organismo statale, dove una creatura di forma umana che era il presidente della Corte Suprema decide che l’uso della tortura è consentito nell’interesse dello Stato”.
L’ho presa come una sorta di esagerazione morale. Era brutto: i palestinesi venivano torturati sistematicamente, ma in qualche modo ho pensato che non siamo così genocidi come i nazisti.
Ma oggi la penso diversamente. Ieri il vicesindaco di Gerusalemme, Arieh King, ha twittato una foto di oltre cento palestinesi nudi rapiti dall’esercito israeliano a Gaza, ammanettati e seduti sulla sabbia, sorvegliati da soldati israeliani. King ha scritto che “L’IDF sta sterminando i musulmani nazisti a Gaza” e che “dobbiamo accelerare il ritmo”. “Se dipendesse da me”, ha aggiunto, “porterei 4 bulldozer D9, li metterei dietro le colline sabbiose e darei l’ordine di seppellire vivi tutti quei nazisti. Non sono esseri umani e nemmeno animali, sono subumani ed è così che dovrebbero essere trattati”, ha detto King. Ha concluso ripetendo il riferimento biblico al Genocidio degli Amaleciti di Netanyahu: “Sradicare la memoria degli Amaleciti, non dimenticheremo”.
Anche se Israele l’ha definita una “retata di membri di Hamas”, gli uomini e i ragazzi in quelle foto, alcuni di appena 13 anni, erano medici, giornalisti, negozianti e altri civili che avevano cercato rifugio nelle scuole dell’UNRWA a Beit Lahia. Erano stati arbitrariamente rapiti e separati dalle loro famiglie.
Il tweet di King, era stato ripubblicato da Middle East Monitor, ed era apparentemente eccessivo per X (Twitter), e sembra essere stato rimosso dalla piattaforma. Ma niente paura, questa mattina King ha twittato di nuovo con la stessa foto e altre (di ragazzi e uomini palestinesi nudi sui camion), e questa volta ha iniziato il suo post con una citazione biblica riferita ad Amalek, forse per confondere gli algoritmi. Ha citato Deuteronomio 25,19:
“Quando dunque il Signore, il tuo Dio, ti avrà dato pace liberandoti da tutti i tuoi nemici che ti circondano nel Paese che il Signore, il tuo Dio, ti dà come eredità perché tu lo possegga, cancellerai la memoria di Amalek sotto al cielo: non te ne scordare!”
Tuttavia, King ha ritenuto necessario sottolineare l’attuale rilevanza, per timore che fosse troppo vaga:
“Centinaia di figli di Amalek, musulmani-nazisti, quale pensate dovrebbe essere la loro punizione?”
Quindi, è chiaro che siamo davvero in epoca nazista, e questo porta davvero associazioni con l’Olocausto. E questi proclami, queste azioni, sono proprio ovunque. Oggi, il giornalista e conduttore dei media Yinon Magal (che in passato è stato un parlamentare del Partito Patria Ebraica di Naftali Bennett e che conduce un programma radiofonico con Ben Caspit sulla radio centrista Maariv 103FM), ha twittato la stessa foto aggiunta di un altra foto del 1967 di Prigionieri palestinesi (in particolare, vestiti), e ha scritto che “la storia si ripete”. Avrebbe potuto benissimo usare una foto della Nakba del 1948 o, se è per questo, una foto dell’Olocausto. Magal sembra non cogliere l’ironia di come la storia si stia effettivamente ripetendo.
Ieri, Magal ha twittato una foto di alcuni di questi ragazzi e uomini nudi mentre erano seduti sulla strada rasa al suolo a Beit Lahiya, e ha chiesto seriamente “perché non ci sono donne nella foto”.
È difficile persino aggirare tutti gli strati di perversione qui.
Ieri, Magal ha condiviso un video di soldati israeliani a Gaza che cantano e ballano, e ha scritto con approvazione le parole della loro canzone genocida:
“Sono venuto per conquistare Gaza E colpire duramente Hezbollah Per compiere un mitzvah (comandamento) Per sradicare il seme di Amalek Ho lasciato la mia casa E non tornerò finché la vittoria non sarà raggiunta Tutti conoscono il nostro motto Non ci sono non coinvolti”
Questi non sono solo i canti di alcuni giovani coloni sionisti radicali sulle colline della Cisgiordania: sono a Gaza e sono loro che perpetrano questo orribile Genocidio. Proprio davanti ai nostri occhi. E coloro che li incoraggiano in termini esplicitamente genocidi non sono solo fanatici di estrema destra: questo spirito è ovunque.
Sto parlando con alcuni colleghi attivisti che trovano davvero difficile affrontare tutto questo. Difficilmente riusciamo a seguire gli orrori, il crescente bilancio delle vittime, mentre i funzionari statunitensi affermano che l’assalto israeliano potrebbe continuare nella sua modalità attuale fino alla fine di gennaio, e poi continuare con “una strategia iper-localizzata a bassa intensità”.
Come diavolo può continuare questo Genocidio, sotto gli occhi del mondo intero, ci chiediamo. Ebbene, la risposta sembra essere che sta continuando proprio perché il mondo intero sta a guardare invece di fermarlo. È colpa di tutti noi.
Jonathan Ofir è un direttore d’orchestra, musicista, scrittore e blogger israelo-danese, che scrive regolarmente per Mondoweiss.
Richard Silverstein : Il gabinetto di sicurezza israeliano ordina l’omicidio di importanti leader e famiglie di Hamas, invocando un versetto biblico che ordina lo sterminio di Amalek
Una fonte di sicurezza israeliana ben informata dice a Tikun Olam che il gabinetto di sicurezza ha ordinato all’IDF e allo Shin Bet di assassinare tutti i leader di Hamas, i comandanti che pianificarono l’attacco al sud di Israele e le loro famiglie .
La direttiva portava il titolo del versetto biblico תִּמְחֶה אֶת-זֵכֶר עֲמָלֵק (“sradicherai ogni traccia di Amalek”) in cui Samuele ordina al re Saul di sterminare l’intera tribù di Amalek, senza risparmiare nemmeno i bambini o il bestiame della tribù. Tutti dovevano essere massacrati senza pietà. Quando Saul risparmiò il re e gli animali, Samuele lo denunciò e lo rifiutò come re d’Israele. Il messaggio è chiaro: Israele intraprenderà una guerra biblica di sterminio contro Hamas. Chiunque si sottragga al proprio dovere conoscerà il destino di Saul.
L’ordine, secondo la fonte, è di “trovare e uccidere quanti più parenti possibile dei membri di Hamas che hanno compiuto i massacri del 7 ottobre, e questi alti funzionari: Mohammed Deif, Yahya Sinwar, Saleh al-Arouri, Khaled Mashal, Marwan Issa e Ismail Haniyeh.”
La stessa storia è trapelata anche su Ynet. Ma la censura militare impedisce ai media israeliani di riportare gli elementi chiave della storia che ho riportato qui. Non viene menzionato chi ha dato l’ordine degli omicidi e omette anche che anche le famiglie vengono prese di mira a morte.
I titoli e i grafici del rapporto Ynet sono spaventosi e omicidi. Celebrano positivamente questi potenziali omicidi. È il grido primordiale del predatore alla caccia della preda. Foto dei leader di Hamas presi di mira:
Morti che camminano: sei leader di Hamas che dovranno pagare con la vita il massacro. [Hamas]
Come se il genocidio non fosse già abbastanza grave, ora Israele è diventato un serial killer psicotico. Siamo solo a pochi passi dal ripetersi dell’Olocausto. È così che una nazione diventa una nazione che ne stermina un’altra, proprio come Samuele comandò a Saul e agli Israeliti di sradicare gli Amalechiti. È così che la Germania è scivolata, gradino dopo gradino, nell’inferno hitleriano.
Israele è diventata una nazione intrisa di sangue e omicidi di massa. Questo è chiaramente ciò che un giudice della Corte Suprema ha definito “ bandiera nera ”. Un comando dato a un ufficiale dell’esercito che è palesemente illegale e non deve essere obbedito. Ma le sottigliezze come la sentenza della bandiera nera sono una cosa del passato. Nessun ordine è troppo folle. Tutto è permesso. Omicidio. Incendio doloso. Tortura. Non ci sono più limiti. Niente più restrizioni.
Quindi, nonostante la chiara ostilità tra gli alti comandi dell’IDF nei confronti di Netanyahu (e viceversa), molto probabilmente si porterà a termine il compito. Vorrei poter dire diversamente, temo di non poterlo dire.
C’è una remota possibilità che questa fuga di notizie abbia lo scopo di intimidire Hamas; per mettere in guardia sul fatto che Israele può vendicarsi di tutte le famiglie della leadership. Li lascia pietrificati dal fatto che lo farà e li porta anche a chiedersi se lo farà. È un bluff? Un gioco di guerra psicologica con molte vite in gioco? Oppure Israele farà una Monaco, ma su vasta scala.
Questa decisione semina disperazione; un animale ferito che si scaglia contro i suoi aggressori. Come quella bestia, Israele è ora assediato su molti fronti da nemici, in attesa di lanciare il suo attacco di terra su Gaza. L’Iran ha minacciato di intervenire qualora Israele invadesse l’enclave. Il suo più potente alleato nella regione, Hezbollah, ha lanciato da giorni attacchi sonda contro le posizioni dell’IDF nel nord. Israele ha evacuato decine di migliaia di residenti di una ventina di città vicino al confine libanese. L’Iran ha anche attivato le sue milizie in Iraq e Siria che, per oltre una settimana, hanno lanciato numerosi attacchi con droni contro le truppe statunitensi in entrambi i paesi, lasciando feriti 24 soldati.
Gli alleati Houthi dell’Iran nello Yemen hanno lanciato tre missili da crociera e otto droni contro Israele (a oltre 1.600 miglia di distanza!). La maggior parte fu abbattuta dalla USS Carney nel Golfo Persico. Anche l’Arabia Saudita ne ha abbattuto uno.
Anche la Cina ha diretto sei delle sue navi da guerra nel Golfo. Questo potrebbe essere il motivo per cui il Pres. Biden ha reindirizzato invece uno dei due gruppi d’attacco delle portaerei originariamente diretti nel Mediterraneo, nel Golfo. Questo sviluppo porta la rivalità USA-Cina nel teatro del Medio Oriente.
Un tempo la Guerra Fredda contrapponeva gli Stati Uniti alla Russia in una competizione per l’influenza globale. Ciò includeva anche guerre per procura come il Vietnam. Riuscirà il mondo a sopportare un’altra rivalità del genere, date le enormi armi a disposizione di entrambe le superpotenze? Un conflitto multipartitico come questo potrebbe innescare una guerra? Vogliamo aspettare per scoprirlo?
Il gabinetto di sicurezza israeliano ritiene che il modo per rispondere a Hamas sia eliminare tutto e tutti coloro che sono ad esso collegati. Ritiene che il mondo sia abbastanza disgustato dai 1.400 israeliani assassinati da chiudere un occhio sugli omicidi di massa. Non solo ai 5.000 civili di Gaza che ha già ucciso (quasi la metà dei quali sono bambini), ma anche a decine di familiari della leadership del gruppo. È possibile che la propaganda israeliana abbia funzionato e che il mondo non alzi la voce né la fermerà. La mia regola è quella di non sottovalutare mai la capacità del mondo di nascondere la testa sotto la sabbia di fronte al genocidio.
Beit Lahia, la nuova Abu Ghraib – Enrico Campofreda
La cattura e l’umiliazione di più d’un centinaio di palestinesi a Beit Lahia cammina di pari passo con la desertificazione d’ogni presenza umana e materiale nella Striscia di Gaza. S’intreccia in sordida assonanza alla unilaterale, totale, criminale, bestiale desertificazione con cui il governo Netanyahu e il braccio armato dell’Israel Defence Forces affermano di voler sradicare Hamas dall’intera area, mirando invece ad alleggerirla dalla presenza di due milioni di gazesi. Eppure il gesto di questa prigionìa che a detta dello Shin Bet è indirizzata a miliziani del Movimento di Resistenza Islamico, è più d’un abuso di soggettivi codici militari e di guerra. Non solo perché, come già accaduto in altre occasioni (le operazioni condotte nell’estate 2014) Tsahal stesso ammise che fra i parecchi catturati durante rastrellamenti di terra solo una quota minima risultavano combattenti. Ma ammesso che tutti i catturati di Beit Lahia fossero miliziani, gli si applica un trattamento che definire subumano è un eufemismo. Denudati, bendati, inginocchiati – l’Intelligence israeliana sostiene per ragioni di sicurezza affinché non si dileguino in un’area ormai totalmente controllata dallo stesso esercito di Tel Aviv – quegli uomini, fra cui sono stati già riconosciuti un giornalista, un operatore umanitario, appaiono prostrati non solo per la postura imposta ma per la vessazione subìta. Che potrebbe proseguire altrove, immaginiamo nelle carceri alla maniera dei lager del Terzo Millennio, già sperimentati dagli alleati della Cia e dell’Us Army a Guantanamo e Abu Ghraib. Il fine è terrorizzare il nemico, anche quello presunto, semplicemente ostaggio d’una guerra che se ha per contendenti Hamas e l’Idf va a colpire soggetti inermi, prima i frequentatori del rave party e i kibbutzim israeliani, e da due mesi l’intero popolo della Striscia. La falsità dell’intervento d’Israele per liberare i concittadini rapiti è dimostrata dalla totale incapacità di compiere quest’operazione e dalla primaria volontà di portare morte e squallore su quel territorio. Fino al punto di assassinare, accanto a migliaia di gazesi, alcuni ostaggi stessi, l’ultimo Sahar Baruch, stritolato sotto le macerie d’una moschea bombardata. Cecità assoluta d’un delinquente che continua a guidare un Paese spaccato, ma impotente e bloccato nella volontà di liberarsene, mentre l’unica via per affrancare gli ostaggi israeliani in cambio di prigionieri palestinesi resta la trattativa. Che è quanto è accaduto giorni addietro e che solo i sanguinari non vogliono ripetere. Coi suoi abusi il governo d’Israele riporta la storia giuridica internazionale indietro di secoli, vanificando non solo qualsiasi diritto per presunti detenuti, ma lo stesso habeas corpus.
Alberto Bradanini – I 7 crimini che rendono un governo genocidario
La lucida, coraggiosa giornalista australiana, Caitlin Johnstone, afferma[1] che se un governo dovesse dare inizio al genocidio di un popolo – una strategia destinata a durare nel tempo, anni o decenni, a meno che non riuscisse a cacciarli prima, dalla loro terra, con la forza – inizierebbe con l’eliminazione del maggior numero possibile di donne e bambini[2]. La loro soppressione, com’è evidente[3], risolverebbe il problema nella culla, è il tragico caso di rilevare, impedendo il riprodursi di un popolo che quell’ipotetico governo genocidario intendesse spazzar via. A ben guardare quel governo farebbe esattamente ciò che Israele sta facendo a Gaza.
Quel governo genocidario prenderebbe poi di mira i civili e le infrastrutture civili per rendere assai difficile o impossibile la sopravvivenza della popolazione da eliminare. Guarda caso si tratta proprio di quello che Israele sta facendo a Gaza[4].
Sempre quel governo genocidario punterebbe quindi ai centri culturali, con il fine di distruggere le radici storiche della popolazione da sopprimere, demolendo luoghi di cultura, musei ed edifici religiosi[5]. Sarà anche qui una coincidenza, ma è esattamente ciò che Israele sta facendo a Gaza[6].
Sempre quell’ipotetico governo genocidario cercherebbe anche di colpire i membri migliori, i più preparati e competenti di quella sciagurata popolazione, sterminando medici, avvocati, accademici, giornalisti e leader di pensiero, al fine di impedire la possibile ricostituzione di quella civiltà che intende depennare dalla mappa del mondo. Ancora una volta, esso farebbe esattamente ciò che sta facendo Israele a Gaza[7].
Inoltre, per condividere le responsabilità dei crimini commessi (non si sa mai che un giorno qualcuno possa essere chiamato a rendere conto!), quell’ipotetico governo incoraggerebbe tutti i membri della leadership del paese (non solo della compagine governativa) a far uso di tale retorica genocida, mascherata o esplicita, affinché tale progetto appaia una scelta di tutto il paese, non solo di qualche settore politico-militare temporaneamente uscito di testa. Sarà un caso, ma vengono alla memoria alcune espressioni utilizzate dal governo israeliano (ad es. Yoav Gallant, Min. della Difesa, secondo il quale i palestinesi sono animali umani[8]) quando ha spiegato al mondo cosa intende fare a Gaza[9].
Quel medesimo governo genocidario aggredirebbe poi la popolazione indesiderata con ogni mezzo – bombardamenti aerei, ordigni al fosforo bianco o di qualsiasi altro colore – forzandola a dirigersi verso il confine[10], facendo poi trovare le altre nazioni davanti alla tragica scelta di accogliere quella misera umanità, con tutti gli inconvenienti politici e sociali che tale scelta comporterebbe, o di assistere a un altro massacro, sulla base del principio di diritto internazionale auto-generato da quello stesso governo genocidario e sintetizzabile come segue: “vi avevo avvertiti, non fingete di ignorare le conseguenze della vostra colpevole inerzia”. E per aiutare quelle nazioni a decidere in fretta continuerebbero a piovere su quelle genti esplosivi di ogni genere, mentre i loro spazi di vita si ridurrebbero sempre più, inesorabilmente…
Pepe Escobar – “L’orrore! L’orrore!”, rivisitato in Palestina
“Mistah Kurtz – è morto”. Joseph Conrad, Cuore di tenebra
Joseph Conrad disse una volta che prima di andare in Congo era un animale semplice. Fu in una di quelle terre parzialmente tracciate dalla crudeltà e dall’ipocrisia dell’etica imperiale che Conrad scoprì il colonialismo europeo nella sua incarnazione più terribile, debitamente rappresentata in Cuore di tenebra, una delle grandi epopee di sensibilizzazione della storia della letteratura.
Fu in Congo che Conrad, di etnia polacca, nato in quella che ancora oggi è conosciuta come “Ucraina”, allora controllata dalla Polonia, e che iniziò a scrivere in inglese solo a 23 anni, perse per sempre ogni illusione sulla missione civilizzatrice della sua razza.
Altri eminenti europei del suo tempo sperimentarono senza soluzione di continuità lo stesso orrore: partecipando a spettacoli di atrocità di conquista, aiutando le Metropoli a saccheggiare e depredare l’Africa, usando il continente come sfondo per le loro avventure giovanili e per i loro riti di passaggio, o mettendo alla prova il loro coraggio solo “salvando” le anime dei nativi.
Hanno attraversato il cuore selvaggio del mondo e hanno fatto fortuna, guadagnato reputazione o espiato i loro peccati solo per tornare al dolce conforto dell’incoscienza, quando non venivano spediti indietro in una bara, naturalmente.
Per dominare popolazioni “primitive” assortite, la Britannia ha sostituito il ferro e la spada con il commercio. Come ogni fede monoteistica, credevano che ci fosse un solo modo di essere; un solo modo di bere il tè; un solo modo di giocare al gioco, qualsiasi esso fosse. Tutto il resto era considerato non civilizzato, selvaggio, brutale, al massimo fornendo materie prime e forti mal di testa.
La giungla interiore
Per la sensibilità europea, il mondo subequatoriale, in realtà l’intero Sud globale, era il luogo in cui l’uomo bianco si recava per il trionfo personale o per la dissoluzione, diventando in qualche modo “uguale” ai nativi. La letteratura, dall’epoca vittoriana in poi, è piena di eroi che viaggiano verso latitudini “esotiche” dove le passioni – come i frutti tropicali – sono più grandi che in Europa, e forme perverse di conoscenza di sé possono essere sperimentate fino all’oblio.
Conrad stesso ha collocato i suoi eroi torturati in luoghi “oscuri” della Terra, per espiare le loro ombre insieme alle ombre del mondo, lontano dalla “civiltà” e dalle sue punizioni convenzionali.
E questo porta a Kurtz in Cuore di tenebra: è un personaggio a sé stante, perché arriva a un estremo di conoscenza di sé praticamente inedito nella letteratura europea, affrontando la piena rivelazione della malignità della sua missione e della sua specie.
In Congo, Conrad ha perso l’innocenza. E il suo protagonista perse la ragione.
Quando Kurtz è passato al cinema in Apocalypse Now di Coppola e la Cambogia ha sostituito il Congo come Cuore di Tenebra, ha denigrato l’immagine dell’Impero. Così il Pentagono inviò un guerriero-intellettuale per ucciderlo, il capitano Willard. Coppola raffigura lo spettatore passivo Willard come ancora più folle di Kurtz: ed è così che realizza lo smascheramento psichedelico dell’intera farsa del colonialismo civilizzatore.
Oggi non abbiamo bisogno di salpare o di imbarcarci su una carovana alla ricerca delle sorgenti dei fiumi nebbiosi per vivere l’avventura neo-imperiale.
Basta accendere lo smartphone per seguire un genocidio, in diretta, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, anche in HD. Il nostro incontro con l’orrore… l’orrore – immortalato nelle parole di Kurtz in Cuore di tenebra – può essere vissuto mentre ci si rade al mattino, si fa pilates o si cena con gli amici.
E proprio come Coppola in Apocalypse Now, siamo liberi di esprimere uno stupore morale umanista di fronte a una “guerra”, in realtà un massacro, che è già persa – impossibile da sostenere eticamente.
Oggi siamo tutti personaggi conradiani, che intravedono solo frammenti, ombre, mescolate allo stupore di vivere in un’epoca macabramente memorabile. Non c’è possibilità di cogliere la totalità dei fatti – soprattutto quando i “fatti” sono fabbricati e riprodotti o rafforzati artificialmente.
Siamo come fantasmi, questa volta non di fronte alla grandiosità della natura, o attraversando la giungla fitta e irreversibile; ma inseriti in un’urbanità devastata come in un videogioco, coautori della sofferenza senza sosta. Il Cuore di Tenebra viene costruito dall'”unica democrazia” dell’Asia occidentale in nome dei “nostri valori”.
Ci sono così tanti orrori invisibili messi in atto dietro la nebbia, nel cuore di una giungla ora replicata come una gabbia urbana. Guardando impotenti l’uccisione selvaggia di donne e bambini, il bombardamento a tappeto di ospedali, scuole e moschee, è come se fossimo tutti passeggeri di una nave allo sbando in balìa delle onde che precipita in un vortice, ammirando la potente maestosità dell’intero scenario.
E stiamo già morendo prima ancora di intravedere la morte.
Siamo gli epigoni degli Hollow Men di T.S. Eliot. Le grida ossessionanti della giungla non provengono più da un emisfero “esotico”. La giungla è qui, si insinua dentro tutti noi.