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sabato 20 giugno 2020

Screen New Deal - Naomi Klein


Nel corso del briefing quotidiano sul coronavirus del governatore di New York Andrew Cuomo di mercoledì 6 maggio, per alcuni brevi istanti, la cupa smorfia che ha riempito i nostri schermi per settimane si è rapidamente trasformata in qualcosa che assomiglia a un sorriso.
«Noi siamo pronti, ci siamo completamente dentro», ha ciangottato il governatore. «Siamo newyorkesi, quindi siamo aggressivi su questo problema, siamo anche ambiziosi a tale riguardo (…) Ci rendiamo conto che il cambiamento non soltanto è imminente, ma può essere veramente un amico se facciamo le cose come vanno fatte. »
L’ispirazione per queste vibrazioni insolitamente positive veniva dalla visita in video dell’ex CEO di Google Eric Schmidt, che si è unito al briefing del governatore per annunciare che sarà a capo di un panel per reinventare la realtà post-Covid dello Stato di New York, con un’enfasi sull’integrazione permanente della tecnologia in ogni aspetto della vita civile.
«Le priorità di ciò che stiamo cercando di seguire» , ha dichiarato Schmidt, «riguardano la sanità a distanza, l’apprendimento da remoto e la banda larga (…) Dobbiamo cercare soluzioni che possano essere usate adesso e poi accelerate per utilizzare la tecnologia e per fare le cose al meglio». Per non avere dubbi sul fatto che gli obiettivi dell’ex presidente di Google fossero del tutto benevoli, il suo sfondo video presentava una coppia di ali d’angelo d’oro incorniciate.
Giusto il giorno prima Cuomo aveva annunciato una collaborazione simile con la Bill & Melinda Gates Foundation per sviluppare «un sistema educativo più intelligente». Definendo Bill Gates un “visionario”, Cuomo ha affermato che la pandemia avrebbe creato «un momento nella storia in cui possiamo effettivamente integrare e sviluppare le idee [di Gates] (…) tutti questi edifici materiali, tutte queste aule fisiche – a quale scopo, considerando la tecnologia di cui oggi disponiamo?» ha esclamato, in forma apparentemente retorica.
Ci ha messo del tempo a delinearsi, ma qualcosa che somiglia a una coerente dottrina di shock pandemico sta iniziando ad emergere. Chiamiamola “Monitor New Deal”. Molto più hi-tech di quel che abbiamo visto durante le catastrofi precedenti questo futuro, che avanza mentre i cadaveri ancora si impilano, interpreta le nostre ultime settimane di isolamento fisico non come una dolorosa necessità avente lo scopo di salvare vite umane, ma come il laboratorio vivente di un avvenire – altamente redditizio – per sempre deprivato di qualsiasi contatto fisico.
Anuja Sonalker, CEO di Steer Tech, una società con sede nel Maryland che vende tecnologia per auto che parcheggiano da sole, ha recentemente schematizzato in questo modo la nuova proposta di vendita aggiornata al virus: «C’è stato un notevole progresso verso una tecnologia senza umani e senza contatto», ha detto. «Gli esseri umani sono biologicamente pericolosi, le macchine no».
È un futuro in cui le nostre case non saranno più spazi esclusivamente personali ma saranno anche, grazie alla connettività digitale ad alta velocità, le nostre scuole, i nostri studi medici, le nostre palestre e, su decisione dello stato, le nostre carceri. Naturalmente per molti di noi quelle stesse case si andavano già trasformando nei nostri posti di lavoro senza fine e nei principali luoghi di intrattenimento ben prima della pandemia, e l’incarcerazione domiciliare sorvegliata “nella comunità” si stava già diffondendo. Ma in un futuro che sta velocemente prendendo forma queste tendenze procedono verso una brusca impennata verso l’alto delle loro curve.
Questo è un futuro in cui, per i privilegiati, quasi tutto viene consegnato a casa – una volta “condiviso” lo schermo su una piattaforma di mediazione – sia virtualmente, tramite streaming e tecnologia cloud, sia fisicamente, tramite veicoli senza conducente o tramite droni. È un futuro che non avrà molto bisogno di insegnanti, medici e autisti. Non accetta contanti o carte di credito (con il pretesto del controllo dei virus) offre un sistema di trasporto scheletrico e un quantitativo decrescente di arte dal vivo. È un futuro che sostiene di essere basato sull’intelligenza artificiale, ma in realtà è tenuto insieme da decine di milioni di lavoratori anonimi nascosti in magazzini, data center, opifici per la moderazione dei contenuti, fabbrichette di rifiuti elettronici, miniere di litio, fattorie industriali, impianti di lavorazione della carne e carceri, dove i lavoratori vengono lasciati non protetti da malattie e iper-sfruttamento. È un futuro in cui ogni nostra mossa, ogni nostra parola, ogni nostra relazione è tracciabile, rintracciabile e estraibile dai dati grazie a una collaborazione senza precedenti tra il governo e i giganti della tecnologia.
Se tutto ciò suona familiare è perché, prima di Covid, proprio questo futuro app-driven, alimentato da lavoretti “gig”, ci veniva venduto in nome della praticità e della personalizzazione senza attriti. Ma molti di noi avevano le loro preoccupazioni. Per esempio, riguardo la sicurezza, la qualità e l’equità della sanità a distanza e delle aule online. Riguardo auto senza conducente che falciano pedoni e droni che distruggono pacchi (e persone). Riguardo la localizzazione e il commercio senza contanti che cancellano la nostra privacy e rafforzano la discriminazione razziale e di genere. Riguardo piattaforme di social media senza scrupoli che avvelenano la nostra ecologia delle informazioni e la salute mentale dei nostri figli. Riguardo “città intelligenti” piene di sensori che sostituiscono il governo locale. Riguardo i buoni lavori che queste tecnologie hanno spazzato via. Riguardo i pessimi lavori che hanno invece prodotto in serie.
E, soprattutto, eravamo preoccupati per la ricchezza e il potere che minacciavano la democrazia, accumulati da una manciata di aziende tecnologiche che sono predicatrici dell’abbandono – che aggirano qualsiasi responsabilità riguardo le carcasse lasciate nei settori che oggi controllano, che si tratti di media, vendita al dettaglio o di trasporti.
Questo è il passato remoto, detto anche Febbraio. Oggi, molte di queste preoccupazioni, assai ben fondate, sono state spazzate via da un’ondata di panico, e questa distopia riciclata passa attraverso un affrettato lavoro di ricostruzione del brand. Adesso, in un contesto straziante di morte di massa, ci viene riproposta con la dubbia argomentazione che queste tecnologie sono l’unico modo possibile per proteggere le nostre vite dalla pandemia, le chiavi indispensabili per proteggere noi stessi e i nostri cari.
Grazie a Cuomo e alle sue varie partnership miliardarie (tra cui una con Michael Bloomberg per i test e la tracciabilità), lo stato di New York si posiziona come la showroom scintillante per questo triste futuro – ma le ambizioni vanno ben oltre i confini di ogni stato o paese.
Nel centro perfetto di tutto questo è installato Eric Schmidt.
Ben prima che gli americani comprendessero la minaccia di Covid-19, Schmidt aveva intrapreso una campagna di lobbying e pubbliche relazioni aggressiva, spingendo proprio la visione della società del Black Mirror che Cuomo gli ha appena dato il potere di realizzare. Al centro di questa visione c’è la perfetta intesa del governo con una manciata di giganti della Silicon Valley – scuole pubbliche, ospedali, studi medici, polizia e militari esternalizzano (a costo elevato) molte delle loro funzioni principali a società tecnologiche private.
È una visione che Schmidt ha promosso nel suo doppio ruolo di presidente del Defense Innovation Board, attraverso cui consiglia il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti su un maggiore uso dell’intelligenza artificiale in campo militare, e di presidente della potente Commissione di Sicurezza Nazionale sull’Intelligenza Artificiale, o NSCAI , che fornisce consulenza al Congresso su “progressi nell’intelligenza artificiale, relativi sviluppi dell’apprendimento automatico e tecnologie associate”, con l’obiettivo di affrontare “le esigenze di sicurezza nazionale ed economica degli Stati Uniti, compreso il rischio economico”. Entrambe le commissioni pullulano di potenti amministratori delegati della Silicon Valley e di alti dirigenti di aziende come Oracle, Amazon, Microsoft, Facebook e, naturalmente, di ex colleghi di Schmidt presso Google.
In qualità di presidente, Schmidt – che detiene ancora più di $ 5,3 miliardi in azioni di Alphabet (la società madre di Google), nonché grandi investimenti in altre società tecnologiche – ha gestito un accurato lavoro di ispezione, con base a Washington, a vantaggio degli interessi della Silicon Valley. Lo scopo principale dei due consigli è quello di chiedere aumenti esponenziali della spesa pubblica per la ricerca sull’intelligenza artificiale e su infrastrutture tecnologiche come il 5G – investimenti che andrebbero a beneficio diretto delle società di cui Schmidt e altri membri di questi consigli hanno ampie partecipazioni.
Tanto nelle presentazioni a porte chiuse per i legislatori quanto in articoli di opinione e interviste rivolte al pubblico, la sostanza dell’argomentazione di Schmidt è sempre la stessa: dal momento che il governo cinese è disposto a spendere denaro pubblico illimitatamente per realizzare l’infrastruttura di sorveglianza ad alta tecnologia, pur consentendo a società tecnologiche cinesi come Alibaba, Baidu e Huawei di intascare i profitti dalle applicazioni commerciali, la posizione dominante degli Stati Uniti nell’economia globale è sul punto di precipitare.
L’Electronic Privacy Information Center (Epic) ha recentemente ottenuto l’accesso, tramite una richiesta ufficiale per Libertà di Informazione (FOI), ai materiali di una presentazione fatta dal NSCAI di Schmidt nel maggio 2019. Le sue slide contengono una serie di affermazioni allarmistiche intorno a come l’infrastruttura normativa relativamente lassista della Cina e il suo appetito senza fondo per la sorveglianza la stiano portando a superare gli Stati Uniti in una serie di settori, tra cui: “AI per la diagnosi medica”, veicoli autonomi, infrastrutture digitali, “città intelligenti”, condivisione delle corse e commercio senza contanti.
Le argomentazioni in favore di questo vantaggio competitivo della Cina sono una miriade: il volume di consumatori che fanno acquisti online; “L’assenza in Cina di sistemi bancari ereditati”, che avrebbe permesso di scavalcare contanti e carte di credito e di scatenare “un enorme mercato di e-commerce e servizi digitali” utilizzando i pagamenti digitali; una grave carenza di medici, che ha portato il governo a lavorare a stretto contatto con aziende tecnologiche come Tencent per utilizzare l’IA per la medicina “predittiva”. Le diapositive di Schmidt sottolineano come in Cina le società tecnologiche «hanno l’autorità di eliminare rapidamente le barriere normative, mentre le iniziative americane sono legate alla conformità HIPPA e all’approvazione della FDA».
Su ogni altro argomento, tuttavia, l’NSCAI sottolinea che la determinazione della Cina nell’abbracciare partenariati pubblico-privato nella sorveglianza di massa e nella raccolta di dati è la vera spiegazione del suo vantaggio competitivo. La presentazione reclamizza “il sostegno e il coinvolgimento espliciti del governo cinese nella diffusione del riconoscimento facciale”. Sostiene che «la sorveglianza è uno dei ‘primi e migliori clienti’ per la AI» e, inoltre, che «la sorveglianza di massa è la killer application dell’apprendimento profondo».
Una diapositiva intitolata “Set di dati statali: sorveglianza = città intelligenti” fa notare che la Cina, insieme al principale concorrente cinese di Google, Alibaba, stanno correndo avanti.
Questo è interessante perché la società madre di Google, Alphabet, ha sostenuto proprio questa visione attraverso la sua divisione di Sidewalk Labs, scegliendo gran parte del lungomare di Toronto come prototipo di “città intelligente”. Sennonché il progetto di Toronto è stato chiuso dopo due anni di incessanti polemiche relative alle enormi quantità di dati personali che Alphabet avrebbe raccolto, una mancanza di protezione della privacy e vantaggi discutibili per la città nel suo insieme.
Cinque mesi dopo questa presentazione, a Novembre, NSCAI ha presentato al Congresso una relazione interlocutoria che ha di nuovo tentato di creare panico circa la necessità, per gli Stati Uniti, di imitare l’adattamento cinese a queste controverse tecnologie. “Siamo in una competizione strategica”, afferma il rapporto, ottenuto tramite FOI da Epic. «L’IA sarà al centro. Sono in gioco il futuro della nostra sicurezza nazionale e della nostra economia».
Alla fine di febbraio, Schmidt stava già puntando la sua campagna verso il grande pubblico, forse perché aveva capito che gli aumenti di budget richiesti dal suo Consiglio non sarebbero stati approvati senza un sostegno più convinto. In un articolo del New York Times intitolato “Ero solito partire con Google. Ma la Silicon Valley potrebbe perdere in Cina”, Schmidt ha chiesto “partenariati senza precedenti tra governo e industria” e, ancora una volta suonando la fanfara del pericolo giallo, ha scritto:
«L’IA aprirà nuove frontiere ovunque, dalle biotecnologie alle banche, ed è anche una priorità del dipartimento della difesa (…). Se le tendenze attuali continuano, gli investimenti complessivi della Cina in ricerca e sviluppo dovrebbero superare quelli degli Stati Uniti entro 10 anni, circa lo stesso periodo in cui si prevede che la sua economia diventerà più grande della nostra.
A meno che queste tendenze non cambino, negli anni 2030 saremo in concorrenza con un paese che ha un’economia più grande, più investimenti in ricerca e sviluppo, una migliore ricerca, un più ampio dispiegamento di nuove tecnologie e una più solida infrastruttura informatica (…). In definitiva, i cinesi sono in competizione con noi per diventare i più importanti innovatori del mondo e gli Stati Uniti non stanno giocando per vincere».
L’unica soluzione, per Schmidt, era un’ondata di denaro pubblico. Lodando la Casa Bianca per aver richiesto un raddoppio dei finanziamenti per la ricerca nell’intelligenza artificiale e nelle scienze dell’informazione quantistica, ha scritto:
«Dovremmo pianificare di raddoppiare il finanziamento in quei campi mentre costruiamo capacità istituzionali nei laboratori e nei centri di ricerca (…). Allo stesso tempo, il Congresso dovrebbe soddisfare la richiesta del presidente per il più alto livello di finanziamento della ricerca e sviluppo nel settore della difesa da oltre 70 anni e il dipartimento della difesa dovrebbe capitalizzare quell’impennata di risorse per costruire capacità rivoluzionarie in AI, quantistica, ipersonica e altre aree tecnologiche prioritarie».
Esattamente due settimane prima che l’epidemia di coronavirus fosse dichiarata una pandemia non si sosteneva che l’obiettivo di questa vasta espansione di alta tecnologia fosse quello di proteggere la salute americana. Ci si limitava a dire che era necessario evitare di essere superati dalla Cina. Ma, inutile dirlo, tutto sarebbe rapidamente cambiato.
Nei due mesi successivi, Schmidt ha trasformato queste richieste preesistenti – riguardo ingenti spese pubbliche in ricerca e infrastrutture ad alta tecnologia, per una serie di “partenariati pubblico-privato” nell’intelligenza artificiale e per l’allentamento di una miriade di norme a tutela della privacy e della sicurezza – attraverso un esercizio di aggressiva ricostruzione del brand. Ora tutte queste misure (e altre) vengono presentate al pubblico come l’unica nostra possibile speranza di proteggerci da un nuovo virus che sarà con noi per gli anni a venire.
E le società tecnologiche con cui Schmidt ha legami profondi e che popolano gli influenti consigli consultivi che presiede, si sono tutte riposizionate come benevoli protettori della salute pubblica e munificenti campioni dell’ “eroe di tutti i giorni”, che sarebbero poi i lavoratori a giornata (molti dei quali, come i conducenti di consegna, perderebbe il posto di lavoro se queste aziende riuscissero a farsi strada). Meno di due settimane dopo il blocco dello stato di New York, Schmidt ha scritto un articolo per il Wall Street Journal che definiva il nuovo argomento e chiariva come la Silicon Valley avesse tutte le migliori intenzioni di sfruttare la crisi per una trasformazione permanente:
«Come altri americani, i tecnologi stanno cercando di fare la propria parte per sostenere la risposta alla pandemia in prima linea (…). Ma ogni americano dovrebbe chiedersi dove vogliamo che la nazione sia quando la pandemia di Covid-19 sarà finita. In che modo le tecnologie emergenti implementate nell’attuale crisi ci spingono verso un futuro migliore? (…) Aziende come Amazon sanno come fornire e distribuire in modo efficiente. Dovranno fornire servizi e consulenza a funzionari governativi che non dispongono dei sistemi informatici e delle necessarie competenze.
Dovremmo anche accelerare la tendenza verso l’apprendimento da remoto, che viene sperimentato oggi come mai prima. Online, non è necessario alcun requisito di prossimità, e questo consente agli studenti di ottenere istruzioni dai migliori insegnanti, indipendentemente dal distretto scolastico in cui risiedono (…).
La necessità di una sperimentazione rapida e su larga scala accelererà anche la rivoluzione delle biotecnologie (…). Infine, il paese attende da tempo per una vera infrastruttura digitale (…). Se vogliamo costruire un’economia e un sistema educativo futuri basati sulla comunicazione a distanza di ogni cosa, abbiamo bisogno di una popolazione interamente connessa e di una infrastruttura ultraveloce. Il governo deve fare un investimento massiccio – forse come parte di un pacchetto di stimolo – per convertire l’infrastruttura digitale della nazione in piattaforme basate su cloud e collegate a una rete 5G».
In effetti, Schmidt è stato implacabile nel perseguire questa visione. Due settimane dopo la pubblicazione dell’articolo, descrisse la programmazione scolastica ad hoc che insegnanti e famiglie in tutto il paese erano stati costretti a mettere in pratica durante questa emergenza di sanità pubblica come “un enorme esperimento di apprendimento remoto”.
L’obiettivo di questo esperimento, ha detto, era «cercare di scoprire: come imparano i bambini da remoto? E con i risultati saremo in grado di costruire migliori strumenti di apprendimento a distanza che, quando integrati con l’insegnante (…), aiuteranno i bambini a imparare meglio». Durante la stessa videochiamata, ospitata dall’Economic Club di New York, Schmidt ha anche chiesto più teleassistenza, più 5G, più commercio digitale, oltre a quel che restava della preesistente lista dei desideri. Tutto in nome della lotta contro il virus.
Il suo commento più eloquente, tuttavia, è stato questo: «Il beneficio realizzato da queste società, che ci divertiamo a diffamare, in termini di capacità di comunicazione, capacità di gestire la salute, capacità di ottenere informazioni, è profondo. Pensate a come sarebbe stata la vostra vita in America senza Amazon». Ha aggiunto che le persone dovrebbero «essere riconoscenti del fatto che queste società abbiano trovato il capitale, fatto l’investimento, costruito gli strumenti che stiamo usando ora e che ci hanno veramente aiutato».
Le parole di Schmidt ci ricordano che, fino a poco tempo fa, il risentimento pubblico contro queste compagnie era in aumento. I candidati alla presidenza stavano discutendo apertamente di una rottura con la grande tecnologia. Amazon è stato costretto a ritirare i suoi piani per un quartier generale a New York a causa della feroce opposizione locale. Il progetto Sidewalk Labs di Google era in crisi perenne e i lavoratori di Google si stavano rifiutando di costruire tecnologia di sorveglianza con applicazioni militari.
In breve, la democrazia – scomodo impegno pubblico nella progettazione di istituzioni e spazi pubblici critici – si stava rivelando il principale ostacolo alla visione che Schmidt stava sviluppando, prima dall’alto del suo trespolo collocato nella parte superiore di Google e Alphabet, e poi come presidente di due potenti consigli di amministrazione nel Congresso USA e nel Dipartimento della Difesa. Come rivelano i documenti della NSCAI, questo inopportuno esercizio di potere da parte di membri della sfera pubblica e da parte di tecnici interni a queste mega-imprese – dal punto di vista di uomini come Schmidt e l’amministratore delegato di Amazon Jeff Bezos – ha rallentato in modo esasperante la corsa agli armamenti della AI, tenuto lontane le flotte di auto e camion potenzialmente senza conducente dalle strade, protetto le cartelle cliniche private dal diventare un’arma utilizzata dai datori di lavoro contro i lavoratori, impedito che gli spazi urbani venissero del tutto ricoperti con software di riconoscimento facciale e molto altro.
Ora, nel mezzo della carneficina di questa pandemia in corso, e della paura e dell’incertezza sul futuro che ha portato, queste aziende colgono lucidamente il momento buono per spazzare via questo impegno democratico e per raggiungere lo stesso potere dei loro concorrenti cinesi, che si godono il lusso di funzionare senza essere ostacolati dalle intrusioni, che siano quelle dei lavoratori o quelle dei diritti civili.
Tutto questo avviene molto velocemente. Il governo australiano ha stipulato un contratto con Amazon per archiviare i dati per la sua controversa app di tracciamento del coronavirus. Il governo canadese ha stipulato un contratto con Amazon per la fornitura di attrezzature mediche, sollevando dubbi sul perché abbia aggirato il servizio postale pubblico. E in pochi giorni, all’inizio di maggio, Alphabet ha avviato una nuova iniziativa di Sidewalk Labs per rifare l’infrastruttura urbana con 400 milioni di dollari di capitale di avviamento. Josh Marcuse, direttore esecutivo della Defense Innovation Board presieduta da Schmidt, ha annunciato che avrebbe lasciato quel lavoro per dedicarsi a tempo pieno a Google come responsabile della strategia e dell’innovazione per il settore pubblico globale, il che significa che aiuterà Google a incassare qualcuna delle tante opportunità che lui e Schmidt hanno creato con grande impegno con le loro lobby.
Per essere chiari, la tecnologia riguarda una parte fondamentale del come intendiamo proteggere la salute pubblica nei prossimi mesi e anni. La domanda è: tale tecnologia sarà soggetta alle discipline della democrazia e del controllo pubblico, o sarà abbandonata alle frenesie dello stato d’ eccezione, senza porre domande critiche su come modellerà la nostra vita per i decenni a venire? Domande come queste, per esempio: se stiamo davvero scoprendo quanto sia importante la connettività digitale in tempi di crisi, queste reti e i nostri dati devono restare proprio nelle mani di giocatori privati come Google, Amazon e Apple? Se i fondi pubblici pagano così tanto, non dovrebbe anche il pubblico gestirli e controllarli ? Se Internet è così essenziale nella nostra vita, come lo è chiaramente, non dovrebbe essere gestita come un’utilità pubblica senza scopo di lucro?
E mentre non vi è dubbio che la capacità di teleconferenza è stata un’ancora di salvezza in questo periodo di paralisi, ci sono seri dibattiti riguardo il fatto che le nostre più durature funzioni di protezione sono nettamente più umane. Prendi l’istruzione. Schmidt ha ragione nel dire che le aule sovraffollate presentano un rischio per la salute, almeno fino a quando non avremo un vaccino. Che ne pensi di assumere il doppio del numero di insegnanti e di dimezzare le dimensioni della classe? Che ne pensi di assicurarti che ogni scuola abbia in sede un’infermiera?
Ciò creerebbe posti di lavoro indispensabili in una crisi di disoccupazione a livello di depressione economica e darebbe più spazio a tutti nell’ambiente di apprendimento. Se gli edifici sono troppo affollati, che ne dite di dividere la giornata in turni e avere più istruzione all’aperto, attingendo all’abbondante ricerca che mostra che il tempo nella natura migliora la capacità di apprendimento dei bambini?
Presentare questo tipo di modifiche sarebbe difficile, certo. Ma non sono così rischiose come il rinunciare ad una comprovata tecnologia basata su umani addestrati che insegnano a umani più giovani faccia a faccia, in gruppi in cui, tanto per cominciare, si apprende a socializzare.
Dopo aver appreso della nuova partnership dello stato di New York con la Gates Foundation, Andy Pallotta, presidente del sindacato degli insegnanti dello Stato di New York, ha reagito prontamente: «Se vogliamo reinventare l’istruzione, iniziamo col rispondere alla necessità di assistenti sociali, consulenti di salute mentale, infermieri scolastici, corsi di perfezionamento artistico, corsi avanzati e classi più piccole nei distretti scolastici di tutto lo stato», ha affermato. Una coalizione di gruppi di genitori ha anche sottolineato che se pure avessero effettivamente attraversato un “esperimento di apprendimento remoto” (come ha affermato Schmidt), i risultati sono stati profondamente preoccupanti: «Da quando le scuole sono state chiuse, a metà marzo, la nostra consapevolezza delle profonde carenze dell’istruzione basata sullo schermo è soltanto aumentata».
Oltre all’ovvio pregiudizio di classe e razza nei confronti dei bambini che non hanno accesso a Internet e ai computer di casa (problemi che le aziende tecnologiche sono desiderose di risolvere attraverso enormi acquisti di tecnologia), ci sono importanti questioni sul fatto che l’insegnamento da remoto possa essere utile ai bambini con disabilità, come sarebbe previsto dalla legge. E non esiste una soluzione tecnologica al problema dell’apprendimento in un ambiente domestico sovraffollato e/o invasivo.
Il problema non è se le scuole debbano cambiare di fronte a un virus altamente contagioso per il quale non abbiamo né cura né vaccino. Come ogni istituzione in cui gli umani si riuniscono in gruppi, esse cambieranno. Il problema, come sempre in questi momenti di shock collettivo, è l’assenza di un dibattito pubblico su come dovrebbero apparire questi cambiamenti e su chi ne dovrebbe beneficiare: le aziende tecnologiche private o gli studenti?
Le stesse domande devono essere poste riguardo la salute. Evitare gli studi medici e gli ospedali durante una pandemia è una cosa che ha un senso piuttosto chiaro. Ma la telemedicina ne ha molto meno. Quindi abbiamo bisogno di un dibattito basato sulle evidenze riguardo i pro e contro della eventuale spesa delle scarse risorse pubbliche per la teleassistenza – piuttosto che per infermieri più qualificati, dotati di tutti i dispositivi di protezione necessari, in grado di effettuare chiamate domestiche per diagnosticare e curare i pazienti nelle loro case. E forse, più urgentemente, dobbiamo trovare il giusto equilibrio tra le app di tracciamento dei virus, che, con le adeguate protezioni per la privacy, hanno un loro ruolo da svolgere, e le richieste di un “corpo sanitario comunitario” che permetterebbe a milioni di americani di svolgere un lavoro, non esclusivamente per tracciare i contatti, ma invece per assicurarsi che tutti dispongano delle risorse materiali e del supporto di cui hanno bisogno per restare in quarantena in sicurezza.
In ogni caso, dobbiamo affrontare scelte reali e difficili tra l’investimento sull’umano e l’investimento sulla tecnologia. Perché la brutale verità è che, così com’è stanno le cose, è molto improbabile che realizzeremo entrambi gli imvestimenti. Il rifiuto di trasferire qualcosa di simile alle necessarie risorse agli stati e alle città nei successivi salvataggi federali indica che la crisi sanitaria del coronavirus si sta ora schiantando a capofitto in una crisi di austerità prefabbricata. Le scuole pubbliche, le università, gli ospedali e il transito si trovano ad affrontare domande fondamentali circa il loro futuro. Se le aziende tecnologiche vincono la loro feroce campagna di lobbying per l’apprendimento remoto, la telehealth, il 5G e i veicoli senza conducente – il loro “Screen New Deal” – semplicemente non rimarranno soldi per urgenti priorità pubbliche, e dimenticatevi il New Deal verde di cui il nostro pianeta ha urgente bisogno. Al contrario: il prezzo per tutti i gadget luccicanti saranno i licenziamenti di massa degli insegnanti e le chiusure degli ospedali.
La tecnologia ci fornisce strumenti potenti, ma non tutte le soluzioni sono tecnologiche. E il problema di dare l’outsourcing delle decisioni chiave su come “reinventare” i nostri stati e le nostre città a uomini come Bill Gates e Schmidt è che questi signori hanno speso la loro vita a sostenere la tesi secondo cui non ci sono problemi che la tecnologia non possa risolvere.
Per loro, e molti altri nella Silicon Valley, la pandemia è un’occasione d’oro per ricevere non solo la gratitudine, ma la deferenza e il potere che ritengono essergli stati finora ingiustamente negati. E Andrew Cuomo, mettendo l’ex presidente di Google a capo del corpo che delineerà la ripartenza dello stato, sembra aver riconosciuto loro il diritto di sfogarsi.

(Note: Traduzione, a cura di Giuseppe Nicolosi, del testo di Naomi Klein uscito l’otto Maggio sul sito web di “The intercept” con il titolo di “Screen New Deal”)

martedì 2 giugno 2020

Alessandro Portelli, Andrea Bocconi e Ilhan Omar sull'assassinio di George Floyd

La civiltà del ginocchio sul collo - Alessandro Portelli

C’è qualcosa di mitologico nell’immagine del poliziotto col ginocchio sul collo della vittima a Minneapolis – San Giorgio che calpesta il drago sconfitto, la divinità purissima che schiaccia il serpente, il cacciatore bianco sull’elefante o il rinoceronte ucciso in safari… Figure della vittoria della virtù sulla bestia, dello spirito sulla natura, della civiltà sul mondo selvaggio … E del bianco sul nero.
Così deve essersi sentito il poliziotto Dereck Chauvin, domatore sul corpo prostrato di George Floyd in mezzo alla strada davanti a tutti. Ma in questa immagine il senso si capovolge: l’animale è quello che sta sopra e calpesta, e la vittima calpestata è quella che invoca il più umano e il più simbolico dei diritti: il respiro, vita del corpo e soffio dello spirito. A Minneapolis, la civiltà è la bestia, l’ordine è selvaggio, la legge è l’arbitrio, l’umanità è soffocata e soppressa. Jack London lo chiamava il Tallone di ferro.
Stavolta è un ginocchio, a New York al collo di Eric Garner era un braccio; ma la sostanza è la stessa. Anche per questo in strada non sono scesi solo i fratelli e le sorelle afroamericani, i più prossimi alla vittima, ma anche tanti di quelli – bianchi e latini, uomini e donne – che sempre più si sentono sul collo il ginocchio mortale della disuguaglianza crescente, della precarietà della sussistenza, della perdita dei diritti, dello svuotamento della democrazia. Come il drago, il rettile, la selvaggina nelle icone, questi esseri umani non hanno diritto di parola nell’agiografia vittoriosa del potere. Il respiro spezzato di George Floyd e di Eric Garner è anche una figura della loro voce negata.
È una parte di America senza diritto di parola, senza voto e senza rappresentanza quella che è esplosa in tutto il paese. Lo stato è in mano a forze che lo pensano come potere di dominio senza responsabilità di governo; quando il paese diventa ingovernabile sanno solo minacciare sparatorie ed evocare «cani feroci» da scagliare addosso ai manifestanti – salvo nascondersi nel bunker come un dittatorello spaventato dai suoi stessi sudditi.
Peraltro, la vigliaccheria è funzionale anche a un consapevole disegno politico: drammatizzare la situazione, accentuare il conflitto, radicalizzare le aree di consenso su cui si basa il sostegno elettorale di Trump, far dimenticare la disastrosa gestione dell’emergenza sanitaria, cogliere l’occasione per criminalizzare il dissenso. C’è un’intenzionale parallelismo fra il gesto di Trump di scendere nel bunker e quello del vicepresidente Cheney dopo l’11 settembre: come dire che questa crisi è la stessa di allora (e i «terroristi» sono gli «antifa») e legittima la stessa politica securitaria, le stesse violazioni e sospensioni della democrazia di allora.
Né l’alternativa possono essere le parole flebili, convenzionali, di prammatica (e soprattutto: parole, in un momento che avrebbe bisogno di azioni, di gesti significativi) che sono venute da Biden e del partito cosiddetto democratico, che peraltro di scheletri nell’armadio ne ha fin troppi.
Fino a una settimana fa, la più plausibile candidata democratica alla vicepresidenza era Amy Klobuchar, ex pubblico ministero della contea di Minneapolis, che in quanto tale aveva lasciato correre, e anzi appoggiato, l’aggressività endemica della polizia ed era perfino accusata di aver lasciato indenne in un caso precedente lo stesso Derek Chauvin. Anche se è ormai chiaro che non sarà lei la prescelta, l’avere solo pensato a lei per la vicepresidenza (e quindi in futuro anche per una possibile candidatura presidenziale) ci dice quanto questi temi fossero estranei alla visione della leadership democratica.
La sola opposizione in questo momento sta nelle strade. La «violenza» non piace a nessuno; ma se i senza parola non avessero alzato la voce Dereck Chauvin l’avrebbe fatta franca come sempre e come tutti gli altri; e se non avessero parlato con il fuoco nelle strade, le istituzioni si sarebbero limitate a licenziarlo ma non l’avrebbero, troppo tardi, incriminato. Tutti applaudivano quando un grande scrittore come James Baldwin, sugli echi biblici di un grande spiritual, ammoniva: la prossima volta il fuoco.
Bene, la prossima volta è questa, il commissariato di polizia a Minneapolis brucia davvero. E ora che le parole di Baldwin diventano fatti, tutti a stigmatizzare la violenza come se non li avessero avvertiti prima, invece di domandarsi che cosa potevamo fare perché non fosse ancora una volta inevitabile e che cosa dovremo fare, quando i fuochi sembreranno spegnersi, perché non sia necessario che divampino un’altra volta.
Per fortuna, nelle strade d’America c’è stato anche il gesto concreto di un’altra opposizione, che segna davvero una novità storica – e viene da gruppi imprevisti di lavoratori. Hanno cominciato gli autisti degli autobus di Minneapolis, rifiutandosi di potare in carcere i manifestanti arrestati. Ma il messaggio più potente viene propria da dentro quello che sarebbe il campo avverso: sono i poliziotti che si uniscono ai cortei dei manifestanti, che solidarizzano con la protesta, che dicono basta alla solidarietà a priori con i propri colleghi picchiatori e assassini.
Mi colpisce che gli episodi più clamorosi vengano da realtà con un forte potere simbolico: Camden, New Jersey (città di Walt Whitman, poeta della democrazia, e periferia disastrata), Flint, Michigan (la città operaia della General Motors e Michael Moore, avvelenata dagli scarichi industriali nelle acque col silenzio del governo federale), e soprattutto Ferguson, Missouri, la città dove l’assassinio di Michael Brown e la repressione militare della protesta hanno aperto nel 2014 una nuova fase che culmina (per ora) con gli eventi di oggi.
A Ferguson, la polizia era armata come un esercito di occupazione, e addestrata a pensare ai manifestanti, letteralmente, come «nemici». Che poliziotti di Ferguson si inginocchino in omaggio a un afroamericano ammazzato da uno come loro significa che c’è un limite a tutto, che questo limite è stato oltrepassato, e che qualche coscienza comincia a cambiare. Forse non basta, ma non era mai successo prima. Forse, adesso che il drago si scuote, anche San Giorgio comincia ad avere qualche dubbio.



George Floyd, ho letto la perizia dell’autopsia: certi referti sono cortine fumogene - Andrea Bocconi



Come psicologo devo stare molto attento non solo a quello che dicono le parole, ma anche a quello che celano, e al sottotesto, ovvero a tutti gli impliciti del discorso. Sono andato a controllare il testo in inglese dell’autopsia preliminare di George Floyd. La traduzione apparsa sui giornali italiani mi sembra fedele.
Il medico legale scrive che non ci sarebbero evidenze fisiche che possano supportare una diagnosi di strangolamento o asfissia traumatica. È una formula anodina, che non esclude del tutto, ma sottolinea che non ci sono prove. La domanda che sorge è: se non è morto per quel ginocchio sul collo per nove minuti, che gli faceva dire “non respiro”, di che è morto?

La risposta è ricca di ipotesi. La combinazione di tre elementi: essere fermati dalla polizia, patologie pregresse, una sostanza intossicante presente nel corpo di Floyd. La prima mi preoccupa particolarmente: se mi ferma la polizia effettivamente provo un certo batticuore, anche se ho tutto in regola. Immagino di non essere l’unico. Se poi uno soffre di ipertensione (e qua non si dice se Floyd ne soffriva, come tanti dopo i quaranta in forma lieve, media, gravissima) la situazione si aggrava: il mio batticuore potrebbe diventare un infarto. Quanto poi alla sostanza intossicante, quale era? Aveva bevuto un whisky? Si era fatto una canna? Aveva preso anfetamine? Dove è la perizia tossicologica?
Qua le parole sono state scelte con cura, per non dire, per suggerire la disgrazia, il caso sfortunato, per spacciare per rilievi scientifici, tatti, quelle che sono solo ipotesi, le più favorevoli per la polizia. Certi referti sono cortine fumogene, lo abbiamo visto anche in Italia, vedi il caso Cucchi.
Peccato per il poliziotto che ci siano i video, altrimenti si poteva sostenere che era morto di spavento: questi neri son molto emotivi, si sa. Ci sta, perché la polizia americana tende ad avere il grilletto facile con i neri. Ne uccide un numero sei volte superiore a quello dei bianchi. Chi non si spaventerebbe ad essere fermato dalla polizia di Minneapolis, che ha una pessima reputazione di razzismo?
Lo dice Marlon James, scrittore vincitore del Booker Prize che in quella strada di Minneapolis ha vissuto, nell’intervista su Republica di sabato. Ma è afroamericano. Mi piacerebbe sapere qualcosa di più del medico legale. Tiro a indovinare: non è nero.

domenica 1 marzo 2020

il governo del Brasile ha un cuore nazista



“L'arte brasiliana del prossimo decennio sarà eroica e nazionale. Sarà dotato di una grande capacità di coinvolgimento emotivo e sarà ugualmente imperativo, poiché è profondamente legato alle urgenti aspirazioni della nostra gente, altrimenti non sarà nulla”
Roberto Alvin, ministro della Cultura del Brasile, il 15 gennaio 2020.


"L'arte tedesca del prossimo decennio sarà eroica, romantica, obiettiva e priva di sentimentalismo, nazionale con un grande pathos e ugualmente imperativo e vincolante, o niente" –
Joseph Goebbels, ministro della cultura nazista, 8 ottobre 1933.


martedì 17 dicembre 2019

Glenn Greenwald Intervista Evo Morales



Il 10 novembre, Evo Morales, che è stato presidente della Bolivia per 13 anni e ha permesso una straordinaria crescita economica e una riduzione della disuguaglianza elogiata anche dai suoi critici, ha annunciato che rassegnava le dimissioni alla presidenza sotto coercizione, con minacce implicite da parte dell'esercito boliviano . Morales in seguito ha chiarito di aver visto questi eventi come un classico colpo militare di destra del tipo di quelle che hanno afflitto il continente per decenni, spiegando che è stato rimosso dalla presidenza con la forza e poi alla fine è stato costretto da un ammutinamento della polizia e minacce militari a fuggire dal suo stesso paese.

Morales è andato in Messico, dove gli è stato concesso l'asilo politico, e da allora ha vissuto in sicurezza a Città del Messico (all'inizio di questa settimana gli è stato concesso lo status di rifugiato in Argentina). Il 3 dicembre mi sono seduto con Morales a Città del Messico per un'intervista di un'ora di ampia portata: non solo sugli eventi che hanno portato alla sua rimozione ed esilio dalla Bolivia, ma anche tendenze più ampie nella politica regionale e globale, anche come ruolo degli Stati Uniti in America Latina.

Abbiamo discusso di chi c’era dietro questo colpo di stato, quali sono le sue motivazioni, il ruolo svolto sia dagli Stati Uniti che dal Brasile, l'uso della violenza da parte del governo "ad interim" di destra contro i manifestanti indigeni, le critiche espresse contro di lui per aver cercato un quarto mandato nonostante i limiti costituzionali, e in che modo la sua rimozione da parte della forza militare a favore di un regime non eletto (espressione del colpo di stato) - guidato dalla destra, minoranza bianca e cristiana del paese - riflette le tendenze più ampie della politica latinoamericana e le tendenze politiche globali in generale.


Non ero sicuro di cosa aspettarmi da questa intervista. Dopotutto, Morales aveva subito un violento colpo di stato militare che lo aveva costretto a lasciare il suo paese solo poche settimane prima e pensavo che - pieno di rabbia e risentimento per gli eventi recenti - avrebbe potuto essere riluttante o incapace di fare molto di più che dire banalità sulle ingiustizie , repressione e violenza militare nel suo paese che lo hanno costretto a fuggire.


Ma quell'aspettativa si è rivelata non vera. Morales era incredibilmente lucido, riflessivo, perspicace e analitico su praticamente tutto ciò di cui abbiamo discusso, non solo sulla Bolivia ma anche sulla politica regionale e mondiale. Come qualcuno che e stato protagonista di una storia di successo di sinistra per 13 anni nel cortile degli Stati Uniti, ha ovviamente una prospettiva unica e sottile su una vasta gamma di eventi geopolitici e quell’esperienza ha modellato l'intervista. Di conseguenza, considero questo uno dei colloqui più istruttivi e convincenti che ho fatto. Spero che guarderai l'intero video di 50 minuti poiché credo che valga la pena dedicare il tuo tempo, fornendo una prospettiva raffinata raramente ascoltata dalla stampa mainstream.

sabato 17 agosto 2019

scrive Glenn Greenwald


Quando la polizia federale del Brasile ha arrestato quattro persone e le ha accusate di aver violato le comunicazioni dei funzionari governativi e di aver fornito parte di tali contenuti a The Intercept, molti dei nostri lettori hanno chiesto: Che effetto avrà questo sulla nostra continua segnalazione su questo archivio segreto?

La risposta, in una parola: nessuna.

The Intercept non si è mai lasciato costringere al silenzio dai governi, per quanto potenti, e, man mano che la situazione qui in Brasile si surriscalda, non abbiamo intenzione di arretrare.
I documenti che abbiamo ricevuto hanno rivelato gravi e sistematiche irregolarità da parte degli stessi funzionari giudiziari che si sono espressi come crociati apolitici quando hanno imprigionato l'ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva - e quindi hanno aperto la strada all'elezione del sespota di estrema destra Jair Bolsonaro .

Man mano che le rivelazioni sulla corruzione crescevano, questi funzionari ricorrevano alle solite tattiche impiegate dai governi di tutto il mondo: hanno cercato di distrarre l'attenzione dalla propria condotta scorretta attaccando i giornalisti che hanno rivelato le loro malefatte.

Lo stesso presidente Bolsonaro mi ha minacciato pubblicamente di prigione e mi ha accusato di aver sposato un cittadino brasiliano e di aver adottato bambini brasiliani al fine di evitare la deportazione.

Il rischio è così terribile che mercoledì un giudice della Corte Suprema brasiliana ha emesso una sentenza che proibisce all'amministrazione Bolsonaro e al ministro della Giustizia Sergio Moro di indagare su The Intercept e su di me per aver svolto il nostro lavoro come giornalisti. Questa è stata una grande vittoria per la libertà di stampa in Brasile. Tuttavia, sappiamo che la guerra è appena iniziata.

Il nostro team di giovani giornalisti indipendenti presso The Intercept Brasil sta facendo un lavoro eroico e complesse, nonostante le numerose minacce, con grande coraggio e professionalità ancora maggiore.

È stato fantastico e stimolante guardare questa squadra in azione, anche se il governo di Bolsonaro cerca di criminalizzare l loro lavoro. Ma abbiamo anche dovuto fare investimenti costosi nella loro sicurezza digitale, fisica e legale per assicurarci che possano continuare a fare il loro lavoro nei prossimi mesi.

L'Intercept è un'organizzazione di informazione senza scopo di lucro, il che significa che sei il nostro stakeholder (“azionista”) più importante. La tua donazione mantiene vivi i nostri accaniti rapporti indipendenti e ci aiuta a sfidare leader autoritari di estrema destra come Jair Bolsonaro. Contiamo sui nostri lettori per essere sicuri di poter continuare questa copertura senza paura.

Bolsonaro rappresenta una grave minaccia non solo per i diritti umani in Brasile, ma anche a livello internazionale attraverso le sue alleanze con alcuni dei regimi più reazionari del mondo. Le sue sfacciate promesse di demolire politiche chiave che proteggono l'Amazzonia mettono letteralmente a rischio il destino del pianeta.

Da quando abbiamo iniziato a riferire regolarmente sul Brasile nel 2016, il nostro pubblico e la nostra accoglienza sono cresciuti moltissimo. Alcuni degli articoli più letti nella storia di The Intercept sono stati in portoghese e le principali figure politiche brasiliane si rivolgono ora a noi per le loro interviste più importanti. Conoscono il valore e l'impatto della piattaforma unica che abbiamo creato.

Ciò è accaduto perché i servizi giornalistici approfonditeiche facciamo sono estremamente rare in Brasile, dove il panorama dei media è dominato da grandi conglomerati - e gli sbocchi indipendenti sono pochi e distanti tra loro. Siamo stati in grado di applicare lo stesso approccio aantagonistico e intrepido al giornalismo investigativo che usiamo negli Stati Uniti anchein Brasile, dove, con l'elezione di un tiranno genuino e spaventoso, è necessario ora più che mai.

Il nostro team qui è impegnato a continuare a riportare questa storia perché è nell'interesse pubblico brasiliano. Ma spero che sosterrai il nostro lavoro perché sta inviando un segnale di avvertimento così potente ai governi autoritari di estrema destra in tutto il mondo.


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Washington, DC 20038

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(traduzione mia)

martedì 11 giugno 2019

Brasile, un reportage di 'The Intercept' dimostra che il giudice Sergio Moro ha manipolato il processo contro Lula - Fabrizio Verde



 
Come volevasi dimostrare. Il giudice istruttore Sergio Moro, titolare dell’inchiesta Lava Jato e successivamente entrato a far parte del gabinetto governativo del fascio-liberista Jair Bolsonaro in Brasile, ha manipolato le indagini in modo da incastrare l’ex presidente Lula fino a quel momento in testa a tutti i sondaggi e il grande favorito alla vittoria finale nelle elezioni presidenziali che poi hanno incoronato Bolsonaro. 

The Intercept Brazil di Glenn Greenwald ha pubblicato una vasta e incisiva inchiesta sulle presunte motivazioni politiche alla base dell’Operazione Autolavaggio (Lava Jato) contro l'ex presidente Luiz Inacio Lula da Silva e il Partito dei lavoratori (PT), nonché il coinvolgimento non etico dell'attuale ministro della Giustizia, Sergio Moro.

I documenti sono stati diffusi divisi in tre parti in cui secondo The Intercept, e dimostrano, con documenti trapelati e messaggi di Telegram tra pubblici ministeri e Moro, come la squadra "apolitica" e "imparziale" abbia trascorso ore a pianificare internamente come impedire il ritorno a potere di Lula e del suo Partito dei Lavoratori. Come poi effettivamente avvenuto con la vittoria di Jair Bolsonaro.

“Le inchieste giornalistiche sono basate su enormi archivi di materiali precedentemente non divulgati - tra cui chat private, registrazioni audio, video, foto, procedimenti giudiziari e altra documentazione - forniti da una fonte anonima. Rivelano gravi illeciti, comportamenti non etici e un inganno sistematico su cui il pubblico, sia in Brasile che a livello internazionale, ha il diritto di sapere", hanno affermato i giornalisti.

Sul primo articolo, The Intercept sostiene con evidenza, che nonostante sia ritratto in Brasile e in tutto il mondo come apolitici e preoccupati unicamente di combattere la corruzione, i procuratori di Lava Jato "complottarono per impedire al Partito dei lavoratori (PT) di vincere le elezioni presidenziali del 2018 bloccando o indebolendo il messaggio pre-elettorale".

Il 28 settembre 2018, dopo che il giudice della Corte Suprema Ricardo Lewandowski ha autorizzato che l'allora detenuto Lula potesse rilasciare interviste in base al diritto di libertà di parola, una delle procuratrici, Laura Tessler, ha avvertito nella chat che "una conferenza stampa prima del secondo turno delle votazioni potrebbe aiutare ad eleggere Haddad", riferendosi al candidato presidenziale del PT Fernando Haddad.

Mentre il capo della task force del procuratore, Deltan Dallagnol, affermava che avrebbero dovuto "pregare" affinchè il PT non fosse tornato al potere. In una serie di conversazioni, i pubblici ministeri, tra cui Dallagnol, hanno attivamente messo in atto strategie su come indebolire il possibile effetto delle interviste o persino su come impedirle.

Lo stesso Deltan Dallagnol discuteva su come evitare che Lula fosse intervistato da Monica Berrgamo, editorialista del quotidiano Folha de S. Paulo, prima elezioni a causa del timore che attraverso di essa Lula potesse convincere le persone a scegliere Fernando Haddad o consentire il ritorno del PT al potere. 

Nell’inchiesta viene inoltre rivelato come il capo della task force abbia più volte espresso dubbi circa la principale accusa che ha portato in prigione l’ex presidente Lula. La donazione di un appartamento triplex sulla spiaggia di Guaruja in cambio di contratti con la compagnia petrolifera statale Petrobras per l’azienda OAS. 

Il ruolo di Sergio Moro

La seconda inchiesta si concentra sul ruolo chiave giocato da Sergio Moro. Il giudice istruttore non a caso incensato dal mainstream mondiale. Sergio Moro ha offerto consigli strategici ai pubblici ministeri, passato consigli per nuovi percorsi di indagine e valutato il processo in segreto e fuori dal tribunale.

"Nel corso di più di due anni, Moro ha suggerito al pubblico ministero che la sua squadra avrebbe cambiato la sequenza di chi avrebbe indagato; ha insistito per ridurre i tempi di inattività tra i raid; ha dato consigli strategici e suggerimenti informali; fornito ai pubblici ministeri una conoscenza anticipata delle sue decisioni; ha offerto critiche costruttive alle limature giudiziarie; e ha persino rimproverato Dallagnol come se il pubblico ministero lavorasse per il giudice", si legge nell’inchiesta.

Questo tipo di condotta, se è vera, non è etica per un giudice, che è responsabile del mantenimento della neutralità per garantire un processo equo e viola il Codice Etico del Giudiziario per il Brasile.

Eppure queste non sono accuse nuove, dal momento che le squadre di difesa di Lula hanno dichiarato il coinvolgimento discutibile di Moro dall'inizio dell’indagine.

L'appartamento sulla spiaggia a tre piani non avrebbe potuto essere dato a Lula come una tangente, come sostenuto dai pubblici ministeri perché è stato registrato in nome della società OAS con diritti finanziari in un conto bancario federale. Zanin Martin ha detto che se la società vendesse l'appartamento, la traccia dei soldi dovrebbe apparire nelle transazioni della banca federale, dove i documenti dimostrano che Lula non ha acquisito la proprietà.

Eppure come "prova" in un processo internazionalmente deriso e criticato, Dallagnol ha presentato una diapositiva di PowerPoint piena di refusi che avevano il nome di Lula nel mezzo e presunti crimini cerchiati e che indicavano il suo nome. Nessuna documentazione o prove concrete è mai stata prodotta contro il leader del PT.

Domenica sera, il ministro della Giustizia Moro ha risposto all'inchiesta dell'Intercept affermando che "lamenta la mancanza di indicazioni sulla fonte", ma non nega alcuna accusa. Inoltre, Moro difende che "non vi è alcun segno di anomalie o indicazioni di un magistrato, nonostante siano prese fuori dal contesto ..." Nel frattempo, la task force Autolavaggio non ha smentito l'autenticità delle informazioni pubblicate da The Intercept.

Un appartamento non riconducile a Lula

L'appartamento sulla spiaggia a tre piani non avrebbe potuto essere ceduto a Lula come tangente, come sostenuto dai pubblici ministeri perché è stato registrato in nome della società OAS con diritti finanziari in un conto bancario federale. Zanin Martin ha detto che se la società vendesse l'appartamento, la traccia dei soldi dovrebbe apparire nelle transazioni della banca federale, dove i documenti dimostrano che Lula non ha acquisito la proprietà.

Eppure come "prova" in un processo internazionalmente deriso e criticato, Dallagnol ha presentato una diapositiva PowerPoint piena di refusi che avevano il nome di Lula nel mezzo e presunti crimini cerchiati e che indicavano il suo nome. Nessuna documentazione o prove concrete sono mai state prodotte contro il leader del PT.

Il ministro della Giustizia Moro ha risposto all'inchiesta di Intercept affermando che "lamenta la mancanza di indicazioni sulla fonte", ma non nega alcuna accusa. Nel frattempo, la task force Lava Jato non ha smentito l'autenticità delle informazioni pubblicate da The Intercept.

“Lula vittima di lawfare”

Le inchieste di The Intercept confermano quanto la difesa di Lula proclama da tempo inascoltata. “Nessuno può dubitare che il processo contro Lula sia falsato”, scrive la squadra difensiva dell’ex presidente in un comunicato. 

"Il ripristino della piena libertà di Lula è urgente, così come il riconoscimento più pieno e completo che non ha commesso alcun reato e che è vittima di 'lawfare’. Manipolazione delle leggi e delle procedure legali per scopi di persecuzione politica”.

(Fonte: The Intercept, teleSUR, La Radio del Sur)



ecco gli articoli di The Intercept:







domenica 26 maggio 2019

Ciò che l'arresto di Julian Assange significa per il giornalismo - Glenn Greenwald


Caro lettore,

Dopo l'arresto di Julian Assange il mese scorso, abbiamo avvertito che ciò rappresentava una grave escalation nella criminalizzazione del giornalismo da parte del governo degli Stati Uniti.

Ora, per la prima volta nella storia, un editore è stato accusato ai sensi dello Espionage Act per rivelare informazioni riservate. Ogni giornale o sito di notizie - inclusa The Intercept - è a rischio.

The Intercept è stata lanciata in parte come piattaforma per la pubblicazione delle rivelazioni non autorizzate della NSA (National Security Agency) da parte del whistleblower* Edward Snowden. L'accusa di ieri ad Assange è un attacco ai principi stessi della libertà di stampa con i quali siamo nati.

Ogni giorno siamo orgogliosi di scrivere, pubblicare, leggere e condividere il giornalismo investigativo feroce e contraddittorio sulla sicurezza nazionale e su altri argomenti. Lo facciamo perché crediamo che questa informazione debba essere pubblica per tenere sotto controllo il governo e i potenti. Questi principi e la libertà di stampa sono direttamente sanciti dalla Costituzione.

Questa accusa colpisce il cuore del Primo Emendamento e gli ideali di una società democratica. E l'amministrazione Trump ha The Intercept nel mirino.

Il giornalismo non è spionaggio. Essere una fonte giornalistica non significa essere spie. E pubblicare informazioni che mettono a nudo la cattiva condotta del governo o i crimini di guerra non è spionaggio. Quando il giornalismo viene trattato come un crimine, siamo tutti in pericolo. L'accusa di Assange non è la fine della saga di WikiLeaks. È l'inizio di un grosso assalto alla libertà di stampa.
Non importa cosa pensi di Julian Assange o di altri whistleblowers. Ciò che importa è che tutti riconosciamo che si tratta di un attacco al nostro diritto fondamentale all’informazione su ciò che il governo degli Stati Uniti fa nel nostro nome e con i nostri dollari delle tasse. Questo è un momento senza precedenti, non solo legalmente, ma moralmente. È l'inizio della caccia del governo degli Stati Uniti ai giornalisti e della minaccia ai mezzi di comunicazione perché non si interessino della sicurezza nazionale.


Ecco l’articolo in inglese:

What Julian Assange’s arrest means for journalism - Glenn Greenwald

Dear Reader,

After Julian Assange’s arrest last month, we warned that it represented a major escalation in the U.S. government’s criminalization of journalism.

Now, for the first time in history, a publisher has been charged under the Espionage Act for revealing classified information. Every news organization — including The Intercept — is at risk.

The Intercept was launched in part as a platform for publishing the unauthorized disclosures of National Security Agency whistleblower Edward Snowden. Yesterday’s indictment of Assange is an attack on the very principles of freedom of the press on which we were founded.

Every day, we take pride in reporting, publishing, reading, and sharing fierce, adversarial investigative journalism on national security and other topics. We do this because we believe that this information needs to be public in order to hold the government and the powerful in check. These principles and freedom of the press are directly enshrined in the Constitution.

This indictment strikes at the heart of the First Amendment and the ideals of a democratic society. And the Trump administration has The Intercept in its crosshairs.

Journalism isn’t espionage. Being a journalistic source isn’t engaging in spying. And publishing information that lays bare government misconduct or war crimes is not espionage. When journalism is treated as a crime, we are all in danger. The Assange indictment is not the end of the WikiLeaks saga. It is the beginning of a major assault on freedom of the press.
F doesn’t matter what you think of Julian Assange or other whistleblowers. What matters is that we all recognize that this is an attack on our basic right to information about what the U.S. government does in our names and with our tax dollars. This is a precedent-setting moment, not just legally, but morally. It is the beginning of the U.S. government coming after journalists and scaring media outlets from doing high-stakes national security reporting.