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martedì 8 settembre 2026

Stiamo cercando metodi nuovi e anticonvenzionali



a cura di Francesco Masala

“Stiamo cercando nuovi modi creativi e non convenzionali per fare pressione e punire l’Iran”, si legge nel testo circolato tra gli esperti di questioni militari. Una modalità, quella dell’invio per posta elettronica, insolita secondo alcuni funzionari sentiti dall’emittente americana. (da qui)

Ecco alcune risposte, non sull’Iran, ma di sicuro anticonvenzionali:

Alcune ipotesi per stroncare i due stati canaglia più potenti del mondo:

a – Per gli Usa a breve ci sarà una nuova guerra civile negli Stati Uniti, ispirata da Trump contro il comunismo (un’intervista interessante ad Alessandro Portelli), soprattutto se gli eletti socialisti in Parlamento proporranno qualche punto del piano dei dieci punti delle Pantere Nere:

  1. Vogliamo la libertà, vogliamo il potere di determinare il destino della nostra comunità nera
  2. Vogliamo piena occupazione per la nostra gente
  3. Vogliamo la fine della rapina della nostra comunità nera da parte dei capitalisti
  4. Vogliamo abitazioni decenti, adatte a esseri umani
  5. Vogliamo per la nostra gente un’istruzione che smascheri la vera natura di questa società americana decadente. Vogliamo un’istruzione che ci insegni la nostra vera storia e il nostro ruolo nella società attuale
  6. Vogliamo che tutti gli uomini neri siano esentati dal servizio militare
  7. Vogliamo la fine immediata della brutalità della polizia e dell’assassinio della gente nera
  8. Vogliamo la libertà per tutti gli uomini neri detenuti nelle prigioni e nelle carceri federali, statali, di contea e municipali
  9. Vogliamo che tutta la gente nera rinviata a giudizio sia giudicata in tribunale da una giuria di loro pari o da gente delle comunità nere, come è previsto dalla costituzione degli Stati Uniti
  10. Vogliamo terra, pane, abitazioni, istruzione, vestiti, giustizia e pace

(da qui)

ma anche una tassazione per i capitali nei paradisi fiscali, come quella dei nemici cinesi (QUI), sarebbe un casus belli per la guerra civile

 

b – Per Israele un analista propone di spostare metà dei coloni, dei soldati dell’IDF e del governo israeliano a Mar a Lago (il ranch di Trump è enorme) circondati dai mercenari dell’ICE, gli aguzzini con il guanto di velluto,

e l’altra metà dei coloni, dei soldati dell’IDF e del governo israeliano a Little Saint James, l’isola di  Jeffrey Epstein, circondati dalle straordinarie portaerei degli Usa

c – Craig Mokhiber, ex funzionario delle Nazioni Unite, propone di smantellare “il regime israeliano è governato da un’ideologia profondamente razzista e fondamentalmente violenta. È armato di tecnologie di sorveglianza e di uccisione avanzate, possiede un potente arsenale convenzionale e ha scorte di armi nucleari, chimiche e biologiche. Ha varato politiche che impongono l’omicidio di massa di civili (la Dottrina Dahiya), l’assassinio dei propri cittadini (la Direttiva Annibale) e la potenziale distruzione nucleare del mondo (l’Opzione Sansone). Le sue spie operano in paesi di tutto il mondo e i suoi rappresentanti sono attivamente coinvolti nella corruzione di governi e istituzioni in tutto l’Occidente. Un regime del genere ha forse il “diritto di esistere”? No. Anzi, smantellare questo regime e sostituirlo con una Palestina libera con pari diritti per tutti non è solo un obbligo legale, ma anche un imperativo esistenziale per tutta l’umanità.” (da qui)

da qui





martedì 30 settembre 2025

Assata Shakur è morta all’Avana - Alessandro Portelli

Rivoluzionaria afroamericana, attivista per i diritti sociali, militante delle Pantere Nere, Madrina del Rapper Tupac, perseguitata per oltre 40 anni dalla CIA e dal FBI aveva trovato un porto sicuro a Cuba.

La Casa Bianca aveva messo una taglia di un milione di dollari sulla sua testa ma l’Isola Ribelle le offrì asilo politico, accogliendola e proteggendola fino all’ultimo dei suoi giorni.

*****

Assata Shakur, le stagioni afroamericane

Assata Shakur, militante rivoluzionaria afroamericana, è morta il 25 settembre scorso a Cuba, dove risiedeva come rifugiata politica dal 1984. Era nata nel 1947, e il suo «nome da schiava» era JoAnne Chesimard.

Aveva attraversato tutta la vicenda delle lotte di liberazione afroamericane, contro il razzismo e la guerra, il nazionalismo nero, il Black Panther Party, la clandestinità con la Black Liberation Army. Era stata arrestata nel 1973 dopo uno scontro con la polizia, in cui due agenti erano rimasti feriti, il suo compagno era stato ucciso e lei stessa gravemente ferita (la forma delle ferite dimostrava, secondo la sua difesa, che non poteva avere sparato ed era stata colpita con le mani alzate).

Nella sua autobiografia (Assata, tradotta in Italia nel 1992), racconta le manipolazione dei processi, le violenze e le torture dopo l’arresto, in ospedale e da un carcere all’altro. Evade nel 1979, con l’aiuto di alcune compagne (per avere partecipato a questa azione Silvia Baraldini si vide aggiungere vent’anni di carcere alla sua condanna). Dopo alcuni anni di clandestinità, riuscì a raggiungere Cuba.

Nella sua vicenda convergono una molteplicità di fili della storia afroamericana, dai diritti civili a Black Lives Matter. Per esempio: viene fermata perché la sua macchina ha una luce posteriore che non funziona. È la stessa ragione per cui nel 2016 in Minnesota la polizia ferma Philando Castle e finisce per ucciderlo.

A quel tempo, J. Edgar Hoover, il famigerato direttore dell’Fbi, aveva ordinato di arrestare i «sovversivi» con la scusa di violazioni ai codici della strada (già Martin Luther King fu incarcerato per aver guidato in Alabama con una patente della Georgia).

Ma la prassi continua: afroamericani hanno continuato a morire per un cambio di corsia mal segnalato (Sandra Bland), un passaggio col rosso (Andrew McDuffie), o violazioni imprecisate (Dijon Kizzie, a Los Angeles).

In realtà, quando viene fermata, la polizia sa benissimo chi è: ricercata per un rapimento e due rapine in banca, accuse da cui verrà poi assolta, sta nella liste dei sovversivi pericolosi. L’altro filo dunque è la continuità fra le forme della resistenza afroamericana e della repressione.

Assata Shakur non è la prima militante afroamericana che ha trovato asilo a Cuba. Già nel 1961 vi si era rifugiato Robert F. Williams, reo di avere invocato nel 1959 una risposta armata al razzismo dopo che a Monroe, North Carolina, un bianco era stato assolto dopo aver violentato una donna nera.

Erano gli anni del movimento non violento di massa; sconfessato da Martin Luther King, perseguitato dalla polizia razzista del suo stato, Robert F. Williams si rifugia a Cuba, e poi in Cina.

A Cuba scrive un libro, Negroes with Gun, neri con le armi. Williams non ha mai sparato un colpo, ma – in un paese armato fino ai denti – la sola idea che anche i neri possano avere armi spaventa i suprematisti bianchi fin dai tempi della Guerra Civile («non finirò mai di stupirmi per quanta paura hanno i bianchi di neri con le armi», scrive Assata Shakur).

Erano gli anni del movimento non violento di massa, ma già Malcolm X aveva rivendicato il diritto di usare «ogni mezzo necessario», proclamando il diritto degli oppressi di scegliere loro stessi i mezzi della propria liberazione e resistenza «con ogni mezzo necessario».

Tuttavia, l’idea di mettere armi nelle mani degli afroamericani spaventava i suprematisti bianchi fin dai tempi della guerra civile. Erano gli anni del movimento non violento per i diritti civili, sì: «In nessun posto del mondo, in nessun momento della storia», scrive Assata Shakur, «nessuno ha ottenuto la libertà facendo appello al senso morale dei suoi oppressori».

Così, nel 1964, in Louisiana nascono i Deacons for Self Defence. Deacons, perché i fondatori, tra cui il reverendo Frederick Doughlss Kirkpatrick erano uomini di chiesa; e «self-defense», autodifesa, come nel nome completo e non sempre ricordato del partito nato due anni dopo il California – il Black Panther Party for Self-Defense.

Malcolm X e le Pantere Nere sono passati alla storia come apostoli della violenza, ma nei suoi anni di militanza Malcolm X non ha mai dato neanche uno schiaffo a nessuno, e quanto alle Pantere Nere sono molti di più i loro militanti uccisi dallo stato (Bobby Hutton nel 1968, ucciso mentre alzava le mani per arrendersi; Mark Clark e Fred Hampton, ucciso nel sonno accanto alla sua compagna incinta, nel 1969 – durante un’irruzione illegale della polizia, come più tardi Brenna Taylor, uccisa in casa sua a Louisville nel 2020) che le azioni violente attribuibili a loro.

La scintilla delle rivolte dei ghetti, da Watts a Harlem, era – come nel 2021 – la violenza della polizia nelle loro strade (nel caso di Watts, anche lì per motivi di traffico). La violenza era dappertutto, in un paese in guerra: come disse Martin Luther King, «ci applaudono quando siamo non violenti nei confronti dei razzisti in Alabama e Mississippi. Ma poi ci chiedono di essere violenti contro i bambini vietnamiti»).

Assata Shakur si forma in questo contesto, ma la sua vicenda appartiene a un momento successivo, dopo l’assassinio di Martin Luther King (che nella sua autobiografia indica come il vero momento di svolta), dopo la svolta autoritaria e leaderistica del Black Panther Party, dopo che le lotte degli anni ’70 sono sfociate nell’elezione e rielezione di Richard Nixon.

L’autodifesa non le basta più, si convince che i mezzi necessari sono altri. Esclusa dal partito, ricercata dalla polizia, entra in clandestinità e si avvicina al Black Liberation Army, più una costellazione di gruppi underground che una vera e propria organizzazione.

«La lotta armata da sola non può dar vita a una rivoluzione», scrive: «La guerra rivoluzionaria è una guerra di popolo, e nessuna guerra di popolo si può vincere senza il sostegno delle masse popolari».

(da il manifesto)

da qui

venerdì 10 maggio 2024

Una memoria che parla di conflitto - Alessandro Portelli

 

Se l’Italia fosse davvero il paese immaginato nella sua lodata Costituzione, il monumento all’unità nazionale sarebbe a Roma, alle Fosse Ardeatine. In quelle cave di pozzolana c’è tutta l’Italia: furono uccisi italiani di tutte le regioni, da Trieste a Trapani, dal Piemonte alla Puglia, dalla Sardegna alle Marche. Furono uccisi uomini di tutte le classi sociali, dagli aristocratici piemontesi agli ambulanti del ghetto romano. Furono uccisi cristiani, ebrei, laici, atei. Furono uccisi comunisti, liberali, socialisti, ex fascisti, apolitici. Furono uccisi perché avevano resistito – con le armi o senza – all’occupazione nazista di Roma, o furono uccisi perché (come in tutte le stragi nazifasciste di quel tempo) la loro sola presenza sul territorio intralciava le operazioni militari. Uccisero tutti uomini (una donna, Celeste Rasa, la uccise una sentinella tedesca fuori delle grotte, forse perché aveva visto), e perciò a sopravvivere e ricordare sono rimaste soprattutto donne.

Dico unità d’Italia, ma di un’Italia che sta tutta dentro una storia europea. Una dozzina degli uccisi erano nati all’estero, e avevano creduto di trovare rifugio in Italia dai pogrom dell’Europa orientale. Ma secondo la Carta di Verona, il documento fondativo della Repubblica Sociale Italiana di Mussolini, alleata dei nazisti, non era italiano nessuno dei 72 ebrei uccisi alle Fosse Ardeatine: l’articolo 7 di quel documento, infatti, recitava: «Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica». E come tali li hanno uccisi. In questo modo, come ha ricordato recentemente lo storico Lutz Klinkhammer, le Fosse Ardeatine (insieme alla Risiera di San Saba) segnano l’estensione della Shoah sul territorio italiano e fanno della nostra storia una parte della storia di tutti.

Tutto questo si riflette nella Costituzione nata dopo la Resistenza: un’idea di cittadinanza inclusiva e partecipata, di sovranità popolare basata sull’uguaglianza, di comunità internazionale fondata sul ripudio della guerra. Il problema è che fra quel generoso progetto democratico e la nostra realtà di oggi (ma anche negli ottant’anni trascorsi da allora) è venuto crescendo un divario che si avvicina ormai molto a un rovesciamento secco: chi governa l’Italia oggi sono gli eredi politici di quella repubblica mussoliniana il cui ministro degli Interni quel 24 marzo del 1944 consegnò ai nazisti una lista di 50 antifascisti da uccidere alle Fosse Ardeatine.

E allora il significato di quel monumento cambia: non è più un simbolo di unità ma di conflitto. Lo confermano, ancora di recente, i goffi tentativi di disinnescarlo da parte della destra «post»fascista al potere associandolo al vittimismo nazionalista («massacrati solo perché erano italiani»: Giorgia Meloni, presidente del Consiglio) o, per evitare di guardare in faccia la strage, spostando ancora una volta uno sguardo ignorante su via Rasella («hanno ucciso solo vecchi musicanti», Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato). Per questo, oggi più ancora che in passato, ricordare le Fosse Ardeatine non è questione di commemorazione cerimoniale. Come già il 25 aprile, dall’era di Berlusconi a oggi, al cuore di queste ricorrenze nazionali sta una domanda elementare: da che parte stai?

A questo infine serve la memoria: non a farci sentire bene e in pace con noi stessi (quanto siamo stati eroici, quanto abbiamo sofferto) ma a disturbarci, a smuovere il rimosso, a ribadire il negato, a dire la verità al potere. Per questo, la stagione che va dal 24 marzo al 25 aprile, dalle Fosse Ardeatine alla Liberazione è una stagione di lotta, che rinnova sul piano democratico della memoria, della storia, della partecipazione la dolorosa e sanguinosa lotta antifascista di allora. La domanda allora è: su che terreno si svolge oggi questa lotta? Non credo che basti ribadire la verità dei fatti (non erano anziani musicisti, avevano sui trent’anni ed erano armati di tutto punto) o ripetere chi aveva ragione, ottant’anni fa, fra i combattenti della libertà e i complici dei nazisti. Questa è una base di conoscenza e di scelta etica, ma, da sola, non basta a determinare le scelte e gli orientamenti della maggioranza. Oggi, quando informazione, memoria, oblio hanno tempi sempre più accelerati, ottant’anni – quattro quinti di secolo – rischiano di sembrare a molti un’altra epoca geologica.

Se vogliamo che la memoria delle Fosse Ardeatine e della Resistenza abbia un significato e un impatto sul presente, perciò, è necessario riconoscere e smascherare le modalità in cui il fascismo si ripresenta adesso, nella vita di tutti, al di là della memoria e persino degli orientamenti politici: non nelle sue vesti e simboli del passato, ma nella sua elementare essenza, il nudo dominio di chi ha il potere su chi non ce l’ha. Oggi fascismo vuol dire la legittimazione del potere dei ricchi sui poveri, degli uomini sulle donne, dei bianchi sui neri, del capitale sul lavoro, dei capi sui subalterni, dei colonizzatori sui colonizzati, degli armati sui disarmati, dei proprietari sui profughi e sui senza casa, di chi possiede i media su chi è privo di ascolto, di chi inquina su chi respira (e persino, nella logica reazionaria del codice della strada rivisto da Salvini – dell’automobile sul pedone e sulla bicicletta!). Il 24 marzo, il 25 aprile, durano tutto l’anno perché tutto l’anno dobbiamo fare i conti con queste sopraffazioni quotidiane, ed è nella memoria di quei giorni che ritroviamo le origini e le ragioni, adesso e sempre, di questa resistenza.


Pubblicato su il manifesto del 24 marzo 2024

da qui

lunedì 27 marzo 2023

Italiani e non, il revisionismo di Giorgia Meloni - Alessandro Portelli

 

Giorgio Leone Blumstein era nato nel 1895 a Leopoli, città dell’Ucraina. È morto il 24 marzo 1944., ammazzato alle Fosse Ardeatine. Non l’hanno ucciso perché era italiano. Non era italiano. L’hanno ucciso perché era ebreo.

Blumstein non è un caso isolato. Gli stranieri uccisi alle Fosse Ardeatine sono una dozzina. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni (così vuole essere chiamata) vanta giustamente la sua origine alla Garbatella, quartiere popolare di Roma. La Garbatella è direttamente contigua alle Fosse Ardeatine. Chi è cresciuto lì non può non aver sentito parlare di che cosa è successo.

Le sue sorprendenti parole non sono frutto di ignoranza ma di inconfessata e tracotante vergogna. Non fu ucciso perché era italiano neanche il generale Simone Simoni, cacciato da Mussolini perché si era permesso di dubitare dell’inevitabile vittoria delle armate nazifasciste. Non fu ucciso perché era italiano Celestino Frasca, colpevole soltanto di essersi trovato vicino via Rasella dopo l’azione partigiana. Non fu ucciso perché era italiano Bruno Bucci, colpevole di avere nascosto sotto il letto una copia di un giornale antifascista. Non è stato ucciso perché era italiano Pilo Albertelli, professore di filosofia, colpevole di avere combattuto anche con le armi contro i tedeschi occupanti e i loro servitori fascisti.

Come scrisse a suo tempo Vittorio Foa, sono stati uccisi per quello che erano, per dove si trovavano, per quello che avevano fatto: «Si uccidevano gli ebrei perché erano ebrei, non per quello che pensavano e facevano; si uccidevano gli antifascisti per quello che pensavano e facevano; si uccidevano uomini che non c’entravano per niente solo perché erano dei numeri da completare per eseguire l’ordine». In tribunale, Herbert Kappler, che aveva diretto il massacro, spiegò che secondo lui includere gli ebrei era stata una buona idea perché «se non avessi messo gli ebrei avrei dovuto aggiungere altre persone la cui colpevolezza era meno chiara»: in altre parole, gli ebrei erano colpevoli per definizione; gli altri (italiani o meno) no.

Infatti il comunicato tedesco affisso dopo la strage spiegava perché li avevano uccisi: non perché erano italiani ma perché ai loro occhi erano tutti «comunisti badogliani».

Quando l’italiano Guido Buffarini Guidi, ministro degli interni di quella che si era chiamata Repubblica sociale italiana, consegna ai nazisti la lista di una cinquantina di italiani da uccidere, non lo fa perché erano italiani. Lo fa precisamente perché, agli occhi del suo regime, erano tutto il contrario: nemici della patria, letteralmente «anti-italiani». Perché gli italiani non erano, non sono mai stati, una cosa sola. In un certo senso, questo tema degli «italiani vittime della barbarie tedesca», che risuona nei commenti odierni alla malaugurata uscita di Giorgia Meloni, rinvia a una narrazione della Resistenza, a lungo anche da parte antifascista, che ha cancellato le divisioni fra gli italiani (tanto che quando Claudio Pavone ricominciò a parlare di guerra civile molti furono come minimo disorientati).

Raccontare la Resistenza come sollevamento unitario di tutto il popolo italiano contro l’invasione nazista, o l’invasione nazista come crimine contro gli italiani in quanto tali significa assumere il popolo, o adesso «la nazione», come un tutto unitario, indistinto. La guerra civile significa invece che «il popolo», «il paese», «la nazione» sono entità conflittuali e divise – e continuano ad esserlo.

Quella di Giorgia Meloni è una reazione istintiva che maschera una sorta di afasia, ma che anche evoca l’ invereconda e ipocrita par condicio dell’anti-antifascismo contemporaneo, e ribadisce quel senso di vittimismo che accompagna tante narrazioni del nazionalismo italiano che si adopera a resuscitare (non a caso applica pedissequamente alle Fosse Ardeatine il mantra di destra sulle foibe – che come sappiamo non funziona davvero neanche per quel crimine lì). Ma le sue parole sono comunque preziose: ci aiutano a capire che le Fosse Ardeatine sono ancora una memoria insopportabile e vergognosa per gli eredi dei carnefici. Per generazioni, hanno sparso menzogne cercando di infangare i partigiani e giustificare i nazisti; adesso Meloni prova maldestramente a disinnescarla in nome dello ius sanguinis della nazione.

Il giornale clandestino trovato sotto il letto dagli assassini di Bruno Bucci si chiamava “Italia Libera”. Perché è vero, di Italia si trattava; ma l’aggettivo non è meno importante del nome – di che Italia parliamo? È vero, i partigiani e gli antifascisti erano italiani; i partigiani si definivano «patrioti» ben prima che di questa parola si impadronissero i fratelli d’Italia. Ma l’Italia che volevano, la patria a cui appartenevano, era un’altra.

da qui

domenica 5 marzo 2023

Ribellarsi è giusto - Alessandro Portelli

 

I tempi sono fuori sesto, diceva Amleto, e mi fa rabbia che tocchi a me rimetterli a posto. Solo in un tempo scardinato è possibile rispondere a un’aggressione fascista minacciando di sanzioni un’insegnante antifascista, o dare la colpa di una strage in mare a genitori snaturati che, chissà perché, hanno portato con sé i figli su una barca clandestina e precaria.

Per questo tocca a noi, con rabbia serena, rimetterli a posto scendendo in strada come antifascisti a Firenze e come antirazzisti a Milano. Che poi è la stessa cosa.
Nel 1939, una nave chiamata Saint Louis attraversò l’Atlantico cercando di portare in salvo 937 ebrei rifugiati dalla Germania nazista. Le autorità del nuovo mondo - a Cuba, negli Stati Uniti, in Canada - furono tutte concordi nel rifiutargli il permesso di sbarcare.
La nave dovette riattraversare l’oceano e tornarsene in Europa, dove almeno un terzo di quelle persone furono assassinate dei campi di sterminio nazisti.
Nel 2023, i rifugiati delle guerre, delle catastrofi climatiche, della povertà e della mancanza di futuro non hanno nemmeno una nave che provi a portarli in salvo. Devono attraversare il mare come possono, ma ancora una volta trovano i porti chiusi e se muoiono è colpa loro.
In questi tempi fuori sesto i criminali sotto processo sono Mimmo Lucano che aveva provato ad accoglierli, o il contadino francese Cédric Herrou.
Colpevole di solidarietà verso i migranti attraverso le Alpi.
Ha proprio ragione l’improbabile ministro Valditara: non c’è pericolo di un ritorno del fascismo. Da un lato, è’ improbabile che torni il fascismo del folklore, coi gagliardetti, gli slogan, i gerarchi in camicia nera che saltano nel cerchio di fuoco, il fez con la nappa. Dall’altro, non “tornerà”, perché non se n’è mai andato, il fascismo che chiudeva i porti ai rifugiati ebrei del 1939 e che adesso li chiude ai rifugiati africani e mediorientali col colore sbagliato e la pelle sbagliata. Per questo le due manifestazioni di oggi a Firenze e Milano sono la stessa cosa: è lo stesso fascismo quello che aggredisce chi non è d’accordo e quello che lascia morire chi non è uguale. L’ipocrita «prima gli italiani» di Salvini e complici e successori significa solo gli «italiani»: sono non-italiani e non hanno diritti i “clandestini” fuori dei confini; e dentro i confini sono «antitaliani» (questi sì proprio come nel ventennio) quelli che non si accodano disciplinatamente al consenso verso chi comanda.
Nel 1984 immaginato da George Orwell, il senso delle parole si rovesciava: «La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza». Nel 2023 in cui viviamo noi, abbiamo fatto molti passi avanti su quella strada. Antifascismo e solidarietà sono reati, le vittime sono colpevoli, i carnefici buoni samaritani, lasciar morire la gente è pietà. Nei suoi discorsi, Giorgia Meloni - madre, cristiana, ma soprattutto italiana - ci insiste ripetutamente. «Siamo umani, noi», proclama, «noi siamo quelli umani che si pongono il problema del destino di persone che stanno in difficoltà e per evitare che muoiano in mare con nostro grande dolore gli diciamo di non partire, vantando una politica di respingimento come un atto umanità e di buoni sentimenti.
In quanto madre, Giorgia Meloni non ha una parola umana per i ragazzi massacrati di botte dai fascisti a Firenze; in quanto cristiana, non ha niente di umano da dire sugli esseri umani morti per mancanza di soccorsi nel mare della Calabria. D’altra parte, è in nome di umani sentimenti paterni che il suo accolito Piantedosi dà ai loro stessi genitori la colpa della morte di bambini che sarebbe stato suo compito salvare. E non ci dimentichiamo che il suo alleato Matteo Salvini schedava i rom perché «non come ministro, ma come papà» voleva «salvare quei bambini che crescono nella schifezza» di campi che sarebbe stato suo dovere rendere vivibili.
Ma sarebbe stato, ed è, anche dovere nostro. Abbiamo senz’altro il cuore dalla parte giusta, ma non basta. Anche una solidarietà rassegnata rischia di risolversi in inerzia, che è una forma attenuata di indifferenza. Ho cominciato con Amleto, finirei con Yeats: le cose vanno in pezzi, scriveva, perché «ai migliori manca ogni convinzione, mentre i peggiori sono pieni di intensità appassionata». Basta ascoltare i comizi di Giorgia Meloni per capire di che cosa parlava. Ebbene, è arrivato il momento di scrollarci ci dosso il torpore interiorizzato di chi si sente sconfitto, e di ritrovare le nostre convinzioni , le nostre passioni, la nostra intensità. Forse non è troppo tardi per provare a rimettere il mondo in sesto.

(Pubblicato su il manifesto del 4 marzo 2023 con il titolo completo Mondo alla rovescia. Rimettiamolo in sesto, ribellarsi è giusto)

da qui

venerdì 18 marzo 2022

La guerra: troppo seria per lasciarla ai generali

 La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai generali, diceva Georges Clemenceau in altri tempi.

Ma i tempi cambiano, adesso i generali sono prudenti, e i politici sono incendiari, ed è un grave problema.

Vorrei provare a fare un piccolo ragionamento, che riguarda l’ignobiltà dei sostenitori dell’Ucraina che inviano armi, oltre che l’ignobiltà di Zelensky, non certo la nobiltà di Putin.

Intanto provo a fare una ricostruzione dei fatti, spero condivisibile e condivisa.

In questa storia ci sono anche i bari, che si chiamano Usa e Nato (dell’Europa nessuno si senta escluso), che avevano promesso che la Nato non si sarebbe allargata a Est. Nel grande gioco iniziato dopo la caduta del Muro di Berlino gli Usa e la Nato, contrariamente alle promesse di disgelo definitivo, hanno per trent’anni allargato la ragnatela della Nato per soffocare la Russia, questo è un fatto, basta guardare le carte geografiche, una partita a scacchi nella quale la Nato ha conquistato molte caselle che dopo il 1989 erano diventate libere.

Negli ultimi anni la Nato voleva inglobare l’Ucraina, per chiudere la Russia e per potere, se necessario, piazzare i suoi missili sui confini a est, oltre che chiudere il Mar Nero alle navi russe.

Nel 2014 la Russia si è ribellata al gioco Nato, si è ripresa la Crimea, e un referendum nel quale hanno votato i tre quarti degli aventi diritto, e di questi il 96% ha votato per l’annessione alla Russia (sulla legalità di tale determinazioni ci sono diverse opinioni, per esempio qui e qui) e ha sostenuto le due repubbliche russofone del Donbass.

Da allora sono successe molte cose in questi anni, la Russia ha continuato, ignorata, a chiedere che l’Ucraina non entrasse nella Nato, che la Crimea russa venisse riconosciuta e che le repubbliche del Donbass (in una continua situazione di guerra a bassa intensità, ma temo che le vittime non sarebbero d’accordo sull’aggettivo bassa) avessero un’ampia autonomia, e quest’autonomia fu riconosciuta dagli accordi di Minsk, che purtroppo non divennero mai operativi.

Interpretando che le cose stessero diventando pericolose per la Russia, Putin ha insistito che venissero discusse (con Ucraina, Usa, Nato) le sue richieste, per poter raggiungere i suoi obiettivi, evidentemente.

Risposta non pervenuta.

A questo punto ha cominciato ad ammassare le truppe ai confini, per dimostrare che faceva sul serio.

Risposta non pervenuta.

Intanto Usa e Nato, parole di Biden, in caso di invasione non sarebbero intervenuti.

Un aiutino all’invasione, conoscendo la psicologia, le paure e le ambizioni di Putin e così è successo.

Fino a qui la ricostruzione dei fatti.

E invasione e guerra ci sono state, mai così prevedibili, previste, auspicate, caldeggiate.

Premetto che non si parla della nobiltà di qualcuno, ma della ignobiltà di tutti.

Di Putin (e della Russia) mi sembra che parlino tutti, o quasi, male, abbastanza a ragione direi, ma mi interessa qui provare a dimostrare l’ignobiltà di chi sta a occidente della Russia.

Le carte di Zelensky non sono molto buone, i suoi alleati europei lo sanno, ma rilanciano sempre più, mandano armi, forse qualche volontario, foreign fighters buoni, chissà.

Il primo ignobile è il comico Zelensky, che non fa ridere, ha messo sul tavolo da gioco non il suo tesoro personale (al sicuro nei paradisi fiscali), ma la vita di 42 milioni di ucraini, un piatto pesante, la Russia ha accettato la partita.

In altri tempi uno come Zelensky sarebbe stato giustiziato per tradimento, ama il suo paese così tanto da spostare i suoi soldi al caldo, ma gioca con la vita dei connazionali.

(Qualcuno dirà che i conti nei paradisi fiscali li hanno tutti, ma è una bugia)

Zelensky ha detto l’altro giorno che l’entrata dell’Ucraina nella Nato non è nei piani (non poteva dirlo e scriverlo un mese fa?), intanto fa i suoi appelli alle armi in videoconferenza nei parlamenti occidentali, che gli tributano standing ovation.

 

Dove sta l’ignobiltà dell’Europa?

Ci sono tanti motivi, eccone alcuni:

per aver scelto di seguire gli interessi Usa, tra cui la distruzione nei fatti dell’Europa, un suicidio;

per dare armi ai mercenari ucraini, come se fosse normale, come se buttare la benzina nel fuoco lo facesse spegnere prima;

per aver scelto di aumentare gli stanziamenti di guerra nei bilanci statali (sapendo che le spese “sociali” diminuiranno nella stessa misura, almeno), per aver scelto di impoverire i cittadini europei, ormai solo nazionali;

per non aver fatto niente per scongiurare la guerra.

 

Quali sono gli obiettivi dell’Europa?

Comprare il gas del fracking Usa a prezzi tripli rispetto ai prezzi del gas russo?

Sostituire Putin con un ubriacone come Eltsin? E se a sostituire Putin fosse uno Stalin?

Rubare le risorse naturali russe, come si è fatto in Iraq e in Libia?

Ottenere manodopera a buon prezzo, di visi pallidi?

Far ripartire le economie nazionali col traino delle imprese di costruzioni italiane, francesi e tedesche?

Sostenere le imprese di armamenti, che contribuiscono al finanziamento dei politici vanesi, elargiscono tangenti (scusate, si dice commissioni) ai politici, e che magari li assumono a fine carriera?

E cosa succederà se e quando la Scozia e la Catalogna si staccheranno da Gran Bretagna e Spagna, referendum o bombe?

E cosa succederà se e quando fra 25 anni la Germania, riarmata, democraticamente un po’ nazista, metterà i suoi missili contro la Francia per riprendersi Alsazia e Lorena?

Qualcuno si ricorderà di questi mesi?

Si ricorderà qualucuno che il Kosovo serviva per piazzare basi Nato, e che l’Ucraina potrebbe avere la stessa destinazione d’uso?

 

Lasciamo da parte gli Usa, il paese più terrorista del mondo non ha bisogno di motivi per fare quello che fa, è la sua natura, nelle banconote, in filigrana, sotto In God We Trust (Crediamo In Dio), è scritto Shock And Awe (Colpisci E Terrorizza).

 

Il motto delle Nazioni Unite sarà Mors Tua Vita Mea, visto l’incessante impegno dell’Onu per la pace.

 

Intanto seguiamo, impotenti, la partita a poker.

 

L’ipotesi più probabile è che la Russia otterrà (quasi) tutto quello che chiedeva, e che la guerra prevedibile, prevista, auspicata, caldeggiata sarà stata inutile, e naturalmente anche l’Ucraina otterrà una pace a condizioni ottime.

Solo che all’accordo di pace si poteva arrivare prima della guerra, se solo l’ignobile Europa si fosse adoperata in quella direzione.

Alla fine i vincitori saranno i Padroni universali, i Masters of War, i signori delle guerre, e i sicuri perdenti, che novità, la povera gente.

La Russia sarà considerata dalla comunità internazionale (così si autodefiniscono i paesi della Nato) uno stato reietto, perché ha fatto una guerra sbagliata, a differenza degli Usa e degli stati europei, che, come sanno tutti, fanno solo guerre giuste.

E la Cina, seduta sulla riva del fiume, guarda i cadaveri (degli stati) passare, sapendo che poi toccherà a lei.

Probabilmente negli Usa qualche pazzo starà sperando in un’altra guerra mondiale in Europa, e per la terza volta in un secolo gli Stati Uniti d’America salverebbero l’Europa e il mondo.

Una proposta: e se al tavolo per discutere un duraturo accordo di pace sedessero solo i pacifisti ucraini e i pacifisti russi?

Francesco Masala...

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lunedì 14 marzo 2022

Ucraina: contro la guerra (e contro i manichei)


Giulietto Chiesa: vox clamantis in deserto (nel 2014 e nel 2022)

Chi sono i cattivi? Regressione infantile e necessità di una nuova cultura – Vincenzo Costa

Chi conosce un po’ di storia sa che la guerra Franco-Prussiana scoppiò perché c’erano delle ragioni storiche. Solo per menzionarne alcune: l’unificazione tedesca, la paura della Francia di essere accerchiata dagli Hohenzollern, le ambizioni della Francia, la diffidenza dell’Inghilterra verso queste ambizioni, le aspirazioni della Russia rispetto alla Crimea.

Chi conosce gli eventi che portarono a quella guerra sa bene che vi fu un gioco (molto più complesso di quanto sia possibile dire qui). La Francia non poteva accettare che sul trono spagnolo sedesse Leopoldo: sarebbe stata accerchiata, sarebbe potuta essere attaccata su due lati. Bismarck voleva invece il conflitto, necessario per giungere all’unificazione tedesca, alla proclamazione del Reich. Ma Guglielmo era accomodante, dava rassicurazioni ma non formali (lo abbiamo visto anche di recente).

La guerra, per farla breve, scoppiò perché Bismarck falsificò un telegramma, che umiliava la Francia. Ma lo fece da quel grande statista che era: si assicurò che l’esercitò prussiano fosse pronto, della neutralità inglese e russa. Era una trappola, e la Francia vi cadde: avvio il conflitto.

Ci fu qualcuno che si dedicò all’analisi delle ragioni, del perché del conflitto, degli interessi, complessi, intrecciati, mai lineari. E ci furono coloro che si chiesero:

CHI è L’AGGREDITO? CHI è L’AGGRESSORE?

E’ semplice, rassicurante. Non occorre pensare, studiare, decifrare. E’ semplice. Come tutto ciò che è infantile.

Diventare adulti significa sviluppare un pensiero della complessità, e la nostra cultura è regredita invece di maturare.

Eravamo stati educati all’idea che per evitare il peggio, per risolvere i problemi non servono discorsi moraleggianti: bisogna cogliere e rimuovere le cause dei conflitti.

Questo significava usare la ragione.

Negli ultimi trent’anni le cose sono cambiate. Si è sviluppata una cultura che consiste semplicemente nel dire chi ha torto e chi ha ragione. Nel 1870 si sarebbe stati a chiedersi chi era l’aggressore e chi era l’aggredito. E porre così il problema significa impedirsi di comprendere la storia, significa non essere adatti ad agire in essa.

Gli intellettuali di matrice “progressista” somigliano sempre più a quegli scolaretti che vogliono fare i primi della classe, quelli che scrivono alla lavagna chi sono i buoni e chi i cattivi.

C’è una santa alleanza a questo riguardo: ci sono quelli che leggono la storia con categorie morali, ci sono quelli che hanno un accesso speciale all’inconscio (come ogni sacerdote, autorizzato alla rivelazione e unici che possono poi comunicarla agli altri), ci sono anche quelli che “bisogna combattere contro gli ortodossi, e gli ortodossi sono scimatici (anche questo c’è).

Al discorso critico, all’analisi delle forze storiche, al tentativo di decifrare i veri moventi della storia si è sostituito il catechismo moralista.

Moralista, ma immorale. Perché morale è la ragione che porta alla luce le cause e mira a rimuoverle.

Il moralismo non mira a questo, mira solo a esacerbare i conflitti, a produrre fanatismo: c’è un aggressore, morte all’aggressore.

Non ci si chiede: come è potuto succedere? Quali cause la hanno generato? Quali cause bisogna rimuovere per avere la pace, e una pace vera?

Questa cultura ci porterà alla devastazione. E’ una cultura incapace di assumere il punto di vista dell’altro, di cogliere come funzionano le culture, e dunque una cultura totalitaria, che rende impossibile il dialogo.

Entriamo in un mondo multipolare, e per entrarci dobbiamo lasciarci alle spalle questa cultura infantile, arretrata, priva di cultura storica, autocentrata.

da qui

 

 

Il risveglio dell’orso sul baratro di una guerra d’aggressione – Giuseppe Cassini

 

IL LETARGO DELL’ORSO è durato trent’anni, tormentato da incubi che lo portavano a menare qualche zampata alla cieca. Ma ora che l’Orso si è svegliato di brutto, affamato e aggressivo, bisogna elencarli questi incubi, se vogliamo capire come trovare vie di uscita dalla spirale bellica in corso.

Eccoli in sintesi.
1998-2020. La Nato accoglie 14 nuovi membri, tutti Paesi dell’Est, circondando la Russia nel suo periodo di massima debolezza da Capo Nord fino all’Anatolia.
1999. Gli attacchi aerei Nato su Belgrado nel conflitto del Kosovo, oltre che provocare vittime civili, offendono la Russia, storica protettrice della Serbia.
2001. Gli Stati Uniti “convincono” la Nato a invadere l’Afghanistan, nonostante siano sconsigliati dai russi (che di scottature afghane se ne intendevano). E nel 2003 tocca all’Iraq.
2004. A Kiev scoppia la Rivoluzione Arancione, che rafforza un’identità nazionale ucraina.
2007. Alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza Vladimir Putin presenta, inascoltato, le sue ragioni.
2008. In aprile si tiene a Bucarest il Consiglio Nato-Russia, dove Putin è pubblicamente umiliato dall’invito della Nato a far entrare Ucraina e Georgia. In agosto il presidente georgiano Saakashvili, spinto da Washington, tenta di riprendersi l’Ossezia del Sud. Dura risposta russa.
2009. La Nato inizia a installare sistemi antimissili in Polonia, sostenendo la necessità di intercettare eventuali missili provenienti dall’Iran (pare che Putin abbia obiettato: «Dall’Iran? Ci prendete per fessi?»).
2011. Scoppiata la guerra civile in Libia, Mosca non si oppone alla Risoluzione n° 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che imponeva di proteggere i civili. Ma le forze di Paesi della Nato utilizzeranno il «non veto» russo per travalicare i limiti imposti dalla Risoluzione e inseguire Gheddafi fino alla sua barbara esecuzione (protesta di Putin: «È questa la democrazia?»).
2014. Il movimento Euro-Majdan caccia il presidente filorusso Janukovich. Il nuovo governo, illegittimo per Mosca, firma un accordo di associazione con l’Ue e decreta l’ucraino unica lingua ufficiale.

A QUEL PUNTO l’Orso si risveglia dal letargo. Come prima mossa ingloba senza colpo ferire la Crimea (ceduta nel 1954 da Kruscev all’Ucraina benché abitata in maggioranza da russi). Inoltre, due regioni del Donbass a maggioranza russa chiedono l’autonomia da Kiev; per accordargliela, nel 2014/5 vengono siglati a Minsk due Protocolli, tuttavia mai implementati dal governo ucraino con obiezioni interpretative.

QUESTO E’ IL LUNGO CAHIER de doléances presentato da Mosca prima di sferrare l’attacco proditorio contro Kiev. In politica estera è basilare comprendere le ragioni dell’altro. Ma l’altro, Putin, un tempo ritenuto maestro di brinkmanship, di rischio calcolato, ora è scivolato nel precipizio a cui si era troppo avvicinato. D’ora in poi potrà ripetere all’infinito il suo elenco di rimostranze, ma è tardi ormai: le sue “ragioni” sono precipitate con lui nel baratro di questa guerra d’aggressione.

NON SI SOTTOLINEA MAI abbastanza la componente paranoica insita nei geni di ogni nazione. Ciò che ossessiona i russi è la sindrome d’accerchiamento. Lo ha rivelato inconsciamente Putin stesso in uno sfogo d’irritazione a dicembre: «Che ci fanno gli Stati Uniti in Ucraina alle porte del nostro Paese? Dovrebbero capire che non abbiamo più spazio per arretrare!». E lo manifesta plasticamente allungando a dismisura i tavoli e la distanza fisica tra sé e i suoi interlocutori.

A COSA MIRA PUTIN nella sua sete di rivalsa? Mira a raccogliere le spoglie dell’impero sovietico, per ricreare sotto il suo usbergo una sorta di unione delle comunità storicamente legate alla Russia. Non c’è dubbio che l’Ucraina rientri in quel novero. Anzi, Kiev è la culla medievale del popolo dei Rus’; da lì si diffuse il cristianesimo verso nord grazie alla conversione del principe di Kiev, san Vladimiro (di cui portano il nome sia Putin che Zelenski). Un quarto degli oltre 40 milioni di ucraini si riconosce come russo, ma tutti venerano a Kiev i santi sepolti nel Monastero delle Grotte. Non esiste una frontiera naturale che separi gli ucraini dai russi, accomunati da lingue sorelle. A ragione Dostoevskij definiva l’ucraino Gogol il padre della letteratura russa. Putin, facendo terra bruciata in Ucraina, ha compiuto non solo un fratricidio ma anche un parricidio.

EPPURE, LO STILLICIDIO di morte potrebbe essere fermato se l’Occidente negoziasse alcune richieste di Mosca: 1° la neutralità dell’Ucraina garantita per trattato internazionale; 2° l’annessione della Crimea se confermata da un nuovo e libero referendum; 3° l’autodeterminazione del Donbass a statuto speciale. Gli Usa – oggi miracolosamente uniti agli europei di fronte all’orrore della guerra – potrebbero negoziare con Mosca e con noi un nuovo sistema di sicurezza europea, dal momento che l’intero continente, Russia inclusa, si trova ora pericolosamente esposto.

INFATTI, SONO SCADUTI e alcuni rescissi, uno dopo l’altro, il Trattato sui Missili Antibalistici, il Trattato sulle Forze Convenzionali in Europa e il Trattato sulle Forze Nucleari Intermedie. Resta in vigore (fino al 2026) solo il Trattato sulla Riduzione delle Armi Nucleari del 2010. Putin stesso ha dichiarato che proprio il timore di ritrovarsi accanto un Paese dotato di ogive nucleari lo spinge a chiedere la demilitarizzazione dell’Ucraina. Sta bluffando? La prova del pudding – dicono gli inglesi – sta nel mangiarlo. Urge, insomma, una nuova Helsinki dopo quella conclusa con successo nel 1975.

 

Ex-ambasciatore e diplomatico italiano

 

(pubblicato da Il Manifesto il 9-3-22)

 

da qui

 

 

UN NON POST – Pierluigi Fagan

Come detto sin dai primi giorni, versate euro alle organizzazioni umanitarie, sono previsti a ieri 5 milioni di profughi, oggi si comincia a parlare di 7 milioni. Certo gli inglesi che ieri hanno esibito coccardine gialle-blu a Westminster applaudendo commossi alla video-call di Capitan Ucraina formato “L’ora più buia”, ne prendono pare ben cento (!), ma gli altri vanno aiutati anche da noi. Loro del resto non sono più Europa e danno a loro modo una mano armando e mandando volontari di guerra, così che i profughi aumentino.

Purtroppo fb non mi prende la gif in cui Capitan Ucraina fa l’occhiolino da un suo video di ieri. Metto la foto statica in cui strizza l’occhio ma non è per il sole anche perché lì nevica. Nevica, fa freddo, ha milioni di profughi, ha morti e feriti, ma deve tenere alto il morale del suo popolo. Così scherza e fa l’occhiolino, un eroe.

Mi scuso se sono troppo sarcastico su vicende obiettivamente serissime e terribili, ma come ho già detto è il mio modo per esser indignato. L’ho ripetuto più volte in questi giorni e lo ripeto per i più duri di comprendonio, io non approvo certo quello che hanno deciso di fare i russi, i confini non si violano con le armi, mi sento stupido solo a doverlo scrivere. Ma pare alcuni debbano esser rassicurati sul fatto che qui non si annusa zolfo e non si hanno piedi caprini. Capita quando si fa pubblico uso della propria ragione.

1 TEMPO. Che fine ha fatto la colonna di carri russi di 60 Km a 30 Km da Kiev? Sta sempre lì, da giorni. I media dicono che questo è segno dell’impreparazione russa, c’è il fango, non hanno benzina, hanno paura delle molotov. Capitan Ucraina ha definito la strategia di aggressione russa “medioevale”. Sta capendo quello che un anonimo americano ha detto in un video già i primi giorni. Il tizio, il cui video posto nel primo commento, un americano che dichiara di essere a Kiev in una camera d’albergo, sembra avesse subito capito quello che tutta la masnada di commentatori più o meno “esperti” non capiscono ancora oggi ovvero che tipo di strategia militare hanno i russi. Questo mi porta anche a fare una specifica sulle fonti. Io uso per lo più fonti mainstream perché si capiscono più cose da quello che uno vuole dire, come lo dice e cosa c’è dietro questo voler dire, se si è in grado di ricostruire l’intenzione, che non perdersi nei bassifondi della contro-informazione. Si chiama de-codifica. Inoltre, una opinione o informazione, si deve valutare se plausibile o implausibile, non è poi così importante chi la dà. Le informazioni sono come pixel dovete metterle assieme per fare una immagine. Poi dovete mettere l’immagine che è un testo nel contesto. Poi dovete muovere tutto come una pellicola per capire il film. Se Capitan Ucraina solo ieri si è accorto del “medioevale”, vuol dire che lui e chi lo consiglia non aveva capito un tubo (o ha fatto finta per eccitare gli animi) sino a ieri e poiché è un manipolatore di interpretazioni, rivolgendosi ad occidentali ossessionati dal “Nuovo!”, ha pensato che dando ai russi del “medioevali”, se ne accentuava la ripugnanza. Ma le strategie militari non seguono la moda dei modelli di I-phone, non hanno riferimento nel “mi piace – non mi piace”, hanno riferimento nel “funziona – non funziona”. I russi stanno facendo agli ucraini quello che gli Ateniesi fecero ai Melii così come raccontava Tucidide nella Guerra del Peloponneso. Allora, l’americano diceva che i russi avrebbero assediato le città e cosa fanno i russi? Assediano le città! «La guerra è un atto di violenza il cui obiettivo è costringere l’avversario a eseguire la nostra volontà.» lo diceva anche von Clausewitz. Ma gli “assedi” su cosa si basano? Sul tempo. I russi hanno intenzione di andare per le lunghe, mettetevi comodi. Certo, dispiace per le dirette televisive che si stancheranno di andare in onda a dire sempre meno, ma purtroppo i russi non sembrano collaborare, boicottano le nostre audience. Malvagi!

2) CONSEGUENZE A. (ce ne saranno di B, C, D etc.). Ieri Maduro ha confermato di aver incontrato una delegazione degli Stati Uniti d’America, un incontro delizioso sembra. Poco fa ha anche rilasciato alcune spie USA in senso di simpatia. Pare gli americani vogliano alleggerire improvvisamente le sanzioni al “dittatore che vessa il popolo venezuelano” (ricordate Guaidó, il Zelensky venezuelano?) , stante che il Venezuela ha le più ampie riserve di petrolio non ancora estratto al mondo. Poi, the Guardian, ieri diceva che stanno correndo molte telefonate in questi giorni tra Washington e Teheran e qualcuno vocifera che pare si sia trovata improvvisamente la quadra per il fatidico “Accordo sul nucleare”, pare che Blinken ne abbia riferito ai leaders europei, gli ultimi a sapere cosa accade nel Gran Mondo. Tant’è che WSJ (Wall Street Journal) riferisce che sauditi ed emiratini non rispondono più al telefono. Washington chiama, ma loro non rispondono, pare siano un po’ offesi per usare un eufemismo. Fantastico eh? Putin bestia assassina autoritaria! Maduro ed ayatollah in fondo dei bonaccioni. E’ la variabile geografia valoriale della geopolitica americana, una Borsa Valori molti volatile come si dice in gergo.

3) CONSEGUENZE B. Visto che ha tempo, Putin pare abbia dato mandato interno di due settimane per rifinire le contro-sanzioni ovvero il “ban” ai paesi di cui ha compilato la famosa lista. Per lo più si tratterà di materie prime. Nell’allegato sottostante l’indice delle materie prime -ultimi sei mesi- fotografato oggi. Negli allegati un articolino di SKYTG24 che ci rende edotti di cosa si tratta e che impatto tutto ciò avrà nei prossimi mesi sulle nostre economie. Feci un post qualche giorno fa, che qualcuno avrà trovato molto aulico, sulla Regola aurea che è poi il Principio di reciprocità. Allora, abbiamo già il problema del prezzo impazzito del grano e di molti altri cereali, il prezzo del gas e del petrolio su cui torneremo ed ora anche quello delle materie prime. Reciprocità appunto. Ve l’ho detto, mettetevi comodi.

4) CONSEGUENZE C. Le Monde, ci informa che improvvisamente, aerei caccia americani vanno in gita in quel della Groenlandia. Ricorderete che Trump voleva comprare la Groenlandia no? La terra ghiacciata non ha solo foche e simpatici eschimesi che si strofinano il nasino l’un l’altro, è la miniera di tutte le miniere, per la verità già abbastanza colonizzata da inglesi e molti cinesi. In più è ad un tiro di scoppio dalla Russia se prendete un mappamondo. Checché ne dicano alcuni, la Terra è rotonda e le distanze su una sfera non sono quelle di un piano. Danesi al centro del conflitto geopolitico quindi. Ecco perché le litanie su “l’esercito europeo” fanno sorridere. Un esercito per quale geopolitica? Quella della prossima guerra artica (di cui si sa da anni per gli addetti, non è in relazione solo a questa nota sulla Grønland)? Quella che interessa l’Europa dell’est per contenere i russi? Quella mediterranea e mediorientale che interessa i paesi mediterranei? Chi dovrebbe decidere la strategia geopolitica dell’esercito europeo, l’assemblea dei 27 che urla “andiamo a nord”, “no! andiamo ad est!”, “no andiamo a sud”? Così alla fine non se ne fa niente ed andiamo ad ovest, per questo non possiamo non dirci “atlantisti”. Ve l’ho detto, la geo-politica chiama la geografia, non l’ideologia.

5) La Federazione degli ordini dei farmacisti italiani (Fofi) lancia un appello a non comprare le pasticche di iodio per prevenire la prossima catastrofe atomica, si stanno esaurendo. Ieri qualcuno mi ha postato un altro appello all’informazione a tenere conto che i ragazzi, i bambini, ma anche la gente adulta, viene da due anni di pandemia, le menti non stanno molto bene. Dal momento che ogni serio analista sa che sebbene se ne parli non c’è invero alcun rischio atomico, forse qualcuno dovrebbe spiegare questo uso disinvolto della psicopolitica, non credete? Possiamo odiare Putin anche senza agitare il fantasma di Atomic Mad Vlad, forse potremmo spiegare ai giornalisti che siamo adulti ed invitarli a trattarci come tali.

6) Tabarelli di Nomisma Energia, ieri imperversava nell’infosfera. Ci informava che a questi prezzi di gas e petrolio non dureremo molto (ah! vedi il significato di “tempo” nelle strategie medioevali), ci vogliono anni per aumentare la portanza delle condotte alternative, non parliamo proprio dei rigassificatori (cinque anni ci metterà il Qatar a fare il megaimpianto di conversione liquida del gas). Nuland ieri osservava fiera che il Nord Stream 2 rimarrà un grosso tubo arrugginito in fondo al Baltico, per sempre. Son soddisfazioni. Il Tabarelli, ne deduceva -anche con un certo allarme- che dovremmo razionare riscaldamento ed energia elettrica da domattina se vogliamo continuare questa crociata. Eh lo so, dispiace. Sembra la si voglia dar vinta al russo. Io penso invece che tutte queste cose dovrebbero portare a domandarci: ma noi, in che mondo crediamo di vivere? Come siamo finiti in questo casino? Quante cose non sappiamo e non pensiamo prima come ad esempio il numero di posti letto negli ospedali di uno dei paesi che ha più anziani al mondo per cui alla fine è tutto un lockdown e green pass? Emergenze, scrissi post sulla Società del rischio di Ulrich Beck, roba anni ’90. Parole al vento. Dopo sembra tutto ineluttabile. Ma forse non dovevamo trovarci in questo “dopo”, o no?

7) Accusati dagli USA di esser evasivi su i fatti russo-ucraini, i cinesi ci hanno fatto sapere cosa ne pensano, vedere allegato. A questo punto scatta il ban ai springrolls ed il casalinghi sotto casa? Intanto pare stiano entrando in massa nel capitale delle aziende energetiche russe.

8 ) Biden ha chiesto al Congresso 10 mld US$ per armi e aiuti all’Ucraina. Ma i rappresentanti del popolo si sono eccitati e ne hanno varato 12. Poi il giorno dopo si sono sovraeccitati e ne hanno varato infine 13,6. Wow! E siamo ancora lontani dalla “ricostruzione”. Così capirete facile-facile cos’è la “distruzione creatrice” di Schumpeter. Tra l’altro, dovreste forse domandarvi cosa significa “mandare armi”. In quanto tempo si caricano gli aerei, dove volano, dove atterrano, come fanno ad arrivare ai confini ucraini, quando. Per poi? E se i russi com’è probabile non si sognano minimante di andare in Ucraina occidentale che se ne fanno di tutte quelle armi? Dove andranno a finire poi quelle armi visto che in Transnistria c’è il più grande mercato delle armi a cielo aperto? Comunque, neanche fai in tempo a ritirarti dall’Afghanistan che ora ti tocca spendere per l’Ucraina, il prezzo della libertà e chi la difende. Avrete notato la “questione polacca”. Prima hanno detto che loro i Mig agli ucraini non li davano, poi che li davano a gli americani in Germania. Ieri gli americani sono caduti dal pero anche un po’ irritati “nessuno ci ha avvertito!”. Lo hanno letto su i lanci stampa? Putin valuterebbe aerei NATO dati all’Ucraina come un’aggressione pari alla no-fly-zone? Chissà …

9) Quindi riepilogando: Peskov parla delle condizioni a Reuters, Z ieri apre a Donbass, Crimea, no NATO, domani si vedono Lavrov e Kuleba in Turchia, i russi dicono quanto all’allegato postato sotto. E la teoria “Quisling” degli esperti televisivi che fine ha fatto?

10) In un post precedente di geopolitica teorica, ricordavo quanto la politica estera non possa esser disgiunta da quella interna. Per altro, è quello che fanno tutti coloro che s’interrogano sulle possibile rivolte degli interessi interni russi sperando eliminino lo Zar. Ma andrebbe applicato anche a Zelensky, ad esempio ai suoi oligarchi ai quali l’altro giorno ha promesso rosee aspettative del futuro ricostruttivo (vedi nota 8 ) dopo che una non chiara vicenda aveva portato alla morte di un banchiere nella squadra ucraina delle trattative. Si dovrebbe dare anche un occhio alle dimensioni dei progetti ed investimenti cinesi già avviati in Ucraina. Allora ricordo che il primo turno delle presidenziali francesi è tra un mese. Biden è molto giù nei sondaggi ed ha elezioni in autunno. Johnson pareva quasi sul punto di saltare nelle scorse settimane. Ma ad un certo punto, su tutti i contendenti, ci sarà anche la pressione del resto del mondo. Forse non è a molti chiaro che grado di scala Richter è questo terremoto dal punto di vista economico e finanziario. E’ sistemico, a dimensione sistema-mondo e dopo due anni di pandemia rischia di amplificarsi in diversi effetti-farfalla. Mi piace anche ricordare che le “Primavere arabe” nacquero in Tunisia e nacquero come “rivolta del pane” per via di un improvviso aumento della materia prima causato dal cattivo raccolto in Ucraina e Russia per ragioni di fluttuazioni climatiche.

11) Cosa da valutare della variabile “tempo” è la sopportabilità del continuo presentarsi di fatti controversi se non apertamente negativi per la reputazione russa, già gravemente compromessa. Ora abbiamo a che fare con il bombardamento di un ospedale pediatrico a Mariupol, un fatto decisamente orrendo. Quanto bombardato, con quanti morti e feriti, per sbaglio forse e tuttavia fatto insopportabile. Perché era ancora operativo dopo giorni e giorni di annunciato o praticato assedio? Non lo sapremo mai. Chi o cosa non sta facendo funzionare i corridoi umanitari? Sta di fatto che Z sta ora pesando questo fatto rimproverando gli occidentali, di nuovo, di non avere il coraggio di istituire la no-fly-zone. Altresì, ha minacciato forze interne “politiche” che starebbero flirtando in segreto col nemico per trovare una soluzione che lui ritiene un tradimento. Ha anche precisato che in tempo di guerra, il “tradimento” porta a note conseguenze. Così, ogni giorno andrà peggio.

Con ciò terminiamo qui questa giornata di note e riflessioni, a meno di nuovi eclatanti eventi.

da qui




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