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giovedì 12 dicembre 2024

Il "Premio Maggiordomo dell'Impero 2024" va a... - Alessandro Bianchi

  

"La partnership tra Italia e Stati Uniti non è mai stata così forte”. Il servilismo del maggiordomo più diligente e premuroso viene sempre premiato dal padrone. Soprattutto quando si avvicina il Natale.

"La partnership tra Italia e Stati Uniti non è mai stata così forte”. Con queste parole, il segretario di Stato Usa Blinken ha concluso il vertice di Fiuggi del G7 a presidenza italiana. E come se non fosse già abbastanza umiliante per un governo che aveva promesso una via "sovrana" e "indipendente" rispetto ad un governo PD qualunque, aggiunge: "E questo è un tributo alla leadership italiana, è un tributo alla forte leadership del primo ministro Meloni, del mio amico, il ministro degli Esteri, e lo vediamo, ovviamente, durante il G7 italiano. Non potrei essere più grato per la collaborazione".  


"La partnership tra Italia e Stati Uniti non è mai stata così forte”. Più forte dei governi del PD e del governo Draghi. Blinken sentenzia. Il perché è presto detto. Leggete (o perlomeno sfogliate perché il disgusto può causare gravi danni collaterali) le 15 indegne pagine del comunicato finale del G7 a presidenza italiana e tutto diviene chiaro. Immorali e pretestuosi attacchi a paesi sovrani (veramente) e indipendenti. I soliti castelli di carta di menzogne contro la Russia, Cina, Iran, Libano, Palestina. La volontà fallita e fallimentare di tenere in piedi con guerre, sanzioni e cambi di regime un sistema che ormai è collassato. La decisione di interferire negli assunti interni del Venezuela riconoscendo, dopo la barzelletta della storia Guaidò, un vecchietto scappato in Spagna come "presidente". Appelli che ascoltano solo 7 paesi e qualche colonia sparsa sempre più rara in giro per il mondo. Insomma tutto il repertorio che sta portando l'umanità sulla via dell'estinzione per seguire i diktat di Washington e tutto a prima firma governo Meloni come un governo Pd qualsiasi.

"Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri." Viviamo proprio questa fase che il genio politico di Gramsci aveva sintetizzato alla perfezione. La presidenza Biden si sta per concludere e l'interregno sta portando il mondo a ballare sul filo del baratro nucleare con il via libera Usa all'uso di missili a lungo raggio nel territorio russo. Il comunicato indegno del G7 a prima firma italiano è un servile atto di sottomissione al "mostro". Gli interessi del popolo italiano - in generale dell'Europa - richiederebbero governi in grado di creare ponti e dialogo con il sud globale, le istituzioni del nuovo mondo multipolare e, in poche parole, la vera comunità internazionale. Quello Meloni, al contrario, sarà ricordato per il premio di maggiordomo più fedele dell'amministrazione Biden. In attesa del 20 gennaio e degli ordini del nuovo padrone...

da qui

domenica 20 ottobre 2024

"Possiamo salvarci solo accettando la sconfitta della NATO in Ucraina" - Emmanuel Todd

Intervista per "Egemonia". "Stiamo entrando in un periodo in cui gli impulsi nichilisti di distruzione esistono indipendentemente dagli obiettivi razionali degli stati. Il nichilismo è il concetto corretto per comprendere la volontà degli ucraini di sottomettere i russi del Donbass. E’ il concetto corretto per comprendere le azioni dello Stato di Israele che non ha più obiettivi razionali."

 


intervista di Alessandro Bianchi


Incontriamo Emmanuel Todd nella sede romana di Fazi, l’editore che ha pubblicato la versione italiana del suo bestseller 
“La sconfitta dell’Occidente”. Storico, sociologo e antropologo francese di fama internazionale, ci colpisce per la disponibilità, umiltà e generosità con cui ci accoglie e con la quale ci permette di esaudire tutto il nostro fiume di domande e interessi. In Italia per presentare quello che è stato un caso editoriale in Francia e che è in procinto di essere tradotto in tante altre lingue, gli abbiamo esteso i nostri complimenti sinceri per il coraggio in una fase di appiattimento culturale e di chiusura ermetica delle idee nella parte di mondo che si autoproclama libero. Ma per Todd non è coraggio. Ci ricorda come suo nonno “Paul Nizan è stato un grande poeta, giornalista e scrittore che pubblicava con Gallimard. Il suo testimone di nozze era Raymond Aron ed è morto durante la seconda guerra mondiale. Mio padre Olivier era un grande giornalista del “Nouvel Observateur”. L’agire nel portare avanti qualcosa in cui credo l’ho ereditato dalla mia famiglia e non lo vedo come coraggio, ma come il giusto modo di agire”.


Noto per aver previsto per primo, con anni di anticipo, il collasso dell’Unione Sovietica e la crisi finanziaria del 2008, Emmanuel Todd è una preziosa fonte per “Egemonia” per comprendere meglio i tempi in cui viviamo.

Per la lunghezza dell’intervista abbiamo deciso di dividerla in due parti.

Nella prima, che segue, entriamo nel dettaglio delle ragioni che sottendono il suicidio delle classi dirigenti europee nella guerra per procura in Ucraina e nel come si potrebbe materializzare la sconfitta dell’Occidente.

Nella seconda, che uscirà martedì 15 ottobre, affronteremo nel dettaglio il concetto di nichilismo, perno del libro di Todd; in relazione, in particolare, al ruolo dell’informazione, alla perdita dei tradizionali riferimenti politici, culturali e sociali in occidente e cercheremo, infine, di comprendere se sia all’orizzonte, nel nostro continente, la nascita di qualche formazione politico-aggregativa in grado di offrire una valida alternativa al sistema fallito, fallimentare e che è stato, come brillatemente argomentato dal Prof. Todd, sconfitto.



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L'INTERVISTA - PRIMA PARTE


“La sconfitta dell’Occidente” è uscito in Francia prima della famosa controffensiva ucraina dell’estate del 2023, che era stata annunciata dalla stampa qui come l’inevitabile inizio della vittoria di Kiev. Quella che era una sua profezia allora, oggi è una realtà che però non viene accettata e si continua in un vortice di escalation apparentemente senza fine. Questa settimana, nuovamente, Ursula Von der Leyen ha parlato al Parlamento europeo di un sostegno economico e militare a Kiev “per tutto il tempo necessario”. L’occidente accetterà mai la sconfitta?

Questa è la domanda centrale oggi. L'Europa l’accetterà oppure si troverà in una situazione in cui l'Ucraina verrà distrutta come entità statuale, con metà del territorio preso dalla Russia e l'altra metà trasformato in un regime fantoccio? L'Europa si lascerà trascinare ancora di più in questa spirale? Conosciamo già quale sarà il prossimo passo. La fornitura di missili a lungo raggio da lanciare in modo massivo sui territori russi, che equivarrebbe a una dichiarazione di guerra a Mosca. Ciò che colpisce nell'atteggiamento europeo, nelle ultime parole di Ursula von der Leyen citate ad esempio, è la totale assenza di contatto con la realtà. L’occidente ha adottato sanzioni assurde contro la Russia, che hanno permesso a Mosca di ristrutturarsi attraverso un protezionismo efficiente, sostenuto dal resto del mondo, cinesi e indiani in particolare. Sanzioni che hanno distrutto l'economia europea. Siamo governati da dirigenti che distruggono la propria economa. Dirigenti che non sono nemmeno in grado di fornire le armi di cui l'Ucraina ha bisogno, e che parlano di continuare i loro sforzi. Vogliono solo continuare nella loro irrealtà.



Vede spiragli per una pacificazione nel breve periodo?

Le discussioni su come porre la fine alla guerra da parte degli occidentali sono sconcertanti. L’ultima fantasia tirata fuori sarebbe quella di accettare che l'Ucraina perda parte del suo territorio e, in cambio, entri a far parte della NATO. Sappiamo benissimo che i russi sono entrati in guerra per impedire all'Ucraina questo scenario. E discutono di tutto questo come di un “progetto di pace”, senza consultare la Russia, senza invitare il vincitore della guerra. L'idea di un piano di pace in assenza del vincitore è irrealtà. C'è un film straordinario sulla fine del regime di Hitler che mi torna alla mente spesso in questo momento pensando alle dichiarazioni dei leader occidentali. Si chiama “La Caduta”, dove si vede il leader nazista con i suoi generali nell’intento di gestire le divisioni della Wehrmacht… che nel frattempo non esistevano più. La situazione di oggi ancora più delirante. Sarebbe come se Hitler stesse discutendo le condizioni della pace da imporre agli americani e ai russi. È completamente folle!

 

Come illustrato in modo molto accurato nel suo libro, la guerra in Ucraina è stata voluta dagli Stati Uniti per staccare l’Europa (in particolare la Germania) dalla Russia. La firma del Nord Stream 2 è stato il momento chiave che ha spinto gli Usa ad agire. Come è possibile che la classe dirigente europea non sia più in grado di perseguire neanche lontanamente i propri interessi e si lasci distruggere la principale infrastruttura logistica del continente senza nemmeno aprire un’indagine?

Le classi dirigenti europee non hanno una visione geopolitica. I russi hanno una visione geopolitica, gli americani anche, perfino i giapponesi, ma qui no, niente. Semplicemente non esiste. Quando si parla di classe dirigente europea, mi concentro in particolare sulla Germania. Il vero obiettivo per gli Stati Uniti nel provocare questa guerra era quello di rompere la collaborazione tra Germania e Russia, che, alla fine, avrebbe portato all'uscita degli Usa dall’Europa. Lo choc della guerra per procura in Ucraina ha paralizzato la Germania e permesso agli strateghi statunitensi di distruggere il gasdotto Nordstream, simbolo dell’intesa economica tra Germania e Russia. Ma sono convinto che quando la sconfitta dell’Occidente si sarà palesata Mosca e Berlino torneranno ad incontrarsi naturalmente. E’ fisiologico. Nel frattempo, la situazione per le classi dirigenti tedesche è molto difficile e lo dico, prima di tutto, da antropologo che studia i sistemi di cultura autoritaria, dove la situazione dei leader è psicologicamente complessa. Tutti si sentono bene finché devono obbedire, ma quando devono guidare, sorge un problema. E i tedeschi oggi hanno paura di sé stessi, dopo gli errori della Prima e Seconda guerra mondiale…. Penso che le élite tedesche abbiano paura di sé stesse. E quindi è difficile che possano essere in grado di rappresentare un contrappeso geopolitico efficace. Al massimo solo economico.



Professore quello che lascia realmente basiti nell’osservare l’atteggiamento delle classi dirigenti europee è l’assenza di una minima capacità di porre dei freni a qualunque decisione venga imposta da Washington. In un modo che non era mai stato così marcato in passato. Da che dipende secondo lei?

C'è un elemento molto importante che ho indagato molto nel dettaglio ed è il controllo finanziario da parte degli Stati Uniti delle classi dirigenziali europee. Controllo diretto. È molto interessante, è la seconda volta che ne parlo. Ne ho discusso in modo approfondito per un media francese, Elucide. Ho analizzato come le élite europee avessero investito molto denaro nel settore finanziario controllato dagli anglo-americani, rendendosi così vulnerabili all'occhio vigile di Washington. Erano controllati costantemente. Fornisco elementi di facile comprensione e che possono essere consultati da tutti. Parlo della NSA, ma ciò che più mi interessa, ciò che mi permette di affermare che l'ipotesi a cui sono arrivato sia assolutamente esatta, è che non sono mai stato criticato per quanto ho affermato. Normalmente sarei stato accusato di cospirazione, come avviene ogni volta che si affrontano questi temi. Questa volta no. Silenzio. Silenzio assoluto. Quindi penso di aver compreso dove nasce la sudditanza. È davvero una cosa dirompente e non dobbiamo parlarne!



Ragionando per deduzioni logiche, non possiamo non essere portati ad una visione pessimista della crisi bellica. Se è vero che per raggiungere la pace oggi, bisogna pacificare l'Eurasia. E se per pacificare l'Europa con la Russia (e poi con il prossimo bersaglio scelto dagli Usa: la Cina), le classi dirigenti europee dovrebbero assumere una posizione alternativa rispetto alle imposizioni degli Stati Uniti e della NATO, allora la conclusione è che senza uno scatto di sovranità, indipendenza e autodeterminazione delle classi dirigenti europee ci indirizzeremo verso una inevitabile terza guerra mondiale? E’ giusto affermare, in altri termini, che la pace nel nostro continente non sia possibile con la sopravvivenza dei due strumenti di controllo degli Stati Uniti sull’Europa: l'UE e la Nato?

No. Non è possibile. Lo penso in modo molto chiaro: la sconfitta della NATO in Ucraina rappresenterà un momento di svolta positiva e liberazione per l'Europa. Penso che gli europei siano ingenui, ma gli americani, gli inglesi, al contrario, siano eccitati dalla situazione e pieni di risentimento. In quei paesi c’è una spinta bellica, una spinta nichilista, che spiego nel libro analizzando i fattori culturali e religiosi che caratterizzano oggi il mondo anglosassone. Nell'Europa continentale invece non c'è questo impulso bellico. Prendete la Scandinavia. Come sostengo nel mio libro, l'evoluzione molto inquietante dei paesi scandinavi - Svezia, Finlandia, Norvegia, Danimarca, tutti paesi protestanti - è emblematica. Il punto nevralgico della questione è la disintegrazione del mondo protestante, il cuore evoluto dell'Occidente. La Germania è in teoria protestante per due terzi, ma il partito cattolico è stato dominante per molto tempo dopo la guerra. E naturalmente Francia, Italia e Spagna sono paesi cattolici. Se non lanciamo missili a lungo raggio contro la Russia, se non creiamo il pretesto di uno scontro termonucleare, entrando in un conflitto diretto con Mosca, è estremamente facile arrivare alla pace. Dobbiamo accettare che l'esercito russo arrivi al Dnepr, affinché Sebastopoli sia sicura. Vedremo subito come Mosca non abbia né la voglia, né la forza di andare oltre. E questo sarebbe uno shock assoluto per gli europei: si comprenderebbe immediatamente che non esiste alcuna minaccia diretta e, soprattutto, che la NATO non esiste per proteggerci. Esiste solo per controllarci. Un buon accordo diplomatico, una buona interazione diplomatica tra Germania, Italia e Francia, sarebbe sufficiente a garantire la pace, a garantire un contrappeso ai russi.

 

Che fase ci aspetta ora?

Stiamo entrando in un periodo in cui gli impulsi nichilisti di distruzione esistono indipendentemente dagli obiettivi razionali degli stati. Il nichilismo è il concetto chiave per comprendere la volontà degli ucraini di sottomettere i russi del Donbass. E’ il concetto chiave per comprendere le azioni dello Stato di Israele che non ha più obiettivi razionali. Quello che sta commettendo oggi non riguarda in nessuno modo la sicurezza. È guerra per la guerra. Perché gli israeliani non sanno più perché esiste lo Stato di Israele. È una nazione che non sa più cosa sia. Lo stesso si può dire per gli Stati Uniti. E’ meno grave del nazismo?  Viviamo una fase meno grave della seconda guerra mondiale? Se non degenera in una guerra termonucleare, se gli europei non si lasciamo trascinare in una vera guerra con la Russia. Ma al contrario, se ci saranno ancora storici viventi nel 2030 o nel 2035, diranno, beh sì, è stata una cosa seria quanto il nazismo.  

da qui

 

 

Media, euro e nichilismo: le ragioni della sconfitta dell'occidente - Emmanuel Todd a l'AD (II PARTE)

"In un mio libro scritto dopo la guerra in Iraq mi auguravo in un ritorno negli Stati Uniti ad una concezione nazionale ragionevole, piuttosto che al nichilismo imperiale che aveva iniziato a prendere piede. Avevo speranza. Oggi non più: per gli Stati Uniti è finita."


di Alessandro Bianchi


Abbiamo incontrato Emmanuel Todd nella sede romana di Fazi, l’editore che ha pubblicato la versione italiana del suo bestseller “La sconfitta dell’Occidente”. Storico, sociologo e antropologo francese di fama internazionale, ci colpisce per la disponibilità, umiltà e generosità con cui ci accoglie e con la quale ci permette di esaudire tutto il nostro fiume di domande e interessi.  

Noto per aver previsto per primo, con anni di anticipo, il collasso dell’Unione Sovietica e la crisi finanziaria del 2008, Emmanuel Todd è una preziosa fonte per “Egemonia” per comprendere meglio i tempi in cui viviamo. Vi abbiamo già pubblicato la prima parte dell’Intervista sulle ragioni che sottendono il suicidio delle classi dirigenti europee nella guerra per procura in Ucraina e nel come si potrebbe materializzare la sconfitta dell’Occidente. 



Nella seconda, che presentiamo oggi, abbiamo affrontato nel dettaglio il concetto di nichilismo, perno del libro di Todd; in relazione, in particolare, al ruolo dell’informazione, alla perdita dei tradizionali riferimenti politici, culturali e sociali in occidente e abbiamo stimolato il Prof. Todd nella possibilità che, nel nostro continente, ci siano i sentori della nascita di qualche formazione politico-aggregativa in grado di offrire una valida alternativa al sistema fallito, fallimentare e che è stato, come brillantemente argomentato nel suo libro, sconfitto.


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INTERVISTA AL PROF. EMMANUEL TODD – SECONDA PARTE



Nel suo libro pone al centro l’analisi della società anglo-americana e giunge alla conclusione che stiamo assistendo ad una sorta di santificazione del vuoto dovuto a pulsioni distruttive, che riguardano, scrive, cose, uomini e realtà. Sottolinea, nel portare avanti questa tendenza al nichilismo, come questo dipenda molto dal fallimento della religione protestante, riprendendo e attualizzando quanto teorizzato dal grande sociologo tedesco Max Weber. Applica il concetto di nichilismo alla politica estera Usa, alla questione ucraina e adesso, in interviste recenti, anche all’azione militare israeliana. Che ruolo hanno avuto i mezzi di informazione dominanti in occidente nella diffusione del nichilismo e nella sconfitta di questa parte di mondo?

E’ una domanda a cui sento di poter rispondere con cognizione di causa perché il mondo dei media lo conosco a livello approfondito. Mio padre è stato un grande giornalista al Nouvel Observateur e anche io ho lavorato nella stampa all'inizio della mia carriera. Curavo una pagina culturale al quotidiano Le Monde. Ho potuto percepire in prima persona come sia cambiato il giornalismo e come questo abbia cessato di essere un perno della democrazia liberale e del pluralismo delle idee. Le società occidentali erano ideologicamente pluralistiche, nel senso che erano presenti all’interno ideologie concorrenti che si scontravano. Prendiamo il caso che conosco meglio, quello della Francia: c’era il cattolicesimo tradizionalista, il Partito Comunista, la socialdemocrazia, il Gollismo. In Inghilterra c’era il conservatorismo classico che si opponeva agli ideali della classe operaia. E così negli altri paesi europei. I giornalisti, in quel contesto di società, prima di essere giornalisti erano collegati a quel mondo. Ed è così che i giornalisti hanno garantito il pluralismo: c'erano giornalisti comunisti, cristiani, nazionalisti, e insieme si sfidavano come in un concerto liberale in un festival. Ma poi tutte queste ideologie si sono disintegrate. E gli individui, i giornalisti in questione, liberati dalle loro credenze a priori, sono tornati ad una visione meramente tecnica della loro professione. Il giornalismo ha smesso di sostenere il pluralismo per divenire un pilastro dell’unica ideologia oggi esistente, quella del capitale.



Cos'è rimasto della libertà di informazione dunque in occidente?

La libertà di poter dire ciò che si vuole, senza avere nulla da dire. C'è una specie di mimetizzazione della professione che amplifica lo stato generale atomizzato della società. E il potere che hanno assunto i media nella società di oggi è enorme. Viviamo un’epoca che definisco di narcisismo giornalistico. I politici sono terrorizzati dai giornalisti. Un giornale come Le Monde ha una capacità enorme nell’intimidire i politici, anche se chi scrive non ha nessuna prospettiva, non ha nessuna visione del mondo. Osservando il giornalismo qui in Italia nei giorni trascorsi nel suo paese, penso che sia lo stesso. Eppure, in passato non era così. Mi ricordo che ero a Firenze per concludere la mia tesi quando seppi del colpo di stato contro Allende in Cile. Lo lessi attraverso le pagine de l’Unità, il quotidiano del Partito Comunista italiano. Qualunque fosse l’opinione politica, non si poteva negare che fosse un ottimo giornale e che mostrava in modo autorevole un’idea di mondo diversa da quella degli altri giornali di destra, nazionalisti, socialisti presenti in Italia. Esisteva un pluralismo dell’informazione, figlio di un pluralismo ideologico che oggi non esiste. E dal momento che non c'è più nessuna ideologia, i giornalisti rappresentano solo loro stessi e quello che scrivono fondamentalmente non significa nulla.

 

Alla base del nichilismo c’è sicuramente, come Lei espone in modo veramente efficace, la distruzione dell’industria, della classe operaia. E ancora la distruzione della democrazia e dei diritti sociali in occidente. Quanto hanno pesato, per l’Europa, le scelte imposte dall’Unione Europea agli stati membri e l’imposizione di una moneta unica in tutto questo processo?

Il nichilismo è un concetto a cui sono appena arrivato nei miei studi. Sono un ricercatore, quindi anche quello che dico in quest’intervista mi permette di evolvere il mio pensiero. Nel mio libro è presente l'idea che il neoliberismo sia una delle prime espressioni del nichilismo, nel senso che alla base di quella dottrina non ci sia mai stata l’idea di riformare l’economia, ma di distruggerla. E l’idea l’ho maturata proprio nelle mie ricerche che ho svolto sul Trattato di Maastricht. Ho trascorso sette anni a scrivere un libro intitolato “L'invenzione dell'Europa”, 550 pagine in cui aveva diviso l'Europa in 483 province prendendo a riferimento come modello i dipartimenti francesi. Ho studiato religione, strutture familiari, le varie particolarità culturali, tradizioni, il sistema agrario etc prendendo a riferimento il periodo che va dal 1500 al 1970. Sono stato in grado di ricostruire la geografia politica interna di tutta Europa. In Italia ho evidenziato, per esempio, le ragioni del perché il comunismo si sia diffuso in tutta la Toscana tranne che nella provincia di Lucca e ho analizzato fenomeni similari in Svizzera, Finlandia, Germania. Quando ho visto che i francesi, i tedeschi e gli altri governi europei avevano ideato il Trattato di Maastricht e immaginato che una moneta avrebbe unificato un continente come quello, sono caduto dalla sedia e ho detto: sono pazzi! E in effetti quello che ho previsto si è realizzato completamente.



In che modo? E come questo l’ha aiutato a maturare l’idea di nichilismo per l’occidente?

Il Trattato di Maastricht e poi l’euro hanno prodotto effetti completamente diversi da quelli attesi. Oggi abbiamo un'Europa che non funziona, si sono accentuati gli squilibri e distrutti i sistemi industriali. Allora, mi sono chiesto: perché hanno avuto questa idea? Da dove nasce questa concezione così palesemente fuorviante e dall’esito palese? Da quel momento ho iniziato a riflettere molto sulle scelte dei burocrati di Bruxelles e ho introdotto il concetto di nichilismo. Perché in realtà il vero obiettivo era quello distruggere le diverse nazionalità. Vede, per rispondere alla sua domanda vorrei portare un esempio pratico. Una delle cose che mi colpisce è che ci sono atti così palesemente assurdi ideati da questi signori di Bruxelles che non ci può essere altra interpretazione se non la volontà di distruggere i vecchi schemi della convivenza sociale. Ho notato che anche qui in Italia, come in Francia, per uniformare le targhe delle macchine è stato cancellato il riferimento alle città o regioni di appartenenza. Perché? Mi chiedo e vi chiedo: perché? In Francia l'identificazione delle città di origine è così forte che le persone non hanno bisogno di vederlo scritto sulle targhe. Così come in Italia. Tanto è vero che in Francia, in molti, me incluso, hanno iniziato ad aggiungere manualmente il numero del dipartimento. Io ad esempio quello di Finisterre, in Bretagna, dove ho una casa. Ma la domanda è: perché i signori di Bruxelles lo fanno? La risposta è che tutte queste normative europee hanno l’obiettivo nichilista di favorire la scomparsa delle identità umane che hanno retto e fondato le nostre società.

 

Senza una classe operaia, partiti di massa in grado di offrire modelli alternativi possibili e una deindustrializzazione crescente ci ritroviamo immersi in una crisi che è politica, rappresentativa, economica e culturale. Dalla sua analisi emerge come gli Stati Uniti, dove si presentano due partiti identici come unica alternativa, non hanno alcuna speranza di guidare un cambiamento. Sull’Europa crede si possa fare qualcosa di pratico? Ci sono forze politiche che, secondo lei, in Europa sono in grado di combattere efficacemente questo nichilismo? Cosa pensa, ad esempio, del partito di Sahra Wagenknecht?

In realtà non ragiono più in termini di questa o quella forza politica. In passato ho cercato con tutte le mie forze di farlo, ma oggi rifletto piuttosto in termini di un possibile cambiamento ideologico generale. Su questo sono rimasto molto colpito da una formula dell'economista inglese Keynes, secondo cui, in realtà, non sono i politici ad essere al potere, sono le idee economiche a detenerlo. E attualmente viviamo in un’epoca di totale appiattimento. Avete notato che i lavoratori inglesi e i conservatori hanno le stesse idee economiche? Anzi, per essere più precisi, hanno le stesse non idee. Non pensano più nulla. Negli Stati Uniti credo che non ci sia poi così tanta differenza tra i trumpisti e i democratici nella loro concezione economica. Sono tutti gli statunitensi che sono coinvolti in un processo di decadenza intellettuale. Se penso all’Europa non sono così pessimista come per gli Stati Uniti, paese su cui ho cambiato idea più volte. Non è facile per me dire addio al mondo anglosassone. Ho studiato in Inghilterra, la mia famiglia si è rifugiata negli Stati Uniti durante la guerra. In un mio libro scritto dopo la guerra in Iraq mi auguravo in un ritorno negli Stati Uniti ad una concezione nazionale ragionevole, piuttosto che al nichilismo imperiale che aveva iniziato a prendere piede. Avevo speranza. Oggi non più: per gli Stati Uniti è finita. A chi mi chiede cosa cambierebbe con Trump o con Harris al potere rispondo: 'nulla, in ogni caso sarà orribile, poiché gli Stati Uniti disprezzano l'Europa, la sfrutta e vuole farla marcire in guerra. Chiunque vinca'.



Per l’Europa è più ottimista diceva. Perché?

Per l'Europa sono più ottimista nella mia analisi. Il problema degli Stati Uniti, e anche dell'Inghilterra, è che sono paesi la cui ascesa storica è molto recente e dura da pochissimo tempo. In Europa abbiamo dalla nostra la storia, la cultura, ci sono paesaggi, monumenti, ci sono le città. Guardatevi qui intorno in Italia. Ci sono modi di comportarsi, c'è una relazione con il tempo che nel mondo anglosassone non esiste. In questa parte del mondo occidentale, c’è ancora speranza perché qui c’è molto da ricostruire. Il partito che lei ha menzionato prima, quello della Wagenknecht, rispetto a quanto ho detto, è molto poco. Lei è brava, dice cose interessanti ma non incarna, dal mio punto di vista, il processo a cui stiamo andando incontro. In Germania ritengo che forse sarà più l’Afd a farlo in quel cambiamento che produrrà il conservatorismo popolare. Ma su questo sto ancora riflettendo molto e non ho risposte precise al momento. Quello che è certo è che l’unica cosa che conta realmente è la lotta delle idee. E’ un fenomeno generale e non credo si debba ragionare sulla singola formazione politica.



Il grande assente del suo libro è la Francia. Perché il suo paese senza soldati statunitensi e con una deterrenza nucleare non è stato in grado di rappresentare un’alternativa alla supina accettazione delle imposizioni Usa sul conflitto in Ucraina?

E’ molto interessante che menziona il tema della deterrenza, perché la Francia è il primo caso nella storia a perdere la sua indipendenza nonostante il possesso di armi nucleari. È il trionfo del globalismo. Ci siamo resi conto che non basta avere le atomiche in un mondo controllato dall’economia finanziarizzata, dove le élite sono controllate dalla NATO o dalla FED e dalla NSA. Bene, abbiamo le armi nucleari in Francia. Abbiamo sottomarini, ma sono assolutamente inutili nella fase attuale. La Francia è un Paese piccolo che è stato deindustrializzato e ha scelto la marginalizzazione. Per questo motivo non ne parlo nel mio libro. Nel mio paese si arrabbiano e un giornalista francese mi ha proprio sgridato in televisione su questo argomento. Gli ho risposto: ‘Perché parlare di un paese che non esiste?’ Macron è un personaggio psicologicamente labile. Per me è disturbato. Cambia idea in continuazione. Senza esercito, senza mezzi industriali e finanziari allo sbando, ci troviamo di fronte a un paradosso: mentre aspettiamo ancora la disintegrazione del regime di Putin, stiamo assistendo a quella francese. Direi che la Francia sta diventando un riferimento, ma in senso negativo. Siamo il primo paese ad essere imploso dopo l’inizio della guerra per procura in Ucraina.

 

Un’ultima domanda allo storico Todd. Professore se dovesse identificare un periodo del passato per descrivere ciò che viviamo oggi, quale parallelismo userebbe?

Questo è esattamente ciò che non si può fare oggi. È un'ottima domanda, ma quello che colpisce è proprio il fatto che non ci sia alcun parallelo possibile. Ho la reputazione di aver profetizzato scenari nel passato. È vero che avevo previsto la dissoluzione dell'Unione Sovietica. È vero che in un certo senso, con il mio amico Youssef Courbage, avevamo previsto la primavera araba. E poi il fallimento di Maastricht. Ma in realtà queste previsioni riguardavano paesi che non erano alla guida della scena mondiale. Oggi la crisi riguarda il mondo anglo-americano, l'Europa, i paesi più avanzati e ricchi del mondo. E non abbiamo mai visto popolazioni così ricche andare incontro ad un declino di questo tipo. Non abbiamo mai visto popolazioni così istruite farlo. E non abbiamo mai visto popolazioni così vecchie. Paralleli non sono oggi possibili.

da qui


sabato 19 ottobre 2024

Come si è estinta la democrazia negli Stati Uniti. l'AntiDiplomatico intervista Chris Hedges

 

 

"I mass media si guadagnano da vivere vendendo al pubblico il mito dell'America. Questo è sempre stato vero. Ma ora le cose sono peggiorate. Laddove una volta si riusciva a trovare qualche voce che cercava di parlare onestamente di chi siamo come nazione e dei crimini compiuti in nostro nome, ora è quasi impossibile lottare contro il burlesque che si presenta come notizia."

 


(intervista di Alessandro Bianchi)



E' autore di War Is a Force That Gives Us Meaning (2002), best seller che è stato finalista dei National Book Critics Circle Award. Ha insegnato giornalismo alle università di Columbia, New York, Princeton e Toronto. Per circa due decenni corrispondente estero in Medio Oriente, America centrale, Africa e nei Balcani. Ha lavorato al New York Times dal 1990 al 2005 e ha vinto nel 2002 il Premio Pulitzer. Dal 2005 continua a fare vero giornalismo ogni settimana su organi di informazione indipendenti statunitensi. E' l'autore che più traduciamo ed è per questo motivo di grande onore ed emozione per l'AntiDiplomatico avere avuto il privilegio di poter intervistare Chris Hedges. 



L'INTERVISTA PER "EGEMONIA"



Lei ha recentemente raccontato, in un’intervista a Gleen Greenwald, la sua esperienza con il New York Times e il perché non ha potuto continuare ad esercitare la sua professione di giornalista per quello che in Italia viene considerato il giornale “più affidabile” al mondo. Se dovesse descrivere sinteticamente come opera l’informazione in quel giornale che parole userebbe?

Più che fare giornalismo, il New York Times premia ormai solo l'accesso ai potenti ed ai ricchi. Negli ultimi anni, questo modo di operare lo ha portato a pubblicare numerose storie che si sono rivelate false. I redattori del giornale sono stati degli autentici propagandisti e Tony Judt li ha definiti “
gli utili idioti di Bush” per la guerra in Iraq. Il giornale si è trasformato in un megafono della storia delle armi di distruzione di massa. E ancora: hanno soppresso, su richiesta del governo, una denuncia di James Risen sulle intercettazioni senza mandato degli americani da parte della National Security Agency, finché il giornale non ha saputo che l’inchiesta sarebbe stata pubblicata nel libro di Risen... Per due anni hanno diffuso l'idea che Donald Trump fosse una marionetta russa. Hanno ignorato il contenuto del computer portatile di Hunter Biden, che conteneva prove di un traffico di influenze multimilionarie, etichettando il tutto come “disinformazione russa”. Bill Keller, che ha ricoperto il ruolo di direttore esecutivo dopo Lelyveld, ha descritto Julian Assange, il giornalista e l'editore più coraggioso della nostra generazione, testualmente: “un cazzone narcisista e uno che non ha nessuna idea di giornalismo”. I redattori hanno deciso che l'identità e la razza, piuttosto che il saccheggio aziendale con i suoi licenziamenti di massa di 30 milioni di lavoratori, fossero la ragione dell'ascesa di Trump, e hanno l'attenzione dalla causa principale della nostra situazione economica, politica e culturale. Naturalmente, questa scelta li ha salvati dal dover entrare in profondità di quello che riguarda aziende, come Chevron, che sono inserzionisti del giornale. Hanno prodotto una serie di podcast intitolata Califfato, basata su storie inventate da un artista della truffa. Più recentemente, il NYT ha pubblicato un articolo di tre giornalisti, tra i quali Anat Schwartz, che non aveva mai lavorato come reporter, aveva legami con l'intelligence israeliana e che è stata poi licenziata dopo che è stato rivelato che le erano “piaciuti” i post genocidi contro i palestinesi su Twitter. L’articolo denunciava quelli che venivano definiti abusi sessuali e stupri “sistematici” da parte di Hamas e di altre fazioni della resistenza palestinese il 7 ottobre. Anche in questo caso si è scoperto che la notizia non avesse fondamento.

 

In un suo video recente che abbiamo sottotitolato in italiano e che, secondo noi, descrive alla perfezione il Deep State degli Stati Uniti, Lei sostiene: "La nostra classe politica non governa. Intrattiene". Chi detiene realmente il potere negli Usa? Esistono oggi reali bilanciamenti o è da considerare un potere assoluto?


Il burlesque statunitense, che assume i tratti umoristici con le assurdità di Donald Trump, le false urne elettorali, i teorici della cospirazione che credono che lo Stato profondo e Hollywood gestiscano un massiccio traffico sessuale di bambini, i fascisti cristiani che ripongono la loro fede in un Messia magico e insegnano il creazionismo come scienza nelle nostre scuole, le file di dieci ore per votare in Stati come la Georgia, i membri della milizia che pianificano di rapire i governatori del Michigan e della Virginia e di scatenare una guerra civile, sono tutti segnali di una grave minaccia, soprattutto se ignoriamo l'accelerazione dell'ecocidio.

Trump è il sintomo, il risultato, non la causa di questa decadenza. Trump è sgarbato, volgare e villano. Non fa parte del raffinato gruppo di mandarini addestrati a diventare plutocrati nelle università e nelle business school della Ivy League. Non ha mai imparato la stucchevole patina di raffinatezza e la retorica attentamente calibrata della nostra classe cortigiana. Ma esprime la legittima rabbia di una classe operaia diseredata e promette il ritorno a un'epoca d'oro una volta che il Paese si sarà liberato di immigrati, liberali, intellettuali e di tutti quei proto-fascisti che, come Trump, incolpano della nostra fine. Non è un politico nel senso classico del termine. È un leader di culto. I leader di culto nascono da comunità e società decadute in cui le persone sono state private del potere politico, sociale ed economico: i diseredati da un mondo che non possono controllare si affidano a coloro che promettono loro il ritorno a una mitica età dell'oro, giurando di schiacciare le forze individuate come la causa della miseria in cui vivono. Più tali leader assumono toni oltraggiosi e si fanno beffe della legge e delle consuetudini sociali, più ne guadagnano in popolarità. Pretendendo un potere simile a quello di Dio, i leader delle sette sono immuni alle norme convenzionali e coloro che li seguono concedono loro questo potere nella speranza di una salvezza. Trump e la sua combriccola di stupidi, criminali, razzisti e deviati svolgono alla perfezione il ruolo descritto nei romanzi di William Faulkner dal clan Snopes in “The Hamlet,” “The Town” e “The Mansion.” Gli Snopes progrediscono dal vuoto di potere del Sud decaduto e prendono il controllo dalle élite aristocratiche degenerate. Flem Snopes e la sua famiglia allargata - che comprende un assassino, un pedofilo, un bigamo, un piromane, un disabile mentale che copula con una mucca e un parente che vende biglietti per assistere alle bestialità - sono rappresentazioni fittizie della feccia che abbiamo elevato ai massimi livelli del governo federale. Incarnano l'etica del capitalismo moderno da cui Faulkner ci aveva messo in guardia. "Il solo riferimento all'amoralità, sebbene accurato, non è sufficiente e da solo non ci permette di collocarli, come dovrebbero in un determinato momento storico. Forse la cosa più importante da dire è che sono ciò che viene dopo: le creature che emergono dalla devastazione, con la melma ancora sulle labbra. [...] Lasciate che un mondo crolli, nel Sud o in Russia, ed ecco che appaiono figure di grossolana ambizione che si fanno strada da sotto il fondo sociale, uomini per i quali le rivendicazioni morali non sono tanto assurde quanto incomprensibili, figli di boscaglie o di muzhiks che arrivano dal nulla e prendono il sopravvento grazie alla pura oltraggiosità della loro forza monolitica. Diventano presidenti di banche locali e presidenti di comitati regionali del partito e poi, un po' imbellettati, si fanno strada a forza nel Congresso o nel Politburo. Scavatori senza inibizioni, non hanno bisogno di credere nel fatiscente codice ufficiale della loro società; devono solo imparare a imitarne i suoni”, ha magistralmente sintetizzato il critico Irving Howe a proposito degli Snopes.

 



Cosa sono diventati gli Stati Uniti oggi e cosa potrebbe cambiare dopo le prossime elezioni di novembre?


Gli Stati Uniti, come molti paesi industrializzati, hanno subito un 'colpo di stato finanziario al rallentatore', cementando un sistema di controllo che il filosofo politico Sheldon Wolin ha definito “totalitarismo invertito”. Il totalitarismo invertito conserva le istituzioni, i simboli, l'iconografia e il linguaggio della vecchia democrazia capitalista, ma al suo interno le corporazioni si sono impadronite di tutte le leve del potere per accumulare profitti e avere un controllo politico sempre maggiori. Questa disconnessione, in atto da decenni, ha estinto la democrazia statunitense. La costante sottrazione di potere economico e politico è stata ignorata da una stampa impegnata a inveire contro i barbari alle porte - Osama bin Laden, Saddam Hussein, i Talebani, l'ISIS, Vladimir Putin - ignorando che invece i barbari erano al nostro interno. Il colpo di stato al rallentatore è finito. Le corporazioni e la classe miliardaria hanno vinto. Non c'è nessuna istituzione che possa definirsi democratica: la stampa, un sistema elettorale ormai rappresentazione di una corruzione legalizzata, una presidenza imperiale, i tribunali o il sistema penale. Nessuna di loro. Rimane solo la finzione della democrazia. La facciata delle istituzioni democratiche e la retorica, i simboli e l'iconografia del potere statale non sono cambiati. La Costituzione rimane un documento sacralizzato. Gli Stati Uniti continuano a proporsi come paladini delle opportunità, della libertà, dei diritti umani e delle libertà civili, anche se metà del Paese lotta per la propria sussistenza, la polizia militarizzata spara e imprigiona impunemente i poveri e l'attività principale dello Stato è divenuta la guerra. Questa autoillusione collettiva nasconde ciò che siamo diventati: una nazione in cui i cittadini sono stati privati del potere economico e politico ed in cui il brutale militarismo che pratichiamo all'estero viene applicato anche in patria.

 

Per due decenni si è occupato di rivolte e rivoluzioni in tutto il mondo. Perché, secondo lei, in occidente le popolazioni non si ribellano ad un sistema così profondamente ingiusto e fallimentare?



Terrorizzate dalla mobilitazione degli anni Sessanta o da quello che il politologo 
Samuel P. Huntington aveva definito l'“eccesso di democrazia” degli Stati Uniti, le elites al potere hanno costruito contro-istituzioni per delegittimare ed emarginare i critici del capitalismo finanziario e dell'imperialismo. Hanno acquisito la fedeltà completa dei due principali partiti politici ed imposto l'obbedienza all'ideologia neoliberale all'interno del mondo accademico e della stampa. Questa campagna, delineata da Lewis Powell nel suo memorandum del 1971 intitolato “Attacco al sistema della libera impresa americana”, è alla base dello strisciante colpo di Stato finanziario che 45 anni dopo possiamo dire completato. La distruzione delle istituzioni democratiche, luoghi in cui i cittadini hanno potere e voce in capitolo, è molto più grave dell'ascesa alla Casa Bianca del demagogo Trump.
Questo colpo di Stato ha distrutto il nostro sistema bipartitico. Ha distrutto nell'ordine i sindacati, l'istruzione pubblica, il sistema giudiziario, la stampa e il mondo accademico. E ancora ha distrutto la protezione dei consumatori e dell'ambiente, la nostra base industriale, le comunità e le città. Proseguiamo: ha distrutto le vite di decine di milioni di americani che non sono più in grado di trovare un lavoro che fornisca un salario di sussistenza, condannati a vivere in povertà cronica o rinchiusi in gabbie nel nostro mostruoso sistema di incarcerazione di massa. Questo colpo di stato ha, in estrema sintesi, distrutto la credibilità della democrazia liberale. I Clinton e Barack Obama si sono autoproclamati portavoce dei valori liberali quando in realtà li hanno combattuti al servizio dei poteri corporativi. entre facevano la guerra a questi valori al servizio del potere corporativo. La rivolta di estrema destra che vediamo dilagare nel Paese non è solo rivolta al tradimento che hanno subito i lavoratori, ma anche contro la stessa democrazia liberale. E questo aspetto è molto pericoloso, perché permetterà destra radicale sotto l'amministrazione Trump di consolidare un fascismo americanizzato. Scopriamo, 45 anni dopo, che coloro che ci odiano veramente per le nostre libertà non sono la schiera di nemici disumanizzati creati dalla macchina da guerra - vietnamiti, cambogiani, afghani, iracheni, iraniani o persino talebani, al-Qaeda e ISIS. Sono i finanzieri, i banchieri, i politici, gli intellettuali pubblici e gli opinionisti, gli avvocati, i giornalisti e gli uomini d'affari cresciuti nelle università e nelle business school d'élite che ci hanno venduto il sogno utopico del neoliberismo.

 



Come si costruisce un'alternativa al regime neoliberista?  

Il neoliberalismo è un'ideologia predatoria, che pervade ogni aspetto delle nostre vite, ma che resta in un certo anonimato. I suoi effetti hanno riconfigurato radicalmente le società occidentali attraverso la deindustrializzazione, l'austerità, la privatizzazione dei servizi pubblici, dei servizi postali, delle scuole, degli ospedali, delle carceri, della raccolta di informazioni, della polizia, di parti dell'esercito e delle ferrovie, oltre a generare la stagnazione dei salari e la schiavitù del debito. Ha deformato il sistema fiscale e sventrato le normative per convogliare la ricchezza verso l'alto, creando una disuguaglianza di reddito che fa concorrenza all'Egitto faraonico. Il neoliberismo è alla base del catastrofico crollo finanziario del 2007 e del 2008. È alla base dell'aumento della sottoccupazione e della disoccupazione cronica, dell'assalto al lavoro organizzato, del calo degli standard sanitari ed educativi, della recrudescenza della povertà infantile, del degrado dell'ecosistema e dell'ascesa di demagoghi come Donald Trump e dell'estrema destra. Nel mondo del neoliberismo tutto, compresi gli esseri umani e il mondo naturale, è una merce che viene sfruttata fino all'esaurimento o al collasso. Il neoliberismo inverte i valori sociali, culturali e religiosi tradizionali. Il mercato è Dio. Tutti saranno sacrificati davanti all'idolo Moloch. Questa insensibilità ha visto le centinaia di milioni di persone nel mondo industriale che sono state private dei loro diritti soccombere alle malattie della disperazione, alimentando suicidi, dipendenze, il gioco d'azzardo, l'autolesionismo, l'obesità patologica, il sadismo sessuale e il ripiegamento verso il fascismo cristianizzato - il tema del mio libro “America: The Farewell Tour.”. E ancora: ha sventrato l'autorità morale e il ruolo tradizionale del governo, riducendolo a un sistema ridotto di controllo interno e di difesa nazionale. Ma ha anche sradicato efficacemente i meccanismi tradizionali, compresi i sindacati, che un tempo tenevano sotto controllo i potenti e la classe miliardaria. Rivoltarsi contro questo sistema significa un lungo e arduo processo di ricostruzione di movimenti e organizzazioni popolari per affrontare l'élite del potere globale. Ma la sorveglianza globale, le leggi che criminalizzano il dissenso e la protesta, una polizia sempre più militarizzata lo stanno rendendo impossibile.

 

 

Venendo all’Europa, e proseguendo nella nostra indagine su chi detiene realmente il potere in occidente, come descrive l’atteggiamento delle leadership europee che hanno deciso la via del suicidio nella guerra per procura in Ucraina? Perché tra i governanti europei non c’è il minimo interesse nazionale del continente al punto che si è deciso di non aprire neanche un’indagine sull’atto di terrorismo contro i Nord Stream, il più grande attacco alle infrastrutture logistiche europee dalla seconda guerra mondiale?

Armare l'Ucraina non è un lavoro da missionari. Non ha nulla a che fare con la libertà. Si tratta di indebolire la Russia. È una guerra per procura, progettata dagli Stati Uniti per raggiungere questo obiettivo. Se si esclude la Russia dall'equazione, ci sarebbe poco sostegno tangibile per l'Ucraina. Ci sono altri popoli occupati, tra cui i palestinesi, che hanno sofferto altrettanto brutalmente e molto più a lungo degli ucraini. Ma la NATO non sta armando i palestinesi per difendersi dal genocidio, né li sta additando come eroici combattenti per la libertà. Il nostro amore per la libertà non si estende ai palestinesi o al popolo dello Yemen, ai curdi, agli yazidi e agli arabi che resistono alla Turchia, da tempo membro della NATO, nella sua occupazione e nella sua guerra con i droni nel nord e nell'est della Siria. Il nostro amore per la libertà si estende solo a chi serve il nostro “interesse nazionale”. Le potenze europee, spesso a loro discapito, sono state reclutate in questa guerra per procura. Certamente questi Stati europei, in particolare la Germania e il Regno Unito, traggono profitto dalla vendita di armi, ma la guerra in sé, che un giorno finirà con una soluzione negoziata e uno scambio di terre in cambio della pace, cosa che si sarebbe potuta ottenere prima dell'inizio conflitto, è un progetto statunitense che l'Europa ha deciso stupidamente di sostenere. È un progetto di militaristi e produttori di armi a cui la maggior parte dei governi è troppo debole per opporsi. Arriverà il momento in cui gli ucraini, come i curdi, diventeranno sacrificabili. Spariranno, come molti altri prima di loro, dal nostro discorso nazionale e dalla nostra coscienza. Si lamenteranno per generazioni del tradimento e della loro sofferenza. L'impero statunitense passerà a usare altri, forse l'“eroico” popolo di Taiwan, per promuovere la sua futile ricerca di egemonia globale. La Cina è il grande premio per i nostri Dottor Stranamore. Accumuleranno ancora più cadaveri e flirteranno con la guerra nucleare per limitare la crescente potenza economica e militare della Cina. È un gioco vecchio e prevedibile. Lascia sulla sua scia nazioni in rovina e milioni di persone morte e sfollate. Alimenta l'arroganza e l'auto-illusione dei mandarini di Washington che si rifiutano di accettare l'emergere di un mondo multipolare. Se lasciato senza controllo, questo “gioco delle nazioni” potrebbe farci uccidere tutti.

 

Vede negli Stati Uniti o in Europa la nascita di qualche movimento politico in grado di offrire un’alternativa di società possibile?


Abbiamo vissuto un decennio di 
rivolte popolari dal 2010 fino alla pandemia globale del 2020. Queste rivolte hanno scosso le fondamenta dell'ordine globale. Si è tratto di ribellioni che hanno denunciato il dominio delle corporazioni, i tagli all'austerità e hanno chiesto giustizia economica e diritti civili. Negli Stati Uniti ci sono state proteste a livello nazionale, incentrate sugli accampamenti di Occupy, durati 59 giorni. Abbiamo registrato sollevazioni in Grecia, Spagna, Tunisia, Egitto, Bahrein, Yemen, Siria, Libia, Turchia, Brasile, Ucraina, Hong Kong, Cile e durante la Candlelight Light Revolution della Corea del Sud. Politici screditati sono stati cacciati dalle loro cariche in Grecia, Spagna, Ucraina, Corea del Sud, Egitto, Cile e Tunisia. Cambiamento e riforme, o almeno le loro promesse, hanno dominato il discorso pubblico. Sembrava tutto questo annunciare una nuova era. Poi il contraccolpo. Le aspirazioni dei movimenti popolari sono state schiacciate. Il controllo dello Stato e la disuguaglianza sociale si sono ampliati. Non ci sono stati cambiamenti significativi. Nella maggior parte dei casi, le cose sono peggiorate. L'estrema destra è emersa trionfante. Abbiamo fallito su diversi fronti e questo ci impone di esaminare le nostre tattiche e strategie.

I “tecno-ottimisti" - come sottolinea Vincent Bevins nel suo libro “If We Burn: The Mass Protest Decade and the Missing Revolution” (Se bruciamo: il decennio delle proteste di massa e la rivoluzione mancata) - coloro che predicavano che i nuovi media digitali fossero una forza rivoluzionaria e democratizzante, non avevano previsto che i governi autoritari, le aziende e i servizi di sicurezza interni avrebbero potuto sfruttare queste piattaforme digitali e trasformarle in motori di sorveglianza, censura, oltre che veicoli di propaganda e disinformazione. Le piattaforme dei social media che hanno reso possibili le proteste popolari sono state rivoltate contro di noi. Molti movimenti di massa, non avendo implementato strutture organizzative gerarchiche, disciplinate e coerenti, non sono stati in grado di difendersi. Nei pochi casi in cui i movimenti organizzati hanno raggiunto il potere, come in Grecia e in Honduras, i finanzieri e le imprese internazionali hanno cospirato per riconquistare il potere in modo spietato. Nella maggior parte dei casi, la classe dirigente ha rapidamente riempito i vuoti di potere creati da queste proteste. Hanno offerto nuovi marchi per riconfezionare il vecchio sistema. Questo è il motivo per cui la campagna di Obama del 2008 è stata definita "Marketer of the Year da Advertising Age". Ha vinto il voto di centinaia di addetti nel marketing, responsabili di agenzie e fornitori di servizi riuniti alla conferenza annuale dell'Association of National Advertisers. Ha battuto i secondi classificati Apple e Zappos.com. I professionisti lo sapevano. Il marchio Obama era il sogno del marketing.

Troppo spesso le proteste hanno finito per trasformarsi in flash mob, con persone che si riversavano in spazi pubblici per uno spettacolo mediatico, piuttosto che impegnarsi in un'interruzione sostenuta, organizzata e prolungata del potere. Guy Debord coglie l'inutilità di questi spettacoli/proteste nel suo libro “La società dello spettacolo”, osservando che l'età dello spettacolo significa che coloro che sono affascinati dalle sue immagini sono “plasmati alle sue leggi”. Anarchici e antifascisti, come quelli dei black bloc, hanno spesso distrutto infranto vetrine, lanciato sassi contro la polizia e rovesciato o bruciato auto. Atti casuali di violenza, saccheggio e vandalismo giustificati nel gergo del movimento come componenti di una “insurrezione selvaggia” o “spontanea”. Questa “pornografia delle rivolte” è piaciuta ai media e, non a caso, alla classe dirigente che l'ha presto utilizzata per giustificare ulteriori repressioni e demonizzare i movimenti di protesta. L'assenza di teoria politica ha portato gli attivisti a utilizzare la cultura popolare - come il film “V per Vendetta” - come loro punti di riferimento. Gli strumenti - molto più efficaci e dannosi per il sistema - degli scioperi e dei boicottaggi sono stati ignorati o messi da parte. Come aveva capito Karl Marx, “coloro che non possono rappresentare se stessi saranno rappresentati”.

 

In un suo discorso estremamente significativo al The Sanctuary for Independent Media in North Troy dello scorso dicembredescrivendo i crimini perpetrati a Gaza, Lei ha dichiarato: “Siamo gli assassini più spietati ed efficienti del pianeta: solo per questo dominiamo i Dannati della Terra.” Come operano i mezzi di informazione di massa per coprire questi crimini?


I mass media si guadagnano da vivere vendendo al pubblico il mito dell'America. E' sempre stato così, ma ora le cose sono peggiorate. Laddove una volta si riusciva a trovare qualche voce che cercava di parlare onestamente di chi siamo come nazione e dei crimini compiuti in nostro nome, ora è quasi impossibile lottare contro il burlesque che si presenta come notizia. Nella società americana si è verificato uno spostamento critico da una cultura basata sulla stampa a una cultura basata sull'immagine. La raccolta tradizionale di notizie è in forte declino. Man mano che ci stacchiamo dal mondo della carta stampata, dalla complessità e dalle sfumature, e con esso dai sistemi informativi costruiti sul primato dei fatti verificabili, il primato viene dato all'intrattenimento, non alle notizie. Le notizie non possono più competere con le battaglie emotive che i conduttori dei talk show trash montano quotidianamente. Il pubblico ha abbracciato il carnevale emotivo che ha trasformato le notizie in un'altra forma di intrattenimento insensato. Il grido di dolore per il ritorno alla ragione, alla logica e alla verità è l'ultimo lanciato dai rappresentanti smarriti di una civiltà morente. Cicerone fece lo stesso nell'antica Roma. E quando la sua testa e le sue mani mozzate furono montate sul podio del Colosseo e il suo carnefice, Marco Antonio, annunciò che Cicerone non avrebbe più parlato e scritto, la folla gridò la sua approvazione. Abbiamo perso migliaia di giornalisti e redattori, che basavano il loro lavoro sulla cultura della ricerca e dei fatti verificati, che un tempo controllavano i consigli comunali, i dipartimenti di polizia, gli uffici dei sindaci, i tribunali e i legislatori statali per prevenire abusi e corruzioni eclatanti. E stiamo anche perdendo, cosa ancora più preoccupante, le meticolose capacità di cronaca, di editing, di verifica dei fatti e di indagine che rendono affidabile l'informazione quotidiana. Il declino della stampa ha interrotto il legame con una cultura basata sulla realtà, in cui cerchiamo di fare dei fatti il fondamento delle opinioni e dei dibattiti, e l'ha sostituita con una cultura in cui fatti, opinioni, bugie e fantasia sono intercambiabili. Poiché le notizie sono state superate dal gossip, dalla vacuità della cultura delle celebrità e da pseudo-eventi accuratamente inscenati, insieme all'isteria e al dramma che dominano gran parte dell'etere, il nostro discorso civile e politico è stato contaminato dalla propaganda e dall'intrattenimento mascherati da notizie. Lo dimostrano gli indici di ascolto di emittenti di propaganda ad alta velocità come Fox News e il crollo dell'industria dei giornali.



In una puntata recente del suo The Chris Hedges Report, Gideon Levy ha presentato The Killing of Gaza: Reports on a Catastrophe, spiegando la distruzione spirituale, sia di Israele che della Palestina, che l’attuale genocidio a Gaza sta causando, nonché le implicazioni delle nuove operazioni militari in Libano. Il cambiamento peggiore, secondo Levy, è che Israele ha perso la sua umanità. Come è possibile che in occidente non ci sia nemmeno spazio per l’empatia nei confronti delle vittime innocenti di Gaza? Come si è arrivato a questo degrado etico, spirituale dell’occidente?  

L'empatia c'è, ma non nei circoli del potere. Questo perché la lobby israeliana ha comprato quasi tutti i politici di alto livello negli Stati Uniti e ha versato milioni di dollari in campagne per sconfiggere coloro che hanno il coraggio morale di sfidare Israele. La lobby sostiene una campagna di diffamazione e di schedatura di coloro che difendono i diritti dei palestinesi - tra cui lo storico israeliano Ilan Pappe e gli studenti universitari, molti dei quali ebrei, riuniti in organizzazioni come Students for Justice in Palestine. La lobby ha spinto per l'approvazione di leggi sostenute da Israele che richiedono ai loro lavoratori e appaltatori, sotto la minaccia di licenziamento, di firmare un giuramento pro-Israele e di promettere di non sostenere il movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni. Il potere della lobby israeliana è stato messo in mostra quando abbiamo assistito allo spudorato applauso della maggior parte dei membri del Congresso per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, quando si è rivolto al Congresso nel bel mezzo del genocidio di Gaza. Le campagne ben finanziate dalla lobby israeliana, che lavora a stretto contatto con il Ministero degli Affari strategici di Israele, per screditare qualsiasi politico o accademico americano che si discosti anche solo lievemente dalla politica israeliana, chiudono ogni critica allo Stato di apartheid e al genocidio. La massiccia interferenza nei nostri affari interni da parte di Israele e della lobby israeliana, di gran lunga superiore a quella di qualsiasi altro Paese, porta a concludere che Israele possiede la nostra classe politica.

 

 

Sempre sul suo libro Levy scrive a proposito del 7 ottobre: “La via del terrore è l’unica via aperta ai palestinesi per lottare per il loro futuro. La via del terrore è l’unico modo per ricordare a Israele, agli Stati arabi e al mondo la loro esistenza. Non hanno altre vie. Israele ha insegnato loro questo. Se non usano la violenza, tutti si dimenticheranno di loro e, un po’ più tardi, solo attraverso il terrorismo saranno ricordati. Solo attraverso il terrorismo potranno ottenere qualcosa. Una cosa è certa: se depongono le armi, sono spacciati”. Concorda con questa visione? I dirottatori, ad esempio, che hanno compiuto gli attacchi dell'11 settembre, come tutti i gruppi radicali jihadisti del Medio Oriente, ci hanno parlato nella lingua assassina che abbiamo insegnato loro.

Mi trovavo a Times Square, a New York, poco dopo che il secondo aereo ha virato e si è abbattuto sulla Torre Sud. La folla che guardava il maxischermo ha esultato di sgomento per il fumo nero e la palla di fuoco che si è sprigionata dalla torre. Non c'era più alcun dubbio che i due attacchi alle Torri Gemelle fossero atti di terrorismo. L'ipotesi precedente, che forse il pilota avesse avuto un infarto o avesse perso il controllo dell'aereo quando aveva colpito la Torre Nord diciassette minuti prima, era svanita con il secondo attacco. La città cadde in uno stato di shock collettivo. La paura palpitava per le strade. Avrebbero colpito di nuovo? Dove? La mia famiglia era al sicuro? Dovevo andare al lavoro? Dovrei tornare a casa? Che cosa significava? Chi avrebbe fatto questo? Perché? Le esplosioni e il crollo delle torri, tuttavia, mi erano intimamente familiari. Li avevo già visti. Era il linguaggio familiare dell'impero. Avevo visto questi messaggi incendiari cadere sul Kuwait meridionale e sull'Iraq durante la prima guerra del Golfo Persico e scendere con fragorose commozioni a Gaza e in Bosnia. Il biglietto da visita dell'impero, come in Vietnam, è costituito da tonnellate di ordigni letali sganciati dal cielo. I dirottatori hanno parlato all'America nella lingua che abbiamo insegnato loro. L'ignoranza, mascherata da innocenza, degli americani, soprattutto bianchi, era nauseante. È stato il peggior attacco al suolo americano dopo Pearl Harbor. È stato il più grande atto di terrorismo della storia americana. È stato un atto di barbarie incomprensibile. La retorica incredibilmente ingenua, che ha saturato i media, ha fatto sì che l'artista blues Willie King rimanesse sveglio tutta la notte e scrivesse la sua canzone “Terrorized”. “Ora parli di terrore”, cantava. “Sono stato terrorizzato per tutti i miei giorni”.


Ma non erano solo i neri d'America a conoscere il terrore endemico incorporato nei meccanismi della supremazia bianca, del capitalismo e dell'impero, ma anche quelli d'oltreoceano che l'impero per decenni ha cercato di sottomettere, dominare e distruggere. Sapevano che non c'è differenza morale tra chi spara missili Hellfire e cruise o pilota droni militarizzati, cancellando feste di matrimonio, raduni di villaggi o famiglie, e gli attentatori suicidi. Sapevano che non c'è differenza morale tra chi bombarda a tappeto il Vietnam del Nord o l'Iraq meridionale e chi fa volare gli aerei contro gli edifici. In breve, conoscevano il male che genera il male. L'America non è stata attaccata perché i dirottatori ci odiavano per i nostri valori. L'America non è stata attaccata perché i dirottatori seguivano il Corano, che proibisce il suicidio e l'omicidio di donne e bambini. L'America non è stata attaccata a causa di uno scontro di civiltà. L'America è stata attaccata perché le virtù che noi sposiamo sono una menzogna. Siamo stati attaccati per la nostra ipocrisia. Siamo stati attaccati per le campagne di massacro industriale che sono il nostro modo principale di parlare con il resto del pianeta. Robert McNamara, Segretario alla Difesa nell'estate del 1965, definì i bombardamenti, che avrebbero ucciso centinaia di migliaia di civili a nord di Saigon, una forma di comunicazione con il governo comunista di Hanoi.

 

Quali consigli darebbe a chi cerca di informarsi oggi in occidente su quello che sta accadendo?


Ci sono buoni siti alternativi, anche israeliani come 972 Magazine, che riportano ancora notizie veritiere. Al Jazeera, Middle East Eye, Mondoweiss, Electronic Intifada hanno fatto un lavoro straordinario nel raccontare il genocidio di Gaza. Molti dei giornalisti di Al Jazeera sono stati assassinati da Israele a causa del loro coraggioso reportage. Leggete i reportage di chi non è del vostro Paese, soprattutto se seguite il Medio Oriente. Cercate giornalisti e commentatori di cui vi fidate. E leggete libri di storia.  Le notizie senza contesto storico sono impossibili da capire.


Quali sono i libri del passato che oggi consiglierebbe di leggere a chi cerca di comprendere la realtà in cui viviamo?

 

Sono molti, pochi sul Medio Oriente: 

Don’t Look Left: A Diary of Genocide di Atef Abu Saif

The Great War for Civilization and Pity the Nation di Robert Fisk.

The Ethnic Cleaning of Palestine and The Biggest Prison on Earth di Ilan Pappe

The Hundred Years’ War on Palestine di Rashid Khalidi

Three Worlds: Memoirs of an Arab-Jew and The Iron Wall di Avi Shlaim

Fateful Triangle di Noam Chomsky

Gaza: An Inquest Into Its Martyrdom di Norman Finkelstein

Drinking the Sea at Gaza di Amira Hass

The Punishment of Gaza and The Killing of Gaza di Gideon Levy

The Fall of the Ottomans di Eugene Rogan

Palestine and Footnotes in Gaza di Joe Sacco

The Question of Palestine di Edward Said

A Peace to End All Peace di David Fromkin

The Prize di Daniel Yergen

da qui