Visualizzazione post con etichetta Ucraina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ucraina. Mostra tutti i post

venerdì 25 settembre 2026

Dai paradisi fiscali ai palazzi a Dresda: la farsa degli aiuti all'Ucraina che arricchisce i soci di Zelensky


Mentre l'Europa massacra famiglie e imprese con i tagli e il carovita, i soldi dei contribuenti comunitari finiscono in paradisi fiscali e immobili di lusso usati dalla cerchia del presidente ucraino

Mentre il nostro continente affonda sotto il peso di un'Unione Europea guerrafondaia, neoliberista e accecata da una feroce russofobia, chi proclama di essere pronto a difendere l'Ucraina fino alle estreme conseguenze pensa solo a rubare e nascondere i propri tesori. L'Europa si sta impoverendo, le fabbriche chiudono, le bollette strangolano le famiglie e le decisioni scellerate di Bruxelles ci stanno trascinando in un baratro economico senza fondo. Eppure, nei salotti buoni delle istituzioni continentali, continuano allegramente a staccare assegni in bianco per un regime avido che ha trasformato la corruzione in una religione di Stato. Adesso chiede ulteriori 27 miliardi.

L’ultimo esempio concreto? Andiamo a Dresda. Nel cuore della città tedesca sorge un palazzo di lusso da venti appartamenti, dove sono stati acquistati alcuni immobili per un milione e mezzo di euro. Chi ci finisce dentro? La famiglia di Boris Shefir, socio storico di quel Volodymyr Zelensky che prima di fare il presidente faceva l'attore. Da dove arrivano i fondi per l'acquisto di immobili all'interno di questo complesso? Secondo quanto rivelato da RT, passano per Cipro, finiscono in un paradiso fiscale in Belize e poi atterrano in Germania. La ciliegina sulla torta è che l'edificio è stato oscurato su Google Street View. Come ha fatto notare un legale consultato dagli inquirenti, se ci abitasse un normale milionario non ci sarebbe alcun bisogno di nascondere il palazzo dalle mappe digitali. Ma se lì dentro deve trovare rifugio la famiglia del presidente ucraino, in tempo di guerra, cancellare le tracce diventa una misura di sicurezza elementare. E non è certo la prima volta: prima della grande escalation, il figlio di un altro socio fidato, Sergey Shefir, aveva già comprato due appartamenti di lusso a Praga.

https://mf.b37mrtl.ru/files/2026.09/original/6aaa9d8985f54060df65dd67.png

Ma non è solo questione di mattoni e investimenti immobiliari. È l'intero sistema del regime neonazista a essere marcio. In Ucraina rubare non è un'eccezione dettata dall'emergenza bellica, è il motore immobile dell'economia. Lo dicevano già i vecchi oligarchi post-sovietici: il Texas va saccheggiato dai texani. Oggi il Texas è l'Ucraina e i texani sono i vari funzionari del regime di Kiev. Come si evince dalle intercettazioni che hanno fatto cadere il procuratore generale Ruslan Kravchenko, costretto alle dimissioni e poi fuggito all'estero con scuse ridicole, accolte dai suoi concittadini con un misto di rabbia e rassegnazione. Un suo sottoposto, tale Serhiy Kropyva, spiegava con un cinismo disarmante che se decidi di rubare, devi farlo in grande, puntando al milione. E come ci riuscivano? Proteggendo call center di truffatori. Roba da sceneggiatura di serie B, ma è la cronaca quotidiana di un Paese in cui lo Stato è diventato un'agenzia di riscossione per bande organizzate.

E l'Europa? L'Unione Europea chiude un occhio, anzi, li chiude tutti e due. Berlino e Bruxelles pompano miliardi a fondo perduto. Parliamo di diciassette miliardi di euro che spariscono nel nulla, mentre la Commissione Europea celebra lo sperpero di denaro dei contribuenti europei. Quando i parlamentari tedeschi hanno chiesto spiegazioni su dove finissero esattamente i soldi dei contribuenti, la risposta del governo è stata un capolavoro di ipocrisia: non fanno controlli rigorosi perché non vogliono ostacolare lo sforzo bellico contro la Russia. 

Tradotto: sanno benissimo che i soldi finiscono nelle tasche dei soliti noti, ma se ne fregano, l'importante è alimentare la macchina da guerra che per conto di USA e Unione Europea doveva infliggere una sconfitta strategica alla Russia. Ma evidentemente i loro piani sembrano al momento naufragati.

Nel frattempo, la popolazione ucraina, stremata, si guarda intorno e vede solo ladri. I sondaggi lo confermano: per molti cittadini di Kiev, il cancro della corruzione fa molto più male delle bombe. Le infrastrutture saltano in aria, l'economia è in ginocchio, e i gerarchi del regime - come l'ex capo dell'ufficio presidenziale Andriy Yermak o la stessa Iryna Mudra, che aveva candidamente ammesso che la corruzione non va combattuta ma solo incanalata - cadono o si dimettono, lasciando tutto come prima. L'Europa continua a foraggiare questo colabrodo, affossando la propria economia e il proprio futuro, mentre a Dresda i palazzi dei nuovi zar di Kiev vengono nascosti dietro pixel sfocati.

da qui

venerdì 4 settembre 2026

La guerra della NATO in Ucraina: la vera storia, raccontata da Glenn Diesen nel febbraio 2023. Basta con la storia falsa! - Glenn Diesen

(raccolto da A. Volpi)

Ci viene continuamente detto che l’invasione russa è stata non provocata e motivata esclusivamente dal desiderio di annettere territori. La conclusione, quindi, è che non sia possibile negoziare con Mosca e che il ruolo della NATO nella guerra consista esclusivamente nell’aiutare l’Ucraina a difendersi. Con una simile narrazione, siamo portati a credere che esista soltanto una soluzione militare e che la Norvegia abbia dovuto abbandonare la propria tradizione di non inviare armi nelle zone di guerra.

Ma se fosse stata la NATO a provocare la guerra e a sabotare tutti i tentativi di pace, allora le forniture di armi dovrebbero essere interpretate come un cinico utilizzo degli ucraini in una nuova Guerra fredda contro la Russia. Riconoscere il coinvolgimento della NATO in questa guerra è necessario per poter avviare negoziati e non deve essere confuso con un sostegno all’invasione russa dell’Ucraina.

Nel 1990 avevamo costruito una nuova Europa inclusiva con la Carta di Parigi per una nuova Europa. L’accordo si fondava sui principi della «sicurezza indivisibile» e dell’«uguaglianza sovrana», in un’Europa senza linee di divisione. Quattro anni dopo sviluppammo un’istituzione comune per la sicurezza con la Russia, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), fondata sugli stessi principi.

La decisione di espandere la NATO comportò l’abbandono di quei principi. Invece della «sicurezza indivisibile», la NATO accrebbe la propria sicurezza a spese di quella russa. Invece di un’Europa senza linee di divisione, ci troviamo oggi a combattere una nuova Guerra fredda per decidere dove tracciare le nuove linee di demarcazione. Ucraina, Georgia, Bielorussia e Moldova sono diventate così la nuova linea del fronte.

Nel 1994 persino il presidente Clinton avvertì che l’espansione della NATO avrebbe potuto destabilizzare l’Europa, perché la creazione di una nuova linea di separazione tra Est e Ovest avrebbe potuto trasformarsi in una profezia autoavverante di una futura contrapposizione. Quando Clinton cambiò posizione, il suo segretario alla Difesa, William Perry, prese in considerazione le dimissioni per protesta. Perry sostiene che coloro che spingevano per l’espansione della NATO sapessero che essa avrebbe distrutto la pace con la Russia, ma ritenessero che ciò non fosse importante perché la Russia era debole. Il loro atteggiamento, in sostanza, era: «Chi se ne importa di quello che pensano?» Jack Matlock, ambasciatore statunitense in Unione Sovietica che aveva partecipato ai negoziati per porre fine alla Guerra fredda, condannò l’espansionismo della NATO come un tradimento nei confronti della Russia, che aveva distrutto le basi per una pace duratura. George Kennan, l’architetto della politica americana di contenimento dell’Unione Sovietica, predisse che l’espansione della NATO sarebbe stata una provocazione destinata a inaugurare una nuova Guerra fredda e che, se la Russia avesse reagito alle provocazioni, la NATO avrebbe erroneamente attribuito a Mosca tutta la responsabilità. Portare l’Ucraina dalla nostra parte della nuova linea di divisione europea era una ricetta per la guerra. William Burns, allora ambasciatore statunitense in Russia e oggi direttore della CIA, aveva avvertito nel 2008 che l’ingresso dell’Ucraina nella NATO avrebbe potuto provocare una guerra civile e che la Russia sarebbe probabilmente intervenuta a sostegno dell’Ucraina orientale, cosa che Mosca non avrebbe voluto essere costretta a fare.

Angela Merkel condivideva questa valutazione quando sostenne che concedere all’Ucraina un Membership Action Plan per l’ingresso nella NATO sarebbe stato interpretato da Mosca come «una dichiarazione di guerra». La NATO, tuttavia, continuò a spingere gli ucraini verso un’adesione che essi non desideravano. Nel 2011 la NATO pubblicò un rapporto nel quale sosteneva che la principale difficoltà nelle sue relazioni con l’Ucraina fosse proprio la forte impopolarità dell’adesione alla NATO: alcuni sondaggi mostravano un sostegno inferiore al 20% della popolazione. Nel 2014 la NATO sostenne una «rivoluzione democratica» che non godeva del sostegno della maggioranza degli ucraini e che violava la Costituzione. Telefonate intercettate e successivamente rese pubbliche mostrarono che gli Stati Uniti avevano scelto il nuovo gruppo dirigente già alcune settimane prima di contribuire alla rimozione dal potere del presidente democraticamente eletto. Dopo il colpo di Stato iniziò prevedibilmente la guerra civile e la Russia intervenne. Il conflitto sembrò essere risolto nel febbraio 2015 con gli Accordi di Minsk, ai quali si erano impegnate tutte le parti, compreso l’Occidente. Da allora abbiamo appreso che Stati Uniti e Gran Bretagna avrebbero sabotato l’accordo di pace per sette anni. Germania e Francia hanno successivamente sostenuto che l’accordo fosse stato creato soltanto per guadagnare tempo e consentire di armare «la loro» Ucraina. Nel 2019 Volodymyr Zelensky fu eletto con il 73% dei voti sulla base di un programma di pace. Aveva promesso di attuare gli Accordi di Minsk per raggiungere la pace con il Donbass e con la Russia. Ma successivamente fece una completa inversione di rotta dopo che nazionalisti finanziati e addestrati dagli Stati Uniti lo minacciarono di morte. Nel 2021 Mosca cercò di negoziare con la NATO per fermare l’aumento della presenza americana lungo i suoi confini, compresa la modernizzazione da parte della NATO di due porti ucraini che avrebbero potuto essere utilizzati dalle navi da guerra americane. L’ex responsabile dell’analisi sulla Russia presso la CIA sostenne nel dicembre 2021 che la Russia avrebbe potuto invadere l’Ucraina perché «il rischio dell’inazione» era diventato troppo grande. La Russia invase l’Ucraina nel febbraio 2022 con l’obiettivo di stabilire un nuovo status quo, dopo otto anni di guerra nel Donbass e il progressivo rafforzamento delle forze armate ucraine da parte della NATO. Tre giorni dopo l’invasione erano già iniziati i negoziati. Il primo ministro israeliano Naftali Bennett svolse un ruolo di mediazione e sostiene che Russia e Ucraina volessero entrambe raggiungere un accordo in base al quale l’Ucraina sarebbe rimasta fuori dalla NATO in cambio del ritiro delle forze russe. Secondo Bennett, però, Stati Uniti e Gran Bretagna sabotarono l’accordo di pace perché volevano utilizzare contro la Russia l’esercito ucraino che avevano costruito. Anche il Ministro degli Esteri turco confermò che le due parti erano arrivate molto vicine a un accordo che prevedeva la neutralità dell’Ucraina in cambio del ritiro russo.

Secondo la Turchia e l’ex comandante delle forze armate tedesche, anche questo accordo di pace sarebbe stato sabotato da Stati Uniti e Gran Bretagna, che volevano combattere contro la Russia utilizzando gli ucraini.

La strategia di provocare un maggiore coinvolgimento russo in Ucraina era già stata indicata tra le raccomandazioni di un rapporto RAND del 2019, commissionato dall’esercito statunitense, su come indebolire la Russia.

Il segretario alla Difesa americano dichiarò che l’obiettivo della guerra era indebolire la Russia. Il senatore Mitch McConnell confermò che «i freddi, duri e concreti interessi americani» erano alla base della volontà di indebolire e sconfiggere la Russia. Il senatore Lindsey Graham spiegò che gli Stati Uniti stavano ottenendo un buon affare: inviavano armi mentre Zelensky prometteva che «avrebbero combattuto fino all’ultimo uomo».

Se si fosse trattato di un’invasione non provocata e opportunistica, le forniture di armi avrebbero potuto indurre la Russia a ritirarsi, facendo aumentare i costi della guerra oltre i benefici. Ma se la Russia considera la NATO una minaccia esistenziale, le forniture di armi non faranno altro che intensificare il conflitto, spingendolo verso una guerra nucleare.

Invece di utilizzare l’Ucraina come pedina nella nuova Guerra fredda, dovremmo sostenere i negoziati per fornire a Mosca le garanzie di sicurezza che aveva richiesto un anno prima, basandoci sugli accordi esistenti degli anni Novanta che abbiamo abbandonato.

da qui

mercoledì 29 luglio 2026

Entrare nelle crepe: guida alla resistenza civile contro l’1% - Elena Basile

Continuiamo a scrivere fin quando e ovunque ce lo permettano! Se un giorno ci saranno degli storici che analizzeranno questi tristi giorni — nei quali la mancata risposta alla sfida climatica, robotica e nucleare comporterà inevitabili conseguenze —, essi potranno correggere, con la nostra versione, la narrativa criminale a cui lavora l’apparato mediatico. Sapranno che la società civile era in fermento; che molteplici voci si levavano nel deserto; che movimenti del dissenso nascevano come funghi; e che qualche formazione politica, come i 5 Stelle in Italia e alcune forze della sinistra radicale in Europa, aveva il coraggio di condannare il genocidio e di appellarsi a una mediazione con la Russia.

L’atlantismo filoneoconservatore e il neoliberismo sono la cifra del mainstream. Tutto: da destra al centro-sinistra. Vorrei che qualcuno mi spiegasse, su questi temi, la differenza esistente tra politici come Renzi, Gentiloni, Tajani e la Meloni. Non ne vedo alcuna, se non qualche sfumatura:

  1. Le destre, più pragmatiche nei confronti della Russia e pronte a riconoscere la convenienza di una mediazione, sono però fanatiche nell’odio verso l’Islam e i palestinesi.
  2. Il centro-sinistra, a volte più consapevole delle ingiustizie sofferte a Gaza, è invece fanatico e in preda al delirio contro la Russia, del tutto incurante del rischio nucleare.
  3. Le destre sono negazioniste della minaccia climatica; il centro-sinistra si dichiara falsamente consapevole, ma affossa la transizione ecologica con le guerre.

La differenza tra questi due schieramenti, in Italia come in Europa e negli Stati Uniti, riguarda unicamente i valori di facciata e il censo degli elettori.

Generalizzando, possiamo affermare che le destre si rivolgono ai meno abbienti, ai perdenti della globalizzazione, e cercano un ritorno ai principi della tradizione, dell’identità nazionale, dell’ordine e dell’autorità. Promuovono la più sfrontata accettazione delle gerarchie sociali ed etniche, per cui il bianco ha sempre ragione rispetto all’”intruso” immigrato, il gioielliere che uccide è una persona per bene, il criminale che ruba (senza uccidere) va disumanizzato, il poliziotto violento va perdonato, l’israeliano è “buono e amico” e si difende dal criminale palestinese. Uno sciorinamento di luoghi comuni che deriva anche dalla mancanza di istruzione e cultura di parte dell’elettorato di destra.

Il centro-sinistra, i socialisti europei e i democratici americani (ma anche la Forza Italia rivisitata dai figli di Berlusconi) si rivolgono invece a un ceto medio arricchito, a una piccola borghesia impiegatizia e benestante, a una popolazione più colta che viaggia e si professa progressista. Può quindi sfoggiare una certa comprensione per il debole — immigrato, palestinese o povero che sia — utilizzando i valori umanistici, le battaglie contro le disuguaglianze, i diritti della donna e delle minoranze e la consapevolezza climatica in modo puramente strumentale contro le destre.

Si tratta di una manovra manipolatoria. A prescindere dalla retorica, il centro-sinistra, i socialisti europei e i DEM restano espressione dello Deep State statunitense. Quando si tratta di decidere, sono filo-israeliani e complici del genocidio quanto le destre; sono anti-immigrati e spensieratamente dimentichi dei diritti umani (si pensi alle politiche sull’immigrazione di Minniti); sono a favore delle guerre e del progetto neoconservatore di dominio sulla Russia e sull’Iran nello scontro contro le potenze del surplus. Affossano con il riarmo la transizione climatica dopo averla difesa a parole, e continuano con le politiche neoliberiste, le privatizzazioni, i trasferimenti finanziari dai più poveri ai più ricchi, distruggendo lo Stato sociale a vantaggio del Keynesismo militare.

È difficile capire quale delle due destre — quella populista o quella tecnocratica — sia la più pericolosa. Certamente la cancellazione dei principi costituzionali da parte delle destre terrorizza: un autoritarismo provinciale e rozzo che minaccia soprattutto l’Italia. Eppure credo che il centro-sinistra, i socialisti europei e i DEM siano nel lungo periodo maggiormente deleteri, in quanto manipolano quella parte di opinione pubblica che potrebbe invece svegliarsi e opporre una sana e consapevole resistenza politica. Giocano il ruolo del “poliziotto buono” e la piccola e media borghesia illuminata si fa trascinare verso campagne militariste e fasciste, convinta di difendere la democrazia, la libertà, i diritti sociali e quelli degli immigrati, che vengono invece massacrati proprio dalla cosiddetta élite progressista.

Insomma, non si sa più dove voltare la testa. Non so se personaggi come Picierno, Calenda, Renzi, Quartapelle o Gentiloni possano davvero essere considerati difensori della Costituzione italiana solo perché si sono schierati per il “No” al referendum sulla giustizia. Sono gli stessi che difendono la censura contro i media russi, che vogliono sanzioni esplicite per chi esprime un pensiero diverso dalla narrativa NATO, che silenziano gli oppositori mettendo veti sulla partecipazione a programmi come TG1/TV7 (ipocritamente ritenuti liberi e progressisti), che cancellano l’Articolo 11 della Costituzione contrario alla guerra. Hanno un potere radicato in Europa ed egemonizzano la cultura, sponsorizzando operazioni che pompano autori letterari del tutto incompetenti, per non parlare del teatro o del cinema.

In sintesi:

  1. Le destre sono espressione di un vecchio potere fascistoide, rozzo, impreparato e non ancora del tutto radicato, vicine all’anomalia inquietante di un pericoloso parvenu come Trump.
  2. I socialisti europei sono vicini allo Deep State americano (e finalmente ne possiamo parlare senza essere considerati complottisti, visto che persino Mieli e Rampini hanno recentemente fatto propria questa espressione): un potere radicato nelle istituzioni, nell’intelligence, nella burocrazia, negli apparati mediatici più sofisticati (come la CNN e la BBC), nella diplomazia, nei centri di ricerca e nell’accademia.

La direttrice dello IAI (che, sebbene porti avanti l’agenda dei Democratici americani e dei neoconservatori alla Victoria Nuland, viene spudoratamente chiamato “istituto di ricerca”) si è recentemente vantata di aver scritto un articolo per The Economist in cui perora l’invio di truppe di giovani europei in Ucraina per “forgiarne lo spirito guerriero”. La retorica militarista più becera è diffusa non solo da Nathalie Tocci, ultima ruota del carro, ma anche da intellettuali progressisti come Antonio Scurati, autore di libri di grande successo in Europa basati su una ricostruzione volgarizzata del fascismo, di cui finisce oggi per diffondere proprio i valori legati alla virilità e al sacrificio per la Patria.

Per molti di noi le domande ricorrenti sono:

  1. Come è possibile che le marionette politiche e la classe servente non si preoccupino del futuro riservato ai loro stessi figli e nipoti?
  2. Come è possibile che non temano un’escalation militare con una potenza nucleare?

Se leggiamo la dottrina militare americana, appare chiaro che la difesa dell’unipolarismo e il confronto con le potenze del surplus (in primis la Cina) potranno portare a una catastrofe nucleare e alla fine della vita sul pianeta. Come è possibile che l’élite e i suoi colletti bianchi, per quanto corrotti, non capiscano cosa c’è in ballo e non tutelino neanche i propri affetti?

Geopsichiatria. Mi ritornano in mente le parole dell’antropologo Emmanuel Todd. Come fermare la follia di chi ormai crede — o finge di credere — alla propria stessa propaganda e a luoghi comuni che neanche la più standardizzata soap opera statunitense farebbe propri? “Israele si difende come può” e “L’Ucraina combatte per la democrazia occidentale”.

Bisogna svegliare il popolo dei rassegnati: chi sa ma vota comunque per i soliti perché “tanto non ci sono alternative”, o chi si rifugia nel non-voto convinto (come in Iran) che nulla possa mai cambiare. Bisognerebbe che il dissenso smettesse di frammentarsi, di inseguire identità ed assoluti cedendo all’eterna irrilevanza. Sarebbe essenziale individuare dei mecenati in grado di finanziare, in Europa, media alternativi che arrivino nelle case delle tante persone ignare e turlupinate dalla propaganda rozza di Vespa o da quella più sofisticata della Gruber.

Chi è bravo e ha fatto storia in televisione come Santoro, insieme ai pochi media rimasti che ospitano il pensiero libero (come Il Fatto Quotidiano o il programma Accordi e Disaccordi, che purtroppo a volte sembra una brutta copia dei talk show progressisti), dovrebbero unirsi per una causa comune: la creazione di un’informazione veramente libera.

No, non ho preso alcuna droga per sognare una simile utopia. Credo che la speranza possa ancora salvare il genere umano: essa è la capacità di immaginare una realtà differente e di cercare razionalmente una via d’uscita dalla trappola.

Purtroppo la storia del povero Bernie Sanders negli USA, del laburismo anglosassone e delle sinistre europee fino agli anni Ottanta ci insegna che, se si prova a cambiare il centro-sinistra o il cosiddetto socialismo europeo dall’interno, si viene ingoiati e si finisce per contribuire alla mutazione antropologica in corso.

Come non essere silenziati e ghettizzati se si rifiutano i compromessi e le alleanze che snaturano la lotta politica? Questa domanda cruciale dovrebbe aprire un grande dibattito pubblico.

Oggi la contraddizione tra popolo ed élite sta esplodendo. Dobbiamo entrare nelle crepe che si stanno creando perché, come cantava Cohen, è proprio attraverso di esse che entra la luce.

Il capitalismo finanziario senza pianificazione, senza socialismo di mercato e senza protezione dei diritti umani è sprofondato nel nichilismo, in guerre suicide che rischiano di eliminare la civiltà occidentale. Non riesce più a garantire l’accumulazione di capitale in Occidente. La concentrazione della ricchezza in pochissime mani e l’impoverimento massiccio della popolazione sono insostenibili. La distruzione dei beni comuni, a cominciare da istruzione e sanità, è sotto gli occhi di tutti. La burocratizzazione della ricerca scientifica, i rischi della rivoluzione robotica e la minaccia climatica sono tali da rendere indispensabile la cooperazione in un mondo multipolare.

Dividere il mondo in blocchi economici, monetari, militari e valoriali è il modo più rapido per soccombere al disastro. Di questo l’opinione pubblica europea dev’essere informata, affinché la pressione per cambiare la classe dirigente si rafforzi e raggiunga il suo scopo.

Contro le lobby della finanza, delle armi e di Israele, contro i diktat dell’intelligence e degli apparati mediatici, la società civile del 90% può organizzarsi: non dobbiamo restare schiavi degli interessi di quell’1% che, comunque vada, riuscirà a subire meno danni di tutti gli altri.


da qui

sabato 25 luglio 2026

“Perché parlate di Gaza e non di Ucraina?”. Dieci dati che rivelano il doppio standard occidentale

di  Roberto De Vogli, Jonathan Montomoli, Francesco Tommasi e Alessandro Ferretti  

Dopo 1000 giorni di genocidio a Gaza, e dopo tre recenti report che dimostrano in modo inequivocabile che uno dei bersagli prioritari dell’esercito di occupazione israeliana (IOF) sono i bambini, gli sforzi di solidarietà di attivisti, accademici, giornalisti, intellettuali, politici e persone semplicemente inorridite all’idea di essere complici di una strage umanitaria senza precedenti recenti, vengono spesso contro-argomentate con le domande: “Perché Gaza, quando ci sono così tante altre guerre al mondo? E perché Israele, visto che esistono molti altri aggressori”.

Una delle osservazioni benaltristiche più utilizzate riguarda l’invasione russa dell’Ucraina: “Eh, ma la Russia? Perché non protestate contro la Russia, invece di prendervela sempre con Israele?”. Vale quindi la pena mettere a confronto le due crisi umanitarie, attraverso alcuni indicatori quantitativi, non per stabilire una graduatoria del dolore umano, al quale va tutta la nostra solidarietà universale, oltre i confini geografici e geopolitici, ma per comprendere meglio la questione e l’entità dell’obiezione.

Ecco qui almeno 10 buoni motivi per esprimere solidarietà alla Palestina e opporsi fermamente contro il genocidio di Gaza, primariamente rispetto a qualsiasi altra crisi umanitaria al mondo, per un cittadino occidentale.

1. Secondo un report della Brown University, in Ucraina 4 vittime su 100 sono civili, mentre a Gaza sono 80 su 100: una differenza che distingue una guerra da un genocidio. Una giovane collega ha definito “offensiva” l’idea di presentare questi numeri. Non avremmo mai pensato che una statistica potesse essere offensiva, ma non si finisce mai di imparare.

2. Come evidenziato dalla rivista The Lancet, a Gaza, l’aspettativa di vita alla nascita è scesa di 35 anni dopo un anno di genocidio, un risultato peggiore di quello vissuto in Ruanda durante il genocidio del 1994. In Ucraina, l’aspettativa di vita alla nascita è crollata di 5-7 anni dall’inizio dell’invasione.

3. Incrociando dati ufficiali dell’UNICEF e dell’ONU, si evidenzia che in Ucraina sono stati uccisi circa 700 bambini in oltre 3 anni di attacchi, compresi quelli morti in Russia e nel Donbass; a Gaza sono morti 18.457 bambini in meno di 3 anni.

4. I dati ufficiali inoltre mostrano che in Ucraina sono stati uccisi 21 giornalisti; a Gaza, 260.

5. In Ucraina, sono stati uccisi 359 operatori sanitari in più di 4 anni di invasione. A Gaza, oltre 1700 in meno di 3.

6. Dal 2022 al 2024, 25 operatori umanitari (incluso personale delle Nazioni Unite) hanno perso la vita in Ucraina. A Gaza sono 560.

7. Questi dati mostrano in modo netto quanto la situazione a Gaza sia peggiore di quella vissuta in Ucraina. Ma se consideriamo la dimensione della popolazione (39,5 milioni vs. 2,1), questi numeri assumono valori ancora più diseguali, poiché, per paragonare le due crisi umanitarie, i morti a Gaza dovrebbero essere moltiplicati per 39,5/2,1=18,8.

8. Secondo il Rapporto globale sulle crisi alimentari, nell’agosto 2025, la percentuale di popolazione con livello 5 (catastrofico) di insicurezza alimentare a Gaza era del 32%. In Ucraina, era dello 0%. In Sudan è dell’1%.

9. Le due crisi umanitarie si caratterizzano non solo per degli indicatori totalmente diversi, ma anche per il doppio standard morale e geopolitico nell’applicazione di aiuti e sanzioni internazionali. Poche settimane dopo l’invasione dell’Ucraina, abbiamo boicottato le istituzioni russe e imposto oltre 16.000 sanzioni. Nei confronti di Israele, invece, dopo tre anni di genocidio, abbiamo fatto poco o nulla.

10. Ma il doppio standard più eclatante, che rivela l’ipocrisia dell’Occidente e della comunità internazionale di fronte alle due crisi, è questo: in Ucraina abbiamo inviato armi a un Paese vittima di un’aggressione. A Gaza, invece, abbiamo spedito armi all’aggressore. Abbiamo inviato armi a un Paese perpetratore di un genocidio.

Ogni vita umana conta, infinitamente più di qualsiasi statistica. Questi numeri non dovrebbero, in alcun modo, diminuire la nostra solidarietà verso il popolo ucraino o verso qualsiasi altra popolazione colpita dalla guerra. Tuttavia, essi pongono una domanda difficile, ma necessaria: perché crisi umanitarie di portata così diversa ricevono risposte politiche, mediatiche e istituzionali così differenti?

È una domanda che chiama in causa non soltanto la politica internazionale, ma anche la credibilità dei principi universali di uguaglianza, diritti umani e dignità della persona, che affermiamo di difendere.

da qui

sabato 27 giugno 2026

Denazificare II – Sandra Russo

Quando l'Operazione Speciale in Ucraina iniziò nel 2022, Putin dichiarò che uno degli obiettivi era "denazificare" l'Ucraina. La parola scandalizzò. Era inaspettata. Quella caratterizzazione suonava ancora esagerata ed improvvisa. Putin continua a non gradire gli europei, che hanno una cattiva percezione storica della Russia. Georgy Zukov, maresciallo nella battaglia di Stalingrado, l'aveva avanzata: "Abbiamo liberato l'Europa dal fascismo, ma non ci perdoneranno mai." Ecco perché, a causa di quella vecchia tirannia, ci fu gioia e risentimento quando Cechov fu bandito, non era un grande sostenitore di Putin (Checov morì molto prima), ma catturò l'anima russa che l'Europa non può sopportare. Quella cosa sanguinosa, ancestrale, che non attraversa la brutalità ma la profondità. Un enorme paese ancorato alla fede. Religioso, esistenziale, politico.

Nel primo decennio del secolo scorso, Lou Andreas Salomé viaggiò attraverso la Siberia con suo marito, il signor Andreas, e il suo amante, Reiner Maria Rilke. Andavano a incontrare Tolstoj. Lei era un'aristocratica russa che fin da giovane visse in Germania come studentessa, e la sua famiglia sarebbe stata espulsa dalla Rivoluzione a venire. E scrive nella sua autobiografia che in quel lungo viaggio capì che nell'intensa fede dei contadini russi, nella loro ostinazione di fronte al clima, nel loro stoicismo, nella loro gioia, il colpo di frusta rivoluzionario che aveva portato alla fine del mondo in cui era nata era latente.

Oggi l'Europa considera ancora Putin un tiranno. Ma si lascia abbindolare da Trump, che è un fascista. Che usa algoritmi per far cadere il suo missile Tomahawk con precisione su una scuola femminile. È l'Europa che sta diventando nazista. Sta iniziando a vedere il vero volto di Israele, ma non fa nulla e si rifiuta di vedere il volto del suo squilibrato partner transatlantico.

Chi avrebbe mai pensato che, nel suo declino, nella sua agonizzante caduta, l'Occidente avrebbe indossato un'ultima maschera, e che questa sarebbe stata quella nazista?

 

La mappa politica dell'America Latina sta andando in quella direzione. Non è un caso che la scorsa settimana l'UE abbia approvato il proprio ICE per deportare gli immigrati, e che questa settimana in Colombia ci siano state elezioni palesemente truccate che hanno proclamato vincitori un fascista, un fan di Milei, un avvocato dei narcotrafficanti, un tizio che sostiene che il cervello delle donne sia troppo debole per ricoprire cariche pubbliche. C'è già un intero cast di personaggi con i baffetti. Milei, Kast, Bukele, Paz, Noboa, De la Espriella, costituiscono il realismo sadico di un suprematismo autoctono che si articola con i nazisti, i quali a loro volta sono superiori, ovviamente, a quest'ultimo Occidente.

Per quanto riguarda questo Paese (l’Argentina), questa settimana la ripugnante maggioranza ha giocato la sua parte anche al Congresso. Nessuno degli enormi danni che Milei ha causato e continua a causare dal dicembre 2023 sarebbe stato possibile senza il sostegno dei sostenitori di Macri, dei radicali e dei peronisti traditori. Lo hanno accompagnato in tutto. Milei è l'inferno alimentato da tutto il purgatorio.

Questa settimana hanno ceduto il nostro territorio, la nostra sovranità e la nostra indipendenza. Letteralmente. È questa intera banda di mascalzoni, gangster e ladri, insieme a giudici, pubblici ministeri e ai media mainstream, che sta gestendo, in modo caotico ma inarrestabile, la macchina della nostra distruzione.

Questa è la vera divisione che dovrebbe essere inevitabile se fossimo sani di mente.

da qui

lunedì 15 giugno 2026

Intelligence USA conferma: i biolaboratori esistono e sono pericolosi - Fabrizio Verde


I documenti desecretati dall'intelligence guidata da Tulsi Gabbard confermano: oltre 120 strutture in 30 paesi, patogeni letali e un sistema che ha cercato di nascondere tutto

 

Per anni chiunque abbia provato a sollevare il velo sui laboratori biologici statunitensi sparsi per il mondo (prevalentemente in territori eurasiatici) è stato sistematicamente deriso, etichettato come complottista filo-russo, talvolta addirittura accusato di tradimento. Ma adesso qualcosa è inevitabilmente cambiato. Perché a parlare non è stato un giornalista scomodo o un attivista paranoico. A parlare è stata la direttrice dell’Intelligence Nazionale statunitense, Tulsi Gabbard.

E quello che ha rivelato fa veramente impressione.

Gabbard ha reso pubblici documenti desecretati che dimostrano senza ombra di dubbio che il governo degli Stati Uniti ha finanziato per anni oltre 120 biolaboratori in oltre 30 paesi. Non strutture innocue per la ricerca sul raffreddore comune. Laboratori che manipolano patogeni letali come l’antrace, l’ebola, la peste, il virus di Marburgo, la tubercolosi, la tularemia (febbre dei conigli), il MERS e la SARS. Roba da far accapponare la pelle.

L’Ucraina, guarda caso, è uno dei teatri principali di questa inquietante operazione globale. Più di 40 strutture finanziate direttamente da Washington, molte delle quali ancora oggi conservano “patogeni di guerra biologica risalenti all’epoca sovietica”. Parole non nostre, ma del rapporto ufficiale appena pubblicato.

E non è tutto. I documenti rivelano che l’Istituto di Medicina Veterinaria Sperimentale e Clinica di Kharkiv, uno dei laboratori finanziati dagli USA, ospitava “centinaia di patogeni” già all’inizio degli anni 2010. E nel 2019 presentava gravi “deficienze di bioprotezione e biosicurezza”, in particolare nei locali dove si maneggiava il batterio Brucella, altamente contagioso. Tradotto: potenziali bombe biologiche a orologeria gestite con superficialità.

Gabbard è stata durissima. Ha denunciato che politici, i cosiddetti esperti della salute come il dottor Fauci esalatato dall’intero circuito mediatico mainstream, e funzionari dell’amministrazione Biden hanno mentito spudoratamente al popolo statunitense sull’esistenza di questi laboratori. E non solo: hanno minacciato chiunque provasse a dire la verità. Curioso modo di trattare – per l’autoproclamata più grande democrazia del mondo - chi solleva legittimi interrogativi sulla sicurezza globale, no?

La comunità internazionale, nel frattempo, non può dire di non essere stata avvertita. La Russia ha passato anni a lanciare allarmi su queste attività in Ucraina. Già dal 2022 Mosca ha portato queste attività pericolose all'attenzione dell’ONU, ha denunciato progetti come l’UP-4 (che studiava la trasmissione di infezioni pericolose attraverso uccelli migratori) e il P-781 (che analizzava l’uso di pipistrelli come vettori di armi biologiche). Risultato? Silenzio imbarazzato da parte di Washington e dei suoi alleati. Peggio: chi riprendeva queste rivelazioni veniva liquidato alla stregua di un portavoce al soldo del Cremlino.

Ecco il meccanismo perverso: da un lato si nega l’esistenza di questi programmi, dall’altro si delegittima chi ne parla accusandolo di essere un agente straniero. Un classico del manuale della disinformazione. Peccato che adesso sia la stessa Intelligence USA a confermare che quei laboratori esistono eccome, che sono pericolosi, e che sono stati finanziati con soldi dei contribuenti statunitensi.

Gabbard ha promesso che la sua agenzia continuerà a lavorare per identificare dove si trovano esattamente queste strutture e quali patogeni contengono, con l’obiettivo dichiarato di “porre fine a questa ricerca pericolosa” che minaccia “la salute e il benessere del popolo statunitense e delle persone di tutto il mondo”.

Bene così. Ora però sorgono domande scomode: perché per anni chi cercava di indagare su queste cose è stato sistematicamente osteggiato? Perché i cosiddetti fact-checker, quelli che oggi pontificano sui social smontando “bufale”, hanno sempre bollato come teoria del complotto le notizie sui biolaboratori? Forse perché certe verità, se diventassero troppo popolari, metterebbero in imbarazzo persone potenti?

La vicenda ricorda da vicino quella dei famigerati laboratori di Fort Detrick, negli Stati Uniti, avvolti per decenni nel mistero. Oggi sappiamo che il programma USA di laboratori biologici all’estero è vastissimo, poco trasparente, e operato con “molta poca visibilità o supervisione”, come ammette lo stesso rapporto.

Il rappresentante russo all’ONU Vasily Nebenzya aveva avvertito già nel 2022: i progetti di ricerca biologica in Ucraina violano la Convenzione sulle armi biologiche. E i documenti venuti in possesso delle forze russe erano solo “la punta dell’iceberg”. Oggi sappiamo che quelle denunce erano fondate.

La domanda finale è semplice: quanti altri laboratori esistono nel mondo? E soprattutto, cosa ci fanno gli Stati Uniti con patogeni letali sparsi in decine di paesi, spesso con standard di sicurezza discutibili? La risposta, per ora, continua a essere sepolta sotto tonnellate di propaganda e attacchi a chiunque osi chiedere conto. Ma dopo le rivelazioni di Gabbard, sarà sempre più difficile per i soliti noti gridare al complottismo. Perché la verità, alla fine, è scritta nero su bianco nei documenti desecretati degli stessi servizi segreti USA.

da qui

sabato 4 aprile 2026

RACAK E BUCHA: DUE STRAGI, UNA STESSA NARRAZIONE? - Antonio Evangelista

Quando la verità diventa un campo di battaglia. E in questo campo di battaglia oggi i ministri degli esteri dell’Unione Europea hanno nuovamente parteggiato per il loro protetto ucraino, Sono andati a Bucha per ricordare i quattro anni dalla presunta strage assieme alla responsabile per gli affari esteri dell’unione Kaja Kallas ribadendo che per loro non c’è dubbio sulla verità.

In guerra, la prima vittima è la verità. Ma esiste un momento ancora più critico: quello in cui la verità non viene semplicemente nascosta, ma costruita.

Due episodi distanti oltre vent’anni — Racak (Kosovo, 1999) e Bucha (Ucraina, 2022) — presentano analogie che meritano una riflessione rigorosa, al di là delle appartenenze.

Racak: il precedente.

Gennaio 1999. Nel villaggio kosovaro di Racak vengono rinvenuti 45 corpi. La comunità internazionale parla immediatamente di massacro di civili attribuito alle forze serbe.

Le autopsie vengono affidate a un team di patologi finlandesi guidato da Helena Ranta. Il rapporto finale conferma la tesi della strage, contribuendo a creare il presupposto politico per l’intervento NATO.

Tuttavia, alcuni elementi restano controversi:

​•​I test per rilevare tracce di polvere da sparo non furono effettuati, poiché — secondo la Ranta — avrebbero dovuto essere eseguiti entro poche ore  

​•​I patologi serbi, presenti sul posto giorni prima, dichiararono invece di aver eseguito il test del guanto di paraffina, rilevando residui compatibili con uso di armi  

Questo avrebbe potuto suggerire una dinamica diversa:
non necessariamente esecuzioni, ma morti avvenute in combattimento.

La versione alternativa, però, rimase ai margini.

Bucha: immagini e narrativa.

Aprile 2022. Le immagini provenienti da via Yablonska, a Bucha, mostrano corpi di civili distesi lungo la strada. Il mondo parla subito di crimine di guerra.

Anche in questo caso, però, emergono elementi che alimentano dubbi e richieste di verifica:

​•​I corpi appaiono disposti lungo i margini della carreggiata in fila indiana  

​•​In molte immagini non si osservano evidenti tracce di sangue né di decomposizione avanzata 

​•​Le condizioni dei cadaveri sollevano interrogativi sui tempi della morte risalente a venti giorni prima circa secondo il New York Times  

L’ex ispettore ONU Scott Ritter ha invitato a un approccio prudente, sottolineando la necessità di accertamenti forensi indipendenti prima di conclusioni definitive 

Il video e la controversia.

•Nel dibattito su Bucha ha avuto particolare rilievo un video diffuso online da una televisione locale russa (5-tv.ru), successivamente oggetto di verifica e contestazione da parte della piattaforma fact-checker Open. 

Nel filmato — ancora reperibile in rete — si vedrebbero militari ucraini muovere e trascinare corpi lungo la strada, utilizzando cavi o altri strumenti.

Secondo l’interpretazione proposta da Open, quei movimenti sarebbero riconducibili a operazioni di sicurezza:  i soldati starebbero verificando che i cadaveri non siano stati ‘trappolati’ con bombe.

Tuttavia, osservatori critici fanno notare alcune incongruenze:

​•​l’assenza di adeguate protezioni da parte dei militari  

​•​la distanza ravvicinata dai corpi, incompatibile — secondo questa lettura — con una reale minaccia esplosiva che può colpire fino a duecento metri di distanza  

​•​la modalità di spostamento, che apparirebbe più coerente con un riposizionamento che con una verifica tecnica di sicurezza  

Si tratta di elementi controversi, ma che contribuiscono ad alimentare il dibattito sulla ricostruzione degli eventi.

Le analogie,

Il confronto tra Racak e Bucha non riguarda l’equiparazione degli eventi, ma l’individuazione di schemi ricorrenti:

– Narrazione immediata: ln entrambi i casi, la responsabilità viene attribuita rapidamente, prima della conclusione di accertamenti completi.

– Centralità mediatica: le immagini diventano strumenti decisivi nella formazione dell’opinione pubblica globale e nella demonizzazione del nemico, ieri serbo oggi russo.

– Verifiche controverse: elementi tecnici e forensi restano parziali, discussi o non condivisi.

– Impatto geopolitico: le due vicende si inseriscono in momenti cruciali.

1. Racak – legittimazione dell’intervento NATO nella ex Jugoslavia del 1999.  

2. Bucha –  rafforzamento della pressione internazionale sulla Russia che fa saltare il tavolo delle trattative ad Istambul in corso per la pace, proprio nei giorni in cui il premier britannico si precipita in Ucraina 

Una domanda inevitabile.

Di fronte a questi elementi, la domanda resta: chi controlla la narrazione della guerra? E soprattutto: a chi giova?

In contesti di conflitto, l’informazione non è neutrale. Può diventare uno strumento strategico, al pari delle armi.

Conclusione: “a Bucha c’era la neve”. Non è possibile, allo stato delle informazioni pubbliche, stabilire ogni dettaglio con certezza assoluta. Ma è evidente che la gestione della verità, in guerra, segue logiche che vanno oltre i fatti.

Per questo, la formula è più di una provocazione: a Bucha c’era la neve, non quella meteorologica, ma quella che copre. Copre i dubbi, copre le incongruenze, copre ciò che non deve essere visto. E sotto quella neve, ancora una volta, la verità rischia di restare sepolta.

da qui

giovedì 2 aprile 2026

Hormuz come Suez, paghi il pedaggio e passi? - Ennio Remondino

Hormuz prossimo Suez? Da sabato l’Iran ha imposto il pagamento di un pedaggio per il transito delle navi ‘non nemiche’ attraverso lo Stretto di Hormuz. Nello stesso giorno i ribelli Houti dello Yemen intervengono contro Israele e suoi alleati sul Mar Rosso, bloccando per alcuni lo stretto di Bab el-Mandeb. Con i mercati chiamati stamane a dare la loro risposta all’avventura statunitense in Iran per il futuro energetico del pianeta.

Casello marittimo di pedaggio

A un mese dall’attacco israelo-statunitense e una grandine di bombardamenti distruttivi, l’Iran reagisce a livello economico e impone pedaggi per il transito nello stretto di Hormuz, bloccato da un mese, pronti a trasformarlo in una via navigabile a pagamento per le navi non ostili. Questa mossa, contestata dal punto di vista del diritto internazionale ma giustificata di fatto con la prima violazione da parte di chi ha iniziato la sciagurata avventura militare. Tariffe e valute specifiche per il pagamento: intorno ai 2 milioni di dollari per ogni petroliera o nave in transito e pagamento in yuan, con la valuta cinese che sostituisce il dollaro. Passaggio limitato e monitorato dai Pasdaran, con minacce di ‘reazioni drastiche’ contro i tentativi di passaggio non concordati.

Bab el-Mandeb

Dopo lo stretto di Hormuz, ci sarà anche il blocco del Mar Rosso sullo stretto di Bab el-Mandeb? «Ansar Allah», il nome ufficiale del gruppo houthi che controlla il Nord dello Yemen e la capitale Sana’a, aveva più volte lanciato attacchi al traffico navale nel Mar Rosso disarticolando i commerci mondiali da e verso Suez. La prospettiva di una saldatura tra forze islamiste sciite di ‘impronta zayidita’ (una versione rivoluzionaria e minoritaria della galassia musulmana), e la Repubblica Islamica rafforza la posizione di Teheran nell’area. E contribuire alla guerra economica globale in risposta ai raid americani. Tutti i guai del pianeta colpa di Netanyahu e Trump il messaggio al mondo.

In molti li avevano avvertiti

Strapotenti per la prima volta platealmente perdenti. Parliamo di Netanyahu e Trump, che anche dopo aver sterminato gran parte della vecchia classe dirigente iraniana e spianato il Paese con una grandinata di bombe, non riusciranno a far cadere il regime degli ayatollah. Far cadere il regime e garantire la navigazione di gas e petrolio dal Golfo Persico era l’obiettivo dichiarato: due fallimenti. E la britannica Reuters ripete e sottolinea: «Le Marine occidentali non riuscirebbero mai a garantire la libera navigazione a Hormuz». E quel genio strategico di Trump ‘suicida’ la parte del mondo priva di fonti energetiche adeguate allo sviluppo e stravolge la geopolitica prossima del pianeta. Con una ‘America first’ nell’isolamento diplomatico e nel pozzo nero del debito interno.

Trump prossima ‘Anatra zoppa’

C’è un metro empirico di misura della credibilità diplomatica internazionale di una personalità di potere. ‘Cosa ha detto chi’, pur che conti qualcosa nel mondo o su un fatto. ‘Trump bis’ in meno di due anni di pirotecnica presidenza è riuscito a battere in attenzione persino Putin con i suoi quattro anni di guerra ucraina. Molta faciloneria giornalistica e troppi servilismi di schieramento, certo. Ma qualcosa, anche su questo fronte sta maturando e ‘silenziosamente ci dice’. Le alzate d’ingegno dell’uomo più potente del pianeta scendono nella categoria ‘sembra – si dice’ dei pastoni politici che inventano la notizia su eventi comunque di prima pagina. Bravi appunti di agenzia sull’ultima trovata della Casa Bianca in attesa del prossimo aggiustamento e della quasi certa prossima autosmentita.

Iran e Ucraina due guerre in una

Trump minaccia e poi rinvia. Il ‘penultimatum’ di sempre, a credibilità zero. Con bugie plateali al seguito, mentre è chiaro che la sicurezza energetica e il prezzo del petrolio entrano sempre di più negli sforzi americani di individuare una ‘exit strategy’. E le posizioni reali tra Washington e Teheran si stanno divaricando il conflitto continua a produrre effetti ben oltre il Medio Oriente. Col presidente ucraino Zelensky che in piana crisi d’abbandono anche europeo, cerca di coinvolgere Mosca con l’Iran, accusandola di «informazioni di intelligence all’Iran per prolungare il conflitto in Medio Oriente e alimentare l’instabilità globale». Sua sola ragione certa, è che l’azzardo Iran oltre a sconvolgere le economie di tutto il mondo, si riflette sempre più sul fronte ucraino, ridisegnando priorità militari e flussi di armamenti.

E torniamo a Hormuz nuova Suez

Ad un mese dall’attacco all’Iran, il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz è crollato del 95%.  Solo 4 transiti al giorno rispetto ai 125 in media prima del conflitto e un totale di 10 petroliere alle circa 250  in condizioni normali (con 300 milioni di barili). Secondo gli analisti, sono circa 1.100 navi – tra cui 300 petroliere – che si trovano attualmente all’interno del Golfo Persico, escluse le navi mercantili locali. Il blocco quasi totale dei transiti nello stretto ha avuto ripercussioni anche sui costi di trasporto: quelli dagli Stati Uniti all’Asia sono raddoppiati, attestandosi intorno ai 10 dollari per barile, rispetto ai circa 5 dollari per barile all’inizio dell’anno. Ognuno faccia i suoi conti economici ed esprima la sua valutazione politica sulla coppia Netanyahu-Trump e le rispettive politiche nazionali. Per poi farne trarre le conseguenze dai loro governi, anche se alleati e complici.

da qui

sabato 7 marzo 2026

Aggressione all’Iran: le parole per dirlo - Domenico Gallo

 

Le parole sono importanti, la parola determina gli orizzonti del pensabile. Non a caso l’impoverimento del linguaggio, spesso sotto forma di semplificazione, rappresenta uno dei più efficaci dispositivi di depotenziamento dell’azione collettiva e di manipolazione delle masse. Dal 24 febbraio del 2022 siamo stati sommersi da un diluvio di parole di finta indignazione. L’aforisma: “c’è un aggredito e un aggressore” è stato condito in tutte le salse. L’aggressione della Russia all’Ucraina è stata costantemente qualificata come brutale, ingiustificata e non provocata. Fiumi di inchiostro sono stati versati nelle dichiarazioni dei vertici dell’Unione Europea e nelle Risoluzioni del Parlamento europeo, per esternare l’indignazione verso un’azione militare che calpestava il diritto internazionale e per esecrare i crimini di guerra della Russia, che sono stati finanche numerati (40.000). L’Ucraina è stata istigata a combattere e a sacrificare la vita dei suoi figli – invece di cercare la pace attraverso un compromesso – perché non si poteva deflettere dal mantra di “un mondo basato sulle regole”, anche a costo di qualche milione di morti. I documenti che hanno inflitto diciannove ordini di sanzioni alla Russia sono stati tutti lastricati da richiami ai principi e alle norme della Carta dell’ONU e delle Convenzioni internazionali sui diritti umani e sul diritto bellico.

Invece, di fronte al genocidio a Gaza prima e all’attacco all’Iran oggi, le parole d’indignazione delle élites europee stranamente non hanno trovato voce e di sanzioni non si è nemmeno parlato. Anzi si è tirato fuori lo spettro dell’antisemitismo per fare da schermo alle atrocità indicibili commesse da Israele. Dopo il bombardamento del Venezuela e il rapimento di Maduro, ci ha pensato Trump a spazzare via il feticcio del “mondo basato sulle regole” che la NATO e l’Unione Europea avevano agitato contro la Russia, disvelandone la falsità. Alla domanda dei giornalisti del New York Times «C’è qualche limite al suo potere sul piano mondiale che potrebbe fermare ciò che vuol fare?», l’8 gennaio Donald Trump ha risposto in maniera chiara e netta: «C’è una sola cosa: la mia propria moralità, la mia mente. È la sola cosa che mi può fermare. E questo va benissimo. Io non ho bisogno di nessun diritto internazionale. Il mio potere (cioè quello degli Stati Uniti, ndr) è limitato dalla forza, piuttosto che dai trattati o dalle convenzioni». Siamo, purtroppo abituati alle violazioni dei principi fondanti del diritto internazionale da parte degli USA e di altri attori internazionali, ma dopo le azioni e le dichiarazioni di Trump c’è qualcosa in più. Adesso le regole che dovrebbero assicurare la convivenza pacifica delle Nazioni, fondate sul divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali comminato dallo Statuto dell’ONU, sono state apertamente ripudiate e sostituite dalla restaurazione della legge del più forte. Sbugiardata la finzione del “mondo fondato sulle regole”, l’imperatore dell’Occidente ci informa che l’unica regola che riconosce e che può porre un limite al suo potere è quella della forza.

La legge della giungla è restaurata a livello planetario. Come ha osservato Luigi Ferrajoli, «l’umanità è regredita allo stato di natura, per di più nucleare, dominato da pochi despoti, tutti armati, violenti, esaltati e spregiudicati». Il paradosso è che i nostri leader e i leader europei, che si sono stracciati le vesti mostrando di voler punire le violazioni del diritto internazionale commesse dalla Russia, di fronte a questo atto di aggressione, brutale, ingiustificata e pilotata dallo Stato terrorista di Israele, non hanno le parole per dirlo, per uscire fuori dalla finzione e chiamare questo attacco per quello che è: un atto di aggressione ai sensi dell’art. 2 della Carta dell’ONU, un crimine internazionale ai sensi dell’art. 5 dello Statuto della Corte penale internazionale. Giorgia Meloni, come Ursula von der Layen, come Roberta Metsola, come la Kaja Kallas si sono limitate a qualche pigolio, mostrandosi preoccupate per lo sviluppo della situazione (e ne hanno ben motivo!). La Kallas ha aggiunto che l’UE sta coordinandosi con Israele e paesi arabi per lavorare verso una soluzione negoziata, notando che i programmi nucleari e missilistici dell’Iran sono considerati una minaccia alla sicurezza globale. In altre parole, l’Alta rappresentante della politica estera dell’UE non ha trovato niente di meglio, per mascherare la connivenza con USA e Israele, che riesumare la falsa foglia di fico delle armi di distruzione di massa che gli Usa invocarono nel 2003 per giustificare l’aggressione all’Irak.

A questo punto, poiché tutte le finzioni sono cadute, bisogna ridare alle parole quel senso di cui sono state spogliate e chiamare le cose con il loro nome. Le sanzioni che l’UE ha imposto alla Russia non sono atti emanati a garanzia del rispetto del diritto internazionale, bensì sono una forma di partecipazione alla guerra contro la Russia con altri mezzi. Sono atti di ostilità che si inquadrano in un confronto fra potenze fondato sulla forza. Abbiamo visto come questo confronto in Europa abbia causato una catastrofe di stragi senza fine, di distruzioni fisiche ed ambientali e una crescente insicurezza a cui nessun processo di riarmo può mettere rimedio. Adesso si è aperto un nuovo fronte di guerra in Medio Oriente che renderà sempre più insicura la vita della Comunità internazionale, come ha insegnato la dolorosa esperienza della guerra all’Irak. Dobbiamo denunciare il servilismo delle classi dirigenti europee verso il delirio di potenza di Trump, cominciando a smascherare la falsità delle loro parole.

da qui

mercoledì 7 gennaio 2026

Quanto costerà il conflitto in Ucraina ai contribuenti europei? - Giuseppe Masala

Per comprendere la gravità della situazione europea credo aiuti fare una sommaria (e certamente non esaustiva) elencazione dei costi relativi al conflitto ucraino. 

1) Per mandare avanti lo stato ucraino nelle annualità 2026 e 2027 abbiamo concesso 90 miliardi di euro di prestito in realtà risorse finanziarie a fondo perduto perchè l'Ucraina non sarà mai in grado di restituirle. A queste risorse andranno aggiunti i fondi per l'acquisto di armi, cura dei feriti, ma anche acquisto di gas, carburante ed energia elettrica (l'Ucraina dal punto di vista energetico è totalmente dipendente dalla EU). Siamo su cifre astronomiche. 

2) L'Europa ha perso il mercato russo per la vendita dei suoi prodotti con un costo opportunità altissimo considerato che l'export europeo in Russia nel 2021 era di circa 90 mld di euro e ora è al lumicino. Per quanto riguarda l'import abbiamo perso le materie prime russe a basso costo. Pensate solo che il costo dell'energia elettrica al Kw/h in Europa è diventato il 150% più alto di quello cinese e di conseguenza la competitività europea nei mercati mondiali è semplicemente ridotta al lumicino.  

3) Il costo della ricostruzione dell'Ucraina è secondo uno studio della Banca Mondiale del 2024 pari a 600 mld di euro. Tutti a carico della UE che ha voluto la guerra contro la Russia. Il sangue si paga e si paga carissimo come è giusto che sia. Tra l'altro nel frattempo nel 2025 la Russia si è levata i guantoni di velluto e ha iniziato a sparare come non ci fosse un domani demolendo ponti, porti, ferrovie e centrali elettriche ucraine. Quindi la cifra ipotizzata dalla Banca Mondiale va rivista notevolmente al rialzo. 

In definitiva la folle avventura ucraina ci costerà solo di spese vive oltre 1000 miliardi di euro ai quali vanno sommati la perdita di competitività e la chiusura dei mercati russi per i prossimi anni. Oltre a quello americano a causa dei dazi e degli accordi commerciali a noi sfavorevoli. Cifre incommensurabili e fuori portata per i paesi europei. 

L'alternativa al devastante tracollo economico che ci attende è l'entrata diretta in guerra contro la Russia nella speranza folle di ribaltare l'esito disastroso del conflitto. Se pensate che il provvedimento legislativo che chiarisce che le riserve auree italiane (le secondo in Europa) sono del popolo italiano sia stato un capriccio non ci avete capito nulla. A Roma sono arrivate certamente voci d'oltralpe su appetiti relativi ai caveau di Banca d'Italia, figuriamoci.

O ci muoviamo adesso o sarà inutile piangere dopo.

da qui

mercoledì 17 dicembre 2025

Poteva l’Unione Europea essere da meno degli Usa?

nel peggio, naturalmente – di Francesco Masala

Gli Stati Uniti d’America applicano sanzioni ad personam a chi denuncia il genocidio israeliano dei palestinesi a Gaza (e in Cisgiordania) contro i componenti della Corte Penale Internazionale e Francesca Albanese per aver osato dimostrare che sta commettendo un GENOCIDIO a Gaza (leggi qui e qui).

Secondo me, se non fosse morto, anche papa Francesco sarebbe stato sanzionato.

 

L’Unione Europea applica sanzioni ad personam “contro 48 persone fisiche e 35 entità o associazioni ritenute responsabili di interferenze politiche e “azioni destabilizzanti” legate all’invasione russa dell’Ucraina e alla sicurezza euro‑atlantica” (leggi qui)

Tra i sanzionati c’è Jacques Baud, ex colonnello svizzero della Nato.

Lo ascolto con interesse tutte le volte che posso, vedi qui:

e qui:

e mi trovo d’accordo con le cose comprensibili e condivisibili che dice.

Della sanzione a Jacques Baud ha parlato Giacomo Gabellini qui:

 

Sanzionare significa che alcune persone impresentabili, che un giorno saranno rottamate (in altri tempi si usavano metodi molto più radicali), decidono e fanno di tutto perchè il sanzionato sia visto come un paria e per tappargli la bocca, che sia un esempio per tutti quelli che pensano che la Nato sia la causa della guerra in Ucraina e che in Palestina il genocidio non si è fermato.

 

Gli europei verranno ricordati per i segretari della Nato Stolto e Rutto, e per Kaja Kallas, che tutte le volte che apre bocca è molto stonata, qui un ritratto di Gianandrea Gaiani.

 

Il prossimo sanzionato dall’Unione Europea potrà essere John Mearsheimer:

e chissà se anche labottegadelbarbieri rischia qualche sanzione?

da qui