Visualizzazione post con etichetta Annamaria Manzoni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Annamaria Manzoni. Mostra tutti i post

sabato 4 luglio 2026

Animali nonumani: vittime in pace e in guerra - Annamaria Manzoni


“Tutto si tiene, e il nostro disgusto per la violenza
delle società organizzate e dell’uomo sull’uomo
deve allargarsi a quello dell’uomo sulla natura,
dell’uomo sulle altre specie viventi“
(Goffredo Fofi)

Parlare della vittimizzazione degli animali in guerra comporta parlare di loro come vittime anche in tempo di pace e porta a considerare come la loro situazione sia tanto simile a quella dei più diseredati tra gli umani.

Non ha bisogno di essere esplicitata l’affermazione che considera gli animali vittime anche in pace, vittime della strabordante violenza che è la costante del nostro interagire con loro, dal momento che, a fronte dei pochissimi di cui ci occupiamo con amore, sono centinaia di miliardi quelli che noi tormentiamo anche in tempo di pace: li uccidiamo, mangiamo, vivisezioniamo, imprigioniamo, cacciamo, peschiamo, sottomettiamo, estinguiamo.

In questo panorama devastante c’è ben poco da meravigliarsi che la loro situazione peggiori in tempo di guerra, quando cioè quella che è la più disumana tra tutte le attività umane celebra l’apoteosi della nostra potenziale violenza contro tutto e tutti, dando la stura anche ai più inaccettabili tra i nostri comportamenti, che, da vergognosi che erano, diventano leciti quando non addirittura oggetto di encomio.

Oggi l’argomento è quanto mai vitale nei nostri pensieri vista la quotidianità delle informazioni che ci arrivano da Ucraina, Gaza, Iran, Libano… Luoghi che sono solo la punta di un iceberg di violenze istituzionalizzate perché l’ACLED (Armed conflict location & event data project, ong che si occupa di monitorarne gli sviluppi dei conflitti) ci informa che in giro per il mondo ce ne sono attualmente circa 60, attive in luoghi di cui spesso poco o nulla sappiamo, talvolta in difficoltà come siamo persino a localizzarli sulla carta geografica. Se l’ampiezza geografica spaventa, non consola certo l’estensione temporale dal momento che le guerre sono state una costante della nostra storia,che ha conosciuto solamente 29 anni (non consecutivi!) di pace, secondo le ricostruzioni di Chris Hedges contenute nel suo libro Il fascino oscuro della guerra, titolo per altro quanto mai evocativo nel richiamare l’attrazione che la guerra nei millenni ha continuato ad esercitare sulla nostra specie, unica tra tutte le altre. O almeno, considerata tale fino a non molto tempo fa, quando Jane Goodall, primatologa che aveva passato la vita a studiare gli scimpanzè nel loro habitat naturale in Tanzania, aveva cominciato a percepire con stupore e dolore che anche tra loro avevano luogo dinamiche distruttive assimilabili a quelle belliche, intuizione recentemente ripresa e confermata dagli etologi. Scimpanzè, guarda caso, specie a noi più vicina di qualunque altra, visto che condividiamo il 98,8 delle sequenze del DNA.

Al di là di ogni retorica che esalta (in mala fede) coraggio, virilità ed eroismi vari, ogni guerra è teatro inesauribile di morte, distruzione, dolori inenarrabili, disastri del corpo e della psiche. Anche i soldati, che sono quelli chiamati, ma frequentemente obbligati, ad esserne gli attori principali e gli esecutori materiali dei peggiori crimini, sono spessissimo vittime oltre che carnefici, impossibilitati a sottrarvisi e costretti a divenire quello che mai avrebbero voluto né pensato, lontani mille miglia dal desiderio di combattere e infliggere dolori speculari ai propri desiderosi solo di ritornare dove sentirsi amati, alla vita di sempre, alle piccole abitudini di un tempo divenute ora sogno.

Anche gli animali nonumani subiscono sofferenze indicibili, assoluto spaesamento, terrore dilagante: sono da sempre soldati arruolati a loro stessa insaputa, destinati a diventare vittime sconosciute e mai rimpiante.

È invece una sorta di obbligo morale provare a dare loro la visibilità che gli spetta; occuparcene diventa anche un osservatorio privilegiato della nostra relazione con loro, del nostro bisogno della loro presenza e nello stesso tempo della abissale asimmetricità di questo rapporto.

Soldati inconsapevoli

Gli animali vengono arruolati a forza nelle guerre, che dovrebbero invece essere un affare tutto nostro: c’è una recente affermazione del primo ministro britannico Starmer, che, riferendosi alla volontà di non intervenire nella situazione del Golfo, ha sentenziato “Non è la nostra guerra”, frase divenuta una sorta di mantra ripetuto dalle nazioni non intenzionate ad entrare in conflitti che ritengono estranei ai loro interessi. Ecco: ogni animale nonumano, arruolato suo malgrado, avesse le parole per dirlo, avrebbe il diritto di dichiarare la stessa cosa: non è la nostra guerra. Purtroppo del loro modo di comunicarcelo ci fa comodo continuare a non prendere atto.

Eppure, tra i tanti episodi, ne esiste uno che nessuno ignora: si tratta di Annibale che nel 3° secolo A.C. valicava le Alpi con gli elefanti, impresa che è entrata in ogni libro scolastico a partire dalle classi elementari per le suggestioni di cui veniva arricchita, raccontata come un’enorme avventura, senza che venisse sollevata una critica, un dubbio su ciò a cui gli elefanti venivano costretti: loro, esseri assolutamente gregari, abituati ad una vita sociale intensa con legami affettivi stringenti, erano stati catturati in Africa, nei loro territori di vita, schiavizzati, costretti ad un viaggio di migliaia di chilometri fino al gelo delle Alpi. Ora sappiamo che dei 37 animali, con cui Annibale era partito, solo uno sopravvisse per un anno prima di morire: tutti gli altri dovettero soccombere nel primo inverno per fame, freddo, ferite, costretti ad un percorso fatale. Ma di tutto questo nei libri non si parlava e quello di Annibale che valica le Alpi con gli elefanti si è strutturato come un racconto mistificato sulle prodezze del condottiero cartaginese. Grande occasione persa per sensibilizzare i più giovani sulla terribile ingiustizia in atto nei confronti di quella meraviglia della natura che gli elefanti sono e per mobilitare reazioni di indignata empatia.

La storia degli elefanti-soldato è tra le più trucide perché si è più volte affiancata a comportamenti di un cinismo inconcepibile, vale a dire quello dei maiali incendiati perché le loro grida di dolore, disumane, spaventavano a tal punto i pachidermi da causarne la fuga.

Purtroppo, come i soldati che non possono scegliere, gli animali da almeno 45 secoli vengono costretti a partecipare alle operazioni belliche: almeno da 45 secoli perché sappiamo per esempio che i cavalli venivano impiegati già dagli Assiri, dal 2000 A.C.. Da allora nessuna guerra pare avere salvaguardato nessuna specie animale.

I cavalli in particolare sono onnipresenti sui campi di battaglia dai secoli prima di Cristo, attraverso il Medio Evo e l’età moderna fino alle guerre mondiali del 20° secolo. Una vasta filmografia ce li ha mostrati gettati in uno stato di assoluto terrore contro l’esercito nemico (nemico dei loro padroni umani, non certo loro) in terribili corpo a corpo, tra nitriti terrificanti, li abbiamo visti crollare feriti con le viscere che fuoriuscivano dall’addome, lasciati a morire sul terreno senza l’ombra di un conforto. E la loro presenza così ubiquitaria ha finito per essere normalizzata, i loro nitriti spaventati musica di fondo di ogni battaglia, mai assoggettata a critiche. I recenti fatti di Roma, quando nei preparativi per la Festa della Repubblica i fuochi d’artificio incautamente lanciati da un carabiniere li hanno terrorizzati al punto di farli fuggire nel traffico cittadino, molto ci dicono di quello che devono avere provato nel frastuono clamoroso di battaglie terrificanti: un veterinario ha spiegato che si tratta di animali sensibilissimi ai rumori. Nulla da aggiungere.

Nulla da aggiungere se non che le nostre città ospitano, orgogliosamente, alcune centinaia di monumenti equestri, che sono un inno ai cavalieri armati, e quindi alla guerra, e nello stesso tempo celebrano la sottomissione dei cavalli, che appaiono nella rappresentazione come null’altro che una sorta di accessorio, di eroica bellezza, al condottiero di turno.

Insieme a loro sono state impiegate tante altre specie animali: cani, muli, piccioni viaggiatori, cammelli ed elefanti fuori dall’Europa, ognuna sfruttata per le proprie caratteristiche. Basti dire che durante la prima guerra mondiale furono usati e morirono almeno 11 milioni di equidi, cavalli e muli, sfruttati fino allo sfinimento per trasportare viveri, mitragliatrici e ogni altro strumento bellico, e, alla fine, macellati e mangiati. Mentre almeno 200.000 piccioni vennero usati per portare messaggi, sfruttando alcune loro enormi abilità di “viaggiatori” e finendo in molti casi colpiti dal fuoco “nemico”.

Neppure i cani vennero risparmiati: sia nella prima che nella seconda guerra mondiale vennero arruolati a forza, presi, forse meglio dire sottratti, dovunque tanto che si parlava di leva, obbligatoria, per essere impiegati per il trasporto di feriti, addestrati a cercare i morti, a trasportare masserizie varie. Ma spessissimo trasformati in bombe viventi: legati a cariche esplosive venivano spinti contro reticolati dove venivano fatti esplodere. Nella seconda guerra mondiale, addestrati a ricevere cibo solo sotto i cingolati, venivano lasciati a digiuno di modo che poi, affamati, fossero pronti ad andare sotto i cingolati nemici e lì fatti esplodere. In quello che pare estremo spregio, venivano chiamati cani suicidi, nonostante di certo nel loro comportamento non vi fosse alcun intento suicidario, ma solo la spinta ad obbedire agli ordini, inconsapevoli della fine a cui erano destinati. E un pensiero dolente va ai bambini e alle bambine a cui in tempi recenti abbiamo saputo essere stata inflitta sorte simile in Iran, Nigeria, Irak, Afghanistan: venivano chiamati martiri, attribuendo anche a loro un’intenzione autodistruttivo quasi fossero portatori di una scelta consapevole di autoimmolazione: in realtà vittime del buio della ragione, che oscura drammaticamente l’etica dei nostri tempi.

Cani suicidi e bambini martiri sono mistificazioni linguistiche funzionali ai mandanti per deresponsabilizzare sé stessi: e sono spaventosi esempi di come i più fragili e deboli, umani e nonumani, siano le vittime prescelte per le azioni più devastanti. Senza dimenticare i soldati delle prime linee, costretti a lanciarsi contro una morte certa: tanto poi, ci sarà sempre una medaglia, consegnata alla famiglia al suono toccante dell’inno nazionale, a certificare come valore e sacrificio la trappola mortale in cui hanno dovuto abbandonare la loro giovane vita.

Amicizie interspecifiche sbilanciate

In tutto questo va sottolineato un particolare fenomeno, testimoniato da foto e diari risalenti soprattutto alla prima guerra mondiale, guerra di trincea, quindi stanziale. Si tratta del ruolo amicale che molti animali, cani, cavalli, muli, finirono per assolvere, ruolo importantissimo per i soldati che vivevano una situazione di estrema drammaticità, paura, solitudine, lontananza dagli affetti. Gli animali erano in grado di sollecitare sentimenti di tenerezza, preziosissimi in mezzo alle carneficine dove ogni briciolo di umanità sembrava perduto ed era l’animalità a rintracciarlo: insomma, presenze vitali anche in termini di sostegno emotivo, capaci di creare. forti legami in una sorta di affratellamento interspecifico. La presenza di un animale, a cui dedicare affetto e cura, agiva come antidoto alla disperazione e alla paura e restituiva ai soldati il senso della propria umanità, sopravvissuta nonostante l’abbruttimento quotidiano. I soldati percepivano l’enorme distanza tra l’innocenza delle bestie e la crudeltà degli uomini; e questa consapevolezza permetteva loro di lasciare a volte emergere, nei confronti dei nonumani, quella affettività e quelle emozioni, che la paura di esporre la propria fragilità bloccava davanti agli altri uomini. I diari arrivati fino a noi parlano, per esempio, del dolore di un ufficiale per la morte di una cagnetta, dolore che emergeva più facilmente dell’angoscia per la morte collettiva degli uomini. O di chi affermava non esserci cosa che tocchi il cuore come la visione di una bestia morente o ferita mortalmente: davvero lancinante se si pensa che questa sensibilità trovava modo di emergere dal profondo nel mezzo delle peggio carneficine umane. Si trattava davvero di una forma di lutto per la morte di una proprio animale, a cui solo oggi, a distanza di un secolo, finalmente si comincia a concedere diritto di cittadinanza.

Favola bella, davvero: ma senza happy end: al termine della prima guerra mondiale, per esempio, molte centinaia di cani furono abbandonati sull’Adamello, nel momento. della dispersione dell’esercito. Non solo abbandonati, ma addirittura lasciati legati alla catena e quindi condannati ad una morte lenta e atroce. Sarebbe bello poter pensare ad un evento isolato, ma in realtà la stessa dinamica abbandonica aveva avuto luogo in Libia nel 1912: i cani furono abbandonati sul suolo africano quando i soldati italiani se ne andarono: e la loro sorte può solo essere immaginata. E niente da relegare ad un passato lontano da dimenticare, visto che, negli anni ’70, furono le truppe statunitensi ad abbandonare in Vietnam i 5.000 cani usati nel corso della guerra.

Certo: si tratta di comportamenti da contestualizzare tenendo conto della drammaticità dei momenti, ma sono comunque significativi del totale disvalore attribuito agli animali: quello che si stava facendo era lecito, non comportava il rischio di alcuna sanzione, nemmeno morale, ad eccezione, si può immaginare, del senso di colpa di almeno alcuni soldati. Di certo il legame era stato forte, ma la sua forza non aveva mai la meglio sul dovere di obbedienza agli ordini superiori né tanto meno sulla disperazione della fuga.

Spaventosi prezzi preventivi

Agli animali, prima e durante le guerre, sono stati inflitti anche trattamenti davvero impensabili, tra i quali vale la pena ricordare quello noto come olocausto dei pets del 1939: nei giorni successivi alla dichiarazione di guerra, in una Gran Bretagna in cui l’affetto per i propri pets era già molto diffuso, tanto che esistevano cliniche veterinarie e negozi per la loro toelettatura, vennero soppressi circa 750000 animali cosiddetti d’affezione, animali e gatti soprattutto: il governo aveva diffuso non ordini, ma consigli del tipo che, se non si potevano evacuare gli animali, era meglio sopprimerli, perché avrebbero sofferto per mancanza di cibo o a causa di bombardamenti. Furono moltissime le persone che aderirono alla richiesta tanto che si videro lunghe file fuori dagli studi veterinari dove gli animali venivano portati per essere soppressi. Si trattò di una reazione di massa dettata dalla paura, dalla forza della propaganda, dalle condizioni di guerra, che non mancò poi di causare sensi di colpa e vergogna.

Qualche cosa di analogo, in qualche modo ancora più tragico, ebbe luogo a Tokyo nel 1943, quando il governo giapponese ordinò alla popolazione (questa volta non si trattò di un consiglio, ma di un ordine) di uccidere tutti gli animali domestici, facendolo personalmente oppure consegnandoli alle autorità: il provvedimento fu giustificato con la carenza di cibo e il pericolo che gli animali spaventati dai bombardamenti potessero costituire. Fu un evento molto impopolare e traumatico, alla base del quale agiva un clima di sacrificio, il richiamo delle autorità alla necessità che in tempo di guerra tutti dovessero essere pronti a pagare un prezzo personale, si trattasse di umani o nonumani. Al di là della crudezza della decisione, non si può non sottolineare il divario tra la normale svalutazione degli animali e la loro mancanza di diritti, e l’improvvisa equiparazioneagli umani quando si trattava di far pagare colpe non commesse, attribuendo loro un’etica normalmente disconosciuta.

Gli zoo: contesti di un pericolo specifico

E poi ci sono gli zoo, che meritano un discorso a parte perché sono una realtà a parte. Se nel passato erano popolati da animali esotici, orgogliosi bottini di guerra, vanto dei vincitori, di cui erano lì a testimoniavano la supremazia, anche ai giorni nostri celebrano il dominio dell’essere umano su tutte le altre specie, ingabbiati o comunque reclusi come sono. Allo scoppio delle guerre, quando il cibo scarseggia e si fa reale il pericolo che gli animali impazziti di paura scappino e terrorizzino la popolazione, l’orgoglio di esibirli lascia velocemente il posto a soluzioni ben più pragmatiche: evacuare i pochi che è possibile evacuare, arruolarne alcuni (per esempio elefanti) e uccidere tutti gli altri, spesso poi trasformandoli in cibo.

Tanti i luoghi dove la storia si è ripetuta: per esempio lo zoo di Berlino, dove a salvarsi furono solo 91 dei 3.000 lì rinchiusi nel corso della seconda guerra mondiale. O quello di Varsavia, reso celebre da un film del 2017, La signora dello zoo di Varsavia.

Ma descrizioni sconvolgenti che rendono conto dell’atrocità insita in queste situazioni si trovano in un piccolo pressoché sconosciuto libro dal titolo magnetico, Questa vita tuttavia mi pesa molto, di Edoardo Franzosini, che descrive il massacro pianificato e scrupoloso nello zoo belga di Anversa nell’agosto del 1914, ordinato dalle autorità che stabiliscono che tutti gli animali dello zoo debbano essere uccisi nel giro di 48 ore. Già gli orsi erano stati eliminati perché la loro mole così interessante in altri momenti si era già trasformata in ingombro. Poi la “spaventosa faccenda”, come la chiama Franzosini, viene affidata all’efficienza di un plotone di esecuzione di 50 uomini, armati di fucile Mauser a ripetizione con baionetta innestata. Si comincia dagli uccelli, che, alla vista dei soldati, strepitano impazziti e sbattono contro le reti delle voliere. Riempiono l’aria i colpi dei fucili, ma anche le grida inutili degli uccelli, il rumore dei loro becchi contro le reti delle voliere, senza che ci sia scampo per nessuno. È poi la volta dell’elefante alla cui morte provvedono dieci sodati disposti su due file, davanti quelli inginocchiati e dietro quelli in piedi perché lui, poverino, non riesce a morire. E si procede con tutti gli altri, usando per le antilopi solo la baionetta, perché con loro è facile. Non ci risparmia, Franzosini, l’agonia di molte ore del rinoceronte e finalmente la sporca vicenda si conclude con le scimmie, lasciate per ultime, forse perché la loro somiglianza con gli umani non facilita il compito. La carneficina portata a termine con precisione risulta una sorta di anteprima di quella che proseguirà per anni nelle trincee dove a non avere scampo saranno milioni di esseri umani.

Se questo è un racconto del passato, è facilmente applicabile al presente solo modificando le coordinate geografiche, per arrivare per esempio allo zoo di Baghdad in Irak, dove dei 700 animali ne rimasero in vita poche decine, a cui fu dedicato grande sforzo per guarirli dai traumi subiti.

Come risaputo, la storia insegna, ma gli studenti non imparano: finita la tragedia con la morte terribile di ogni animale, a nessuno si affacciò alla mente che gli zoo fossero da chiudere perché luoghi di prigionia e ingiustizia, pronti ad esplodere nei momenti di difficoltà. Anzi: ancora oggi la cronaca rimbomba di situazioni al limite del grottesco: giusto nel marzo scorso, 10 babbuini sono stati uccisi nello zoo di Zurigo, perché il loro numero è stato giudicato troppo elevato rispetto al gruppo dei loro conspecifici e quindi in grado di innescare una dinamica di gruppo instabile nel clan di 48 animali. Anni prima, era il 2014, aveva indignato l’opinione pubblica l’uccisione, nello zoo di Copenaghen, del giraffino Marius, di soli 18 mesi, anche lui con l’unico torto di essere in sovrannumero rispetto alle esigenze dello zoo. Non mancò in quel caso l’ulteriore spregio di sezionarlo pubblicamente e darlo in pasto ai leoni, davanti ad un pubblico anche di bambini. L’aver parlato le autorità di intento educativo non può che lasciare basiti.

Stessa sorte per i più diseredati

Tantissimi sono gli animali che rimangono sotto le macerie insieme agli umani; quelli feriti che non hanno modo di essere curati, quelli che muoiono per mancanza di cibo, allo stesso modo di cani e gatti portati nei rifugi e lasciati anche loro lì a morire di fame e di sete.

Un’intervista contenuta nel libro inchiesta Ragazzi di zinco, di Svetlana Aleksievic, premio Nobel per la letteratura 2015, che ha ripercorso la guerra dei russi in Afghanistan (1979-1989) nel racconto dei reduci, riporta la testimonianza di un soldato che ricorda come gli animali non venissero risparmiati nemmeno dalle rappresaglie: come quando fermata una carovana che trasportava armi, gli uomini vennero messi da una parte, asini e muli dall’altra e tutti aspettarono la morte in silenzio. Fino a quando le urla di un asino ferito gli attraversano le orecchie e il cuore. Oppure il sogno che perseguita come un incubo un altro reduce che risente i lamentosi guaiti dei cani cerca-mine. Avevano anch’essi i loro morti e feriti. Erano distesi vicini, morti. Uomini senza gambe. Cani senza zampe.

Come se non bastasse la carneficina quotidiana, non mancano certo gli episodi di animali sottoposti ad angherie di ogni genere, o uccisi appositamente a fucilate o avvelenati nelle strade come spregio alla popolazione: è possibile che vengano volutamente colpiti rifugi, allevamenti, zoo, e stragi effettuate per pura crudeltà in spregio alla popolazione. La crudeltà che è tanto spesso la cifra del nostro rapporto con loro anche in tempo di pace, si amplifica a dismisura in territori bellici dove la violenza sembra essere l’unico possibile modello di relazione, e più che mai legittimata quando tutto intorno è caduta ogni remora morale. Poco da meravigliarsi per altro perché nel corso delle guerre si verifica un black out di tutti i freni morali, dal momento che la ripetizione continua della violenza scatena altre pulsioni oscure, che sfociano in episodi gratuiti contro chiunque, di solito umani, ma perché no anche animali.

La caccia e la guerra: cambiano le vittime, ma non sempre

Come si legge nel libro Il bravo soldato mulo, questa assuefazione alla violenza e alla crudeltà diventa a volte talmente pervasiva che, nei momenti più tranquilli, i soldati decidono di occupare il tempo nelle frequenti battute di caccia, come diversivo, in questo modo trasformando gli animali in ulteriori vittime dell’atmosfera bellica. Si leggono frasi tratte dai diari del tipo “la guerra è una grande avventura, una battuta di caccia in cui le prede, anziché le solite volpi o anatre, erano esseri umani” (pg. 19). ”Frequenti battute di caccia servivano ad occupare il tempo a scacciare la noia e ad arricchire la mensa”. Insomma, il clima di violenza che è la cifra di ogni guerra si espande a dismisura, crea assuefazione, tendenza alla ripetizione, crollo dei freni morali: se uccidere è quello che viene richiesto, lo si fa senza più alcuna remora.

E molto ci sarebbe da argomentare sul confine fragile che separa caccia e guerra, dando alla caccia il significato che le è proprio di attività sadica, fonte di piacere davanti alla sofferenza procurata, esercizio di predominio crudele, altro che attività sportiva, dal momento che è sorretta ed alimentata dal gusto di uccidere provocando prima terrore e poi estremo dolore. Il confine con l’uccisione degli umani è stabilito solo dalle norme sociali che in tempo di pace considerano l’uccisione di un umano attività penalmente perseguibile, quella di un animale un’attività lecita e addirittura piacevole. In tempi di guerra questo confine viene abbattuto. Recenti fatti di cronaca informano come, durante la guerra nella ex Yugoslavia, alcuni cacciatori italiani, stimati professionisti, si siano sentiti autorizzati ad uccidere non più animali, ma uomini, donne e perché no, bambini. Pagando il loro piacere secondo uno sconcio tariffario.

Qualcosa di positivo

In cerca di appigli a un’idea di umanità che è allo sbando, l’attenzione di molti si è concentrata in questi ultimi anni su qualche notizia rassicurante, fornita dai mass media: ha rincuorato per esempio sapere dell’impegno e dell’abnegazione di associazioni e volontari (un nome per tutti quello di Andrea Cisternino rimasto in Ucraina per non abbandonare il suo rifugio dove ospita ancora oggi centinaia di animali), che dall’inizio della guerra stanno facendo il possibile per prestare loro soccorso, cercando di fornire cibo e di curare i feriti, a rischio della propria stessa vita. E hanno emozionato i filmati di gente costretta a fuggire dall’Ucraina come da Gaza portando con sé il proprio cane o il proprio gatto. Testimonianza di una nuova visuale che include nel concetto di famiglia anche i nonumani che quindi finiscono per farne parte a tutti gli effetti:

Il fenomeno ha colpito l’opinione pubblica per la sua ampiezza, e perché, ci dicono gli storici, non se ne era avuta testimonianza nelle disperate occasioni di guerre precedenti. Certo, come fenomeno degno di considerazione è vero, ma se si va a ricercare nelle esperienze individuali si scopre che c’è qualcosa di antico al suo interno,c’è qualcuno che ha sperimentato in anteprima la disperazione dell’abbandono del proprio cane o del proprio gatto, quando ancora non era possibile parlarne perché si trattava di un amore non riconosciuto, a cui non concedere diritto di cittadinanza, di cui quasi vergognarsi nel teatro di assoluta oscenità bellica. Se ne trova una struggente testimonianza in un docufilm di pochi anni fa dal titolo più che emblematico, “Not a time for children”, Non è un tempo per bambini: una donna molto anziana in una Ukraina dalle immense sofferenze storiche, ripercorre tutte le atrocità viste nel corso della sua storia personale a partire dall’inizio della seconda guerra mondiale nel suo paese. Ma una disperazione incontenibile la invade nel momento in cui racconta della fuga della sua famiglia sui carri, mentre il loro cane Rex cercava faticosamente di seguirli correndo, e lei e il fratellino imploravano inutilmente il padre di portarlo con loro: lei vede Rex investito e ferito che piange sdraiandosi a morire ai lati della strada: dopo 70 anni e le tante ignominie viste e subite, mai più ha provato una disperazione altrettanto potente, un dolore così assoluto. Quello che oggi in molti cercano di fare, anche perché sorretti da una cultura, un senso comune che lo autorizza e lo apprezza, probabilmente è sempre esistito senza essere riconosciuto ed è stato forse appannaggio della fascia delle persone più inascoltate: i bambini, che, con la perdita drammatica del loro animale, hanno vissuto traumi di enorme impatto, per quanto non riconosciuti.

Ritornando all’attuale situazione delle guerre di cui sappiamo, questa è però solo una piccola parte della realtà: enorme è il numero degli animali che sono stati abbandonati da chi fuggiva e spaccano il cuore i video dei cani che si aggiravano nei pressi delle stazioni ferroviarie ucraine: restano probabilmente in attesa dei loro compagni, che dalla stazione sono partiti per chissà dove. Un po’ come aveva fatto il cane Hachico nella storia vera divenuta poi un film, interpretato da Richard Gere, cane che resta per anni fuori dalla stazione dove ha visto entrare per l’ultima volta il suo compagno umano.

Morte degli animali quali danni collaterali

Davvero scarsa attenzione si è dedicata alla morte di molte migliaia di delfini nel Mar Nero, a causa dei sonar militari utilizzati da navi e sommergibili russi, che danneggiano il loro udito: loro si disorientano, si schiantano contro le rocce, non riescono più a cercare cibo. È la loro morte, ma contestualmente la distruzione dell’intero ecosistema del Mar Nero.

È la modernizzazione delle guerre, che continua a servirsi degli animali come strumenti sacrificabili, modificandone i modi. Tanto per esemplificare, si continuano a usare i cani perché in grado di percepire gli IED (Improved Explosive Device), bombe artigiane usate per esempio nelle guerre cecene. Sono ancora i cani ad essere costretti a lanciarsi col paracadute da altezze di 5.000 metri, con buona pace delle loro caratteristiche etologiche. E vale la pena pensare al cane da guerra Cairo, un belga Malinois, l’unico nome ricordato e omaggiato dal presidente Obama alla base militare di Fort Campbell (6 maggio 2011) nel suo discorso di ringraziamento al commando degli 81 membri dell’unità segreta Seal Team Six, che uccise Osama Bin Laden.

Senza tutela

Di fatto, per quanto poco o, ahimè, per nulla applicata, per gli umani esiste la Convenzione di Ginevra che si occupa della protezione delle fasce deboli nel corso delle guerre, ma non contiene nessun riferimento al dovere della protezione dei nonumani, che non rientra nel DIU, Diritto Internazionale Umanitario. Ad oggi non esiste tutela alcuna nei loro confronti: si contano e talvolta si piangono le vittime umane, ma a quelle animali non viene dedicato interesse alcuno: chi saprebbe dire quanti maiali, quanti cani, gatti, vitelli, delfini, galline… sono morti fino ad oggi in Ucraina, a Gaza, in Libano…? Ma più semplicemente: quanti di noi si sono posti questa domanda? E ancora: a quanti interessa la risposta?

Se in tempo di pace un lungo percorso, nel mondo occidentale, ha portato a riconoscerli come esseri senzienti e la strada scientifica è aperta al loro riconoscimento quali esseri dotati di autoconsapevolezza, ogni progresso etico viene spazzato via in tempo di guerra, quando di loro si può fare e si fa di tutto. Muoiono senza essere citati né contati, sono trattati alla stregua di cose, non c’è spazio alcuno per il riconoscimento della loro smisurata sofferenza né gratitudine per l’aiuto che costantemente forniscono agli umani. Per loro non c’è spazio nelle cronache quotidiane, nei reportage. Sotto gli occhi di tutti è solo la sorte di alcuni che vengono ripresi in quanto la macchina da presa li inquadra vicino agli umani: è il caso per esempio degli asini di Gaza, che è impossibile non vedere nei servizi che mostrano le persone in fuga con le loro povere cose: è impossibile non vederli, ma possibilissimo non notarli. Sono lì, ridotti a sagome scheletriche e costretti a tirare carretti strapieni di gente e di cose: la loro sofferenza non è certo inferiore a quella delle persone, ma è disconosciuta, nonostante sia lì ad urlare un dolore non meno grave di quello degli umani. In questo vuoto percettivo è risultato fortemente apprezzabile il commento di Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia (Skytg24; 31 luglio 2025) in un suo collegamento da Gaza. Raccontando le inenarrabili miserie umane, ha commentato dicendo anche “Gli asini, poverini, stanno morendo di fame anche loro come i bambini”: lui, persona da sempre impegnata in difesa dell’infanzia tradita, umiliata, offesa, in mezzo allo strazio di bambini, donne, anziani, è riuscito a vedere anche lo scempio e il dolore degli altri animali. E su di loro ha espresso uguale pena. Ha avuto il coraggio di dire ciò che chiunque, non obnubilato dalla cronica convinzione che solo noi umani contiamo, potrebbe e dovrebbe dire, perché l’empatia, per essere tale non può conoscere confini di specie. E invece la sua voce si è alzata in mezzo al silenzio tombale che avvolge la vita e la morte degli altri animali: nella devastazione bellica come approdo finale di comportamenti e convinzioni incistate nel quotidiano dei più.

Vale la pena ricordare che in Hyde Park, a Londra, esiste l’Animals in War Memorial, inaugurato nel 2004, quale omaggio ai milioni di animali impiegati nelle guerre combattute da britannici e alleati. L’iscrizione è They had no choice, Non ebbero scelta. Non è molto un monumento per ripagare delle tragedie a cui si riferisce ed è davvero troppo poco se il suo obiettivo è una sorta di tardivo riconoscimento lavacolpe. Ma la scritta è fondamentale nel sancire, al di là di ogni retorica, la nullificazione di ogni possibilità di scelta da parte degli animali, in guerra, ma anche in pace. L’unica possibilità resta sperare, pur al di là di ogni razionalità, nell’esistenza di un Paradiso ad hoc perché, dice un bambino napoletano nel libro cult Nessun porco è signorina, quando andranno in Cielo, Dio gli domanderà scusa di averli creati. Perché lanciarli in una vita di spasmodico insopprimibile dolore non può essere ascrivibile che ad imperdonabile leggerezza.

Il confronto vantaggioso

Nella grande rimozione delle vittime animali di ogni guerra entra in gioco prepotentemente un meccanismo difensivo ben conosciuto, quello del confronto vantaggioso, più noto con l’espressione di benaltrismo, che ci permette di esasperare tutte le forme di abuso sugli altri animali, che commettiamo senza neppure sentirci in colpa, di indignarci. Si confrontano situazioni oggettivamente gravi con altre considerate peggiori dal pensiero comune: il mantra è con tutto quello che succede, c’è ben altro di cui occuparsi. Quindi se gli umani vengono feriti, uccisi, deportati, torturati, sottoposti a violenze oscene, se i bambini vengono resi orfani, perdono gambe o braccia, se si lanciano bombe sulle scuole e gli ospedali di certo non è il momento di occuparsi degli animali. Insomma si traccia una gerarchia delle ingiustizie. Si tratta di un meccanismo pericoloso perché induce a compiere o a tollerare tantissime situazioni in cui il male viene inflitto senza neppure provare sensi di colpa: si sdoganano le peggio ingiustizie, senza opporvisi, inserendole nel registro delle cose poco importanti, bagatellare se confrontate a quelle cosmiche. Bisognerebbe finalmente riflettere che nessuna ingiustizia ne giustifica un’altra: nessuna crudeltà viene cancellata da un’altra, ma ad essa si somma rendendo il mondo un luogo ancora un po’ peggiore. Mondo, che, trasformato in un inferno per gli animali, dovrebbe essere una faccenda non da minimizzare né tanto meno ignorare, ma da farci interrogare a fondo sulla nostra stessa essenza e indurci ad affrontare alla radice il tema della violenza.

Poco da meravigliarsi dello stato delle cose, dal momento che gli animali nonumani sono le vittime predilette di questo meccanismo anche in tempi di pace: meccanismo a cui attinge a piene mani anche la politica sempre impegnata in compiti alti, che le consentono di non dovere neppure giustificazioni alla propria inerzia in materia di tutela animale.

Che fare quindi? Il contagio della violenza e del male

Inutile dire che non esistono ricette miracolose, perché l’unica soluzione possibile dovrebbe essere cercata all’interno di modificazioni che coinvolgano tutto il contesto culturale. Bisognerebbe prendere atto che la regolare violenza praticata sui nonumani, che è la cifra della nostra abituale relazione con loro anche in tempo di pace, è il primo grande tassello di quella cultura che, nelle sue forme più estreme, arriva a quella praticata nel corso delle guerre. Fortemente esplicative sono le parole dello psicologo canadese Steven Pinker, il quale in un mastodontico studio su questo argomento (Il declino della violenza) nella pagina di apertura scrive che, se vogliamo capire il perché della violenza, la dobbiamo studiare non a spot, quindi non solo nelle sue singole manifestazioni, ma nel suo percorso formativo. Dice testualmente dalle sculacciate ai bambini alle dichiarazioni di guerra tra le nazioni: vale a dire facendo inizio da quelle considerate in genere accettabili quando non addirittura raccomandabili. Correggerei l’affermazione mettendo all’origine, ancora prima delle sculacciate ai bambini, la violenza sui nonumani perché ancora più indifesi dal momento che non possono neppure contare sullo scudo protettivo delle leggi. Per altro era il 1884 quando George Angell, presidente della Massachussets Society for the Prevention of Cruelty to Animals, accusato di occuparsi troppo degli animali quando c’era tanto da fare per le persone, rispondeva categoricamente: Io lavoro alle radici. Alle radici del problema della violenza.

I grandi pacifisti

Questa tesi è collegabile al pensiero dei grandi pacifisti: Aldo Capitini (1899/1968), considerato il Gandhi italiano, arrivò a dire che è l’abitudine all’uccisione costante e senza tregua degli animali il brodo di cultura delle guerre. Decise perciò di diventare vegetariano nel 1932, mentre cominciavano a soffiare venti di guerra, nella convinzione dichiarata che, se si fosse imparato a non uccidere gli animali, a maggior ragione si sarebbe risparmiata l’uccisione di uomini.

Sulla stessa linea è la posizione di altri pacifisti, Gandhi, Toltstoj, Terzani, Marcucci, Scweitzer, convinti che il rifiuto della guerra, non nasce improvvisamente, ma si nutre di un atteggiamento solidale, non predatorio con tutti gli altri, umani e nonumani, e coinvolge tutti gli aspetti della vita individuale e sociale.

Modificare lo status della vittima

Se non siamo certo in grado di capire cosa fare per arginare le guerre, in buona compagnia nella nostra impotenza con le menti più geniali quali Albert Einstein, Sigmund Freud, Bertrand Russell, in questo contesto molto più modestamente possiamo provare a pensare a quello che è possibile fare almeno per intralciare l’immensa silenziosa vittimizzazione degli animali nonumani, soldati inconsapevoli e vittime dimenticate di ogni guerra. Il cuore del problema pulsa nella convinzione di essere noi padroni e signori di vita e di morte, autorizzati e addirittura richiesti di esercitare a nostro piacimento questo potere. Solo se e quando ci decideremo di restituire agli animali il loro posto nel mondo, accanto e non sotto di noi, si potrà ambire a ristabilire un equilibrio oggi fatto a pezzi, di cui è figlia tutta l’attuale situazione.

Situazione, ahimè, ancora ben sintetizzata in affermazioni lapidarie quali quella di Josè Saramago, premio Nobel per la letteratura 1998, che intitolando una sua autobiografia Questo mondo non va bene, auspica e invoca che ne venga un altro. E di uno scrittore come Jim Mason che intitola un suo sconvolgente libro Un mondo sbagliato. E si potrebbe continuare con Cesare Pavese che, per bocca di Nuto, personaggio del suo capolavoro La luna e i falò dice Il mondo è malfatto e bisogna rifarlo. Insomma: Mi fa male il mondo, per dirla con Giorgio Gaber

La situazione di questi ultimi anni sembra davvero negare ogni possibilità all’ottimismo, vista l’enormità dei cambiamenti che sarebbero necessari. Ma ogni singolo individuo ha il potere di fare la propria parte: scandalizzarci del trattamento degli animali in guerra non ha senso se continuiamo a fare di loro quello che facciamo in tempo di pace. Perché, con le parole di Louise Michel dai nostri tempi maledetti verrà il giorno in cui l’uomo cosciente e libero non torturerà più né il suo simile né le bestie. Per questa speranza vale la pena attraversare l’orrore della vita.

da qui

domenica 23 novembre 2025

L’abitudine alla guerra - Annamaria Manzoni

Quello che sta succedendo a Gaza ormai da due anni, e che non pare affatto interrotto da un accordo di pace già declassato nei fatti a flebile tregua, in Ucraina da oltre tre, le pur scarsissime notizie che filtrano dalle altre decine di luoghi del pianeta, trasformati in zone di guerra spaventose, Sudan e Nigeria in testa con gli stermini di massa che li abitano, stanno incidendo progressivamente anche sul nostro modo di sentire e reagire, sul nostro psichismo, vulnerabile a ogni esperienza, vissuta anche solo da testimoni: le reazioni iniziali sono state di incredulo sgomento, di sbigottimento davanti alle cronache quotidiane di massacri, agli spazi dei media invasi da realtà che pensavamo appartenere a tempi spazzati via da una inarrestabile civilizzazione, marcata dalla ricerca dell’universalizzazione dei diritti. I meno giovani di noi, cresciuti immaginando e vagheggiando, sull’onda di canzoni divenute inni e miti, “un mondo senza ragioni per uccidere né per morire, un mondo senza confini né avidità, nessun paradiso da guadagnare né inferno da temere, nessuna religione ad imporre dogmi,” eravamo davvero persuasi che, se di sogno matto si trattava, era un sogno bello da sognare, e forte tanto da generare azione.

Il risveglio da quello che si sta rivelando essere stato uno stato soporoso, di ottundimento o di colpevole ingenuità, in cui il desiderio è stato scambiato per realtà, è stato brutale. Innegabile che i decenni appena trascorsi fossero stati carichi di indizi, lì pronti da cogliere se solo lo si fosse voluto: parole quali giustizia, solidarietà, diritti andavano sempre più scansandosi per fare largo a individualismo, indifferenza, competizione, che per le nuove generazioni diventavano il brodo di coltura per una diversa idea di mondo.

Ma ancora nulla a che fare con l’idea di guerra, ripudiata dalla Costituzione, ma soprattutto rifiutata dai giovani totalmente insofferenti anche a quel servizio militare preparatorio al suo svolgersi, obbligo insensato che chi poteva rifuggiva poco nobilmente provando ad imboscarsi e molti altri, più coscienziosamente, a preferirvi il servizio civile, che un senso condivisibile ce lo aveva. Make love, not war era diventato il mantra esibito gioiosamente non solo in oceaniche manifestazioni, ma anche su onnipresenti spille e autoadesivi: infine tanto interiorizzato e normalizzato da non necessitare nemmeno più di essere ribadito. Imparare a imbracciare un fucile, magari strisciando su terreni dissestati, zaini zavorrati in spalla, era ormai considerato un esercizio di machismo, da lasciare a chi ne aveva bisogno per compensare scarsi livelli di autostima, ma capace solo di sottrarre tempo alle bellezze della vita.

Sembrava strada senza ritorno. Eccoci invece catapultati in scenari prima appannaggio esclusivo di quei film di guerra, visti dalla postazione rassicurante di una poltrona cinematografica o dal divano di casa: tutto si risolveva in un paio d’ore di ansia adrenalinica, eccitante intervallo tra più o meno confortanti tran tran da vita civile, magari un po’ noiosa, ma di certo rassicurante.

I droni

Poi, quasi senza preavviso, le cronache quotidiane hanno cominciato a parlare un linguaggio esondante di massicci attacchi, linee del fronte, difese aeree, offensive finali, piogge di missili, esplosioni, raid…, mentre i droni, oggetti ancora sconosciuti a molti, entravano di prepotenza nel nostro vocabolario, provocando prima sorpresa e ben presto progressiva abitudine.

Molto più drammatico è stata convivere con le immagini, tanto più universali delle parole, perchÉ capaci di scatenare un impatto emotivo dirompente anche quando ci sfilano davanti solo per pochi secondi. I nostri occhi e di conseguenza la nostra mente sono andati registrando il dilagare sugli schermi di uomini trasformati da mitra, bombe a mano, kalashnikov: da esseri umani a macchine da guerra, spaventose e ferali. E poi scenari di edifici rovinanti al suolo a trasformarsi in cumuli di macerie; città in frantumi; fumo ad annerire il cielo.

Ancora niente a confronto della straripante disperazione umana: bambini sporchi e disperati a piedi nudi tra le macerie con fratellini più piccoli sulle spalle, che al microfono di chi prova a farli raccontare, rispondono per esempio, con un sorriso mite, che la cosa più brutta è quando di notte piove e i materassi sono tutti bagnati: orrido atto d’accusa verso il mondo adulto. E poi fiumane di gente spossata che si trascina verso chissà dove, bende su corpi feriti, lenzuola ad avvolgere cadaveri di ogni dimensione.

E il dolore misconosciuto di altri esseri, gli asini, fantasmi pelle e ossa obbligati a trascinare pesi immensi e ci si chiede come possano farlo e speriamo manchi poco perché stramazzino a terra verso l’unica liberazione a cui possano aspirare, quella fornita dalla morte: senza il debole sostegno di cui almeno gli umani possono godere abbracciandosi gli uni agli altri. Loro no: in totale solitudine, lontano anche dal conforto di un’ultima carezza che consoli una briciola del loro immeritato martirio.

Cancellare tutto con un click

Noi, testimoni involontari e lontani, abbiamo reagito ognuno a modo proprio, nel tentativo di mitigare lo spettacolo spaventoso che l’umanità, a cui apparteniamo, dà di sé: i più coraggiosi sono partiti per provare ad offrire aiuto, tantissimi hanno manifestato, scritto, raccolto aiuti.

Anche altro sta però succedendo: una sorta di stanchezza per la quotidiana informazione sulle tragedie in atto, che hanno il grande pregio di poter essere cancellate con un click del telecomando o sulla tastiera. E sparire dai nostri pensieri. Così da una parte ci sono quelli che non si possono sottrarre alla tragedia e noi, che ci indigniamo, ma ne possiamo annullare anche solo la percezione perché troppo dolorosa. Non è certo la prima volta che succede: basta pensare ai naufragi a poche miglia dalle nostre coste e alla morte in mare di decine, a volte centinaia, di persone alla ricerca di una vita vivibile. Anche in quel caso lo sgomento dei primi tempi, alimentato anche da puntuali cronache e filmati, si è via via affievolito: relegato a trafiletti sulle pagine interne dei giornali, a informazione di pochi secondi dalle televisioni, ha finito per essere bypassato dalla nostra attenzione e soprattutto dalla nostra compassione e solidarietà. Tutto normalizzato nella sua ripetitività. È una realtà molto preoccupante perché “a tutto ci si abitua” significa che basta un po’ di pazienza e poi tutto quello che è insopportabile diventa accettabile.

Volendo essere un po’ meno severi verso noi stessi e la nostra pericolosa adattabilità al peggio, è giusto ricordare che non sempre si tratta di indifferenza e cinismo: è invece vero che quella che appare come colpevole desensibilizzazione è a volte figlia di compassion fatigue, di un esaurimento, alimentato dall’esposizione prolungata alle sofferenze altrui, in cui ci si identifica empaticamente, ma che si è impotenti a modificare. Se quella sofferenza viene assorbita, può travolgere e sottrarvisi appare l’unico modo per rimanere integri. E allora cambiare canale, leggere altro sull’web perché “non ce la faccio più a guardare”, corrisponde a una strategia di salvezza, certo non esente da sensi di colpa, di inconfessata vergogna, ma comunque salvifica.

L’eliminazione degli alimenti proteici

Non sempre è possibile: le notizie sono a volte talmente forti da bucare come una lama il ghiaccio delle nostre corazze. Arrivano dai luoghi da cui le informazioni sono più frequenti, a partire dal massacro di Gaza. Una di queste riguarda la strategia di Israele per affamare la Striscia, di cui si parla da tempo: prendere per fame è piano indegno, ma non nuovo, come la storia insegna: per restare a tempi non lontani furono i tedeschi a far morire di fame oltre un milione di civili russi tenendo sotto assedio Leningrado per oltre due anni nel corso della seconda guerra mondiale. Ma nulla può competere in orrore con l’Holodomor, devastante piano genocidario ordito da Stalin negli anni 1932/33, quando vari milioni di ucraini furono letteralmente fatti morire di fame, secondo gli storici per perseguire una collettivizzazione forzata e contestualmente reprimere le aspirazioni nazionalistiche dell’Ucraina stessa. Ne dà una descrizione agghiacciante Vasilij Grossman nel suo Tutto scorre scritto tra il 1955 e il 1963, in cui la descrizione di morti individuali restituisce la dimensione di tragedia umana alla valenza storica dei fatti.

Un’inchiesta del Guardian denunciava già mesi fa oltre alla evidente crudeltà anche un intollerabile cinismo da parte di Israele, colpevole di affamare “in modo calcolato” la popolazione palestinese attraverso un preciso controllo delle calorie necessarie alla sopravvivenza, monitorando il divieto di lasciare affluire alimenti proteici per donne e bambini. La notizia è stata ripresa e diffusa a settembre dall’organizzazione umanitaria MUSIC FOR PEACE che ha fatto sapere che, per ordine del COGAT, (organismo che coordina le attività governative nei Territori) i pacchi destinati a Gaza vengono aperti e svuotati da biscotti, miele, marmellata, datteri in quanto proteici e quindi in grado di dare un po’ di forza a una popolazione stremata. Le autorità israeliane hanno calcolato con precisione svizzera quante calorie sono necessarie ai palestinesi per sopravvivere e conseguentemente autorizzato l’ingresso nella Striscia di quantità inferiori. Il Guardian cita un precedente già nel 2006, quando un collaboratore dell’allora premier Olmert disse: “Mettiamoli a dieta senza farli morire”. Ma neppure il solerte collaboratore poteva vantare, tra i suoi pregi, quello dell’originalità. È necessario risalire ancora un po’ a ritroso la corrente del tempo per imbattersi in un altro precedente, il famigerato programma AktionT4: attuato dal regime nazista in centri situati in Germania e in Austria ufficialmente tra il settembre 1939 e l’agosto 1941 (proseguito in forma clandestina fino al termine della guerra), prevedeva l’uccisione sistematica di persone “indegne di vivere” perché affette da disabilità fisiche o mentali, considerate gusci umani vuoti. Ufficialmente si parla di 70.000 morti forse, 250.000/300.000 se si estende la ricerca alle fasi clandestine. Ne fa una tragica ricostruzione il film Nebbia in agosto (2016), sulla storia vera del tredicenne Ernst Lossa, che ne fu vittima, film che bene ripercorre la minuziosa tecnica della riduzione delle calorie nei cibi quale strategia di uccisione silenziosa, attuata da medici, solerti esecutori degli ordini hitleriani, con la loro scienza al servizio del Male, quello con la M Maiuscola.

Il confine tra carnefici e vittime

Insomma una delle forme più subdole di sterminio burocratico, che Israele riprende, traendone ispirazione proprio da quelli che furono i suoi persecutori. Un altro tassello da prendere in considerazione quando ci si interroga su come sia possibile passare dal ruolo di vittime a quello di carnefici. Domanda a cui forse ha già dato risposta Primo Levi nel suo I sommersi e i salvati in cui rifletteva su come il confine fra carnefici e vittime non sempre sia netto e si possa piuttosto collocare in una zona intermedia, abitata dal bisogno e dalle circostanze, che determinano i comportamenti. E lo fa la riflessione psicologica relativa a come le esperienze possano essere interiorizzate nella loro complessità: non sarà avere subito orrore e ingiustizie a trasformare la vittima in difensore del diritto e dei deboli, se ad essere stato interiorizzato è il rapporto di prevaricazione come stile di relazione. Riproponendolo, sarà possibile mettersi dall’altra parte, quella dell’oppressore.

E poi ci sono i casi in cui infliggere il male non è neppure la conseguenza, per quanto ingiustificabile, di averlo subito. Anzi: proviene da chi dalla vita sembra avere tutto: ricchezza, posizione, possibilità di gestire il tempo come gli pare e piace. E, tra ciò che gli pare e piace ci sono le battute di caccia, dove infliggere dolore e sofferenza fino allo spasimo contro vittime indifese eccita e soddisfa. Ma la sindrome di onnipotenza è così pretenziosa da non ritenersi soddisfatta di obiettivi animali nonumani, bersaglio alla portata di tanti altri compagni di fucile da risultare così poco elitaria. E allora le competenze in tema di abilità e di sadismo si possono meglio esprimere su vittime umane, scelte come capita, ma in osservanza di un tariffario della vergogna. È successo a Sarajevo negli anni tenebrosi dell’assedio dove, sta emergendo, alcuni stimati professionisti si spostavano dalle zone ricche del nord Italia per eccitanti week end all’insegna del cecchinaggio contro i bambini, di certo un po’ costoso, ma ne valeva la pena, se mai pareggiando il conto con vittime meno care, uomini e donne, fino ad arrivare agli anziani, di tanto poco valore da poter essere uccisi anche gratis. Orrore? Vergogna? Sdegno? No, non c’è parola al mondo capace di connotare l’essenza che la ricostruzione dei fatti comporta. Il vocabolario non è stato aggiornato.

Migliaia e migliaia di pagine sono state scritte nel tempo nel tentativo di trovare una spiegazione al perché della guerra e della violenza così ubiquitarie nella storia umana né tanto meno di trovare quale sia la strada per escluderle dal tragitto della storia. Nulla di fatto ad oggi. Anzi. Forse varrebbe la pena approfondire lo strano caso, di cui parla il ricercatore Carl Safina, di una comunità di gorilla divenuta quasi pacifica per mancanza di modelli comportamentali aggressivi dopo la morte per tubercolosi dei maschi adulti. Chi sia depositario di tali modelli è di certo meno netto tra gli umani che non tra i gorilla, ma, una volta allargato il cerchio, una seria riflessione sulle responsabilità dei modelli anche oggi in circolazione sarebbe molto più che un ottimo punto di partenza per modificare lo stato di questo mondo che, semplicemente, è un mondo sbagliato.

da qui

mercoledì 19 gennaio 2022

Gogna e vergogna - Annamaria Manzoni

 

Il 30 dicembre in Cina, a Jingxi, città della provincia meridionale di Guangxi, quattro uomini, accusati di traffico di esseri umani, aggravato dai confini chiusi per Covid, sono stati costretti a sfilare con le mani legate dietro la schiena, ognuno condotto da due persone, che li tenevano per le braccia. Completamenti coperti da tute bianche anti rischio biologico, risultavano comunque riconoscibili da un cartello appeso al collo con il loro nome e la loro foto. Questo ricorso alla gogna, all’umiliazione pubblica quale mezzo di punizione e contrasto al male compiuto, ha avuto una potente risonanza a livello mondiale, ed ha registrato qualche critica persino entro gli stessi confini cinesi, dove il dissenso all’operato delle autorità è per lo meno poco tollerato, tanto per usare un eufemismo: segno che si tratta di una pratica che conserva la sua connotazione particolarmente odiosa, anche nel confronto con tante altre forme di violazione dei diritti umani, che pure in Cina abbondano.

Si tratta di una pratica tutt’altro che indolore, in grado di distruggere l’identità stessa di chi la subisce: le reazioni variano in funzione della situazione e della forza di carattere, e quindi della resistenza psicologica, di chi le sperimenta; ma la sensazione è sempre penosa perché è troppo difficile affrontare la condanna altrui, di quegli altri che appaiono come un tribunale morale, giudici inflessibili, misura del bene e del male, in assenza di avvocati difensori. Lo scopo prefisso non è quello di provocare sensi di colpa portando l’accusato a riflettere su quello che è considerato un cattivo operato, ma di suscitare vergogna. Vergogna che è un’emozione sociale, che dipende dalla riprovazione degli altri: il peso del loro giudizio negativo ferisce la propria immagine, danneggia l’autostima, fa sentire indegni dell’ideale che si ha di sé stessi o dell’idea di sé che attribuiamo agli altri. Si vorrebbe scomparire, si gira lo sguardo e si abbassano gli occhi, come se non vedere potesse magicamente corrispondere a non essere visti.

Nei paesi totalitari, in cui il sistema squalifica non solo chi disobbedisce alle leggi, ma anche chi non condivide il pensiero dominante, il mezzo per contrastare la devianza è anche quello di sottoporre i dissidenti alla squalifica proprio attraverso l’esposizione alla vergogna, alla disconferma pubblica, alla estromissione dal contesto di riferimento, che è invece fondamentale: perché la solitudine, l’isolamento, la non condivisione sono esperienze mortifere.

È più che lecito pensare che l’episodio di cui si parla non sia un fatto isolato: anche se la pratica della gogna pubblica in Cina risulta abolita come forma di punizione da una quindicina d’anni, non avrebbe potuto riapparire improvvisamente se non all’interno di un contesto che è forse capace se non di apprezzarla, almeno di tollerarla. Per nulla secondario è il fatto che la sua abolizione è recente: se ha avuto modo di essere estromessa dal codice penale, è lecito pensare che non altrettanto abbia potuto fare rispetto alle coscienze che non hanno ancora avuto modo di eradicarla dal proprio universo, dove era stata introiettata quale consuetudine, per quanto drammatica. Di certo il suo uso è stato cospicuo in decenni non lontani: dalle maglie della censura, anni fa ne era emersa una drammatica messa in onda all’interno di Vivere, film di Zhang Yimou del 1994 che, ripercorrendo insieme alle sorti di una famiglia i rivolgimenti epocali del paese, proponeva indimenticabili scene sull’esposizione alla pubblica umiliazione di persone cadute in disgrazia durante la rivoluzione culturale. La maschera di sofferenza fisica e mentale del piccolo uomo costretto a correre tra ali di folla insultante rimane potente rappresentazione dello sconquasso fisico e mentale conseguente.

Varie sono le forme di abuso con cui viene costretta a convivere parte del popolo, in una terra dove sono legali pratiche inaccettabili per molti paesi del mondo occidentale, a cominciare dalla pena di morte (con la scandalosa eccezione di Stati Uniti e dall’altra parte del mondo, del Giappone), che in quella terra non solo sopravvive, ma viene eseguita con una frequenza tale da far guadagnare alla nazione il poco invidiabile primato mondiale nel numero delle esecuzioni: Amnesty International ritiene lo si possa affermare con certezza anche in assenza di dati precisi, che non vengono mai resi pubblici in quanto considerati segreti di stato, esattamente come avviene in Corea del Nord, Siria, Vietnam. Talmente segreti che a volte neppure i familiari dei condannati vengono informati dell’imminente esecuzione: lo vengono a sapere solo dopo, a morte avvenuta, a volte in contemporanea con la richiesta di risarcire il costo della pallottola, se l’esecuzione ha avuto luogo tramite fucilazione. Drammatici e rarissimi documentari mostrano poi l’ultimo saluto del condannato al proprio figlio: l’uno deve fare ammissione della propria imperdonabile colpa, e l’altro deve apprezzare la saggezza e l’equità dello stato: viene in questo modo negato persino un ultimo momento di tenerezza e pietà nella condivisione del dolore immenso della morte imminente, sacrificato al dovere di omaggiare lo stato.

La Cina è anche lo stato in cui il controllo demografico attraverso la politica del figlio unico, imperversata tra il 1979 e il 2015, ha significato centinaia di milioni di aborti imposti, di abbandoni di neonate, di vendita o di omicidi delle stesse, in una scempio di cui il documentario One child nation della regista Nanfu Wang (1919; ora visibile su Netflix) è riuscita a dare spasmodica testimonianza; in cui i dissidenti sono trattati alla stregua di criminali; in cui le minoranze etniche subiscono imprigionamenti di massa, torture e persecuzioni, dando vita a centri che la segretaria generale di Amnesty International, Agnès Callamard, ha definito un inferno distopico di dimensioni gigantesche.

Nelle cosiddette democrazie occidentali, siamo lontani anni luce da tutto ciò; ma per quanto ci possiamo sentire assolti, alcune considerazioni non guastano. A partire dal fatto che il “nostro” mondo non gode di verginità al proposito: in epoca medievale il termine gogna definiva addirittura uno strumento ben conosciuto, che immobilizzava il condannato di turno, di solito reo di crimini non gravi, costretto alla pubblica esposizione sulla piazza del mercato per un tempo che poteva essere di ore o di giorni, alla mercè dello sguardo della gente, autorizzata a disprezzarlo e ad infierire su di lui con una crudeltà inimmaginabile. Progressivamente, nei vari paesi, si è arrivati ad una concezione del diritto che proibisce trattamenti degradanti in un’ottica della pena che, almeno teoricamente, non viene più considerata come il mezzo per far pagare il male compiuto con un altro male di uguale intensità, ma percorso rieducativo. “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, recita l’articolo 27 della Costituzione Italiana; e, per quanto la lontananza dalla sua efficace applicazione sia stratosferica, l’assunto di base risulta almeno in parte introiettato dal pensiero comune, nonostante i rigurgiti reazionari siano sempre virulenti.

Il discorso va allargato ad atteggiamenti che solo apparentemente non hanno nulla da spartire con i fenomeni più drammatici: per esempio, non è da sottostimare la diffusione dell’ammonimento Vergognati! frequentemente rivolto ai bambini, vale a dire alla fascia più debole delle persone, che, in funzione dell’età, possono non avere capacità alcuna di una valutazione critica dell’imposizione. L’immagine del bambino, annichilito, occhi bassi, magari in lacrime ben rappresenta la risposta all’emozione penosa e distruttiva della vergogna, sollecitata dalle parole dell’adulto: non valgo nulla, non sono degno, merito di essere svergognato: perché lo dice lui, che è grande, sa tutto, e non può che avere ragione. L’asimmetria della relazione rende il risultato dell’intervento “educativo” scontato. Sono pochissimi i decenni che ci separano dai castighi comminati all’interno delle aule scolastiche attraverso l’esposizione alla pubblica vergogna: staccare un bambino dal contesto della classe e metterlo di fonte ai suoi compagni in situazioni umilianti, come castigo a sue mancanze sortiva l’effetto di farlo sentire inferiore, diverso, isolato: dal punto di vista psicologico una punizione drammatica, capace di colpire nel profondo il senso di identità. Non è difficile ritrovare nei racconti degli adulti richiami ad esperienze di questo tipo che, pur lontanissime nel tempo, conservano tutta la loro potenza devastante, incistate nel profondo come ferite indelebili, presenze ingombranti a inondare con il senso di indegnità l’idea di sé negli anni successivi, talvolta per l’intera vita. L’espressione Pedagogia Nera, che usa Alice Miller nel raccontare i soprusi all’infanzia ne dà lugubre rappresentazione.

E molto ci sarebbe ancora da dire sui riflessi lunghi di un altro tipo di gogna, quella mediatica oggi drammaticamente diffusa: a volte investe giovani e giovanissimi esposti alla derisione dei compagni per vere o presunte fragilità, oppure ragazze consegnate alla stigmatizzazione pubblica attraverso la diffusione di immagini private, in genere a sfondo sessuale; ma anche adulti di cui vengono sviscerati segreti intimi o riservati, allo scopo di degradarne l’immagine. Qualunque sia lo scopo che ci si prefigge, le reazioni possono essere tragiche e a volte oltrepassare di gran lunga le previsioni: la propria immagine in frantumi, il senso di isolamento, la disconferma della propria persona si possono trasformare in forme acute e pericolose di depressione o innescare risposte controaggressive di impensabile violenza, pari a quella subita. Non basta: il suicidio non raramente è visto come l’unica risposta possibile a tanto dolore.

Tutte le pratiche del male hanno un percorso di formazione, da forme considerate tenui, lungo un continuum sempre più drammatico: non sarà mai troppo presto prenderne atto, e riflettere come anche i personali comportamenti di vita quotidiana, per quanto sottovalutati, abbiano un proprio peso specifico nello tsunami autodistruttivo che incombe sulla nostra specie.

da qui

sabato 23 dicembre 2017

UOMINI E ANIMALI VISIONARI E RIBELLI - Annamaria Manzoni

Drapetomania  è un termine che pochi conoscono e poco male che si sia perso, insieme a ciò che letteralmente designava.
 Vale però la pena ripescarlo dalle nebbie in cui si è giustamente dileguato perchè troppo spesso succede che le radici di un passato che ci illudiamo superato sforino  il terreno, magari in un altrove lontano, e l’albero ricresca con il proprio florilegio di nefandezze. Riscopriamo allora che, nel corso del 1851, tale Samuel Cartwright (1793-1863), che di professione faceva il medico e di casa stava negli Stati Uniti, lo ideò per dare nome a  un disturbo mentale, caratterizzato dall’insano desiderio di fuga coltivato dagli afroamericani, schiavizzati sul Nuovo Continente (“…quella fastidiosa abitudine del fuggire, che hanno molti negri…” diceva). Il  tutto per non svolgere il compito a loro affidato che era appunto quello di fare gli schiavi, secondo i dettami biblici che prevedevano, a detta di  Cartwright, che al loro padrone rimanessero sottomessi e quindi non desiderassero andarsene. Non solo i comportamenti, ma anche i desideri, lo sappiamo bene, sono peccaminosi…. 
“Se l’uomo bianco …. mantiene lo schiavo nella locazione che indicano le Sacre Scritture, ovvero la sottomissione, e se il suo padrone o sorvegliante è cortese con lui, ma senza condiscendenza, e allo stesso tempo soddisfa i suoi bisogni fisici e lo protegge dagli abusi, il negro rimarrà ammaliato e non fuggirà. »scriveva in un surreale articolo intitolato “Relazione sulle malattie e le peculiarità fisiche della razza nera” pubblicato sul New Orleans Medical and Surgical Journal, non proprio quindi sul giornalino parrocchiale.
Purtroppo non tutti i padroni erano dotati della necessaria sagacia: alcuni erano francamente un po’ troppo crudeli e non migliori si dimostravano altri, troppo familiari, troppo condiscendenti. Gli uni e gli altri diventavano  responsabili dell’insorgere della malattia, che poteva fortunatamente essere  scongiurata (quando segnali quali una certa rabbia e insoddisfazione  ne avessero denunciato i prodromi)  con una violenta dose di frustate preventive, o, con intervento più radicale, con la rimozione degli alluci, atta a  risolvere definitivamente il problema rendendo impossibile la corsa allo schiavo visionario.
Una teoria del genere, per quanto delirante oggi ci appaia, non viene generata da una mente semplicemente malata, ma si sviluppa su una visione del mondo ad hoc: quella dell’illustre medico si era costruita su  una rappresentazione dei “neri”, dei quali rimarcava, rispetto ai “bianchi”, non solo differenze nel colore della pelle, ma anche altre di tipo anatomico e fisiologico, nel cervello, nella bile, nel sangue. Differenze alla base della loro diversità e della loro condizione naturale di sottomissione , che, se debitamente accettata, poteva mantenere l’ordine naturale delle cose; se respinta, li portava a sentirsi imbronciati e insoddisfatti (!!!), stati d’animo che fortunatamente l’uomo bianco poteva contrastare alle prime avvisaglie dell’insano progetto, come già detto, facendo letteralmente uscire il malumore dal corpo dell’aspirante fuggitivo con adeguata fustigazione
La teoria, contrastata da buona parte della psichiatria ufficiale, fu ampiamente diffusa attraverso la stampa dell’articolo nel sud degli Stati Uniti, dove la guerra civile (1861-1865) sarebbe scoppiata alcuni anni più tardi e il XIII emendamento, che aboliva la schiavitù, sarebbe stato ratificato solo il 6 dicembre 1865: il brodo di cultura in cui il concetto di drapetomania ebbe modo di esprimersi era quindi quello di una società razzista e schiavista. Pleonastico sottolineare che  il termine non abbia da molto tempo diritto di cittadinanza nella comunità scientifica, relegato nell’ambito del razzismo scientifico, che tanti abomini ha saputo produrre.
Ma ci sono elementi degni di riflessione, che debordano dai confini razzisti per entrare in altri a volte meno stagliati: in sintesi si sta parlando di assoggettamento, reclusione e terribile sfruttamento di esseri viventi, dell’incontenibile spinta di alcuni di loro a sottrarvisi a qualunque costo, di repressione violenta, punitiva e feroce di tale anelito e, dulcis in fundo, del suo ingabbiamento  in una categoria patologica, da definire anche nosograficamente grazie ad  un termine che abbia la pretesa di spiegare tutto, evitando che venga dato  spazio a riflessione, approfondimento, o magari anche ammirazione, stupore, empatia, o qualsivoglia altro rispecchiamento. Per altro la storia della psichiatria attesta di quanto questa scienza abbia a volte assunto connotazione non curativa, ma repressiva, prestandosi tranquillamente, per esempio, a rinchiudere in quelle prigioni che erano i manicomi, matti, delinquenti e prostitute, tutti insieme, uniti dal comune denominatore della pericolosità sociale. Luoghi, i manicomi, dove soprattutto isolare il dissenso con l’aggravante di delegittimare dal punto di vista intellettivo ed etico i portatori di istanze non allineate al sistema.  
La drapetomania, quale etichetta diagnostica con cui svilire e al tempo stesso reprimere dissenso e  anelito di libertà, si insinua oggi, non come termine obsoleto e pressochè sconosciuto, ma nel significato di cui è portatrice, in tanti aspetti della vita umana e soprattutto in modo incontestabile  nella vita dei nonumani, quelli a cui in tanti modi diversificati viene tolto ogni spazio di libertà, quelli che vengono sottoposti a sfruttamento e umiliazioni di intollerabile ferocia, a cui viene negata ogni espressione di una vita di relazione gratificante e autodeterminata: schiavi quindi a tutti gli effetti. I luoghi dove questo genere di crimini è  consumato sono eterogenei: a partire da quegli spazi di perdizione che sono gli allevamenti intensivi, passando da circhi e zoo, attraversando i laboratori di vivisezione, i maneggi, e altro ancora, tutte situazioni di detenzione per animali, destinati a un  fine pena mai. 

In moltissime di queste situazioni i nonumani, esattamente come gli schiavi, sono costretti ad una acquiescenza dettata dall’impossibilità fisica della ribellione o da una paura che è terrore, che immobilizza e pietrifica ogni azione, che annienta il movimento in virtù dell’inconscia spinta a scomparire, a non esserci per non subire. Ma da sempre esiste un fenomeno, che un tempo non veniva rilevato, ma che oggi, grazie ad un nuovo interesse dedicato ai nonumani, viene sempre più spesso posto sotto i riflettori. 
E’ quello degli animali che si ribellano, che trasformano oltraggi e mortificazioni in disobbedienza e rivolta. Nessun animale ne è escluso, come dimostra una ricca cronaca al riguardo. Numerosissimi quelli che fuggono da circhi: il giovane giraffotto che galoppa da solo per qualche ora di libertà tra le strade di  Imola alla larga dal circo Orfei, inseguito, braccato e poi ucciso da una dose eccessiva di anestetico, che dovrebbe placare la sua irruenza e invece ferma il suo cuore (settembre 2012).  La tigre bianca che preferisce la passeggiata felpata su una pericolosissima circonvallazione palermitana alle sbarre del circo Svezia, dove viene costretta a rientrare dopo la cattura (gennaio 2017); la sua conspecifica che vaga per ore nei dintorni di Parigi finchè il proprietario del circo, uno di quelli che amano i propri animali tanto da domarne ogni  istinto o almeno illudersi di essere in grado di farlo, la avvista lungo i binari e le spara, così la questione è risolta (novembre 2017). In questi casi l’opinione pubblica, tra sospiri di sollievo per il pericolo scampato e  malcelata soddisfazione per un avventura vissuta di sponda, a basso prezzo e sulla pelle altrui, esprime anche una solidarietà crescente per i fuggitivi: non è un caso, perché la reazione si innesta su un crescente cambiamento di prospettiva, che giudica intollerabile, crudele, primitiva la reclusione di animali esotici nelle strutture circensi: in un panorama culturale in evoluzione tanto da essere recepito persino a livello legislativo (!!!), nella fuga dai circhi si riconosce l’espressione di una rivolta sacrosanta alla quotidiana negazione dei propri diritti, regolarmente calpestati.
Meno solidali, più stupite, talvolta divertite le reazioni ad animali che fuggono dagli allevamenti intensivi o dai macelli: in provincia di Padova  una mucca si rifiuta di rientrare nella stalla dopo un normale taglio delle unghie: infuriata, divenuta ingovernabile e minacciosa verso chiunque si avvicini, viene reputata pericolosa e, tutti d’accordo, proprietari e veterinari Asl, viene abbattuta (2 novembre 2017; il Gazzettino di Padova). Poca solidarietà perché se si continuano  a considerare   i bovini e gli altri come “animali da carne”, quindi nati, vissuti e uccisi per l’unico scopo di farsi mangiare da noi, è complicato essere dalla loro parte quando si ribellano. Incredibilmente anche nel fatto di cronaca la gente continua a non vedere  quello che non vuole vedere; per esempio che la mucca è un essere capace di emozioni visto che è invasa dalla rabbia  e dall’insofferenza verso il suo stato di carcerazione, in grado di autodeterminarsi visto che si rifiuta di rientrare e incombe sugli altri con intenzioni definite: a dispetto di ogni evidenza, si continua a non riconoscerle lo stato di essere senziente e dotato di consapevolezza (per altro sancito anche a livello scientifico nella dichiarazione di Cambridge del 2012), ma solo quello di “animale da carne” .
Se non le va bene, se va fuori di testa, se ammattisce, va tolta di mezzo, anziabbattuta, per usare il gergo riservato a quelli come lei. Un interessante link si potrebbe aprire sui meccanismi alla base della conoscenza, dove il bias di conferma la fa da padrone: pregiudizio, errore di pensiero diffuso, per cui risulta raro avvicinarsi ai fatti in modo neutro, con la capacità di accoglierli nella loro significatività; più facile selezionare inconsciamente tra i dati a disposizione quelli che confermano le nostre convinzioni, sottolineandone alcuni e ignorandone altri, così che sia possibile giungere alle conclusioni che da sempre sosteniamo, che appartengono al nostro pensiero. Nello specifico, tutte le informazioni sugli stati d’animo, i desideri, le motivazioni della mucca riottosa vengono ignorati ad esclusivo vantaggio della necessità di ristabilire lo status quo, che lei arbitrariamente mette in discussione.

Ricorrenti le fughe dei tori: una per tutte, da manuale, vede un maestoso toro bianco che si imbizzarrisce e si inferocisce mentre viene condotto al macello e fugge nelle strade di Lecce: finale già scritto ad opera della forza pubblica che gli spara: si, perché il servizio veterinario non era attrezzato per questi casi, non li contemplava proprio, il che qualche interrogativo sulla conoscenza che i veterinari hanno di alcuni animali, corpo e psiche, non carne da macello, lo fa sorgere. Lacarcassa viene poi prelevata con una motopala (maggio 2016) . Anche in questo caso le emozioni di un toro terrorizzato, che pure vengono usate per descrivere la situazione, non vengono riconosciute come espressione di un mondo psichico che sarebbe invece obbligatorio ammettere e rispettare. Carcassa e motopalatestimoniano poi spregio linguistico  e reificazione dell’animale. 
Meritoria eccezione la cronaca di un fatto analogo sul Corriere Salentino (27.04.2016) : del toro che fugge si dice “quando ha capito che era destinato al macello”, la sua fuga è descritta come disperata e di lui si parla come di “povero animale”: insomma una sorta di empatia che al disgraziato toro non ha potuto certo portare sollievo, ma che ha il pregio di provare a sollecitare nell’opinione pubblica il riconoscimento dell’intelligenza, dello stato d’animo, della determinata impulsività di un essere vivente che con tutte le sue forze si oppone ad un trattamento feroce.
Altri nonumani, quelli acquatici non sono da meno; i  delfini, quando sono costretti in quelle prigioni destinate al divertimento umano che sono i delfinari, soffrono la   ristrettezza dell’angusto spazio in cui sono detenuti, così estraneo al loro habitat che è il mare grande e profondo, e a volte mettono in atto una aggressività auto o eterodiretta, facendo del male a se stessi o agli altri. Jacques Cousteau, famoso oceanografo, descrive il comportamento di uno di loro, morto picchiando il cranio contro i bordi della vasca in cui era costretto, parlando di suicidio, come fa anche il figlio Jean Michel, che riconosce, purtroppo tardivamente, l’indifferenza e il maltrattamento, appendici dei delfinari stessi, quali generatori della disperazione misconosciuta degli animali rinchiusi. Dello stesso tenore i commenti di O’Barry, istruttore dei cinque delfini della serie Tv degli anni ’60 Flipper, il quale descrive un altro suicidio, quello della delfinetta Kathy, che smise letteralmente di respirare, infliggendosi così una morte atroce. Se il suicidio è un’evenienza assolutamente drammatica quando coinvolge un umano, perché testimonia di una vita talmente insopportabile da rinnegare se stessa, quando messo in atto da un animale annichilisce: perché loro, anche più di noi, appaiono immersi nella propria natura corporea, indifesi come bambini, laddove noi adulti possiamo avere a disposizione meccanismi complessi di difesa e sublimazione del dolore.
Impossibile non ricordare Tornasol la cavalla che, nell’estate 2017, si è rifiutata di correre sulla mitica piazza del palio di Siena: per 90 interminabili minuti  ha risposto con sgroppate e sbuffi al fantino che le imponeva la corsa agitando il suo nerbo, evidentemente carico di un richiamo minaccioso ad un uso, conosciuto ma prudentemente non  riproposto, vista la diretta televisiva: Tornasol ha disobbedito, ha con il suo atteggiamento detto NO al trattamento oppressivo e ingiusto, che le stavano imponendo, lo ha fatto con determinazione decisa e vincente, incurante delle conseguenze che dal primo momento ha dovuto subire. E’ stato facile, vista la sua bellezza fiera nel contesto estivo di folla e colori, esserne ammaliati e  farne un’eroina della disobbedienza civile in forma equina, sola contro tutti come solo gli eroi sanno fare: è stato facile essere dalla sua parte e sperare che avesse la meglio su quegli omuncoli tutti presi, nerbo in mano, dal loro chiassoso protagonismo.  La diagnosi di “alterato stato fisico” nonché “attacchi di panico” che i veterinari presenti si sono affrettati a formulare riattualizza  puntualmente quella di drapetomania, connotando e svilendo a patologia  quella che è invece, a livello umano e nonumano, l’espressione coraggiosa, indomita, insolente, della propria identità.
Altri ribelli si trovano nelle storie di maiali, di pecore, di rettili e di altre specie, uniti da una tensione che accomuna umani e nonumani. Tra gli uni e gli altri solo una parte infinitesimale arriva ad esprimere prepotentemente l’impulso ad una vita libera e autodeterminata: quasi sempre sbarre, muri, catene, materiali o metafisiche, lo impediscono. Si tratta di quelli dotati della forza, del coraggio, della determinazione, dello spregio delle conseguenze che la ribellione comporta. Si tratta, tra gli umani, di quella grandezza morale, tanto profondamente impersonata nell’immagine indelebile di un piccolo uomo, inerme e solo, davanti ai  carri armati sulla piazza di Tiennamen, che diventa icona e, forse, possibile modello per altri. Tra i nonumani l’esempio di uno non potrà mai essere conosciuto dagli altri, se non da quelli lì vicino, ma anche per questo dovrebbe diventare dimostrazione e  monito, consegnato ai responsabili umani della disperazione che li anima.
Si apre un enorme capitolo, quello che la zooantropologia da anni sta mettendo a fuoco: vale a dire che nell’occuparsi di animali, gli umani non possono limitarsi a tenere presente il soddisfacimento dei bisogni primari, puntati alla sopravvivenza e alla salute fisica, ma è tutto il loro mondo di passioni,  desideri, bisogni a dover essere conosciuto e rispettato. 

E un file enorme si apre allora anche rispetto a tanti contesti mai messi in discussione quale per esempio tutto il mondo dell’ippica, dove i cavalli, anche quando non esposti a pericoli di vita e magari ben nutriti, strigliati e tirati a lucido, sono piegati da mezzi di costrizione e umiliati in tutti i loro istinti. Anche canili e gattili, in questa ottica, non possono che dover essere luoghi provvisori di passaggio, destinati alla messa in sicurezza di animali in pericolo, non luoghi di una pur dorata detenzione, ammesso e certo non concesso che dorata sia: ogni volta che un cancello, una porta, una gabbia si richiude dietro l’animale che è entrato, è tutto il suo mondo, fatto anche di abitudini, affetti, sogni ad essere chiuso fuori: in quel fuori che è delitto impedirgli per sempre.
Quanto mai attuale e comprensivo il monito di Tom Regan a che tutte le gabbie siano vuote: non un po’ più grandi o confortevoli: vuote. Se la libertà che noi umani invochiamo non è quella cristallizzata in  suggestione poetica o bandiera da sventolare per la causa o il partito del momento, siamo tenuti a riconoscerla anche nei nonumani, come protesta nell’animo ribelle  di alcuni e come sogno in quello sedato e vinto di tutti gli altri. 
da qui