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lunedì 28 settembre 2020

Tridico e gli imbecilli – bortocal

ogni giorno il sistema dei media ha una nuova vittima sacrificale da gettare in pasto nell’anfiteatro al pubblico informe degli imbecilli.

chi lo manovra guadagna miliardi, e senza lavorare, ma oggi ha scoperto che il direttore dell’INPS guadagnava – figuratevi – addirittura 60mila euro l’anno, cioè 5mila euro al mese.

lordi.

netti, non arriva a 3mila euro.

ma vi sembra ragionevole, perdio?

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non voglio discutere se 150mila euro lordi di stipendio siano o no più che tantini, per qualunque lavoro, ma forse vanno collocati in un quadro dì insieme, non vi pare?

vanno confrontati con gli stipendi di chi fa lavori di complessità analoga, o forse persino minore: quelli di un magistrato, di un ambasciatore, di un generale, faccio per dire.

In linea di massima, un ambasciatore guadagna dai 180 ai 200 mila euro netti l’anno, senza contare le agevolazioni di cui gode, come ad esempio il diritto di abitazione e le indennità di trasferta. Inoltre, la retribuzione degli ambasciatori italiani è di gran lunga superiore rispetto a quella di molti altri Paesi europei: gli ambasciatori italiani guadagnano più del doppio di molti colleghi europei, e addirittura tre volte rispetto allo stipendio degli ambasciatori tedeschi. Il nostro ambasciatore a Berlino, per esempio, porta a casa, solo di extra, più di 30 mila euro netti al mese, mentre Angela Merkel, a capo di 80 milioni di tedeschi, ne guadagna solo 9 mila.

. . .

non vi fa senso che a guidare la protesta sia uno come Salvini che da deputato ne guadagna quasi 20mila al mese esentasse e senza fare molto altro che bere mojito in spiaggia e andare a suonare il citofono a una famiglia di extra-comunitari che chiedere se spacciano?

quanto guadagna un calciatore? diminuiamo gli stipendi troppo alti, sono il primo a dirlo, ma tutti e col sistema più giusto che ci sia: aumentando le tasse sui redditi alti.

tutti, perché tutto il resto è fuffa, se non barbarie.

pigliarsela con uno a caso solo per attaccare il governo è veramente penoso: ma che bella scusa per distrarre del tema dei compensi dei parlamentari, fra l’altro.

da qui

sabato 4 gennaio 2020

2020 / “Prepariamoci al peggio”. O al meglio? - Marco Revelli




“Prepariamoci al peggio”. Questo, e non altro mi verrebbe da dire, se mi limitassi a guardare l’Italia “dell’Alto”. Quella delle pratiche istituzionali, del Governo, della classe politica tutta, a 360 gradi. Il Palazzo, diciamo. E anche le sue pertinenze.
A questo livello il 2019 è stato l’”anno delle vergogne” (al plurale, come le “pudende”). L’anno delle panze ministeriali sciorinate in spiaggia a beneficio della suburra plaudente, dell’inno nazionale sguaiatamente cantato tra le chiappe delle cubiste e il trincaggio di moijtos mentre, tra l’uno e l’altro, si invocavano i fatidici “pieni poteri”. Più grave, e drammaticamente, l’anno dei proclamati “porti chiusi” a chiamare la marmaglia facebooccara a plaudire ai naufragi con l’osceno “mangino i pesci”… Insomma, è stato l’anno del definitivo viraggio del populismo nostrano, dall’originaria vocazione trasversale destra-sinistra in nome di un universale disagio verso l’establishment, alla conclamata dimensione di destra radicale, autoritaria, intollerante, xenofoba e cultrice dell’inumano. Involuzione iconicamente rappresentata nel Governo “Conte 1” dal passaggio di egemonia dal fragile Di Maio al corpulento Salvini. Dopo, da agosto in poi – da quando col “Conte 2” il secondo dei due Giuseppi ci ha salvato dal rischio che quell’invocazione prepotente di pienezza dei poteri si materializzasse nelle urne – il ’19 è diventato anche l’”anno del masochismo”.
Fin dal giorno stesso della nascita di quell’esecutivo d’”emergenza democratica” ci si sarebbe potuto ragionevolmente aspettare che i frastornati costruttori di quella sorta di arca di Noè, miracolosamente sopravvissuti al naufragio di se stessi grazie al clamoroso autogol del “Capitano”, avrebbero messo quella maggioranza stiracchiata e fragilissima sotto una campana di vetro. Almeno fino all’approvazione di una legge elettorale proporzionale in grado di mettere l’ordine repubblicano al sicuro da colpi di mano e colpi di sole da parte di una destra arrembante e minacciosa. Che avrebbero posto rigorosamente la sordina ai propri brontolii gastrici, alla tentazione delle picche e delle ripicche, alla forza disgregante di differenze che sono radicate nel tempo e nell’antropologia stessa dei protagonisti per alzare, per una volta almeno, lo sguardo all’”interesse generale”. Insomma, ci si sarebbe potuti illudere che la salus rei publicae, se non altro per istinto di conservazione, avrebbe prevalso sugli animal instints. Invece no. Non avevano neanche finito di giurare che hanno incominciato a farsi i dispetti, piantare bandierine, disputare e costruire trappolette su tutto: l’Ilva e lo “scudo penale”, Atlantia Autostrade e la revoca revocata, la prescrizione cancellata e la cancellazione della cancellazione, le liste in Emilia Romagna e in Calabria e le follie della piattaforma Rousseau, il salvataggio della Banca Popolare di Bari e le impopolari minacce al reddito di cittadinanza (il “totem” minacciato di distruzione dalla Bellanova), oltre alla riforma elettorale che doveva esser fatta per il 31 dicembre e di cui non si vede neanche la bozza… Una catena di atti più o meno ostili e più o meno mancati, nessuno di per sé in grado di far crollare il fragile castello di carte (che infatti è sopravvissuto a tutti colpi di vento) ma sintomatici di un clima di ripetuta e reciproca ostilità di cui ci si può domandare la ragione apparendo, a chiunque li guardi da fuori, irragionevoli.
La prima ragione, la più evidente, è che quella compagine si è incorporata un ingrediente altamente tossico quale è appunto quel Matteo Renzi la cui natura di vascello corsaro – anzi di vero e proprio pirata della politica – abbiamo conosciuto tutti da almeno un quinquennio, da quell’”Enrico stai sereno” che ne svelava, shakespearianamente alla luce della ribalta, la vocazione al tradimento e all’agguato, allo spregiudicato gioco d’azzardo e al piacere della distruzione e dello scompaginamento, simbolo di una politica senza legge e senza onore in cui il vizio del rinnegamento della parola data sta ben inciso sui cappelli che di volta in volta s’indossano. E’ lui che con un colpo d’ala da gran maestro – bisogna ammetterlo – quando ancora Zingaretti si sgolava ad annunciare la determinazione ad andar dritto alle elezioni costi quel che costi pur di togliersi quella spina dal fianco, aveva “deciso” la nascita del “Conte 2”, nel momento in cui appunto gli serviva prender tempo per preparare la “sua” scissione. Ed è lui a tenere oggi per la gola quello stesso governo, pronto a lasciarlo andar giù appena gli sembrerà utile farlo, o quando le sue pulsioni distruttive lo spingeranno al gesto estremo.
Ma poi c’è una seconda ragione, per certi versi persino più preoccupante, ed è l’estrema fragilità personale di tutti gli altri protagonisti di un gioco che il sistema dei media ha reso terribilmente personalizzato, in cui sono spariti dai riflettori – ma anche dalla pratica – i corpi collettivi, le strutture organizzate, i “soggetti politici” che avevano dominato la scena nel ‘900, e sono rimasti questa specie di avatar, incerti sul proprio presente e sul proprio futuro. “Capi” senza code, sempre in bilico su fragili zattere galleggianti su un consenso liquido, volatile, verrebbe da dire addirittura gassoso, pronto a svanire a ogni refolo di vento, e per questo fibrillanti. Bisognosi ogni volta di alimentare la propria visibilità, di potenziare un Se in realtà vuoto, attraverso il più spettacolare degli espedienti, la contrapposizione, il duello, il micro-conflitto posizionale…
Per questo continueremo a vivere nell’incertezza, con un quadro politico sempre aperto all’imprevisto, all’incidente di percorso, alla votazione storta soprattutto al Senato, che lo vogliano o meno gli pseudo-leader che dicono di controllare il gioco in realtà subendolo. E se questo accedesse, se prima o poi si finisse dritti alle urne, da queste potrebbe davvero uscire l’idrovora che prosciugherà il nostro futuro facendosi, in un colpo solo, Presidente della repubblica, Corte Costituzionale e – dio ce ne scampi – una qualche riforma della Carta che ne sfregi il residuo profilo alto che i costituenti le diedero… Il “Peggio”, appunto, di cui parlavo all’inizio.

Se però guardo all’Italia “del Basso” – quella che si rappresenta non nel Palazzo ma nella Piazza – l’orizzonte si fa diverso. Forse aveva ragione Hölderlin quando scriveva che “lì dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”. Le piazze piene delle scorse settimane che cantavano sottovoce “Bella ciao” e alzavano in alto il testo della Costituzione lasciando che fosse quello a parlare, nascevano certamente dalla percezione del pericolo, ma mettevano in campo davvero qualcosa che salva. O che “può salvare”. Alludevano a un’Altra Italia (che c’è, che non è stata dissolta dai riti blasfemi degli agitatori di rosari e di croci celtiche e nemmeno dalle rottamazioni compulsive). A un altro orizzonte. A un altro possibile esito. Dialogavano, quelle piazze – s’intrecciavano, si sovrapponevano – con altre piazze, altri boulevard strapieni di corpi serrati come sardine, quelli dei Fridays for Future. Le ragazze e i ragazzi “di Greta”: il futuro – quelli che abiteranno il nostro futuro – d’improvviso materializzatosi nel presente a chiederci conto del nostro cattivo passato. Dei nostri ottusi successi da homo faber impazzito, nel trasformare il mondo in un pianeta invivibile. E anche delle nostre sconfitte, nel non aver saputo arginare il degrado prima, e poi l’imbarbarimento, della politica. Nel non aver saputo fermare il saccheggio globale pur globalizzando lo spazio in cui quel saccheggio avveniva.
Certo, quelle piazze e quei cortei non erano composti solo da millennials. Soprattutto le prime, quelle delle Sardine, erano visibilmente plurali, trasversali, eterogenee per età, composizione sociale, appartenenza politica (era quello il loro surplus di valore). E anche nei venerdì di mobilitazione per conservarci un futuro, mescolati alla marea di volti giovani e giovanissimi c’erano visi più attempati e non arresi. Ma l’iniziativa – la funzione di starter -, la “chiamata”, era stata loro: di una generazione di “innocenti” ben determinata a non vedere una nuova “strage degli innocenti”. Gli adolescenti, i ventenni, i nati nell’ultimo quarto di secolo, persino un certo numero di trentenni, sono loro a tenere in mano il timer dell’innesco. E a me che sono un nostalgico viene alla memoria l’appello che diede fuoco alle polveri del Sessantotto a «non fidarsi di nessuno che abbia più di 34 anni» rivolto da Jerry Rubin ai propri coetanei (34 erano gli anni trascorsi da Pearl Harbor). Scrisse allora la grandissima Hannah Arendt: “Ci troviamo di fronte a una generazione che non è affatto sicura di avere un futuro”, perché il futuro “è come una bomba a orologeria sepolta, ma che fa sentire il suo ticchettio nel presente” (si sfiorava allora la possibilità di un’apocalisse nucleare). E aggiunse: “Alla domanda che abbiamo sentito tanto spesso: ‘Chi sono coloro che fanno parte di questa generazione?’ si è tentati di rispondere: ‘Quelli che sentono il ticchettio’. E all’altra: ‘Chi sono quelli che lo ignorano in modo assoluto?’, la risposta potrebbe benissimo essere: ‘Quelli che non sanno, o rifiutano di affrontare le cose come realmente sono’”. Sembra scritto oggi.
Così come sembrano scritti oggi alcuni dei più significativi passaggi del Port Huron Statement, il documento “seminale”, chiamiamolo così, o “profetico”, dell’SDS americana che – concepito all’inizio degli anni ’60 – anticipò le basi cultuali ed esistenziali del gigantesco movimento di protesta giovanile che avrebbe segnato la fine di quel decennio. Per esempio il punto in cui i giovani di allora dicevano di sentirsi, nel loro lavoro di sensibilizzazione e mobilitazione, guidati, anzi spinti, “dalla sensazione di essere forse l’ultima generazione che vivrà prima della distruzione totale”. O l’altro, in cui si indicava il “paradosso più eclatante” della propria condizione nel fatto di essere “noi stessi impregnati di urgenza, mentre il messaggio che la società ci manda è che non ci sono alternative praticabili allo stato di cose presente”.
D’altra parte sono loro, i nati a ridosso del passaggio di secolo e di millennio – quelli che non portano nessuna responsabilità diretta o indiretta per l’atroce stato del mondo in cui si sono trovati “gettati” -, i portatori degli unici messaggi di speranza oggi. Non solo per quanto riguarda le mobilitazioni transnazionali sul clima o quelle italiane di resistenza all’imbarbarimento del costume e della politica. Anche nel caso delle ultime elezioni inglesi, dove l’(apparentemente) schiacciante vittoria di Boris Johnson e del suo ultraliberismo autoritario sembrerebbe chiudere ogni orizzonte nel quadro di un Regno unito andato in pezzi e della trasformazione della piattaforma insulare inglese in un gigantesco paradiso fiscale per il riciclaggio dei flussi finanziari globali sull’asse atlantico, anche lì i segnali più luminosi in controtendenza vengono da un mondo giovanile evidentemente non contaminato. Le analisi di flusso offerte da YouGov (di cui abbiamo offerto un’ampia documentazione in questo sito) ci dicono che al di sotto dei trent’anni la stragrande maggioranza degli elettori (quasi il 60%) ha scelto il Labour di Jeremy Corbyn (alla faccia della falsa rappresentazione mediatica e delle manipolazioni blairiane e renziane che lo vorrebbero “vecchio” e “obsoleto”). Il “successo” di Johnson è maturato tra gli anziani (57% contro appena il 22% per Corbyn) e tra i vecchi, con più di 70 anni (67% a 14%), quelli che chiudevano la porta in faccia alle ragazzine e ai boys di Momentum che battevano le desolate ex città industriali nel North England piene di pensionati disillusi e di disoccupati o semi-occupati inveleniti col mondo.
Forse non sbaglia l’articolista di Repubblica – Marino Niola – a definire questo “l’anno delle Generazioni in testacoda”. Nel senso che – come scrive – “è sempre più evidente che non sono più gli adulti a trasmettere ai giovani saperi, esperienze, conoscenze, competenze, aspirazioni. Ormai la cultura non è più esclusivamente discendente, dai genitori ai figli, ma è in buona parte ascendente, dai figli ai genitori”. Sono loro, gli adolescenti di oggi, i cittadini di domani, a mostrare ai genitori l’insostenibilità di quel mondo che nell’assuefazione sedimentata negli anni sembra l’unico possibile. E lo fanno in forza di un’acquisita capacità di “correre verso il futuro ad una velocità impossibile per gli adulti”. Ora, io non so se ce la faranno. Se il loro sacrosanto antagonismo sociale ed esistenziale abbia la “massa critica” sufficiente per produrre l’energia politica necessaria a rovesciare il quadro del dominio di un capitalismo bifronte, globalista e sovranista insieme. Avrebbero bisogno – per vincere l’inerzia dello “stato presente delle cose” – di alleanze larghe, che il doppio mulinello dei flussi globali (i maledetti algoritmi) e dei miti di radicamento locali gli rendono difficili. Ma qui il discorso passa a noi. Se anziché riempirli di analisi critiche, ammonimenti e consigli (strepitosa la vignetta di Makkox sul “partito” dei donatori di consigli alle sardine), esami del sangue e del linguaggio, interrogazioni che sembrano interrogatori su progetti e programmi, provassimo a fare almeno un po’ la nostra parte di umili e normali portatori di resistenza e conflitto nei luoghi in cui viviamo e lavoriamo (una scuola, un ufficio, una redazione di giornale, un laboratorio o una fabbrica, anche solo il bar dove facciamo la sosta…), forse, al mattino, guardandoci allo specchio, non vivremmo in modo così greve l'”inverno del nostro scontento”.

mercoledì 20 novembre 2019

Caro Di Maio, si può parlare di ius soli anche se piove - Giulio Cavalli



Il leader politico dei Cinque stelle ormai è il nuovo Luca Morisi, fornisce un altro assist a Salvini e dice che col maltempo non possiamo occuparci di 800mila gli stranieri che hanno tutti i doveri e nessun diritto

Non si può parlare di Ius Soli, no, nemmeno questa volta. Perché? Perché piove. Sembra una barzelletta e invece è il bassissimo livello di galleggiamento di un governo che ogni volta che prova a sfiorare la politica (quella vera, mica quella buona per stamparci un claim pubblicitario da sputare su twitter) si incastra sull’equilibrismo (spesso vuoto, in equilibrio su niente) di un Luigi Di Maio più impegnato a non cadere che a camminare. «Abbiamo un'Italia sotto l'acqua, da nord a sud ci sono richieste di stato d'emergenza, c'è una multinazionale che sta mettendo a rischio 10500 lavoratori a Taranto. Io sono sconcertato. Io ho rispetto di tutto, siamo al governo per governare e non lanciare slogan per fare campagna elettorale»: ha detto così il ministro e capo politico del Movimento 5 Stelle, riuscendo a mettere insieme in una stessa frase problemi assolutamente diversi e giocando ancora, miseramente, nell’innescare una scala di disperazioni. Perché se è vero che mezza Italia (mica solo Venezia) si indebolisce sotto i colpi del maltempo è anche vero che circa 800.000 persone (non briciole, ottocentomila persone) si ritrovano in un assurdo limbo legislativo che impedisce loro di essere “cittadini” avendone tutti i doveri e non avendone i diritti. E che quasi un milione di persone stiano in un chiaroscuro di identità è un problema di cui discuterne sempre, al di là degli eventi atmosferici, delle crisi lavorative o di qualsiasi altro evento che possa tornare utile per fare un po’ di benaltrismo.
La debolezza di questo governo è tutta qui: è pensabile che il Partito Democratico sia alleato con chi intende il “governare” come semplice amministrazione dell’ordinario e come espressione di solidarietà (ben fotografata) in caso di crisi e di disastri? Come si può intendere la politica senza una condivisione su temi politici? Come si può costruire un ragionamento politico su un tema qualsiasi, uno di quei temi in cui inevitabilmente si deve prendere una posizione, con chi spera semplicemente di galleggiare fino a fine legislatura? Davvero a nessuno viene il dubbio che la potenza comunicativa di Salvini e della destra sia dovuta soprattutto al nanismo decisionale di una compagine di governo che si imballa ogni volta che si presenta una decisione che richiede qualcosa in più di una semplice firma?

Che l’uscita di Di Maio sia un assist perfetto per l’opposizione lo dimostra la comunicazione di Salvini, Santanché, Meloni e compagnia cantante
Che l’uscita di Di Maio sia un assist perfetto per l’opposizione lo dimostra la comunicazione di Salvini, Santanché, Meloni e compagnia cantante: la «vergogna» di occuparsi di ius soli mentre gli italiani «perdono il lavoro» (riferito alla crisi dell’ex Ilva) o mentre soffrono delle difficoltà climatiche viene urlata praticamente dappertutto. Di Maio è stato il Morisi perfetto di Salvini senza nemmeno essere pagato. Perfetto. Geniale.
E qualcuno potrebbe anche fare notare al capo politico del Movimento 5 Stelle che il trucco di parlare d’altro per svicolare dalla sostanza della risposta è lo stesso che Salvini adotta ormai da mesi: parlare d’altro per essere liberi di parlare di niente è il succo della propaganda populista di questi tempi.
Poi c’è una domanda, sostanziale, immaginiamo un giorno in cui ci sia il sole, in cui nessuno rischi di perdere il lavoro e addirittura, perché no, in cui tutti siano felici del proprio reddito di cittadinanza: cosa pensa il Movimento 5 Stelle dello Ius Soli? Cosa ne pensa dei Decreti Sicurezza? Davvero Di Maio è convinto di riuscire a trascinarsi così a lungo? Davvero crede che il Partito Democratico accetti di rimanere tiepido in tutti i prossimi mesi per non irretire l’alleato?
Governare significa scegliere. La preferenza dovrebbe essere per chi sceglie meglio. Non scegliere affidandosi alla cialtroneria di quelli che c’erano prima è un atto di viltà politica che può funzionare solo in alcuni eccezionali contesti. Ora non più. Tocca scegliere. Anche quando piove.

domenica 6 ottobre 2019

Non è cambiato nulla - Fulvio Vassallo Paleologo




1. Il Viminale non è più una succursale della sede della Lega e non arrivano più le dirette facebook del ministro del’interno che spacciava fake-news a tutto spiano contro le ONG, violando sistematicamente il diritto internazionale, e declamando le cifre del calo degli sbarchi come un suo successo personale. Mentre nel frattempo cresceva in modo esponenziale il numero delle vittime, da calcolare in rapporto al crollo delle partenze verso l’Europa. In realtà il vero calo degli sbarchi si è verificato a partire dal 2017, con Minniti al ministero dell’interno, esattamente da quando sono andati a regime, e sono stati finanziati, gli accordi conclusi dal governo italiano dell’epoca (a guida Renzi) con le milizie libiche e con la sedicente guardia costiera “libica”, assistita e coordinata da assetti militari italiani ed europei presenti in Libia e nel Mediterraneo centrale. Quando l’Italia ha contribuito a finanziare anche milizie colluse con i trafficanti.
Cambia lo stile, ma non la sostanza. Adesso i primi provvedimenti adottati dal nuovo governo si collocano nell’ambito delle misure già predisposte con i decreti sicurezza dal governo precedente, che il ministro dell’interno Salvini non aveva saputo attuare perché troppo occupato a portare avanti la sua personale guerra di propaganda contro le ONG che soccorrevano naufraghi in acque internazionali, e a delegittimare i magistrati che indagavano su di lui. Indagini che stanno continuando ancora oggi. All’inizio del suo mandato Salvini che parlava di “retorica delle torture nei centri libici”, cercando in tutti i modi di intensificare i rapporti di collaborazione (e di finanziamento) con le autorità di Tripoli e con le principali città, come Minniti in precedenza, che aveva rinforzato la collaborazione con la guardia costiera di Tripoli e Khoms, era andato personalmente in Libia per accertarsi che la collaborazione con i miliziani libici e con il governo di Tripoli consentisse di bloccare effettivamente le partenze e di aumentare le intercettazioni in mare. Un proposito che strideva con la tutela che le Nazioni Unite richiedevano per le persone intrappolate nei centri di detenzione, sempre più esposti a torture ed a violenze di ogni genere. Anche quando sono fermati da unità della sedicente guardia costiera libica che sono fornite ed assistite dall’Italia.
Quanto afferma adesso il ministro degli esteri Di Maio sulla istituzione di una “lista di paesi terzi sicuri”, in modo da respingere più rapidamente le richieste di asilo, e quindi di velocizzare le operazioni di rimpatrio con accompagnamento forzato, che dovrebbero concludersi in un periodo inferiore a quattro mesi, costituisce un inquietante segnale di continuità con il governo precedente e lascia prevedere una quantità incontrollabile di ricorsi giurisdizionali. Si tratta infatti di una previsione già contenuta nel primo decreto sicurezza imposto da Salvini nel mese di ottobre dello scorso anno. Le procedure accelerate in frontiera non possono violare i diritti fondamentali della persona. Dopo gli eventuali dinieghi sulle richieste di asilo non si può procedere automaticamente alle operazioni di allontanamento forzato e occorre comunque verificare su base individuale e con i mezzi di ricorso già previsti dalle direttive europee e dalle leggi italiane (oltre che dalla Costituzione) che le persone non siano rimpatriate verso paesi nei quali possano comunque subire trattamenti inumani o degradanti. Il rimpatrio delle persone appena soccorse in mare e trattenute negli hotpsot, anche se ritenute “migranti economici”, è una colossale arma di distrazione di massa, ma non avrà alcun impatto sui problemi della sicurezza e dell’ordine pubblico. Non esiste una emergenza sbarchi, come non esiste una emergenza legata alla criminalità degli stranieri in Italia, che va contrastata con gli strumenti già disponibili nella nostra legislazione, senza ricorrere a misure eccezionali che avrebbero soltanto finalità elettorali. Non sfugge a nessuno del resto la portata criminogena delle politiche della sicurezza messe in atto dal governo giallo-verde.
Come al solito, come è avvenuto con i governi precedenti, si punta sulla propaganda di misure eclatanti di rimpatrio forzato, senza che l’Italia abbia una effettiva capacità di trattenimento forzato e quindi di accompagnamento in frontiera delle persone prive di uno status regolare di soggiorno che si vorrebbero allontanare, e si considerano normali migranti economici, ai quali peraltro non si garantisce nessuna possibilità di ingresso legale. Persone che sono passate dall’inferno dei centri di detenzione in Libia, e che dunque avrebbero almeno diritto alla protezione umanitaria, se il nuovo governo la ripristinasse per rispetto dei principi costituzionali e in conformità ai prevalenti indirizzi giurisprudenziali, fino alla malaugurata entrata in vigore del primo decreto sicurezza Salvini (adesso legge n.132/2018) che aboliva l’istituto della protezione umanitaria. Che sempre più spesso veniva riconosciuta ai migranti non solo per la situazione nel proprio paese di origine ma per le violenze subite nel loro transito, spesso durato anni di prigionia, in Libia. Sono queste persone, del Bangladesh o del Senegal, del Marocco o del Ghana, che continuano ad arrivare portando sul loro corpo segni di torture indelebili. La Libia non è e non sarà per lungo tempo un “paese terzo sicuro”.
Colpisce anche che, nel giorno in cui vengono riportati alla luce i torbidi retroscena che nel 2017 portarono alle intese con le milizie libiche e la guardia costiera tripolina, che poi furono e sono ancora oggi alla base della guerra contro le ONG e dei respingimenti collettivi delegati ai libici, si cerchi di deviare l’opinione pubblica su misure di rimpatrio forzato che, anche a fronte delle minime coperture finanziarie, rimarranno ancora una volta sulla carta.
E se la centrale dei traffici era ormai trasferita da Zuwara a Zawia, restano tutti da chiarire i risvolti dell’inchiesta “Dirty Oil” che vedeva al suo centro i contrabbandieri di petrolio di Zawia che commerciavano con mafiosi maltesi e siciliani. Tutti adesso ritornati liberi. Chi controllava il traffico di esseri umani a Zawia non poteva che controllare anche il traffico di petrolio, proveniente dalla grande raffineria dell’ENI e della società libica statale NOC, tuttora operante in quella città, proprio a ridosso del porto e del centro di detenzione dove la sedicente guardia costiera libica riporta i naufraghi intercettati in mare.
Non sorprende quindi che i successivi richiami delle Nazioni Unite all’Italia, e agli altri governi europei coinvolti nelle operazioni di contrasto dell’immigrazione “illegale” nel Mediterraneo centrale, in appoggio alla sedicente guardia costiera libica, siano rimasti senza risposta, mentre il numero delle vittime, rispetto al calo delle partenze, cresceva in modo esponenziale.
2. Le garanzie procedurali dello stato democratico in favore delle persone private della libertà personale, o che abbiano comunque manifestato la volontà di richiedere protezione, se si vuole restare nel solco della sentenza della Corte Costituzionale n.105 del 2001 in materia di detenzione amministrativa e rimpatri forzati, non consentiranno espulsioni o respingimenti eseguibili in quattro mesi, a meno di non introdurre norme che sarebbero immediatamente impugnate, non appena applicate, davanti la stessa Corte Costituzionale.
Come osservava allora la Corte Costituzionale, in materia di espulsione con accompagnamento forzato, “Per quanto gli interessi pubblici incidenti sulla materia della immigrazione siano molteplici e per quanto possano essere percepiti come gravi i problemi di sicurezza e di ordine pubblico connessi a flussi migratori incontrollati, non può risultarne minimamente scalfito il carattere universale della libertà personale, che, al pari degli altri diritti che la Costituzione proclama inviolabili, spetta ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani”.
Come abbiamo scritto quindi in materia di immigrazione ed asilo, al di là dei diversi toni propagandistici, e dell’assunzione di provvedimenti apertamente contra legem, come i divieti di ingresso nelle acque territoriali adottati da Salvini, si riscontra una totale continuità, che continua a mietere vittime tra i migranti, non solo in mare, ma anche a terra, in Libia e poi in Italia. Continuità che nella sostanza caratterizza anche la politica estera basata sul principio della “condizionalità migratoria”, di fatto sul ricatto, che le economie più forte impongono ai paesi di origine e transito perché collaborino nelle politiche di esternalizzazione e assumano il ruolo di gendarmi dei confini europei, offrendo anche la massima disponibilità a riprendersi i migranti che sono partiti o transitati sui loro territori. Anche se in quei territori si incrociano le vie dei trafficanti e di coloro che dovrebbero sorvegliare le frontiere. Per questa ragione gli articoli del decreto sicurezza bis in materia di divieti di ingresso nelle acque territoriali e di sanzioni per i comandanti e le ONG che non riconsegnano i naufraghi alla sedicente guardia costiera “libica”, in quanto titolare della vasta zona SAR “libica” inventata nel giugno del 2018, andrebbero immediatamente abrogati.
Le navi delle ONG dissequestrate dalla magistratura ma ancora sottoposte a fermo amministrativo su disposizione dei prefetti, e quindi del Viminale, devono essere liberate al più presto e tornare alle loro missioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale. Sono centinaia i migranti morti o dispersi in mare in queste ultime settimane in cui si è rarefatta la presenza delle ONG.
Il Tribunale di Agrigento, con l’ordinanza del 2 luglio 2019 che ha negato la convalida degli arresti di Carola Rackete, ha riaffermato il principio di legalità, restituendo dignità al diritto internazionale e ai diritti umani, nel quadro normativo delineato dalla nostra Carta costituzionale. Le motivazioni addotte dal Giudice per le indagini preliminari di Agrigento chiariscono che il soccorso in acque internazionali va distinto dal trasporto di clandestini, al contrario di quanto sostenuto dal ministro dell’interno. L’ordinanza del Gip di Agrigento afferma anche che il cd. decreto sicurezza bis non è applicabile alle ONG che hanno salvato vite umane in alto mare. Ed invece oggi si insiste ancora in quella direzione.
Il giudice, in sostanza, ritiene inapplicabile il decreto sicurezza bis: “Ritiene questo giudice che nessuna idoneità a comprimere gli obblighi gravanti sul capitano della Sea Watch 3, oltre che delle autorità nazionali, potevano rivestire le direttive ministeriali in materia di ‘porti chiusi’ o il provvedimento del ministro degli Interni di concerto con il ministero della Difesa e delle Infrastrutture che faceva divieto di ingresso, transito e sosta alla nave, nel mare nazionale, trattandosi peraltro solo di divieto sanzionato da sanzione amministrativa”…. Il dovere di soccorso dei naufraghi” non si esaurisce con la mera presa a bordo dei naufraghi, ma nella loro conduzione al porto sicuro più vicino”.
Si tratta di una pronuncia importante, che non chiude però la fase di criminalizzazione delle attività umanitarie in favore dei migranti in fuga dalla Libia, perché nel senso comune degli italiani sembra prevalere il capovolgimento del principio di realtà e la negazione dello stato di diritto. La procura della Repubblica ha poi negato l’autorizzazione richiesta dal prefetto di Agrigento che ha adottato un decreto di espulsione della comandante Carola Rackete, come ordinato dal ministro dell’interno.
Va rilevato come anche il procuratore di Agrigento, nel corso di una audizione in Parlamento, abbia ribadito come la Libia non garantisca porti sicuri di sbarco e come dunque non siano legittimi gli ordini di riconsegna dei naufraghi alla sedicente guardia costiera libica. Lo stesso procuratore ha poi escluso qualsiasi coinvolgimento delle ONG nel traffico di migranti. Il ministro dell’interno rinnova invece i suoi attacchi contro gli operatori umanitari accusati di collusione con i trafficanti. Salvini non può continuare ad aizzare i suoi sostenitori contro gli operatori umanitari e i cittadini solidali, e non può svolgere le sue funzioni pubbliche diffamando le Organizzazioni non governative che operano soccorsi in mare e salvano vite umane.
L’ordinanza del giudice di Agrigento rende giustizia all’operato della comandante della Sea Watch 3 e sconfessa, sulla base delle prove raccolte, le accuse lanciate dal ministro dell’interno e solo in parte recepite dal procuratore della Repubblica di Agrigento.
L’Unione Europea sembra invece continuare a procedere nella medesima direzione già seguita negli ultimi anni, con le prassi di ritiro delle navi di FRONTEX ed EUNAVFOR MED e la politica dell’abbandono in mare dopo gli avvistamenti aerei. In materia di rimpatri si prospetta una nuova Direttiva (rifusione) che dovrebbe sostituire la precedente Direttiva sui rimpatri n.2008/115 prevedendo anche la possibilità di rimpatriare i minori non accompagnati, anche in assenza della individuazione del nucleo familiare di appartenenza. Anche le garanzie procedurali stabilite in favore delle persone soggette a una misura di rimpatrio forzato verranno drasticamente ridimensionate. Anche in questo caso si tratta di misure propagandistiche perché nessun paese europeo, e tanto meno l’Unione Europea, potranno mai allontanare centinaia di miglia di persone condannate alla irregolarità dalla riduzione delle possibilità di protezione internazionale e umanitaria e dall’assenza di canali legali di ingresso per i migranti economici.
Gli unici veri segni di discontinuità che i governi dovrebbero dare per non alimentare ancora di più una contrapposizione violenta tra autoctoni residenti e nuovi arrivati sarebbero costituiti dalla sospensione degli accordi con i paesi che non rispettano i diritti umani e dall’apertura di canali legali di ingresso tanto per potenziali richiedenti protezione quanto per i cosiddetti migranti economici, con un regime permanente di regolarizzazione per emersione lavorativa. Sarebbe questo l’unico strumento per ridurre davvero la “clandestinità”. Che probabilmente conviene ancora a troppi, sia per lo sfruttamento che consente sui lavoratori, che per la propaganda che permette a quanti confondono la materia dell’immigrazione con i temi della sicurezza e della difesa dei confini.

(Questo articolo è già stato anche pubblicato sul blog di Adif.)


sabato 21 settembre 2019

Di Maio è perciò l’uomo perfetto – Roberto Prinzi



L’indignazione generale mi ha stupito e per un attimo ho pensato di vivere in un Paese differente dove la politica estera è un pilastro del fare politica, non una brutta parola da non pronunciare mai. Poi ho navigato brevemente sui principali quotidiani e mi sono fortunatamente subito rasserenato: è il vostro stupore che stona.
Perché, infatti, indignarsi per la nomina dell’inutile e incapace di Maio quando gli Esteri in Italia non contano nulla? Perché tutto ad un tratto questo risveglio e sussulto di dignità? Chi, come me (e chi molto meglio di me) nel piccolissimo prova a raccontare di Esteri in Italia soffre di una profonda solitudine: sembriamo un circolo di poveri sfigati che ci raccontiamo cose che non interessano a nessuno. Sembriamo un po’ quelli degli alcolisti anonimi, ma nessun regista o scrittore ha mai costruito qualche trama o film di successo su di noi. Gente bizzarra che parla di cose astruse, quasi come se il nostro soggetto fossero uomini e donne provenienti da un altro pianeta lontano da noi anni luce.
Un senso di solitudine confermato dai fatti: nei dibattiti politici delle elezioni del 4 marzo, nessuna forza politica – ad esclusione un po’ di Potere al Popolo – è mai uscito dai confini italiani. Non è stato un tema affrontato perché non interessa a nessuno, in questo Paese non porta voti. Questo innanzitutto per colpa dei media mainstream che parlano di questioni al di fuori dei confini italiani (soprattutto extraeuropei) senza un minimo di conoscenze riempiendoli spesso di stereotipi e orientalismi, non facendo alcuna analisi politica ma al massimo limitandosi a raccontare “storie” decontestualizzate. E, soprattutto, riportando pedissequamente le posizioni del governo americano (e israeliano): pensiamo a come è trattata la questione palestinese e la guerra che tanto vorrebbero Israele e gli Usa contro l’Iran; pensiamo a come ci è stato descritto il golpe (fallito per ora) in Venezuela voluto da Washington che ha spinto per settimane quasi l’intera stampa italiana a esaltare quel farabutto di Guaidò. Per non parlare di come viene trattata la Corea del Nord e i racconti ridicoli (o sono barzelette?) sulle malefatte del suo panzuto presidente.
Gli Esteri in Italia vengono costantemente violentanti: la battaglia dei curdi del Rojava contro l’Isis è apparsa per la prima volta mainstream soltanto quando una combattente assomigliava ad Angelina Jolie (ovviamente anche le altre combattenti sono state descritte negli anni più per le loro “belle” forme fisiche che per le loro idee, non sia mai!)
I media mainstram non trattano con piacere di argomenti esteri. E, quando ne parlano, usano questi termini perché il bacino di lettori, radioascoltatori e spettatori televisivi vuole questo. Un giorno un mio amico sintetizzò la questione perfettamente: “Parli di cose strane, lontane ma che ce ne fotte con i problemi che abbiamo? Sii serio eddai”. Poco importa, tra l’altro, che lo stesso mio amico qualche mese dopo sarebbe stato seduto come tante centinaia di migliaia d’italiani con le chiappe nell’acqua nella vicinissima Djerba pensando di andare a Sharm e, perché no?, farsi un salto prima o poi a Gerusalemme. “Sono paesi lontani, che ce ne fotte? Sii serio”.
Di Maio è pericoloso, ignorante e incapace, avete ragione. Ma alzi la mano chi di voi conosce la voce e la faccia del suo predecessore. Quanti ricordano il suo nome? Forse il sig. Milanesi aveva il curriculum che voi tanto cercate eppure di questa figura anonima che ha riscaldato solo la sedia alla Farnesina (come ricordare la sua inutilità sulla questione libica “a noi vicina” con Serraj e Haftar che lo hanno perculato in più occasioni?) ricordo benissimo quando, arrestato lo street artist napoletano Jorit, definì come “Israele” i Territori Occupati palestinesi buttando nel cesso con una frase nozioni basilari del diritto internazionale (che pure sembra possedere visto il suo bel curriculum).
Negli ultimi 20 anni, vado a memoria, abbiamo avuto agli esteri Frattini, Gentiloni, Mogherini, Terzi. Persino Angelino Alfano (Angelino, vi rendete conto?) eppure nessuno si è indignato. Ed hanno fatto disastri in giro per il mondo sostenendo le politiche imperiali di Usa e Israele (in più casi anche in prima linea). Appoggiando finanche gruppi di “ribelli” siriani, salvo poi scoprire grazie anche agli ammonimenti dell’Onu che erano barbuti qaedisti (cioè i nostri acerrimi nemici). Ma forse usavano bene il present perfect, sapevano usare il congiuntivo e sì, nella loro vita da giovinastri, non facevano lavoretti.
Di Maio si inserisce in questa lista di pericolosi incapaci. E’ il vecchio che cammina e che continuerà a fare danni per la popolazione mondiale (meno male che l’Italia conta veramente poco). Non ci dovremmo indignare per la sua nomina, ma per il poco spazio (e il cattivo servizio) che viene dato a tutto ciò che ci viene dal di fuori. Ci dovremmo ribellare al fatto che nessun partito politico tratti nei suoi programmi in modo chiaro e netto i temi mondiali di geopolitica. Il resto è solo un corollario.
In questo livello medio basso culturale, a fronte del bassissimo livello culturale del mondo politico italiano, Di Maio è perciò l’uomo perfetto. Il miglior rappresentante del peso (zero) che diamo agli Esteri.
Giggino, a te da oggi l’onore di umiliare ancora di più questo bellissimo e nobile ramo della politica.

mercoledì 11 settembre 2019

Agenda estera per nuovo governo e nuovo ministro (battute a parte) - Ennio Remondino




L’amico Giuseppi e Pinochet Venezuelano
E’ tentazione da Robin Hood essere un po’ carogna con i potenti. Il Web impietoso, senza bisogno di discutibili missioni giornalistiche, anticipa tutti (velocità sua forza e debolezza), e accoglie con irriverenti sfottò i nuovi ministri prima ancora del giuramento. Quei quattro o cinque che si conoscono nella marea degli sconosciuti che sono assieme sorpresa e speranza. «Vieni avanti Giuseppi» (Trump a Conte), della stampa più seria ma critica (Il Manifesto), e l’ineludibile sottolineatura della ‘creatività culturale’ di un Di Maio, ministro degli esteri. Aveva collocato Pinochet in Venezuela e chiamato il presidente della Cina ‘Ping’. Ora che è diventato ministro degli Esteri, tutte le gaffe di Luigi Di Maio tornano virali, e su Twitter l’hashtag #DiMaioAgliEsteri va in tendenza. Poi lo sconosciuto e tutto da scoprire Enzo Amendola, ministro degli Affari europei che ha qualche titolo accademico in più.

Ma noi parliamo di Esteri seri
«Una vera riflessione su una politica estera italiana latitante da un bel po’ e con molti fronti di emergenza» avevano tentato giorni fa Alberto Negri assieme a Tommaso Di Francesco. Anche con loro proviamo a immaginare l’agenda di politica estera di Conte partendo dal recentissimo passato, visto quel ‘amico Giuseppi’ che Trump ha concesso al premier bis. Distratto Donald nel passaggio dal nero Salvini a un governo giallo rosso, e qualche problema a sinistra sul fronte Atlantico con quel presidente Usa che più forcaiolo e imprevedibile di così, si muore. Ricordandoci doverosamente di come, ‘Giuseppi’ Conte si era bevuto da Trump la balla della «cabina di regia» in Libia. Atlantismo ‘senza se e senza ma’ -dichiara Conte- ma almeno senza farci prendere per il sedere, adesso. Dal contingente italiano in Afghanistan, al dopo la rottura del Trattato sulle armi atomiche e basi Usa in Italia.

Esteri nascosti da Rousseau?
Dalla politica estera fatta a gomitate dal Viminale a cosa? Medio Oriente, la guerra permanente di Israele, che fine dei Territori palestinesi occupati? E la stessa Libia che adesso, altro che migranti! A voler insistere si potrebbe parlare anche di Iran, Russia e Cina. O la crisi in Venezuela con l’inutile autoproclamato «presidente» Guaidó. Lega e 5stelle spesso su questi temi sono stati su posizioni di rottura. 5stelle Pd? Salvini appiattito su Netanyahu dimenticandosi delle truppe italiane in Libano. Salvo sperare che tra due settimane il voto metta fuori gioco (e presto in galera per corruzione) l’ultradestro israeliano, cosa fare e dire dopo? La questione iraniana che sta montando in questi giorni (o gli Usa tolgono l’embargo e noi ci facciamo l’atomica per davvero). Ricordandoci che anche nei sei mesi di sospensione delle sanzioni accordati dagli Usa, l’Italia non ha acquistato dall’Iran neppure una goccia di petrolio.

La Russia, Putin e l’amico Salvini
In attesa di prossimi inevitabili sviluppi dell’affare Metropol-Lega, la Russia è anche problema italiano, e non soltanto commerciale. «L’Italia è propensa, soprattutto nella presente congiuntura politica, a porsi come soggetto equidistante tra gli Stati Uniti e la Russia, pur non rinnegando la propria appartenenza all’Unione europea e alla Nato», relazione esteri al senato. Poi Conte appoggia la richiesta di Trump di riammettere la Russia di Putin al G7. La stessa Russia «prova ora a smarcarsi dallo schieramento sovranista, e sta riaprendo al malconcio asse franco tedesco, cominciando a trattare davvero sull’Ucraina», annota Alberto Negri. Per quanto riguarda la Cina, l’Italia ha firmato il protocollo d’intesa sulla Via della Seta avviata da Xi Jinping. Che fine fa quel protocollo in tempi di guerra dei dazi dell’alleato sovranista Trump?

Trump, Putin, BoJo, Unione europea
Trump è apertamente nemico dell’unità europea e spinge per una Brexit di rottura. Ma anche Putin non ama una Unione europea forte, anche perché, troppo sovente strumento politico della Nato che le schiera truppe e missili ai confini, anche se l’attuale guerra dei dazi e problemi economico sociali in casa, lo rendono più ‘morbido’ e attento a certe alleanza europee pericolose. La Cina, il bersaglio dei raid economici di Trump, che sta alleandosi commercialmente con tutti, versione orientale e più intelligente della ‘China first’. Tutto questo otterrà un cambio della politica estera italiana? La grande politica a livello mondiale la fa il premier e non la Farnesina, chiunque ne sia il ministro. Battute e sfottò d’avvio anno scolastico, ma poi occorrerà mettersi a studiare. Con qualche coerenza in più dall’aver messo fuori gioco il rozzo Salvini. Tempi feroci di guerra dei dazi che il sovranismo isolazionista dell’America first sta scatenando e che ridisegna strategie e alleanze nel mondo.

giovedì 1 novembre 2018

Sul TAP è ‘nascondino geopolitico’ - Ennio Remondino



Di Maio in peggio

Sul TAP è ‘nascondino geopolitico’. Alberto Negri, vecchio reporter di trascorsi economici al Sole24, di questa cose se ne intende e sul Manifesto adesso, si stupisce: ma che mistero e mistero sul gasdotto Tap, bastava una telefonata alla Snam, afferma. «Gli italiani sono azionisti del gasdotto, visto che Snam è una controllata di Cassa depositi e prestiti». Anche se, rispetto al dietrofront del Di Maio, lo stesso Negri riconosce che questo «non può certamente tranquillizzare la popolazione salentina interessata da un tubo che ha soltanto un metro e venti di diametro ma con molti risvolti locali, nazionali e di geopolitica». Ben oltre la partita politica italiana tra Lega e 5Stelle, oltre alla figuraccia di un vice premier di passaggio, c’è ben altro dietro, prova a spiegare chi sa.



La guerra dei tubi

Il Tap è uno dei capitoli più scottanti della «guerra dei tubi», accompagnata da guerre vere che coinvolgono da anni Europa, Usa, Russia, Mediterraneo, Medio Oriente, Caucaso e le vie di rifornimento energetico, riassume Alberto Negri per gli assenti, e «Ogni metro di tubo trasporta con il gas una goccia di sangue e di soldi». Il consorzio Tap, il Trans Adriatic Pipeline ha sede a Baar, in Svizzera, ci viene ricordato. E se mai dovessero esserci dei contenziosi a lavori in corso – e qui la malizia dell’autoConte paga pegno e diventa trasparente – «ci si può sempre rivolgere alla Swiss Chamber, che da sempre svolge funzione arbitrale il cui regolamento è stato messo a punto da una commissione guidata dal professore Guido Alpa, il méntore accademico del premier Giuseppe Conte».


Conte paga pegno

In realtà il premier Conte entra direttamente nella questione Tap per un motivo ben più importante degli arbitrati: «A luglio durante la sua visita a Trump negli Stati Uniti ha impegnato il governo a realizzare il gasdotto, che aggira la Russia, in cambio dell’appoggio Usa alla conferenza sulla Libia del 12 novembre a Palermo». Insomma, amici salentini a feroce giramento di stelle, il dietro front sul Tap non è legato a ipotetici rimborsi stellari ma ad impegni segreti presi. Una partita geopolitica di primo piano che viene così descritta: «La protezione americana a questo esecutivo. Gli Stati Uniti, tanto meno quelli di Trump, non danno niente gratis». Argomenti per diffusi e interessanti dibattiti politici interni al Movimento5Stelle nel confronto ormai aperto in casa e nei confronti della Lega piglia tutto.



Penali e gas quali costi?

Gli azionisti del progetto Tap – copiamo brutalmente da Negri – sono l’italiana Snam (20%), l’inglese BP (20%) l’azera SOCAR (20%), la belga Fluxys (19%), la spagnola Enagás (16%), la svizzera Axpo (5%). Il Tap trasporterà dall’Azerbaijan circa 10 miliardi di metri cubi all’anno di gas naturale. Tutti i 10 miliardi di metri cubi di gas trasportati in Italia o in parte resteranno in Turchia o nei Balcani e nell’Est Europa? E quando la portata verrà aumentata a 20 miliardi di metri cubi? Le eventuali penali riguardano gli azionisti del Tap e le aziende coinvolte nella sua realizzazione. Dunque cosa che riguarda la Snam e quindi non dovrebbe poi essere così difficile sapere di costi di fornitura ed eventuali penali, aggiunge Alberto Negri. «In poche parole gli italiani sono azionisti del Tap: se non sappiamo quanto costa, qual è il prezzo del gas e quali sono le penali questo significa che in questo Paese la mano destra non sa cosa fa la sinistra». «Oppure qualcuno, e più di uno, ci sta giocando sopra».

mercoledì 25 luglio 2018

Di Maio, la segretaria e l’odore dei moralisti smemorati - Giulio Cavalli



Posso dirlo? Fa schifo che i conti in tasca a Di Maio, che sarebbe colpevole di avere scelto come stretta collaboratrice al ministero una donna laureata di cui si fida, li faccia il Giornale. Fa schifo che l’opposizione (giusta, doverosa e su alcuni temi direi addirittura umanitaria) a questo governo sia portata avanti da chi, come nel caso del quotidiano berlusconiano, per anni ha portato l’acqua alla frotta di incapaci scherani del berlusconismo, scelti per meriti servili se non addirittura sul limbo della prostituzione, che hanno guadagnato per il solo fatto di essere a disposizione. Che il quotidiano che scrisse di Ruby Rubacuori nipote di Mubarak oggi si erga a difensore del buonsenso è qualcosa che provoca conati di vomito.
Mi rifiuto di credere che i portaborse di vent’anni di berlusconismo, gli uomini senza qualità che hanno avuto come unica virtù quella di difendere l’indifendibile, possano essere l’opposizione a questo governo. Io me li ricordo bene Dell’Utri, Bondi ministro, Sgarbi rivenduto come intellettuale, Scajola e tutti gli altri. Questi erano quelli che non assumevano gli amici: li proclamavano classe dirigente.
Allo stesso modo mi pare che qualcuno nel Partito democratico non abbia ancora capito come gli sgherri di Renzi siano il viatico verso l’autodistruzione. Che quelli del giglio magico (eletti per provenienza geografica e frequentazioni adolescenziali) ci impartiscano oggi la morale della meritocrazia applicata è una barzelletta che non fa ridere nessuno. Sono, del resto, gli stessi sostenitori di Minniti che oggi riescono a reinventarsi oppositori di Salvini senza nemmeno rinnegare le proprie scelte. Se c’è un modo perché questa Lega duri trent’anni ha la loro faccia.
A Di Maio invece vorrei chiedere una cosa, una soltanto, semplice semplice: se per anni ci avete detto che è immorale che i parlamentari guadagnino più di duemila e cinquecento euro al mese (a proposito, quando il decreto per il taglio di legge lasciando perdere la scenetta delle restituzioni?) quanto può essere morale che la segretaria di un ministro guadagni tre volte tanto lo stipendio morale?

martedì 12 giugno 2018

ANIMAL FARM: ZOOLOGIA DEL NUOVO GOVERNO (l’animale politico e il politico animale) - Gian Luigi Deiana



il momento è quello che è, sia che lo si veda come la benefica fine di una pacchia (salvini sui migranti) sia che lo si veda come la quiete prima della tempesta (fine del quantitative easing e di draghi alla bce); quindi è necessario ostinarsi a giudicare non sulla base della prevenzione soggettiva ma sulla base dei fatti oggettivi; però, con questa precondizione tassativa: la vigilanza è un dovere etico e quando si hanno elementi per giudicare non ci si può astenere dal farlo;
il nuovo governo ha superato il primo vaglio formale, il voto di fiducia; ma già prima di questo è stata piazzata senza preavviso una segnaletica direzionale, riguardante i diritti; questo passo non è stato compiuto dal capo del governo ma ciascuno per la sua parte dai due vicepresidenti, in fregola di un proprio personale biglietto da visita; poiché la figura del capo del governo è stata definita in modo impeccabile da vittorio sgarbi, con la didascalia “lei è il vicepresidente dei suoi due vicepresidenti”, e poiché il suo biglietto da visita è già tutto nel suo curriculum e nel suo sorriso durbans, è bene per amor di patria passare subito a questi due vice;
poiché la riduzione zoologica dei comportamenti umani è sempre un utile modello di spiegazione, da esopo a walt disney, i due vicepresidenti possono essere indicati come la cicala e lo scardafone, il lupo e l’agnello ecc., col rischio però di offendere queste povere bestie; di conseguenza è bene attenersi a un modello più filosofico e più letterario, quelli del vecchio aristotele e del grande orwell, e chiamare i due vice rispettivamente ali di burro e palla di lardo;
secondo aristotele la condotta di tutte le comunità animali è mossa da tre fattori: l’istinto, la gregarietà e il soddisfacimento; nell’uomo questi tre fattori sono potenziati ed elevati di grado, rispettivamente nella forma della razionalità, della socialità e della felicità, e per poter conformare la propensione dei singoli a questo codice comune l’animale umano ha elaborato una attitudine specifica, la politica; di qui l’uomo non è più semplicemente un animale sociale, ma è per sua specifica natura un animale politico: razionale, socievole, proteso alla felicità;
tuttavia la razionalità non rimuove l’istinto, la socialità non rimuove la gregarietà e il desiderio di felicità non rimuove la voglia di predazione: in sintesi, la politica non rimuove la bestialità, anzi la può potenziare a livelli mostruosi e dai tempi del serpente, della mela di eva e della bugia di adamo lo fa incessantemente;
nella miserevole condizione italiana, e grazie alla totale evanescenza del cosiddetto presidente del consiglio, possiamo ridurre lo schema aristotelico ai due vicepresidenti, ottenendone il caso di scuola di questa indissolubile accoppiata, la politica e la bestialità praticamente allo stato puro: di majo come animale politico e salvini come politico animale; e quindi cinquestelle come aspirazione virtuale e lega come brutalità reale;
chi ben comincia vede già metà dell’opera, ma chi comincia male la può vedere praticamente compiuta: il ministro del lavoro ha cominciato “soft” con la conclamata sensibilità ai fattorini in bicicletta dei pasti di ristorante, benché lo scoop gli fosse stato bruciato una settimana prima dal sindaco di bologna; il ministro dell’interno ha invece iniziato “hard” con tre spudorate invasioni sulla politica estera: alleanza col razzista ungherese orban, insulto all’unico paese nordafricano che collabora ai rimpatrii, ed opposizione dura alla riforma del trattato di dublino sulla condivisione del problema dell’immigrazione; con perfetto tempismo ha poi dettato l’epitaffio del governo italiano sulla tomba di un giovane immigrato del mali, assassinato con una fucilata il giorno prima della fiducia: “è finita la pacchia”;
poiché la disparità di peso specifico fra i due vicepresidenti è già immediatamente evidente, e per questi aspetti ormai irreversibile, la ricerca di una spiegazione obbliga a prendere atto del fatto che mentre butterfly si è mosso con le sue ali di burro per sorridere ai riders e cominciare a imbastire qualche filo sul tema del lavoro, palla di lardo si è mosso con gli scarponi chiodati per marcare tutto il territorio ghignando e ringhiando: qui è la differenza zoologica tra un animale politico e un politico animale, tessere fili o marcare il territorio, e poiché questa alternativa trascina la propensione dei cittadini a tessere o a pestare è indispensabile prenderne atto;
ma è ancor più indispensabile individuare il trucco che consente a questo rozzo incantesimo di immobilizzarsi nell’aria; il trucco di un incantesimo sta sempre nella formula magica e in questo caso sta ovviamente nel cosiddetto “contratto”: ma attenzione, non per le cose che il contratto promette di fare, capitolo a sua volta pieno di legittime fumisterie e di imbrogli (lato “politico” del contratto), quanto piuttosto per le cose illegittime che il contratto “non” vieta che siano fatte (lato “animale” del contratto); se il contratto vietasse a ogni singolo ministro di pregiudicare l’azione di altri ministeri o dell’intero governo, e di lanciare con questo messaggi preventivi, obliqui e violenti all’opinione pubblica, salvini sarebbe già obbligatoriamente in castigo a scrivere “pacchia” e altre sconcezze dietro la lavagna; ma poiché in un contratto ciò che “non” è vietato è permesso egli si è letteralmente preso “tutta” la lavagna e ci scrive sopra tutte le schifezze proprie della sua consapevole e meditata regressione bestiale;
le controprove non sono all’ordine del giorno, sono all’ordine dell’ora; il ministro dell’interno ha dettato la logica della flat tax senza che il ministro dell’economia abbia ancora messo il culo sulla sua poltrona; il ministro dell’interno ha imposto la scenografia della propria sedia vuota all’atto del surreale voto di fiducia alla camera, mentre il suo omologo butterfly si prestava penosamente a coprire le gaffes del presidente; e chi, tra i due vicepresidenti titolati, butterfly e palla di lardo, presiederà la prima riunione del consiglio dei ministri in assenza del presidente durbans, in volo per il g7? naturalmente lui, palla di lardo; bel consiglio dei ministri, dove i più importanti tra essi agli occhi del mondo (il presidente, il ministro degli esteri e il ministro dell’economia) sono ridotti alla stregua delle tre scimmiette senza che quasi nessuno conosca in italia il loro nome;
ovviamente se i tre principali attori di governo (presidenza, esteri, economia) si riducono alla stregua delle tre scimmiette, la frenesia di marcamento del territorio non può che dilagare: vedi il ministro della famiglia fontana (‘la famiglia arcobaleno non esiste’), vedi il governatore zaia (‘siamo razzisti contro chi non ci permette di vivere come prima’) ecc.; nella prospettiva di questa elevazione morale sta il cuore religioso del politico animale, la soluzione finale del problema migranti: allearsi con orban; allearsi con orban significa impedire il principio della distribuzione equilibrata tra i paesi dell’unione; non volere una distribuzione equilibrata significa volere piena licenza sui respingimenti in mare;
si poteva concedere ad ali di burro una chance sulla sua conquista al palazzo del minotauro, ma purtroppo ha finito per allearsi proprio con lui, la bestia; ora arriva l’estate, e quelle ali stanno per sciogliersi al sole delle spiagge, nel frastuono delle ronde e delle botte ai venditori di chincaglieria di strada;
sembra che il partito di palla di lardo, in forza di questa esibizione di gomiti, stia aumentando vertiginosamente i consensi; in un vecchio film western clint eastwood sibilò a un chiassoso gradasso: “mi piacciono quelli come te, perché quando cadono fanno molto rumore”.