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sabato 27 febbraio 2021

L’assurda storia dei due sportivi nigeriani espulsi dalla polizia croata - Marco Siragusa

Immaginate due atleti che arrivano in un paese europeo con tanto di passaporto e regolare visto per partecipare a un torneo internazionale. Immaginate che, dopo la fine del torneo, i due ragazzi decidano di visitare la capitale di quel paese, ma invece di prendere il volo che li riporta a casa vengano prelevati dalla polizia e respinti illegalmente in un paese non appartenente all’Unione Europea.

Se non si trattasse di una storia vera, con in gioco la dignità e la vita di due giovani ragazzi, si potrebbe pensare a una sceneggiatura degna delle peggiori commedie poliziesche. Purtroppo la vicenda che ha visto coinvolti due atleti nigeriani, Abia Uchenna Alexandro ed Eboh Kenneth Chinedu, è tutt’altro che comica e ci mostra, se ce ne fosse ancora bisogno, il razzismo istituzionale che infetta la “democratica e accogliente” Europa.

Abia ed Eboh giungono a Pula, in Croazia, lo scorso 12 novembre per partecipare alla quinta edizione del World InterUniversities Championships, un torneo internazionale di ping-pong con oltre 2mila partecipanti che si è svolto tra il 13 e il 17 novembre. Concluso l’evento, i giovani decidono di passare due giorni nella capitale Zagabria prima di ripartire per il loro paese. Abia ed Eboh, però, l’aereo di ritorno non l’hanno mai preso.

La sera prima della partenza, mentre passeggiavano per la città, i due ragazzi vengono fermati dalla polizia, evidentemente insospettita dal colore della loro pelle. Più volte i ragazzi provano a spiegare che i loro documenti si trovano nell’ostello dove soggiornano ma, invece di recarsi sul luogo e controllare, gli agenti decidono di portarli in commissariato. Da lì, Abia ed Eboh venivano caricati con altri ragazzi su un furgone e portati nei boschi al confine con la Bosnia. Secondo quanto dichiarato dai due, al rifiuto di scendere dal furgone uno degli agenti ha minacciato di sparargli, dopo ovviamente aver tolto loro i soldi a disposizione. Solo a quel punto si sono incamminati nelle innevate montagne bosniache verso il centro di accoglienza Miral di Velika Kladuša.

A distanza di oltre due settimane, i giovani, assistiti dalle organizzazioni presenti sul territorio, si trovano ancora nel centro dove nel frattempo è in corso uno sciopero della fame contro le disastrose condizioni umanitarie. La notizia è stata diffusa solo il 3 dicembre, grazie al giornale bosniaco Žurnal, e ha scatenato numerose polemiche in Croazia e Bosnia. In un’intervista rilasciata ad Al Jazeera, il ministro della Sicurezza della Bosnia-Erzegovina Dragan Mektić ha parlato di un vero e proprio “atto illegale da parte della Croazia” affermando che i due ragazzi verranno presto riportati in quel paese.

Completamente diversa la posizione espressa dalla polizia croata in una nota secondo cui nessun agente ha preso in carico Abia ed Eboh che, invece, si sono diretti autonomamente verso una destinazione sconosciuta. Pur negando qualsiasi comportamento contrario alle norme vigenti, la polizia ha tenuto a specificare, in quella che sembra una vera e propria accusa indiretta, come spesso la partecipazione a eventi sportivi venga utilizzata a pretesto per poi continuare illegalmente il proprio viaggio e far domanda per l’ottenimento dello status di rifugiato.

Nonostante il tentativo di auto-assoluzione, la polizia croata è ormai sempre più tristemente famosa per i comportamenti violenti e illegali (questi sì) nei confronti dei migranti. Come già raccontato dal nostro giornale, sono ormai migliaia le denunce di violenze esercitate dalla polizia al confine croato-bosniaco.

La vicenda di Abia ed Eboh va però ben oltre. Non si tratta infatti “solo” di violazioni delle norme contro i respingimenti e dei diritti umani basilari ma mostra con estrema brutalità il profondo clima di razzismo ormai diffuso in Croazia e nel resto d’Europa. Un razzismo ancora più grave in quanto esercitato e fomentato senza vergogna dalle istituzioni e dalle forze di polizia nell’assordante silenzio di un’Unione Europea che nelle prossime settimane dovrebbe definitivamente accogliere Zagabria nell’area Schengen.

Dal mese di gennaio, inoltre, la Croazia assumerà la presidenza di turno dell’Ue per i prossimi sei mesi. Una condanna netta per i metodi usati alle frontiere europee e un radicale cambio di prospettiva, culturale e politica, sembrano quindi tutt’altro che immediati.

da qui

lunedì 22 febbraio 2021

Aimé Césaire, la Croazia e “Diario del ritorno al paese natale” - Marco Siragusa

Aimé Césaire è stato tra i più noti intellettuali afro-caraibici, padre del movimento letterario e politico della Negritudine e ispiratore dei movimenti anticoloniali del dopoguerra. Una curiosa storia lega la sua opera più famosa, fondamento teorico dell’anticolonialismo del dopoguerra, al paese balcanico

 

Aimé Césaire nasce nel 1913 a Basse-Pointe, nell’isola caraibica di Martinica ancora oggi appartenente alla Francia. Pur provenendo da una famiglia modesta, i genitori riescono a mandare il giovane Césaire nella scuola secondaria dell’isola. Nel 1934 Aimé ottiene una borsa di studio per l’École Normale Supérieure di Parigi, uno degli istituti d’élite del paese.

Lì conosce il suo collega croato Petar Guberina, che diverrà in seguito uno dei maggiori esperti mondiali di fonetica e fondatore dell’Istituto di Studi Africani a Zagabria. Tra i due nasce una forte e sincera amicizia tanto che, durante l’estate del 1935, Guberina invita Césaire nella casa di famiglia a Šibenik (Sebenico), cittadina sulla costa dalmata a pochi km di distanza da Spalato.

Ai tempi Šibenik faceva parte del Regno di Jugoslavia, istituito nel 1929 dal Re Aleksandar Karađorđević. L’intenzione iniziale di Césaire era quella di tornare a casa per le vacanze estive ma le difficoltà economiche gli impedivano di intraprendere quel lungo e costoso viaggio. Decide così di accettare l’invito dell’amico e di recarsi in Croazia, dove passò ben quattro mesi.

L’arrivo di Césaire aveva lasciato stupiti molti abitanti, per nulla abituati a vedere un nero tra le strade del proprio paese. La vera sorpresa però l’avrebbe ricevuta proprio Aimé Césaire. Come raccontato in un testo di Francoise Vergès, attivista femminista decoloniale, appena arrivato a casa della famiglia Guberina, Césaire si affacciò alla finestra. Guardando la penisola di fronte la città il paesaggio gli ricordò subito quello della sua isola natia. Chiese così all’amico il nome di quel luogo. Guberina rispose «Martinska». Césaire rimase stupito e affermò «Martiniska! Tradotto in francese significa Isola di San Martino, ma è Martinica!». Esattamente come casa sua. Guberina regalò un quaderno all’amico che, affacciato a quella finestra, cominciò a scrivere la sua opera forse più famosa Cahier d’un retour au pays natal (Diario del ritorno al paese natale).

Quel paesaggio, così simile a casa, stimolò le riflessioni più significative elaborate poi nel Diario. L’opera, pubblicata per la prima volta nel 1939, è considerata il fondamento teorico delle lotte anticoloniali del dopoguerra. In quest’opera Césaire guarda alle proprie origini liberandosi progressivamente dalle lenti della sua formazione progressista europea, rapportandola dunque con le reali condizioni di esistenza delle colonie, fatte di povertà, spoliazione, negazione. La Negritudine, che viene espressa in maniera strutturata per la prima volta, è il dispositivo con cui il poeta martinicano rivendica il rifiuto dell’identità imposta dai colonizzatori attraverso la presa di coscienza della propria condizione, del proprio essere nero.

Lo stesso Césaire non avrebbe mai potuto immaginare che, a distanza di 26 anni dal suo soggiorno croato, la Jugoslavia, questa volta quella socialista guidata dal Maresciallo Josip Broz Tito, sarebbe stata la capofila del Movimento dei Paesi Non Allineati. Nato nel 1961 a Belgrado, il Movimento rappresentò il cosiddetto “terzo blocco” riunendo 28 paesi in via di sviluppo in una sorta di alleanza anticoloniale in grado di fornire assistenza, anche militare, alle lotte di indipendenza nazionale portate avanti sopratutto in Africa.

Qualche anno prima, nel 1956, Césaire rompeva con il Partito Comunista Francese attraverso una lettera indirizzata al Segretario, dal 1930 al 1964, Maurice Thorez. In quella lettera Césaire cita la Jugoslavia come un’eccezione in mezzo a tanti paesi europei dove «burocrazie usurpatrici lontane dal popolo […] sono riuscite ad ottenere […] il penoso miracolo di trasformare in un incubo ciò che l’umanità ha, così a lungo, nutrito come un sogno: il socialismo». Una dimostrazione del grande rispetto e ammirazione, alimentata dal rapporto con Guberina, per il sistema socialista jugoslavo, alternativo allo stalinismo sovietico.

La storia del soggiorno sebeniciano di Césaire ha cominciato ad esser sempre più conosciuta grazie al lavoro di Maja Klarić e dell’associazione Fotopoetika che negli ultimi anni, sostenuta dall’impegno della città di Šibenik per il turismo culturale, ha organizzato diversi eventi sul tema. Come ci ha spiegato Klarić, “il principale obiettivo di questi eventi era quello di far conoscere la storia e iniziare la traduzione del libro. Era una vergogna che non fosse stato tradotto proprio lì dove cominciò ad essere scritto”.

Il libro, tradotto da Vanda Mikšić grazie anche al contributo dall’Ambasciata francese e della città di Šibenik, è stato presentato venerdì 27 novembre nella biblioteca comunale. L’appuntamento è stato organizzato dall’associazione Mladi u EU in collaborazione con l’Ambasciata del Belgio a Zagabria, la Casa dei diritti umani di Zagabria e la Wallonie-Bruxelles International. L’anno scorso il comune aveva già posto una targa nella casa natale di Petar Guberina ma senza nessun accenno alla visita di Césaire.

La vicenda è stata raccontata anche in due documentari. Il primo, del 1991 intitolato Martinska-Martinique, del regista keniota Lawrence Kiiru. Il secondo, del 2013, dal titolo Notebook of return to the homeland di Véronique Kanor e Fabienne Kanor.

 

Riferimenti

Dattiloscritto del Diario di un ritorno al paese natale, Assemblea nazionale francese, www.assembly-nationale.fr

F. Vergès, A. Césaire, G. Gnisci (trad.), Negro sono e negro resterò. Conversazioni con Françoise Vergès, Città aperta, 2006

A. Césaire, Lettera a Maurice Thorez, 1956, in M. Mellino, A. R. Pomella, (a cura di): Marx nei margini. Dal marxismo nero al femminismo postcoloniale, Alegre, Roma, 2020, pp. 45-55.

 

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