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giovedì 30 luglio 2026

“Finiamola di usare la parola ‘maranza’, è un insulto etnico. È come ‘terrone’ negli anni Settanta” - Franco Gabrielli

 

“Intanto mi piacerebbe che si togliesse dal dibattito la parola ‘maranza’ che è un insulto dal timbro etnico, perché nello slang milanese significa ‘marocchino zanza’. È come se negli anni ’60-’70 avessero fatto una norma sui terroni“. Così a In Onda (La7) interviene Franco Gabrielli, ex capo della Polizia e già autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, a proposito del disegno di legge del governo Meloni sulla microcriminalità minorile.
Gabrielli condivide le critiche espresse dal procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, che ha definito il provvedimento “inutile”. E aggiunge: “Stiamo parlando quasi del nulla, da un punto di vista degli esiti, anche perché questa norma non modificherà nulla da un punto di vista della certezza della pena, della lunghezza dei processi e del diritto alla difesa. Questi sono provvedimenti che, da un punto di vista della loro effettiva capacità di incidere, non produrranno effetto“.

L’ex prefetto riconosce però che il problema esiste: “Naturalmente c’è un tema della condizione giovanile che riguarda anche ragazzi di seconda generazione e che, per chi vive la realtà milanese, non può non tenere nella debita considerazione. Allora, come al solito, perché ci dobbiamo dividere da curve da stadio, per cui dobbiamo criminalizzare un’intera generazione oppure immaginare che certi episodi non abbiano nessuna rilevanza? – sottolinea – Io credo che una giusta via di mezzo ci sia, cioè la necessità di intervenire significativamente su queste questioni, possibilmente in modo preventivo. Ci sono delle bellissime esperienze in Europa, come in Islanda e in Scozia“.

Gabrielli amplia poi la sua stroncatura all’intera produzione normativa del governo in materia di sicurezza: “Ci sono norme a bizzeffe, ho perso pure il conto dei decreti sicurezza del governo Meloni.Tutte quelle norme hanno prodotto, chi dice 400, chi dice 500 anni di nuova carcerazione, ma da un punto di vista degli effetti pratici credo che in prospettiva abbiano semplicemente creato le condizioni per limitare le libertà, non per garantire una condizione di maggiore sicurezza”.
L’ex capo della Polizia torna infine sul punto centrale: “Anche questo discorso sui “maranza” è una forma di criminalizzazione di queste fasce giovanili in maniera più o meno indiscriminata. Poi, ripeto, la questione esiste, gli episodi non sono di percezione ma sono reali. Tuttavia, queste modalità così generalizzate di criminalizzazione delle persone soltanto perché li si immagina appartenere a una categoria sono forme di limitazione e di marginalizzazione di fasce ben precise”.

da qui

domenica 29 maggio 2022

intervista a Nicola Gratteri

 


LETTERA APERTA A LILLI GRUBER

Cara Lilli Gruber,

nel corso della sua trasmissione l'altro ieri ha intervistato il procuratore Gratteri.

Durante l'intervista il magistrato ha erroneamente attribuito al nostro partito - Rifondazione Comunista - una collocazione nella coalizione di larghe intese che sostiene il governo Draghi e alle sue "riforme" e dunque che saremmo alleati della Lega.

Lei non ha fatto notare a Gratteri che si era confuso.

Probabilmente siamo talmente oscurati dai media che neanche lei e il direttore de La Stampa Massimo Giannini avete notato che si trattava di un errore.

Però ieri abbiamo inviato una richiesta di rettifica e ci aspettavamo una precisazione.

Invece nel corso della puntata non si è fatto cenno alla cosa.

Riuscirà almeno stasera a precisare che noi di Rifondazione Comunista non appoggiamo questo governo e non siamo alleati della Lega?

Sarebbe molto triste constatare che in questo paese se non si è potenti si può diventare oggetto passivo di disinformazione in prima serata.

La nostra tessera del 2022 è dedicata a una nostra compagna partigiana e pacifista che lei ben conosceva. Si immagina cosa direbbe Lidia Menapace nello scoprirsi arruolata nel governo che invia armi e aumenta le spese militari per giunta in compagnia degli xenofobi leghisti?

Il pubblico ha il diritto di sapere che noi comuniste/i non siamo sostenitori del governo?

Grazie per l'attenzione.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista

P.S.: il dott. Gratteri raggiunto da me al telefono si è scusato per averci confuso con altre formazioni politiche e mi ha detto che stasera a #PiazzaPulita rettifichera'.

da qui



sabato 28 maggio 2022

Quando affronteremo la lobby delle armi?



articoli, video e vignette di Toni Capuozzo, Chiara Rossi, Gianandrea Gaiani, Patrick Boylan, Franco Fracassi, Pepe Escobar, Gianni Lixi, Nicola Gratteri, Davide Bertok, Movimento No Base, Antonia Sani, Peppe Sini, Costituente Terra, Fulvio Scaglione, Francesco Masala, ReCommon, bortocal, Mauro Biani

scrive bortocal

…come è oggi la situazione in Ucraina?

non ribadisco che a mio parere, per riaprire le trattative sugli accordi di Minsk, che l’Ucraina rifiutava di rispettare, e porre termine alla guerra civile contro le minoranze russe di quel paese, la Russia aveva a disposizione altre possibili iniziative che una guerra aperta: soprattutto in campo economico, col blocco delle esportazioni di gas e petrolio,

prendiamo atto che la scelta alternativa è stata quella di una invasione militare, che ha avuto all’inizio addirittura l’obiettivo velleitario di cancellare l’Ucraina dalla carta geografica, negandone l’identità stessa.

ma il fallimento iniziale di questo primo obiettivo russo rischia oggi di nascondere il fallimento della strategia alternativa scelta dall’Ucraina e, dopo due mesi dall’andamento incerto, la progressiva affermazione della Russia sul campo.

non a caso la Russia era disponibile a trattative, che l’Ucraina ha rifiutato, sia immediatamente prima della guerra (e allora l’Ucraina ha fatto fallire la proposta di mediazione tedesca) sia subito dopo.

oggi il rifiuto ucraino di trattare, se non su posizioni totalmente irrealistiche, maschera la disperazione dovuta al fatto che oggi è sostanzialmente la Russia a rifiutarle, perché si sente vincente…

–

allora, che cosa dovrebbe fare un capo di stato effettivamente interessato a ridurre i danni della guerra al suo popolo? (non sto parlando di Zelensky, evidentemente, che non appartiene di sicuro a questa categoria).

prendere atto delle forze reali sul campo e largheggiare in concessioni, ponendo forse le basi di un consolidamento interno futuro, ed impedendo il collasso completo del paese, dato che questo potrebbe riportare in primo piano il disegno originario di Putin, inizialmente fallito.

naturalmente il prezzo da pagare sarebbe sicuramente anche quello di mettersi personalmente da parte e lasciare spazio ad altri leader; ma è poi così assurdo salvarsi la pelle, anziché rischiarla in una ostinazione senza senso, contando su armi americane sempre più potenti, cedute peraltro ad un esercito in via di sfaldamento?

la Russia non ha già appena dimostrato in Siria di essere in grado di sconfiggere una guerra americana fatta per procura attraverso gli integralisti islamici locali?

perché dovrebbe andare meglio con gli integralisti neonazisti ucraini?

e peraltro non si direbbe.

–

non sono certo uno stratega, la mia analisi dei rapporti di forza in campo può essere totalmente sbagliata; ammetto pure la possibilità che Zelensky, e soprattutto i suoi burattinai americani, abbiano fatto delle valutazioni più accurate delle mie e che i rapporti di forza siano invece contrari e garantiscano la sconfitta di Putin sul campo; dopotutto loro hanno dei dati, anche logistici, che io non ho.

però questo non cambierebbe la sostanza delle mie argomentazioni e soprattutto della mia domanda: che cosa induce un capo di stato a buttarsi in una guerra anche quando una valutazione obiettiva e sensata delle forze in campo indica una sconfitta probabile, salvo eventi assolutamente imprevedibili?

e quei leader che resistono ad una resa, fino all’ultimo uomo, contro ogni evidenza, facendo massacrare il loro popolo e distruggere il loro paese, sono eroi o criminali?

magari criminali con qualche attenuante, perché malati di mente, direi io…

che tuttavia domando ancora: e noi che cosa ci facciamo al loro fianco?

da qui

 

 

 

scrive Francesco Masala

Il 24 febbraio lo slogan era “bisogna difendere l’Ucraina”, lo stesso 24 febbraio, cinque minuti dopo, lo slogan era diventato “bisogna colpire la Russia”, lo stesso 24 febbraio i grandi strateghi dell’impero del male (dell’Europa) avevano uno slogan riservato, “bisogna sfasciare l’Europa”.

Il terzo obiettivo, quello “riservato”, è stato raggiunto, e l’Europa sostituirà i suoi fornitori cattivi di gas e petrolio, con fornitori buoni e democratici, la Libia, l’Egitto, il Qatar, gli Usa, tra gli altri (che gioia!).

 

La guerra va male, bisogna stare attenti, non perché è stata uno sbaglio dall’inizio, non perché è stata provocata, non perché l’Ucraina è un campo di battaglia e non resterà più niente, tutti noi siamo dalla parte giusta, il punto è che costa troppo, rischiamo di non vincerla, queste sono le discussioni all’interno dell’Impero.

 

qui un aggiornamento di Comma 22

 

Come Paese dobbiamo domandarci: quando, nel nome di Dio, affronteremo la lobby delle armi? Quando, in nome di Dio, faremo ciò che tutti nel nostro istinto sappiamo che deve essere fatto? – Joe Biden

 

il presidente americano Joe Biden ha firmato la legge, già approvata dal Congresso americano, per il nuovo pacchetto da 40 miliardi di dollari di aiuti militari e umanitari all’Ucraina

 

18 maggio: Sciopero generale contro la guerra (da qui)

 

genocidio contro il popolo ucraino:

Sfiora quota 4.000 il bilancio delle vittime civili accertate in Ucraina dal 24 febbraio, secondo l’agenzia dell’Onu per i diritti umani ripresa dal Kiev Independent che parla anche di 9 vittime a Kharkiv e di 7 a Lugansk. Gli abitanti uccisi finora dalle forze russe sono infatti almeno 3.998 (dato aggiornato a mercoledì), mentre i civili feriti sono almeno 4.693. L’agenzia ritiene comunque che i dati effettivi siano molto più alti.

da qui

 

genocidio contro il popolo degli Stati Uniti d’America:

negli Usa, dati del 2022, aggiornati al 18 maggio

Morti per armi da fuoco 7.229

Feriti 13.474

(da Internazionale n.1461 del 20 maggio 2022, pag.33)

 

per chi ha tempo e voglia di cercarlo, ecco uno dei più bei film sulla denazificazione, American History X (qui il trailer)


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“David Rossi è stato ucciso”: l’intercettazione dell’ex di Forza Italia imputato nel processo per ‘ndrangheta in Calabria - Lucio Musolino

 

David Rossi? “Non si è suicidato. È stato ucciso”. Il commento sulla morte, nel 2013, dell’ex capo area comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, è dell’ex senatore di Forza Italia Giancarlo Pittelli, imputato per concorso esterno con la ‘ndrangheta nel maxi-processo Rinascita-Scott. Su quell’intercettazione, registrata nel marzo 2018 dai carabinieri del Ros, e sui rapporti tra Pittelli e l’ex presidente dell’Mps Giuseppe Mussari emersi durante le indagini, la Commissione parlamentare d’inchiesta ha sentito ieri il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri.

Il magistrato ha parlato per quasi due ore durante la sua audizione che, in gran parte, si è svolta in seduta segreta. “Nel corso delle indagini durate due anni – ha spiegato Gratteri – oltre a intercettare tanti indagati provenienti dalla zona di Vibo Valentia, la Procura di Catanzaro ha intercettato anche l’avvocato Giancarlo Pittelli e nell’attività intercettiva è emersa una conversazione del 28 marzo 2018, tra il Pittelli e l’avvocato Guido Contestabile che all’epoca dei fatti non era suo difensore nel corso della quale i due commentano la morte di David Rossi”. Contestabile, che non è indagato, è oggi uno dei due legali che difende Pittelli nel maxi-processo in corso all’aula bunker di Lamezia Terme. L’intercettazione da tre anni è agli atti di quel processo: si sente la voce dell’ex parlamentare riferire all’avvocato Contestabile che “se riaprono le indagini sulla morte di Rossi succederà un casino grosso”.

Se siano frasi rilevanti o chiacchiere tra due colleghi su un rilevante caso di cronaca nazionale non è un accertamento che ha fatto la Procura di Catanzaro, non competente sulla morte di Rossi, avvenuta a Siena la sera del 6 marzo 2013 quando l’ex capo area comunicazione di Mps è precipitato dalla finestra del suo ufficio dietro a Rocca Salimbeni. Per legge, infatti, i pm calabresi avevano l’obbligo non solo di non indagare, perché non competenti, ma anche di trasmettere immediatamente quell’intercettazione all’autorità giudiziaria che stava eseguendo le indagini sulla morte di Rossi. Così è stato e la Procura di Siena ha quindi ricevuto gli atti.

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domenica 28 marzo 2021

Le mafie, la guerra e il giusto processo - Emilio Sirianni

Ero indeciso se scrivere di nuovo sull’argomento. La sensazione di inutilità, di prendersela contro i mulini a vento è forte, come pure la voglia di dire: «ma chi me lo fa fare». 

Però, in questo Sud io ci sono nato e ci vivo, l’oppressione e pervasività di “quel” potere le conosco bene e conosco bene la rassegnazione alla sconfitta. E i relativi volti. Quelli di chi, letteralmente, ti rappresenta la fine della vita tua e di chi ti è vicino, pur non facendolo in modo esplicito, ma sempre con ragionamenti ellittici, dal suono amichevole, persino e proprio per questo più terrorizzanti. Quelli di quanti stanno dietro o a fianco ai primi, ma mai nei luoghi della gente normale e che indossano toghe, siedono in consigli di amministrazione, presiedono enti, casse, partiti, fondazioni, frequentano le stanze di compensazione degli interessi che contano e decidono le sorti di queste terre da generazioni. Infine quelli dagli occhi bassi e i pugni stretti, che mordono le labbra e cedono e cedono e pare non debbano mai smettere di farlo. Ma io, per il mestiere che faccio, sono in grado di comprendere e svelare e, proprio perché conosco quei volti, sento di dover continuare a parlare. Prima di tutto a chi fa il mio stesso mestiere e ha la mia stessa possibilità e capacità di comprendere.

Ieri l’altro su Rai3, nella trasmissione Presadiretta, si è parlato del noto processo Rinascita-Scott, che ha per oggetto fatti di ‘ndrangheta e che proprio in questi giorni muove i primi passi nella nuovissima aula bunker costruita in tempo record a Lamezia Terme. In verità si è parlato delle indagini, perché il processo non è ancora neppure alle fasi preliminari. Ed è proprio questo il punto sul quale vale la pena di riflettere insieme. Anche se, prima di farlo sento il bisogno di dire quanto questa riflessione mi costa. 

Mi costa molto, per tante ragioni che prima ho solo accennato. Perché ho riconosciuto nei molti filmati dei ROS i volti di cui dicevo. Perché ho riconosciuto, nelle parole intercettate, parole che mi suonano in testa e mi pesano sul cuore da una vita. Di più, mi costa molto perché, da tecnico, ho ben percepito – come chiunque di voi abbia visto la trasmissione ‒ il valore e l’importanza di quegli elementi di prova. Il loro peso dirompente laddove vanno a incidere l’empireo degli intoccabili, squarciando la pesante coltre dietro cui si nascondono. Mi costa moltissimo perché sento sulla mia pelle la rabbia e il dolore di quei genitori che hanno perso i figli per mano di un potere criminale, di tutte quelle donne e quegli uomini che manifestavano a sostegno dell’indagine sotto le finestre dei carabinieri all’indomani degli arresti, invocando finalmente giustizia. 

Ma al tempo stesso, proprio per questo, non posso tacere.

La stampa – lo sappiamo bene ‒ fa il suo mestiere. Cerca notizie d’interesse pubblico e le diffonde e il valore di un giornalista si misura sulla sua capacità di trovare le notizie e di esporle. Il giornalista di cronaca le scova muovendosi fra segreti istruttori e fasi di discovery, fra prove nascoste e prove esibite, fra indiscrezioni carpite e indiscrezioni fatte filtrare. Del resto anche la polizia giudiziaria e gli organi inquirenti fanno il loro di mestiere. Cercando prove, custodendole gelosamente, coltivandole affinché, al momento giusto, germoglino e diano frutti. Ma anche in questo caso, in un gioco di specchi e di parti che è antico quanto il processo stesso, praticando sovente l’arte dell’indiscrezione veicolata e del consenso. Spesso utili anche per le sorti delle ipotesi d’accusa, ma altrettanto spesso per quelle delle carriere personali. In America ci hanno costruito, da sempre, un genere letterario e cinematografico che non conosce crisi. 

Nella trasmissione di ieri, però, abbiamo assistito a una sorta di smascheramento. Tutto si è svolto alla luce del sole, anzi sotto la luce delle telecamere. Negli studi televisivi e in esterni, letteralmente sul luogo del reato. Niente segreti pazientemente carpiti o sapientemente filtrati nell’ombra del lavoro d’indagine giornalistica o investigativa, ma ufficiali dei carabinieri che illustrano il contenuto di intercettazioni telefoniche e video, indicano i luoghi in cui si sono appostati per eseguire le riprese, illustrano le storie criminali dei vari protagonisti e gli organigrammi delle rispettive cosche. E in alto su tutti, ovviamente, l’Inquirente.

Tralascio gli aspetti personali che ognuno è libero di valutare come meglio crede (penso ai reiterati riferimenti a concetti quali «codardia/vigliaccheria» o ai dialoghi interiori con “compagna morte” [intervista alla Gazzetta del Sud del 16 marzo]). Quel che mi allarma ‒ e che dovrebbe allarmare tutti ‒ è che, proprio alla vigilia di un delicatissimo processo, si ritenga normale che il pubblico ministero partecipi, in veste di protagonista assoluto (pur se affiancato, come detto, da spalle di prim’ordine), al processo mediatico-televisivo che precede e affianca quello che s’avvia nell’aula bunker. Un processo nel quale tre giovanissime magistrate, che assieme non arrivano a sommare dieci anni di anzianità, dovranno affrontare, oltre all’ordinaria pressione che accompagna un processo di queste dimensioni e complessità, anche la pressione mediatica, enorme, che una delle parti processuali oggettivamente contribuisce a determinare. So che sapranno farlo, che resistere a simili pressioni è la parte di bagaglio professionale che alle nostre latitudini si acquisisce più celermente, ma è giusto ed accettabile che ciò accada?

Infine, noi, che siamo cresciuti alle lezioni di garantismo di Luigi Ferrajoli e di tanti altri maestri, abbiamo fermo in mente il loro insegnamento che ci ricorda come il soggetto da tutelare nel processo penale sia sempre l’imputato, a difesa dei cui fondamentali diritti sono predisposte tutte le regole e garanzie che ne scandiscono l’incedere. La prima delle quali è quella che stabilisce che la prova si forma nel processo. Non nelle indagini e ancor meno nella rappresentazione mediatica delle stesse. Una regola, questa, che esprime anche un fondamentale principio epistemologico del processo penale accusatorio, che individua nel contraddittorio e nella dialettica paritaria tra le parti del processo il miglior criterio per giungere all’accertamento della verità.

E a me, a noi tutti che in queste terre disgraziate ci troviamo o abbiamo scelto di vivere, quello che interessa, prima d’ogni altra cosa, è la verità. Per questo, principalmente, vorrei invitare chiunque indaghi sulla criminalità mafiosa, con toga sulle spalle o stellette sul petto, a non arruolarsi in quella guerra che il Procuratore Gratteri ha evocato in TV, continuando, molto più banalmente, a fare ciascuno la cosa più difficile: il proprio mestiere.

da qui

martedì 16 marzo 2021

Gratteri: ''Per proteggere i magistrati non basta la scorta''

 

 “Serve sinergia con apparati di Stato”, l’intervento del procuratore al master di Intelligence dell'Università della Calabria

Non basta la scorta per proteggere i magistrati che lavorano contro le mafie. A dirlo è il procuratore capo di Catanzaro, Gratteri: ''Per proteggere i magistrati non basta la scorta''

 “Serve sinergia con apparati di Stato”, l’intervento del procuratore al master di Intelligence dell'Università della Calabria

Non basta la scorta per proteggere i magistrati che lavorano contro le mafie. A dirlo è il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, partecipando al master di Intelligence dell'Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri. Il capo della Dda spiegando la sua affermazione ha fatto l’esempio dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ricordando che "si è giunti ad emettere sentenze definitive di condanna a carico di coloro che avevano partecipato alle stragi di Capaci e via d'Amelio, per il lavoro incessante e serio svolto da grandi investigatori e grandi magistrati”. "L'omicidio di Falcone - ha detto - era imprevedibile perché da anni non era in prima linea. Mentre, forse, la morte di Borsellino poteva essere evitata. Sia Falcone che Borsellino si sono trovati di fronte ad una mafia violenta, rappresentata da Riina, che ha voluto lanciare un guanto di sfida, perché voleva dettare l'agenda allo Stato che ha reagito con forza". A questo proposito, ha detto ancora Gratteri, “è bene ricordare che per proteggere i magistrati non basta solo la scorta. Altrettanto importante è la condivisione e la sinergia con gli altri apparati dello Stato. La lotta ed il contrasto ai fenomeni mafiosi non è un derby tra magistrati da un lato e mafia, ‘Ndrangheta e camorra dall'altro, ma riguarda tutte le istituzioni della Repubblica, che nei momenti importanti devono fare squadra, dimostrando una visione e una strategia comune". Il procuratore ha poi ricordato che i rapporti tra 'Ndrangheta, Cosa nostra e Camorra "risalgono al XIX secolo quando nel carcere di Favignana venivano reclusi gli esponenti di queste tre consorterie malavitose e si realizzavano i primi scambi anche linguistici. Per esempio, i termini ‘picciotto’ e ‘camorrista’ - ha spiegato - nascono all'interno della camorra e poi vengono adattati ed utilizzati rispettivamente dalla mafia siciliana e dalla ‘Ndrangheta. Quello mafioso - ha concluso sul punto Gratteri - è un fenomeno storico e per contrastarlo efficacemente abbiamo bisogno anche della politica ed in particolare di grandi politici, che siano in grado di disegnare scenari nuovi ed adottare strategie visionarie e lungimiranti". In questo senso secondo il magistrato servirebbero riforme “al nostro ordinamento giudiziario per meglio agire contro le mafie".
Inoltre, ha aggiunto in tema riforme, "credo che sia arrivato il momento di creare una specializzazione per i magistrati e per le forze di polizia. Occorre potenziare gli uffici delle indagini preliminari e porvi a capo magistrati attivi e brillanti. Per quanto riguarda la polizia giudiziaria, in particolare, andrebbe ridotta la scala gerarchica a livello burocratico, per renderla più snella e concentrarla nel lavoro sul territorio". In aggiunta secondo Nicola Gratteri "sarebbe importante prolungare il tempo di durata dei corsi di aggiornamento che riguardano, ad esempio, le tecniche dell'affiancamento, del pedinamento, degli appostamenti e della stesura delle informative".

"Urge una legislazione europea"
Durante l’appuntamento universitario Gratteri ha detto anche che occorre un sistema penale unico in tutta Europa per combattere le mafie. "Oggi, infatti - ha spiegato Gratteri - le mafie investono sempre di più all'estero, in paesi ricchi come la Germania, la Francia, la Svizzera ma anche nei Paesi dell'Est Europa, dove si stanno investendo consistenti fondi europei. Il problema dell'espansione delle mafie non riguarda solo il nostro Paese ma coinvolge tutto il mondo occidentale e l'economia globalizzata. Tuttavia, molti paesi europei sono restii ad adottare una legislazione antimafia più forte. In primo luogo perché non considerano un vero allarme le mafie; in secondo luogo perché un sistema giudiziario più pervasivo potrebbe minare la privacy dei loro cittadini, e per alcuni Stati questo non è immaginabile; in terzo luogo una legislazione più rigorosa, ad esempio, sul riciclaggio di denaro, potrebbe limitare i commerci e gli affari". "L'Italia - ha affermato - nonostante abbia uno dei sistemi normativi più evoluti del mondo nel contrasto alla mafia ed una conoscenza molto approfondita del fenomeno, non riesce ad essere incisiva in Europa per fare adottare una legislazione antimafia omogenea, che sia più incisiva nel contrasto alle mafie. Abbiamo grandi difficoltà - ha ribadito - ad essere ascoltati su questo tema fondamentale in Europa. Significativa è la circostanza, ad esempio, che le sedi dell'Eurojust, dell'Europol e dell'Interpol siano in Olanda. Oggi - ha affermato Gratteri - le mafie non si manifestano all'opinione pubblica e vengono identificate solo da chi ha un rapporto diretto con esse ossia dalle forze dell'ordine, dai magistrati e dagli usurati: per tutti gli altri non esistono. Per questa ragione il problema delle mafie non è nell'agenda politica, perché non crea allarmismo sociale. La politica - ha spiegato il procuratore - in genere si muove in funzione degli argomenti che i media di élite pongono all'attenzione in prima pagina dei quotidiani e nei titoli di testa dei telegiornali. Ed a volte il sistema mediatico diffonde notizie false che indeboliscono l'attività giudiziaria della magistratura".

da qui, partecipando al master di Intelligence dell'Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri. Il capo della Dda spiegando la sua affermazione ha fatto l’esempio dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ricordando che "si è giunti ad emettere sentenze definitive di condanna a carico di coloro che avevano partecipato alle stragi di Capaci e via d'Amelio, per il lavoro incessante e serio svolto da grandi investigatori e grandi magistrati”. "L'omicidio di Falcone - ha detto - era imprevedibile perché da anni non era in prima linea. Mentre, forse, la morte di Borsellino poteva essere evitata. Sia Falcone che Borsellino si sono trovati di fronte ad una mafia violenta, rappresentata da Riina, che ha voluto lanciare un guanto di sfida, perché voleva dettare l'agenda allo Stato che ha reagito con forza". A questo proposito, ha detto ancora Gratteri, “è bene ricordare che per proteggere i magistrati non basta solo la scorta. Altrettanto importante è la condivisione e la sinergia con gli altri apparati dello Stato. La lotta ed il contrasto ai fenomeni mafiosi non è un derby tra magistrati da un lato e mafia, ‘Ndrangheta e camorra dall'altro, ma riguarda tutte le istituzioni della Repubblica, che nei momenti importanti devono fare squadra, dimostrando una visione e una strategia comune". Il procuratore ha poi ricordato che i rapporti tra 'Ndrangheta, Cosa nostra e Camorra "risalgono al XIX secolo quando nel carcere di Favignana venivano reclusi gli esponenti di queste tre consorterie malavitose e si realizzavano i primi scambi anche linguistici. Per esempio, i termini ‘picciotto’ e ‘camorrista’ - ha spiegato - nascono all'interno della camorra e poi vengono adattati ed utilizzati rispettivamente dalla mafia siciliana e dalla ‘Ndrangheta. Quello mafioso - ha concluso sul punto Gratteri - è un fenomeno storico e per contrastarlo efficacemente abbiamo bisogno anche della politica ed in particolare di grandi politici, che siano in grado di disegnare scenari nuovi ed adottare strategie visionarie e lungimiranti". In questo senso secondo il magistrato servirebbero riforme “al nostro ordinamento giudiziario per meglio agire contro le mafie".
Inoltre, ha aggiunto in tema riforme, "credo che sia arrivato il momento di creare una specializzazione per i magistrati e per le forze di polizia. Occorre potenziare gli uffici delle indagini preliminari e porvi a capo magistrati attivi e brillanti. Per quanto riguarda la polizia giudiziaria, in particolare, andrebbe ridotta la scala gerarchica a livello burocratico, per renderla più snella e concentrarla nel lavoro sul territorio". In aggiunta secondo Nicola Gratteri "sarebbe importante prolungare il tempo di durata dei corsi di aggiornamento che riguardano, ad esempio, le tecniche dell'affiancamento, del pedinamento, degli appostamenti e della stesura delle informative".

"Urge una legislazione europea"
Durante l’appuntamento universitario Gratteri ha detto anche che occorre un sistema penale unico in tutta Europa per combattere le mafie. "Oggi, infatti - ha spiegato Gratteri - le mafie investono sempre di più all'estero, in paesi ricchi come la Germania, la Francia, la Svizzera ma anche nei Paesi dell'Est Europa, dove si stanno investendo consistenti fondi europei. Il problema dell'espansione delle mafie non riguarda solo il nostro Paese ma coinvolge tutto il mondo occidentale e l'economia globalizzata. Tuttavia, molti paesi europei sono restii ad adottare una legislazione antimafia più forte. In primo luogo perché non considerano un vero allarme le mafie; in secondo luogo perché un sistema giudiziario più pervasivo potrebbe minare la privacy dei loro cittadini, e per alcuni Stati questo non è immaginabile; in terzo luogo una legislazione più rigorosa, ad esempio, sul riciclaggio di denaro, potrebbe limitare i commerci e gli affari". "L'Italia - ha affermato - nonostante abbia uno dei sistemi normativi più evoluti del mondo nel contrasto alla mafia ed una conoscenza molto approfondita del fenomeno, non riesce ad essere incisiva in Europa per fare adottare una legislazione antimafia omogenea, che sia più incisiva nel contrasto alle mafie. Abbiamo grandi difficoltà - ha ribadito - ad essere ascoltati su questo tema fondamentale in Europa. Significativa è la circostanza, ad esempio, che le sedi dell'Eurojust, dell'Europol e dell'Interpol siano in Olanda. Oggi - ha affermato Gratteri - le mafie non si manifestano all'opinione pubblica e vengono identificate solo da chi ha un rapporto diretto con esse ossia dalle forze dell'ordine, dai magistrati e dagli usurati: per tutti gli altri non esistono. Per questa ragione il problema delle mafie non è nell'agenda politica, perché non crea allarmismo sociale. La politica - ha spiegato il procuratore - in genere si muove in funzione degli argomenti che i media di élite pongono all'attenzione in prima pagina dei quotidiani e nei titoli di testa dei telegiornali. Ed a volte il sistema mediatico diffonde notizie false che indeboliscono l'attività giudiziaria della magistratura".

da qui