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venerdì 11 settembre 2026

Siria: è la fine della rivoluzione del Rojava? - Davide Grasso

 (da Dinamo Press)

Lo scioglimento delle istituzioni confederali siriane del nord, civili e militari, rappresenta un evento storico per la Siria, per il movimento confederale in Kurdistan, per quanti credono nella necessità di una profonda trasformazione dei rapporti sociali oltre le identità nazionali e i confini. Data la mia posizionalità è soprattutto quest’ultimo elemento che ho avuto in mente quando si è trattato di contribuire in varie forme a quel progetto, incluse le analisi o valutazioni dei processi che provo di volta in volta a proporre. La dissoluzione dell’Amministrazione democratica autonoma (Daa) e delle Forze siriane democratiche (Fsd) giunge a valle di alcune concessioni governative al movimento confederale, che riguardano prevalentemente la questione curda. È stato promulgato un importante decreto che concede ai curdi diritti civili prima negati; alcune ore di insegnamento della lingua curda saranno previste nelle scuole in Rojava; diverse posizioni di rilievo, civili e militari – locali, parlamentari o nazionali – sono al momento riservate a esponenti di spicco del movimento.

Ogni tentativo di includere nei negoziati una discussione sull’assetto socio-economico e politico della transizione è tuttavia fallito. Nulla è garantito, tantomeno per iscritto, riguardo al futuro assetto dei poteri, ai diritti del segmento femminile in Rojava o altrove in Siria, alla protezione delle condizioni di vita e di lavoro delle persone. Le regioni prima soggette ad autogoverno subiscono dal giugno scorso gli effetti della liberalizzazione governativa dei prezzi di beni che la Daa distribuiva a prezzo politico o attraverso sussidi, come elettricità, pane e diesel, con un aumento delle difficoltà economiche e della povertà. Di fronte alla svolta islamista nel paese dopo il 2024, in molte e molti guardiamo attoniti alla trasformazione delle Unità di protezione delle donne (Ypj) in una forza di polizia sotto il comando di uomini che hanno fanno della violenza contro le donne e della loro discriminazione capisaldi ideologici, oltre che una pratica durante la guerra. La dissoluzione senza un accordo politico sostanziale scritto, inoltre, potrebbe aprire la strada alla futura repressione del movimento, che pure oggi viene nei fatti legittimato come componente della transizione statale.

Per le strade del Rojava manifestazioni di protesta, organizzate sia da militanti del movimento che da partiti curdi di destra, denunciano un’assimilazione forzata priva di reali contropartite politiche.

La credibilità del Pyd tra i curdi siriani, secondo alcune fonti sul terreno, è in flessione, e alcuni descrivono uno scenario in cui parte della popolazione non esprime fiducia in nessuno tra i partiti e i politici curdi. Non è mia intenzione, che curdo non sono e in Siria non vivo, discutere una scelta di pace e di rifiuto dello scontro quale quella del movimento in questo frangente, e per la stessa ragione per cui non eccepisco su scelte diverse da parte di altre organizzazioni di resistenza o rivoluzionarie in altre nazioni, o ancora del movimento confederale in altre fasi. Vorrei invece contribuire alla discussione sul perché il negoziato tra movimento e stato non abbia potuto evitare quella che una funzionaria della Daa ha descritto, in una conversazione con chi scrive, come «la perdita di tutto il lavoro che abbiamo fatto in questi anni».

Non è vero che tutto è perso, poiché la società toccata dalla rivoluzione non è più la stessa e la storia futura ne subirà l’impatto. Non si può d’altra parte negare la sproporzione tra gli sforzi compiuti e questo esito contingente. Tutto riconduce alla sconfitta militare di otto mesi fa, nel gennaio 2026, che ha avuto radici politiche ed ideologiche profonde. Cercare di analizzarle è decisivo per chiunque, individualmente o collettivamente, cerchi di comprendere come evitare nuove sconfitte di domani, e desideri ottenere nuove vittorie.

Rivoluzione e integrazione nello stato

La solidarietà con il Rojava non ha mai significato, per me e per molti internazionalisti che ho conosciuto, la scelta di un popolo buono o eletto rispetto ad altri. Siamo stati in Rojava perché lì esisteva un movimento in grado di dare risultati concreti e prospettive reali. Personalmente, quando ero in Siria, non ho mai smesso di pensare neanche per un istante ai Palestinesi, cui pure allora non pensava nessuno, ai Siriani e agli Iracheni che vivevano fuori dalle zone dove operavamo noi, o ai miei connazionali in difficoltà. Troverei demenziale pensare che i Turchi siano come popolazione peggiori dei Curdi, i Russi peggiori degli Ucraini, i musulmani peggiori dei cristiani o degli ebrei, e così via. Il problema non è fare classifiche tra popoli, lingue e fedi, – o tra oligarchie statali – bensì cercare e creare organizzazioni in grado di produrre istituzioni concretamente diverse nel mondo di oggi, ovunque esse siano o possano prodursi.

La Daa ormai in dissoluzione era sorta nel 2014 su iniziativa di un reticolo di comuni popolari e congressi delle donne che, su iniziativa del Partito di unione democratica (Pyd), autogestivano il Rojava (le regioni della Siria dove la lingua curda è tendenzialmente maggioritaria). Potevano farlo da quando, dopo la primavera del 2011 e l’insurrezione del Pyd nel 2012, il regime di Assad aveva evacuato le sue forze armate dall’estremo nord. Le comuni riunite in movimento avevano creato un sistema di regioni autonome, che negli anni sono passate da 3 (il Rojava) a 7 (includendo 4 regioni a stragrande maggioranza araba) grazie alle vittorie delle Fsd sullo Stato islamico o Daesh. Queste regioni erano governate da consigli legislativi, esecutivi e giudiziari regolati da una legge fondamentale decisamente pluralista, antimilitarista e fondata sull’autonomia delle donne, il Contratto sociale.

Mentre le comuni rappresentavano il confederalismo democratico radicale in espansione come alternativa alla logica capitalista e statale, la Daa incarnava l’“autonomia democratica”.

Essa avrebbe dovuto svolgere (e in effetti ha svolto fin dall’inizio) un ruolo di mediazione con le strutture statali, siriane e non, al fine di proteggere l’affermazione del confederalismo, ora con l’autodifesa, ora con la diplomazia. La forza sociale delle comuni, da costruire nel tempo, e delle nuove cooperative confederali avrebbe dovuto produrre rapporti di forza socio-politica, prima ancora che militare, che permettessero, in futuro, un’integrazione dell’autonomia democratica (non delle comuni) nell’ordinamento giuridico. Questa integrazione sarebbe stata in grado di indebolire la cultura centralista e autoreferenziale propria dei monopoli ideologici e finanziari del dominio, che nello stato, per il movimento confederale, trovano il loro centro di irradiazione (anche i capitali privati, infatti, esistono grazie alla protezione armata degli stati).

Secondo la teoria del cambiamento abbozzata da Abdullah Öcalan nel suo Manifesto della civiltà democratica, l’integrazione tra autonomia democratica e stato sarebbe stata prima o poi necessaria. Non è possibile combattere guerre rivoluzionarie infinite. Avrebbe previsto compromessi, ma anche democratizzato in parte lo spazio statale, imponendo una “repubblica democratica”. L’attuale dissoluzione viene non a caso chiamata “integrazione” dal movimento. Non è, coerentemente con la teoria confederale, la fine della lotta o un’integrazione definitiva. In una repubblica democratica il confederalismo sociale dovrebbe continuare ad affermarsi sul territorio, sfruttando maggiori spazi di libertà di fatto e costituzionale.

Se questa espansione provocherà repressioni future ne nasceranno nuove fasi di scontro e autodifesa, magari nuove istituzioni democratiche autonome, da integrare in negoziati futuri, e così via.

Così via, all’infinito, senza un regno della libertà che ci aspetti, ma soltanto con una vita bella per chi la sa vivere dalla parte giusta: questa visione del mutamento, che non prevede una transizione rivoluzionaria decisiva e rigetta tanto la prospettiva della conquista quanto quella della distruzione dello stato, delinea un processo che non perde di vista la necessità della pace, né quella di una decostruzione di lungo periodo delle pratiche di dominio nella società. È alternativa alle teorie della transizione comuniste o anarchiche che, in forma diversa e in parte speculare, avrebbero sottovalutato i caratteri culturali profondi su cui si basa la potenza, intrinsecamente egemonica e orientata al dominio, dello stato-nazione; una potenza che non è possibile distruggere, ignorare o trasformare fino in fondo.

Quel che è possibile e doveroso, per il movimento è proteggere la società, che è tutt’altro dallo stato. In questo senso la Comune internazionalista del Rojava scrive in questi giorni che la rivoluzione non è finita. Nella prospettiva confederale ha senso: la rivoluzione coincide essenzialmente con il movimento stesso. C’è da chiedersi, tuttavia, se questo lessico non tolga al concetto di rivoluzione gran parte della sua utilità tanto per il richiamo all’azione quanto per l’analisi. Ogni anno in Rojava si festeggia l’anniversario della rivoluzione – il luglio 2012 in cui Afrin e Kobane insorsero contro Assad – a riprova che esistono discontinuità. Definire rivoluzionarie tanto le fasi di costruzione istituzionale autonoma quanto quelle di integrazione statale, magari in una posizione di debolezza e in seguito a pesanti sconfitte politiche, rischia di inflazionare il termine e aprire la strada a tentazioni dogmatiche, oltre a non permettere una lucida valutazione del tipo di integrazione che sta avvenendo: non ogni integrazione o dissoluzione si equivalgono. È questa integrazione prodotto di rapporti di forza favorevoli, maturati secondo gli itinerari auspicati, o è invece l’esito di un divario tra i tempi della rivoluzione socio-culturale – lenti, perché cambiano mentalità e comportamenti sociali – e quelli delle relazioni internazionali tra stati – rapidi, perché cambiano tutto per non cambiare nulla?

La rivoluzione e le armi

Ammettere una fase di sconfitta nulla toglie al valore della lotta e dei risultati ottenuti. Non esistono movimenti o rivoluzioni che non abbiano patito sconfitte. Per semplificare, ricondurrei le ragioni della crisi attuale a una causa esterna e una interna al movimento. La prima riconduce al rapporto tra comune e questione militare, ossia tra mutamento e violenza. La sperimentazione socio-economica confederale si è prodotta fuori dal perimetro della legge e grazie all’assenza dello stato. Quei territori erano però ambiti anche da altri attori siriani, con un’idea del tutto diversa di cambiamento: quelli che oggi, giunti a Damasco, prendono possesso del Rojava con la benedizione internazionale. La forma confederale della rivoluzione ha resistito a queste forze, subito dopo il 2011, in modo autonomo, con centinaia di caduti e mutilati che imbracciavano armi vecchie e leggere: Ak47, mitragliatrici Pkm, razzi anticarro Rpg.

Con il mutamento del quadro regionale, di cui l’ascesa di Daesh è stata un’espressione, questa resistenza autonoma è divenuta insostenibile. Le combattenti e i combattenti delle YPJ-YPG hanno continuato a utilizzare le stesse armi vecchie e leggere, ma nell’ambito di una collaborazione militare con attori statali coinvolti del conflitto: gli USA (fatto pressoché inedito per un movimento socialista) e la Russia (partner non meno imbarazzante, se così si dovesse ragionare). Il rapporto con queste potenze è stato decisivo tanto per l’aumento del rilievo della rivoluzione confederale quanto per il suo crollo. USA e Russia hanno aperto le strade alla repressione turca della Daa nella stessa fase in cui la sostenevano contro gruppi islamisti diversi.

L’esercito russo, che cooperava da due anni con le forze confederali ad Aleppo, ha aperto le porte all’invasione turca di Afrin nel 2018, e ha fatto lo stesso nel 2024 a Sheeba e Manbij. Gli USA hanno agito in modo identico nel 2019 a Serekaniye e nel 2026 a Raqqa. La Daa è stata per dieci anni sotto continuo attacco aereo turco, con centinaia di assassinii mirati di quadri del movimento sul modello delle esecuzioni di Israele contro le resistenze libanese e palestinese. Lo spazio aereo in cui avvenivano questi attacchi era controllato da Russia e Stati Uniti, che di volta in volta hanno concesso alla Turchia l’autorizzazione a colpire. Perché queste potenze globali hanno coadiuvato le forze confederali in alcuni casi e hanno collaborato alla loro distruzione in altri?

Nessun mistero: la ratio perseguita dagli stati-nazione non è promuovere rivoluzioni socio-ecologiche, processi decoloniali o ideali e principi che pur sbandierano in diverse salse. È affermare logiche coloniali ed estrattive. Il movimento confederale ha avuto sempre ben presente tutto questo.

Perché, allora, stipulare alleanze con degli stati? Perché non continuare con i propri Ak47, con i propri Pkm e Rpg? Perché questo avrebbe decretato la sconfitta molto peggio e molto prima. Le stesse armi leggere che le YPJ-YPG usavano quando stavano da sole e nessuno se le filava, d’altra parte, erano state prodotte da stati e ottenute in fasi precedenti grazie ai rapporti con stati (ad esempio la Siria stessa negli anni Ottanta e Novanta). Non credo di rivelare nulla di sorprendente se dico che anche gli altri movimenti armati regionali e mondiali hanno rapporti con stati oppressivi e capitalisti da cui ottengono armi in alcuni casi. Rinunciare a costruire una forza militare efficace significa rinunciare tanto alla resistenza quanto – per chi ci crede, ed è il caso del movimento confederale – alla rivoluzione (che è una cosa diversa). Soprattutto significa mettere a repentaglio le vite di combattenti e civili.

Occorre andare oltre Pellizza da Volpedo e dare un senso alle parole che usiamo: la rivoluzione all’epoca dell’ingegneria aerospaziale non è quella della presa della Bastiglia. A quel tempo impadronirsi di qualche centinaio di fucili poteva permettere di imporre alle forze statali sconfitte anche importanti. Oggi lanciarazzi e mortai non permettono a un movimento armato di difendere la sua agibilità. Sono necessarie tecnologie di osservazione, archiviazione dati, riconoscimento e precisione che sono sviluppate e custodite dagli apparati militari degli stati-nazione, o dalle corporation che agiscono nel perimetro delle loro leggi.

L’alternativa è quindi oggi la seguente: o si agisce per vie legali – il che vuol dire, ad esempio nella Siria di Assad, per vie talmente ambigue e strette da risultare ininfluenti o pericolose – oppure si negozia l’accesso a forme moderne di autodifesa. Questo è possibile farlo con forze statali momentaneamente avverse a quelle che attuano la repressione nell’immediato. Nel caso del movimento confederale questo accesso è sempre stato concesso in via indiretta: tanto la Russia quanto gli Stati Uniti hanno, in diverse fasi e contesti, operato con le proprie tecnologie in favore di operazioni del movimento, intorno alle quali c’era una convergenza di interessi. Non hanno mai condiviso con esso le tecnologie stesse, né le armi se non con contributi puramente simbolici, mai in grado di permettere un’autonomia militare a un movimento che doveva restare povero e debole.

Il principio su cui potenze statali, anche antagoniste tra loro, sembrano infatti trovarsi d’accordo è che la forza degli attori non statali può essere pragmaticamente incrementata là dove considerato utile, ma mai resa capace di assumere un ruolo militare autonomo. Appare anzi un principio inscalfibile della comunità degli stati-nazione (che con un eufemismo chiamiamo “comunità internazionale”). Tecnologie in grado di potenziare un’azione militare autonoma vengono cedute esclusivamente ad attori statali, (eventualmente guidati da compagini nuove, che prima erano non statali e bollate come terroristiche, ma a patto che accettino determinati parametri.

Repressione internazionale di un’anomalia

Rispetto a queste dinamiche il movimento confederale ha rappresentato un’anomalia poco compresa. Pur non trattandosi di un movimento anarchico e prevedendo la futura integrazione di alcune sue istituzioni, il suo obiettivo non è stato costituire un nuovo stato. Contrariamente ad HTS o ai Fratelli musulmani, che hanno dichiarato nuovi governi siriani sul territorio o in esilio, rispettivamente nel 2017 e nel 2013 (il “Governo di salvezza” nel primo caso, che si è trasferito a Damasco nel 2024, e il “Governo ad interim” nel secondo, che si è integrato nel primo nel 2025), il movimento confederale non ha creato un governo, ma un’amministrazione autonoma. Quest’ultima non ha mai cercato né considerato la secessione, né di diventare governo di una nuova repubblica siriana. Questo perché lo stato come costruzione storica è visto come un problema e non come un mezzo verso la soluzione, sebbene non sia visto come un problema da mitigare esclusivamente dall’esterno rispetto al suo spazio giuridico.

Chi in Siria ha ragionato in termini statali ha prevalso. Sul terreno contano (anche) le armi, e l’appoggio militare internazionale va agli attori che intendono muoversi in modo tradizionale. Tanto le vittorie quanto le sconfitte della rivoluzione confederale indicano un paradosso: qualsiasi ipotesi di trasformazione e rivoluzione, al livello attuale dello sviluppo tecnologico, dovrà risolvere il problema di come rapportarsi al sistema degli stati-nazione, e non eluderlo, pena la propria irrilevanza storica ab origine.

Come agire un processo di trasformazione reale quando le istituzioni che possono assicurarne in ultima istanza la difesa (anche qualora esistano forme di autodifesa autonome) sono le stesse che ne saboteranno sempre, e con mezzi tendenzialmente soverchianti, il progresso politico sostanziale?

Conta poco se la bandiera dell’alleato sia quella statunitense, russa, cinese o di qualsiasi altra potenza capitalista. I limiti del dibattito odierno si situano anzi nella mancata individuazione dell’equivalenza di questi attori alla luce dei diversi sviluppi. Nè chi scrive né il movimento si sono mai fatti illusioni sulla tenuta indefinita dei rapporti militari con gli USA o con altri stati, né ha mai ignorato i rischi che, se ce ne fosse stato bisogno, erano comunque diventati tangibili dall’invasione turca di Jarablus del 2016. Sono semmai coloro che in questi anni hanno deriso o insultato la rivoluzione a coltivare illusioni su altre potenze capitalistiche le quali, per interessi capitalistici, si contrappongono agli Stati Uniti.

Ogni attore statale può sostenere una resistenza o una rivoluzione entro certi limiti, e aprire con questo concreti spazi di cambiamento, ma (a) ognuno di essi ne impedirà lo sviluppo oltre quei limiti e (b) non esiste un’opzione di trasformazione e conflitto senza le necessarie tecnologie, militari e non solo, il cui controllo è oggi capitalistico e statale. L’atteggiamento di sufficienza di centinaia di piccoli gruppi movimentisti occidentali verso il movimento confederale, ora o in passato, deriva da questo rimosso: la rivoluzione del Rojava ha dimostrato loro che cosa accade una volta che si superi il terreno dell’immaginazione, della ricreazione e della protesta, attivando strategie per produrre consenso, costruire istituzioni alternative ed esercitare un impatto sul contesto politico domestico e regionale.

I limiti soggettivi del movimento confederale

La questione tecnologico-militare spiega soltanto il 50% del problema. L’attacco governativo di gennaio ha decretato una sconfitta politica per il movimento, non militare soltanto. Il posizionamento di Washington ha favorito l’avanzata di Damasco, dando un chiaro segnale alle strutture imprenditoriali-tribali di Raqqa. L’apparente facilità di questa operazione politica ha tuttavia mostrato quanto fragile fosse il radicamento delle istituzioni confederali nelle aree della Daa dove minore o nulla è la presenza curda, e come si basasse eccessivamente – non è mai stato un mistero – sul rapporto necessariamente fragile con le borghesie locali. Ci sono state importanti eccezioni, ma quasi nessuno tra i residenti arabi di Raqqa, Tabqa o Hasakah, borghesi o salariati che fossero, si è organizzato per difendere un progetto politico nel cui ambito viveva da quasi dieci anni. È stato deprimente leggere account di individui curdi accusare per questo “gli arabi” sui social, sconfinando nel razzismo. Occorre semmai chiedersi il perché di questi tratti marcatamente “etnici” della sedizione, nonostante la vocazione pluralista della rivoluzione confederale.

Il movimento ha pagato un suo deficit strutturale: socio-istituzionale ma, alla radice, ideologico. Soltanto una componente della lotta confederale, curda e non, ha concepito la rivoluzione come un processo che, pur iniziato indubbiamente come curdo, ambiva davvero a essere siriano (personalmente ho sposato questa prospettiva, che ho spiegato e raccontato nei libri Hevalen e Il fiore del deserto). Gran parte del movimento e dei suoi sostenitori, però, ha continuato a pensare in un orizzonte esclusivamente curdo, a mio modesto parere in contraddizione con la prospettiva di un radicale rinnovo di paradigma. Questa contraddizione non è sfuggita alle comunità arabe della Daa né ai loro strati popolari. L’approccio nazionalistico curdo ha certo galvanizzato e mobilitato una parte della popolazione del nord, ma ha depoliticizzato il movimento confederale, rallentandone la spinta per l’alternativa sul territorio, dove la rivoluzione economica, politica e dei rapporti di genere ha proceduto a velocità diverse a seconda delle città o regioni della Daa, creando le premesse per la sedizione.

Questo ha dilapidato anche parte delle energie di un attivismo internazionale rimasto in gran parte “curdista”, che non si è chiesto abbastanza quanto insistere in modo ossessivo sui Curdi e sul Kurdistan (quasi il resto dei siriani o del Medio oriente non contassero) avrebbe giovato concretamente a una rivoluzione che si reggeva su forze armate, funzionari e popolazione in gran parte non curdi, e al sostegno internazionale non curdo e non bianco alla rivoluzione. Al centro del linguaggio e del pensiero, in molti casi, non c’è stato il modello politico effettivamente in costruzione nella Daa tra comuni, case delle donne e cooperative (che pochissimi si sono davvero impegnati a conoscere) ma un Kurdistan dai tratti magici e mitici, concepito in termini pericolosamente romantici o, peggio, utilizzato per trovare un target di sfogo moralistico, come ad altri capita in rapporto alla Palestina.

Chi era sul terreno, certo, avrebbe potuto difficilmente agire in modo diverso. Gli attori statali coinvolti nella guerra – USA, Turchia, Assad e Russia – hanno agito sempre perché un processo curdo-arabo effettivo non si producesse, fomentando divisioni che puntavano allo strangolamento sociale, economico e diplomatico del lavoro politico delle avanguardie, sulla competizione regressiva tra clan e strutture tribali.

Resta il fatto che questa è la causa essenziale del crollo e che sarebbe intempestivo accusare di tradimento gli stati dal momento che gli stati non avevano mai affermato di aver sposato il progetto socio-politico delle regioni autonome.

Nel novembre del 2025 una personalità politica di alto livello della Daa mi aveva detto: «Abbiamo speso tante energie per instaurare relazioni con le forze internazionali e non abbiamo curato le relazioni con i nostri vicini». Su questo dovrà articolarsi l’autocritica: non nel negare che le relazioni internazionali siano necessarie, ma nel comprendere che per resistere alle loro conseguenze non abbiamo che la forza che si costruisce nella società attraverso relazioni di amicizia politica. In assenza di una consapevolezza che questa amicizia riguarda in senso pieno tutte le comunità e non fa preferenze identitarie, le pulsioni suprematiste si riprodurranno nel senso comune, viaggiando sempre in senso biunivoco. Lasceranno prevalere la divisione tra subalterni e consegneranno il potere a uomini bravi a cavalcarle, che infine isseranno sempre la banconota come loro vera bandiera. Non si tratta di negare le differenze, ma di non trasformarle in gerarchie. È questa una delle ragioni per cui si può oggi riaffermare il valore delle scelte internazionaliste compiute negli scorsi anni.

da qui

mercoledì 28 gennaio 2026

L’ora delle sciabole - Raúl Zibechi

 

L’offensiva dei potenti contro i popoli sta crescendo in ogni angolo del pianeta. Gli Stati Uniti e i loro alleati regionali sono dietro le numerose aggressioni in atto, che minacciano di estendersi finché non ci saranno meccanismi in grado di fermarle. L’impunità è la regola in questo periodo, in cui le grandi potenze stanno disegnando una nuova mappa globale su misura per i loro interessi.

Da quando il genocidio di Gaza è rimasto completamente impunito, si sono aperte le porte della repressione e della violenza contro i popoli. Le classi dirigenti mondiali credono di poter invertire il declino dei loro stati nazionali attraverso la forza militare. La lunga e terribile storia del colonialismo indica loro la strada.

Nelle prime settimane del nuovo anno, si stanno scatenando feroci offensive contro i popoli venezuelano, iraniano e curdo, in un’escalation tanto rapida quanto devastante. Persino all’interno degli Stati Uniti, il presidente Trump sembra pronto a inviare 1.500 soldati per sedare la rivolta di Minneapolis contro le deportazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) che pochi giorni fa hanno causato la morte di una donna.

La strategia del soffocamento continua a essere applicata in Venezuela. Sebbene miri a rovesciare il regime, colpisce principalmente la popolazione, condannandola alla fame nella speranza che si ribelli al governo. Si tratta di una strategia già utilizzata contro altri paesi, con il popolo cubano nel mirino del Pentagono, che progetta questi metodi per mettere all’angolo intere popolazioni.

La situazione in Iran è una tragedia che coinvolge la sinistra a causa del suo inspiegabile silenzio. La repressione statale sembra aver causato la morte di oltre 10.000 persone attraverso una repressione abominevole che non può essere giustificata semplicemente perché Stati Uniti, Israele e Regno Unito stanno istigando la mobilitazione popolare. Questa mobilitazione, sebbene neghino il suo valore, è radicata nel deterioramento delle condizioni di vita e nella persistente repressione.

Il popolo curdo è brutalmente attaccato dal regime jihadista al governo in Siria, con la collaborazione della Turchia. All’inizio di gennaio, hanno attaccato i quartieri curdi di Aleppo, costringendoli alla ritirata, e ora stanno prendendo di mira l’autonomia del Rojava nella speranza di sradicare il processo di autogoverno che la popolazione sta sviluppando da quattordici anni. A quanto pare, c’è stato un accordo tra Turchia e Israele, con l’approvazione di Washington e dell’Unione Europea: Ankara accetta il controllo di Tel Aviv sulla Siria meridionale in cambio di carta bianca contro il Rojava, suo obiettivo strategico. Le potenze rifiutano qualsiasi accordo, ponendo fine a un “processo di pace” mai avviato e chiudendo il libro su una crisi turca immaginaria con il sostegno dell’Occidente collettivo. Il caso curdo illustra come le potenze e gli stati nazionali considerino i popoli argilla malleabile per la geopolitica capitalista. In realtà, per i popoli oppressi non c’è mai stata democrazia o buon governo, ma piuttosto il rigore della sorveglianza e del controllo che ora si traduce nei colpi brutali con cui la cavalleria ha sempre trattato i popoli che hanno resistito. Credo che questa situazione ci obblighi a una riflessione più ampia.

I grandi pensatori della guerra, pur avendo agito in epoche e geografie diverse e contro nemici diversi, concordano su alcuni aspetti centrali che nulla hanno a che fare con le armi e le tecnologie militari. Per Sun Tzu, il primo fattore fondamentale da considerare è “l’influenza morale”, che egli intendeva come “l’armonia del popolo con i propri leader”. Pur essendo un ufficiale militare prussiano, Carl von Clausewitz sosteneva che non esiste forza al mondo più eccezionale dello spirito del popolo in armi e che, accanto a esso, non esistono mezzi tecnici o militari superiori. Arrivò persino a dire che il popolo è il “dio della guerra”. Mao è più specifico e afferma, nei suoi scritti sull’invasione giapponese della Cina, che “la mobilitazione dell’intero popolo formerà un vasto mare per annegare il nemico, creerà le condizioni che compenseranno la nostra inferiorità e altri elementi, e fornirà i prerequisiti per superare tutte le difficoltà in guerra”. In ogni caso, il popolo è il centro, non un mero strumento o mezzo per raggiungere fini. Questa centralità è stata poi oscurata dalla sinistra, sia elettorale che rivoluzionaria, in una deriva etica che trasforma le persone in spettatori o esecutori di decisioni prese da altri. Una volta stabilito questo principio, possiamo considerare altri aspetti della guerra. I grandi strateghi militari concordano sul fatto che la difesa sia superiore all’offesa, una questione attuale di fronte alle guerre combattute dall’alto. Tuttavia, la difesa non può essere passiva, ma deve essere “resistenza e ribellione”, come insegnano gli zapatisti, poiché queste sono le condizioni per cambiare il mondo quando i venti soffiano contro il popolo.

da qui

sabato 24 gennaio 2026

La rivoluzione confederale in Siria vive un momento decisivo - Davide Grasso

Dopo gli attacchi ai quartieri curdi di Aleppo, prosegue contro l’Amministrazione del Nord-Est e il Rojava l’offensiva del governo di transizione siriano, guidato dall’esercito islamista di Al-Shaara. Mazlum Abdi (Forze siriane democratiche): «Vivremo con dignità o moriremo con onore»

Il 18 gennaio il governo siriano ha lanciato una grande offensiva contro l’Amministrazione democratica del Nord-Est (Daanes) coadiuvata dalla forte propaganda pro-governativa dei canali vicini alla Turchia e al Qatar, come Al-Jazeera e Middle East Eye, e dalla censura mediatica nei Paesi Nato. La resistenza delle Forze siriane democratiche (Fsd) è stata frammentata a causa di una serie di defezioni nei governatorati di Raqqa e Deir el-Zor, che hanno riguardato tanto strutture tribali (‘ashira) quanto partiti politici finora legati al progetto confederale, come la sezione del Partito per il futuro della Siria a Raqqa. Le due aree sono finite quasi interamente sotto controllo governativo, nonostante alcune imboscate ai danni dell’esercito. Sebbene il governo abbia diffuso un documento presentato come accordo di cessate il fuoco – che di fatto prevedeva la resa delle Forze democratiche siriane – Mazlum Abdi, comandante delle Fsd, ha respinto l’intesa.

Durante un incontro avvenuto il 19 gennaio, Abdi ha chiarito di non accettare un accordo che configurasse la capitolazione politica e militare dell’amministrazione autonoma: «Vivremo con dignità o moriremo con onore», ha dichiarato Abdi a conclusione dell’incontro.

Nelle ore precedenti, violenti combattimenti avevano avuto luogo a Tishrin, lungo l’Eufrate in direzione di Raqqa; sull’autostrada M4, ai cui bordi è stazionato l’esercito turco, che ha effettuato alcuni bombardamenti; a Shaddadi e Raqqa, dove combattenti delle Fsd sono arroccati a protezione delle prigioni dove sono rinchiusi i prigionieri di Daesh arrestati in questi anni. Diversi video ritraggono infatti le fazioni del governo liberare prigionieri che la Daanes afferma essere affiliati a questa organizzazione. Le aree ancora sotto il controllo delle forze confederali sembrano essere il governatorato di Hasakah, dove si trova anche la grande città di Qamishlo, e Kobane con le campagne circostanti. 

Tutte le comuni popolari stanno distribuendo armi e organizzando la resistenza nei quartieri della città ancora libere dall’esercito statale. Sul piano politico l’Amministrazione è in una fase difficile. Video di prigionieri linciati o fucilati in modo sommario circolano su X e Telegram, o di donne delle Ypj nelle mani degli uomini del governo. Occorre ricordare che si tratta degli stessi uomini che hanno mutilato in video il corpo della combattente Barin Kobane ad Afrin o hanno brutalizzato e ucciso Hevrin Khalaf durante l’invasione turca di Serekaniye.

Non è un caso che molti appelli alla resistenza vengano proprio dalle Ypj, oltre che dalle Forze di difesa essenziale (Hpc), che dipendono dai comitati per l’autodifesa di ciascuna comune. Fin dall’inizio dei negoziati con il governo, lo scorso marzo, il movimento delle donne aveva chiarito che nessun accordo sarebbe stato accettato che non includesse la loro approvazione e che le Ypj avrebbero cercato il martirio piuttosto di sciogliersi. D’altro lato Al-Shaara e i suoi uomini hanno affermato di non ritenere concepibile una presenza femminile nelle forze armate siriane e in altri rami della vita pubblica. 

Le strutture tribali e la rivoluzione

Gran parte del successo dell’avanzata governativa è dovuto alla protesta contro la Daanes messa in campo da diverse strutture e fazioni tribali, non soltanto a Raqqa e Deir el-Zor, ma anche ad Hasakah. Lungi dall’essere fenomeni riducibili a un piatto divario tra Arabi e Curdi (che pure, dopo decenni di discriminazione dei secondi, continua a esistere), questo repentino cambio di bandiera costituisce una mossa politica attuata lucidamente e organizzata da tempo. Poche settimane fa ho avuto modo di intervistare i capi di alcune delle strutture tribali più influenti a Raqqa e Hasakah, come gli Afadil, gli Al-Sahkana e gli Shammar (questi ultimi una “qabila” o confederazione tribale).

Organizzazioni sociali potentissime, che talvolta raccolgono milioni di persone in diversi Paesi (Giordania, Iraq, Arabia Saudita), queste strutture sono anche l’involucro concreto attraverso cui si esprime l’organizzazione gerarchica dell’economia locale. Il capo – ma sarebbe più corretto dire il re – degli Shammar, Maana Al-Hamidi Al-Jarba, ha contribuito nel 2014 all’alleanza strategica con le Ypg per combattere Daesh e il 18 gennaio ha tradito con un voltafaccia spettacolare.

Le altre due tribù, di Raqqa, hanno avuto rapporti di coesistenza con il Baa’th, poi con Daesh, quindi con la Daanes, per poi ora accettare l’ennesimo cambio di regime su aree che lo Stato siriano ha sempre visto come riserva del grano, del cotone e di energia fossile nell’ambito di una logica di colonialismo interno.

Contrariamente alle aree del Rojava a maggioranza curda (una piccola fetta della Daanes, che era a maggioranza araba) in questi territori l’ideologia confederalista ha avuto una penetrazione limitata e molto recente. Associazioni di studenti, giovani e donne l’hanno promossa nei centri urbani, ma la governance del territorio si è strutturata proprio sul patto di coesistenza – sempre fragile – tra il partito rivoluzionario e le tribù. Queste ultime hanno apprezzato la liberazione dal regime e da Daesh, meno le tattiche dell’aviazione aerea statunitense di supporto alle Fsd nel 2017, con la distruzione di gran parte della città ordinata all’epoca da Donald Trump.

Non hanno mai, inoltre, condiviso l’idea di trasformazione anti-patriarcale e comunalista promossa dal Pyd. I capi di queste strutture sono la grande borghesia agraria e del commercio che muove patrimoni di molti milioni di dollari. Le iniziative economiche comunistiche portate avanti sui territori demaniali dal movimento sono sempre state viste con disprezzo, come le organizzazioni femminili autonome, le riforme del diritto di famiglia per aumentare la forza di contrattazione femminile, o le istituzioni giudiziarie femminili come la Casa delle donne. Quando nel 2022 la “scienza delle donne” o Jineolojî è diventata materia scolastica, a Deir el-Zor diversi capi tribali avevano incitato alla sommossa.

La Daanes non è mai stata un territorio pacificato o privo di conflitti, come non lo è nessun territorio rivoluzionario. L’approccio del movimento confederale è sempre stato quello del mutamento graduale, del dialogo e del pragmatismo, ma esso è sempre rimasto fermo nelle sue idee, allargando trasformazioni socio-economiche e di genere che non potevano trovare l’appoggio dei vertici di queste strutture. Questo non perché sono “arabe”, ma perché si tratta di realtà costruite attorno al privilegio, anche tra i curdi. Non sono mai mancate tribù e fazioni politiche curde, dentro la Daanes, ostili al movimento confederale.

Purtroppo tutto questo non è mai stato raccontato, sia per il disinteresse dell’ineffabile mondo della stampa (araba o occidentale che sia) sia per la superficialità dell’attivismo politico, che ha preferito fin dall’inizio ridurre la rivoluzione a mito o insistere, assurdamente, proprio sulla narrazione etnicizzante del conflitto (“i Curdi” come popolo bello e buono). Le migliaia di comuni e le centinaia di cooperative costruite su quei territori sono sempre stati apprezzati da una parte della società siriana, ma non da un’altra; e queste parti sono trasversali alle comunità linguistiche o religiose, poiché non v’è lingua o fede che determinino meccanicamente l’adesione a una prospettiva politica.

I “Curdi” e “l’Occidente”

Tanto meno ha senso stupirsi che “l’Occidente” abbia “abbandonato” i “Curdi” suoi “alleati”. Lo stupore di tanti per il sostegno statunitense agli islamisti lascia perplessi: l’islamismo è stato sostenuto per decenni dai governi statunitensi nella regione in funzione anti-socialista. Soltanto la caduta dell’Urss ha permesso una politica maggiormente altalenante e di costruire operazioni militari, invasioni e massacri che hanno fruttato miliardi di dollari alla macchina militare statunitense sfruttando la volatilità e l’inconsistenza ideologica di queste forze. Quel che è paradossale è semmai che per un decennio un movimento socialista e democratico sia stato supportato, sia pur solo militarmente, perché contro un nemico come Daesh gli islamisti ostili ad Assad non avevano e non hanno avuto capacità o voglia di combattere.

l movimento confederale non ha avuto altra opzione, come ogni rivoluzione che ha luogo nel mondo reale (e come tutte le altre fazioni siriane e regionali), che cercare alleanze dentro e fuori la Siria.

Entrambe le superpotenze coinvolte nella guerra, Usa e Russia, hanno supportato in modo ambiguo e interessato le forze armate confederali (da tempo in maggioranza arabe, soprattutto durante l’offensiva su Raqqa del 2017) in diversi tempi e contesti, senza mai riconoscere o legittimare le istituzioni civili della Daanes e tanto meno i suoi progetti sociali. Non si vede, d’altra parte, perché avrebbero dovuto farlo.

Come chiarì il mio amico Bager, caduto martire a Manbij nel 2016, queste alleanze sono sempre state tattiche per le Fsd e non c’è mai stata alcuna “fiducia” o “illusione” circa i governi di questi e di altri Paesi con cui si è costruito per forza di cose un rapporto. Il movimento ha usufruito di supporto militare dove questo è stato possibile, ma le relazioni internazionali si sono allineate ben presto contro i suoi interessi e la sua stessa esistenza.

Nel corso degli anni, forti sono state le perplessità di alcuni a causa della sua collaborazione con gli Usa. Una parte di queste critiche è arrivata dagli ambienti alternativi occidentali, troppo slegati dalla politica e dall’esperienza rivoluzionaria per comprendere la necessità, per quanto amara, di queste dinamiche. Un’altra parte, dal mondo politico e mediatico arabo, anche se la Coalizione a guida statunitense che ha represso Daesh vede l’adesione di quasi tutti i Paesi arabi, che pure non hanno quasi mai impegnato soldati. Un’altra giunge da chi simpatizza per i movimenti salafiti e (di solito non avendo mai vissuto le loro aggressioni o sotto il loro controllo) sostenendo che l’involucro reazionario conterrebbe un improbabile nucleo rivoluzionario e denuncia per questo da anni l’ingiustizia della prigionia inflitta ai miliziani di Daesh.

Quanto il mondo istituzionale arabo, o l’islamismo sunnita, siano nella posizione di esprimere critiche alle Fsd lo mostra l’alleanza di ferro costruita con la Cia da parte dell’“islam politico” regionale per sostenere la componente suprematista sunnita dell’opposizione ad Assad contro quella democratica o libertaria. Queste componenti dell’opposizione, oggi al governo, sono state legittimate ufficialmente fin dal 2012 attraverso una politica cui, dietro Turchia e Qatar, si è accodata l’intera Lega Araba. 

Le manovre di Israele

Da quando questa opposizione è divenuta governo nel 2024 la retorica anti-curda ha assunto toni apocalittici, denunciando come un fatto la presunta alleanza tra la Daanes e Israele. Essa non è mai stata provata perché non è mai esistita, ma conferma ancora una volta la povertà e la pateticità del discorso politico contemporaneo, in Medio oriente non meno che in Europa. Nonostante l’appoggio di alcune organizzazioni palestinesi alle politiche turche e qatarine contro le Ypg in Siria, il movimento confederale ha mantenuto fino a oggi le sue radici internazionaliste.

Martiri ad Aleppo come Ferashin Efrin o Deniz Ciya – la ragazza il cui cadavere è stato lanciato dal quarto piano da un elemento del governo – sono caduti pochi giorni fa contro un esercito che si è presentato con decine di carri armati alle porte dei loro quartieri, forte dell’intesa siglata a Parigi con Israele poche ore prima.

La verità è che le comuni confederali vengono attaccate dall’islamismo in cambio della svendita del Golan e questo fatto credo che non abbia bisogno di commenti.

La stampa e il governo di Israele hanno fatto di tutto per ottenere un’invocazione di aiuto da parte della Daanes nei mesi scorsi, costruendo una narrativa fortissima in questo senso, che ha toccato anche gli ambiti scientifici e accademici, per affermare che Israele è amico naturale dei Curdi e che la Daanes avrebbe potuto beneficiare di questo supporto. Questa retorica è abbracciata – e lo è da sempre – da quella parte della politica curda vicina alle posizioni conservatrici della famiglia Barzani in Iraq, da sempre avversaria del movimento confederale e del Pkk.

È a mio avviso davvero rimarchevole che la Daanes, nonostante l’assedio diplomatico sempre più soffocante da parte di Damasco (e di Turchia e Giordania) non abbia mai ceduto a queste lusinghe, accettando l’isolamento globale piuttosto che tradire i valori che ispirano le sue avanguardie (i primi martiri del Pkk caddero al fianco dei Palestinesi in Libano nel 1982). Valori sempre espressi con moderazione, ma molto spesso più conseguenti di slogan gridati al vento durante le parate militari del nuovo governo siriano.

Errori e coerenza del movimento confederale

Oggi la Daanes paga molti suoi errori, tra cui la persistenza di un sentimento iper-nazionalista curdo in seno alle sue avanguardie, che forse si potrebbe dire imparentato al “vecchio paradigma” secondo un’espressione di Öcalan: i sentimenti che finiscono per accarezzare forme di suprematismo culturale, anche di rivalsa, conducono sempre all’indebolimento e al frazionamento della società. Troppi sono stati, probabilmente, i militanti curdi (e gli attivisti non curdi, anche in Europa) che hanno concentrato nell’ultimo decennio la loro attenzione esclusivamente sul Kurdistan e sulla comunità curda, rendendo contraddittorio un progetto in cui le comunità non curde sono state sì coinvolte, ma troppo di rado in posizioni apicali e di sostanza.

La propaganda internazionale del movimento ha inoltre insistito troppo a lungo sulla pur legittima questione nazionale curda e meno ha spiegato il cuore del modello istituzionale e politico che di alternativa da tradurre e adattare in Siria o in altri contesti. 

D’altro lato, il movimento paga la sua coerenza ideologica e politica: anziché accettare una capitolazione diplomatica dopo il mutamento del 2024, è giunta allo scontro militare pur di insistere sulla necessità di ripensare una nazione intersezionale e plurale contro lo stato-nazione classico di derivazione coloniale. Contrariamente al governo, agli Usa e alla Turchia, le Fsd hanno creduto nel negoziato avviato a marzo come a una reale opzione politica.

Hanno proposto una repubblica senza denominazioni etniche che potesse rendere onore alla rivoluzione del 2011, in grado di accettare che strutture istituzionali locali e democratiche (nel senso socialista delle comuni) restassero libere di ravvivare la millenaria cultura di autogoverno comunitario della Mesopotamia (o del Mashriq, o Medio oriente che dir si voglia). Hanno sempre creduto che questo livello di libertà sia concepibile anche accanto a uno stato che accetti di darsi una conformazione più avanzata e riconoscere, contro la propria tradizione più dogmatica, l’altro da sé. Naturalmente né i militanti della vecchia Al-Qaeda, né la Turchia, né gli Stati Uniti erano e sono interessati ad ascoltare queste argomentazioni. 

Il futuro della rivoluzione

Quanto i suprematisti cristiani e quelli musulmani ed ebrei, infine, possano essere allineati intorno a questioni terrene lo ha mostrato nei giorni scorsi Al-Shaara con le sue cristalline dichiarazioni contro le Fsd: gli investimenti stranieri sono eccezionali per la nuova Siria, ma gli investitori esitano perché questi “gruppi armati” ancora controllano le periferie industriali di Aleppo, i giacimenti di olio e gas dell’Est, i granai del Nord. È la vecchia concezione del Nord-Est (arabo e curdo) come riserva coloniale (interna) della Siria, specchio dell’ecologia politica che informa la dinamica coloniale mondiale. Se questo richiede accettare l’occupazione illegale israeliana, così sarà.

Non c’è tempo e modo di discutere di politica, di società e di felicità perché i tempi dell’investimento, del capitale e dello sfruttamento delle persone e dell’ambiente non lo permettono. In realtà è la logica stessa di queste gerarchie a non tollerare alcuna ribellione che sia autenticamente socio-politica e nessuna possibile sperimentazione, imponendo l’eterna ripetizione dell’identico sotto nuove forme, prima “terroriste” e oggi “legittime”: pecunia non olet. Pur con i limiti enormi di ogni rivoluzione, questa ritrosia ad accettare i rapporti di forza e ad affermare l’alternativa è quanto di più grande c’è anche nel momento della repressione del movimento confederale, che è riuscito a imporre non soltanto dei ragionamenti, ma dei fatti concreti e delle conquiste sociali e politiche anche a questo secolo reazionario e oscuro.

E ora? Che cosa accadrà? Non è possibile prevederlo fino in fondo. Quel che è certo è che non si rimane “orfani” di qualcosa quando crollano le rivoluzioni. Ogni volta si tenta e si prova e si continuerà per sempre a provare e a tentare, nello stesso luogo e in altri luoghi.

Unica via per fermare l’orrore che si allarga sul mondo – schiavitù, femminicidi, razzismo, operazioni militari e imprese coloniali – sono il pensiero perspicuo e coerente, l’organizzazione e il progetto. Il crimine più grande è scambiare per critica la lamentela. È necessario costruire una nuova visione del mondo, mutare paradigma rispetto al capitalismo e ai vecchi socialismi, tentare strade a partire dal dato di fatto dell’irrilevanza dei mille gruppi diversamente nostalgici che rischiano di portare all’esaurimento definitivo l’antagonismo arabo come quello occidentale.

Nei prossimi giorni le e i militanti confederali, e in primo luogo le donne, potrebbero resistere o essere perseguitate e massacrate. La prima cosa che hanno fatto i sostenitori del governo a Tabqa è abbattere la statua dedicata alla combattente Ypj. Il movimento confederale continuerà a esistere in Siria anche dopo l’occupazione statale di tutto il Nord-Est e dovrà discutere come organizzarsi.

Come nel caso della Palestina, dell’Ucraina, della Turchia o dell’Iran dovremmo mantenere o creare contatti e fronti di azione comune con chi vorrà opporsi, a Kobane e a Qamishlo, così come a Istanbul o Damasco, costruendo un partito transnazionale in grado di coniugare le esigenze e i valori di tutte le gioventù e le comunità sotto attacco.

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mercoledì 21 gennaio 2026

Una luce nell’oscurità - John Holloway


Ho percorso oltre 11.000 chilometri per essere qui con voi. Perché?

Sono stato attirato qui da una luce che brilla nell’oscurità. Una luce così brillante che può essere vista a oltre 11.000 chilometri di distanza. La luce di Öcalan e del Movimento di liberazione curdo. Una luce di speranza.

Speranza contro l’oscurità del mondo. Contro l’oscurità di un mondo così crudele che lo stato turco ha tenuto un uomo in isolamento in prigione per più di venticinque anni, semplicemente perché ha dedicato la sua vita a lottare per la libertà: lo stato turco si porta addosso la vergogna internazionale per ogni giorno che viene tenuto in prigione. Un mondo così crudele che può sopportare mentre lo stato israeliano uccide e uccide e uccide e uccide bambini, donne e uomini palestinesi. Un mondo governato dal denaro dove ogni aspetto della vita è plasmato dal desiderio di aumentare il denaro, di generare profitto. Un mondo che si sta distruggendo, un mondo in cui noi umani abbiamo fatto della nostra stessa estinzione un pericolo reale e urgente. Un mondo in cui il denaro non ha mai manifestato il suo potere in modo così forte e volgare. Il mondo di oggi è un posto molto, molto buio.

Ecco perché è così importante rallegrarsi delle luci che brillano nell’oscurità, dei movimenti che vanno nella direzione opposta, contro il crudele dominio del denaro. Per me, in questo momento, ci sono due grandi luci nel cielo. Una è il Movimento di liberazione curdo, l’altra è il movimento zapatista in Messico. Ma se guardiamo più da vicino, vediamo che ci sono migliaia, probabilmente milioni di gruppi che spingono in direzioni simili. Stiamo tutti cercando di creare una luce contro l’oscurità, stiamo tutti cercando di reclamare il mondo, il nostro mondo, dal dominio omicida del denaro, per riprendercelo prima che sia troppo tardi. Ecco perché il movimento curdo e il movimento zapatista sono così importanti per noi che non siamo né curdi né indigeni: perché la loro forza e le loro idee ci danno il coraggio di continuare a lottare per un mondo basato sul riconoscimento della dignità umana.

Non sto dicendo che questi movimenti siano perfetti: come ogni movimento, hanno le loro contraddizioni e le loro tensioni interne. Ma hanno almeno cinque caratteristiche centrali nell’attuale flusso globale di resistenza e ribellione: sono anticapitaliste, antistataliste, antipatriarcali, antiecocide e antinazionaliste.

Innanzitutto, anticapitaliste, in opposizione al dominio del capitale, espresso in modo più evidente nel dominio del denaro. Capitale è il nome che diamo a una forma di coesione sociale in cui le relazioni sociali si stabiliscono attraverso lo scambio di merci, cioè essenzialmente attraverso il denaro, una forma di coesione sociale che si basa necessariamente sullo sfruttamento della stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Questa forma di coesione sociale genera una dinamica violenta che ci sta distruggendo. L’unico modo per superare questa dinamica di distruzione è sviluppare, contro il capitale, una diversa forma di coesione sociale, una comunizzazione, un’unione che sia comunitaria. Sia il movimento curdo che gli zapatisti hanno sviluppato questa comunizzazione in larga misura nella loro pratica.

In secondo luogo, anti-stataliste. Lo stato, come forma di organizzazione, non potrà mai essere nostro. A differenza del comune, esclude le persone affidando le decisioni a un numero selezionato di persone. È legato all’accumulazione di capitale. Inoltre, lo stato, qualsiasi stato, è profondamente razzista, semplicemente perché si basa sulla discriminazione tra i suoi cittadini e il resto della popolazione mondiale. Cosa questo significhi in termini di violenza quotidiana e omicidi di massa sta diventando sempre più chiaro. Lo stato è una forma violenta di organizzazione, mentre il comune non lo è. Lo stato è un dire, un comandare, mentre il comune è un dibattere, un discutere e un giungere a una conclusione condivisa. Lo stato, come forma organizzativa, porta alla guerra, il comune alla pace. Una pace significativa deve essere costruita sulla trasformazione sociale.

In terzo luogo, anti-patriarcale. Ôcalan ha ragione quando dice che la schiavitù delle donne è la schiavitù più antica del mondo. Sia il Movimento di liberazione curdo che gli Zapatisti hanno posto la trasformazione del ruolo delle donne nella società al centro della loro lotta. Senza di essa non può esserci libertà. Ciò significa la trasformazione radicale del nostro modo di vivere e di relazionarci gli uni con gli altri, la creazione di un mondo basato sul reciproco riconoscimento della dignità di tutte le persone.

In quarto luogo, anti-ecocida. Il capitalismo è profondamente ecocida, basato sulla distruzione e sullo sfruttamento di altre forme di vita e di tutta la natura che ci circonda ed è essenziale per il nostro benessere e per la nostra stessa vita. Per sopravvivere, dobbiamo recuperare e sviluppare un rapporto armonioso con la natura. Anche questa è una caratteristica centrale del movimento curdo, di quello zapatista e di migliaia di altri movimenti in tutto il mondo.

E in quinto luogo, anti-nazionalista. Questo è importante perché il nazionalismo è sia l’aspetto più violento dell’oppressione capitalista quotidiana, sia la forza che più di ogni altra ha contribuito a spezzare le lotte popolari per un mondo migliore. Sia gli Zapatisti che il movimento curdo hanno proclamato il loro anti-nazionalismo. Gli zapatisti hanno da tempo abbandonato l’idea di liberazione nazionale e proclamano che “la lotta per l’umanità è globale… la lotta per l’umanità è in ogni luogo e in ogni momento”. E Öcalan esprime magnificamente il suo rifiuto non solo del nazionalismo, ma di qualsiasi forma di identitarismo quando afferma: “La libertà nel vero senso della parola è la trascendenza della distinzione tra noi e gli altri”.

La sua grande luce splende nel cielo scuro, ecco perché ho viaggiato per 11.000 chilometri. Ma cosa ho trovato? Persone molto simpatiche, certo, ma, con la notevole eccezione della lettera di Öcalan, ieri non si è praticamente parlato di anticapitalismo, antistatalismo, antipatriarcato, antiecocidio, antinazionalismo. Posso rispettare i movimenti catalano, basco e irlandese, e comprendo persino l’interesse per la trasformazione del Sudafrica dalla brutalità dell’apartheid a una delle società più violente, corrotte e inique del mondo. Ma questi non sono i movimenti di radicale trasformazione sociale che entusiasmano le persone in tutto il mondo come sta facendo il movimento curdo. Tutti ieri hanno parlato di pace, ma come un accordo legale, non come un processo di trasformazione sociale[1].

Quindi mi restano due opzioni. Una è tornare a casa e dire: “Bella gente, ma è stato tutto un errore, questa non è la luce che mi aspettavo di vedere. Abbandoniamo il nostro gruppo di lettura su Öcalan e il corso che ho intenzione di tenere insieme ad Azize Aslan e Sergio Tischler su “Comune contro lo Stato: Curdi e Zapatisti”. Ma non posso farlo. Quello che ho letto e sentito sul Rojava, quello che ho letto su Öcalan, il mio coinvolgimento con l’Accademia Curda di Scienze Sociali di Eindhoven, in Olanda: tutte queste cose non me lo permetteranno.

L’altra possibilità è rivelare la mia vera identità. Contrariamente alle apparenze, non sono un professore, sono davvero una fata madrina. Credo che gli organizzatori lo abbiano capito quando mi hanno invitato. Come fata madrina invitata a una conferenza, ho l’obbligo di esprimere un desiderio per il movimento che mi ha invitata. E il mio augurio è questo: In tutti i difficili, dettagliati e importanti negoziati che si stanno svolgendo con lo Stato turco, che sostengo pienamente, desidero che non vi deradicalizziate, che non dimentichiate mai quanto siete speciali, che comprendiate che per noi che viviamo in Messico e in tutto il mondo, il movimento curdo è un movimento molto speciale che brilla di una luce speciale, la luce della dignità, della rabbia della dignità contro l’oscurità. Per questo ho volato via mare e via terra fino a Istanbul. Per questo, sono venuto a esprimere il mio entusiastico sostegno a Öcalan, al Movimento di Liberazione Curdo e al processo di pace.


Intervento nel secondo giorno della Conferenza internazionale sulla pace e la società democratica, Istanbul, 6/7 dicembre 2025, organizzata dal DEM, il partito curdo che sostiene Öcalan e l’attuale processo di pace.

[1] Il primo giorno della conferenza, sono stati presentati interventi sul processo di pace in Catalogna, Paesi Baschi, Irlanda e Sudafrica.

da qui

mercoledì 3 agosto 2022

Affrontare l’ignoto - Gian Andrea Franchi

 

Nel testo pubblicato su Comune intitolato La politica come possibilità di fare esperienza, avevo considerato l’immaginazione come il cuore di questa essenziale possibilità. Tuttavia, quel complesso emotivo-rappresentativo che chiamiamo “immaginazione” comporta il rischio che Simone Weil indica nei suoi Cahiers con la nozione di “imagination combleuse”: l’immaginazione colma il vuoto con raffigurazioni che servono soltanto a calmare l’angoscia. Simone Weil ritiene di poter sfuggire a questo rischio mediante l’assoluta trascendenza della “grazia”:

Il pensiero della morte esige un contrappeso, e questo contrappeso – a parte la grazia – non può essere che una menzogna (Simone Weil, Quaderni, II, Adelphi, p. 59).

Per chi non può accogliere questa impostazione, considerando anch’essa frutto di un’imagination combleuse spinta al limite, non rimane che l’accettazione del rischio nella continua ricerca del senso della propria esistenza nel contesto dell’esistenza degli altri: è quello che possiamo chiamare politica.

Da questo rischio si può tentare di sfuggire – mai del tutto – partendo dai bisogni vitali del corpo. Nel mio caso (analogo a quello di tante e tanti altri), l’incontro con corpi migranti. Più precisamente: corpi di profughi. L’incontro politico col corpo può riguardare, ovviamente, molte altre situazioni: è nella storia delle rivolte popolari, della lotta di classe, partire dai bisogni vitali del subalterno, dell’oppresso, dello sfruttato. Insiste, però, inesauribile, la domanda: come possiamo distinguere un’immaginazione politica costruttiva o creativa dall’imagination combleuse?

L’azione politica

L’attività politica, a differenza dell’attività umanitaria che si limita ad alleviare la sofferenza e quindi a renderla sopportabile, deve inserire l’inevitabile, umanissima, ricerca di senso nel contesto dinamico di una situazione concreta – quella nella quale ci si trova a vivere e quindi ad agire –, dotata però di conseguenze potenzialmente valide per tutti, non solo per i soggetti di un’area particolare di sofferenza: è questo che distingue l’azione politica come tale.

Le trasformazioni sociali, nate con un’intenzione liberatoria e costruttiva di forme di vita migliori, quando avvengono, possono produrre effetti che durano per un periodo o una fase storica, più o meno lunga; possono essere aleatorie o anche contraddittorie: l’effetto futuro di azioni ha sempre un amplissimo margine d’imprevedibilità.

Il dominio sugli altri

La previsione di effetti futuri si è rivelata spesso puramente immaginaria, nella valenza combleuse della parola. Prevale allora in chi opera il bisogno soggettivo di senso, (quale dato antropologico) che può sposarsi perfettamente con il potere. Avere potere su altri, infatti, è un modo fondamentale per dare valore alla propria esistenza. Qui si apre una questione essenziale: l’importanza della relazione di potere a livello storico-politico, ma anche a livello di relazione personali.

Una delle ragioni fondamentali per cui la relazione di potere è capillarmente diffusa e così desiderabile sta proprio nel fatto che esercitare potere su altri esseri umani dà senso. Ne è anzi il modo più diffuso.

Nascita e morte

La vita, che nella nostra cultura occidentale ci rappresentiamo con le pratiche e il linguaggio delle discipline biologiche, mostra due aspetti essenziali che si richiamano fra loro: la nascita e la morte.

Il concetto di “nascita”, nel significato di apparizione al mondo di una nuova forma di vita, si può estendere anche al rapporto con l’altro: ogni incontro, ogni relazione può diventare una piccola rinascita. D’altro canto, ogni rapporto all’altro può ridursi a rapporto di potere, ma nel fondo di ogni rapporto di potere brilla la luce nera della possibilità di uccidere l’altro, nel senso di dominarlo, controllarlo. Nei rapporti “normali”, quotidiani, anche e soprattutto a livello psicologico, ciò avviene in innumerevoli modi, semplicemente superandolo in qualcosa, umiliandolo, mostrando una qualche superiorità. Ogni rapporto da superiore a inferiore, in qualsiasi situazione, implica un rimando, per quanto indiretto e sommesso, alla mortalità: una messa in discussione della capacità di esistere. Sulla relazione di potere, di comando, di dominio, per quanto minimo, aleggia sempre il soffio di una piccola morte: ogni subalternità è una piccola morte.

La vita ha dunque, ontologicamente, queste due fondamentali possibilità di relazione che a livello umano si complicano portando alle complesse formazioni storiche. Prima di tutto: perché la vita, soprattutto la vita umana, prosegua, ci vuole un minimo di accudimento per chi nasce, un minimo di amore. La famiglia patriarcale è stata l’ambito in cui il potere ha cercato di governare il quantum d’amore necessario per raggiungere un minimo di energia vitale. La storia umana è stata dominata dal tentativo di trovare questo minimo di equilibrio fra il quantum d’amore necessario per non produrre esseri umani mostruosi o folli o incapaci di sopravvivere e i sistemi di potere: dalla famiglia allo Stato.

L’economia di mercato

Ai nostri tempi, sembra che questo fragilissimo equilibrio stia cedendo a livello complessivo, sotto i colpi di una civiltà nata in Europa e divenuta mondiale, in una fase in cui i rapporti di potere nella forma chiamata “economia di mercato”, hanno bucato il livello della storia umana, coinvolgendo e mettendo in pericolo il delicato tessuto della vita intera. Per dirla in maniera sintetica, sembra che l’equilibrio complessivo tra vita e morte si stia alterando. L’economia di mercato parte dai bisogni primari della vita, cui la parola allude, ma li amplia a dismisura, costruendo su di essi un universo di potere, facendo dell’essere umano, o più precisamente di una parte di umani, dei predatori dall’appetito illimitato, che stanno divorando l’insieme della vita.

Ritornando alla problematica dell’immaginazione, è impossibile uscire da una situazione di incertezza e imprevedibilità, più o meno forte a seconda delle situazioni, legata ai limiti intrinseci della condizione umana. È il rischio della qualità trasformativa dell’impegno politico, che va sempre oltre e a latere rispetto all’immaginabile, al prevedibile e al progettabile. A certe dimensioni, può avere anche effetti catastrofici, individuali e collettivi, molto diversi e persino opposti a quelli previsti.

Nell’ambito dell’esperienza di chi scrive, quello che possiamo fare, tuttavia, per non cadere pienamente nella soggettività della ricerca di senso, è praticare il difficile equilibrio nella dinamica fra sé e gli altri, fra il proprio impegno e la situazione, sempre complessa e mai completamente rappresentabile. Cercare quindi un equilibrio nel rapporto fra la propria singolarità, gli altri e il contesto della situazione in cui ci si trova ad agire – nella consapevolezza che non potrà essere mai risolto -, è compito essenziale di chi si impegna politicamente.

Accettare l’incertezza, mettersi in discussione

Dobbiamo essere consapevoli, però, che, su questo aspetto fondamentale, dalla tradizione “rivoluzionaria” abbiamo ricevuto assai più problemi che soluzioni. Bisogna tenersi sempre stretti alla consapevolezza che le situazioni in cui ci troviamo a operare non sono mai del tutto oggettivabili in rappresentazioni. Spesso l’urgenza di sicurezza rappresentativa chiude l’insieme della situazione e l’aspettativa del futuro in rappresentazioni, individuali e collettive che nascono dalla proiezione del passato sul futuro proprio per l’urgenza e l’ansia di superare il passato. Chi ha vissuto esistenzialmente e politicamente il decennio 1965-’75 lo sa (o dovrebbe saperlo). Agire politicamente, in termini alternativi all’invasiva cultura dominante, al capitalismo, significa tradizionalmente capacità di costruire un progetto alternativo per modificare lo stato di cose presente. È necessario constatare, però, che tutti i progetti di cambiamento radicale, “rivoluzionario”, sono falliti nel lungo termine, anche quando parevano vincitori nel breve, perché non erano sufficientemente radicali: non avevano gli strumenti culturali per affrontare creativamente l’ignoto.

Così è accaduto, esemplarmente, con l’impostazione lenininista: in quanto alternativa reale al capitalismo, si è suicidata a Kronstadt. Questi progetti, infatti, erano ancora legati a schemi di quel passato da cui si voleva uscire, come il dispositivo statuale, modello implicito ed esplicito del concetto di partito.

Questo punto apre una questione, che possiamo chiamare ontologica: noi operiamo sempre con rappresentazioni che ci vengono dal passato. C’è una sorta di dialettica fra il pieno del passato e il vuoto del futuro che destabilizza il presente, in cui il passato tende a mangiarsi il futuro. La mancanza di rappresentazioni, infatti – il vuoto -, terrorizza. Bisogna, invece, imparare ad accettare l’incertezza, il vuoto, il dubbio… Oggi, quando ci affacciamo tutti su un futuro imprevedibile, questo atteggiamento è assolutamente necessario: una forte capacità esistenzial-intellettuale di mettersi in discussione, continuando ad agire. Non trovo nulla di meglio per esprimerlo in sintesi che l’ossimoro michelstaedteriano “disperata speranza”.

Autogestione

Per quel che riguarda una questione fondamentale, dovremmo aver imparato che con il potere non si supera la dimensione del potere: si sostituisce un potere con un altro.

Dovremmo aver imparato che, anche se ci sono differenze fra poteri – ci sono certamente poteri peggiori e poteri meno peggiori -, tutti i poteri sono simili nel fondamentale: c’è chi comanda e chi deve obbedire. Il potere è strutturalmente non emancipatorio. Non è certo una novità. Lo dicono da oltre due secoli gli anarchici. Costruttivamente, però, su come organizzare una società senza potere, sull’autogestione di vasti insiemi sociali, tutti ne sappiamo pochissimo – quasi nulla. Il nostro passato è su questo molto avaro di insegnamenti. Forse, ne sanno di più popolazioni o gruppi sociali che conservano la memoria di culture altre rispetto a quella di matrice europea.

Il messaggio più vivo, più aperto dal nostro passato – per quel che mi riguarda – viene da figure come quella di Rosa Luxemburg: di coloro che, senza cessar di lottare fino in fondo, hanno avanzato dubbi e cercato di capire piuttosto che fissarsi in una rigida convinzione da imporre con ogni mezzo. Anche una convinzione politica teoricamente valida – poniamo il collettivismo in agricoltura -, se imposta con la forza di uno Stato, diventa altro, diventa la coazione di un potere e perde ogni senso emancipatorio.

Oggi, siamo in una situazione che dobbiamo definire tragica per la mancanza di alternative in atto, o anche concretamente immaginabili, all’orrore esistente, accettato, o quasi, come normalità. L’orrore più grande è proprio quello che diventa normale. Questa situazione dipende dalla metamorfosi cancerogena di quella forma di dominio storico detta capitalismo dentro altre storie, finora ignorate dalla storia umana, ma che ne sono la base: la storia della vita e la storia della terra. Ciò ha cambiato tutti i presupposti del pensiero dell’azione politica. È necessario essere consapevoli dell’impossibilità storica di costruire un progetto sufficientemente articolato all’altezza della situazione in cui stiamo scivolando con l’inesorabilità dello scioglimento dei ghiacciai.

In un impegno concretamente situato, ritengo che dobbiamo trattenere della tradizione “rivoluzionaria” – per la pars destruens: l’indispensabile analisi critica marxiana del Capitale con tutti gli arricchimenti successivi, fra cui la luxemburghiana analisi de L’accumulazione del capitale, che rende conto della spinta alla rottura di ogni limite.

Per la pars construens: l’esigenza, confortata da pratiche sparse, di come dovrebbero essere i rapporti collettivi, tenendo conto del rapporto intrinseco fra singolo e collettivo, per cui l’uno non si dà senza l’altro e viceversa – contrariamente all’individualismo neoliberista di mercato, oggi dominante. Questo, però, è proprio quell’aspetto essenziale su cui la tradizione comunista e anche anarchica non sono riuscite a far luce in termini di progettualità e di costruzione concreta. Il punto cieco è stato il rapporto dinamico singolarità/collettività, manifesto con temporalità diverse, che non può essere rimandato ad un futuro indeterminato. Questo, a mio parere, il problema di fondo che la tradizione rivoluzionaria non ha voluto-potuto affrontare, cui è anche legata anche l’imposizione dei valori rivoluzionari tramite la costruzione di sistemi di potere.

Le comunità del Chiapas e i popoli curdi

Per quel che riguarda l’oggi, pur considerando anche i semi di contestazione e lotta in Occidente nelle esperienze degli ultimi decenni, forse bisogna guardare a situazioni storiche e sociali diverse da quelle della tradizione occidentale, come alcune situazioni sudamericane, fra cui quella del Chiapas. Voglio ricordare inoltre le difficilissime resistenze e forme di autogestione dei popoli curdi.

Nel caos regolato dei nostri tempi, di fronte all’aprirsi di un futuro che si presenta come un probabilissimo insieme di catastrofi, è necessario partire umilmente dall’humus concreto dell’esperienza: una situazione concreta che abbia insieme una valenza generale, avendo l’animo di affrontare un’oscurità situazionale, di navigare in un mare in cui non si intravvede ancora una terra, utilizzando con capacità critica gli strumenti culturali che pur abbiamo. Bisogna imparare a camminare nel buio, senza proiettare fantasmi sui muri del tunnel…

Partire dai corpi dei migranti

Per quel che riguarda la mia esperienza, questo modo consiste nel partire dai corpi dei migranti-profughi del confine orientale, in quello che è diventato il minuscolo tentativo chiamato Linea d’Ombra, nella convinzione che i migranti siano i portatori di un futuro irrappresentabile, ma di cui saranno i principali protagonisti quando vastissime parti della terra diventeranno invivibili (l’associazione Linea d’Ombra da alcuni anni ogni giorno, in piazza della Libertà, a Trieste, incontra i migranti della rotta balcanica, ndr). Nel loro game i migranti sono portatori di un diritto di libero movimento inaccettabile dagli Stati e di una critica pratica del confine, ma anche di un modo di vivere che, nell’incombenza di un tempo di catastrofi, si chiude nell’ossessione della sicurezza e di una normalità profondamente impregnata di razzismo.

Dobbiamo assumere una condizione storica indicata in maniera esemplare in un messaggio apparso qualche anno fa, sui muri calcinati di At-Tuwani (ma chissà in quante altre città e lingue), un minuscolo paese nella Palestina occupata dall’esercito e dai coloni dello Stato di Israele (la cui esistenza indica la tragica incapacità culturale di affrontare uno dei più gravi drammi storici del Novecento, ma anche una radice antica nel cuore dell’Europa). Un messaggio che chiama a una visione dell’esistenza come resistenza, meglio come re-esistenza. Sui muri di At-Tuwani si legge:

Esistere è resistere, resistere è esistere.

da qui