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mercoledì 3 giugno 2026

Parata del 2 giugno, i preti contro la partecipazione dei cappellani militari: “Non è la nostra chiesa” - Carlo Giorni

 

Foto della parata militare. Si vedono, l’uno accanto all’altro, la premier Giorgia Meloni, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del Senato Ignazio La Russa e, vicino, un cardinale. “Eminenza non saresti dovuto andare… Applaudire ad una sfilata di soldati…”, commenta su Facebook il sacerdote Antonio Solla. Sempre sui social, un altro sacerdote, il fiorentino don Alfredo Jacopozzi, responsabile cultura della diocesi di Firenze, riferendosi alla partecipazione alla parata dei cappellani militari, scrive: “Oggi sfilano le talari e stellette dei cappellani militari. Torniamo a benedire le armi? Non è la mia chiesa!”. E i molti commentano: “Neanche la mia”.

Due storie tra le tante che hanno accompagnato la parata militare del 2 giugno, alla quale è stato deciso di far partecipare anche i sacerdoti con le stellette. Si è così creato un fronte di preti contro la sfilata dei cappellani militari al grido: “Non è la nostra Chiesa, abbiamo un’altra missione“. Preti rossi? Preti ribelli? No. Contro la partecipazione dei cappellani alla parata si è schierata la Cei, la conferenza episcopale. Il vice di Matteo Zuppi, il vescovo di Cassano all’Ionio Francesco Savino, alla vigilia della parata ha commentato all’Ansa: “Ritengo che la presenza dei cappellani militari non vada valorizzata nella cornice delle parate, quasi fosse parte dell’apparato celebrativo delle armi. La loro missione, nel suo senso più profondo, è altra: accompagnare umanamente e spiritualmente le persone in uniforme, custodire la coscienza, ricordare il valore inviolabile di ogni vita, portare una parola di pace nei luoghi in cui l’esistenza degli uomini e delle donne è esposta alla fatica, alla paura e al dolore”.

Anche Pax Christi, movimento cattolico per la pace nato nel 1945, ha criticato la presenza per la prima volta dei cappellani militari alla parata del 2 giugno, mentre mons. Savino ha commentato a Repubblica: “Valuto quella presenza con rispetto per le persone e con preoccupazione per il segno”.

Tutto questo avviene a 60 anni dal processo a don Lorenzo Milani per la sua lettera contro i cappellani militari e in difesa dell’obiezione di coscienza. Lettera in cui il priore di Barbiana demolisce l’idea di patria e scrive ai cappellani militari: “Le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto”.

Don Milani e Luca Pavolini, direttore allora del settimanale del Pci Rinascita, che pubblicò la lettera ai cappellani militari, vennero assolti ma condannati in appello, il 28 ottobre 1967, quando però il priore di Barbiana era già morto. Condannato e sconfitto dalla storia, sottolinea con rammarico l’arcivescovo di Firenze Gherardo Gambelli nella prefazione al libro di Sergio Tanzarella, “Abbasso tutte le guerre”, edito dal Pozzo di Giacobbe: “Don Milani, purtroppo, si sbagliava. Non vedeva bene quando preconizzava che, nel giro di due generazioni, le “divise dei soldati e dei cappellani militari” sarebbero state viste “solo nei musei”. Paradossalmente proprio perché si sbagliava, il no di don Milani, alla guerra, al militare e alle armi, è ancora molto attuale”. Nonostante i cappellani militari e le parate del 2 giugno.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/06/03/cappellani-militari-parata-2-giugno-notizie/8406619/

venerdì 19 aprile 2024

obiezione alla guerra e al servizio militare impegno per la difesa nonviolenta


 

TESTO DELLA DICHIARAZIONE DI IMPEGNO CHE SOTTOSCRIVIAMO, APPOGGIAMO, DIFFONDIAMO

PER L'OBIEZIONE ALLA GUERRA

PER L'OBIEZIONE (ANCHE PREVENTIVA) AL SERVIZIO MILITARE CHE LA PREPARA

PER ATTUARE E COSTRUIRE LA DIFESA NONVIOLENTA  

PER IMPLEMENTARE L'ALBO PUBBLICO DEGLI OBIETTORI

 

"Signor Presidente Mattarella, le scrivo la presente per dichiararmi obiettore di tutte le guerre e della preparazione delle guerre mediante il servizio militare. L'ingabbiamento delle nostre forze armate nelle attuali strategie NATO non consente di attuare il "ripudio della guerra" stabilito nell'articolo 11 della nostra Costituzione. Tanto più che condivido pienamente l'opinione dell'antimilitarismo nonviolento, ribadita autorevolmente anche da Papa Francesco: "Oggi non esistono guerre giuste". L'aria che tira è quella di un ripristino di forme di mini-naja. In relazione a questa eventualità comunico da subito che, qualora dovessi ricevere la chiamata a presentarmi presso un ufficio militare preposto all'arruolamento, la mia risposta sarà un bel "Signornò!" antimilitarista. Non mi presenterò alla visita militare che dovrà verificare la mia idoneità. Mi avvarrò del diritto universale umano di chiedere, per obbedienza alla coscienza, di adempiere agli obblighi di leva prestando, in sostituzione del servizio militare, un servizio civile orientato alla difesa nonviolenta; e quindi rispondente come il servizio armato al dovere costituzionale di difesa della Patria. Ritengo doveroso da parte dello Stato organizzare, applicando normative già in vigore conquistate dalla lotta nonviolenta, la mia formazione ed il mio inquadramento dentro un Corpo civile di pace, possibilmente europeo, per attuare l'impegno istituzionale dell'ONU alla sicurezza comune dell'Umanità. Solidarizzo, attivando i mezzi concreti di cui dispongo, con gli obiettori di coscienza, renitenti alla leva, disertori, russi, bielorussi, ucraini, israeliani e palestinesi, e con chiunque, giovane o meno giovane, rifiuti di partecipare alle guerre che si stanno combattendo in questo momento. Tenendo presente che presso l'Ufficio Nazionale Servizio Civile esiste per legge un elenco degli obiettori italiani alla Guerra per motivi di coscienza, chiedo che Ella rammenti al Ministro Crosetto che deve aggiornare tale elenco con il mio nome e che deve rendere consultabile tale elenco generale, essendo l'obiezione alla guerra un atto pubblico".

 

Dopo aver sottoscritto il testo su cui sopra compilando il form che si trova su questa pagina web di petizioni.com: scrivere a (aggiungendo eventualmente considerazioni e motivazioni personali): protocollo.centrale@pec.quirinale.it 

 

Promotori:

Disarmisti Esigenti (progetto della Lega per il disarmo unilaterale)

Alfonso Navarra WhatsApp 340-0736871 email coordinamentodisarmisti(at)gmail.com

Lega per il disarmo unilaterale

Ennio Cabiddu 

Lega obiettori di coscienza

Massimo Aliprandini

RETE IPRI CCP 

Maria Carla Biavati

Associazione Nazionale Per la Scuola della Repubblica ODV
Cosimo Forleo 

Reti di Pace
Emanuela Baliva

RADIO NUOVA RESISTENZA
Marco Zinno 

ODISSEA 
Angelo Gaccione

WILPF ITALIA  
Patrizia Sterpetti

FIRME INDIVIDUALI

Tonino Drago - Moni Ovadia - Enrico Peyretti - Luigi Mosca - Daniele Barbi - Filippo Bianchetti -Giuseppe Bruzzone - Beppe Corioni - Sandra Cangemi - Alessandro Capuzzo - Tiziano Cardosi - Giuseppe Curcio - Francesco Lo Cascio - Antonella Nappi - Elio Pagani - Marco Palombo - Claudio Pozzi -  Francesco Zanotelli

Al link qui di seguito argomentiamo - con due articoli - l'iniziativa della dichiarazione di impegno pubblico per l'obiezione alla guerra e per la difesa nonviolenta

https://disarmistiobiettori.webnode.it/obiezione-alle-guerre-e-alla-mininaja/

 

https://www.petizioni.com/obiezione_alla_guerra_e_al_servizio_militare_impegno_per_la_difesa_nonviolenta

 

 

25 APRILE RESISTIAMO ALLA GUERRA

SÌ all’organizzazione per la non  partenza di  figlie/i, nipoti,  padri e madri      per la guerra SÌ alle trattative di pace.  La Pace ha un prezzo. Per non avere uccisioni (milioni di morti nei prossimi anni) e distruzioni di intere città e paesi dobbiamo organizzare uno scambio e un accordo sui territori e sui confini fra stati. SÌ al rispetto del ripudio delle guerra (art.11) e ritiro delle truppe italiane dai paesi confinanti della guerra. SÌ allo scioglimento della Nato (organizzazione di esercitazioni aggressive e promotore di guerra nel mondo). SÌ alla promozione della cultura della pace nelle scuole SÌ alla difesa dei diritti umani in alternativa al militare. Creazione di  strutture  istituzionali. per la difesa popolare nonviolenta. SÌ  alla riduzione delle spese militari per la dignità  del lavoro e del reddito   SÌ al diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare SI alla protezione di disertori e renitenti SI  al mantenimento dello stato di diritto e non al codice militare o stato di guerra  

NO alla guerra in Europa, all’invio di armi in zone di conflitto; no alla partecipazione italiana al conflitto, no al ripristino della leva militare, no alle missioni militari all’estero NO all’economia di guerra, alla riduzione della spesa sociale per finanziare l’industria delle armi, no al riarmo e alla ricerca bellica nelle nostre scuole e università NO alla propaganda militare nelle scuole, no alle politiche securitarie . Fuori l’italia dalla guerra OBIETTIAMO E DISERTIAMO  

Lega Obiettori di Coscienza – v. M. Pichi 1 – 20149 Milano   

 

lunedì 25 dicembre 2023

Un ponte tra generazioni - Andrea Guerrizio

 

Oltre sessanta giovani in Servizio Civile nei progetti promossi e coordinati da CESC Project e Caritas di Roma si sono incontrati mercoledì 13 dicembre all’approssimarsi della cinquantunesima ricorrenza dell’approvazione della prima legge in Italia sull’Obiezione di coscienza al servizio militare. Nell’incontro è stato presentato ufficialmente l’archivio digitale www.obiezionedicoscienza.org, un’iniziativa nata per valorizzare la conoscenza di quanto gli obiettori di coscienza e le operatrici e gli operatori del servizio civile, nel mezzo delle tragedie causate dalle guerre, dal fascismo e dal terrorismo, hanno realizzato ed elaborato per favorire lo sviluppo della mobilitazione popolare e dei cittadini con metodi democratici e nonviolenti.

L’attuale archivio www.obiezionedicoscienza.org ha preso forma grazie alla paziente opera di raccolta, catalogazione, scansione e messa in rete di parte del materiale ancora oggi presente operata da Claudio Pozzi, che nel 1972, pochi mesi prima della promulgazione della Legge 772/72, si rifiutò di svolgere il servizio militare per ideali umani, politici e religiosi e fu detenuto nel carcere di Gaeta (Latina) per cinque mesi e dieci giorni, e dall’archivio del C.E.S.C., primo coordinamento di Enti del Servizio Civile negli anni Ottanta.

Il blog nel quale era confluita quella documentazione è stato completamente rivisto e adattato per renderlo fruibile e consultabile non solo per proteggere una storia della società civile importante ma soprattutto per coloro che vogliono continuare a dare attuazione alle scelte di impegno di costruzione di una società solidale e nonviolenta.

Lo spirito che ha caratterizzato l’evento è quello che distingue il portale: costruire un ponte tra generazioni, che possano confrontarsi per attualizzare e vivificare nelle storie dell’oggi l’impegno di persone come lo stesso Claudio Pozzi o Mario Pizzola, che hanno testimoniato ai giovani Operatori Volontari in Servizio Civile la propria storia, dopo aver ascoltato le risonanze degli stessi giovani rispetto alle esperienze che stanno vivendo in questi mesi nei diversi progetti in cui sono coinvolti. Spirito descritto con efficace puntualità dallo storico Marco Labbate nel suo intervento, in cui ha ricordato come raccogliere e rendere disponibili questi materiali significa compiere il passaggio tra la memoria individuale, destinata inevitabilmente a disperdersi, e la storia collettiva, passaggio che consente a una scelta di coscienza di diventare una scelta politica, un modo per trasformare la società in cui viviamo.

Gli obiettori di coscienza che hanno permesso si arrivasse alla Legge 772/72 erano pochi: solo 746 persone in ventiquattro anni. Eppure la loro testimonianza forte e il risultato ottenuto sono un segno forte e chiaro di come piccoli gruppi di persone possano produrre cambiamenti inaspettati e importanti.

Di certo, in questo tempo segnato da guerre e militarismo, l’esperienza del Servizio Civile che i giovani stanno vivendo può far maturare nel tempo la consapevolezza del ruolo che siamo chiamati a costruire ogni giorno nelle strade dell’impegno nonviolento.


da qui

sabato 10 luglio 2021

Scriviamo una lettera di sostegno a Eran che è in un carcere militare israeliano perché si rifiuta di servire nell’esercito


(da: Refuser Solidarity Network)

 

Mi chiamo Eran, ho 19 anni e vivo a Tel Aviv. Mi rifiuto di essere arruolato nell’esercito israeliano perché non sono disposto a prendere parte all’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Ho già scontato 14 giorni di carcere militare e domenica scorsa sono stato condannato ad altri 20 giorni di carcere.

Fin da ragazzo, mi sono sforzato di comprendere la situazione politica in Israele e le relazioni di potere tra Israeliani e Palestinesi. Dopo aver studiato l’argomento, sono arrivato a capire la realtà quotidiana dei Palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana. Più ho appreso del blocco di Gaza e della mancanza di diritti umani fondamentali per i Palestinesi in Cisgiordania, più è stato chiaro per me che non potevo accettare di diventare un soldato e prendere parte all’oppressione del popolo palestinese.

Nella mia dichiarazione al Comitato dell’esercito per la concessione di esenzioni per motivi di coscienza, ho dichiarato le ragioni del mio rifiuto del servizio militare:

·         Rifiuto perché ritengo che sia immorale e irragionevole tenere il popolo palestinese sotto controllo militare e sotto un blocco continuo, senza concedergli diritti civili e politici e violando costantemente i suoi diritti umani.

·         Mi rifiuto perché credo che tutti gli esseri umani dovrebbero essere governati da istituzioni che li rappresentano.

·         Mi rifiuto perché credo che l’arruolamento nell’esercito legittimi l’occupazione e la serva.

·         Rifiuto perché credo che Israele potrebbe e dovrebbe porre fine immediatamente all’occupazione, sia con un accordo, sia con il ritiro, sia concedendo la cittadinanza al popolo palestinese e stabilendo uno stato binazionale sia per i Palestinesi che per gli Israeliani.

·         Mi rifiuto perché rispetto le regole e le norme del diritto internazionale e della comunità internazionale, che rifiutano l’occupazione israeliana.

 

Il giorno della mia leva, mi sono rifiutato di essere arruolato e sono stato rinviato a giudizio in un tribunale militare. Uno degli ufficiali mi ha detto che voleva evitarmi di andare in prigione e che aveva una soluzione che mi avrebbe permesso di fare il servizio militare se mi univo alle forze di polizia israeliane. Ho accettato, credendo che in quel modo avrei potuto servire il paese senza prendere parte all’occupazione. Sono stato invitato a un colloquio per le forze di polizia nel quartier generale nazionale a Sheikh Jarrah, nella Gerusalemme Est occupata. Ho rifiutato perché non voglio invadere i territori palestinesi. Di conseguenza, sono stato respinto dalla polizia come obiettore di coscienza e sono stato rimandato al tribunale militare. L’ufficiale che mi aveva suggerito di entrare nella polizia era arrabbiato per la mia “testardaggine”, ma ha detto che avrebbe cercato di cambiare la decisione della polizia. Sono stato chiamato per un’altra intervista a Gerusalemme Ovest. Lì, sono stato respinto per aver affermato che non avrei segnalato o utilizzato informazioni riguardanti i territori occupati che avessi ricevuto durante il mio servizio di polizia. Sono stato processato ancora una volta dal tribunale militare e condannato a 14 giorni di carcere. Dopo i falliti tentativi dei militari di trovare per me una possibilità di servizio che non fosse contro la mia coscienza, la mia conclusione è che non è possibile prestare servizio nell’esercito o nella polizia senza prendere parte all’occupazione. Dopo 54 anni, l’occupazione è penetrata in tutte le posizioni di sicurezza in Israele. Questo è inevitabile e cesserà solo quando l’occupazione stessa avrà fine.

In solidarietà,

Eran

Scrivi a Eran una lettera di sostegno

da questo link

https://mail.google.com/mail/u/0/?shva=1#inbox/WhctKKWxWFxKKLHBnQVGlkMXdKdSRxghwQjMFzrjpmzRPzwmzPTHFlPRqKFtdBKPGlDwjDV

 

da qui

domenica 4 aprile 2021

Obiezione di coscienza all’aborto e obbligo vaccinale. Lo Stato e la pratica del due pesi due misure - Ingrid Colanicchia

 

 

Si profila all’orizzonte l’obbligo della profilassi anti Covid per gli operatori sanitari. È dunque possibile imporre un comportamento al personale medico sanitario. Buono a sapersi. Lo terremo presente la prossima volta che ci verrà detto che l’obiezione di coscienza all’aborto è un diritto inalienabile.

 

Oggi, all’improvviso, tra due notizie di questi giorni apparentemente non collegate fra loro nella mia testa si è creata una inaspettata sinapsi. La prima è quella riguardante il richiamo all’Italia da parte del Consiglio d’Europa in materia di aborto (si denuncia la disparità di accesso all’interruzione volontaria di gravidanza a livello locale e regionale; personale medico specializzato insufficiente eccetera). L’altra è quella inerente alla possibilità di un obbligo vaccinale per medici e infermieri, con sanzioni graduali che vanno dalla sospensione al licenziamento.

Non mi addentro in questa sede sulla questione dell’opportunità o meno dell’obbligo vaccinale, mi limito a un’osservazione di metodo.

Sono anni che movimenti femministi e associazioni come la Laiga (Libera associazione italiana ginecologi per applicazione legge 194) denunciano gli altissimi numeri dell’obiezione di coscienza nel nostro Paese. Secondo l’ultima relazione del Ministero della Salute sulla attuazione della 194, nel 2018 ha presentato obiezione il 69% dei ginecologi, il 46,3% degli anestesisti e il 42,2% del personale non medico. Numeri preoccupanti e peraltro anche in leggero aumento rispetto al 2017. E molto forti sono le differenze a livello regionale. In Puglia, Basilicata e Sicilia è l’82% dei ginecologi a obiettare, a Bolzano è l’87,2%, in Molise addirittura il 92,3%. Altro esempio, in Campania sono solo 19 su un totale di 69 le strutture con reparto di ginecologia e/o ostetricia che effettuano ivg.

A questi numeri la politica ha sempre risposto che l’obiezione di coscienza è legittima, ed è vero, essa è prevista dalla stessa legge 194, la quale però stabilisce anche che gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza e che la regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale.

E invece, come rilevato giusto in questi giorni dal Consiglio d’Europa (e come si evince dai numeri riportati poco sopra), le donne possono essere costrette a migrare da un ospedale all’altro o addirittura a recarsi all’estero per effettuare un aborto, con conseguenze in termini di salute anche molto gravi.

E allora perché non utilizzare gli stessi strumenti su cui si sta ragionando in questi giorni per garantire l’accesso delle donne all’ivg?

Si può obiettare che l’impatto sulla salute pubblica è diverso, anche se le stime dei medici no vax, a differenza degli obiettori all’ivg, sono piuttosto basse e dunque proporzionalmente basso è il rischio per i pazienti: secondo quanto dichiarato all’Ansa dal maggiore sindacato dei medici ospedalieri, l’Anaao-Assomed, e dalla Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche, Fnopi, circa l’1-2% dei medici ospedalieri – vale a dire tra 1.140 e 2.280 su un totale di 114.000 attivi – e un centinaio di infermieri dipendenti Ssn su un totale di 254mila hanno a oggi rifiutato la vaccinazione anti-Covid.

Si può obiettare che diverso è l’ambito: in un caso ci si rifiuta di eseguire una delle varie prestazioni professionali, nell’altro di sottoporsi a una procedura il cui rifiuto rende meno sicura l’intera prestazione professionale, ma in entrambi di fatto potenzialmente si lede il diritto alla salute dei pazienti.

Si può obiettare che diverse sono le motivazioni alla base di queste due scelte: in un caso ragioni “etiche” (se vogliamo credere alle dichiarazioni ufficiali) nell’altro timori per la propria salute, ma in ultima analisi in entrambi vengono addotte motivazioni che mettono in secondo piano la salute e la vita dei pazienti.

Insomma, si può obiettare tutto quello che volete ma il punto è che se lo Stato è legittimato a imporre un comportamento in un caso allora è legittimato a farlo anche nell’altro. È solo una questione di scelte, di priorità. Per cui, la prossima volta che denunciamo gli altissimi numeri dell’obiezione di coscienza, per favore non ci venite a raccontare che non è possibile imporre a ginecologi, anestesisti e personale ospedaliero di fare quello che è – almeno in parte – il loro lavoro.

da qui

lunedì 9 novembre 2020

Breve storia di una prigioniera israeliana - Amira Hass

Hallel Rabin viene da un ambiente privilegiato e avrebbe potuto tranquillamente fare il servizio militare nell’intelligence o nella radio dell’esercito o in qualsiasi unità lontana dall’azione sul campo e abbastanza prestigiosa da favorire la sua carriera futura. Ma Rabin, che ha da poco compiuto 19 anni, proviene dalla comunità antroposofica di Harduf. Non ha mai mangiato carne né pesce, e si rifiuta di arruolarsi perché è contraria a qualsiasi forma di violenza. Rabin avrebbe potuto trovare una scorciatoia e chiedere l’esonero. Avrebbe potuto far finta di essere religiosa o di essere affetta da disturbi mentali. E invece chiede che l’esercito israeliano riconosca la legittimità della sua obiezione di coscienza.

Il 19 ottobre si è presentata in un centro di reclutamento dell’esercito per la terza volta dal mese di agosto. Ha ribadito il suo rifiuto di diventare una soldata e il suo desiderio di fare il servizio civile volontario. È stata giudicata sul posto e rinchiusa nuovamente in prigione. La prima volta che si è rifiutata di arruolarsi ha passato una settimana in carcere. La seconda volta è stata imprigionata per due settimane.

Rabin è pronta ad affrontare la prigione militare, “ma non è un percorso facile” mi ha confidato. “È un problema serio. Affrontare il potere fa paura. Sono soggetta alle leggi di questo posto, le leggi della prigione. Devi chiedere un permesso per fare qualsiasi cosa. Sono una prigioniera, mi trattano come una persona che ha commesso un crimine”.

Nella richiesta di esonero rivolta all’ufficiale addetto al reclutamento, Rabin ha scritto: “L’omicidio, la violenza e la distruzione sono diventati talmente comuni che il cuore s’indurisce e li ignora. Il male è ormai uno di famiglia, dunque lo difendiamo e lo giustifichiamo, chiudiamo gli occhi e neghiamo le nostre responsabilità. Non sono pronta a partecipare a una realtà violenta. Non sono pronta a far parte di un esercito soggetto alla politica di un governo che va contro i miei valori.”

Obiezione di coscienza
Ad agosto la “commissione di coscienza” che esamina le richieste di esonero dal servizio militare ha letto la lettera e ha incontrato Rabin. “Ha dato l’impressione di essere una ragazza con dei valori”, si legge nella raccomandazione della commissione, che con un voto di maggioranza ha deciso di respingere la sua richiesta e assegnarla a un incarico formativo “grazie al quale possa dare un contributo significativo all’esercito israeliano”. Il rappresentante accademico all’interno del comitato, il professor Yitzhak Benbaji, e il rappresentante dell’unità di scienze comportamentali dell’esercito, il maggiore Moe Segal, hanno consigliato di accogliere la richiesta di Rabin. Il presidente della commissione, il colonnello Zvi Gal, insieme al primo tenente Daniel Hatwell e al secondo tenente Roy Mor, rappresentanti dell’ufficio del personale, ha espresso un parere contrario.

La maggioranza della commissione di coscienza “ha avuto l’impressione che le motivazioni di Rabin non costituiscano un’obiezione di coscienza valida per il servizio militare, e non riflettano un rifiuto assoluto di svolgere un servizio a favore della difesa”.

Cosa significano queste parole? Significano che, secondo la maggioranza della commissione di coscienza, Rabin si oppone alla violenza dello stato israeliano nei confronti dei palestinesi. E in Israele questa non è obiezione di coscienza, ma una presa di posizione politica. Ma il punto di partenza del ragionamento di Rabin non è affatto politico. Non usa mai la parola “occupazione” nella sua richiesta o nelle sue risposte al comitato. Lo stesso vale per le parole “colonialismo” e “apartheid”. Questi concetti non sono mai emersi neanche nelle conversazioni tra me e lei.

Ecco alcuni passaggi della richiesta in cui Rabin allude alla situazione attuale in Israele: “Non lavorerò in un sistema basato sulla disuguaglianza, la paura e l’incapacità di vedere l’altro. Per un giovane israeliano questo è spaventoso quanto lo è per un giovane palestinese. Non esiste nessuno, e sicuramente non un intero popolo o una nazione, che ami la sofferenza, viva per la sofferenza o desideri la sofferenza per i propri figli. Non esiste oppressione benevola né razzismo giustificabile”.

La maggioranza della commissione è davvero convinta che questa ragazza sosterrebbe l’oppressione e il razzismo in Svizzera o negli Stati Uniti, e di conseguenza si arruolerebbe nell’esercito? Hallel Rabin ha il coraggio di allontanarsi dal percorso facile che la sua vita agiata le ha regalato. Ha il coraggio di rifiutarsi. Sarebbe bello che ci fossero più persone come lei.

(Traduzione di Andrea Sparacino) 

da qui


lunedì 17 dicembre 2018

Obiettore dell’esercito israeliano mandato in prigione per la settima volta



Un organo disciplinare militare israeliano ha condannato Adam Rafaelov a dieci giorni di carcere militare per il suo rifiuto di essere arruolato. La coscrizione militare è obbligatoria per la maggior parte degli ebrei israeliani.
Rafaelov, 18 anni, “è stato mandato in prigione sette volte da luglio, quando fu condannato per la prima volta”, afferma l’articolo. “Alla fine della sua attuale condanna, Rafaelov avrà scontato un totale di 87 giorni dietro le sbarre”, riporta +972 Magazine.
Nella sua dichiarazione iniziale di rifiuto, Rafaelov ha detto che “il regime israeliano giustifica la sua violenza nei confronti dei palestinesi sostenendo di difendere la patria ebraica”.
“Ma è impossibile giustificare la dominazione continua, violenta e oppressiva in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. L’opinione pubblica israeliana ha governato sul destino dei palestinesi, che sono stati privati dei loro diritti umani fondamentali”, ha aggiunto.
Israele si vanta di essere “l’esercito più morale del mondo”, ma non c’è nulla di morale nell’occupazione e nell’oppressione. Regime militare, condizioni di vita povere, demolizioni di case, assedio – tutto questo fa parte della vita quotidiana palestinese sotto un occupante discriminatore e fascista, continua la dichiarazione.
“Mi rifiuto di prendere parte a un sistema che va contro la mia visione del mondo. Mi rifiuto di permettere a questo sistema di continuare ad esistere senza resistenza.”

(Traduzione: Simonetta Lambertini – invictapalestina.org)


sabato 4 giugno 2016