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venerdì 28 agosto 2026

l'unità dell'Occidente

 

…La presidente ha aggiunto infatti che questa è la sua linea:

“Continuo a credere che l'unità dell'Occidente sia molto importante".

Si scrive: unità dell’Occidente, ma si legge: unità della razza bianca dominatrice.

L’unità dell’Occidente è l’unità dei colonialisti, degli schiavisti, in nome dei nazionalisti come Hitler e come Churchill, come Stalin e come Putin.

Anche oggi la razza bianca dominatrice è in preda a una crisi di demenza senile, e si precipita verso la guerra.

Da quale parte (con Zelenski o con Putin?) poco importa. Purché guerra sia, purché l’occidente si copra di gloria, nel prossimo, (forse imminente) 8 Settembre.

Non è la prima volta che succede, e neppure la seconda. Ma questa volta potete starne certi: non avrete il tempo di ripensarci.

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giovedì 27 agosto 2026

Giorgia Meloni, il fascismo e la miseria umana - Lavinia Marchetti

Nell’intervista al New York Times la presidente del Consiglio evita ancora la parola antifascista, elogia Almirante e tratta la dittatura come una faccenda difficile da giudicare.

Il New York Times le offre il tempo di una lunga intervista. Che cosa pensa del fascismo? Giorgia Meloni potrebbe rispondere ricordando un po’ di storia, tipo il regime che sciolse i partiti e tolse la libertà alla stampa. O che la repressione venne affidata anche al Tribunale speciale e a una polizia politica, le guerre sbagliate, le leggi razziali. Invece sceglie due parole, le più vili che si possano esprimere, insomma il fascismo sarebbe stato un periodo: «particolarmente complesso». Anche la meccanica quantistica è complessa. Il fascismo italiano presenta una serie di caratteristiche e scelte politiche perfettamente comprensibili. Non ci vuole molto a ricordarsi le squadracce che devastarono le Camere del lavoro e le sedi socialiste mentre una parte delle classi dirigenti finanziava la violenza. O che il pavido Re affidò il governo a Mussolini dopo la marcia su Roma. Che la legge Acerbo alterò la rappresentanza parlamentare così che le elezioni del 1924 si svolsero fra aggressioni e intimidazioni, e che un certo Giacomo Matteotti denunciò tutto questo alla Camera prima di essere rapito e assassinato. Ma anche che fra il 1925 e il 1926 le leggi fascistissime abolirono le libertà politiche e consegnarono al capo del governo poteri incompatibili con qualsiasi democrazia. A me sembra chiaro come l’olio di ricino.

Ma andiamo all’intervista. Meloni comincia infatti dal proprio “eroismo”:

«Credo che ciò che mi ha condotto fin qui», fino al suo ufficio a Palazzo Chigi, «sia stato il coraggio di stare dalla parte scomoda della storia». «Scegliere di andare controcorrente».

La «parte scomoda della storia» è una formula interessantissima e oscena allo stesso tempo, specie pronunciata da una che si professa erede politica di una comunità che ha scelto Giorgio Almirante come padre. A me scomodi sembrano gli oppositori percossi. Come lo fu la vita di Matteotti mentre seguiva i conti delle violenze elettorali comprendendo il rischio che correva. Scomodo era Antonio Gramsci a morire, malato, in un carcere fascista, o Piero Gobetti che morì a Parigi dopo le aggressioni subite. La militanza neofascista della Roma repubblicana stava ai margini del governo coi piedi dentro le staffe di una costituzione che li ripudiava e che, però, godeva del diritto di organizzarsi e di stampare giornali. Poteva anche candidarsi e parlare. Tutti diritti che il fascismo aveva cancellato ai suoi avversari. Meloni si confonde tra impopolarità e persecuzione, ma i fascisti ci sono abituati.

Nel 1996, a diciannove anni, dichiarò alla televisione francese che «Mussolini era un bravo politico» e che «tutto ciò che ha fatto, lo ha fatto per l’Italia». Cohen riprende entrambe le frasi. Interessante se si pensa a quando il 28 dicembre 1935 Mussolini autorizzò Pietro Badoglio a impiegare «anche su vasta scala» qualunque gas nella guerra d’Etiopia e il 29 marzo 1936 autorizzò Rodolfo Graziani a usare gas «di qualunque specie et su qualunque scala». In Cirenaica, già all’inizio degli anni Trenta, la deportazione della popolazione aveva riempito campi di concentramento nei quali fame e malattie accompagnavano una politica di dominio coloniale. Ah L’«Italia» quel bellissimo nome nazionalpopolare dietro cui nascondere quasi un milione di morti etiopi, colpiti dall’iprite e massacrati, nonché gli italiani mandati a morire per l’impero.

Però ha dichiarato «la nostra opposizione a tutti i regimi totalitari e autoritari». Mh. C’è di che perplimersi. A meno che i totalitarismi non nascano solo in periodi complessi e quindi, in fondo in fondo, prevalgano le sfumature.

Arriva poi la frase più assurda e anche commentata dell’intervista:

«Chiaramente, se guardiamo questa storia oggi è una cosa. Se l’avessimo osservata mentre ci trovavamo nel mezzo, probabilmente l’avremmo vista in modo diverso, no?». Non saprei, non c’ero, però moltissime persone la videro con lucidità mentre accadeva e pagarono molto per averla vista. Matteotti, ma anche Benedetto Croce chepubblicò il Manifesto degli intellettuali antifascisti nel 1925. I fratelli Rosselli organizzarono Giustizia e Libertà durante l’esilio, finché furono assassinati in Francia da uomini della Cagoule assoldati dai servizi fascisti. La persecuzione entrò poi nel lavoro delle famiglie, trasformando cittadini italiani in presenze indesiderabili. Il carattere criminale del regime era già visibile ai contemporanei.

La domanda finale, «no?», è più rivelatrice della frase dissennata. Cerca l’assenso dell’interlocutore per rendere relativo ciò su cui la storia non ha dubbi. In mezzo al fascismo vivevano anche i fascisti, certo. Erano «nel mezzo» anche gli etiopi bombardati e gli operai privati del sindacato. Vedevano cose diverse perché occupavano posti diversi nei rapporti di forza. Se eri fascista indubbiamente stavi meglio. La filosofia della storia questa differenza la coglie

Cohen ricorda che Meloni ha rifiutato di definirsi antifascista e riporta una frase tratta dai suoi scritti:

«Conosco il nome e la storia di tutti i ragazzi sacrificati sull’altare dell’antifascismo».

Ecco che l’antifascismo diventa una religione sanguinaria e la giovane povera destra appare come vittima sacrificale. La strage di Piazza Fontana e quella alla stazione di Bologna causarono insieme centodue morti, ricorda Cohen. L’«altare» di Meloni ha una memoria molto selettiva.

Poi compare Giorgio Almirante. Il 22 maggio Meloni ha scritto che egli visse la politica «con passione, dignità e rispetto» e ha promesso che sarebbe stato ricordato da una destra pronta ad agire «con coraggio». Durante l’intervista aggiunge:

«Ci ha insegnato qualcosa di molto importante sul piano dei valori». «Che si può combattere la propria battaglia con dignità anche partendo da una posizione molto marginale».

Quei meravigliosi valori, e soprattutto il rispetto. Ricordiamo, en passent, che Almirante fu segretario di redazione della Difesa della razza. Nel 1942 scriveva che «il nostro razzismo deve essere quello del sangue che scorre nelle nostre vene» e paventava un’Italia in mano «ai meticci e agli ebrei». Durante la Repubblica sociale italiana fu capo di gabinetto al ministero della Cultura popolare. Un bando del maggio 1944, firmato da lui, minacciava la fucilazione alla schiena dei militari sbandati che non si fossero presentati entro il termine fissato. La documentazione è stata esaminata anche in sede giudiziaria e la sua attribuzione ad Almirante ha retto.

Quale parte di questa biografia esprime «rispetto»? Bah. Verso chi si esercita la «dignità»? La marginalità del Movimento sociale italiano derivava dalla nascita di una Repubblica che aveva appena conosciuto l’occupazione tedesca e il collaborazionismo di Salò. Fu una scelta democratica di difesa dopo vent’anni di dittatura e guerre in alleanza con quel brav’uomo di Hitler. Chiaramente, almeno di non aver perso completamente il senno, l’elogio di Almirante toglie credibilità perfino alla condanna delle leggi razziali. Le due affermazioni possono convivere perché la memoria meloniana funziona compartimentalizzando. Le leggi razziali vengono condannate tenendo al riparo Mussolini e Almirante viene onorato separandolo dai suoi articoli e dal servizio prestato a Salò.

Il fascismo fu un progetto di potere, uno dei più cruenti della Storia. Usò la violenza squadrista per distruggere le organizzazioni popolari, una volta entrato nello Stato ne cancellò le libertà. Cercò prestigio imperiale attraverso una guerra coloniale condotta anche con armi chimiche. Nel 1938 trasformò il razzismo in legge. Due anni dopo portò l’Italia nella guerra mondiale accanto alla Germania nazista. Dopo il 1943 la Repubblica sociale collaborò alla persecuzione degli ebrei e combatté contro la Resistenza sotto tutela tedesca. Non c’è nessuna complessità. Solo infamia e disonore…

Gaia Pianigiani ha contribuito alla redazione dell’articolo da Roma e Piombino.

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giovedì 23 aprile 2026

Soloviev insulta Meloni: geopolitica degli insulti internazionali - Alessandro Orsini

Il caso degli insulti di Soloviev a Giorgia Meloni è molto interessante ai fini dei miei studi sulla manipolazione dell’opinione pubblica nelle democrazie occidentali. Definisco la manipolazione dell’opinione pubblica come segue: la manipolazione dell’opinione pubblica è l’estrazione del consenso dalla classe governata da parte della classe governante mediante l’inganno. Detto più semplicemente, la manipolazione dell’opinione pubblica è la classe governante che induce i cittadini a credere il falso per ricavare consensi elettorali mediante l’inganno e la menzogna.  

Meloni ha stretto un accordo con Zelensky per costruire droni e Soloviev l’ha insultata. È intervenuto persino il presidente Mattarella in difesa di Giorgia Meloni. 

Apparentemente, è incredibile e surreale che in Italia scoppi un putiferio istituzionale perché un giornalista russo offende il presidente del Consiglio. I giornalisti italiani che insultano e offendono Putin sono moltissimi. Nel mio libro Casa Bianca-Italia, ho raccolto alcuni degli insulti violentissimi dei giornalisti italiani contro Putin. Eppure, le massime cariche dello Stato russo non sono mai intervenute per difendere Putin dagli insulti dei giornalisti italiani perché quegli insulti non hanno alcuna importanza per la classe politica russa. 

La domanda che dobbiamo porci, in sede di analisi della manipolazione dell’opinione pubblica, è la seguente: se la classe politica russa non attribuisce nessuna importanza agli insulti dei giornalisti italiani contro Putin, perché la classe politica italiana attribuisce un’importanza enorme agli insulti dei giornalisti russi contro Meloni? 

La risposta richiede di andare oltre l’apparenza.

Tutto è radicato nelle relazioni internazionali tra l’Italia e la Russia e nella natura di Stato satellite dell’Italia.

Le relazioni Italia-Russia sono state ottime, fino al 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione russa dell’Ucraina L’Italia era un Paese talmente amico della Russia che, il 3 giugno 2017, Carlo Calenda, all’epoca ministro, si recò in Russia a stringere le mani di tutti i gerarchi di Putin alla ricerca di intese economiche e commerciali, nonostante la Russia fosse già sotto sanzioni per l’invasione della Crimea del 2014. Tutti potranno trovare in rete la foto di Calenda che stringe la mano del ministro dell’energia russa. Nel governo Renzi dell’epoca, Calenda era il capo della componente più filo-russa del governo, come dimostra il suo atteggiamento ossequioso verso Putin e il ministro dell’energia russo. Ma poi è scoppiata la guerra in Ucraina. Biden decise di sconfiggere la Russia sul campo di battaglia e la classe politica italiana ebbe improvvisamente bisogno di cancellare alcuni decenni di storia per convincere gli italiani che la Russia odia l’Italia. Il modo migliore di persuadere gli italiani a odiare la Russia consiste nel convincere gli italiani che la Russia odia l’Italia. Il problema è che la Russia non odia l’Italia e, infatti, la Russia non ha mai assunto atteggiamenti ostili verso il popolo italiano. I grandi media italiani, non riuscendo a trovare prove dell’odio dei russi verso gli italiani, devono inventarle, ingigantendo qualunque cosa accada, ad esempio, Soloviev che insulta Meloni.

Riassumo il mio pensiero in tre punti.

1) La Russia non promuove politiche ostili nei confronti dell’Italia.

2) Siccome l’Italia promuove politiche di guerra contro la Russia, i grandi media devono indurre gli italiani a credere che la Russia odia l’Italia.

3) Siccome non esistono prove dell’odio della Russia contro l’Italia, queste prove devono essere inventate, ingigantendo avvenimenti di nessuna importanza come gli insulti di un giornalista russo contro Meloni. 

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lunedì 2 marzo 2026

89 anni fa la strage degli etiopi, l’Italia non ha mai chiesto scusa. Neppure Meloni - Mario Pizzola

 

Il 19 febbraio è un giorno di lutto per l’Etiopia. E’ il giorno che ricorda gli eccidi compiuti dagli italiani durante la dominazione fascista. Ma l’Italia non ha mai chiesto scusa per quelle stragi né ha mai fatto i conti con il suo passato colonialista in Africa. Una storia di sopraffazione e di violenza che è stata sempre rimossa dai nostri governanti.

A questa tradizione si è attenuta anche la premier Giorgia Meloni che nei giorni scorsi è stata ad Addis Abeba per il secondo vertice Italia-Africa e dove ha avuto colloqui con il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali. Nessun accenno, neppure questa volta, al nostro passato razzista e ai nostri crimini coloniali.

La rimozione è iniziata subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale. A differenza dei crimini nazisti che, con il Processo di Norimberga, hanno visto non solo la punizione dei colpevoli ma anche l’occasione per una riflessione collettiva su quel tragico periodo storico, nulla di simile è avvenuto nel nostro Paese. 

Nella Conferenza di Pace di Parigi del 1946 la delegazione italiana, guidata dal presidente del consiglio Alcide De Gasperi, cercò inutilmente di ottenere la restituzione all’Italia delle sue colonie del periodo prefascista – Eritrea, Somalia e Libia – come riconoscimento e compenso del contributo del nostro Paese alla sconfitta del nazifascismo.

Secondo il governo italiano andava fatta una distinzione tra l’avventura fascista e il dominio coloniale precedente perché quest’ultimo, attraverso gli investimenti economici, avrebbe favorito il progresso delle colonie, accreditando l’Italia come il Paese più capace a condurre il Corno d’Africa verso l’autogoverno. 

La delegazione etiopica non si limitò ad opporsi alle rivendicazioni territoriali dell’Italia ma chiese che venissero processati per crimini di guerra molti esponenti militari e politici della dittatura fascista che si erano resi responsabili di stragi orrende durante la dominazione coloniale.

Ma la richiesta degli etiopi venne respinta dalle potenze vincitrici, soprattutto dagli angloamericani che vedevano in alcuni personaggi, come il generale Badoglio, un possibile baluardo per la lotta al comunismo.

Gli etiopi ridussero allora le loro richieste, limitandosi a presentare alla Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra solo dieci casi, tra i quali emergevano i nomi di Pietro Badoglio, Rodolfo Graziani, Guido Cortese ed Enrico Cerulli, ovvero le personalità più direttamente coinvolte negli eccidi. 

Ma la Commissione delle Nazioni Unite, pur riconoscendo l’accuratezza della documentazione presentata dagli etiopi, accettò la richiesta di estradizione solo per Badoglio e Graziani. Il primo era accusato di aver impiegato armi chimiche vietate dagli accordi internazionali. Il secondo di aver scatenato una brutale repressione attraverso la quale furono massacrati migliaia di civili inermi.  

Si era intanto arrivati al 1949. Tutto lasciava sperare che almeno i principali responsabili fossero sottoposti a processo. Ma il governo italiano respinse la richiesta di estradizione e così nessuno ha mai pagato per quei crimini.

Pietro Badoglio morì per un attacco di asma nella sua casa a Grazzano il 1° novembre 1956 e gli vennero riservati anche i funerali di Stato. Rodolfo Graziani, invece, venne processato ma non per gli eccidi in Etiopia bensì per aver collaborato con l’esercito occupante tedesco dall’8 settembre 1943 fino al termine del conflitto nella sua qualità di Ministro della Guerra della Repubblica di Salò.

Condannato a 19 anni di carcere, Graziani se ne vide condonare subito 13, ma scontò solo quattro mesi in quanto venne conteggiato il periodo della carcerazione preventiva. Tornato alla vita civile Graziani continuò a professare le sue idee fasciste e nel marzo del 1953 ebbe come riconoscimento la presidenza onoraria del MSI.

Ma quali furono i crimini commessi dagli italiani in Etiopia? Le Forze Armate italiane, agli ordini di Badoglio e su espressa autorizzazione di Mussolini, utilizzarono ampiamente il gas iprite vietato dal Protocollo di Ginevra del 1925. A Badoglio è attribuita la responsabilità di aver ordinato almeno 65 bombardamenti all’iprite per un totale di oltre mille bombe C-500-T. Inoltre, Badoglio era accusato di aver bombardato ospedali della Croce Rossa.

Quella che è passata alla storia come “la strage di Addis Abeba” avvenne il 19 febbraio 1937. Quel giorno ci fu un attentato della resistenza etiope che aveva come obiettivo il viceré d’Etiopia Rodofo Graziani. L’attentato provocò sette morti e circa cinquanta feriti. Graziani si salvò ma rimase seriamente ferito. 

La reazione fu spietata. Il segretario federale del partito fascista Guido Cortese, che aveva sostituito Graziani in quanto in ospedale, fece distribuire armi a tutti gli italiani incitandoli alla mattanza. Gli etiopi vennero trucidati con tutti i mezzi a disposizione: a fucilate, con impiccagioni e a colpi di bastone, ma anche legati ai camion e trascinati lungo le strade. Molti, tra cui anziani, donne e bambini morirono bruciati vivi nelle loro capanne date a fuoco. Si calcola che le vittime furono tra le 20 e le 30.000.

A questa strage seguì quella compiuta nella città santa di Debrà Libanos. Qui, su ordine di Graziani, vennero massacrati i monaci cristiani di osservanza copta, solo perché sospettati di aver protetto gli attentatori del 19 febbraio. Le esecuzioni sommarie vennero attuate dal generale Pietro Maletti al quale furono intitolate delle strade in diversi Comuni italiani, rimosse solo da pochi anni. Il numero dei monaci uccisi non è certo ma si calcola che furono tra 1400 e 2000. 

Alcuni ministri italiani della Difesa, come Roberta Pinotti e Lorenzo Guerini, avevano assunto l’impegno di rendere omaggio alle vittime dei crimini italiani in Etiopia ma non se n’è fatto nulla. Niente scuse, dunque, né risarcimenti, né restituzione dei beni artistici che furono rubati agli etiopi dall’esercito italiano. La memoria di quell’epoca sanguinosa continua ad essere velata, se non apertamente oscurata, anche nella Repubblica democratica ed antifascista di oggi.

Ma c’è chi invece, stando al governo, mantiene viva la memoria dell’Italia fascista e coloniale che fu. Come l’attuale ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida, ex cognato di Giorgia Meloni, che nell’agosto del 2012 prese parte ad Affile, in provincia di Roma, all’inaugurazione del mausoleo dedicato a Graziani e sul quale campeggia la scritta “Patria – Onore”. Nell’occasione Lollobrigida non seppe nascondere la sua ammirazione per il “Maresciallo d’Italia” affermando che per lui, e non solo per lui, Graziani (detto anche “il macellaio del Fezzan”) sarà sempre “un punto di riferimento”.

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domenica 25 gennaio 2026

Roger Waters: “È un mondo perfetto per i nazisti e Meloni è il vostro Mussolini”


Roger Waters parla in un’intervista al Fatto Quotidiano:  “È un mondo perfetto per i nazisti che stanno prendendo il controllo“.

 

L’ex bassista dei Pink Floyd Roger Waters afferma che i governi europei sostengono l’idea della guerra perché ciò risulta conveniente per i loro “padroni“, in particolare per le élite statunitensi, israeliane e tedesche che controllano la maggior parte dell’industria bellica. Secondo l’artista, questa spirale di spese militari porterebbe all’impoverimento dei popoli, creando un “mondo perfetto” per l’ascesa di quelle forze che lui definisce “naziste”.

Da convinto antimilitarista, Waters (classe 1943) ha esteso le sue critiche alla Presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni, equiparando la sua retorica sulle spese militari a quella di un “nuovo Mussolini“. “La guerra è un racket“, ha affermato il musicista, “ma non tutti si piegano a questa logica. Mi incoraggia sapere che organizzazioni come l’USB in Italia si stanno ribellando a questi ‘Mussolini’ contemporanei. Oggi, Meloni è il vostro Mussolini. Ma sono ovunque: c’è Milei in Argentina, Trump negli Stati Uniti, Starmer e Farage nel Regno Unito”.

“Da Kiev a Gaza, la guerra è solo per profitto. Col riarmo i governi impoveriranno i popoli”: intervista esclusiva a Roger Waters

L’esclusiva. Il musicista: “I problemi dell’Ucraina sono stati tutti imposti dagli Stati Uniti In Palestina è ancora in atto un genocidio”

 

(Estratto dell’intervista integrale di Fabrizio Rostelli al Fatto Quotidiano) – L’antimilitarismo è un tratto distintivo delle sue opere musicali e del suo impegno politico dai tempi dei Pink Floyd. “Mother do you think they’ll drop the bomb?” (Mamma pensi sganceranno la bomba?) cantava in The Wall. Nella Fletcher Memorial Home – la casa di riposo per re, tiranni incurabili e spietati statisti ideata in The Final Cut – oggi Roger Waters troverebbe spazio per gli attuali leader europei e per i magnati delle Big Tech come Musk, Bezos e Zuckerberg. “La guerra è utile solo a fare profitti. Non dobbiamo farci schiavizzare – ammonisce Waters – anche se è questo che fa il capitalismo.

[…] Siamo già in 1984, c’è un controllo sempre maggiore, ma abbiamo ancora gli strumenti per reagire”. Il musicista e intellettuale britannico analizza il complesso quadro internazionale e sul programma di riarmo europeo la sua posizione è netta: “L’idea che i leader dell’Ue parlino di imporre una spesa militare del 5% del Pil ai cittadini per ingrandire gli eserciti e prepararsi alla guerra con la Russia è ovviamente una follia. Così come è stata una follia far saltare il Nord Stream. Quel gasdotto rappresentava la volontà dei popoli della Russia e dell’Europa di cooperare, scambiarsi gas ed energia e vivere in pace. Non gli è stato permesso perché non conveniva a un piccolo gruppo di persone estremamente ricche negli Usa e altrove. La guerra è un racket ma non tutti si piegano a questa logica e mi incoraggia l’idea che ci siano organizzazioni, come l’Usb in Italia, che si stanno ribellando a questi Mussolini, di nuovo. Meloni oggi è il vostro Mussolini. Sono ovunque: c’è Milei in Argentina, Trump negli Usa, Starmer e Farage nel Regno Unito”.

Ieri è stato annunciato il trilaterale per la pace in Ucraina. Ma quali sono i reali ostacoli?

Gli ostacoli sono il neo liberal-imperialismo e il capitalismo. I problemi politici dell’Ucraina sono tutti imposti dall’esterno, dagli Usa. Con il colpo di Stato di Maidan è scoppiata una guerra civile tra l’amministrazione di Kiev – legata all’estrema destra – e la popolazione russofona dell’Ucraina orientale. Il conflitto non si è mai fermato e gli Accordi di Minsk non sono stati rispettati perché dalla morte di soldati ucraini e russi si ricavano enormi profitti. Profitti che finiscono nelle mani dei plutocrati degli Usa, forse anche in Germania o nel Regno Unito, ma soprattutto nell’industria bellica statunitense. I colloqui tra Trump, Putin e Zelensky sono irrilevanti, sono delle marionette anche se Putin è molto più lucido e acuto. Quando Trump morirà – e sarà un buon giorno per l’umanità – un altro burattino sarà pronto a prenderne il posto: potrebbe chiamarsi Marco Rubio o JD Vance. Non conta il nome, ma il sistema: quello dei Palantir, dei Peter Thiel, di quelli che vogliono costruire uno Stato fascista globale, controllato dall’Ia, con moneta digitale, dove possono decidere di silenziare chiunque, semplicemente togliendogli tutto. Non credono nello Stato di diritto, ma solo nella legge della giungla […]

Con il Board of Peace di Trump c’è il rischio che cali l’attenzione su quello che accade in Palestina?

La Palestina siamo noi. Se non capiamo questo, non abbiamo capito niente. Tutta questa storia – colonialismo, apartheid, pulizia etnica – l’abbiamo già fatta noi europei bianchi in Nord e Sud America e in Africa. Mi accusano di essere antisemita perché di Israele ne faccio un “caso speciale”. Certo che lo critico: stanno commettendo un genocidio! Esattamente come mio padre criticava i nazisti negli anni 30 del Novecento. Questo fanno le persone con un cuore e un’anima. Israele è uno Stato disgustoso, xenofobo, segregazionista, che sta compiendo un genocidio contro le persone che vivono in quella terra, colonizzata illegalmente per tutto il XX secolo e oltre. Non ho nulla contro gli ebrei. Sono ateo: penso che tutte le religioni siano assurde. Se fossimo tutti umanisti, non avremmo bisogno di alcuna religione per sapere cosa è giusto, per avere una bussola morale: la sentiremmo dentro di noi. Ho detto che suonerò The Wall in Palestina quando sarà libera. Quando lo stato di apartheid cadrà e ci saranno uguali diritti per tutti, dal Giordano al Mediterraneo, vorrei essere ancora vivo per suonare The Wall e celebrare la libertà del popolo palestinese. Sarebbe fantastico farlo con il mio ultimo respiro.

I governi europei ci stanno preparando alla guerra?

Probabilmente sì. È conveniente per i loro padroni statunitensi che possiedono la maggior parte delle fabbriche di armi, insieme agli israeliani e ai tedeschi. Per questo sostengono volentieri l’idea della guerra. Le spese militari impoveriranno completamente i nostri popoli. È un mondo perfetto per i nazisti che stanno prendendo il controllo. Non ci sarà istruzione, né servizi sanitari, né servizi sociali, niente. La vita diventerà sempre più dura e convinceranno le persone che la colpa è degli stranieri, dei neri, delle persone che parlano arabo. Il tema dell’immigrazione è centrale e in questo senso è importante la storia della lista del Pentagono – svelata dal generale statunitense Wesley Clark – dei Paesi da colpire dopo l’11 settembre 2001. Gli Usa hanno devastato tutti quei Paesi: Iraq, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Siria. Qual è l’unico che non hanno distrutto? L’Iran. Per ora. Il Venezuela non era in quella lista, ma avrebbe potuto esserci. In passato con Guaidó organizzarono un tentativo di colpo di Stato per eliminare il governo socialista bolivariano e rubare il petrolio. Niente a che vedere con la libertà o la democrazia.

Cinquant’anni fa usciva Wish You Were Here, oggi a chi la dedicherebbe?

Non posso rispondere, vorrei solo che la gente capisse che è la mia canzone. Gilmour fece quell’introduzione, io la usai ma la canzone non ha nulla a che vedere con lui, anche se sostiene di averla scritta. Quando sento Dave cantare Wish You Were Here mi irrita un po’ perché non ha mai capito di cosa parlassero le mie canzoni. La parte più importante è: “Did you exchange, a walk-on part in the war, for a lead role in a cage?”. Descrive perfettamente me e Gilmour. Io ho accettato di essere una comparsa nella guerra, lui ha accettato un ruolo da protagonista in una gabbia. È come Starmer: può fare il premier, ma solo se vive nella gabbia e obbedisce. È un burattino, non decide nulla. Io invece ho scelto di prendere parte alla guerra, anche se solo come comparsa. È questo il senso della canzone. Melania Trump voleva usarla nel documentario sulla sua vita per il funerale della madre. Mi hanno offerto un’enorme quantità di denaro. Le ho scritto che mi dispiaceva per la sua perdita, ma che non posso essere associato a un’amministrazione che sostiene un genocidio. Mai.

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martedì 23 dicembre 2025

Ad Atreju Giorgia Meloni mette in mostra “il presepe degli intellettuali”. E la sinistra glielo lascia fare…- Fulvio Abbate

Giorgia Meloni sembra detestare chiunque non le somigli. E, si sappia ancora, non è l’unica a provare risentimento, se non proprio livore, per tutti noi che, per semplici ragioni di eleganza e stile, non possiamo perdonarle di non avere mai mostrato discontinuità rispetto a una sua, interamente sua, matrice neofascista, temo ostentata come fosse un peluche festivo. Altrettanto meschini, anzi, “rosiconi” risultiamo agli occhi dei suoi molti instancabili sostenitori, cioè in chi ha votato il suo miracoloso partito che, fin dal nome, mostra pretese familiari, forse anche familistiche, quasi fossimo in presenza di un patto tra consanguinei, sorta di prima comunione e cresima identitarie: Fratelli d’Italia. Implicitamente, assodata la narrazione da rotocalco popolare e populista, perfino “sorelle”, in questo caso non meno italiane, cristiane, convinte che prima d’ogni altri debbano essere gratificati i nostri dirimpettai connazionali, implicito disprezzo verso l’immigrati, concepiti come immondizia umana, indesiderabili.

Giorgia Meloni, come molti fanno inutilmente notare, dimentica, forse strumentalmente, di trovarsi da tre anni in una posizione apicale, addirittura alla presidenza del Consiglio, ciononostante tutto ciò non le impedisce di attribuire agli altri, ai cosiddetti, sempre parole sue, “rosiconi” e “sinistri”, “residenti delle ZTL”,  appunto, i propri limiti, i doverosi compromessi che realismo politico impone; d’altronde il vittimismo risentito è tra le armi principali di chi, notava il liberale Ennio Flaiano, vive in uno stato di perenne profondo senso di inferiorità culturale, oltre che politico. Non si dimentichi che agli occhi di molti il luogo ideale di chi non abbia mai marcato distanza dalla memoria dell’orbace mussoliniana prende il nome di “fogna”. Per antifrasi, gli stessi “camerati”, anni addietro, ritennero giusto chiamare una loro fanzine altrettanto identitaria proprio “La voce della fogna”. Non sembra che, diversamente da Gianfranco Fini, abbiano mai definito il fascismo “male assoluto”. Quanto ai rapporti con la “comunità” non si sono mai interrotti.  

Accanto al vittimismo temperato di rabbia mal trattenuta, il Minculpop intestato a una creatura fantasy di Giorgia Meloni da settimane ormai lavora ad ampliare le sale del proprio pantheon già prossimo scenograficamente a una cripta, includendo accanto all’immaginario già sufficientemente citato – “Il Signore degli Anelli” di J. R. R. Tolkien, e ancora “La storia infinita” di Michael Ende: da cui trarre il “logo” Atreju per le proprie manifestazioni-vetrina-showroom – figure del tutto improprie rispetto al patrimonio genetico iniziale.

L’appropriazione di Antonio Gramsci, in funzione della legittimazione di una propria egemonia venata di revanchismo tuttavia non meno nibelungico come già nelle premesse “non conformi”, è in questo senso esemplare, ed essendo condotta in un contesto segnato dalla post-verità dell’Intelligenza artificiale che tutto concede e consente appare in definitiva irrilevante che storicamente non possano esserci punti di contatto da il promotore dell’“Ordine Nuovo” nei giorni dell’occupazione armata delle fabbriche torinesi, Gramsci, e chi giunge invece dal “bunker” di Colle Oppio, alle cui pareti figuravano semmai i ritratti votivi di Corneliu Codreanu, leader ultranazionalista e ideologo antisemita romeno de la “Guardia di Ferro” o di Léon Degrelle, quest’ultimo un politico belga, fondatore del rexismo, movimento nazionalista di ispirazione ultra-cattolica, pronto a virare ideologicamente verso il fascismo, combattente nella seconda guerra mondiale nel contingente vallone delle Waffen-SS. Oppure, in un caso più “colto” ed estetizzante nel controluce mortuario della destra “sublime”, suggerendo quindi temperature eroiche, Robert Brasillach, scrittore francese collaborazionista e come tale fucilato nel febbraio 1945 al forte di Montrouge. Sorge perfino il dubbio che il culto di Ezra Pound cui molta destra fa riferimento, come fiore all’occhiello al posto delle “cimice” del trascorso Pnf, non ne riguardi con esattezza l’opera poetica straordinaria, si pensi alla complessità immaginifica dei “Cantos”, semmai l’immagine ben più prosaica e vittimistica del “prigioniero in gabbia”, catturato dai partigiani italiani e consegnato ai militari statunitensi che lo internarono nel campo di prigionia di Coltano, nei pressi di Pisa.

C’è anche il caso del non meno improbabile tentativo di appropriazione di Pier Paolo Pasolini, poeta, scrittore, cineasta, critico letterario, semiologo civile, intellettuale (anzi, “intelletuale”, così come scrisse un anonimo segretario di sezione friulana sulla sua tessera di militante comunista del 1947), polemista “corsaro” e “luterano” e legato “sentimentalmente” all’epica resistenziale. Basterebbe in questo caso leggere la sua dichiarazione di voto del giugno 1975 per abbattere ogni dubbio: “Voto comunista perché ricordo la primavera del 1945, e poi anche quella del 1946 e del 1947. Voto comunista perché ricordo la primavera del 1965 e anche quella del 1966 e del 1967. Voto comunista, perché nel momento del voto, come in quello della lotta, non voglio ricordare altro”.

Rispetto a un possibile Pasolini “conservatore”, se non “reazionario” o addirittura “fascista e delatore”, come ha suggerito Federico Mollicone, deputato di Fratelli d’Italia e presidente della commissione Cultura alla Camera – “Sì, in pochi lo sanno. E tuttavia è un fatto. Non certo una mia opinione” – ritengo che basti citare un remoto “comunicato stampa” della Giovane Italia, organizzazione juniores del Msi, stilato intorno al 1968, per “manifestare contro il clima di sporcizia morale che ha invaso il cinema italiano servo del P.C.I. e dei preti del dialogo”, dove Pasolini viene indicato come “vate dei porci” per rispondere nel merito senza fatica alcuna. Evidentemente anche in questo caso “le radici non gelano”, semmai si prova a rimuoverle.  

Ma è forse ciò che definiremo “presepe familiare” è ciò che più di ogni altra cosa restituisce il nucleo del consenso che la Meloni riesce a ottenere: come ho avuto modo di notare nei giorni scorsi anche altrove, l’apparizione della madre di “Giorgia”, Anna Paratore, tra il pubblico di Atreju è in questo senso rivelatorio ed esemplare, Anna Paratore ci consegna infatti sia l’immagine di una Madre Coraggio capitolina sia, per postura e stazza (e non sembri “body shaming”, semmai un dato oggettivo) la sagoma di Sora Lella che accompagna Mimmo al seggio elettorale in “Bianco rosso e Verdone”, così in un paese mai pienamente pervenuto alla convinzione che Dio Patria e Famiglia, categorie queste presenti nella pochette meloniana, siano valori regressivi, proprio di un’angustia piccolo-borghese soffocante proprio di un tempo antecedente le più significative conquiste civili. Temo invece che, al contrario, l’immagine della Ur-Madre Anna nel caso di “Giorgia” sembra essere un sigillo ulteriore di verace “autenticità”. In verità, ci sarebbe da citare altrettanto, sempre lì ad Atreju, la presenza tra il pubblico dell’ex compagno, nonché padre della figlia Ginevra, Andrea Giambruno… Irrilevante che la piccina sia nata fuori dal vincolo matrimoniale. La Destra non sottilizza molto in tema di morale confessionale quando si tratta di sé stessa; il peso del sentire clericale lo riserva infatti ad altri, magari evocando l’uso del “Maalox” per questi ultimi.

Peccato che a dispetto di questo deposito di retorica populista da sottoscala, a Sinistra prevalga il timore di pronunciare parole che possano indispettire, o ancora peggio amareggiare, i perbenisti, lasciando agli altri il monopolio di una presunta irrefrenabile libertà, così Donald Trump potrà letteralmente continuare a “cacare in testa” in effigie a chiunque – testuale come da video postato tempo addietro – tra i sorrisi impliciti della cara “Giorgia”. 

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domenica 12 ottobre 2025

Il penoso e squallido cabaret di Giorgia Meloni


Povera Giorgia! Viva il vittimismo, malattia infantile del melonismo - Alessandro Robecchi

“Chiagni e fotti” è una vecchia massima, anche un po’ consunta e abusata, per dire che lamentarsi è sempre una buona copertura per il potere: non c’è azione, prepotenza, abuso che non sia giustificabile con una precedente ingiustizia subita, spesso immaginaria: una faccenda talmente nota e risaputa che si è installata da secoli nei proverbi e nella saggezza popolare. In tempi di trumpismo-melonismo, malattie infantili del vittimismo, la teoria è diventata pratica e metodo scientifico, come se un manuale ne suggerisse l’uso corretto per ogni situazione, le varianti e le sfumature tattiche. Il presidente americano ha costruito le sue fortune sul sapiente dosaggio del fare la vittima. Prima la vittoria mutilata (gli hanno rubato le elezioni, dice), poi la sindrome di accerchiamento costante: molto vittima e quindi molti nemici, e quindi al momento della salita (risalita) al potere, molte vendette e ritorsioni. La questione del free speech sembra un caso di scuola: per anni la destra mondiale ha berciato e frignato che “non si può dire più niente”, combattendo ogni forma di pulizia etica del linguaggio, il famoso politicamente corretto, finché, preso il potere, ha rivelato la sua concezione di free speech: censura per chi dissente, pressioni sui media, ricatti e minacce a chi non si adegua. C’è qualcosa di straordinariamente grottesco nel potente, armato di autorità e manganello, che ama farsi dire “poverino!”.

Giorgia Meloni sa raffinare la pratica in modo quasi perfetto: il mondo ce l’ha con lei, e questo dovrebbe far scattare una sorta di simpatia nei suoi confronti. L’elenco è infinito, ogni cosa che succede nel mondo sembra architettata e messa in campo per farle uno sgarbo, un atteggiamento che è diventato una tecnica e poi un’ossessione, fino al grottesco. Fino a dire, per esempio, che la missione della Gaza Sumud Flotilla (militanti e navi da 44 paesi del mondo) fosse organizzata per dare fastidio a lei, proprio a lei, dall’Australia alla Malesia. Anche meno, Giorgia: quando il vittimismo diventa mitomania, il ridicolo è in agguato. 

Così, basta una scritta su un muro o uno slogan contrario, ed ecco scattare la Giorgia di Pavlov: la odiano, e lei non se lo merita, e giù l’elenco infinito, dai magistrati agli avversari politici, dai sindacati ai manifestanti, tutto intercambiabile, tutto sullo stesso piano, tutto spostato dal terreno politico a quello personale. Tutto già visibile e decrittabile senza sforzi fin dalla prima esternazione pubblica in veste di Presidente del Consiglio, quando si descrisse come povera e umile underdog nonostante avesse fatto il ministro all’età di trent’anni. Naturalmente il vittimismo come pratica politica ha molti vantaggi – ce lo insegnò benissimo Berlusconi buon’anima (“Povero Silvio!”) – consente e giustifica una certa aggressività e al tempo stesso mette al riparo dalle critiche, perché ogni opposizione sembrerà un complotto. In più, il vittimismo compatta la tua parte, la discussione si sposta non sul fatto di cui si dibatte, ma se e quanto chi sostiene una tesi sia mosso da aggressività nei confronti di Giorgia, e oplà, dell’argomento non si parla più, e si parla invece di chi che l’ha con lei. “Lu piagne è mezza partita”, dice un proverbio marchigiano (ancora la saggezza popolare), cui si aggiunge il dna, che non mente, dato che il vittimismo dei fascisti è un dato storico innegabile, rintracciabile su qualunque libro di storia che però, naturalmente – e come ti sbagli – sicuramente ce l’ha con lei.

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Esserci - Enrico Campofreda

Un pizzico di Storia, ottocentesca, non del Novecento, quando il nazionalismo era anche un insieme d’ideali e non solo d’assatanato militarismo, sebbene si servisse dei bersaglieri di Lamarmora, la Giorgia nazionale in queste ore deve averla ripassata. Magari una ‘lectio Bignami’ fornita dal fido tuttofare Fazzolari oppure da un erudito vero come il ministro Giuli. Ed ecco che vuole esserci alle trattative del dopo conflitto di Gaza, come se fosse il conte piemontese nella Parigi del 1856. Senza neppure aver spedito truppe. Al più, se servirà, arriveranno in seguito. Vuole esserci Giorgia Meloni non per fare l’Italia come Cavour, ma il “made in Italy” che oltre il parmigiano è merce Fincantieri e Leonardo, le nostre punte di lancia dell’economia nazionalista. E visti gli sventramenti dell’amico Netanyahu, nel progetto di ricostruzione ne trarrebbe vantaggio l’impresa edilizia e ingegneristica. Lo garantisce il “Piano Mattei”… Ormai diventato la formula passepartout per ogni passetto intercontinentale della premier che finora vanta precedenti su strategie di contenimento della migrazione, verso l’Italia, ed energia. Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Etiopia, Kenya, Mozambico, Costa d’Avorio, Repubblica del Congo le nazioni inizialmente coinvolte. Eppure, a inizio di quest’anno, queste sono le considerazioni di Aspenia (rivista che s’occupa dei rapporti fra Usa, Europa e le implicazioni internazionali): “Il Piano Mattei presenta alcune debolezze, in particolare la mancanza di risorse economiche adeguate ai progetti avviati o impostati. Attualmente, il governo italiano ha messo a disposizione circa 5,5 miliardi di euro, tra crediti, operazioni a dono e garanzie, di cui circa 3 miliardi dal Fondo Italiano per il clima e 2,5 miliardi dei fondi della Cooperazione allo sviluppo. È evidente che uno stanziamento di 5,5 miliardi di euro, distribuiti su sei settori di intervento e su un minimo di nove Paesi pilota, non può ritenersi sufficiente per affrontare in maniera efficace le ambiziose sfide che il il piano si propone”… “I progetti stessi vengono citati in termini generici, senza fornire dettagli concreti sull’entità delle risorse, sulla loro provenienza né sulle modalità di erogazione. Tale vaghezza solleva dubbi sulla reale portata dell’impegno e sulla capacità di tradurre le intenzioni dichiarate in azioni efficaci e coordinate”.

 

 

Allora cos’ha fatto Palazzo Chigi a inizio 2025? Seguendo la logica del “più siamo, meglio stiamo”, magari appresa dal barcarolo della domenica durante una gita al Lido di Ostia,  ha imbarcato altri cinque Paesi (Angola, Ghana, Mauritania, Senegal, Tanzania) appoggiando l’apertura sul Global Gateway, lanciato nel 2021 dall’Unione Europea, per contrastare la cinese Via della seta’. Per la cronaca Global s’interessa di clima, energia, digitale, trasporti, salute, istruzione e ricerca rivolte al mondo intero, non necessariamente al continente africano. Ancora dubbi nel luglio scorso sulla programmazione sempre del “Piano Mattei”. Questo scrive la testata InfoCooperazione: “Molte iniziative del “Piano Mattei” risultano ancora in fase di definizione o avvio. La trasformazione di queste in risultati tangibili per le comunità locali è il vero banco di prova della sua efficacia. Inoltre nulla si dice rispetto agli strumenti di misurazione dell’impatto che verranno utilizzati per valutare le iniziative… Nessun progresso sul fronte della trasparenza. Dei progetti si sa poco o nulla al di là dei titoli e dei comunicati stampa che invece proliferano. Non esistono documenti di progetto, delibere e atti amministrativi che possano informare gli stakeholders e l’opinione pubblica sulla destinazione dei fondi. A due anni dall’avvio del Piano non esiste ancora un sito internet dedicato che raccolga le innumerevole iniziative”. Ma la premier del fare finta, poteva mancare all’ennesima vetrina predisposta in questi giorni dalla cosiddetta Pace trumpiana per Gaza? La risposta è già nella cronaca. La Farnesina sta disponendo la presenza dl Primo Ministro italiano alla firma dell’Accordo previsto per lunedì prossimo al Cairo. Il nostro governo annuncia una possibile entrata della Meloni nell’Ufficio per la ricostruzione predisposto da Tony Blair “Se ci verrà chiesto un contributo, siamo pronti a stare in prima linea” dice lei. E gongola, meditando interventi nelle infrastrutture e magari, eccoli finalmente gli epigoni di Lamarmora, anche la presenza di truppe. Cosa che ringalluzzisce il ministro Crosetto che mette in preallarme Esercito e Aeronautica. Vedremo se sarà una scossa agli affari di chi fa già affari col cemento (WeBuilt, che è sempre Impregilo, Pizzarotti, Percassi, Fincantieri Infrastrutture ma ce ne sono altri). Bisognerà anche vedere quale tangente, ops! dazio, prevederà di far pagare la coppia Kushner-Trump che pilota il business.

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venerdì 26 settembre 2025

La critica va fatta a tempo, scrive il saggio cinese



bisogna disfarsi del brutto vizio di criticare dopo, continua Mao Tse Tung (sembra che parli di chi, solo adesso, dopo il genocidio a Gaza, dice che Israele ha un pochino esagerato)

di Francesco Masala

C’era una volta un popolo eletto, non si sa bene da chi. Chi legge Mauro Biglino (1) sa che nella Bibbia non si parla mai di dio, ma di un altro soggetto (Elohim), amante del Potere, dei Sacrifici animali (e umani), e del Genocidio.

 

Anche i paesi occidentali si sono eletti da loro stessi (si credono superiori, ed è conseguente che gli altri popoli sono inferiori, “esportavano” la civiltà, adesso esportano la democrazia) hanno ucciso, a partire dalla “scoperta” dell’America, decine o addirittura centinaia di milioni di esseri umani in tutto il mondo, portando la (loro) civiltà, fatta di genocidi, stragi, guerre, razzismo, sfruttamento, fra l’altro. I popoli dell’America, dell’Asia, dell’Africa sono stati invasi, sterminati, colonizzati, violentati, rapinati (2).

 

dio ci salvi dai popoli eletti!

 

Il governo italiano (e molti governi europei) ha creato il reato di antifascismo (3) e quello di palestinismo (4), senza mai fare ammenda delle immani tragedie causate dal fascismo a cui s’ispirano (5 e 6).

 

Forse non tutti sanno che i bersaglieri del Regno di Sardegna nel 1855 combatterono in Crimea (7) e che l’Italia, dal 1902 al 1943 ebbe in concessione un pezzo di Cina (7).

 

Il premier Merz, senza smentita di Meloni, (quella che piange perchè la Samud Flotilla è un complotto contro di lei), dice che Israele fa il lavoro sporco per noi (8). La strana coppia Merz-Meloni vorrà fare la guerra alla Russia, ancora più che adesso. Forse non sanno, magari a scuola in storia sono arrivati al 1938, che i loro predecessori, chiamati Führer e Duce, dopo la guerra intrapresa (e persa) contro l’Urss, hanno fatto una gran brutta fine. Della loro personale fine non ci interessa molto, il dramma è che trascinano i popoli nella miseria.

 

Alla fine, sotto la spinta dei propri popoli, molti stati europei hanno riconosciuto (o stanno per farlo) lo stato palestinese, naturalmente dovranno essere i paesi imperialisti e colonialisti e genocidi a decidere chi governerà la Palestina, e sottointeso, ma non troppo, Hamas deve sparire. Se qualcuno si è distratto in questi anni può capire come mai Hamas no e Isis sì, basta vedere come il capo dell’Isis in Siria, Al Golani, sia osannato dall’Occidente all’ONU, e non solo. È che l’Isis (Daesh) è sempre stato agli ordini dell’Occidente, una creatura degli Usa. Anche Hamas era al soldo di Israele, ma forse (9) qualcosa è andato storto (oppure no, dipende dai punti di vista).

 

A proposito di ONU, il coraggio dell’ONU sarebbe quello di dire (sarebbe bello se lo facesse un paese dei Brics), a prescindere dai paesi occidentali, che i confini di Israele sono quelli definiti dall’ONU nel 1948, , tutto il resto va restituito alla Palestina, che fonderà il proprio stato. Tutti i territori occupati da Israele vanno liberati, subito, sul modello della Libia che ha espulso gli italiani e dell’Algeria che ha espulso i francesi.

 

1 https://www.maurobiglino.com/perche-la-bibbia-non-parla-di-dio/

1 https://www.youtube.com/watch?v=nBohmulHYMA

2 https://markx7.blogspot.com/2022/07/exterminate-all-brutes-raoul-peck.html

3 https://www.lettera43.it/scala-loggionista-viva-italia-antifascista-identificato-digos-marco-vizzardelli/

4 https://www.pressenza.com/it/2025/09/arrestate-attiviste-di-ultima-generazione-in-sciopero-della-fame-per-gaza/

4 https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/09/16/foglio-di-via-agli-attivisti-puniti-per-aver-protestato-contro-i-militari-israeliani-in-sardegna-la-denuncia-di-avs/8128678/

5 https://www.labottegadelbarbieri.org/le-atrocita-di-mussolini-i-crimini-di-guerra-rimossi-dellitalia-fascista-michael-palumbo/

6 https://www.labottegadelbarbieri.org/debre-libanos-lo-sgozzatore-degli-etiopi-e/

6 https://www.labottegadelbarbieri.org/il-monumento-al-boia-graziani-e-ancora-li/

7 https://www.historiaregni.it/cavour-spiega-lintervento-in-crimea/

7 https://societageografica.net/wp/2020/09/16/storie-coloniali-la-concessione-italiana-di-tientsin/

8 https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/06/18/merz-iran-israele-lavoro-sporco-aggressore-aggredito/8031107/

9 https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-7_ottobre_2023_un_soldato_israeliano_rivela_uno_strano_ordine_per_annullare_le_pattuglie_di_confine_di_gaza/45289_62263/