Julian
Assange è tornato. Non nel modo rassicurante che piace al potere, ma in quello
che più lo disturba: tornando a denunciare, nomi e fatti alla mano. Dopo anni
di detenzione in una prigione britannica di massima sicurezza, ignorato mentre
veniva logorato fisicamente e psicologicamente, oggi Assange è libero ma resta
scomodo. Perché continua a fare il giornalista, non il testimonial della
democrazia occidentale.
La sua
ultima mossa è una denuncia penale depositata in Svezia contro la Fondazione
Nobel. Non un gesto simbolico, ma un atto formale presentato contemporaneamente
all’Autorità svedese per i crimini economici e all’Unità per i crimini di
guerra. Trenta le persone indicate, tutte legate alla Fondazione, compresi i
vertici: la presidente Astrid Söderbergh Widding e la direttrice esecutiva
Hanna Stjärne. Le accuse sono tutt’altro che generiche: appropriazione indebita
aggravata di fondi, facilitazione di crimini di guerra e contro l’umanità,
finanziamento del crimine di aggressione.
Il cuore
della denuncia è l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2025 a María
Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana. Secondo Assange, non si
tratta di una scelta discutibile sul piano politico, ma di una violazione
diretta del testamento di Alfred Nobel, che destinava il premio a chi avesse
lavorato per la fratellanza tra le nazioni, la riduzione degli eserciti
permanenti e la pace. Qui, sostiene Assange, siamo esattamente all’opposto.
Le accuse
rivolte a Machado sono precise e documentate. Primo: istigazione pubblica e
reiterata all’uso della forza militare. Nel febbraio 2014, davanti al Congresso
degli Stati Uniti, Machado dichiarò che “l’unica strada rimasta è l’uso della
forza”. Non una frase isolata, ma l’avvio di una linea politica coerente. Negli
anni successivi, fino al 2025, ha continuato a invocare un intervento armato
contro il Venezuela, arrivando a sostenere che gli Stati Uniti potrebbero dover
intervenire direttamente.
Secondo:
legittimazione politica di crimini di guerra altrui. Dopo aver ricevuto il
Nobel per la Pace, Machado ha telefonato al primo ministro israeliano Benjamin
Netanyahu per congratularsi della conduzione della guerra a Gaza. Assange non
entra nel merito ideologico, ma giuridico: lodare pubblicamente operazioni
militari già oggetto di accuse internazionali significa fornire copertura
morale e politica a quei crimini.
Terzo: uso
strumentale del Nobel come scudo reputazionale. Secondo la denuncia, Machado
avrebbe immediatamente sfruttato l’autorevolezza del premio per rafforzare la
narrativa dell’intervento militare, trasformando il Nobel da riconoscimento
simbolico in strumento operativo. Non la pace come fine, ma la pace come
marchio da spendere per rendere accettabile una guerra.
Quarto:
integrazione consapevole nella strategia statunitense di cambio di regime.
Assange collega le posizioni di Machado alla linea dell’amministrazione Trump,
che descrive il governo venezuelano come una struttura criminale da abbattere.
In questo contesto, Machado non appare come un’oppositrice interna, ma come un
ingranaggio politico di una strategia esterna. Emblematiche, in questo senso,
le dichiarazioni rilasciate a Donald Trump Jr., in cui prometteva di aprire le
aziende e le risorse venezuelane agli Stati Uniti. Altro che autodeterminazione
dei popoli.
Quinto, e
più grave sul piano giuridico: concorso morale nel crimine di aggressione.
Assange non accusa Machado di aver combattuto una guerra, ma di aver
contribuito a crearne le condizioni politiche, mediatiche e morali. Nel diritto
internazionale, questo non è un dettaglio. La denuncia sostiene che
l’assegnazione del Nobel abbia rafforzato questa funzione, trasformando il
premio in uno strumento di facilitazione indiretta di un’aggressione armata.
Per questo
Assange chiede il congelamento immediato degli 11 milioni di corone svedesi
legati al premio e il ritiro della medaglia. Non una provocazione, ma una
conseguenza logica: se il premio viene usato in violazione del mandato
testamentario, quei fondi diventano, a suo avviso, il frutto di
un’appropriazione indebita.
Il silenzio
che circonda questa denuncia è coerente con la storia di Assange. Ieri ignorato
mentre marciva in cella, oggi ignorato mentre mette in discussione uno dei
totem morali dell’Occidente. Perché la sua accusa non colpisce solo Machado, ma
un sistema che distribuisce patenti di pace a chi giustifica la guerra, che
chiama “democrazia” ciò che conviene e “crimine” ciò che disturba.
Assange non
è un eroe né un martire. È un giornalista che continua a fare il suo mestiere:
mostrare documenti, collegare i fatti, smontare le narrazioni ufficiali. E per
questo resta l’uomo da rimuovere dal dibattito pubblico. Ma anche quello che,
ciclicamente, torna a ricordare una verità semplice e insopportabile: la pace
non si proclama, si pratica. E chi invoca i bombardamenti, per quanto premiato,
pacifista non è.
La
grottesca assegnazione del Premio Nobel per la pace alla golpista venezuelana
María Corina Machado è senza dubbio uno dei punti più bassi raggiunti
dall’Istituto Nobel. Lungi dall’essere una coincidenza casuale, è parte
dell’agenda bellica dell’Occidente e di una precisa strategia di aggressione
nei confronti del Venezuela bolivariano e delle altre esperienze di
trasformazione del sub-continente. Oggi, i venti di guerra soffiano anche nelle
acque del Mar dei Caraibi e Machado ha un ruolo centrale nel tentativo di “regime
change” per rovesciare il chavismo con un intervento
militare diretto degli Stati Uniti.
Il
sorriso ingessato di María Corina Machado
Nata
nel 1967, Machado è quella che i venezuelani chiamano “sifrina”: una
donna di origini privilegiate, ricca figlia di un imprenditore siderurgico, nel
2005 ha dichiarato di aver avuto “un’infanzia al riparo dalla realtà”. Ha
studiato prima in un esclusivo collegio di Caracas e poi, come è tradizione tra
le antiche élite venezuelane, negli Stati Uniti.
Nonostante
il tentativo dei latifondi mediatici internazionali di ripulire la sua immagine
e di trasformarla in una moderna Giovanna d’Arco dal sorriso ingessato, Machado
ha un lungo curriculum golpista, fatto di appelli all’intervento militare
straniero contro il proprio Paese e al colpo di Stato. Già nel 2002, Machado
aveva preso parte all’effimero golpe contro Hugo Chávez (con
la presidenza de facto di Pedro Carmona “il breve”),
firmando il decreto di scioglimento di tutti i poteri della Repubblica. La sua
“Ong” Sumate è da tempo finanziata dalla NED (che fa capo al
Partito Repubblicano negli USA) e dall’USAID.
Dopo
la sua elezione a deputata nel 2011, Machado è stata inabilitata politicamente
per aver rappresentato un altro Paese (Panama, incredibile dictu)
in un vertice dell’OEA del 2014, per discutere della crisi venezuelana.
Ritenendo che ciò violasse in modo flagrante la Costituzione, il potere
giudiziario le ha revocato il seggio, con una decisione ratificata nel 2014
dalla Corte Suprema di Giustizia venezuelana. Machado è stata anche parte
attiva dell’enorme trama di corruzione dell’autoproclamato “presidente” del
Venezuela, il “signor nessuno” ex deputato Juan Guaidó.
Nel
2014 e nel 2017, è stata tra le promotrici de “La salida” con le
cosiddette “guarimbas”, una strategia insurrezionale paramilitare per
abbattere il chavismo, con un saldo di 43 morti, 486 feriti e 1.854 arrestati.
Nel 2017 ha invocato a gran voce la “massima pressione” di Washington contro il
governo di Maduro, e l’approvazione di ennesime misure coercitive unilaterali
(le mal chiamate sanzioni) contro l’economia del Paese caraibico. Nel 2019 ha
chiesto l’applicazione del TIAR, un vecchio trattato militare in seno alla
Organizzazione degli Stati Americani (OEA), per intervenire militarmente in
Venezuela, definendo il governo bolivariano come una “associazione criminale transnazionale”.
Nel 2019, in una intervista alla BBC, ha affermato che “…le democrazie
occidentali devono comprendere che un regime criminale lascerà il potere solo
di fronte alla minaccia credibile, imminente e grave dell’uso della forza”. Un
saggio di uso della forza c’è stato nel 2020, con l’avventura dello sbarco di
mercenari nella Operación Gedeón.
Il
suo partito “Vente Venezuela” ha firmato un patto di gemellaggio con
il Likud del sionista Beniamin Netanyahu, a cui ha chiesto di intervenire
militarmente in Venezuela, promettendo di spostare l’ambasciata venezuelana a
Gerusalemme in caso di una sua vittoria elettorale. Il suo appoggio al sionismo
non è mai cessato, neanche durante gli ultimi due anni di genocidio a Gaza.
Per
quanto riguarda la concezione economica, è vicina al turbo-capitalismo di Trump
e all’argentino Javier Milei, con un marcato profilo autoritario, retorica
anticomunista e un modello vende-patria. Machado propone di
privatizzare la compagnia petrolifera statale PDVSA, la Corporación Eléctrica
Nacional e le altre aziende pubbliche, liberalizzare l’economia e
ri-privatizzare le imprese nazionalizzate.
Oggi,
l’assegnazione del Nobel è quindi parte del complesso intreccio di operazioni e
narrative che cercano di far rivivere in America Latina e nei Caraibi i tempi
del big stick e della antica diplomazia delle cannoniere.
Anche in questo caso, come in Palestina, con la loro abituale arroganza
coloniale, attori stranieri vogliono decidere chi deve governare il Venezuela,
senza tenere conto dei venezuelani.
Babbo
Natale e la testa dura dei fatti
Per
quanto riguarda la strategia statunitense di questi mesi, i fatti hanno la
testa dura e c’è poco da credere a Babbo Natale. Diamo un’occhiata alla
tempistica degli ultimi avvenimenti.
Ad
aprile c’era stata la visita a Panama del Segretario della Difesa (ora della
Guerra) Pete Hegseth, seguita da un via vai di alti comandi del Pentagono e da
esercizi militari e spiegamento di truppe per consolidarne la presenza.
A
settembre, Trump ha ordinato l’invio di una flotta militare nel Mar dei Caraibi
con 8 navi da guerra (fregate, cacciatorpedinieri ed un sottomarino nucleare) e
circa 4000 marines, con il ridicolo pretesto della “lotta al narcotraffico”.
Subito dopo c’è stato lo spostamento di dieci caccia F35 in una delle basi a
stelle e strisce di Puerto Rico, protagonisti immediati di provocazioni ai
limiti dello spazio aereo venezuelano.
Il
6 ottobre, Trump ha ordinato all’inviato speciale della Casabianca, Richard
Grenell, di sospendere tutti i contatti diplomatici con il governo bolivariano.
Contatti che avevano portato ad un parziale allentamento del blocco
petrolifero, alla liberazione di alcuni mercenari statunitensi catturati e alla
ripatriazione di decine di venezuelani espulsi dagli Stati Uniti. Secondo
il New York Times, Trump lo ha fatto
per la sua “crescente frustrazione per il fatto che Maduro non abbia
acconsentito alle richieste degli Stati Uniti di abbandonare volontariamente il
potere (sic) e per la continua insistenza dei funzionari venezuelani
nel sostenere di non avere nulla a che fare con il traffico di droga”.
La reazione di Grenell all’assegnazione del Nobel a Machado sul suo profilo di
X è stata lapidaria: “il Premio Nobel è morto da anni”.
Lo
scorso 7 ottobre, il Presidente venezuelano Nicolás Maduro ha denunciato un
piano per compiere un attentato esplosivo contro l’ambasciata degli Stati Uniti
a Caracas, fortunatamente sventato. Un attentato di “falsa bandiera”,
organizzato da un settore dell’estrema destra venezuelana, alla ricerca di un
pretesto per un attacco militare statunitense. La sede diplomatica è chiusa dal
2019, quando si sono interrotti i rapporti diplomatici. Il governo Maduro ha
comunicato “ufficialmente” a Washington i dettagli del complotto. “Gli Stati
Uniti dispongono delle informazioni, dei nomi e cognomi, dell’ora dell’incontro,
di ciò che è stato discusso e dove si è discusso di questo attentato, approvato
e richiesto da una persona che sarà presto resa nota”, ha affermato il
Presidente venezuelano senza fornire ulteriori dettagli.
Secondo
il New York Times, in queste settimane il numero dei militari
statunitensi nei Caraibi è aumentato a circa diecimila, la maggioranza dei
quali a Puerto Rico. Al largo delle coste del Venezuela, si sarebbe poi
aggiunta la nave da guerra “fantasma” Ocean Trader, che funge da
supporto alle forze speciali statunitensi con una capacità di navigazione senza
tracciabilità.
E
nei giorni scorsi, Washington si è assicurato l’appoggio allo spiegamento
militare del governo di Trinidad Tobago, grazie alla promessa dell’esplorazione
congiunta di un giacimento di gas al limite delle acque territoriali
venezuelane. La minaccia militare è oggi a circa 11 chilometri dalle coste
venezuelane.
Il
15 ottobre, tre caccia-bombardieri statunitensi, partiti dalla Louisiana, sono
entrati nello spazio aereo venezuelano, per l’ennesima provocazione, mentre il
New York Times filtrava l’informazione di un semaforo verde dato da Trump alla
CIA per operazioni in territorio venezuelano.
Dulcis
in fundo, l’assegnazione del premio Nobel per la pace a Machado.
Maga,
non Maga….
Nonostante
le apparenze, la politica estera dell’amministrazione Trump non è priva di
contraddizioni. Da una parte, ci sono i falchi, capitanati dal Segretario di
Stato, il guerrafondaio cubano-statunitense Marco Rubio (con la sua ossessione
di utilizzare la potenza militare contro Cuba e Venezuela). Dall’altra, i
membri del MAGA nel governo (gruppo in cui Richard Grenell ha una posizione di
rilievo per la politica estera), che sarebbero in contrasto con la visione di
Rubio e che provano a screditarla e ridurne la portata. Un eventuale intervento
militare potrebbe allarmare la base del MAGA, vista la forte inclinazione
isolazionista, con dei costi politici ed elettorali per lo stesso Trump. Questo
braccio di ferro per imporre la propria visione della politica estera, al
momento, traspare anche dai mezzi di comunicazione statunitensi. Le
contraddizioni della Casa Bianca stanno dando al Venezuela il tempo di
prepararsi al peggiore degli scenari, mentre il presidente Maduro si rafforza
di fronte alla minaccia esterna. Per Rubio, il tempo scorre in un clima di
tensione e aumenta la pressione nei suoi confronti. Il movimento MAGA, guidato
da Grenell, spera nel suo fallimento, per espellerlo definitivamente dal
gabinetto di Trump.
La
risposta bolivariana
Da
parte sua, il governo venezuelano non sottovaluta il pericolo di conflitto.
Oltre ad aver posto in stato di allerta le FF.AA., mobilitato la marina e la
milizia popolare, il governo è impegnato in un’offensiva diplomatica. Tra le
altre iniziative, ha convocato una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite, tenutasi il 10 ottobre, per denunciare l’escalation bellicista.
Il Segretario generale del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV),
Diosdado Cabello, ha affermato che «la Nazione utilizza tutti i meccanismi
diplomatici per evitare sempre qualsiasi conflitto, non solo nel territorio
venezuelano, ma in qualsiasi parte del mondo», dato che «il Venezuela si è
sempre contraddistinto per la sua diplomazia bolivariana di pace».
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SCHEDA
Un
poco di storia del Nobel
L’Istituto
Nobel, anche nel lontano passato, si è s/qualificato con l’assegnazione del
premio a personaggi a dir poco sinistri. Solo per rinfrescare la memoria delle
perle più eclatanti, nei primi decenni del secolo scorso furono insigniti del
Premio Nobel per la Pace due dei presidenti più guerrafondai di tutta la storia
coloniale degli Stati Uniti: Theodore Roosevelt nel 1906 e Woodrow Wilson nel
1919.
Roosevelt
creò la politica del big stick (speak softly and
carry a big stick, you will go far) con cui gli Stati Uniti riaffermarono
la possibilità di intervenire se i loro interessi erano in gioco. Fu così che
ordinò la guerra coloniale del 1898 (la «piccola guerra splendida», come fu definita
cinicamente) con cui gli Stati Uniti si impossessarono di Porto Rico, Cuba,
Filippine e Guam. Roosevelt mise anche lo zampino nella secessione di Panama
dalla Grande Colombia per la costruzione del Canale, oltre a invadere Cuba,
Haiti, la Repubblica Dominicana e il Nicaragua.
Woodrow
Wilson, era un razzista a tutto campo, simpatizzante del Ku Klux Klan e
difensore della “purezza razziale” dei bianchi statunitensi, che approfondì la
segregazione nella pubblica amministrazione. Non contento, ordinò operazioni
militari in Messico (l’invasione di Veracruz e le spedizioni punitive contro
Pancho Villa), ed appoggiò lunghe occupazioni con i marines ad Haiti, nella
Repubblica Dominicana e in Nicaragua. A quei tempi, la proxy war fu
condotta dal pirata William Walker, fedele mercenario ed esecutore della teoria
del “destino manifesto”.
Più
recentemente, altri tre premi Nobel per la pace hanno fatto scandalo.
Il
primo, nel 1973, a Henry Kissinger per i negoziati nella guerra del Vietnam e
per i successivi accordi di pace di Parigi, anche se in realtà la guerra di
liberazione nazionale terminò con la vittoria dei Việt Cộng e la caduta di
Saigon nel 1975. In quell’occasione fu insignito del Nobel anche il Presidente
vietnamita Le Duc Tho, l’unico a rifiutare il premio in
tutta la storia del Nobel per la Pace. Come si ricorderà, Kissinger era stato
Consigliere per la sicurezza nazionale e poi Segretario di Stato del Presidente
Nixon, allargando la guerra del Vietnam al Laos e alla Cambogia, con pesanti
bombardamenti nei due Paesi. In America Latina è stato il cervello del colpo di
Stato contro Salvador Allende in Cile del 1973 e delle altre dittature
civili-militari oltre all’inventore del macabro Plan Condor. Lo
scandalo del premio fu tale che due membri del comitato Nobel decisero di
dimettersi.
Nel
2009, è stato premiato Barack Obama «per i suoi straordinari sforzi volti a
rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli».
Peccato che l’ex presidente democratico ha continuato le guerre in Afghanistan
e Iraq iniziate da George W. Bush; ha distrutto la Libia di Gheddafi (il Paese
più prospero e sviluppato di tutta l’Africa); ha sostenuto la guerra civile in
Siria contro il governo di Bashar al-Assad ed appoggiato l’Arabia Saudita nella
sua guerra contro gli Houthi dello Yemen.
E
nel 2016, il premio è toccato al presidente colombiano Juan Manuel Santos per
gli accordi di pace firmati all’Avana con la guerriglia delle FARC-EP. Ma come
ministro della Difesa di Álvaro Uribe, Santos è stato responsabile dei
cosiddetti “falsi positivi”, con centinaia di esecuzioni extragiudiziali di
indigeni o contadini, fatti passare come guerriglieri uccisi in combattimento.
Viceversa,
non si può che salutare positivamente, l’incontrovertibile assegnazione del
premio a Desmond Tutu e Nelson Mandela per la loro lotta contro l’apartheid in
Sudafrica, a Martin Luther King per la sua battaglia contro l’apartheid negli
Stati Uniti, o a Adolfo Pérez Esquivel per la difesa dei diritti umani durante
l’ultima dittatura civile-militare argentina.
Ma,
da tempo, l’ago della bilancia del Nobel pende sempre più a destra, con un
premio geopolitico, utilizzato per dare una verniciata di legittimità alle
cause e alle figure ben viste dalle potenze occidentali nei momenti più
opportuni. Seguendo la geografia dei premi, possiamo identificare la mappa
degli avversari dell’Occidente collettivo: la ex-Unione Sovietica, la Cina
governata dal Partito Comunista, il mondo arabo-mussulmano o la Russia di
Vladimir Putin.
«La
satira politica è divenuta obsoleta da quando il Premio Nobel per la Pace è
stato dato a Henry Kissinger» (Tom Lehrer, autore e compositore satirico).
Erano gli
anni Settanta e il Premio Nobel per la pace venne assegnato a Le Duc Tho, il
politico e rivoluzionario vietnamita che fu il capo della delegazione del
Vietnam del Nord ai trattati per la pace in Vietnam con gli Stati Uniti, e ad
Henry Kissinger, segretario di Stato degli USA. Il motivo del duplice premio
erano appunto gli Accordi che avrebbero portato alla fine di una guerra che
aveva trucidato da una parte il popolo vietnamita – pur non piegandolo, anzi –
e dall’altra un’intera generazione nordamericana, costretta alle armi.
Le Duc Tho,
però, rifiuta il premio, affermando che nel suo Paese la pace non era affatto
stata raggiunta, visto che i combattimenti continuavano a sud.
Kissinger, al
contrario, il premio lo accetta eccome. Peccato che era il medesimo Kissinger
ideatore del Plan Condor, che stava assicurando sostegno economico, militare e
politico alle sadiche dittature latinoamericane.
D’altronde,
da eccellente realista qual è, il segretario di Stato sa bene quanto sia
necessario influenzare i destini dei Paesi che servono al benessere e al
mantenimento dello status quo delle sfere d’influenza. Ed è una pratica
politica talmente accettata, talmente ritenuta normale che persino l’altra
parte, l’URSS, non si scompose minimamente, riconoscendo i nuovi dittatori a
capo dei rispettivi Paesi.
A corollario
delle azioni di politica estera aggressiva, il soft power veniva agito per
raggiungere anche l’ultimo dei cittadini del mondo e convincerlo che gli Stati
Uniti, in fondo, aggiustavano le cose, stavano coi buoni, fornivano le
soluzioni corrette a chi rischiava di corrompersi a causa del socialismo o,
peggio, del comunismo.
E perché non
farlo anche attraverso il Premio Nobel per la Pace?
Le istituzioni
occidentali hanno da sempre sostenuto e difeso un determinato modello di mondo:
l’eurocentrismo ha sdoganato pratiche aberranti come il colonialismo, fatto
passare come legittime le invasioni, accettato le distruzioni e i massacri
quando utili ad aumentare la potenza di un grande Stato occidentale. Spesso
persino chi era vittima del sistema eurocentrico lo sosteneva, vivendolo come
ineluttabile o addirittura giusto.
«Colonialidad
del poder» la chiamava Anibal Quijano, aggiungendo all’analisi anche il
richiamo alla razza, concetto inventato appositamente per costruire
una gerarchia dell’umanità e un presunto destino biologico di una parte a
dominarne un’altra.
Quijano era
peruviano: scriveva forte di un’esperienza diretta che ha aiutato spesso altri
grandi studiosi latinoamericani a redigere analisi che hanno apportato elementi
nuovi e originali, più volte in rottura anche con la parte più vicina (si pensi
a come il marxismo occidentale ha compreso a fatica, quando non rigettato in
toto, gli approcci politici latinoamericani).
Oggi il
metodo non è cambiato: il Nord globale continua a voler dettare la linea
politica ed economica rispetto al Sud (o, a mio parere, ai differenti Sud),
attraverso un sistema ben oliato di hard e soft power.
E il Premio Nobel
per la Pace fa parte di questo sistema, oggi come ieri.
A parte
qualche rarissima eccezione (Martin Luther King o Rigoberta Menchú), il premio
è stato sempre legato a una precisa lettura della realtà, da cui i promotori
della pace o dei diritti umani possono essere di una parte politica. Già con la
nascita della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, l’Accademia degli
Antropologi denunciava che quella dichiarazione sottoponeva il mondo a una
forma di “giustizia” che stava solo da una parte, appunto.
È di qualche
giorno fa la scandalosa assegnazione del Premio Nobel per la pace del 2025 a
María Carina Machado. Scandalosa per due ragioni: non risulta che abbia fatto
qualcosa per la pace e ha suggerito, al contrario, azioni violente contro il
suo stesso Paese, nel suo stesso Paese.
María Carina
Machado è figlia di un ricco imprenditore, direttamente coinvolto nelle grandi
aziende dell’acciaio e dell’energia elettrica che durante l’era di Chávez sono
state nazionalizzate. Machado si è formata in scuole d’élite, per poi
perfezionarsi in Massachussetts e a Yale. Ad un certo punto ha deciso di
dedicarsi alla politica e lo fa partecipando attivamente al colpo di Stato che
nel 2002 tenta di far fuori Chávez: è al fianco dell’autoproclamato presidente
ad interim Pedro Carmona e firmataria del decreto di scioglimento
dell’Assemblea Nazionale. In effetti, già dall’inizio della sua carriera, si
nota come il pacifismo è la cifra rilevante della sua azione politica.
Per
consolidare la sua posizione crea Súmate, una ong che riceve ingenti
finanziamenti dagli Usa e viene accolta da G.W.Bush alla stanza Ovale, come
diretta interlocutrice del governo statunitense in Venezuela.
Se durante
il mandato di Obama, Machado chiedeva sanzioni molto più forti nei confronti di
personaggi politici del suo Paese, con l’arrivo di Trump Machado si è
convertita in un personaggio chiave, che ha sistematicamente accolto
positivamente non solo le sanzioni individuali ma anche la stretta economica
contro il Venezuela (soprattutto il divieto di vendere petrolio, prima e più
importante risorsa venezuelana), che ha spinto il Paese verso una crisi senza
pari. Il tentativo di allentamento delle pressioni, suggerito
dall’amministrazione Biden, è stato duramente criticato da Machado, in quanto troppo
morbido.
Le critiche
hanno avuto fine con l’avvento del secondo Trump e il ripristinarsi di minacce
e operazioni di forza contro il Venezuela. La signora Machado ha spesso
invocato la necessità di un intervento armato contro il suo stesso Paese, condividendo
la posizione dell’ex ambasciatore statunitense in Venezuela, Cile e Colombia
William Brownfield secondo il quale per portare la pace in un Paese si deve
ricorrere a qualsiasi misura drastica, sia essa una invasione militare o
lasciare i cittadini senza cibo.
Insomma un
rinnovato Plan Condor, senza neppure cambiare di copione.
María Corina
Machado è la prima cittadina venezuelana a ricevere un Nobel per la pace, con
queste motivazioni: «per il suo instancabile lavoro nella promozione dei
diritti democratici per il popolo venezuelano e per la sua lotta per
raggiungere una transizione giusta e pacifica dalla dittatura alla democrazia».
Rimangono
almeno due enormi quesiti alla luce di questa premiazione. Il primo è legato
alla comprensione di quali siano i criteri secondo cui invitare i Paesi
stranieri ad invadere militarmente il proprio Paese (è spuntato anche un
documento in cui la pacifica signora Machado invita il presidente Netanyahu a
mandare truppe per salvare il Venezuela) equivarrebbe a proporre transizioni
pacifiche e democratiche, rispettose dei diritti umani.
Il secondo è
l’ubriacatura della pseudo sinistra governativa italiana che si spertica in
applausi per questa premiazione, aggiungendo che non si poteva premiare Trump.
Peccato che Machado abbia dedicato il premio proprio a Trump (mi meraviglio non
l’abbia dedicato anche a Netanyahu). A questo coro felice e sognante si è
unita, immancabilmente, anche una parte di pseudo intellighenzia, che non
riesce più ad unire un paio di informazioni concrete e vive della medesima
propaganda dei detestati Salvini e Meloni.
A conferma
che Quijano aveva ragione: non è quanto abbiamo studiato, ma quello che ci fa
sentire al sicuro.
Machado: cancellata la tradizionale fiaccolata per il Nobel per la Pace - Giusi Di Cristina
Il Consiglio
della Pace norvegese ha annunciato che quest’anno non organizzerà la fiaccolata
che solitamente celebra la consegna del premio Nobel per la pace. Secondo la dichiarazione
ufficiale, i membri della ong «non sentono che la vincitrice sia conforme con i
valori fondamentali del Consiglio della Pace norvegesi e dei nostri membri».
L’ONG raggruppa infatti altre 17 organizzazioni pacifiste norvegesi e circa
15.000 attivisti e ne ha approfittato per criticare anche l’intero comparto
decisionale che, ha affermato, non pare aver rispettato alcuni loro valori
imprescindibili, quali ad esempio «la promozione del dialogo e i metodi non
violenti».
Non è la
prima volta che il Consiglio della Pace cancella la storica fiaccolata (che si
svolge dal 1954), ma il rifiuto a celebrare questo Nobel – che ad ogni modo è
stato ufficializzato e sarà consegnato il 10 di dicembre prossimo – dà la
possibilità a quanti si sono indignati per la scelta di veder riconosciuta,
appunto, la giustezza della propria indignazione.
María Corina
Machado, dopo aver dedicato a Trump il premio, un paio di giorni dopo la sua
proclamazione ha telefonato al presidente israeliano Netanyahu, congratulandosi
per la gestione della guerra. Insomma: un premio Nobel che si premura, fra i
primi atti, di congratularsi con un leader dell’estrema destra mondiale che sta
conducendo da anni un’aggressione inarrestabile che mira alla pulizia etnica.
Per quanto
la fiaccolata sia un atto simbolico, essa accompagna da moltissimi anni la
consegna del Nobel per la pace e rappresenta il riconoscimento del premio da
parte della società civile, non solo norvegese.
Da parte
sua, l’Istituto per il Nobel non ha dato risposte, a parte informare che
Machado potrebbe forse non riuscire a raggiungere Oslo per ragioni di
sicurezza. Incaponito in una scelta che, evidentemente, ha sconcertato quella
parte di opinione pubblica libera dal lavaggio di cervello neoliberale (che
venga dalla destra o dalla sinistra), procede in un atto che, come
precedentemente scritto su queste pagine, non rappresenta null’altro che soft
power.
In un
momento storico, tra l’altro, in cui l’America Latina è ancora una volta
sottoposta a tentativi di intrusione violenta da parte degli Stati Uniti,
urlati da Donald Trump, ormai convinto di essere il padrone del mondo, in
splendida compagnia di tutti quegli Stati che concepiscono la politica estera
come piena subordinazione all’ordine nordamericano.
…L’11 maggio 2021, nel pieno del conflitto tra
Israele e Hamas, la leader venezuelana scriveva sul proprio profilo
Twitter: “Oggi, tutti noi che difendiamo i valori dell’Occidente siamo con lo
Stato di Israele; un genuino alleato della libertà”…
Lettera aperta di Adolfo Pérez Esquivel a Corina Machado
Da Nobel a Nobel
…Il governo venezuelano è una democrazia con le sue luci e
le sue ombre. Hugo Chávez ha segnato il cammino della libertà e della sovranità
del popolo e ha lottato per l'unità continentale, è stato un risveglio della
Grande Patria. Gli Stati Uniti l'hanno attaccata in modo permanente: non
possono permettere a nessun paese del continente di uscire dalla sua orbita e
dalla sua dipendenza coloniale; continua a sostenere che l'America Latina è il
suo "cortile di casa". Il blocco di Cuba da parte degli Stati Uniti
per più di 60 anni è un attacco alla libertà e ai diritti dei popoli. La
resistenza del popolo cubano è un esempio di dignità e di forza.
Sono sorpreso di come ti aggrappi agli Stati Uniti: devi
sapere che non hanno alleati, né amici, solo interessi. Le dittature imposte in
America Latina sono state strumento dei loro interessi di dominio e hanno
distrutto la vita e l'organizzazione sociale, culturale e politica dei popoli
che lottano per la loro libertà e autodeterminazione. I popoli resistono e
lottano per il diritto di essere liberi e sovrani e non una colonia degli Stati
Uniti. Il governo di Nicolás Maduro vive sotto la minaccia degli Stati Uniti e
del blocco, basta tenere a mente le forze navali nei Caraibi e il pericolo di
invasione del vostro paese. Non avete detto una parola e non avete sostenuto
l'ingerenza della grande potenza contro il Venezuela. Il popolo venezuelano è
pronto ad affrontare la minaccia.
Corina, te lo chiedo. Perché ha chiesto agli Stati Uniti di
invadere il Venezuela? Quando hai ricevuto l'annuncio di essere stato insignito
del Premio Nobel per la Pace, lo ha dedicato a Trump. L'aggressore del vostro
paese mente e accusa il Venezuela di
essere un trafficante di droga, una menzogna simile a quella di George Bush,
che accusava Saddam Hussein di avere "armi di distruzione di massa".
Pretesto per invadere l'Iraq, saccheggiarlo e causare migliaia di vittime,
donne e bambini. Ero alla fine della guerra a Baghdad, nell'ospedale
pediatrico, e ho potuto vedere le distruzioni e le morti di coloro che si
proclamano i difensori della libertà. La peggiore delle violenze è la menzogna.
Non dimenticare Corina che Panama è stata invasa dagli
Stati Uniti, che hanno causato morte e distruzione per catturare un ex alleato,
il generale Noriega. L'invasione lasciò 1200 morti a Los Chorrillos. Oggi, gli
Stati Uniti intendono impadronirsi nuovamente del Canale di Panama. È una lunga
lista di interventi e sofferenze in America Latina e nel mondo da parte degli
Stati Uniti. Le vene dell'America Latina sono ancora aperte, come diceva
Eduardo Galeano. Mi preoccupa il fatto che non abbia dedicato il Premio Nobel
al vostro popolo e che abbia dedicato il Nobel all'aggressore del Venezuela.
Penso Corina che devi analizzare e sapere dove ti trovi, se sei un pezzo in più
della colonizzazione degli Stati Uniti, soggetto ai suoi interessi di dominio,
che non potrà mai essere per il bene del tuo popolo. Come oppositore del governo
di Maduro, le sue posizioni e opzioni generano molta incertezza, ricorre al
peggio quando chiede agli Stati Uniti di invadere il Venezuela.
L'importante è tenere presente che costruire la Pace
richiede molta forza e coraggio per il bene del vostro popolo, che conosco e
amo profondamente. Dove prima c'erano baracche sulle colline che sopravvivevano
alla povertà e all'indigenza, oggi ci sono alloggi decenti, sanità, istruzione
e cultura. La dignità del popolo non si compra né si vende. Corina, come dice
il poeta: non c'è sentiero in un viandante, un sentiero si fa camminando. Ora
avete la possibilità di lavorare per il vostro popolo e di costruire la Pace,
non di provocare una violenza più grande, un male non si risolve con un altro
male più grande. Avremo solo due mali e mai la soluzione del conflitto. Apri la
tua mente e il tuo cuore al dialogo, per incontrare il tuo popolo, svuota il
vaso della violenza e costruisci la pace e l'unità del tuo popolo affinché la
luce della libertà e dell'uguaglianza possa entrare.
se il premio nobel per la pace va ad una
sconosciuta donna politica venezuelana, nota agli addetti ai lavori per avere
invocato più volte un intervento armato straniero contro il governo populista
di sinistra di Maduro, il messaggio per Trump, che lo voleva, è chiaro:
invada prima il Venezuela, e poi lo
daranno anche a lui.
.
forse vale la pena di smettere di parlare
di questa buffonata del nobel per la pace:
e che diavolo, siamo pur sempre in tempi
di guerra mondiale a pezzi, ?a chi volete che lo diano?
ovvio: a quelli di cui parlava Tacito
quasi duemila anni fa: Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant;
dove spianano tutto e fanno il deserto, lo chiamano pace.
così, giustamente, il premio per la pace
va ai desertificatori; ed è già tanto che non l’abbiano dato a Netanyahu.
Con Machado il Nobel per la Pace - Davide Malacaria
Il Nobel
per la pace non è stato assegnato a Trump, né era possibile nonostante
tanti abbiano solleticato il suo narcisismo che l’aveva portato a pretenderlo,
dal genocida Netanyahu (Timesofisrael),
per la tregua a Gaza, passando a Zelensky, che si è detto pronto a sostenerne
la candidatura se invierà i missili Tomahwak in Ucraina (Politico) – cioè se
aumenterà le probabilità di una guerra nucleare.
Ma, in
qualche modo, l’ha vinto per interposta persona dal momento che è stato
assegnato a María Corina Machado, leader
dell’opposizione venezuelana che in questo modo è stata incoronata reginetta
del suo Paese. Pronta, cioè, a essere il volto nuovo del regime-change che
l’amministrazione Trump intende realizzare a Caracas.
Alle prime
navi da guerra se ne sono aggiunte progressivamente altre, tra cui un
sommergibile, e ieri è arrivata una nave adibita alle operazioni speciali, mentre una squadriglia di F-35 è stata inviata in una base di Porto Rico.
Le forze
statunitensi hanno già affondato alcune imbarcazioni venezuelane che sarebbero
state usate per il narcotraffico, accusa non verificata e che non giustifica un
crimine del genere, che peraltro è un atto di guerra.
Due giorni
fa, poi, l’affondamento di un naviglio della Colombia, che dovrebbe essere
fuori dal mirino degli Stati Uniti, ma che sembra esserci entrata a causa del
sostegno accordato dal presidente Gustavo Petro al Venezuela (peraltro, la nave
colombiana è stata affondata poco dopo la decisione di Petro di espellere la
delegazione israeliana dal suo Paese in reazione al sequestro della Samud
Flottilla, decisione che non è certo passata inosservata a Washington).
Di ieri,
poi, l’indiscrezione che l’amministrazione Trump
intenderebbe colpire target non più solo in mare, ma sul territorio
venezuelano. Minacce che arrivano dopo quelle pregresse, tra cui quella
esplicita di adire a un golpe contro Nicolás Maduro, e che seguono la
decisione di interrompere i negoziati avviati con il Venezuela per ricomporre le
tensioni in atto.
Curiosamente,
il giorno precedente l’interruzione dei negoziati, Jorge Rodríguez, a capo
dell’Assemblea nazionale venezuelana e della delegazione preposta alle
trattative, aveva comunicato in una nota che “attraverso ‘tre diversi canali’,
gli Stati Uniti erano stati avvertiti ‘di una grave minaccia’ da parte di
gruppi di destra che si spacciavano per seguaci del presidente venezuelano Nicolás Maduro”.
Si trattava
di un piano per compiere un attentato contro l’ambasciata Usa in Venezuela che,
cessata l’attività diplomatica, ospita però personale addetto alla manutenzione
e alla sicurezza dell’edificio. Sarebbe stata la scintilla per un attacco.
Se si sta
alla tempistica, sembra che l’allarme pubblico del capo della delegazione
venezuelana abbia irritato l’amministrazione Usa, che si è vista privare di
un casus belli, la quale ha deciso di evitare ulteriori rapporti
con la controparte.
Ora è
arrivata, a fagiolo, la figura che ha il phisique du rôle per
sostituire Maduro, baciata da un endorsement più che autorevole: il Nobel per
la pace. La Machado ha così preso il posto di Juan Guaidò come figura
immagine per promuovere il regime-change di Caracas, con il Nobel che gli
conferisce la visibilità necessaria a diventare l’ancella del cambiamento.
L’unico
Paese, oltre al suo, nel quale aveva certa notorietà prima di ieri erano gli
Stati Uniti, tanto da partecipare agli incontri dell’Americas Society/Council
of Americas (AS/COA), un centro di interessi fondato da David Rokefeller. In
quella sede, nel giugno scorso, squadernava la
meravigliose opportunità che offriva il suo Paese una volta rimosso Maduro e
avviato “una cambiamento strutturale”.
Il
Venezuela, non ha solo le riserve petrolifere “più ingenti del mondo”, ma
“anche abbondanti risorse di ferro, oro e minerali” vari e sovrabbonda di
“terre fertili non sviluppate”. Nel caso avesse termine l’attuale governo,
aggiungeva, in “soli 100 giorni” tutto ciò sarebbe a disposizione degli
“investitori esteri, che ne beneficeranno, sin dal primo giorno, avvalendosi di
condizioni senza precedenti”… un piano che porterà a creare ricchezza per “1000
miliardi di dollari” in pochi anni, come da titolo del report dell’incontro al
AS/COA.
Un piano di
privatizzazione ultraliberista, al modo di quello applicato dai Chicago Boys nel
Cile di Pinochet. In una
nota pregressa spiegavamo che, come recitano documenti ufficiali Onu e Usa, la
droga che arriva negli States non proviene dal
Venezuela.
L’interesse dell’amministrazione Trump per Caracas è tutt’altro. La Machado lo
ha spiegato molto bene.
Appena vinto
il Nobel, la Machado ha chiamato il suo alleato politico Edmundo González
Urrutia, che a gennaio 2025 sfidò e perse le presidenziali contro Maduro,
accusandolo poi di brogli che gli avrebbero tolto la vittoria.
Nell’occasione,
Urrutia e la Machado ricevettero la telefonata del ministro degli Esteri
israeliano Gideon Sa’ar, con genocidio palestinese in corso, che elogiava la
loro asserita vittoria elettorale, con la Machado che si felicitò per il “sostegno del governo di Israele al popolo venezuelano”.
D’altronde i
rapporti tra la Machado e Israele sono consolidati: nel 2020 siglò a nome del
suo partito, Vente Venezuela, un’alleanza strategica col Likud mentre, in un’intervista successiva a una Tv israeliana, dichiarò che se avesse vinto
le elezioni avrebbe spostato l’ambasciata venezuelana a Gerusalemme.
In
quest’anno si poteva conferire il Nobel per la pace a qualcuno che si fosse
distinto nel portare sollievo ai palestinesi. Si è scelto altro.
Nobel a
Machado, perché la sinistra non festeggia? Dai rapporti con l’ultra destra
europea a quelli con Trump e Netanyahu – Franz Baraggino
L’assegnazione
del Premio Nobel per la Pace 2025 a Maria Corina Machado, leader
dell’opposizione venezuelana all’autoritarismo del governo di Nicolas
Maduro, sta causando molte polemiche, mentre le manifestazioni di giubilo
sono soprattutto a destra. Descritta da alcuni come una “trumpiana“, i
suoi detrattori la accusano di invocare l’uso della forza per ribaltare il
governo venezuelano e di essere troppo vicina agli interessi della Casa Bianca.
Ma anche all’ultra destra europea e a quella israeliana di Benjamin Netanyahu.
Critiche sono ovviamente arrivate da membri del partito di Maduro,
che la accusano di “favorire l’instabilità politica e colludere con potenze
straniere”. Ma non solo. La sintesi dell’indignazione l’ha fatta l’ex leader di
Podemos ed ex Vice Presidente del Governo spagnolo, Pablo Iglesias,
che sui social ha espresso un giudizio durissimo: “La verità è che per
assegnare il Premio Nobel per la Pace a Corina Machado, che da anni cerca di
organizzare un colpo di Stato nel suo Paese, avrebbero potuto darlo
direttamente a Trump o addirittura postumo ad Adolf Hitler. L’anno prossimo,
lasciate che se lo dividano Putin e Zelensky. Se è già finita…”.
Stando ai
fatti, lo scorso febbraio Machado ha preso parte con un videomessaggio al
vertice dell’ultra destra di Madrid intitolato “Make Europe
Great Again” e organizzato dal partito sovranista spagnolo Vox. “La
nostra è una lotta globale e voi siete i nostri alleati. Quelle che avvengono
in Europa, come quelle che combattiamo in Venezuela, hanno gli stessi obiettivi,
valori e nemici”, ha detto mentre ad ascoltarla c’erano, tra gli altri, Matteo
Salvini, Marine Le Pen e l’olandese Geert Wilders e
il primo ministro ungherese Viktor Orbán e quello
argentino Javier Milei. “Il Venezuela rappresenta oggi la più
grande minaccia che l’Occidente deve affrontare nel nostro continente. È il
centro nevralgico del crimine organizzato e il rifugio sicuro dei nemici della
democrazia nel mondo”, ha spiegato ai patrioti, ai quali ha dedicato un altro
videomessaggio per l’edizione di settembre intitolata Europa Viva 2025, dove ha
annunciato che “in Venezuela è partita la riconquista della democrazia”.
In queste
ore le si rinfaccia anche un accordo di cooperazione del 2020, quello che
promosse in qualità di coordinatrice nazionale tra il suo partito, Vente
Venezuela, e la destra israeliana del Likud, il partito del
premier Netanyahu. A rinfacciarle l’iniziativa è oggi il Council on
American-Islamic Relations (CAIR), gruppo statunitense per i diritti
civili musulmani, che definisce Machado una “fanatica anti-musulmano e
sostenitrice del fascismo europeo” e l’assegnazione del Nobel una scelta
“inconsciente”. Siglato nel 2020, il documento impegnava i due partiti a
rafforzare i legami su “questioni politiche, ideologiche e sociali, nonché compiere
progressi in materia di strategia, geopolitica e sicurezza”. A firmarlo insieme
a Machado fu Eli Vered Hazan, direttore degli affari esteri del
partito israeliano, ruolo nel quale ha preso parte alle reti internazionali
della destra conservatrice. “L’obiettivo – si legge ancora nel documento – è
avvicinare il popolo israeliano a quello venezuelano, promuovendo insieme i
valori occidentali a cui entrambe le parti aderiscono: libertà, indipendenza e
economia di mercato”.
C’è poi la
storia recente e qui le critiche le derivano dal sostegno esplicito alle forze
Usa, con l’amministrazione di Donald Trump che sulle navi nel
Mar dei Caraibi ha quasi raddoppiato il numero dei soldati da utilizzare per la
lotta al narcotraffico, della quale il Tycoon accusa
direttamente il presidente Maduro. Delle ultime ore le dichiarazioni dell’ambasciatore
di Caracas all’Onu, Samuel Moncada: “Le azioni guerrafondaie e la
retorica del governo statunitense indicano che ci troviamo di fronte a una
situazione in cui è razionale pensare che un attacco armato contro il Venezuela
verrà portato a termine molto presto”, chiedendo al Consiglio di
Sicurezza di intervenire per evitare “una catastrofe che potrebbe
sconvolgere l’intera regione per generazioni”. Niente che c’entri molto con la
pace e del resto Machado ha sostenuto più volte che per rimuovere
l’autoritarismo al governo in Venezuela servirà l’uso della forza. Mesi fa ha
applaudito al presidente americano sottolineando che “Trump non sta giocando”.
Dopo aver ricevuto il Nobel ha nuovamente ribadito che “oggi più che mai
possiamo contare sul presidente Trump” perché riporti “libertà e democrazia” in
Venezuela.
Il Nobel
per la Pace alla venezuelana Maria Corina Machado lo si potrebbe chiamare,
premio Nobel per la Guerra - Andrea Zhok
Comunque il Nobel per la Pace alla
venezuelana Maria Corina Machado è in perfetta sintonia con il cambio di nome
del ministero della Difesa americano in ministero della Guerra.
Visto anche il grande precedente di Obama lo si potrebbe chiamare, senza
tanti patemi, premio Nobel per la Guerra.
Dopo tutto, con le cannoniere – pardon, le portaerei – americane davanti
alla costa venezuelana, con il chiaro mandato di rovesciare il
governo Maduro, quale umile contributo poteva dare l’intellighentsia
europea?
Armi non le potevano mandare (non sono ancora riusciti a comprarle dagli
americani, per fare in tempo a portarle in supporto agli americani).
Genuflessioni, donazioni, ius primae noctis, abbiamo già dato.
Cosa ci restava come europei?
Ah, ecco, possiamo giocarci gli scampoli residui della famosa “autorevolezza
morale del Vecchio Continente”.
Possiamo conferire una bella botta di supporto morale alla spallata
militare in vista, conferendo il premio Nobel a un’attivista venezuelana
antigovernativa, distintasi nella vita per essere… un’attivista venezuelana
antigovernativa, educata a Yale, antichavista, filoatlantista, neoliberista, ma
che comunque resta umile. Pronta a farsi carico dell’onere del futuro governo,
nello sciagurato caso in cui a Maduro capitasse qualcosa.
«Voglio essere molto chiara. Davanti ai nostri occhi si sta consumando un
genocidio. Un genocidio trasmesso in diretta streaming su tutti i nostri
telefoni. Nessuno ha il privilegio di dire di non essere consapevole di ciò che
sta accadendo. Nessuno in futuro potrà dire che non lo sapevamo. In base al
diritto internazionale, Gli Stati hanno l’obbligo giuridico di agire per
prevenire e fermare un genocidio. Ciò significa porre fine alla complicità,
esercitare una pressione reale e porre fine al trasferimento di armi. Non lo
vediamo. Non vediamo nemmeno il minimo indispensabile da parte dei nostri
governi. I nostri sistemi internazionali stanno tradendo i palestinesi. Non
sono nemmeno in grado di impedire che si verifichino i peggiori crimini di
guerra. E non capirò mai come gli esseri umani possano essere così malvagi, da
voler deliberatamente far morire di fame milioni di persone intrappolate in un
assedio illegale, come continuazione di decenni… e decenni di soffocante
oppressione. Occupazione dell’apartheid. [...] Il nostro obiettivo con la
Global Sumud Flotilla è stato quello di intervenire quando i nostri governi non
hanno adempiuto ai loro obblighi legali. I nostri governi parlano di garantire
i diritti umani e dell’importanza di far arrivare aiuti umanitari a Gaza, ma
non fanno la loro parte e non fanno nemmeno il minimo indispensabile, per
garantire la sicurezza di questa missione. Questa missione non dovrebbe
esistere. E questo è una vergogna. Quello della Global Sumud Flotilla è stato
il più grande tentativo di rompere l’assedio illegale e disumano di Israele via
mare. È una storia di solidarietà internazionale globale di persone che si sono
fatte avanti, quando i nostri governi non sono riusciti a farlo. I miei leader,
i cosiddetti leader che dovrebbero rappresentarmi e che continuano ad
alimentare un genocidio, morte e distruzione, non mi rappresentano. E questa è
l’ultima risorsa a cui questa missione deve ricorrere. È una vergogna… è una
vergogna. E potrei parlare per molto, molto a lungo dei nostri maltrattamenti e
degli abusi subiti durante la nostra prigionia, credetemi, ma non è questa la
storia. Quello che è successo qui è che Israele, mentre continua a peggiorare e
a intensificare il suo genocidio e la sua distruzione di massa - con intento genocida,
tentando di cancellare un’intera popolazione, un’intera nazione davanti ai
nostri occhi - ha violato ancora una volta il diritto internazionale impedendo
agli aiuti umanitari di arrivare a Gaza, mentre la gente muore di fame. E
vogliamo anche sottolineare che non abbiamo bisogno solo di aiuti umanitari per
entrare a Gaza. Dobbiamo porre fine all’assedio. Dobbiamo porre fine
all’oppressione. Questa azione è stata una sfida al nostro solito modo di fare
estremamente violento, che impedisce che questi crimini di guerra si
verifichino. Ed è di questo che parla questa storia. Non possiamo distogliere
lo sguardo da Gaza e da tutti i luoghi del mondo che soffrono, che vivono in
prima linea in questo sistema: Congo, Sudan, Afghanistan, Gaza e molti, molti
altri. Quello che stiamo facendo è il minimo indispensabile. Questo genocidio e
altri genocidi sono resi possibili e alimentati dai nostri governi, dalle
nostre istituzioni, dai nostri media e dalle nostre aziende. È nostra
responsabilità porre fine a questa complicità. […] No, non siamo eroi. No, no…
stiamo facendo il minimo indispensabile. Ciò che stiamo facendo non lo è in
alcun modo. Nessuno è obbligato a venire in soccorso del popolo palestinese.
Ciò che stiamo facendo è ascoltare e agire in base alle loro richieste affinché
le persone in tutto il mondo agiscano e pongano fine alla complicità nell’uso
dei nostri privilegi, delle nostre piattaforme, per prendere posizione contro
ciò che è in ogni modo ingiustificabile.»
Diamo il Nobel per la Pace alla Global Sumud Flotilla!
– Shady Hamadi
Il Nobel per
la Pace dovrebbe andare alla Global Sumud Flotilla. Ci hanno
insegnato che la Pace si cerca con l’azione non violenta: quella di
cercare di rompere un blocco che affama una intera popolazione che muore sul
palcoscenico globale. A guardare, complici o inermi, i governi mondiali che non
sono capaci di dare una risposta coesa. Il loro immobilismo, però,
è stato scosso dall’azione di semplici cittadini che si sono riuniti pensando
che qualcosa andasse fatto. Non violenza; non altra morte ma il semplice aiuto:
di cibo e dell’apertura di un passaggio che si trasformi in un
corridoio umanitario.
La Sumud,
così come altri in passato, personaggi che hanno invertito gli equilibri
sconquassando il mondo, sono oggi al centro di conflitti e cospirazioni volte
solo allo screditarne l’operato.
Ma lo
abbiamo visto tutti: mani in alto attivisti, hanno gridato i carcerieri di Gaza
israeliani, assaltando come pirati le navi liberatrici. In silenzio, con
il coraggio della gente semplice, gli attivisti hanno accettato il
fato. Mentre altri stanno proseguendo. L’etica dell’azione, la perseveranza nel
progetto di alleviare le sofferenze di un popolo solo, abbandonato e orfano di
compassione, fanno dire: Nobel per la Pace alla Sumud!