Un’alleanza empia sta lavorando per
un futuro apocalittico dal quale soltanto pochi eletti usciranno indenni. Sta diventando
chiaro come possiamo fermarli.
(traduzione
di Lavinia Marchetti di un articolo molto importante sul The Guardian domenica 13
settembre 2026)
Quando Jeff
Bezos annunciò il progetto di celebrare un sontuoso matrimonio veneziano
all’inizio del 2025, molti abitanti della città trovarono l’idea offensiva,
persino oscena. Un numero crescente di residenti faticava a trovare
un’abitazione sicura e accessibile in una città invasa dai turisti e dagli
Airbnb, mentre il miliardario progettava, di fatto, di affittare il comune per
tre giorni, sborsando una cifra stimata di 50 milioni di dollari per
festeggiamenti destinati a congestionare i canali centrali e bloccare strade molto
frequentate. Come se non bastasse, le emissioni di carbonio di Amazon stavano
aumentando vertiginosamente, a causa dell’intelligenza artificiale e della
costruzione di nuovi data center, e a Venezia la questione riguarda tutti molto
da vicino, visto che le strade vengono già allagate decine di volte all’anno.
Marta
Sottoriva, insegnante trentacinquenne delle superiori, ci ha raccontato di aver
sentito parlare per la prima volta dei progetti per il matrimonio proprio
mentre Blue Origin, la società aerospaziale di Bezos, conquistava i titoli dei
giornali. Bezos aveva mandato un «equipaggio» composto da influencer e
celebrità donne, fra cui la sua fidanzata Lauren Sánchez e la cantante pop Katy
Perry, ai confini suborbitali dello spazio, in quella che sembrava una trovata
pubblicitaria priva di senso. «L’idea che tu possa essere così ricco e potente
da usare lo spazio per un viaggio di dieci minuti», ha ricordato Sottoriva, non
faceva che intensificare «la sensazione che la nostra città ci venisse sottratta
con una tale arroganza». Federica Toninello, un’altra giovane attivista, era
d’accordo e ci ha detto che sembrava che tanto lo spazio quanto Venezia
venissero «colonizzati».
Colonizzare
lo spazio è esattamente ciò che Bezos spera di fare. Blue Origin, sostiene
Bezos nel suo ormai rodato discorso promozionale, garantirà la sopravvivenza
dell’umanità permettendo, un giorno, a mille miliardi di persone di disperdersi
nel sistema solare. L’orrore insopportabile dal quale immagina di salvare la
nostra specie? La minaccia di quella che definisce una «civiltà della
stagnazione», vale a dire la necessità di fare i conti con reali limiti
ecologici e di trovare un modo per condividere le risorse finite del pianeta.
Per evitare questa resa dei conti, Bezos immagina un futuro nel quale «la Terra
sarà destinata a uso residenziale e all’industria leggera» e conservata come
una sorta di riserva, fuori dalla portata della maggior parte dei suoi abitanti
originari. La stragrande maggioranza degli esseri umani inseguirà il nebuloso
beneficio della «crescita esponenziale» nel vuoto inospitale dello spazio,
intrappolata sulle navicelle di Blue Origin. Sembrerebbe che Bezos consideri la
prospettiva che l’umanità viva in modo sostenibile e pacifico sulla nostra
preziosa e unica casa come una possibilità da incubo, indegna persino della sua
considerazione.
Com’era
prevedibile, si è scoperto che la maggior parte dei veneziani preferirebbe
continuare a vivere nella magnifica Venezia. A differenza di Bezos, non si
preoccupano di un’ipotetica stagnazione della civiltà; si preoccupano della
stagnazione economica provocata dal disinvestimento pubblico, della mancanza di
lavoro e opportunità, e della possibilità di essere espulsi dalla città e dal
paese che amano. I giovani italiani spesso hanno poche alternative
all’emigrazione per trovare lavoro; nell’ultimo decennio più di un milione di
cittadini se ne sono andati, un terzo dei quali aveva fra i 25 e i 34 anni.
Finora, la
precarietà e la rabbia avvertite da molti italiani hanno giovato soprattutto
alla destra neofascista. Quelle stesse forze, però, hanno anche spinto persone
verso la causa anti-Bezos, contribuendo a far coagulate un movimento nascente e
consapevolmente antifascista.
La vivace e
dirompente campagna «No Space for Bezos» ha attinto a profonde riserve di
indignazione contro i miliardari, il collasso climatico e il militarismo, e ha
anche offerto agli organizzatori un megafono attraverso cui diffondere idee su
modi diversi e meno letali di scegliere di vivere insieme. Gli attivisti hanno
stampato manifesti e adesivi che mostravano la testa di Bezos sopra un razzo
lanciato nello spazio. Hanno costruito un fantoccio di Bezos che stringeva
mazzette di denaro finto aggrappandosi a un enorme pacco galleggiante di
Amazon, e poi lo hanno lasciato libero di fluttuare lungo i canali. Hanno
srotolato striscioni dagli edifici e dai ponti più celebri di Venezia e
attraverso le piazze: «Tassate i ricchi per restituire al pianeta». E hanno
scandito che i soldi spesi per il matrimonio sarebbero stati impiegati meglio
nella ricostruzione di Gaza. Per giorni hanno prodotto un caos gioioso e preso
instancabilmente in giro lo sposo e la sua lista di invitati piena di
celebrità, che comprendeva i suoi vicini di bunker miliardari Ivanka Trump e
Jared Kushner, Sam Altman di OpenAI e uno stuolo di Kardashian.
Poco prima
del matrimonio, le autorità annunciarono che, a causa delle proteste, l’evento
sarebbe stato spostato in una zona meno centrale. Persino ai due yacht di
Bezos, Koru e Abeona, fu negato il permesso di attraccare in città. Gli
organizzatori proclamarono vittoria e festeggiarono. La stampa internazionale
divorò quello scontro così ricco di immagini. E la destra online non sapeva
bene per chi fare il tifo: le élite di Davos che si spruzzavano schiuma a
vicenda su un superyacht, oppure la marmaglia di sinistra che faceva agitprop?
Come
l’enorme sala da ballo di Donald Trump, lo stravagante matrimonio di Bezos
incarnava le oscenità della nostra età dorata interconnessa. Al fondatore di
Amazon non bastava far parte di una delle città più belle d’Europa: doveva
consumarla, inghiottirla interamente. Un anno dopo avrebbe fatto lo stesso con
il Met Gala di New York, suscitando un’indignazione analoga e una simile
creatività dal basso.
Le proteste
di Venezia, che insistevano sui sogni spaziali di Bezos a spese della Terra,
indicavano qualcosa di fondamentale dell’epoca del fascismo della fine
dei tempi, concetto centrale nel nostro nuovo libro e con il quale
designiamo un’alleanza empia che lavora per un futuro apocalittico dal quale
soltanto pochi eletti usciranno indenni. Le linee di conflitto di oggi non
separano semplicemente coloro che lottano per sopravvivere in condizioni sempre
più degradate e costose da una classe oligarchica impegnata a escogitare modi
sempre più ridicoli per sprecare la propria ricchezza. Sono linee molto più
cosmologiche.
Da una parte
ci siamo noi, che non abbiamo alcun piano di fuga, alcun bunker nel cielo o
sottoterra, e che per questo siamo impegnati a restare esattamente qui, nella
complessità della nostra realtà terrestre, gli uni con gli altri. Sappiamo di
dover fare quanto è necessario perché «qui», questo pianeta con tutte le sue
ecologie e le sue comunità, diventi più sicuro per la moltitudine di esseri che
da esse dipendono, nella piena consapevolezza che questa è la nostra unica
casa.
Dall’altra
ci sono coloro che coltivano piani salvifici per proteggere se stessi e le
proprie famiglie dagli incendi politici ed ecologici che stanno divorando il
nostro pianeta, che questi piani assumano la forma dell’ascensione al cielo, di
bunker terrestri e nazioni fortificate, oppure delle fantasie di colonizzare lo
spazio e fondersi con le macchine. Invece di migliorare le condizioni delle
persone reali sulla Terra, o almeno di smettere di gettare benzina sul fuoco, i
fascisti della fine dei tempi stanno progettando la propria fuga, indifferenti
e ciechi di fronte a tutto ciò che merita di essere salvato.
Un’assenza
di meraviglia
L’ossessione
di Bezos per lo spazio permette di cogliere un altro elemento essenziale per
comprendere il fascismo della fine dei tempi e la sua fissazione per i bunker e
l’abbandono del nostro mondo comune: l’apparente incapacità delle persone che
guidano questo progetto di meravigliarsi, o persino di accorgersi, delle
meraviglie che le circondano.
Lo si vide
in maniera lampante nel 2021, quando Bezos mandò nello spazio un altro
equipaggio. Questa volta a bordo c’era William Shatner, noto soprattutto per
aver interpretato il capitano Kirk in Star Trek, realizzando
naturalmente una delle fantasie infantili di Bezos. «Spazio. Ultima frontiera»,
diceva Shatner all’inizio di ciascun episodio. Eppure, mentre l’attore, ormai
novantenne, guardava il nostro pianeta azzurro e verde allontanarsi dal
finestrino, fu improvvisamente invaso dal terrore. «Il contrasto fra la gelida
ostilità dello spazio e il calore accogliente della Terra sotto di noi mi
riempì di una tristezza opprimente», ricordò in seguito, spiegando di aver
maturato un apprezzamento molto più profondo per i doni sublimi e fragili del
nostro pianeta.
«Ogni giorno
ci troviamo davanti alla consapevolezza di nuove distruzioni della Terra per
mano nostra: l’estinzione di specie animali, della flora e della fauna… cose
che hanno impiegato cinque miliardi di anni per evolversi e che,
improvvisamente, non vedremo mai più a causa dell’interferenza dell’umanità»,
scrisse Shatner. Era partito aspettandosi di rimanere sopraffatto dalla
magnificenza dell’universo e invece, appena lasciata la Terra, desiderò tornare
a casa: «Ho scoperto che la bellezza non è là fuori, è quaggiù, insieme a tutti
noi».
Forse
l’intuizione di Shatner sul nostro prezioso pianeta in pericolo trova qualche
risonanza nel fondatore di Amazon, però i progetti del miliardario per
colonizzare lo spazio e la massiccia espansione dei data center ad alte
emissioni della sua azienda suggeriscono il contrario. E fra gli oligarchi
tecnologici Bezos è fin troppo tipico. Peter Thiel, per esempio, rivelò una
volta che le sue tre idee migliori per conquistare la vera libertà erano
«cyberspazio», «spazio esterno» e «seasteading», cioè l’idea di costruire nuovi
paesi sopra piattaforme petrolifere galleggianti. In altre parole, quest’uomo,
la cui enorme ricchezza gli consente di accedere ai luoghi più spettacolari che
il pianeta ha da offrire, crede davvero che questi tre luoghi freddi e morti
siano superiori alla Terra che possediamo, verde e viva.
Qualcosa di
simile sembra fuori posto anche in Elon Musk, un uomo che pare guardare le
meraviglie del cielo notturno e vedere soltanto opportunità per riempire
quell’oscurità sconosciuta con la propria spazzatura spaziale. La venerabile
romanziera Joyce Carol Oates mise in evidenza questi apparenti limiti nell’autunno
del 2025, quando lo demolì senza pietà sulla sua stessa piattaforma, X.
«È così
curioso», scrisse, «che un uomo tanto ricco non pubblichi mai nulla che lasci
intendere che apprezzi o sia anche solo consapevole di ciò che praticamente
tutti apprezzano: scene della natura, un cane o un gatto domestico, un elogio
di un film, della musica, di un libro, benché dubiti che legga; l’orgoglio per
il successo di un amico o di un parente; le condoglianze per qualcuno che è
morto; il piacere dello sport, l’apprezzamento per una squadra preferita;
riferimenti alla storia. In realtà sembra del tutto privo di istruzione, privo
di cultura. Le persone più povere su Twitter [X] possono avere accesso a più
bellezza e significato nella vita della “persona più ricca del mondo”.»
L’osservazione
evidentemente toccò un nervo scoperto del barone tecnologico, notoriamente
permaloso: la definì «una bugiarda pigra» e cominciò a pubblicare commenti
favorevoli su diversi film per dimostrare che Oates si sbagliava. Eppure,
nell’euforia del giorno in cui la sua società aerospaziale SpaceX venne quotata
in borsa, Musk non fece alcun tentativo di nascondere la propria noia verso il
nostro pianeta azzurro e i suoi problemi: «Vogliamo risolvere [i problemi] qui
sulla Terra e dovremmo risolverli. Però devono anche esserci cose che ti
rendano entusiasta del futuro, che ti facciano essere contento di svegliarti al
mattino perché non vedi l’ora di scoprire che cosa succederà dopo». Sembrerebbe
che soltanto abbandonare la Terra sia in grado di procurargli quell’emozione.
La maggior
parte delle persone possiede la capacità di provare meraviglia, di trattenere
il fiato davanti alla bellezza preziosa di un uccello canoro, al carattere
quasi ultraterreno dello sbuffo di una balena o all’intricato intreccio di un
antico luogo sacro. I bambini possiedono la capacità della meraviglia pura; ce
l’hanno anche gli attori novantenni nello spazio suborbitale. Provare
meraviglia significa dissolversi nel vortice dell’universo, sentirsi piccoli
nel senso migliore del termine. Questo senso di interconnessione spiega anche
perché soffriamo quando vediamo degli sconosciuti soffrire e perché proviamo il
grande dolore dell’estinzione. Il fatto che questa capacità sembri mancare agli
uomini che tengono nelle proprie mani il nostro destino collettivo rappresenta
una perdita personale per loro e una crisi esistenziale per tutti noi.
Una parte
pericolosa del progetto degli oligarchi tecnologici di abbandonare il mondo
consiste nel fatto che gli strumenti che stanno costruendo sono progettati per
rifarci a loro immagine, un’immagine spezzata. Le piattaforme e le app più
diffuse ci addestrano a condividere il sogno della Silicon Valley di una
libertà disincarnata, spingendoci continuamente a rinunciare ai luoghi reali e
alle relazioni in presenza in favore delle simulazioni, e a considerare la
Terra, i nostri corpi e le nostre relazioni come prigioni da violare e dalle
quali fuggire. Altman, per esempio, ha dichiarato chiaramente di vedere «certi
vantaggi nell’essere una macchina» e ha più volte insistito sul fatto che i
suoi figli non saranno mai più intelligenti dell’IA, come se l’intelligenza
potesse essere ridotta al semplice calcolo. Come servizi simili, ChatGPT è
addestrato a dirottare i nostri sistemi di risposta empatica, così che anche
noi finiamo per elevare le macchine e attribuire loro un significato maggiore
di quanto meritino.
L’incapacità
di apprezzare questo pianeta e il suo meraviglioso insieme di personaggi aiuta
a spiegare perché siano tanto pronti a sacrificarlo. In effetti, la
disponibilità della destra tecnologica a eliminare il lavoro che sostiene la
nostra vita e a sostituire le relazioni umane con relazioni sintetiche non può
essere separata dalla sua indifferenza verso quel poco che rimane della fauna selvatica
e della diversità vegetale del pianeta, entrambe in rapida scomparsa. Queste
persone sembrano incapaci di amare questo luogo, di assaporare il piacere della
compagnia altrui o di meravigliarsi dei misteri offerti dalle altre specie.
In breve, ci
troviamo di fronte a un’ideologia che ha rinunciato non soltanto alla premessa
e alla promessa della democrazia liberale, bensì alla vivibilità stessa del
nostro mondo comune: alla sua bellezza, alle sue persone, ai nostri figli, alle
altre specie. C’è qualcosa di traditore in tutto questo. Un tradimento rivolto
a qualcosa di diverso da un’astrazione come una bandiera o una nazione, perché
noi non siamo nazionalisti. È un tradimento del patto tacito stretto con la
rete della vita che ci sostiene.
Sono traditori
della creazione, delle meraviglie di questo luogo.
L’antitesi
del fascismo
Non esiste
una formula da copiare e incollare per combattere il fascismo della fine dei
tempi. Che si tratti dei veneziani che affrontano Jeff Bezos, degli albanesi
che dicono a Jared e Ivanka Trump che il loro paese non è in vendita, oppure di
una piccola città del Kentucky che si organizza contro un enorme data center,
ogni fronte di questa lotta assume il carattere e la consistenza del luogo in
cui nasce. Stanno tuttavia emergendo alcuni principi guida comuni, e la
campagna di Zohran Mamdani per diventare sindaco di New York, insieme al suo
modo di governare dopo l’elezione, ne incarna molti. Partire dall’amore per il
luogo, evocare poi un futuro radicalmente inclusivo nel quale tutti possano
permettersi vite dignitose, abbracciare obiettivi comuni attraverso le
differenze, uscire di casa e riunirsi offline e di persona, affrontare
gioiosamente i potenti, attingere alla storia e avere il coraggio di toccare
l’anima.
Mamdani ha insistito
senza sosta sulle sue politiche fondamentali per rendere la città più
accessibile e ha mantenuto molte di quelle promesse, perseguendo, per esempio,
la riduzione degli affitti e l’espansione dell’assistenza universale
all’infanzia. Ha fatto però anche qualcosa di più sublime, soffermandosi sugli
angoli rumorosi e affascinanti della città che rappresentano il motivo per cui
così tante persone scelgono di sopportare le pressioni che le spingono ad
andarsene.
Mentre la
stella di Mamdani saliva, fascisti e neofascisti in tutto il paese e nel resto
del mondo fecero ciò che fanno abitualmente. Classificarono e separarono,
stabilirono gerarchie ed espulsero. Seminarono confusione e divisione
sostenendo che Mamdani non fosse un vero americano e attribuirono alla sinistra
qualsiasi problema e risentimento sociale. Presentarono la New York
multiculturale come un esempio apparentemente terrificante di ciò che accade
quando la «grande sostituzione» ha successo. JD Vance intervenne in difesa del
diritto delle persone a non voler vivere accanto a individui provenienti da
«una cultura completamente diversa» e Stephen Miller tuonò su X: «NYC è
l’avvertimento più chiaro finora di ciò che accade a una società quando
fallisce nel controllo dell’immigrazione».
Mentre i fascisti
tracciavano le loro linee rigide, dentro contro fuori, protetti contro
sacrificabili, «eredità» contro invasore, la campagna per eleggere Mamdani
trasformò un intero anno in una festa dedicata a uno dei luoghi più etnicamente
e razzialmente diversi mai esistiti, cinque distretti plasmati da ondate
successive di nuovi immigrati che hanno costruito le proprie case sulle terre
Lenape. Attraverso ciascuna delle sue iniziative, la campagna affermava che
un’identità condivisa può essere costruita attraverso qualcosa di diverso dalla
semplice discendenza: l’impegno verso una casa comune e verso un insieme
condiviso di valori su come vivere insieme al suo interno.
New York è
una città di persone che portano con sé innumerevoli identità composte e
mantengono vive una miriade di pratiche culturali. Come disse Mamdani:
«Qualunque cosa mangiate, qualunque lingua parliate, qualunque sia il modo in
cui pregate o il luogo da cui provenite, le parole che ci definiscono più di
tutte sono le due che condividiamo: newyorkesi».
Mamdani
spiegò così le complessità del voto a scelta classificata nelle primarie
democratiche usando come oggetti di scena una fila di mango lassi. Fece
campagna nei club queer, celebrò la storia rivoluzionaria haitiana durante
l’enorme concerto di Bayo, condivise il suo ordine preferito di bagel e
interruppe il digiuno del Ramadan mangiando biryani nel Bronx. Una volta
entrato in carica, trasformò inoltre l’ormai leggendaria corsa dei Knicks nei
playoff e i Mondiali del 2026 in una festa estiva durata mesi che pochi
dimenticheranno. In questi e altri modi, Mamdani ha reincantato una città
sottoposta da Washington a un’incessante denigrazione, dipinta come pericolosa,
sporca e disfunzionale.
Era
l’incarnazione perfetta della «hereness», l’«essere qui», idea sviluppata dal
Jewish Labour Bund, gruppo socialista yiddish fondato nel XIX secolo e radicato
in un tenace attaccamento al luogo e alla comunità fondato su qualcosa di
diverso dai legami di sangue. Molly Crabapple, orgogliosa newyorkese e artista
che ha pubblicato di recente una storia del Bund diventata bestseller, ha messo
in evidenza il collegamento in un articolo apparso sul Guardian.
«Come New York stessa, la campagna di Mamdani era multiculturale,
multirazziale, poliglotta», ha scritto. «Quando Andrew Cuomo cercò di
provocarlo dipingendolo come antiamericano, lui pubblicò annunci in spagnolo e
bengalese, hindi e arabo. Condusse una campagna consacrata a una politica
centrata prima di tutto sulla classe, che cercava di parlare a tutti nel proprio
idioma, senza chiedere mai scusa per ciò che era».
Dentro
questa celebrazione delle differenze, la campagna di Mamdani sottolineava anche
quelle esperienze e quelle ansie quotidiane che sono comuni e capaci di unire
quasi tutti i newyorkesi, soffermandosi sui luoghi ordinari troppo spesso
ignorati o disprezzati. Mamdani si mescolava ai pendolari nelle affollate
carrozze della metropolitana, rendeva omaggio alle glorie dello Staten Island
Ferry e visitava innumerevoli bodegas, avvicinandosi agli sconosciuti che
incontrava con curiosità priva di giudizio e con un sorriso così largo da
diventare oggetto di battute al Saturday Night Live.
La campagna,
tuttavia, era qualcosa di diverso dal semplice antifascismo: nei molti modi in
cui celebrava l’indisciplina che rende New York amabile, rappresentava anche l’antitesi del
fascismo. Andava oltre il rifiuto dell’odio e costituiva un invito alla
gentilezza, a un mondo nel quale distogliamo lo sguardo da nessuno. Ciò
significava valorizzare e onorare proprio le persone che i fascisti desiderano
maggiormente espellere e gettare via: la forza lavoro immigrata e della classe
lavoratrice che mantiene in funzione la città. La campagna accese i riflettori
sui fattorini derubati da piattaforme come DoorDash, sugli operai dei magazzini
Amazon che lottano perché i loro sindacati vengano riconosciuti e sui tassisti
in fila a LaGuardia, parte di quella forza lavoro notturna che permette a New
York di vantarsi di essere la città che non dorme mai.
Di fronte
alla prospettiva di una città più giusta finanziata da aumenti fiscali
marginali, alcuni profetizzarono un esodo dei miliardari. Il gestore di hedge
fund Bill Ackman minacciò di andarsene insieme ad altri percettori di redditi
elevati e Fox predisse una «Mamdani Migration». Gli agenti immobiliari del
lusso riferirono di essere sommersi da telefonate di clienti intenzionati a
vendere i propri attici e trasferirsi a Palm Beach.
Le minacce
di diserzione sottolineavano soltanto la natura reciprocamente rafforzante dei
due temi centrali della campagna di Mamdani: l’amore gioioso per il luogo in
cui si vive, anche quando quel luogo è parecchio malandato, e i progetti
concreti per ripararlo e migliorarlo. Più si è devoti a un luogo, più
facilmente si investono le risorse e l’energia necessarie a migliorarlo. È una
politica fondata sul desiderio di restare, di proteggere tutto ciò che è
insostituibile, umano e vivo, anziché sul desiderio di fuggire da questo regno
terrestre, siano essi le nostre città o i nostri corpi animati.
È lo stesso
spirito che abbiamo visto motivare le persone che proteggono l’aria e l’acqua
dall’espansione dei data center e difendono i vicini immigrati dall’ICE.
Raccontando la rivolta durata settimane a Minneapolis, il giornalista Adam
Serwer descrisse in maniera memorabile l’ideologia guida della resistenza come
«neighborism», una sorta di «vicinismo», vale a dire «l’impegno a proteggere le
persone attorno a te, chiunque esse siano e ovunque siano nate». Era un’etica
aperta e accogliente che unì moltissime persone comuni nel fare qualcosa di
ingannevolmente semplice: proteggere i membri più esposti della propria
comunità da ciò che somigliava molto a un esercito invasore. Questo significava
affrontare i proiettili, cucinare la cena e aprire stanze libere alle famiglie
che nelle proprie case non erano più al sicuro.
In questi e
innumerevoli altri modi, gli abitanti del Minnesota si sollevarono per
affermare che i loro vicini si trovavano già dove appartenevano, che fossero
nati, come scrisse Serwer, a Minneapolis oppure a Mogadiscio.
Le reti
umane che i vicini stanno costruendo, isolato dopo isolato, chat di gruppo dopo
chat di gruppo, vanno oltre il rifiuto. Nella nostra epoca di shock seriali e
crisi che si intersecano, rappresentano anche la base di una forma differente
di survivalismo. Mentre le diverse correnti del fascismo costruiscono bunker
destinati a pochi, le nostre sono reti di sopravvivenza fondate sul principio
che ciascuno di noi, senza eccezione, meriti di vivere e prosperare. Sono
inoltre unite dalla convinzione che mantenersi reciprocamente al sicuro quando
arriveranno gli inevitabili shock sia un dovere sacro. Una parte di questo
lavoro consiste nel raccontare nuove storie, storie abbastanza vere e capaci di
ispirare da aiutare i nostri esausti simili a innamorarsi nuovamente della
nostra unica casa e a rinnovare con fierezza l’impegno a difenderla con tutto
ciò che possiedono.
Alcuni mondi
devono finire
Quelle
storie non possono riguardare un ritorno a qualcosa chiamato «normalità», a ciò
che passava per quiete prima della Brexit, di Trump e della svolta autoritaria
della Silicon Valley. Furono proprio quelli gli anni in cui troppi problemi
vennero lasciati accumulare e incancrenire: il fascismo rappresenta sempre una
risposta deformata a crisi reali. E il fascismo della fine dei tempi è una
risposta a crisi reali di scala planetaria, fra cui concentrazioni sempre
maggiori di carbonio nell’atmosfera e di ricchezza nelle mani dei super-ricchi.
Le risposte che propone, sacrifici di massa di esseri umani e non umani, sono
mostruose e devono essere estirpate dal nostro mondo.
Per
riuscirci dovremo capire come affrontare le crisi sottostanti di cui si nutre
il fascismo contemporaneo. Perché i confini vengono oltrepassati.
I limiti vengono superati. Stiamo sbattendo contro
dei muri. I fascisti vogliono farci credere che a schiantarsi contro il muro
sia la storia umana: è finita, dunque assicuratevi di trovarvi fra gli eletti
che trascenderanno verso il prossimo mondo. Pregate il vostro Dio perché vi
salvi. Impiantate il chip, fondetevi con le macchine. Militarizzate e
purificate la vostra nazione trasformata in bunker. Armatevi fino ai denti e
nascondetevi dietro la vostra fortuna. Non preoccupatevi degli esseri umani,
degli animali, degli alberi, dei fiumi e delle barriere coralline che non ce la
faranno.
Si
sbagliano. A sbattere contro il muro non è la storia dell’umanità. È piuttosto
la storia nella quale siamo rimasti intrappolati. Quella secondo cui l’avidità
deve essere il motore della civiltà. Quella secondo cui la crescita può
continuare per sempre. Quella secondo cui esistono sempre nuove efficienze da
trovare, altri lavoratori da razionalizzare, altre risorse da sacrificare,
altre persone, altri luoghi e altri pianeti da colonizzare. Sono questi miti a
scontrarsi con il muro della realtà, e di conseguenza molte cose dovranno
cambiare.
Le logiche
che devono essere abbandonate dovrebbero ormai essere chiare. Violenza
illimitata. Sfruttamento senza vincoli. Ricchezza insaziabile. Dominio
incontrollato. Sono queste le pulsioni che rendono impossibile la convivenza.
Guardando avanti, si aprono due strade. Possiamo abbandonare e tradire questo
mondo, oppure rompere con il capitalismo e costruire nuovi sistemi economici e politici
che onorino la vita e diano priorità alla cura e alla riparazione.
Per fortuna
non partiamo da zero. Chi ha lottato prima di noi nei nostri movimenti ci ha
lasciato mappe verso Sion terrene nelle quali tutti sono accolti, verso futuri
inclusivi nei quali pace e sicurezza costituiscono principi fondamentali. Un
futuro diverso da quello post-umano desiderato dai fascisti della fine dei
tempi: un futuro post-capitalista e favorevole a tutta la vita. Profondamente
democratico, socialista, femminista, multirazziale, multispecie,
internazionalista, generoso, coraggioso e vivo. Incarnato e sensoriale,
fieramente legato alla Terra.
Ed è proprio
questa, in fondo, la prospettiva che terrorizza i fascisti della fine dei tempi
più di qualsiasi altra cosa. È per questo che Thiel denuncia come anticristo
chiunque tenti di regolamentare i combustibili fossili e l’IA; ed è per questo
che Trump e Vance diffamano i cittadini non violenti del Minnesota che
difendono i propri vicini definendoli «terroristi interni». Ciò che tiene
svegli questi uomini la notte siamo… noi. La possibilità che sorga un movimento
popolare e vigoroso capace di difendere questo pianeta e le molte forme di vita
che lo chiamano casa.
Non abbiamo
scelto di nascere dentro una lotta tanto decisiva, però siamo arrivati a un
punto di scelta. Possiamo seguire i fascisti della fine dei tempi verso
l’oblio, oppure impegnarci a costruire quel movimento indisciplinato e capace
di attraversare i confini che essi temono così profondamente. Un movimento che sottragga
loro le armi, li chiami a rispondere dei loro crimini e difenda il paradiso di
questo luogo.
Questo
saggio è adattato dal libroEnd Times Fascism: And the Fight for the Living World, in
uscita il 15 settembre per Farrar, Straus and Giroux.
Naomi Klein
è editorialista di Guardian US e contributing writer. È professoressa di
giustizia climatica e co-direttrice del Centre for Climate Justice
dell’Università della British Columbia.
Astra Taylor
è scrittrice, organizzatrice e documentarista, nonché cofondatrice del Debt
Collective.
La campagna
di disinformazione mediatica sta provando a far passare la morte di Quentin Deranque
come la conseguenza di attacco a un manifestante pacifico. La verità è che il
ragazzo di 23 anni poi deceduto faceva parte di un commando di fascisti
Giovedì 12
febbraio si è svolta alla Facoltà di Scienze politiche di Lione una conferenza
tenuta dall’europarlamentare Rima Hassan (La France Insoumise), contestata
all’esterno dell’ateneo dal collettivo femo-nazionalista “Nemesis”.
In questo
contesto, diversi minuti dopo e a varie centinaia di metri di distanza dalla
facoltà, un gruppo di circa 16 giovani di estrema destra armati di spranghe,
fumogeni in versione “torcia infiammabile” e spray al peperoncino ha teso un
agguato a dei militanti antifascisti, disarmati e in minoranza numerica.
Questo è ciò
che si vede nei video di Contre-attaque e Le Canard Enchainé che
ripubblichiamo oggi e che ricostruiscono il contesto dell’aggressione a Quentin
Deranque.
In seguito
alla colluttazione il gruppo di estrema destra è fuggito, lasciando indietro
alcune persone. Tra questi c’era Quentin Deranque, che a seguito dei colpi
ricevuti durante il confronto ha riscontrato traumi cranici di importante
gravità. Solo questi fatti sono riportati nel video che è
inizialmente circolato, che molti giornali francesi hanno pubblicato senza
spiegazione, così come stanno facendo molti giornali italiani
Purtroppo
Quentin Deranque, non si è recato subito in ospedale, ma solo in seguito, e il
16 febbraio è poi morto per i colpi subiti.
Quentin
faceva parte di un gruppo identitario, estremista cristiano, fascista e
razzista che rivendica apertamente la violenza come arma politica. In ogni
caso, nessuno dovrebbe morire in colluttazioni violente, tantomeno a 23
anni.
Ripubblichiamo
oggi la contro-inchiesta di Contrenattaque, che spiega e inquadra i fatti
accaduti a Lione, che oggi vengono utilizzati anche in Italia per delegittimare
tutta la sinistra, dai partiti ai movimenti, ma anche i valori antifascisti a
cui si ispira la nostra Costituzione.
TF1, AFP,
Obs, France Info, Libération (organi di informazione n.d.t.) Juan Branco,
François Ruffin, Raphaël Glusckmann, Emmanuel Macron e tutti gli altri da 5
giorni riprendono la versione inventata dai neonazisti per criminalizzare
l’antifascismo e trasformare gli aggressori in vittime. È uno scandalo
nazionale.
Martedì,
mentre tutti i parlamentari francesi rendevano omaggio all’attivista di estrema
destra, Le Canard Enchaîné ha confermato
la nostra inchiesta: i neonazisti di Lione si erano effettivamente
posizionati prima dell’incontro di Rima Hassan e avevano organizzato un attacco
contro eventuali antifascisti di passaggio. Le Canard ha pubblicato un filmato
degli eventi accaduti prima dell’inizio dell’incontro, a diverse centinaia di
metri da Sciences Po.
Il filmato
mostra un gruppo di estrema destra con una torcia infiammabile – lanciata
contro gli antifascisti con l’intenzione di ustionarli gravemente, come ci ha
spiegato il nostro testimone – oltre a spranghe di ferro ed elmetti. Le Canard
scrive: «Alcuni erano dotati di guanti tirapugni. Uno di loro colpisce i suoi
avversari con un casco da motociclista, un altro usa una stampella e lo spray
al peperoncino. Un terzo usa un ombrello».
Un’analisi
attenta di questo breve video rivela 13 antifascisti caricati da 16 militanti
di estrema destra. Il gruppo di Quentin è quindi in maggioranza. È fondamentale
notare che, in questa breve clip, il gruppo neonazista è vestito interamente di
nero, con la maggior parte dei volti mascherati, e usano fumogeni in versione
“torcia infiammabile” e manganelli, mentre il gruppo che risponde solo con i
pugni indossa abiti chiari.
Questo
dettaglio è significativo: dimostra che il gruppo di Quentin Deranque era
effettivamente preparato al combattimento, mentre gli antifascisti sembrano
essere stati colti di sorpresa. Non avevano equipaggiamento difensivo o
offensivo e il loro abbigliamento era facilmente identificabile. Un gruppo
giunto con l’intenzione di combattere non si sarebbe presentato in questo modo.
Un attivista
vicino a Quentin Deranque ha giurato al quotidiano di estrema destra Frontières
di aver visto l’assistente parlamentare di Raphaël Arnault tirare pugni: «Siamo
in 15 ad averlo visto, ne siamo certi al 100%». Involontariamente, ha così
confermato che il suo gruppo era composto da almeno 15 persone e che quindi
avevano abbandonato il loro amico. Questa rissa, scatenata dall’estrema destra,
come accade regolarmente a Lione, è finita male per chi l’ha organizzata.
La carica del gruppo fascista
di cui faceva parte Quentin Deranque
Clicca per
accettare i cookie di terze parti e abilitare questo contenuto
Fonte: Contre-attaque.net
A
questo link l’aggressione
fascista ripresa da un’altra angolatura. Fonte: Le Canard Enchainé
La “protezione” di Nemesis
non era l’obiettivo
Su
Mediapart, un altro resoconto conferma
questa sequenza di eventi: “uno studente di sinistra” che stava
partecipando alla conferenza di Rima Hassan conferma che il suo gruppo ha preso
il sottopassaggio ferroviario e poi ha incontrato gli attivisti di estrema
destra che, a quanto pare, “gli sono saltati addosso”. «C’è stato un gran caos.
Ci hanno lanciato una torcia o una granata fumogena, che ha colpito uno di noi
direttamente in faccia». Tutto torna. Molto più delle 15 versioni
contraddittorie fornite dall’estrema destra negli ultimi giorni.
Un altro
errore va segnalato: il gruppo Nemesis (collettivo femo-nazionalista
francese, n.d.t.) continua a ripetere che Quentin e i suoi amici
sono stati invitati a “proteggere” le attiviste. Questa versione non regge a un
esame approfondito: perché questo gruppo di teppisti sarebbe rimasto nascosto
dietro un tunnel, a diverse centinaia di metri dalla conferenza e quindi dalle
azioni di Nemesis?
In realtà,
il gruppo di Quentin non era la “squadra di sicurezza” di Nemesis, ma una banda
armata che si aggirava nei pressi di un raduno di sinistra, alla ricerca di
potenziali bersagli. Forse si stavano coordinando con Nemesis, ma non erano lì
per loro. Il settimanale satirico Le Canard Enchaîné lo conferma, descrivendo
in queste immagini «un gruppo di estremisti di estrema destra che sembrano
aspettare altri alla fine di un sottopassaggio ferroviario».
È una
tattica comune tra i gruppi fascisti, a Lione come altrove, lanciare attacchi a
sorpresa contro singoli individui o gruppi isolati ai margini di eventi
antifascisti. Per chiunque abbia familiarità con l’estrema destra e la
situazione a Lione, questo è ovvio. Se la giustizia non fosse sotto il loro
controllo, starebbe perseguendo i soci di Quentin per aggressione aggravata con
armi da fuoco, o addirittura tentato omicidio.
Quentin si è alzato e ha
rifiutato di andare all’ospedale
L’estrema
destra ha quindi perso la battaglia, abbandonando tre dei suoi membri nella
fuga, e Quentin ha rifiutato le cure mediche. Su France Info, un vicino del
ragazzo deceduto ha dichiarato di averlo visto alzarsi dopo essere stato
picchiato: «Sembrava un po’ stordito, era in piedi ma si è rifiutato di andare
in ospedale, nonostante glielo avessero offerto. Ho visto solo le persone che
gli parlavano, dicendogli di andare in ospedale».
In ogni
caso, quello che è certo è che ha rifiutato. Solo più di un’ora e mezza dopo,
in un altro quartiere, è stato portato in ospedale in gravi condizioni. Perché
ha rifiutato le cure al pronto soccorso? Aveva materiale compromettente? Stava
cercando di fare il duro con i suoi amici fascisti? O era semplicemente troppo
stordito per prendere la decisione giusta? In tal caso, la mancanza di reazione
da parte dei suoi compagni è la vera tragedia.
Un insabbiamento da parte di
TF1
Sabato 14
febbraio, TF1 ha trasmesso, durante il suo notiziario in prima serata, le
immagini scioccanti e decontestualizzate che sono state successivamente riprese
ovunque. Presentate come video di un residente locale, mostravano «quindici
individui con giacche nere o di colore chiaro, diversi dei quali incappucciati,
che picchiavano tre individui a terra», secondo l’emittente.
Il giorno
dopo, Libération ha intervistato lo stesso testimone, Maxime, il quale ha
spiegato di aver girato non uno, ma due video. Il primo mostrava l’inizio della
colluttazione, e il secondo la fine, la parte in cui si scambiano colpi a
terra. Questo testimone ha specificato che TF1 aveva scelto di trasmettere solo
il secondo video, e non quello “in cui si vedono due gruppi uno di fronte
all’altro”.
Questa
scelta editoriale è estremamente grave: costituisce un deliberato inganno
dell’opinione pubblica. La redazione di TF1 aveva le prove che si trattava di
uno scontro tra due gruppi, ma ha presentato al pubblico un segmento troncato
della scena, creando l’impressione di un attacco gratuito a un individuo
isolato.
Ci sono
volute la nostra indagine, altre testimonianze e il video di Le Canard Enchaîné
per smentire questa disinformazione, ma il danno è fatto. I nostri media hanno
poca importanza rispetto al telegiornale condotto da Martin Bouygues, un
miliardario amico di Sarkozy. E come sappiamo, la mente umana tende a
conservare la prima versione che le viene presentata, soprattutto se è
scioccante. Diventa poi più difficile metterla in discussione in seguito, anche
con argomentazioni solide.
La polizia ha dato carta
bianca all’estrema destra
Mediapart
riferisce che «i servizi segreti territoriali erano stati avvisati da diversi
giorni della manifestazione programmata dal gruppo nazionalista femminista
Némésis davanti a Sciences Po. Tuttavia, nessuna presenza visibile della
polizia era stata schierata intorno all’edificio, nemmeno a scopo dissuasivo».
Contemporaneamente, la polizia è stata mobilitata presso l’Università Lyon 3
per disperdere una protesta antimilitarista durante una conferenza sulla
guerra. Ciò significa che le autorità hanno deciso di lasciare che l’estrema
destra agisse impunemente, portando armi, mentre gli agenti reprimevano una
manifestazione non violenta presso un’università.
Questa
scelta è indicativa della situazione a Lione, dove da 15 anni si verificano
attentati fascisti nella più totale impunità, ma anche della situazione del
nostro Paese, dove abbiamo visto la polizia proteggere la marcia neonazista
parigina del 10 maggio e vietare il raduno antifascista.
I media dei
proprietari miliardari, lo spostamento a destra del potere politico e la
proliferazione di milizie fasciste nelle strade non possono che portare a
tragedie di questo tipo, che a «oro volta alimenteranno ulteriori disastri. È
un circolo vizioso verso il peggio, a meno che non si scateni un’ondata di
resistenza contro questa cupa spirale.
La versione
originale dell’articolo è stata pubblicata da Contre-attaque.netmartedì 17 febbraio
MANIFESTAZIONI DI MASSA, VIOLENZA DI MINORANZA: IL
COPIONE PERFETTO PER STRINGERE LE LIBERTÀ - Mario Sommella
Torino ci consegna l’ennesima scena doppia: una piazza
larga e partecipata, e poi una “coda velenosa” di violenza che cambia il fuoco
della narrazione. Nel mezzo, un rischio politico enorme: che l’ordine pubblico
diventi il cavallo di Troia per ridurre gli spazi di dissenso, mentre le
responsabilità individuali si dissolvono in un racconto di comodo.
C’è un punto che andrebbe scolpito prima di tutto: una
manifestazione riuscita non è un dettaglio folkloristico da archiviare quando
arrivano gli scontri. È un fatto politico. Migliaia, decine di migliaia di
persone che attraversano una città, che dicono “ci siamo”, che mettono in
strada corpi, rabbia, speranza, conflitto sociale, sono una notizia in sé.
Eppure, quasi sempre, quel fatto politico viene triturato in pochi minuti da
un’altra notizia, più semplice e più spendibile: le botte, il sangue, la paura.
A Torino è accaduto ancora. Un corteo partecipato e
pacifico, poi la guerriglia urbana dopo il buio. Il risultato è il copione
perfetto per chi, al governo, sogna una democrazia addomesticata: piazze
“autorizzate” solo finché non disturbano, e repressione “preventiva” quando
disturbano davvero.
IL MECCANISMO: LA PIAZZA VINCE, POI ARRIVA LA FIRMA DI
POCHI
Il politologo Marco Revelli descrive da anni un rituale che si ripete: la
grande maggioranza manifesta, sfila, tiene la linea; poi, quando la giornata
finisce e la città si svuota, entra in scena un gruppo ridotto che “firma” la
serata con la violenza.
È qui che nasce il dubbio più corrosivo, quello che
tanti avvertono ma che va maneggiato con rigore: possibile che questo finale
ricorrente faccia comodo a qualcuno? Possibile che basti “lasciar fare” perché
una minoranza trascini tutti nella cornice più utile al potere? Revelli stesso
invita a non scivolare nella dietrologia, ma segnala un punto politico reale:
quando la gestione dell’ordine pubblico è sconsiderata o passiva, il finale può
diventare prevedibile. 
E non è una questione astratta, perché il “finale”
produce conseguenze concrete: feriti, arresti, campagne mediatiche, norme
nuove.
RESPONSABILITÀ: CHI PICCHIA VA FERMATO, IDENTIFICATO,
PROCESSATO
Qui non servono ambiguità. Chi aggredisce un agente isolato, chi usa oggetti
contundenti, chi trasforma una piazza in un ring commette reati e va
perseguito. Punto. Non “perché lo chiede il governo”, ma perché lo chiede lo
Stato di diritto: la libertà di manifestare non è la libertà di devastare, e la
solidarietà politica non può diventare copertura penale.
Su questo terreno, la richiesta è una sola: indagini
rapide, ricostruzione completa, responsabilità individuali accertate. La
cronaca parla già di arresti effettuati anche con il meccanismo della flagranza
differita.
Bene: si vada avanti fino in fondo, senza scorciatoie e senza propaganda.
MA LA LEGGE VALE PER TUTTI: ANCHE PER CHI PORTA IL
CASCO E IL MANGANELLO
L’altra metà della scena non può essere cancellata. Le testimonianze e i video
circolati descrivono lacrimogeni ad altezza d’uomo, cariche, manganellate,
persone colpite mentre sono a terra, e una pressione che non risparmia chi
documenta. In uno dei racconti più citati, un fotografo prova a identificarsi
mentre viene trascinato; in un altro, si vede un ferito con una lesione
profonda alla testa e attorno la richiesta di soccorso.
Non è “tifo contro la polizia” dire che anche questi
fatti vanno verificati, e se confermati vanno sanzionati. È esattamente il
contrario: è pretendere professionalità, proporzionalità, controllo,
trasparenza. Perché la divisa non è un lasciapassare morale, e la sicurezza non
coincide con l’impunità.
IL DECRETO SICUREZZA: QUANDO LA PAURA DIVENTA MATERIA
PRIMA LEGISLATIVA
Ed eccoci al punto politico decisivo. Dopo gli scontri, il governo ha
annunciato un’accelerazione sul nuovo “decreto Sicurezza”, con riunioni a
Palazzo Chigi e l’ipotesi di un via libera in tempi strettissimi.
Tra le misure che vengono riportate nel dibattito pubblico spicca lo “scudo
penale” per le forze dell’ordine (e in alcune ricostruzioni anche per altre
categorie), cioè un meccanismo che punta a rendere più difficile o più tardiva
l’iscrizione nel registro degli indagati in presenza di cause di
giustificazione come la legittima difesa o l’uso legittimo delle armi.
Qui la domanda non è ideologica, è costituzionale: uno
Stato di diritto si regge sulla controllabilità del potere, non sulla sua
immunità preventiva. Se esiste un abuso, si accerta. Se non esiste, si
archivia. Ma l’idea di sterilizzare a monte la possibilità di controllo
giudiziario è un salto culturale pericoloso: la forza pubblica non deve “temere
la legge”, deve incarnarla.
E c’è un altro rischio, ancora più sottile: che il
pacchetto sicurezza venga venduto come “risposta ai facinorosi”, ma finisca per
colpire soprattutto chi facinoroso non è, cioè la parte grande e pacifica delle
piazze. Perché la storia insegna questo: quando restringi gli spazi, non
selezioni i violenti; selezioni i poveri, i giovani, i movimenti, chi ha meno
voce e meno tutela.
INFILTRATI? IL DUBBIO VA PRESO SUL SERIO, MA SENZA
TRASFORMARLO IN ALIBI
In ogni ciclo di protesta torna la parola “infiltrati”. A volte è una verità
storica (perché i poteri lo hanno fatto e lo fanno). A volte è un modo per non
guardare in faccia le responsabilità reali dentro i movimenti. Qui la postura
corretta è una sola:
I) non trasformare il dubbio in una certezza utile
solo a consolarsi
II) non liquidare il dubbio come paranoia, perché i precedenti esistono
III) pretendere fatti: identificazioni, dinamiche, catene di comando, tempi di
intervento, scelte operative
In altre parole: la magistratura e gli organismi di
controllo facciano il loro mestiere, e lo facciano alla luce del sole. Perché
se le violenze di pochi diventano l’alibi per ridurre le libertà di molti,
allora quei pochi hanno già vinto due volte.
COME SI DIFENDE UNA PIAZZA SENZA REGALARLA ALLO STATO
DI POLIZIA
La linea, per chi ha a cuore i diritti e non vuole regalare argomenti alla
destra securitaria, è scomoda ma necessaria:
I) isolare politicamente chi cerca lo scontro, senza
ambiguità e senza romanticismi
II) costruire pratiche di protezione della manifestazione (anche interne),
perché una piazza è un bene comune
III) pretendere regole di ingaggio chiare e verificabili per l’ordine pubblico:
proporzionalità, tracciabilità, tutela di giornalisti e soccorso immediato ai
feriti
IV) respingere l’equazione “più repressione uguale più sicurezza”: la sicurezza
vera è fiducia nelle istituzioni, non paura delle istituzioni
La verità è semplice e dura: le piazze che funzionano
spaventano chi governa male. Per questo ogni “coda violenta” diventa un regalo
politico: sposta l’attenzione dal motivo della protesta alla sua punizione. Ma
se accettiamo questo ricatto, abbiamo già perso.
Si indaghino e si puniscano i responsabili delle
violenze, uno per uno. E si indaghino, con la stessa determinazione, eventuali
abusi nelle cariche, nelle modalità operative, nella gestione di chi documenta.
Perché la democrazia non si difende scegliendo tra violenti e impuniti: si
difende applicando la legge a tutti, e proteggendo il diritto di dissentire
proprio quando qualcuno prova a trasformarlo in un reato.
A Torino matrice
eversiva - Gianni Gatti
Parla Piantedosi: “In azione potenziali terroristi”.
C’è la stretta: super-Daspo e fermo preventivo
Il titolo della prima pagina della “bujarda” di
oggi.
E questa è solo una delle voci del coro che non
aspettavano altro per dare via libera a Piantedosi, Meloci e& Co a forme
giuridiche di repressione aumentata.
Il tema è la manifestazione di 50.000 persone a Torino
contro la chiusura avvenuta del centro sociale Askatasuna , in cui durante lo
svolgimento pacifico alcune frange hanno scelto per tutti la battaglia con la
polizia (vetrine rotte cassonetti, bombe carta, petardi, legnate ai poliziotti
pescati isolati e via dicendo, per un totale di circa 100 poliziotti feriti),
ovvio nel conto, anche quelli che si sono spelati un dito e fanno numero per
dare forza a questa tesi di necessità repressiva.
Per quello che vale la mia opinione di persona per la
pace, non pacifista ideologico, (personalmente non porgo l’altra guancia, se mi
attaccano mi difendo come posso) mi pare ci sia da riflettere, non conosco la
tesi di chi si è organizzato appositamente per arrivare a questa battaglia ed
ha programmato questi episodi
Ovviamente lo faccio da un punto di vista politico,
non preconfezionato e porrei alcune domande:
Cosa ha aggiunto questo comportamento alla
manifestazione partecipata la violenza di parte?
Si pensava di vincere contro una forza preponderante e
organizzata come i corpi antisommossa?
Quale messaggio viaggia su queste ali verso chi,
timoroso si è visto suo malgrado coinvolto o verso chi non ha partecipato
proprio perché temeva per la propria sicurezza ( a ragione o a torto chi può
biasimare?)
E’ partito il coro delle cornacchie, anche di sinistra
contro i potenziali terroristi, quelli che se era al comando Minniti o Guerrini
li chiudeva su un isola e buttava la chiave (come in parte fa la Meloni)
Oppure questa violenza forzata era una prova di forza
cercata per attrarre sgarrupati senza un progetto politico o aggregazione che
correvano a sfogarsi ?
Secondo me non è chiaro il momento generale e globale
dell’attacco della finanza mondiale alle condizioni di vita e di lavoro ovunque
ed in Italia in particolare, dove i partiti istituzionali li senti solo dopo
queste occasioni per buttare benzina sul fuoco e stigmatizzare i violenti, non
per spiegare le cause a monte.
Così come titola la Stampa, ma non
solo, si aprono “autostrade repressive giuridiche”, si stracciano i diritti dal
posto di lavoro alla società e anche fra nazioni verso una destra poliziesca
come concezione, che non ha neppure più un anelito sovranista di indipendenza,
se mai lo ha avuto.
Piantedosi non poteva chiedere di più, ma per qualcuno
quel comportamento era indispensabile.
Come le fughe in avanti per formare attraverso unioni
di vertici di gruppi dell 0,…. nuovi partiti che senz’altro trascineranno alla
…vittoria finale. La confusione nel movimento regna sovrana
Alla prossima manifestazione molti ci penseranno due
volte a partecipare in questo incrudimento repressivo. Oggi se ti mettono
dentro anche solo per 10 giorni puoi perdere il posto di lavoro e avrai una
marea di problemi a campare con quel curriculum sulle spalle…
Mi pongo e rilancio queste domande banalmente
pragmatiche e dubbi, perché non vedo vantaggi nell’accaduto (e non sarà
l’ultima volta)
Non lo vedo dal punto di vista: erano 50.000, che è
apprezzabile ovvio, ma dal punto di vista qual’era l’obiettivo generale della
manifestazione, per quale risultato.
Ritornerà una possibilità dopo questo fatto che
risorga un Askatasuna nuovo e diventi un centro sociale frequentato, produttivo
e aggregante come lo è stato quello di Borgo Vanchiglia?
Nei Talk show non parlano del PERCHE’ SONO STATI
SGOMBERATI QUEI CENTRI, MA DEGLI ASPIRANTI TERRORISTI COME LI DEFINISCE
Piantedosi.
Lui fa solo il suo sporco mestiere.
Mille analisi si leggono sui social, raccontano il
momento dal punto di vista economico, ambientale, produttivo, di relazioni,
ecc. La vita è sempre più complicata per tanti motivi e uno degli aspetti è che
NON C’E’ al momento una reale adeguata OPPOSIZIONE politica, mille reti e
gruppi territoriali che si muovono senza un raccordo, una forma di aggregazione
su un progetto sociale e infine una normale, sentita manifestazione diventa la
prova di assalto “al palazzo d’inverno”
Secondo me è una follia. La sicurezza di chi manifesta
deve essere garantita almeno da accordi fra gli organizzatori, perché fra un
po’ saremo nella condizione come alle elezioni dove il 55 % se ne frega e non
vota, ma soprattutto non fa nulla per cambiare la situazione giorno per giorno.
Avere coscienza dei tempi che corrono è fondamentale,
come delle forze in campo, della disgregazione anche motivata, delle differenze
culturali.
Come pensare che nella situazione attuale dalla
Palestina o dall’Ucraina crescano forti opposizioni gestite e capaci di
cambiare la storia
Siamo in un momento in cui le motivazioni per
protestare e opporsi non mancano certo, ma se non c’è un lavoro di dialogo e
aggregazione inclusiva, un elaborazione politica di obiettivi comuni affiancata
dall’abitudine di frequentarsi e confrontarsi siamo davvero poca cosa.
Ancora
sui fatti di Torino - Eric
Gobetti
Fermo restando che la violenza su una persona inerme è
sempre condannabile, la violenza della polizia è strutturalmente più grave di
quella dei manifestanti. Per due ragioni. Primo: il compito della polizia è
proteggere i cittadini e permettergli, tra le altre cose, di esprimere il
proprio diritto costituzionale al dissenso. Creare condizioni di insicurezza
fisica a decine di migliaia di cittadini è sintomo di grave incompetenza o di
criminale attacco alla libertà di espressione. Secondo: la polizia è armata e
protetta. In caso di conflitto un civile è sempre una vittima inerme. Se vale
per le foibe, deve valere anche per Gaza e per Torino. Il poliziotto aggredito
in corso Regina è già a casa e sta bene, perché era preparato, addestrato e
vestito adeguatamente per lo scontro, in quanto militare pagato dallo Stato per
affrontare rischi del genere. Il signore in foto, aggredito a Torino da
poliziotti senza numeri identificativi, è una vittima inerme di un abuso di
potere: avrebbe potuto anche essere ucciso e, come sappiamo da altri casi
analoghi, quasi certamente il colpevole sarebbe rimasto impunito. Un
rappresentante dello Stato che si preoccupa di un singolo poliziotto lievemente
ferito e ignora (o peggio criminalizza) decine di cittadini inermi aggrediti da
persone armate, si schiera implicitamente dalla parte dei violenti, degli
incompetenti e dei criminali. E contro tutti gli italiani che giustamente
chiedono sicurezza e libertà di espressione. In sostanza, contro la democrazia.
#torinoresiste
#libertàdidissenso
#poliziademocratica
Di cosa
ci parla la violenza? - Marco
Meotto
“Hey, hey, abbasso la polizia. Che vi siano
spezzate le ossa”. Così recita il ritornello di un’antica canzone di lotta
del Bund, il glorioso partito socialista rivoluzionario degli ebrei russi e
polacchi di inizio Novecento.
Ho in testa il ritornello in yiddish di questa canzone (Hey, hey, daley
polizei!) dal tardo pomeriggio di sabato 31 gennaio, quando
una manifestazione ben riuscita, popolata da decine di migliaia di persone,
si è conclusa con oltre due ore di durissimi scontri tra polizia e centinaia,
se non un migliaio, di manifestanti, piuttosto ben attrezzati per la
“guerriglia urbana”.
Vorrei partire da questa personalissima libera associazione di idee per provare
un esercizio, scomodo e molto controcorrente, di analisi dei disordini di
sabato in una chiave diversa da quelle che sinora sono state adottate – e che
si possono semplificare in condanna netta (da destra) e dissociazione (da
sinistra). Vorrei spostare il discorso sul piano più generale del rapporto, a
mio modo di vedere piuttosto ipocrita, che abbiamo nei confronti della violenza
di piazza e dei suoi significati simbolici.
Faccio una premessa di metodo: nel mio ragionamento non mi soffermerò sulla
domanda, più che legittima, del cui prodest, non perché non la
ritenga importante (anzi, è importantissima e mi inquieta), ma perché una tale
domanda sottende altro. E vale a dire invita a pensare che gli scontri siano
stati, se non direttamente provocati da infiltrati, in qualche modo cercati e
costruiti come “trappola” per delegittimare un movimento di massa.
Indipendentemente da fattori che è bene non escludere mai – gli apparati di
Stato si infiltrano a prescindere nelle frange più radicali – questo tipo di
lettura, tutto teso a cogliere i fini e non le cause, tende a negare o a
ridimensionare al minimo la soggettività di chi concretamente gli scontri li ha
condotti. E, a meno di pensare che gli infiltrati e i provocatori fossero
centinaia e centinaia, questo modo di procedere non ci aiuta ad andare a fondo.
Spesso lo sguardo sulle forme violente di conflitto sociale è affetto da una
singolare miopia selettiva, una forma di schizofrenia storica e geografica che
depotenzia completamente la nostra capacità di comprendere il presente.
Qualcuno avrà smesso di leggere già a questo punto, ritenendo che gli incidenti
di sabato scorso non possano essere intesi come “conflitto sociale”, ma cosa
sono centinaia di persone che si scontrano in piazza con la polizia se non una
forma estrema e violenta – discutibilissima, se si vuole – di conflitto
sociale?
Da storico, sulla scorta di lezioni preziosissime come quelle di E.P. Thompson,
quando ho studiato le rivolte del passato – i moti per il pane nell’Inghilterra
del Settecento, il luddismo che fracassava i telai, le sollevazioni delle plebi
urbane ottocentesche – mi sono sempre concesso il lusso dell’analisi complessa.
Ho ritenuto legittimo scavare nelle condizioni materiali, nella rottura di
patti sociali non scritti, nell’economia morale violata. Diciamo: “Erano
disperati”, “Vivevano sotto un’ingiustizia intollerabile”. La violenza sociale,
agli occhi dello storico, diventa un linguaggio, rozzo – magari moralmente non
condivisibile – ma decifrabile, l’ultimo vocabolario a disposizione di chi è
stato privato di ogni altra parola.
Osservo che lo stesso sguardo, più propenso al
comprendere che al giudicare, è spesso riservato anche a forme estreme di
conflittualità o rivolta che ci appaiono distanti nello spazio. Di fronte alle
immagini di una protesta che degenera in scontri violenti in qualche capitale
lontana, o di una folla che si riversa in piazza mettendo a ferro e fuoco le
strade in una grande città (possibilmente non europea), ci trasformiamo
immediatamente in sociologi. Proviamo a cercare le cause profonde: “è l’eredità
del colonialismo”, “è la disoccupazione endemica”, “è la repressione di un
regime autoritario”. In questi casi, la violenza – almeno negli osservatori che
guardano da sinistra – non è mai ridotta a semplice criminalità, a terrorismo
nichilista. Piuttosto è il sintomo tragico e comprensibile di un male sociale
radicato. In questo senso lo sguardo è esotico, colloca i fenomeni sociali in
un contesto così distante e “altro” da noi da poterli analizzare con distacco,
senza sentire minacciato il nostro ordine di cose vigente.
Il paradosso emerge quando invece rivolgiamo lo sguardo al conflitto urbano,
quando avviene qui ed ora, sotto i nostri occhi. Per i fatti di sabato scorso
l’attrezzatura analitica svanisce. Subentra immediatamente il registro
patologico della criminalità: “teppisti”, “violenti”, “agitatori
professionisti”, “black bloc”, “terroristi”. È una lettura, spesso fatta da
politici o da chi si ritiene tale, che, però, depoliticizza i fenomeni. La
violenza viene osservata come un atto di pura insensatezza, per qualcuno da
reprimere, per altri da allontanare con verbose condanne. Questo finisce per
legittimare, in un modo o nell’altro, la narrativa che propone lo stato
d’eccezione, non quella che prova a comprendere le ragioni sociali profonde di
un fenomeno.
L’insegnamento di Thompson diventa una bussola
preziosa per evitare questa trappola. Studiando le trasformazioni sociali tra
Settecento e Ottocento, Thompson ci ha insegnato a non chiederci solo cosa
faceva la folla, ma soprattutto cosa intendeva fare, a quale codice morale o
consuetudinario si stesse, in modo più o meno esplicito, richiamando.
Nelle società preindustriali, la violenza collettiva spesso tracimava quando
veniva violato un confine preciso: il prezzo del pane che superava la soglia
della fame, una recinzione che rubava una terra di uso comune. Oggi, quali sono
le “enclosures”, i confini simbolici violati? Potrebbero essere l’impossibilità
di accedere a una casa nonostante un lavoro, la percezione che la mobilità
sociale sia un ascensore bloccato, la sensazione che la partecipazione
democratica si sia ridotta a un rituale vuoto, la trasformazione dello spazio
urbano in aree riservate che esclude, la consapevolezza che la la guerra è
dietro l’angolo ed è pronta a mangiare le nostre vite (le “nostre” e non quelle
delle élite che ce la presentano come necessaria, sia chiaro)?
C’è poi la questione del rapporto con lo Stato. Me lo
hanno suggerito direttamente i commenti politici più insistenti (“Hanno attaccato
lo Stato”, “vogliono sovvertire lo Stato”).
Cosa può rappresentare oggi lo Stato agli occhi di chi
non ha mai conosciuto la sua versione buona, “welfaristica” da trentennio
glorioso? C’è ormai una generazione e mezzo che ha conosciuto solo la versione
rude dello Stato, quello neoliberale, che taglia i servizi, che rinchiude nei
Cie, che ferma gli operai dell’Ilva quando chiedono che il lavoro sia tutelato,
che esegue gli sfratti su mandato dei palazzinari, che non fa nulla per
contrastare condizioni di lavoro così orribili che ci riportano indietro di un
secolo e mezzo, ma che trova i miliardi per il piano di riarmo europeo.
Sembrerà una banalità, ma nelle nostre società, lo Stato è onnipresente nella
sua forma repressiva: le forze dell’ordine sono il volto immediato
dell’autorità. Lo scontro con loro non è quindi solo uno scontro fisico, ma uno
scontro simbolico con chi è ritenuto il guardiano di un ordine ingiusto.
Dopotutto non è questa stessa percezione che riconosciamo guardando una rivolta
contro un regime estero che ci viene dipinto come una “autocrazia”?
Guardare con occhio storico i fatti di Torino di sabato scorso evita di
trasformarci in moralisti che disquisiscono con razionalità e distacco di come
si dovrebbe davvero fare una politica di sinistra. Significa guardare la
violenza e non domandarci in primo luogo “come la condanniamo?”, ma chiederci
“che cosa vuole comunicarci?”.
Dentro
il corteo - Giorgio Monestarolo
Percorrendo avanti e indietro l’enorme corteo di
sabato 31 gennaio, Torino partigiana, percepivo chiaramente una voglia di
lottare, di partecipare, di gridare che ne avevamo abbastanza di un governo che
se non è fascista è certamente nostalgico del fascismo. Con la stessa chiarezza
comprendevo però che queste stesse persone non avevano nessuna voglia di
scontrarsi con la polizia anzi, al contrario, speravano che Aska si mettesse
davvero alla testa di un grande movimento antifascista e popolare.
Qui sta la contraddizione, i due cortei che
apparentemente hanno sfilato per un lungo tratto insieme, ma che alla fine si
sono rivelati diversi. Molta della delusione che ritrovo nelle chat, nei
commenti del giorno dopo, nelle parole che scambio con gli amici e con i compagni
nasce da questo desiderio che, essendo irrealistico, non poteva realizzarsi.
Molte delle critiche che si rivolgono ad Aska per gli scontri, le violenze,
l’insensatezza politica di un’azione che non potrà che portare ad altra
repressione e ad altre divisioni a sinistra, nascono dal fatto che questa
enorme moltitudine continua a non pensarsi come soggetto politico e cerca,
disperatamente, qualcuno che possa rappresentarla.
Per tornare coi piedi per terra bisogna invece
guardare ad Aska per quello che è in questo momento. Aska rappresenta due cose:
da una parte, un mondo giovanile delle periferie o del centro, poco importa,
che non ha spazi, che non ha luoghi, che non ha punti di riferimento e che nel
mito di Aska ribelle cerca un principio di identificazione. Questi giovani
hanno dentro rabbia e disillusione, un po’ come tutte le generazioni giovanili
che si affacciano alla vita in una società, complessa, alienante come è la
società postindustriale. Dall’altra parte, Aska ha una generazione più vecchia,
con una lunga esperienza militante e politica, che è ben consapevole dei limiti
dell’identità ribellistica e giovanilistica. Sono quelli che in questi anni
hanno costruito un’ampia e vasta rete di alleanze sociali e politiche. Lo
sgombero violento e forzato della polizia a dicembre 2025 ha fatto saltare l’equilibrio. I
giovani non ci stavano ad accettare che la loro identità fosse cancellata. La
mediazione, è stata il grande corteo del 31, un corteo che ha permesso ai
manifestanti pacifici di sfilare in sicurezza e ha lasciato nell’ultimo tratto
la possibilità alla componente giovanile di scontrarsi con la polizia ed
esprimere, nel gergo antagonista, “la sua soggettività”.
In questo modo, non ci sono stati scontri lungo il
corteo, non ci sono state vetrine rotte, macchine bruciate, manifestanti
pacifici manganellati dalla polizia, cariche capaci di colpire nel mucchio. Il
prezzo politico è stato di sacrificare le alleanze e soprattutto di frustrare
quel desiderio così chiaro di schierarsi dietro Aska, come ultimo baluardo di
una politica che non c’è. Tutte le critiche politiche ad Aska possono essere
legittime. Ma dobbiamo anche domandarci: senza di loro, chi terrebbe un filo
diretto, un contatto con una gioventù insoddisfatta, spesso marginalizzata sul
piano sociale, ma ancora più spesso su quella culturale?
Torniamo ancora sulle violenze. Cosa sono state alla
fine? Tafferugli, petardi e bombe carta. Certo, giovani con i caschi, gli scudi
preparati agli scontri ma alla fine nulla a che fare con la guerriglia urbana o
con scene di violenza indiscriminate. Anche il poliziotto accerchiato, una
brutta scena, risulta un tassello di un mosaico e non il tutto. Sappiamo che
prima lo stesso poliziotto manganellava a terra un manifestante. Sappiamo che,
per fortuna, il famoso martello era in realtà un martelletto, e che potendo
fare danni irreparabili in realtà è stato sbattutto sul giubbotto
antiproiettile. Si giusifica questo comportamento? No, ma allo stesso tempo non
lo si può trasformare in qualcosa di mostruoso, in qualcosa di più grave di
quello che già è.
Quale lezione trarre? Intanto, sappiamo che il governo
oltre a reprimere, rubare, mal governare non sa fare. Cerca disperatamente un
nemico per coprire il nulla che ha realizzato in tre anni, lasciando il paese letteralmente
in mutande. Il malcontento e la rabbia non potranno che crescere ma sappiamo,
anche, che questo malcontento deve trovare una strada di espressione che sia a
tutto tondo politica. Quello che urge è la costruzione di un nuovo soggetto
politico che federi e unisca attraverso una fase costituente, anche lunga,
tutti coloro che dal basso si sono mobilitati contro la guerra, il genocidio,
il disastro sociale e ambientale prodotto dai governi precedenti e portato
all’estremo da quello dei profascisti. In questo cammino, che non so se mai
giungerà a termine, Aska avrà un ruolo. Non quello immaginario dei desideri
impossibili ma quello che nasce dal riconoscersi differenti, anche se dalla
stessa parte.
SERGIO
SEGIO su FB
Come mostrano le cronache e il dibattito dopo gli
scontri a Torino nella manifestazione contro lo sgombero di Askatasuna, il
doppio standard e gli strabismi nel giudizio politico e morale sulla violenza
si sono fatti senso comune, la torsione della verità è divenuta tanto più
spudorata quanto più incontrastata
Nel mio libro Miccia corta c’è anche
un apparato iconografico. Una delle fotografie lì contenute, e qui sotto
riportata, mostra un corteo sindacale della fine del 1969, successivo alla
morte in piazza dell’agente della celere Antonio Annarumma, rimasto
accidentalmente ucciso (in uno scontro tra due jeep della polizia, secondo
filmati e testimoni) durante scontri tra polizia e manifestanti. Nell’immagine,
un operaio tiene alto un cartello che ricorda all’allora presidente della
Repubblica: «Saragat! Operai 171, poliziotti 1».
Dopo la morte di Annarumma si scatenò una virulenta
campagna politico-mediatica contro operai in lotta, sindacati e partiti di
sinistra, che allora facevano il proprio dovere, cioè sostenevano le classi
sociali più deboli e denunciavano, nelle aule parlamentari e fuori, le
malefatte dei governi democristiani, talvolta sorretti dai voti del partito
neofascista. Quel partito si chiamava Movimento Sociale Italiano, aveva come
fondatore e segretario Giorgio Almirante, già capo di gabinetto del ministero
della Cultura durante il regime fascista, nonché capo redazione de “La
difesa della razza”, rivista antisemita e razzista dell’epoca. In quel
partito militarono anche alcuni di coloro che sono attualmente al governo in
Italia. E che, naturalmente, sono quelli che più forte strillano in questi
giorni, dopo gli scontri di Torino alla manifestazione di protesta per la
chiusura di Askatasuna.
A quel partito neofascista si rivolgevano anche le
simpatie e si convogliavano i voti di una cospicua parte dei poliziotti e
carabinieri dell’epoca. Così come di capi eversivi e di generali golpisti (tra
di loro Ciccio Franco e Vito Miceli) poi regolarmente eletti e portati in
Parlamento proprio dall’MSI per salvarli dalle rare e sempre inconcludenti
indagini giudiziarie, invece molto solerti ed efficienti nella repressione
contro operai, studenti e militanti della sinistra extraparlamentare. Pure una
parte non marginale della magistratura, infatti, era esplicitamente
conservatrice quando non di estrema destra. Del resto, molti dei vertici delle
polizie, dei servizi segreti e della magistratura ancora provenivano dai ranghi
del regime mussoliniano, essendo stati provvidenzialmente salvati e prontamente
reintegrati dalle ripetute amnistie e mancate epurazioni dopo la Liberazione.
Epurazioni che, invece, colpirono ed emarginarono i partigiani.
Quelle 171 vittime non hanno mai ottenuto alcuna
giustizia. E neppure le vittime della legge Reale: varata nel maggio del 1975
(con l’opposizione del PCI, che però successivamente si schierò contro il referendum
abrogativo) limitava il diritto di manifestare e rendeva non perseguibile
qualsiasi eccesso o uso improprio delle armi da fuoco da parte delle forze
dell’ordine; in sostanza una repressione del dissenso e uno scudo penale simile
a quello che vuole ora imporre il governo Meloni strumentalizzando gli scontri
avvenuti a Torino.
Dall’entrata in vigore di quella legge al 1989 le
forze dell’ordine provocarono 254 morti e 371 feriti, un terzo dei quali in
assenza di qualsivoglia reato. Uccisioni e ferimenti rimasti regolarmente
impuniti. Così come i tanti altri, prima e dopo, avvenuti a opera di uomini e
apparati dello Stato.
Erano anni di piombo, ma non nel senso fraudolento
divenuto comune, bensì in quello originario del film di Margarethe von Trotta.
Successivamente, le polizie, ormai non più controllate e “calmierate” dai
partiti della sinistra e da una stampa non asservita, hanno consolidato la
propria facoltà di violenza sproporzionata e gratuita in piazza contro
manifestanti e dissenzienti, la pretesa di impunità e i propri riferimenti
ideologici e politici.
Chi si ricorda dei coretti a Genova quando, dopo aver
ucciso Carlo Giuliani in piazza Alimonda, dopo la “macelleria messicana” alla
Scuola Diaz, dopo aver rastrellato manifestanti feriti negli ospedali e averli
portati alla caserma di Bolzaneto, mentre li torturavano, carabinieri e
celerini cantavano: «uno, due, tre viva Pinochet, quattro, cinque, sei morte
agli ebrei, sette, otto, nove il negretto non commuove»?
Come del resto, nessuno in precedenza aveva chiesto la
cacciata o almeno il prepensionamento di quel “professor De Tormentis”, al
secolo questore Nicola Ciocia, messo a capo di una squadra di poliziotti
torturatori voluta dal ministero dell’Interno contro i militanti della lotta
armata, un signore che si faceva intervistare con un busto di Mussolini sulla
scrivania e si dichiarava orgogliosamente «fascista mussoliniano».
Non erano né gli anni Cinquanta né più i Settanta: era
il 2001. Al governo, con Silvio Berlusconi, vi erano quelli stessi eredi del
neofascismo italiano che si erano fatti le ossa nelle sezioni del MSI e che in
quei momenti di “democrazia sospesa” (e mai più ripresasi, viene da dire).
Mentre i massacri e le torture erano in corso, in veste di ministri e di
vicepresidenti del Consiglio arringavano e sostenevano le polizie direttamente
nella sala operativa della questura e del comando dei carabinieri di Genova e
nella stessa caserma di Bolzaneto.
Eppure, allora, pur se non si arrivò a istituire una
Commissione parlamentare d’inchiesta, le opposizioni di sinistra e i media,
magari in parte, con prudenze, autocensure e timidezze, contribuirono a fare
conoscere la verità dei fatti, a denunciare l’accaduto. Il finale non è stato
granché diverso, poiché diversi responsabili in divisa della mattanza genovese
furono persino promossi.
Adesso, invece, come mostrano le cronache e il
dibattito dopo Torino, il doppio standard e gli strabismi nel giudizio politico
e morale sulla violenza si sono fatti senso comune, la torsione della verità è
divenuta tanto più spudorata quanto più incontrastata.
Con la memoria, ci è stata infine tolta anche la voce
e la volontà di stare dalla parte del torto, quella degli oppressi, delle
vittime del potere e della repressione.
Non c’è più nessuno, se non minoranze marginali senza
più ascolto, che abbia il coraggio di gridare ad alta voce: «Mattarella!
Manifestanti 171, poliziotti 1».
Anche perciò quando, dopo Askatasuna, verranno a
prendere pure voi – e state pur certi che verranno, perché il fascismo è come
lo scorpione dell’apologo – non ci sarà più nessuno a difendervi.
comunicato Askatasuna
«Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito», spesso attribuita
a Confucio, anche se più correttamente riconducibile alla tradizione
zen/buddista.
Il senso è semplice e potente: ci si può perdere nel mezzo e mancare il
significato, fermarsi alla superficie senza cogliere ciò che davvero è in
gioco. È un proverbio utile oggi più che mai, per non perdere la bussola e
andare a ruota della macchina narrativa costruita e alimentata dal governo e
dai media mainstream a esso supini, a partire da ciò che è accaduto nella
manifestazione del 31 gennaio.
Il corteo nazionale contro lo sgombero di Askatasuna è stato un successo al di
là di tutte le aspettative. Lo sappiamo noi e lo sa, soprattuto, il governo. Un
passaggio fondamentale di un percorso nato dallo sgombero di un centro sociale
simbolo di resistenza, capace di far convergere centinaia di realtà e oltre
50.000 persone in una manifestazione a difesa degli spazi sociali, delle
pratiche di libertà e contro il governo Meloni. Una vera boccata d’ossigeno in
un contesto politico, nazionale e internazionale, segnato da guerre,
colonialismo, repressione e da un clima generale che farebbe accapponare la
pelle anche ai più ottimisti. In un tempo dominato da politiche guerrafondaie,
dall’oscuramento delle questioni ecologiche, da misure sessiste, omofobe e
discriminanti, lo sgombero di uno spazio sociale storico è diventato occasione
per ricostruire legami, riconoscersi, ritrovarsi. Questo è un fatto politico
enorme. La manifestazione ha dato spazio ai tanti soggetti e alle molte storie
che compongono la piazza, permettendoci di sentirci più forti e meno soli,
mentre la controparte affila gli artigli e accompagna il Paese verso una deriva
autoritaria sempre più esplicita, che guarda con ammirazione a modelli violenti
e reazionari, dagli USA alle peggiori esperienze europee. E proprio dagli Stati
Uniti – Minneapolis insegna – arrivano segnali di resistenza e solidarietà diffusa
che parlano anche a noi.
Al termine della manifestazione, una parte del corteo ha deciso di proseguire
in corso Regio Parco e un’altra parte, numericamente significativa, ha deviato
in Corso Regina per avvicinarsi allo stabile di Askatasuna, oggi murato e
devastato al suo interno dai vari distruttori in divisa. In corso Regina,
l’apparato repressivo messo in campo dal governo Meloni e dal ministro
Piantedosi ha risposto subito alla deviazione con una forza sproporzionata,
scaricando centinaia di lacrimogeni sullo spezzone. Questa gestione muscolare,
coerente con quanto visto nei giorni precedenti (quasi 800 fermi e
identificazioni, intimidazioni, minacce), è stata però colta di sorpresa. Non
si aspettavano che lo spezzone colpito reggesse l’urto, resistesse, avanzasse
metro dopo metro, senza panico né tentennamenti con l’obiettivo di avvicinarsi
a uno stabile che è stato strappato come uno scalpo dal governo per cancellare
un pezzo di quella storia partigiana che ha caratterizzato da sempre Torino e che
mai gli andata giù. Quella disponibilità alla resistenza è la stessa che
vediamo da mesi nelle piazze contro il genocidio in Palestina: indica che
esiste una parte della popolazione, soprattutto giovane, che non si rassegna a
stare calma, che è sempre meno disposta ai posizionamenti mediani ed è pronta a
tracciare un confine netto. Corteo del 20 dicembre, corteo del 31 gennaio: se
tanta gente, così varia e così determinata, si è vista in piazza due volte in
due mesi bisognerà farci i conti no?
Sicuramente al governo lo hanno capito. Parte quindi, scientifica, la grancassa
per decontestualizzare e ricondurre una questione sociale nel campo dell’ordine
pubblico. C’è da stupirsi? Non vedere il continuum dell’apparato repressivo
messo in campo in questi giorni è pura miopia. Prima è arrivato l’allarmismo
securitario per scoraggiare la partecipazione, poi la violenza poliziesca in
piazza, infine, oggi, l’uso sistematico di una narrazione mediatica
criminalizzante. Tutto converge verso un unico obiettivo: impedire che si
strutturi un’opposizione sociale reale e dal basso a questo governo. Prese di
posizione strumentali del solito circolino di giornalisti, di politici e
opinionisti di regime, impegnati a imporre una verità narrativa che tenta di
cancellare la forza di ciò che sta nascendo. Si azzardano paragoni storici
ridicoli (gli anni di piombo) per provare a nascondere una verità quasi banale:
se la politica chiude spazi, tanti giovani gli spazi decidono di prenderseli,
se il potere fa una prepotenza, a volte qualcuno si incazza. Vanno loro dietro
PD e Movimento 5 Stelle, intenti ad affannarsi a inseguire la destra sul
terreno dell’ordine e del manganello, tra dichiarazioni roboanti su legalità e
condanne rituali. Ancora incapaci di capire, dopo anni di sconfitte, che la
destra sarà sempre più abile di loro nel parlare alla pancia di chi è stato
convinto che i nemici stiano in basso, e non in alto e che così non si fa altro
che alimentare l’agenda Meloni, Piantedosi, Salvini, Crosetto: un governo
complice del genocidio in Palestina, delle politiche di guerra, che pensa che
un infermiere e una scrittrice ammazzati mentre protestavano contro ICE se la
sono cercata, che parla di “remigrazione” e vuole una società divisa,
spaventata, impotente, incapace di organizzarsi.
La manifestazione del 31 gennaio, però, ci dice che non è più tempo di
equilibrismi. Con la posta in palio oggi, bisogna scegliere. I 50.000 scesi in
piazza il 31 gennaio hanno fatto una proposta politica al Paese. Hanno indicato
una strada per rafforzare e allargare l’opposizione sociale all’attuale
governo. Costruiamoci in comunità. Moltiplichiamo assemblee e momenti di
confronto. Costruiamo piazze in tutto il Paese. Guardiamo al futuro con
ottimismo e consapevolezza.
E soprattutto: non fermiamoci a guardare il dito, se osserviamo bene la luna
appare più luminosa che mai. Ne avremo bisogno in questa lunga notte.
Solidarietà agli arrestati!
Angelo, Matteo e Pietro liberi Askatasuna
Intervista di Giorgio Monestarolo a Martina del centro
sociale Askatasuna sui fatti del 31 gennaio
Dopo la manifestazione di sabato 31, Crosetto sostiene
che i militanti di Aska sono come le Brigate Rosse, Meloni promette leggi
speciali e nuovi decreti sicurezza. Martina, tu che manifestazione hai visto?
Ho visto una manifestazione di oltre 50 mila persone,
tutte protagoniste e capaci di determinare gli obiettivi e i temi da portare in
quella piazza. Ho visto giovani, anziani, famiglie, bambini, giovanissimi,
tutti e tutte coloro che hanno sentito la necessità di prendere una posizione
che fosse quella di una chiara e netta opposizione al Governo e contro
l’orizzonte di guerra verso il quale ci sta portando. Crosetto parla di BR con
la leggerezza con cui si beve un bicchier d’acqua: oggi per la politica
istituzionale, per i media, per la narrazione dominante le parole non hanno più
un peso, né un
significato. E’ ovvio che sono paragoni che stanno nell’alveo di una
strategia politica atta a alzare il livello della tensione, costruire il nemico
pubblico, creare allarmismo e soprattutto paura nei confronti di chi vuole
dissentire. E’ chiaro a chiunque che la fase storica attuale non abbia
niente a che vedere con gli anni ’70, non c’è bisogno di essere degli storici.
Crosetto gioca con le parole ma oggi il rischio è che anche il virtuale assuma
sostanza. Rispetto all’accelerazione sul ddl sicurezza e le leggi speciali non
è una novità, erano in cantiere anche prima del 31 gennaio: in questo
senso però si apre una bella occasione per la cosiddetta sinistra di smarcarsi
dal campo reazionario e mostrare di avere un po’ di coraggio, invece che
fare gli utili idioti del governo, sarebbe ora di contrapporsi alla deriva
autoritaria e repressiva. Se ne hanno l’intenzione, altrimenti semplicemente
asseconderanno la tendenza degli ultimi 50 anni e si siederanno al tavolo dei
perdenti.
Attorno ad Aska era scesa in piazza una rete,
un’embrione molto interessante di un percorso politico comune. Inutile
nascondere che serpeggia rabbia e frustrazione. Ti sembra di esservi presi cura
di quei cinquantamila che hanno risposto con entusiasmo al vostro appello?
Innanzitutto i 50 mila scesi in piazza sono persone
che hanno attraversato la manifestazione da protagoniste e dunque non hanno
bisogno di una “balia”. Un conto è la cura collettiva della manifestazione
(ci sono stati i passaggi collettivi che hanno determinato un percorso, ci sono
stati medici e infermieri che si sono messi a disposizione, ci sono stati
legali che hanno dato disponibilità per dare sostegno) che è quello che è
successo; un altro conto è pensare che lo svolgimento di un corteo sia
appannaggio e delega di un gruppo ristretto (quali sarebbero i suoi confini?).
Penso che chi scende in piazza oggi sia in grado di autodeterminarsi, di dare
il contributo che reputa e di sentirsi in possibilità di scegliere, se non
partiamo da questo presupposto non capiamo cosa significa costruire percorsi di
attivazione e autonomia. L’entusiasmo c’era, chi ha scelto di contribuire in
maniera più forte ha fatto uso di determinate pratiche, chi ha voluto
partecipare e sostenere lo ha fatto, rimanendo presente, con determinata tranquillità.
La frustrazione del giorno dopo è normale quando in un Paese come il nostro non
si è abituati al conflitto sociale. Penso che sia importante distinguere la
necessità di confronto su un piano profondo nei termini di strategia
politica collettiva e di quali sono le esigenze in una prospettiva futura con
un obiettivo comune (che mi sembra più che chiaro e condiviso: opporsi al
governo Meloni e alle sue politiche) pur mantenendo le proprie
specificità e differenze, che è un punto assolutamente legittimo e
fondamentale per costruire avanzamenti collettivi. Un altro discorso è invece
non rendersi conto che fare a gara tra chi prende le distanze per primo
dalle “violenze” fa soltanto il gioco del governo. Sarebbe
un’occasione d’oro per i progressisti e i democratici , tutti coloro che si
sentono di sinistra insomma, trovare il coraggio di non esprimersi banalizzando
una piazza così eterogenea, composita, ricca, che ha dato prova di essere
anche forte e solida, e guardare ciò che quella piazza ha indicato: quali sono
le esigenze? quali sono gli obiettivi? come si struttura un percorso che possa
essere vincente? Questa è l’opposizione al Governo Meloni, che piaccia o
no. Bisognerebbe essere in grado di superare i limiti storici della sinistra
che sono quelli che ci hanno portati dove siamo ora.
Quando si fa politica contano i risultati. Oggi Aska
non c’è più come centro sociale, i suoi militanti e i suoi simpitazzanti
sono al centro di una tempesta mediatica e giudiziaria, è in arrivo un
ulteriore giro di vite repressivo. Era questo l’obiettivo del corteo Torino
partigiana?
Il primo risultato è un’assemblea di mille
persone, un corteo di 50 mila e una chiara risposta che ha spostato il terreno
su un piano di rilancio e non di difesa sterile dei centri sociali
aggrappandosi alla nostalgia dei tempi che furono. Ora l’obiettivo di Torino
partigiana continua a stare in piedi ed è ciò che si metterà in campo
continuando a lottare contro la militarizzazione di Vanchiglia, verso i
prossimi appuntamenti di mobilitazione che dovranno essere ampi e capaci di
articolare questa opposizione a partire dai territori, il pensiero va
sicuramente al 25 aprile e al primo maggio ma non solo. Il centro sociale non
c’è più sul piano del simbolico, ma sul piano fisico c’è eccome. Sarà anche
distrutto all’interno e circondato da jersey e camionette ma “vanchiglia
chiama Torino” l’ha detto chiaro e tondo: l’edificio di corso regina 47 deve
tornare al quartiere e deve essere restituito mantenendo le sue caratteristiche
principali; deve essere un luogo aperto, inclusivo, attraversabile da tutti e
tutte, in maniera gratuita e fuori dalle logiche del profitto di fondazioni o
altro. Questa scommessa continua a rimanere valida. Sul piano repressivo
occorre rendersi conto che non è dando in pasto qualcuno alla fame di capri
espiatori che allora si continuerà a vivere tranquilli. Se il dissenso e
il conflitto vengono affrontati dal governo come una questione di ordine
pubblico, di sicurezza e di repressione, prima toccherà a chi è più
in vista ma poi toccherà a tutti gli altri. Si levino dalla testa i
sinceri democratici che stando buoni al proprio posto a fare il proprio dovere
si possa scampare alla stretta autoritaria e repressiva. Minneapolis,
l’Ungheria di Orban, il consenso per Le Pen: sono dietro l’angolo. Se il
modello Vanchiglia-Torino laboratorio di pratiche repressive e securitarie
verrà fatto passare perché si attende la protesta con i giusti modi,
gentile e pura, quello sarà il modello per tutte le città e
territori. E non sarà colpa dei “violenti” sarà colpa di chi non
ha capito da che parte bisogna stare. Quindi è fondamentale sin da ora
ricominciare a parlare il linguaggio della solidarietà, della comunità che
resiste e che è associazione a resistere a fronte delle imposizioni e dei
tentativi di isolamento, criminalizzazione e di procedimenti giudiziari pesanti
come l’appello per la sentenza di primo grado per il processo di associazione
per delinquere ripreso in mano dalla Procura. Basta dare uno sguardo alla
storia che ci precede.
Sono in molti a sperare che il 31 gennaio chiuda il
breve autunno dei movimenti. Nel frattempo a Bologna, lo scorso 25 gennaio,
l’assemblea No Kings ha lanciato un percorso di convergenza della sinistra
sociale e una scadenza a Roma per il 28 marzo. Dove vuole andare Aska?
Chi sono questi molti? Io vedo tantissime persone che
vogliono continuare a lottare per i propri diritti. Lo abbiamo visto a
settembre ottobre e penso che quello che è stato il movimento Blocchiamo Tutto
se anche si è sopito sta sobbollendo sotto la crosta. L’assemblea No Kings ha
lanciato questo percorso che si darà i suoi spazi di discussione per fare
in modo che la data del 28 marzo sia larga e partecipata, ben vengano tutti gli
spazi e gli appuntamenti che abbiano come parole d’ordine: contro il governo,
contro la guerra, per la difesa degli spazi di aggregazione, e non intendo solo
gli spazi sociali ma in generale la possibilità di incontrarsi e
confrontarsi, perché è questo che si vuole colpire. Aska continuerà ad
andare avanti insieme, cercando di moltiplicare le dimensioni di attivazione,
di ragionamento e approfondimento. A tal proposito l’appuntamento “Per
realizzare un sogno comune” di Livorno che si terrà il 21, 22
febbraio è un momento aperto e pubblico per ragionare su Blocchiamo tutto, sui
limiti e sui punti di forza dei movimenti a fronte della fase che cambia,
accelera e ci pone davanti tante sfide stimolanti. Speriamo di poterci
confrontare in molte occasioni perché pensiamo che l’approccio vincente sia
quello di individuare l’obiettivo comune e lavorare collettivamente per
raggiungerlo.
“Il martello” di Torino “aggiustato” da Crosetto - Rita Rapisardi
E’ chiaramente materiale per gli
avvocati difensori degli arrestati, attuali e futuri, per i fatti di Torino.
Oltre che per i magistrati chiamati ad occuparsene.
Però, anche come attivisti in
qualche misura resi “esperti” da una vita di militanza, ci sembra che questa
testimonianza di una giornalista de il manifesto getti una
luce completamente diversa sull’episodio-chiave che sta orientando la
“comunicazione” governativa, della destra post fascista, del cosiddetto “campo
largo” e anche di qualche fesso sempre pronto a cadere nella distinzione tra
“buoni” e “cattivi”, alimentando la retorica sugli “infiltrati” anche quando
non ci sono (altre volte sì, e l’abbiamo anche denunciato spesso).
Partiamo dagli elementi certi: c’è
un video, girato da un reporter – professionista o free lance non sappiamo, ma
non importa – che mostra la sequenza completa del “pestaggio col martello”.
Quel video, che non vediamo l’ora
di vedere per intero, secondo la giornalista mostra un poliziotto che si
avventura in solitaria contro un gruppetto di manifestanti che si stanno
ritirando per cominciare a manganellare due di loro che erano rimasti indietro,
infierendo su uno caduto a terra.
A quel punto un gruppetto torna
indietro per sottrarre i due compagni alla furia del manganellatore solitario,
lo spinge via e solo a quel punto si comincia a veder quel che gira dappertutto
– ma opportunamente tagliato – da ieri sera.
La paternità del video “aggiustato”
viene rivendicata quasi contemporaneamente dall’ex senatore del Pd, Stefano
Esposito (un anti-tav
storico anche come autore di fake news, ora disperso in formazioni
ignote) e dal ministro della difesa Guido Crosetto, che ne prende spunto per
straparlare di “combatterli come le BR”. E dire che Crosetto passava per
“quello serio” in una compagine un po’ risibile…
Ce n’è abbastanza, ci sembra, per
vedere la scena in modo un po’ diverso e più simile a quel che vediamo in
questa settimane a Minneapolis. Un “agente” che si crede Rambo, ma che nel
picchiare i manifestanti sbaglia pesantemente approccio (rimane solo,
sconsigliato da tutti i manuali) e viene respinto – in modi altrettanto
bruschi, inevitabilmente – da diversi “Alex Pretti” nostrani. Per fortuna di
tutti, qui, l’uso delle armi in piazza non è una pratica comunemente ammessa.
Chissà se è a questo che Matteo
Salvini pensava quando, straparlando a sua volta, ha detto che “per questa
gentaglia il carcere non basta“. Oppure preferisce la tortura?
P.s. Nel frattempo, il poliziotto “ridotto
quasi in fin di vita“, è stato dimesso a meno di 24 ore dalla “terribile
aggressione”. Giusto il tempo di fare da sfondo per un servizio fotografico con
la presidente del consiglio, evidentemente dotata di poteri terapeutici
miracolosi (dev’essere per questo che ad un certo angioletto in una chiesa è
stato imposta la sua effigie…).
*****
Ieri sera verso la chiusura del
giornale, tarda, tanto lavoro, vedo esplodere la storia del “poliziotto
martellato”, soprattutto da dopo che Crosetto twitta il video (rubato a un
collega di Torino oggi, non citato, non pagato, il logo tagliato) che poi
rimbalza ovunque.
La notizia in poco tempo diventa
quella principale, oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a
stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non
dalla popolazione per paura di contestazione.
Fortuna vuole che quella scena l’abbia
vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker
che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del
tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la
conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di
Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il
lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi.
Migliaia di persone si sono
riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall’altra
parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da
entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli,
motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna
si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con
calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei
lacrimogeni.
In corso Regina ormai erano in
pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al
massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una
ragazza di fianco a me viene colpita, un altro batte sull’angolo del muro e mi
sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul
corso e mi nascondo tra le auto.
A questo punto vedo arrivare da
sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per
manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad
urlare “stampa”, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre
di nero poi.
Uno di questi, esce dallo
schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio
di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno
finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto
e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati
dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di
martelletto (non martello).
Mi giro e guardo la squadra,
nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano
delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare“. I militanti si
allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via.
Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più
nessuno.
Cosa capiamo quando vediamo un
video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è
successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte?
Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato“.
Ci sono numerosi video di persone a
terra circondate e manganellate quando sono a terra (non finiranno in home
page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dal
lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli
ospedali torinesi, allertati la sera prima, l’ultima volta l’emergenza era
stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si
avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce.
Askatasuna: la testimonianza di un giornalista fra
libertà di stampa e repressione
In un comunicato appena pubblicato, un
inviato di Chronocol Media racconta la sua esperienza alla manifestazione – mai
raggiunta in realtà – per Askatasuna.
Sabato 31 gennaio
si è svolta a Torino una manifestazione in sostegno dello storico spazio
occupato Askatasuna, sgomberato lo scorso dicembre. Per le vie del capoluogo
piemontese hanno sfilato migliaia di persone,
l’attenzione dei media è stata catturata dagli episodi di violenza che hanno
fornito a loro volta un assist perfetto al Governo per sostenere l’importanza e
l’urgenza di approvare e applicare le misure previste dal pacchetto sicurezza.
Vi invitiamo ad ascoltare la puntata di Io non mi rassegno interamente
dedicata all’analisi dell’avvenimento.
Ma è successo
anche altro quel sabato. Fra le varie testimonianze, riportiamo
quella di un collega che fa parte del collettivo
giornalistico Chronocol Media e che ha provato a
partecipare alla manifestazione per raccontare – il suo lavoro è proprio questo
– gli avvenimenti. “La mattina del 31 gennaio 2026 un nostro inviato si è
recato in auto a Torino, insieme ad altre quattro persone, per documentare la
manifestazione in solidarietà con il Centro Sociale Askatasuna”. Si apre così
il comunicato rilasciato stamattina dallo staff di Chronocol Media.
“L’inviato era
munito di macchina fotografica, action cam, casco da bicicletta, maschera
antigas, occhialini protettivi e nove bustine di Maalox, un kit abitualmente
utilizzato in scenari in cui si prevede l’uso di gas CS da parte delle forze
dell’ordine. Le altre persone avevano occhialini da piscina e mascherine
FFP3, esclusivamente per protezione dai gas irritanti.
Dopo il
superamento del casello autostradale di Rondissone, intorno alle 10:00,
l’automobile è stata fermata in una piazzola di sosta dalla polizia stradale
per quello che è stato definito un “normale controllo di
polizia”, per il quale non ci è stato chiesto di scendere
dall’auto. Successivamente, sono giunti sul posto due agenti della DIGOS in
borghese, che hanno scattato delle fotografie al volto delle persone in auto,
trasferendo verosimilmente le immagini al posto di blocco successivo.
Intorno alle
11:00 il veicolo è stato fermato una seconda volta in zona Torino Stura, nei
pressi della cosiddetta “Sfinge”. In questa occasione è stato ordinato di
scendere dall’auto e di aprire gli zaini. Sono stati separati casco da
bicicletta, maschera antigas, occhialini protettivi e Maalox. Il tentativo
di spiegare le finalità giornalistiche e
di mostrare l’attrezzatura per la documentazione fotografica e video è
risultato vano.
Durante queste
operazioni abbiamo ripetutamente chiesto quale fosse la ragione del fermo e
delle perquisizioni, ricevendo come unica risposta che “lo avremmo visto poi
sulle carte”. È intervenutanuovamente la DIGOS, che ha scattato
nuove fotografie ai volti con telefoni cellulari, sostenendo che quelle
presenti sui documenti non fossero aggiornate. Alle 11:30 ci è stato comunicato
che saremmo stati “accompagnati” in questura per qualche decina di minuti.Quattro
delle cinque persone sono state caricate su una camionetta,
mentre la quinta è rimasta sull’auto con agenti a bordo.
Dopo circa
mezz’ora di viaggio, alle 12:00, siamo arrivati presso ildistaccamento
della Questura di Torino in via Tirreno 337. Prima di essere condotti in cella
abbiamo potuto contattare il numero dell’Hub di protezione diffuso dal
movimento, che ci ha messo in contatto con un avvocato suggerendoci di
procedere per velocizzare le pratiche. Solo arrivati in questura ci è stato
risposto che il fermo era motivato dalla violazione di un’ordinanza della
prefettura mai specificata, che tuttora non troviamo
ufficialmente pubblicata sul sito della prefettura se non
tramite un generico articolo modificato il 2 febbraio.
Dopo una
perquisizione individuale siamo stati rinchiusi insieme in una cella da otto
persone, già occupata da altre tre, in condizioni di forte
degrado e di gravi condizioni igienico sanitarie. Poco dopo
sono state rinchiuse altre due persone, arrivando ad un totale di dieci. Nel
corso delle ore siamo stati prelevati uno alla volta dalla cella per periodi
variabili tra i quindici e i trenta minuti per diverse procedure: prima per le
generalità, poi per il trasferimento presso la polizia scientifica, dove ci
sono state scattate fotografie segnaletiche, fotografie dei tatuaggi e prese le
impronte digitali.
Tutto
questo, per aver portato degli oggetti di protezione individuale come
occhialini da piscina, mascherine, e nel caso del nostro inviato quello che è
stato provato essere un kit abituale per documentare queste dinamiche altamente
conflittuali.Per tutta la durata del fermo non ci è stata
fornita alcuna spiegazione formale sulle ragioni del provvedimento, né ci è
stato permesso di contattare l’avvocato, ignorando numerose richieste nel corso
delle 9 ore di fermo.
Nel frattempo,
grazie all’attivazione dell’Hub di protezione, amici e familiari sono stati
informati della nostra permanenza in questura, sebbene siano stati comunicati orari
di rilascio tra loro contraddittori, prima le 18:00, poi le
20:00. Il rilascio è avvenuto soltanto alle 21:30, dopo 9 ore e mezza di
reclusione.
Al momento del
rilascio, oltre alla conferma del sequestro dell’attrezzatura di protezione, al
nostro inviato è stata contestata la violazione dell’articolo 650 del codice
penale. Secondo il prefetto, “sulla base di elementi di fatto”, egli sarebbe
“dedito alla commissione di reati che mettono in pericolo la sicurezza e la
tranquillità pubblica”, nonostante fosse incensurato. Come misura preventiva è
stato disposto un foglio di via da Torino della durata di due anni. Ribadiamo
che tale provvedimento è stato adottato per nessuna
condotta avvenuta in manifestazione, alla quale ci è stato impedito di partecipare“.
Va specificato che
Chronocol Media è un progetto indipendente, che nasce dal basso, che si può
considerare un esempio di mediattivismo. Le persone che ne fanno parte – come
viene sottolineato nel comunicato – non hanno lo status di giornalisti pubblicisti
o professionisti e questo è dovuto a una scelta, spesso obbligata, che dipende
dalle condizioni economiche e lavorative che caratterizzano il percorso di
conseguimento del tesserino. Dunque “non abbiamo dunque beneficiato di alcuna
tutela connessa allo status di giornalista. In questa vicenda non
ci è stata riconosciuta né una protezione simbolica né una garanzia
giuridica propria della professione. Siamo state dunque trattate
come persone comuni, tutte incensurate”.
È questo uno
spunto interessante per riflettere non solo sul livello di tensione sempre più
elevato che caratterizza la gestione dell’ordine pubblico in Italia, ma anche
sul tema della libertà di stampa. Secondo la classifica stilata da Reporter
Senza Frontiere, il nostro paese è al 49° posto al mondo per
libertà di stampa. Un risultato estremamente preoccupante, in
peggioramento rispetto allo scorso anno, e anche il tema dell’inaccessibilità
allo status di giornalista sollevato da Chronocol Media si inserisce in questo
dibattito.