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martedì 22 luglio 2025

La lettera di saluto di Laura Santi

 

Quando leggerete queste righe io non ci sarò più, perché avrò deciso di smettere di soffrire.

Nonostante la mia scelta fosse ormai nota a tutti, questo mio gesto finale arriva nel silenzio e darà disappunto e dolore. Molti saranno dispiaciuti, altri soffriranno per non avermi potuto dare un ultimo saluto, un ultimo abbraccio. Vi chiedo di comprendere il perché di questo silenzio. Anche nella certezza della mia decisione si tratta del gesto più totale e definitivo che un essere umano possa compiere, ci vogliono sangue freddo e nervi d’acciaio. Come avrei potuto viverlo serenamente aggiungendo lutto a lutto anticipato, dolore al dolore, resistenze, lacrime, reazioni e attaccamento? Vi chiedo anche uno sforzo aggiuntivo di comprensione.

Cercate di immaginare quale strazio di dolore mi ha portato a questo gesto, giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto. Fate lo sforzo di capire che dietro una foto carina sui social, dietro il bel sorriso che potevate vedere giusto un’ora strappato alla routine e ai sintomi in una occasione pubblica, sempre più rara, dietro c’era lo sfondo di una quotidianità dolorosa, spoglia, feroce e in peggioramento continuo. Una sofferenza in crescita giorno dopo giorno. La situazione è stata in evoluzione per anni, poi in tempo reale gli ultimi mesi e settimane. Mio marito Stefano e le mie assistenti l’hanno vista, loro e solo loro e anzi, neppure loro, per forza di cose, potevano essere grado di capire cosa sentissi nel mio corpo, quanto male sentissi, quanta fatica sempre più totalizzante. Non riuscire più a compiere il minimo gesto. Non più godere della vita, non più godere delle relazioni sociali. Che è quello che fa per me una vita dignitosa.

Ho avuto molto tempo per elaborare e maturare questa decisione, ho avuto molto tempo per capire quando era veramente il momento. Avevo quel famoso parapetto, quello di cui avete letto spesso, da cui affacciarmi. Ho avuto molto tempo anche per cambiare idea e rimandare la decisione. Mi sono consentita, in una situazione che ancora reggeva, di assaporare gli ultimi scampoli di vita e di bellezza. Di salutare ogni angolo, ogni luogo, ogni volto, ogni persona, ogni situazione, ogni cielo, ogni colore, ogni minuscola passeggiata fuori. Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, si dice. Si dice anche che sia impossibile, nei fatti. Ebbene, io l’ho quasi realizzato. Me ne vado avendo assaporato gli ultimi bocconi di vita in maniera forte e consapevole. Intendetemi: io penso che qualsiasi vita resti degna di essere vissuta anche nelle condizioni più estreme. Ma siamo noi e solo noi a dover scegliere.

Alle persone che resteranno senza un saluto oltre che le mie scuse va un abbraccio fortissimo. È impossibile enumerare tutti i volti che hanno riempito la mia vita. Fate conto che io vi stia salutando e abbracciando. La mia vita è stata piena anche grazie a voi. La mia famiglia d’origine: papà Renato, mamma Gabriella, mia sorella Elena, mio nipote Matteo; tutti i parenti; Laura, Chiara e le amiche storiche di una vita, tutti gli amici, i colleghi e i conoscenti, i compagni di malattia, i compagni di attivismo, tutti coloro con cui ho condiviso un pezzo di strada. La mia amata Perugia. I miei medici, le mie palliativiste, i miei fisioterapisti, un grazie particolare a Daniela per avermi dato negli anni gli strumenti per combattere. Le mie assistenti, la mia seconda famiglia in quest’ultimo tratto. La politica quella buona, Fabio e Vittoria, i giornalisti amici, come le due Francesca; chi mi ha aiutato; il vescovo Ivan, un amico speciale col quale mi sono intrattenuta in più di una chiacchierata sulla vita e la morte.

Ho potuto vincere la mia battaglia solo grazie agli amici dell’associazione Luca Coscioni, seguiteli e seguite i diritti e le libertà individuali, mai così messi a dura prova come oggi. Sul fine vita sento uno sproloquio senza fine, l’ingerenza cronica del Vaticano, l’incompetenza della politica. Il disegno di legge che sta portando avanti la maggioranza è un colpo di mano che annullerebbe tutti i diritti. Pretendete invece una buona legge, che rispetti i malati e i loro bisogni. Esercitate il vostro spirito critico, fate pressione, organizzatevi e non restate a guardare, ma attivatevi, perché potrebbe un giorno riguardare anche voi o i vostri cari.

Ricordatemi come una donna che ha amato la vita.

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domenica 8 settembre 2024

La Modernità abolisce la morte – Massimo Fini

1.      Nei giorni scorsi è morta a 117 anni e 168 giorni Maria Branyas Morera, spagnola e il testimone, se così si può dire, è passato a Tomiko Itooka, giapponese che, allo stato, ha 116 anni. Non è una novità, il Giappone è uno dei paesi con la popolazione più vecchia del mondo e condivide con l’Italia il sinistro primato della denatalità con un tasso di nati per donna di 1,25 mentre il Giappone è all’1,30 e per raggiungere un pareggio demografico sarebbe necessario un tasso di natalità un poco oltre il due. E questo è un problema che riguarda l’intero mondo occidentale.

2.      E’ tornato all’onor del mondo il dibattito sull’Eutanasia (il termine è stato coniato da Bacone e significa “il diritto alla buona morte” cioè alla morte naturale) che si sperava superato. I cattolici sono contrari all’Eutanasia perché ritengono che l’essere umano è proprietà di Dio e quindi spetta solo a Dio, a suo imperscrutabile giudizio, togliere la vita. In campo laico la Corte Costituzionale ha affermato che “il diritto alla morte non è neppure invocabile” e infatti il radicale Marco Cappato è incorso in guai giudiziari per aver accompagnato in Svizzera, dove l’Eutanasia è lecita, persone che avevano deciso di farla finita (io sono ovviamente favorevole all’Eutanasia, ma non sceglierei mai di fare questo lugubre viaggio, con le prevedibili angosce che provoca, meglio un colpo di pistola, più risolutivo).

3.      Nel campo della ricerca medica è stata attivata la sperimentazione di uno speciale vaccino contro il cancro ai polmoni, chiamato BNT116 (mai che gli diano un nome umano). Al candidato vengono fatte sei iniezioni ogni cinque minuti. Se sopravvive è già un buon segno. Ma, a parte queste mie trucide facezie, di cui mi scuso, la ricerca è importante perché in Italia, dati al 2022, di cancro ai polmoni sono morte 33 mila persone.

Da che cosa sono legati questi punti? Dall’atteggiamento che la società contemporanea ha nei confronti di quel che il mio amico Giulio Giorello chiamava “i nuclei tragici dell’esistenza”, cioè il dolore, la vecchiaia, la morte. Scrive Max Weber nell’Intellettuale come professione che è del 1918 dove il grande sociologo anticipa temi che diventeranno poi di scottante attualità: “La scienza medica non si pone la domanda se e quando la vita valga la pena di esser vissuta. Tutte le scienze naturali danno una risposta a questa domanda: che cosa dobbiamo fare se vogliamo dominare tecnicamente la vita? Ma se vogliamo e dobbiamo dominarla tecnicamente, e se ciò, in definitiva, abbia veramente un significato, esse lo lasciano del tutto in sospeso oppure lo presuppongono per i loro fini”. Nelle parole di Weber affiora la prima, e forse la più grave, tabe della Modernità: la pretesa di voler dominare tecnicamente la Natura. In questo modo, pretendendo di dominarla, noi ci siamo allontanati progressivamente dalla Natura. Anche i Greci, grazie ai loro grandi filosofi e matematici, da Archimede a Filolao, avrebbero potuto dominare la Natura costruendo macchine molto simili alle nostre (almeno fino al digitale che ha spostato ancora più in là l’orizzonte) ma vi rinunciarono. Lo dico nei loro termini: l’hybris dell’uomo provoca la phtonos Theòn, l’invidia degli Dèi e quindi l’inevitabile punizione.

Ma torniamo ai “nuclei tragici”. La vecchiaia si può evitare filandosela al momento opportuno, anche se poi quando si presenta questo momento ogni scusa è buona per rimandare. Al dolore, quando non sia sentimentale, in questo caso non c’è niente da fare (“d’amore non si muore, sarà anche vero, ma quando ci sei dentro, non sai che fare” Giorgio Gaber, Porta Romana, 1972) ma sia una malattia del corpo si può far fronte, anche se ogni parte del corpo umano dall’alluce al mignolo è predisposta a rompersi, del resto non ci sarebbe l’invecchiamento se il corpo non fosse destinato a deteriorarsi progressivamente. Certo si può tamponare una falla del corpo, ma quasi subito ne nasce un’altra, e i rimedi devono essere continuamente aggiornati, la storia dei vaccini è emblematica in proposito.

Comunque, dimentichi di Weber, noi moderni facciamo di tutto per allungare artificialmente la vita. Un ruolo fondamentale ha quella che viene chiamata comunemente “prevenzione” e che io definisco invece “terrorismo diagnostico”. Noi, anche da giovani, dovremmo fare almeno una mezza dozzina di controlli clinici l’anno. Insomma dovremmo comportarci da malati quando siamo ancora sani, da vecchi quando siamo ancora giovani. In realtà nella nostra società non ci sono più vecchi perché l’ignominia viene mascherata col linguaggio e quindi non si parla più di vecchi ma tartufescamente di “quarta età” ed è ipotizzabile che in futuro si arrivi alla “quinta” o alla “sesta” e ad altre iperboli. Insomma per raggiungere l’agognata vecchiaia dovremmo rinunciare a vivere. E’ logico: è vivere che ci fa morire.

Questa società è la prima ad aver scomunicato la morte tanto che se ne parla il meno possibile (della morte biologica intendo, quella violenta appartiene ad un’altra sfera). E’ la morte “il vizio che non osa dire il suo nome” di elisabettiana memoria dove però il “vizio” era la pederastia o l’omosessualità.

Questa scomunica della morte ha avuto come inevitabile conseguenza una paura della morte sconosciuta a buona parte delle società che ci hanno preceduto. Ma, siccome, nonostante qualche dilazione, si continua a morire, questa paura diventa parossistica. E con la paura della morte addosso si vive male. Dice il vecchio e saggio Epicuro “muore mille volte, chi ha paura della morte”.

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martedì 19 ottobre 2021

Riflessioni sulla “buona morte” - Gianni Loy

 

Il significato dell’espressione, sia nella lingua originaria che in quella italiana, per quanto riguarda l’aspetto teleologico, è chiaro e inequivocabile: indica  le azioni volte a porre fine alla vita di una persona allo scopo di evitargli sofferenze prolungate nel tempo o una lunga agonia.

Non altrettanto condivisa è la classificazione delle condotte che vengono  considerate eutanasia. Si parla di eutanasia attiva quando la morte è diretta conseguenza dall’azione di un terzo, come la somministrazione di un farmaco da parte del medico, e di eutanasia passiva quando la morte costituisce l’effetto indiretto di un’azione o di un’omissione, come nel caso della sospensione di trattamento sanitario o dell’alimentazione artificiale.

Fattispecie a sé, sarebbe costituita dal suicidio assistito, (l’aiuto o l’assistenza al suicidio) nel quale è la persona che desidera morire a compiere l’atto che produce la morte grazie all’aiuto di una terza persona. Il caso classico è quello del  medico, o di un familiare che, su richiesta dell’aspirante suicida, gli fornisce un farmaco idoneo a procurargli la morte, che sarà però il richiedente ad assumere.

Quanto alla classificazione delle condotte non vi è consenso neppure all’interno del Comitato  Nazionale di Bioetica che, chiamato a pronunciarsi sulla questione dopo la nota sentenza della Corte Costituzionale, si è limitato a dar conto dell’esistenza di diverse opinioni al suo interno: alcuni hanno sostenuto che la distinzione tra eutanasia e suicidio assistito sarebbe speciosa,  data la sostanziale equivalenza tra il fatto di aiutare una persona che vuole darsi e si dà la morte, e il fatto di essere autore della morte di questa persona; altri hanno ritenuto che, sia sotto il profilo filosofico che simbolico,  consentire a una persona di darsi la morte non è identico a dare la morte a qualcuno a seguito della sua richiesta.

Il suicidio, da un punto di vista giuridico, non è oggetto di divieto da parte della legge. Tuttavia, – secondo interpretazione dello stesso Comitato di bioetica,  non si ritiene  esercizio di un diritto costituzionalmente garantito, ma viene inteso come una semplice facoltà̀ o un mero esercizio di una libertà di fatto. Lo sfavore dell’ordinamento si ricaverebbe,  tra l’altro, dal fatto che la legge sanziona penalmente sia le condotte che incitano al suicidio, sia quelle che provocano, materialmente, la morte di una persona che chieda di porre fine alla propria vita.

L’art. 579 del codice penale punisce (con reclusione tra i 6 e i 15 anni) chi cagioni la morte di una persona con il consenso di lui ed un’altra norma (art. 580)  punisce con pene variabili tra 1 e 12 anni  chi determina altri al suicidio, ne rafforza il proposito, ovvero ne agevola, in qualsiasi modo, l’esecuzione.

Si tratta, per la verità, di norme estranee all’impianto costituzionale, introdotte dal Codice penale del 1930  precedentemente all’entrata in vigore della Carta Costituzionale. Norme, peraltro, già dichiarate parzialmente incostituzionali. La Corte costituzionale , (Sent. n.  242 del 22 novembre 2019), ha dichiarato incostituzionale l’art. 579 del c.p. nella parte in cui non esclude la punibilità di chi con le modalità di cui alla legge n. 219/2017  (Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento) o con modalità equivalenti, agevoli l’esecuzione del proposito di suicidio che si sia autonomamente e liberamente formato, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputi intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente. La norma, è ritenuta in contrasto con gli art. 2, 13 e 32 Cost. che riconoscono i diritti inviolabili dell’individuo, la libertà personale ed il diritto alla salute.

Sulla base dei ragionamenti del Giudice costituzionale si può sospettare che anche l’art. 580, (oggetto del quesito referendario) potrebbe non superare un eventuale vaglio di costituzionalità  ove la  Corte venisse chiamata a pronunciarsi. La distinzione tra fornire il prodotto che procura la morte  e somministrarlo, quanto a finalità ed effetti, è assai labile, almeno fuori dai confini di Bisanzio, posto che, in ogni caso si produce la morte della persona che, nel rispetto delle condizioni indicate dal Giudice costituzionale, lo richieda.

Del fatto che il suicidio  costituisca una semplice facoltà e non un diritto, o  una   libertà di fatto, si può dubitare.  Nel diritto alla vita, al pari di altri diritti costituzionalmente garantiti, è implicito anche il diritto a rinunciare all’esercizio di tale diritto. Il diritto ad iscriversi ad un sindacato, ad esempio, comprende in sé anche il diritto a non iscriversi. Il diritto alla riservatezza non proibisce di comunicare ad altri i dati che si ha diritto a mantenere riservati. Analogamente, il diritto alla vita non impone alla persona l’obbligo di restare in vita. Non le impedisce, in altri termini, di decidere di non esercitare quel diritto. Se così non fosse, dovremmo concepire non solo un diritto alla vita, ma, accanto ad esso, anche un obbligo a restare in vita. Ma possiamo davvero ipotizzare che l’ordinamento, in presenza dell’esplicita e consapevole volontà di una persona di rinunciare al proprio diritto alla vita, possa in qualche modo costringerlo a vivere? 

L’art. 32 della Costituzione consente, ove sia la legge a disporlo, l’obbligo di sottoporre le persone a determinati trattamenti sanitari, anche contro la loro volontà; precisa, tuttavia, che la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana. Personalmente, non credo che imporre di continuare a vivere ad un uomo o ad una donna che con piena coscienza e consapevolezza abbiano deciso di lasciarsi andare nelle braccia della loro “sorella morte” – tanto più se si tratta di una scelta dettata dall’urgenza di fuggire da un insopportabile dolore fisico e psichico – sia rispettoso della dignità umana. Un’interpretazione che ritenesse il contrario, sarebbe in contrasto, con quanto stabilito dal secondo comma dell’art. 32 della Costituzione in quanto andrebbe oltre i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Sia ben chiaro, nel nostro ordinamento, nella nostra cultura giuridica, non esiste alcun “diritto al suicidio”. La Repubblica, al contrario, è chiamata a promuovere e proteggere il diritto alla vita, e sono molti gli strumenti che può mettere in cmapo, a partire dal promuovere il benessere generale della società, garantire un’assistenza sanitaria generale e gratuita, ridurre gli incidenti sul lavoro, soccorrere i naufraghi, predisporre misure di tempestiva ed efficace terapia del dolore, offrire il sostegno psicologico alle persone che si trovino in grave difficoltò, garantire un’adeguata riabilitazione e rieducazione …

In Europa, secondo dati Eurostat, oltre un milione di persone muoiono ogni anno delle deficienza del sistema sanitario pubblico diverse migliaia a causa di errori della diagnosi e della cura. Per fortuna, in queste speciali classifiche, l’Italia risulta tra i paesi più virtuosi o, sarebbe meglio dire,  meno deficitari.

Il fatto che l’ordinamento, in generale, non guardi con favore alla scelta di rinunciare alla propria vita non significa, tuttavia, né che possano adottarsi misure coercitive che impediscano alla persona di disporre della propria esistenza, e neppure che nelle ipotesi di patologie incurabili in presenza di sofferenze insopportabili, in ossequio al rispetto dei diritti fondamentali della persona, il sistema sanitario non possa prevedere forme di assistenza medica alla buona morte.

Concludo questi brevi riferimenti – di carattere prevalentemente giuridico – con riferimento al suicidio, perché dal punto di vista teleologico, anche quanto alle implicazioni di carattere morale, non vi è differenza tra le diverse modalità che provochino la morte di chi abbia deciso di togliersi la vita.  Ciò che conta sono il desiderio e la cosciente volontà di porre fine alla propria vita. In definitiva, sotto il profilo etico, non fa differenza se tale finalità viene perseguita mediante la rinuncia alle cure, il suicidio o la buona morte medicalmente assistita. Altrettanto potrebbe dirsi per la persona che cooperi alla realizzazione dell’intento:  sotto il profilo etico, poco importa se provoca la morte di una persona a seguito di un’omissione  o di una condotta attiva. Ciò che conta è il rapporto tra la condotta e l’effetto desiderato. Sotto il profilo legale, invece, il mero aiuto al suicidio, alla luce della sentenza della Corte Costituzionale, non costituisce più reato,  mentre continua ad esserlo, in attesa dell’esito del referendum abrogativo,  la condotta di chi provochi direttamene la morte, ad esempio con la somministrazione di un farmaco.  

Vorrei far riferimento ad un recente avvenimento. Qualche settimana fa,  in Spagna, una donna gravemente ammalata si è tolta la vita in una stanza d’albergo assumendo una dose di veleno. La donna era affetta, da anni, da una patologia cronica osteomuscolare incurabile, aggravata dall’intolleranza agli oppiacei. Ultimamente era sopravvenuto un cancro alla vescica “invasivo e di grado elevato”, secondo il referto medico. La donna, che auspicava una dolce morte, non appena entrata in vigore la legge che, in quel paese, consente la morte medicalmente assistita, aveva chiesto di poter essere ammessa. La  richiesta era stata sottoposta alla struttura competente,  ma non era andata a buon fine, inizialmente in quanto il medico incaricato si era dichiarato obiettore di coscienza.

Ma non è questo che interessa, piuttosto l’esito e le ragioni della donna che, qualche settimana prima accompagnata  dal medico curante e dall’amica più cara, aveva rilasciato un’intervista a “El Pais” dichiarando quanto segue:

“La decisione l’ho già presa. Non credo di poter attendere che mi venga applicata la legge. Ho sempre affermato che non voglio vivere se non sono in grado di poter decidere sulla mia vita. Non sono in grado di cucire, non posso leggere. Non c’è niente che possa darmi speranza. Non si tratta di un capriccio.  Il fatto è che tutta la mia vita consiste esclusivamente nel cercare di soffrire il meno possibile. E nonostante tale sforzo la mia sofferenza è intollerabile. Per questo penso che, al massimo, riuscirò a resistere sino ad  ottobre, ma forse neppure riuscirò ad arrivarci”.

Il giornalista le chiede: “E nel caso non riuscisse ad essere ammessa al trattamento previsto dalla legge,  ha cercato qualche alternativa per darsi la morte?

“Si ho qualche alternativa, non piacevole, ma ce l’ho. Solo che, dal punto di vista psicologico, si tratta di una alternativa terribilmente violenta. È violento pensare Mi sto suicidando”. Io non lo voglio questo. Voglio solo che mi aiutino a smettere di soffrire. Niente di più”.

Cito questo, episodio, uno come tantissimi altri, tra i pochi che superano il riserbo e diventano di dominio pubblico, perché consente, di comprendere come il tema, l’unico tema in discussione, sia quello della vita, della morte e del diritto di decidere della propria esistenza: il resto riguarda gli aspetti tecnici, le modalità  di esecuzione dell’intento, che possono andare dalla rinuncia alle cure ed all’alimentazione sino al suicidio.

Ho voluto introdurre nel discorso un caso concreto, anche perché risulti chiaro che la vita, la morte, le sofferenze, non esistono. Nella storia, nella realtà esistono uomini e donne che vivono, che soffrono, che muoiono. Le espressioni astratte che utilizziamo sono comprensibili e concepibili soltanto perché si verificano tali evenienze.

Come, proprio in questi giorni  ci ha ricordato Biorn Larsson,  siamo in grado di intendere il “senso” attribuito alle parole ed alle espressioni,  ma per sapere se esistono veramente dobbiamo rivolgerci alla scienza.  La vita è sacra, inviolabile, è un valore supremo. Il principio lo intendiamo, riscuote consenso.  Ma, nella realtà, davvero  la vita è sacra protetta, rispettata? Ed in che modo?

Arriviamo al nodo. La decisione circa le regole che potrebbero  disciplinare – se, quando e come – pratiche di buona morte, ha evidenti implicazioni etiche che interrogano la coscienza di ciascuno e quella collettiva.

Il fondamentale interrogativo, sul piano etico, consiste nel cercare una risposta, non ambigua, ad una elementare domanda: consentire la buona morte, è un bene o un male? Ciò, non significa, nonostante ogni apparenza, pronunciarsi su principi astratti, quali la sacralità della vita.

Il quesito, al quale il Parlamento italiano non ha voluto rispondere, nonostante il pressante invito della Corte Costituzionale,  è un altro: se la comunità nella quale oggi storicamente viviamo ritenga eticamente accettabile consentire l’assistenza medica, la buona morte, alle persone gravemente sofferenti, senza speranza di guarigione delle quali sia stata accertata la cosciente e consapevole volontà di porre fine alle proprie sofferenze.

Ciò, non sulla base di precetti morali fondati su costruzioni metafisiche o di credo religiosi, ma alla luce di valori fondanti e condivisi, logicamente giustificati, di una comunità, laica. Quali il benessere collettivo, la ricerca della felicità, la solidarietà. Che tenga conto, evidentemente, degli effetti che le scelte personali possano provocare sul sistema di convivenza dell’intera comunità. L’etica laica, in ogni caso deve necessariamente trovare nell’immanenza, e non nel trascendente, la risposta ai propri interrogativi.

Non dobbiamo chiederci se la buona morte, astrattamente considerata, sia un bene o un male, ma se operi bene o male, per se stesso e per la comunità, la persona che decida di praticarla. Si tratta, conseguentemente, di un giudizio sulla persona che aiuta il richiedente a porre fine alle proprie  sofferenze.

L’etica di cui parliamo, peraltro, è opinabile, in quanto ispirata a diverse concezioni  filosofiche; ad esempio all’imperativo categorico kantiano che ipotizza una sorta di deontologia nel comportamento umano; oppure alle teorie utilitaristiche, secondo le quali le nostre azioni dovrebbero mirare alla massima felicità per il maggior numero di persone. In ogni caso, l’etica di cui parliamo non coincide con i precetti morali  dettati da ideologie o religioni. Beninteso, è frequente che  i valori “laici” e quelli derivanti dai precetti morali delle religioni possano coincidere, Ma non sempre. Alcune pratiche imposte da talune religioni, ad esempio, sono incompatibili con i diritti fondamentali universalmente riconosciuti.

In ogni caso non vi è alcun antagonismo tra l’etica laica che dovrà ispirare le scelte del legislatore in materia di buona morte ed i precetti morali delle religioni cristiane in materia di buona morte – peraltro non condivisi da tutte le professioni religiose – . Precetti morali che, anche quando non coincidenti con l’etica “laica” del legislatore, potranno sempre orientare liberamente le condotte dei propri adepti. Non solo, a quanti eventualmente professino un credo distinto da quello dell’etica “laica”, in casi come questo, viene di norma  riconosciuto il diritto di non uniformarsi al precetto civile, cioè di astenersi dalle pratiche che non condividono, attraverso lo strumento dell’obbiezione di coscienza, come opportunamente richiamato anche dalla citata sentenza della Corte Costituzionale.

Nel caso concreto, – perché non si dimentichi, neppure per un momento, che non è della morte che ragioniamo, bensì delle persone che, in determinate circostanze, desiderano la propria morte o si danno la morte  – si può aggiungere che a tutte le professioni religiose,  vien in ogni caso garantita – ci mancherebbe altro – ogni assistenza spirituale volta ad aiutare il credente a non cedere alla tentazione di porre fine anticipatamente alla propria vita e ad affrontare con spirito orientato al trascendente le proprie sofferenze.  Ma se un credente, uomo o donna, esercitando il libero arbitrio,  continuasse a manifestare il proposito di porre fine alla sua vita, troverei paradossale che il suo desiderio non possa poi essere accolto perché il precetto morale della confessione religiosa che il proprio adepto non intende rispettare venisse  recepito e fatto proprio dall’ordinamento giuridico dello Stato.  

Aver certezze è bene, risulta sicuramente rassicurante,  rassicurante. Ma coltivare dubbi è non meno salutare e utile,  soprattutto in questo caso, visto che la vita e la morte, per tutti, possono essere segnate da svolgimenti imprevedibili e misteriosi.

Spesso siamo convinti, molti di noi- e lo proclamiamo con sicumera -, che in presenza di  un determinato evento ci comporteremo in una determinata maniera.  Ma è soltanto un’idea, un’astrazione. Finché resta un’idea … Tra quanti oggi giurerebbero che mai, in nessuna circostanza, ricorrerebbero alla buona morte, non pochi, di fronte ad una situazione non più immaginaria ma reale, sicuramente, potrebbero  comportarsi in maniera differente.  Ma è vero anche il contrario, cioè che tra quanti dichiarano che, in circostanze analoghe, sceglierebbero di anticipare la morte, molti, alla prova dei fatti opererebbero una diversa scelta rinunciando a tale  proposito.   

Vita e morte, disincrostate dell’astrazione, altro non sono che i nostri percorsi quotidiani  Così terribili da considerare funesto persino il giorno della nascita – secondo il pastore errante di Leopardi – o così assurdi da potere essere paragonati – secondo Camus  – alla fatica di Sisifo? O, per altro verso, esaltante esperienza di conoscenza e di appagamento, o alternarsi di gioia e di dolore? Una miriade interpretazioni che sfugge alla nostra conoscenza ed alla nostra esperienza futura. Cosa ne sappiamo, esercitando sana umiltà, del sentimento di chi, ormai sul ciglio del baratro, in presenza di insopportabili sofferenze, chiede di lasciarsi andare dolcemente? Abbiamo sufficienti motivi per giudicarlo e per impedirglielo? Senza contare che, il più delle volte, ciò significa semplicemente che lo costringiamo a realizzare lo stesso proposito in clandestinità o con maggiore sofferenza.  

Non abbiamo ricette. Camus immagina che possa essere felice persino chi è destinato a  spingere sassi lungo il pendio per tutta dal vita, senza alcuna speranza di fuggire dal supplizio. Umberto  Eco afferma “Io ho il diritto di scegliere la mia morte per il bene degli altri”, e tanti altri, ciascuno secondo i propri principi.

Prendiamo atto di trovarci di fronte all’irrisolto mistero della vita e della morte. E visto che la vita, in un modo o nell’altro, la sperimentiamo, il mistero si concentra sulla nostra. La morte costituisce il nostro ultimo dubbio.

Il mistero. Io, ad esempio, in questo momento, immagino che se mi trovassi in condizioni di estrema ed insopportabile sofferenza, non solo chiederei di anticipare la fine con una buona morte, ma mi fingo  persino che nel momento in cui  mi comunicassero che all’indomani un medico mi accompagnerebbe dolcemente alla morte, proverei un grande senso di serenità, anzi di felicità.

Allo stesso tempo, sono certo e consapevole che, di fronte ad una situazione del genere, ne ho esperienza, potrei decidere diversamente, cioè scegliere di attendere, anche nel dolore, con altro spirito, la fine dei miei giorni.

Insomma, sappiamo così poco della vita da non poter essere certi neppure delle nostre azioni.  Figuriamoci se possiamo dettare il comportamento di altre persone. Spero che né a me né ad altri venga confiscato il libero arbitrio.

Insomma chi siamo noi per giudicare? Impedire, per legge, una scelta altrui che non condividiamo è assai più di un giudizio.

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domenica 24 gennaio 2021

Spagna, la Camera approva la legge sull’eutanasia

Giovedì in Spagna la Camera dei deputati ha approvato in prima lettura un disegno di legge che rende legale l’eutanasia per le persone che soffrono di malattie incurabili. Il testo è passato con un’ampia maggioranza: 198 voti favorevoli, 138 contrari e due astensioni. A votare contro sono stati la destra e l’estrema destra: il Partito Popolare, Vox e l’Union del Pueblo Navarro. Il partito d’opposizione di centrodestra Ciudadanos ha votato a favore della legge.

La legge, promossa dal Partito Socialista (PSOE), passerà poi all’esame del Senato, dove il governo ha la maggioranza assoluta. Una volta approvata, si prevede che entrerà ufficialmente in vigore tre mesi dopo essere stata pubblicata (presumibilmente ad aprile) sulla gazzetta ufficiale, scrive El Mundo. la Spagna sarà quindi uno dei sei paesi al mondo ad aver introdotto l’eutanasia.

A causa delle misure anti covid, le associazioni per il fine vita si sono radunate fuori dalla scalinata principale del palazzo e hanno atteso lì la votazione. Poche ore prima, nello stesso luogo si erano dati appuntamento alcune dozzine di oppositori della legge, brandendo immagini di teschi e bandiere della Spagna. Secondo un sondaggio del 2019, l'87% dei cittadini spagnoli è a favore di una legge sul fine vita.

Erano 25 anni che in Spagna si dibatteva di una normativa sull'eutanasia. Il primo caso mediatico risale a metà degli anni '90. Ramón Sampedro, un pescatore galiziano, era rimasto paralizzato e intrappolato al letto per tutta la vita a causa di un incidente. Non potendo utilizzare le mani, scriveva poesie usando la bocca e aveva intrapreso una battaglia chiedendo di poter morire. Secondo El Pais, è stato in quel momento che è stato rotto il tabù del fine vita in Spagna. Il caso è finito alla Corte Suprema – che ha rigettato la sua richiesta – ed è diventato anche un film. Sampedro è morto nel 1998 per avvelenamento da cianuro di potassio. Dopo qualche tempo, una sua amica fu arrestata con l’accusa di averlo aiutato a suicidarsi, ma venne poi rilasciata per insufficienza di prove. La donna ha ammesso molti anni dopo di aver procurato a Sampedro il veleno e una cannuccia, e di essere rimasta con lui fino alla morte.

Come spiega eldiario.es, il testo approvato giovedì introduce nell’ordinamento giuridico “un nuovo diritto individuale”, quello all’eutanasia, che può essere richiesto in un contesto di sofferenza “che la persona vive come inaccettabile e che non è possibile mitigare in altro modo”. La legge tutela l’autonomia del malato, dal momento che “non esiste un dovere costituzionale di imporre o tutelare la vita a tutti i costi e contro la volontà della persona”.

Sostanzialmente, viene depenalizzato in determinate situazioni l'atto di fornire aiuto a morire, sia in modo attivo - cioè quando un medico pone fine alla vita del paziente su sua richiesta -, sia sotto forma di “suicidio assistito”, cioè quando il medico fornisce alla persona che li richiede i mezzi e l’assistenza necessaria durante il processo che porterà alla morte. Possono accedere all’eutanasia le persone maggiorenni con nazionalità spagnola (o un documento che dimostri almeno 12 mesi di residenza in Spagna) che soffrono di una malattia “grave e incurabile” oppure di una “condizione grave, cronica e invalidante” che causa “sofferenze fisiche e psichiche intollerabili”. La persona, inoltre, deve essere capace di agire e di decidere e di farlo in modo “autonomo, consapevole e informato”. Nella legge è prevista anche la possibilità di obiezione di coscienza per i medici.

Secondo il disegno di legge, l’eutanasia potrà essere ottenuta in strutture pubbliche, private convenzionate e a domicilio. La richiesta potrà essere revocata in qualsiasi momento, e va autorizzata dopo le verifiche di almeno due medici diversi e di un’apposita commissione.

María Luisa Carcedo, deputata del PSOE promotrice del disegno di legge, ha celebrato l’approvazione della norma parlando di una «legge di civiltà che ci rende liberi». Dal canto suo, l’estrema destra ha annunciato che si appellerà alla Corte Costituzionale, accusando i partiti a sostegno del disegno di legge di «introdurre l'industria della morte in Spagna».

Durante il dibattito parlamentare, Inés Arrimadas, leader del partito di centrodestra Ciudadanos, attualmente all’opposizione, ha affermato che questa legge è un «passo avanti per la libertà» dei cittadini: «Non si tratta di imporre credenze, ma di rispettare quelle degli altri», ha dichiarato, ricordando che la legge non rappresenta una perdita di diritti per nessuno e che, oltretutto, conta sul sostegno dell’80% dei cittadini. Arrimadas ha anche chiesto agli altri partiti dell’opposizione di non ridicolizzare la legge facendone una «caricatura». Ciudadanos ha proposto, inoltre, una legge sulle cure palliative come diritto complementare a quello dell’eutanasia.

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martedì 12 gennaio 2021

Eutanasie

EUTANASIE - Guido Ceronetti

 

Qualche tempo fa abbiamo trovato, sotto la pioggia, un gattino, molto piccolo, che la ruota di una macchina aveva urtato, fracassandogli la spina dorsale. L’abbiamo asciugato e sfamato, in casa ha dormito una notte in pace, senza più un lamento. Il giorno dopo arriva il veterinario e visto il suo stato consiglia subito l’iniezione. Quel gattino, se anche fosse sopravvissuto al colpo, non avrebbe mai potuto lottare per la sua vita, per la natura era già morto. L’iniezione è una combinazione fulminante di droga sonnifera e di stricnina. Appena toccato dall’ago, il gattino è morto. Non abbiamo avuto rimorsi. Bisogna sapere che può capitare in ogni momento, a tutti, di dover mettere le mani nella morte.
Non considero i gatti, o qualunque altro animale, come automi cartesiani; circa l’anima delle bestie sono d’accordo con La Fontaine nella famosa lettera a Madame de la Sablière. Dunque è come se avessi fatto l’eutanasia a un bambino neonato ridotto nelle stesse condizioni. Solo, in questo caso, la legge non avrebbe tollerato la pietà che uccide, il medico si sarebbe adoperato per prolungare lo strazio. Eppure c’è identità nell’arbitrio: se non posso arrogarmi il potere di morte per il bambino, non dovrei arrogarmelo per il gatto. Approfitto soltanto di un’indifferenza del diritto e dell’uso. Ma non si fa anche un uso arbitrario del potere di vita, quando si strappa alla morte un bambino che dovrà vivere fracassato?
Le mani nella morte. Quando la guerra si faceva col cavallo, quasi sempre toccava al cavaliere dare il colpo di grazia (questa parola è pregnante: di grazia, grazioso è chi lo dà) alla cavalcatura ferita e rantolante. E anche nella guerra senza cavallo l’eutanasia è una delle poche leggi umane, non scritte, non dell’Aja, che sopravvivono: si finisce il compagno, l’amico, il sottoposto che implora l’unica grazia, l’unico atto pietoso di cui ha ancora bisogno. Se mi mettessi a pensare «Ho diritto di farlo?» lasciando che inferocisca il dolore, senza soccorsi in vista, sarei una scrupolosa canaglia, sarei un pio carnefice.
Lascio fuori della discussione, perché non merita di entrarci, l’eutanasia di Stato, come quella praticata nel Terzo Reich contro i pazzi e i malformati, nient’altro che un carico d’infamia in più nel quadro di un’unica infamia di Stato. Neppure è il caso di evocare Sparta, che non abbatteva i malformati per fanatismo eugenetico ma per distruggere il maleficio che gli esseri deformi avventavano sulla città, questione che si può risolvere pensando esattamente l’opposto. Quel che cerco di comprendere è l’eutanasia privata, che è una prova crudele dell’uomo, difficilissima da giudicare, formidabile pullulare di casi dove non c’è un punto di bene che non sia imbrattato di male, né un punto di male che non abbia una striatura di bene. L’eutanasia è un problema barocco, di chiaroscuri violenti, di crudi contrasti, pieno di ombre pesanti. Come l’aborto, è una realtà dentro e fuori di qualsiasi legge, è iscritta nel ventre della vita. Le soluzioni, più che in una scelta morale, sono in mano del Fato.
È inutile dire che non bisogna o non si vorrà mai far questo. Viene un momento in cui tutto quel che si è detto ammutolisce di colpo di fronte a quel che ci succede. La negazione di soluzioni e d’interventi straordinari vale finché tutto è passabilmente normale: mentre stai camminando, trovi insolente che ti taglino una gamba, benedici chi te ne libera se c’è passato sopra un treno.
Ci sono dolori che possono calmare soltanto dosi molto elevate, così elevate da risultare mortali, di stupefacenti. Chi le pretende, per sé o per qualcuno che ama, ha certo più ragione di chi gliele nega. Per il medico ci sono infinite opportunità di abbreviare o troncare una pena senza speranza, e c’è anche il trapanante dovere di non trascurarle. Avrei paura di affidarmi a un medico che cercasse unicamente, fanaticamente, di prolungare ad ogni costo i giorni miserabili dei suoi morenti. Perciò sono particolarmente temibili le grandi organizzazioni sanitarie, gli ospedali dove, per latitanza della pietà e della legge, non è concesso di morire. Bisogna lottare, lottare strenuamente, per morire in casa, con medici e familiari che capiscano il nostro diritto di morire quando è l’ora di morire.
In fatto di eutanasia mi rallentano di più le riserve filosofiche, delle morali. E tuttavia ritengo che un’etica medica che per umanità le respinga sia un’etica buona. Il medico ha di fronte il dolore, non il mistero dell’essere, non un enigma teologico insolubile. (Ne sarebbe schiacciato sempre). Quel che forse è da temere è che il dolore inconsumato e inconcluso possa causare altra pena, altro dolore: qual è il momento giusto per tagliare la radice? È anche il massimo problema metafisico del suicidio. Il to be or not to be vale anche per l’eutanasia agonica. Non conosceremo mai tutte le conseguenze di un atto. Però l’atto da compiere va compiuto.
Se una legge ha da esserci, riguarda esclusivamente la professione medica. L’eutanasia familiare violenta non può certo godere di tolleranza legale, ha solo diritto a un’intelligente clemenza, caso per caso. Un soffio la separa dal crimine, un soffio che vale una voragine, ma non è che un soffio. Chi la compie si fascia di tragico, e il tragico isola da qualsiasi legge.
Il caso della pediatra di Bologna è dei più complicati; lo ricordo qui per la sua attualità, non per proporre soluzioni. Il padre e una sorella soppressi (valium e luminal, incisione dei polsi), un proposito di suicidio non attuato. Se i morti fossero stati tre, il cerchio della tragedia era chiuso; adesso c’è questa donna sola, sotto giudizio (chissà quando), in mano a suore e a periti. Si vorrà farne una pazza, perché lo squilibrio mentale ne risucchi la colpa e la sua eutanasia diventi un tranquillizzante raptus omicida, ma la donna, dall’asilo, grida eutanasia, cioè ragione e non demenza. Come pediatra non sembra essere stata affatto una squilibrata. Sarà decenza ascoltarla come un essere cosciente, esaminando con umanità se in quell’eutanasia il soffio che la separa dal delitto esista o no; l’ipotesi della follia dovrebbe farsi solo se non si vedessero abbastanza ragioni per una soppressione pietosa. Ma si può chiamare follia una ragione diversa, impenetrata? Le garze e il cotone disposti da Giacomina Allocca perché l’atto fosse meno vistosamente sporco, non hanno niente di demenziale: sono dovute all’abitudine professionale, a un supplemento di pietà; non voleva che quella sembrasse la camera di un delitto.
Quel che rende il gesto dell’Allocca più vicino all’omicidio, è la mancanza del consenso dei beneficiari della sua pietà: né il padre né la sorella (questa, malata di mente) avevano chiesto quel definitivo sollievo. Ci può essere stato un errore nell’interpretazione dei loro segnali…
Non è sempre vera la massima di La Rochefoucauld: «Siamo tutti abbastanza forti per sopportare i mali degli altri». Il bisogno di sollievo personale ha la sua parte, anche torbida, nelle eutanasie. Come si fa a giudicare se prevale questo bisogno o la pietà dell’altro? Esiste una pietà pura? Forse i casi più limpidi sono quelli dei vecchi coniugi malati, che si sopprimono mutuamente, e per loro non è difficile una comprensione perfetta.
Nel novembre 1962, a Liegi, il processo Vandeput fu un caso mondiale. Corinne, una bambina focomelica, nata il 22 maggio, era stata uccisa dalla madre, Suzanne Vandeput, con una dose mortale di sonnifero prescritta dal dottor Jacques Casters, una settimana dopo. Suzanne aveva agito col pieno appoggio della sorella e della madre. Dietro, c’era una delle maggiori stragi compiute dall’industria chimica, l’affare della talidomide.
All’epoca del processo ero convintamente assoluzionista. Non lo sono più, pur restando persuaso che per una bambina, oltre che bruciata negli arti, così implacabilmente rifiutata, non ci sarebbe stato neppure un tiepido limbo, un’obliqua apparenza di vita nella casa dei Vandeput. Se Suzanne avesse arretrato, per orrore dell’atto, persistendo però nel rifiuto, il suo comportamento verso la figlia sarebbe stato più crudele, l’avrebbe punita di essere nata deforme facendola vivere senza amore.
È impressionante la volontà di morte che ha dominato, fin dal primo momento, già nella clinica, le tre donne disperate. (Fu un affare di donne, il padre era un abulico dedito alle partite di calcio). Non pensavano che a dare la morte alla neonata, ossessivamente, freneticamente. Era proprio la pietà a renderle così impazienti? Forse volevano soltanto lavare la vergogna di quella malformazione. Colpisce anche l’assunzione collettiva della colpa, per annullarla, da parte di una città intera, che premeva sui giurati con la sua sinistra voce, perché assolvessero tutti. Lo riferiva Nello Ajello sull’«Espresso», in una sua corrispondenza amara da Liegi, che adesso, riflettendo meglio, condivido. Quell’assoluzione completa strappata a furor di popolo toglieva il marchio dell’infanticidio a gente che non aveva abbastanza cinismo per sopportarlo, né abbastanza merito tragico perché gli fosse tolto.
I Vandeput e il medico che, coperti di fiori e di applausi, brindano nel tripudio generale, sono un’immagine piuttosto ripugnante d’insensibilità umana. Avrebbero dovuto liquefarsi subito, sparire in un proprio buio di mezzogiorno. Bisogna però tenere conto di Liegi: la città fattasi capro espiatorio li aveva completamente liberati da ogni senso di colpa.
Così finisco per imputargli sopratutto lo squallore, esterno, interiore, e per punire idealmente soltanto le loro facce. Perché il loro delitto ora si vede chiaro, ora non si vede. Certamente, nelle loro coscienze, il caso è felicemente risolto. Non può esserlo nelle nostre.

 

Tratto da: Guido Ceronetti, La carta è stanca

 

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La ballata dell'angelo ferito - Guido Ceronetti

 

Urlate urlate urlate urlate.
Non voglio lacrime. Urlate.
Idolo e vittima di opachi riti
Nutrita a forza in corpo che giace
Io Eluana grido per non darvi pace

Diciassette di coma che m'impietra
Gli anni di stupro mio che non ha fine.
Una marea di sangue repentina
Angelica mi venne e fu menzogna
Resto attaccata alla loro vergogna

Ero troppo felice? Mi ha ghermita
Triste fato una notte e non finita.
Gloria a te Medicina che mi hai rinata
Da naso a stomaco una sonda ficcata
Priva di morte e orfana di vita

Ho bussato alla porta del Gran Prete
Benedetto: Santità fammi morire!
Il papa è immerso in teologica fumata
Mi ha detto da una finestra un Cardinale
Bevi il tuo calice finché sia secco
Ti saluta Sua Santità con tanto affetto

Ho bussato alla porta del Dalai Lama.
Tu il Riverito dai gioghi tibetani
Tu che il male conosci e l'oppressura
Accendimi Nirvana e i tubi oscura
Ma gli occhi abbassa muto il Dalai Lama

Ho bussato alla porta del Tribunale
E il Giudice mi ha detto sei prosciolta
La legge oggi ti libera ma tu domani
Andrai tra di altri giudici le mani.
Iniquità che predichi io gemo senza gola
Bandiera persa qui nel gelo sola

Ho bussato alla porta del Signore
Se tu ci sei e vedi non mi abbandonare
Chiamami in cielo o dove mai ti pare
Soffia questa candela d'innocente
Ma il Signore non dice e non fa niente

Ho bussato alla porta del padre mio
Lui sì risponde! Figlia ti so capire
Dolcissimo io vorrei darti morire
Ma c'è una bieca Italia di congiura
Che mi sentenzia che non è natura

E il mio papà piangeva da fontana
Me tra ganasce di sorte puttana.
Cittadini, di tanta inferta offesa
Venga alla vostra bocca il sale amaro.
Pensate a me Eluana Englaro

(28 dicembre 2008)

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Domani vado a morire in Svizzera - (intervista a) Dominique Velati

lunedì 17 marzo 2014

L’eutanasia clandestina nel paese degli ipocriti - Carlo Troilo (Associazione Luca Coscioni)

…il 18 marzo inizierò uno sciopero della fame con cui mi ripropongo di contribuire a scuotere il muro di silenzio sulla eutanasia, spingendo il Parlamento a discutere la proposta di legge di iniziativa popolare sulla legalizzazione della eutanasia su cui l’Associazione Coscioni ha raccolto quasi 70 mila firme autenticate di cittadini. 
Nello stesso giorno – alle 11,30, nella sede della Associazione in via di Torre Argentina 76 – terrò una conferenza stampa resa particolarmente importante dalla partecipazione, assieme a Mina Welby e Mario Riccio, di Chiara Rapaccini, compagna di Mario Monicelli fino alla sua morte, Luciana Castellina, per lunghi anni compagna di Lucio Magri e il figlio di Carlo Lizzani, Francesco: un “evento”, una protesta contro le leggi spietate che hanno costretto i nostri cari ad una morte atroce. 

Le ragioni per le quali ritengo necessaria ed anche possibile la legalizzazione della eutanasia anche in Italia sonno molte. Ne ricordo tre:
- Non è accettabile che l’Italia resti, fra i grandi paesi europei, l’unico in cui non solo non si legalizza l’eutanasia ma nemmeno si accetta di discuterne
- In un paese in cui i veri cattolici sono una minoranza e il 60per cento dei cittadini è favorevole alla eutanasia, non è ammissibile che le forze politiche continuino a soggiacere ai diktat delle gerarchie ecclesiastiche
- Il tema non interessa più soltanto alcuni intellettuali “radical-chic” ma un numero rilevante e crescente di italiani.

Su questo punto fornirò dei dati che ritengo sconvolgenti ma che sono praticamente ignorati dalla stampa, anche quella “progressista”:
- Secondo l’ISTAT ogni anno in Italia si verificano 1.000 suicidi e oltre 1.000 tentati suicidi di malati. 
- Autorevoli ricerche (la più nota, quella del 2007 dell’Istituto Mario Negri) ci dicono che ogni anno 20.000 malati terminali vedono accelerata la loro fine a seguito dell’intervento attivo dei medici: una “morte all’italiana” (per non dire, come mi sembrerebbe lecito, di eutanasia clandestina). 
Siamo dunque di fronte ad una vera e propria strage degli innocenti, ignorata dai media e dagli italiani, a cui dobbiamo dire basta…

…Abitualmente si pensa che l’eutanasia risponda alle esigenze e ai desideri dei malati terminali, per cui si tende a vedere solo o prevalentemente in loro gli “aventi titolo” all’eutanasia. Non è così. Mario Monicelli, Lucio Magri, Carlo Lizzani non erano “malati terminali”. Essi volevano morire perché ritenevano che la loro vita non fosse più degna di essere vissuta. E sono certo che anche mio fratello, che invece era malato terminale, non si è suicidato per questo. Michele, ormai, era rassegnato a non poter ottenere l’eutanasia, di cui era sempre stato un sostenitore, e anche ad attendere le poche settimane, se non i pochi giorni, che lo separavano dalla morte. Una sera però, appena rientrato dall’ospedale, ebbe un primo episodio di incontinenza. La sua badante dovette spogliarlo, lavarlo e metterlo a letto con un pannolone. Michele era un anziano scapolo, un uomo elegante, riservato, pudico. Non fu la malattia, ma l’idea di dover subire ancora quella umiliazione a spingerlo ad uscire sul terrazzo e a gettarsi nel vuoto. Perché per molti non ci può essere vita senza dignità. Lo dice anche la nostra Costituzione, a proposito di accanimento terapeutico, all’articolo 32: “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”…