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mercoledì 3 dicembre 2025

Salvini ci vuole studiare! Noi musulmani siamo la sua ossessione - Shady Hamadi

 

Lanciamo l’osservatorio sull’islamizzazione, è la brillante idea del ministro dei Trasporti Matteo Salvini che, a corto di argomenti per fare consensi elettorali, riaccende la paura attraverso la creazione del nemico esterno. E chi può mai scegliere? Ma noi musulmani! E’ chiaro, siamo il suo capro espiatorio preferito. Incapace di produrre qualsiasi ragionamento o decisione politica che possa risolvere quelli che sono i problemi dell’Italia – disoccupazione, lotta alla mafia, ai femminicidi e all’emorragia che ha portato centinaia di migliaia di italiani a emigrare all’estero – ha annunciato in pompa magna un osservatorio.

Ci vuole studiare! Vuole monitorare, dice, il rischio di islamizzazione dell’Italia – non di bancarotta -, insieme alla cultura patriarcale che promuoviamo – peccato che le vittime di femminicidi in Italia siano moltissime, uccise da italianissimi compagni – e, in fine, far sì che le moschee illegali chiudano. Certo, il nostro obbiettivo è aprire sale di preghiera nascoste, dove possiamo prostrarci a Dio lontano da sguardi indiscreti. Attenti, ovviamente, che i carabinieri non ci vedano mentre sussurriamo le lodi a Dio.

Il pericolo islamico è tanto evidente, secondo Salvini, da dover dedicare risorse e soldi che, invece – facciamo i populisti – potrebbe dedicare ad un osservatorio per i giovani italiani all’estero – come li riportiamo a casa? O per capire come migliorare gli stipendi da fame. No, ahimè, siamo la sua ossessione. Però, ministro, io un osservatorio lo aprirei: quello sulla scemenza.

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martedì 30 aprile 2024

Due avanzi di spazzatura, di nome Salvini e Valditara

A tutta prima li prendi per due dementi, e non ti sbagli. Ma, comunque, due dementi “dotati di coscienza di classe”, come ebbe a dire di sé Max Weber, che invece tutto era salvo che privo di materia cerebrale.

Sono Salvini, vice-premier del governo Meloni, e Valditara, ministro dell’istruzione con scarsa cognizione dell’italiano (*), presenti nella cronaca di questi giorni per le loro sparate sul tetto agli “studenti stranieri”, protagonisti di un classico esempio di razzismo di stato – che si aggiunge alle misure del governo Meloni contro gli sbarchi, alla creazione di kampi per richiedenti asilo in Albania, ai rinnovati accordi con i kapo libici e tunisini per rendere le migrazioni verso l’Italia quanto più costose e dolorose (e perciò “educative”) possibile, alle intimidazioni perché le “comunità” degli immigrati si tengano alla larga dalle manifestazioni per la Palestina, e così via.

Il tandem ha strillato per l’ennesima falsa “emergenza” dovuta alle popolazioni immigrate. A loro dire, le scuole sarebbero sull’orlo della “disgregazione”, del “caos”, dell’anarchia dove “ognuno pensa e fa ciò che vuole”, perché non è stato fissato un tetto inderogabile del 20% agli “alunni stranieri” in ogni classe. Dunque: bisogna porre rimedio quanto prima a questo sconcio, altrimenti qui crolla tutto.

I due hanno già avuto una serie di risposte ragionevoli, centrate per lo più sui dati di fatto: 1. del milione circa di studenti figli di immigrati, quasi il 70% è nato in Italia: è “straniero” solo perché una legislazione di merda esclude lo ius soli, e quindi non gli dà la cittadinanza; 2. di questi studenti, gli ignari della lingua italiana sono solo il 3-4%, nei primissimi anni di scuola – e per rimuovere questo ostacolo già alla partenza, basta davvero poco per la nota versatilità dei piccoli ad apprendere le lingue per esigenze di socialità; 3. in almeno otto scuole su dieci il numero degli studenti “stranieri” per la legge è largamente al di sotto del 20%, quindi non esiste alcun tipo di “emergenza”; 4. se comunque il dato percentuale degli studenti figli di immigrati è in crescita, ciò si deve alla decrescita delle nascite da coppie italiane, sempre più consolidata grazie anche (non solo) alle politiche di precarizzazione del lavoro e della vita adottate negli scorsi decenni dai partiti di Salvini e Valditara; 5. mettere il tetto auspicato dal duo introdurrebbe una brutale discriminazione contro i figli degli immigrati nelle zone urbane con la più alta densità di popolazione immigrata, l’Emilia-Romagna in primis, perché costringerebbe questi ragazzi ad andare a scuola in altri paesi o città, o almeno in altre zone della stessa città lontane dalla propria abitazione; 6. tra le scuole di più alto spessore culturale ci sono, in Italia, proprio quelle di regioni con alta densità di immigrazione come appunto l’Emilia-Romagna, tali perché – con tutti i limiti del caso – hanno preso sul serio la trasformazione dell’Italia nell’ultimo mezzo secolo in un paese multinazionale, multirazziale, multiculturale.

Si tratterebbe, semmai, di potenziare ulteriormente gli strumenti e le iniziative atti ad aiutare i figli e le figlie degli immigrati a superare le loro difficoltà perché, anche se nati in Italia, non hanno alle spalle famiglie che parlano correntemente italiano. Si tratterebbe, semmai, di modificare radicalmente in senso multiculturale, anzi: transculturale, il processo di formazione delle/degli insegnanti, la quasi totalità delle/dei quali sa poco o niente, e perfino meno di niente, delle nazioni e delle culture da cui provengono le popolazioni immigrate. Si tratterebbe, insomma, di prendere atto dell’enorme trasformazione sociale e culturale avvenuta nell’ultimo trentennio con l’arrivo in Italia di milioni di immigrati/e da tutto il mondo, e assecondarla nel senso del pieno sviluppo delle sue potenzialità, abbattendo ignoranza, pregiudizi e discriminazioni istituzionali e di fatto.

Ma è esattamente questo che non va ai due bestioni.

E qui vien fuori la loro, istintiva per lo meno, coscienza di classe. Perché a preoccuparli non sono le difficoltà delle maestre o dei docenti in generale, chiamate in causa in modo sfacciatamente strumentale; a loro interessa tutt’altro: il “rispetto per la nostra cultura”, il “nostro sistema valoriale” perché “non c’è futuro per una comunità che non abbia identità”. Ed ecco la solita spazzatura razzista sugli immigrati come fattore di rischio, pericolo, inquinamento della “nostra identità” (quale?) da cui difendersi: il nemico esterno diventato nemico interno, che torna utile, se non indispensabile, in tempi di ormai ufficiale preparazione alla guerra. Ne abbiamo parlato in lungo e in largo nel n. 3 del Cuneo rosso, e non è il caso di ripeterci (nel caso chi legge fosse interessato/a a conoscerlo, può scrivere a com.internazionalista@gmail.com – ne abbiamo ancora pochissime copie). La posta in gioco, alla fine, è la ricomposizione unitaria di un proletariato multinazionale, che avrebbe una forza eversiva dello stato di cose presenti semplicemente esplosiva, o l’eccitazione di odi e false contrapposizioni tra proletari autoctoni e immigrati affinché l’intera classe lavoratrice resti divisa e schiava della classe dominante.

Ci teniamo soltanto a ribadire che la prospettiva delle “guerre di civiltà” (Clash of Civilizations) tracciata da M. Huntington e ribiascicata dalla coppia Salvini-Valditara registra un dato reale, e gli oppone una soluzione disperatamente reazionaria. Il dato reale è il vero e proprio passaggio d’epoca avvenuto con la globalizzazione dei rapporti sociali capitalistici degli ultimi decenni, che – sia pure nelle più estreme disuguaglianze – ha legato in un unico meccanismo e in un unico destino le popolazioni che vivono ai quattro angoli del pianeta. Una delle più importanti conseguenze sociali e culturali di tale processo – data anche l’intensificazione delle migrazioni internazionali – è la creazione di società sempre più plurinazionali. Per Huntington e soci tutto ciò è, in qualche misura, contro-natura e porterà al collasso l’emisfero nord. Per noi invece è il versante ancora “progressivo” del capitalismo decadente in quanto rende possibile, difficile certo, ma possibile, andare finalmente oltre i compartimenti-stagni nazionali (così come sono stati, e da lungo tempo, superati i compartimenti stagni in ambito economico); andare oltre la gretta convinzione dell’auto-sufficienza delle singole culture e il loro carattere escludente, verso società che accettino e vivano la loro composizione multi-nazionale e multi-culturale come una grande ricchezza; che riconoscano nella piena parità effettiva di diritti delle popolazioni che le compongono la condizione prima perché questa ricchezza si manifesti; che sappiano, perciò, incamminarsi oltre l’attuale assetto delle relazioni sociali capitalistiche – perché sono proprio queste relazioni intrinsecamente appestate di nazionalismo e di razzismo ad impedire che la grande ricchezza di cui stiamo parlando diventi, da potenziale o soffocata com’è ora, libera ed effettiva.

Con enorme fatica, tra le più acute contraddizioni e non senza portare dentro di sé i residui corposi di tale esperienza, la specie umana ha superato l’orda, la tribù, l’etnìa, la città-stato, la marca, il feudo, conquistando la più ampia e ricca dimensione economica, istituzionale e culturale della nazione (moderna). Non da ora, però, la dimensione nazionale appare in ritardo rispetto all’evoluzione materiale e culturale in atto. Si sono già abbondantemente create le basi per il superamento effettuale delle nazioni – sebbene, e non va dimenticato!, ci siano ancora popoli senza stato. Pochi fenomeni lo segnalano con la stessa forza delle migrazioni internazionali e della esperienza degli emigranti-immigrati che vivono “a cavallo” tra due o più nazioni, lingue, “razze”, culture, continenti. Dopo la compiuta mondializzazione dei rapporti sociali capitalisti, sui presupposti da essa gettati e negandone i criteri ordinativi, è diventato finalmente possibile fuoriuscire (via rivoluzione sociale! – non certo con la scheda elettorale) dai rapporti materiali di dominio e dalla logica di dominio propri del capitalismo, ed avviarci verso una nuova affascinante epoca di interazioni tra liberi ed eguali e di fusione tra le nazioni e le culture.

A fronte di questa prospettiva gli allarmi, le invettive, nonché le “soluzioni” proposte dai crociati Salvini e Valditara appaiono avanzi di spazzatura, al pari dei loro banditori. Ma nelle polemiche dei giorni scorsi i loro critici democratici alla Pd e annessi e connessi mostrano tutta la loro ipocrisia e inconsistenza perché, gira e rigira, vorrebbero il capitalismo – guai a chi glielo tocca, mettono mano ai carri armati e ai Taurus! – senza i suoi portati più naturali e ineliminabili, tra i quali, appunto, il razzismo e le discriminazioni ai danni delle popolazioni immigrate. È loro grande merito non aver fatto nulla per cancellare la Bossi-Fini, e non aver voluto – quando potevano – introdurre lo jus soli, o no? In fatto di guerre culturali, poi, non sono secondi a nessuno – basta vedere il tasso della loro russofobia o islamofobia. Lo stesso dicasi per ogni altro problema, o emergenza, reale che affligge realmente le scuole e gli studenti: dall’alternanza scuola-lavoro (fonte anche di infortuni e di morte) agli istituti fatiscenti che, quelli sì, crollano per davvero, dall’invadenza di militari e poliziotti/carabinieri come nuovi educatori allo strozzinaggio delle tasse universitarie e degli affitti, per non parlare, poi, del carattere di classe dell’intera struttura dell’istruzione scolastica e del nazionalismo/eurocentrismo/occidentalismo dei contenuti trasmessi. Razzismo aggressivo delle destre e razzismo democratico targato Pd&Co., ricette liberal-fascio-populiste delle destre e ricette liberal-democratico-belliciste di Pd&Co., sono due facce della stessa medaglia. Da buttare.

(*) Il ministro dell’istruzione è stato sfottuto anche per il suo claudicante italiano. Tra gli sfottò più simpatici, questo: “Nella sua classe, quanti erano gli stranieri che le hanno impedito di imparare a scrivere in italiano corretto?”.

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martedì 10 ottobre 2023

I migranti e le incoerenze del governo - Rocco Artifoni

 

Se si mettessero d’accordo, almeno eviterebbero le contraddizioni.

Il presidente del consiglio Giorgia Meloni in una lettera inviata al cancelliere tedesco Olaf Scholz ha scritto: “È ampiamente noto che la presenza in mare delle imbarcazioni delle Ong ha un effetto diretto di moltiplicazione delle partenze di imbarcazioni precarie che risulta non solo un ulteriore aggravio per l’Italia, ma allo stesso tempo incrementa il rischio di nuove tragedie in mare”.

La lettera è stata scritta in riferimento al finanziamento di alcune Organizzazioni non governative (Ong) che soccorrono i migranti nel Mare Mediterraneo da parte del governo tedesco.

A rincarare la dose è arrivata anche una dichiarazione su Instagram del vicepremier leghista e ministro delle Infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini: “Governi stranieri, che finanziano associazioni private straniere, per riempire di clandestini l’Italia. Vergognoso, inaccettabile”.

Probabilmente né Meloni né Salvini hanno ascoltato le parole del ministro della Difesa Guido Crosetto, che ad una agenzia stampa ha affermato: “Per quanto riguarda i salvataggi in mare, voglio rammentare agli amici tedeschi che quelli effettuati dalle Ong rappresentano appena il 5%”. E con orgoglio patriottico Crosetto ha sottolineato che “anche l’Italia salva, e ha salvato, migliaia di persone, anche senza l’aiuto delle Ong”.

A completare l’opera delle prese di posizione governative non poteva mancare il secondo vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha precisato: “Il problema c’è ma va affrontato in maniera solidale, non in modo egoistico. La frontiera sud dell’Europa siamo noi”.

Prescindendo dalle palesi contraddizioni, sorgono spontanee alcune domande.
A Giorgia Meloni: perché non si pone la domanda perché questi migranti rischiano la vita su imbarcazioni precarie cercando di attraversare il Mediterraneo?

A Matteo Salvini: che cosa direbbe il governo italiano se il governo tunisino protestasse perché l’Italia sta finanziando le Ong italiane presenti in Tunisia?

A Guido Crosetto: se le Ong si occupano soltanto del 5% dei salvataggi, perché ci si preoccupa così tanto e perché si farebbe volentieri a meno di questo aiuto?

Ad Antonio Tajani: se il problema va affrontato in modo solidale, perché non sostenere e incoraggiare tutte le organizzazioni disponibili ad aiutare chi si trova in difficoltà?

Purtroppo, come spesso accade in politica, la logica non va d’accordo con la propaganda.
Come scrisse Gore Vidal, “le parole servono a confondere, cosicché in periodo di elezioni la gente voti solennemente contro i suoi stessi interessi”.

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giovedì 2 luglio 2020

La ley del camino - Fabio Pusterla




Questo discorso è stato tenuto al Congresso del Partito Socialista Ticinese nel 2018. Mi pare che valga ancora e ben oltre i suoi confini geografici. Ho chiesto all’autore di poterlo quindi riproporre su Nazione Indiana.)
L’originale si trova qui:  http://www.ps-ticino.ch/care-compagne-cari-compagni-discorso-fabio-pusterla/ (f.m.)

Discorso per il congresso del Partito Socialista, Arbedo 18 novembre 2018
Care compagne, cari compagni,
ho pronunciato quattro parole, o meglio due, declinate al femminile e al maschile, e sono già costretto a fermarmi. Queste due parole sono state a lungo, per più di un secolo, una formula ovvia d’apertura, dietro la quale tutti potevano capire una realtà comune e almeno entro certi limiti chiara. Ma oggi è ancora così? Io ne dubito, e penso che questa formula nota a tutti oggi forse ponga qualche problema, e chieda di essere interrogata seriamente. Tutto il mio breve intervento sarà dunque basato sugli interrogativi sollevati da queste due parole così importanti e oggi così incerte.
Tanto per cominciare: ci siamo davvero ancora reciprocamente “cari”?  E cosa vorrebbe dire “cari”? “Aver caro qualcuno” vorrebbe dire, e questo è il significato che la parola porta con sé da secoli, e anzi da millenni, salendo a noi almeno dall’epoca latina, riconoscerne il valore, la preziosità, e provare una forma di affetto, di tenerezza, persino di amore. Da “caro” deriva del resto il concetto importante di “carità”. Allora: è questo che proviamo reciprocamente: un senso di preziosità, di affetto che ci unisce al di là delle differenze e delle divergenze? Una comune carità? Tutti noi sappiamo benissimo che la storia della sinistra è una complessa dialettica di unità e frantumazione; e che, entro certi limiti, proprio questa effervescenza ideologica ha a lungo costituito una grande ricchezza e un grande serbatoio di idee e di energie. Ma in certi momenti storici, di solito contrassegnati da una particolare difficoltà, come quello che stiamo affannosamente vivendo, le divergenze hanno preso il sopravvento; le rivalità oscurato la coscienza della comune carità; le ambizioni individuali o di parte annichilito la dimensione ideale. Il mondo in queste epoche è spazzato da un vento cupo e nero, lo stesso vento di cui ha parlato recentemente Igor Righini in uno suo articolo, e di cui oggi sentiamo la presenza quotidiana, nel piccolo della nostra realtà, ma anche allargando lo sguardo: dal Brasile di Bolsonaro all’Italia di Matteo Salvini, dall’America di Trump alla Turchia di Erdogan, quasi da ogni dove giungono le raffiche gelate di questo vento, e, come nella pagina iniziale del grande romanzo di Emile Zola, Germinale, la strada davanti a noi sembra aprirsi dritta come un molo nel buio accecante delle tenebre. Ma intanto che il vento infuria e le tenebre si infittiscono, cosa fa la sinistra? A volte, come dimentica di sé e di ciò che sta accadendo, litiga, si frantuma, si annulla. Perde di vista la “carità”. Colpa dei gruppuscoli più estremi, si dice allora di solito, che in nome della loro intransigenza  e presunzione di verità assoluta favoriscono la dispersione. Ma una simile spiegazione è insufficiente, e soprattutto ingiusta, perché non considera che la vera forza di un grande movimento di sinistra, di un grande partito di sinistra, sta nella capacità di contenere e accogliere in sé queste divergenze, di non lasciarle esplodere in maniera distruttiva; e questo è possibile solo quando, al di sotto delle contingenze e delle diversità, si mantiene viva e forte una idealità comune, vigorosa e riconoscibile, una forza progettuale che va ben al di là delle scadenze elettorali, delle tattiche e delle preoccupazioni spicciole.
Ma questo ci conduce alla seconda parola: “compagni”. Tutti ne conosciamo la splendida origine, che riconduce alla concreta realtà del “pane”, l’alimento primario della nostra cultura, e ai suoi significati simbolici. Colui con cui spezzo il mio pane è il mio compagno: e l’immagine è così bella e così forte, la parola così ricca di significato evidente, che tutti coloro che la avversano la invidiano anche, e per questo la irridono non appena possono: il disprezzo con cui le destre pronunciano come se fosse un insulto o una parola ridicola il termine “compagni” è l’altra faccia dell’invidia e del timore: perché si sente rimbombare, in questa semplice parola, qualcosa di grande. E tuttavia oggi le cose sono più complicate. L’8 luglio 1974 Pier Paolo Pasolini, che sarebbe stato trucidato nell’autunno dell’anno successivo, scriveva su «Paese sera» un articolo memorabile, in cui rispondeva a certe critiche che gli aveva mosso Italo Calvino. E diceva, Pasolini, che un’epoca della storia umana, lunghissima, che lui riassumeva nell’espressione età del pane era terminata, perché eravamo ormai entrati nell’età della merce. Nell’età del pane, osservava, «gli uomini erano cioè consumatori di beni estremamente necessari. Ed era questo, forse, che rendeva estremamente necessaria la loro povera e precaria vita. Mentre è chiaro che i beni superflui rendono superflua la vita». Se, come credo, Pasolini aveva ragione, dobbiamo chiederci cosa possa significare la parola “compagno” nell’età della merce, che non è più quella del pane. Dobbiamo chiederci quale possa essere, oggi, il nuovo pane da spezzare tra di noi e con gli altri, perché solo in questo modo potremo continuare ad usare il termine “compagni” senza essere patetici.  Naturalmente non mi illudo di avere la risposta; ma suggerisco di considerare con attenzione l’idea che a dover essere condivisi, oggi, siano soprattutto i diritti. I diritti che già esistono, che sono il frutto di una faticosa conquista del progressismo otto e novecentesco, e che oggi vediamo costantemente minacciati da un vasto progetto di restaurazione volto a indebolire, e talvolta addirittura eliminare questi diritti umani e sociali, cosa che spinge da molto tempo le forze della sinistra su una posizione difensiva e logorante, che rischia di minarne lo slancio, l’inventiva, la creatività. Bisogna senz’altro difendere con forza i diritti esistenti dalla furia del neocapitalismo selvaggio e del suo talvolta inconsapevole braccio armato, il populismo dilagante; ma bisogna anche avere il coraggio di immaginare i diritti che ancora non esistono, quella fetta enorme di giustizia e di equità che ancora non è stata riconosciuta. Per fare questo, io penso che ci si debba spingere verso territori ancora sconosciuti; che si debba avere il coraggio di varcare i confini dei diritti attuali, delle leggi attuali, per esplorare e illuminare ciò che sta oltre. Perché i diritti non sono immobili nel tempo, ma mutano con il mutare delle condizioni, con l’emergere di nuovi soggetti storici, politici, economici. Oltre la soglia della legalità non abita soltanto l’illegalità, bensì anche il nuovo volto dei bisogni, la possibilità di una giustizia sociale che oggi non sa ancora essere pensata. Andare oltre la legalità, in questo senso, significa non accontentarsi di ciò che già esiste; non appiattirsi su posizioni difensive; non credere che l’attività politica sia definita semplicemente dal mantenimento delle posizioni e dalla gestione del potere. Il diritto di avere dei diritti, intitolava alcuni anni or sono Stefano Rodotà la sua ultima grande opera. Sono certo che, ascoltando queste parole, la mente di molti di voi sta pensando ai migranti, ai nuovi diseredati, alle terribili negazioni dei diritti che li concernono, tanto nei luoghi da cui cercano di fuggire tanto in quelli a cui provano ad approdare, con tutti gli ostacoli che conosciamo bene. Ma non si tratta soltanto di questa nuova realtà. Gli studenti che incontro nel mio lavoro a scuola: hanno il diritto di sperare? Di provare a essere felici? Di superare il disagio, il senso di catastrofe familiare ed esistenziale che spesso li accompagna? Di credere nel futuro? Gli anziani: oltre ai diritti già esistenti hanno anche quello di sentirsi utili e ascoltati, non emarginati e ghettizzati? E come concretizzarlo? Gli apostoli che spezzavano il pane con Cristo durante l’ultima cena era tutti uomini; le donne forse erano di là, a lavare i piatti. Che diritti hanno le donne? In uno scrittore svizzero di lingua tedesca che certo non simpatizzava per il socialismo, Meinrad Inglin, trovo un po’ a sorpresa questa domanda: «Ma noi, chi siamo noi alla fin fine? Siamo degni, siamo all’altezza di questo spazio nel quale abitiamo?». Inglin si riferiva al Canton Svitto, ma anche noi potremmo porci lo stesso interrogativo; siamo degni dello spazio, del territorio in cui abitiamo? Troveremo la forza di arginarne lo scempio e la rovina, o ci siamo già rassegnati ad accettarne la trasformazione in parcheggio e supermarket, in merce da consumare in fretta tra nuove passerelle sui laghi e rinnovata svendita delle acque? Solo mantenendo vive e brucianti queste domande inquietanti potremo sperare di sentirci ancora reciprocamente cari, ancora compagni di qualcosa e per qualcosa; partecipi di un’avventura che è infinitamente più importante di una votazione o di una percentuale. In una lettera del 30 novembre 1969 un poeta italiano, Giovanni Giudici, scriveva ad un altro poeta, Franco Fortini, comunista e traduttore di Brecht. Gli diceva: «Ai livelli del temporale, penso che la “compassione” sia ancora una delle virtù meno indegne di ciò che la nostra specie vorrebbe essere». Compassione: cioè il patire, il provare passione, insieme; compagni: cioè il condividere insieme il pane. Perché, come ho letto una volta in un romanzo di Cormac Mc Carthy, «el compartir es la ley del camino».
E allora, care compagni e cari compagni, adesso provo ad usarle di nuovo, queste due parole, con tutta la cautela e con tutta la speranza di cui posso disporre; per augurare buon lavoro a questo congresso, ma soprattutto per augurare a tutti di saper andare oltre, oltre i regolamenti, oltre le contrapposizioni inutili e persino oltre le preoccupazioni elettorali, per ritrovare lo slancio, l’idealità e la forza. La ley del camino.

domenica 17 maggio 2020

Contro l’estetica della morte - Marco Revelli






Morte e fascismo hanno sempre marciato insieme. L’estetica della morte ha annunciato l’avvento dei fascismi in Europa e ha segnato il tempo della loro catastrofica fine. Gli squadristi ante-marcia portavano sui loro labari neri il teschio con sotto la scritta “Me ne frego” ad affermare nel disprezzo della morte propria il diritto sovrano a disporre della vita altrui. Così i “proscritti” dei freikorps protonazisti. I macellai dei Battaglioni “M” – quelli che servivano i tedeschi nel fare il lavoro sporco nei mesi della guerra di liberazione – cantavano “fiocco nero alla squadrista/ noi la morte/l’abbiam vista/con due bombe e in bocca un fior”. Oppure, ancora, “Ce ne freghiamo se la Signora Morte/fa la civetta sul campo di battaglia/Sotto ragazzi, facciamole la corte! /Diamole un bacio sotto la mitraglia!”. Beh, forse mi sbaglio. Ma di quel fondo oscuro esistenziale sento di nuovo un vago odore (vago, certo!), nell’alone funebre prodotto dal coronavirus nel mondo e nella morte seriale che sta disseminando. Ne avverto il retrogusto nelle esibizioni machiste di Bolsonaro in Brasile, nel menefreghismo trumpiano di fronte al dilagare del morbo nelle sue città, nelle teorie dell’”immunità di gregge” e nelle invocazioni del business must go costi quel che costi da parte dei padroni nel mondo. E anche, si parva licet, nei deliri sgarbiani sulla debolezza del virus e dunque sulla codardia di chi lo teme.

Questa presenza morbosa (ossessiva) della morte – e la conseguente “retorica” ed “estetica della morte” – nella dimensione esistenziale fascista non è un aspetto accessorio, marginale. E’ un carattere essenziale del “tipo umano” fascista, ben radicato nel pessimismo antropologico e storico che ne costituisce il retroterra culturale. In quella “disperazione culturale” (penso a un libro ormai vecchio, ma insuperabile, come The politics of cultural dispair del tedesco Fritz Stern) che nasce dall’idea dell’assoluta intrascendibilità di una condizione umana devastata dalla desertificazione del moderno, rispetto alla quale l’unica via d’uscita da una vita inautentica, impantanata nella banalità spersonalizzante di una quotidianità anonima, appare il “vivere per la morte”, unico punto assoluto di caduta in cui sperimentare l’”autentico”. Non per niente Umberto Eco indica come l’undicesima caratteristica dell’“Ur-fascismo” – del fascismo-matrice, del paradigma fascista – la cultura della morte, “annunciata come la migliore ricompensa per una vita eroica”. “L’ Ur-Fascista – scrive, in quel brevissimo ma denso pamphlet intitolato Il fascismo eterno – è impaziente di morire”. Anche se – aggiunge – “nella sua impazienza gli riesce più di frequente far morire gli altri”. O comunque concepisce la “vita degna” come un continuo giocare con la morte, quasi che dall’uscirne ogni volta vivo sia il segno di una qualche superiorità esistenziale: morale da signore, per dirla con Nietzsche, contrapposta alla morale da schiavi di chi non si mette in gioco.
E’ oggi con un senso di orrore crescente, che mi par di vedere le tessere di quel mosaico che si chiama appunto “disperazione culturale” ricomporsi di nuovo in un quadro inquietante: la stessa sensazione di una condizione di vita inautentica (un vivere privo di futuro perché insostenibile); lo stesso senso di intrascendibilità, l’impossibilità del pensiero di un “andar oltre”, sebbene i presagi nefasti siano tutti drammaticamente presenti (lo stesso pessimismo storico); la stessa tentazione di un qualche risarcimento mortifero qui ed ora, nell’impossibilità di un’uscita in avanti reale in un futuro storicamente determinabile. E intorno – effetto della pandemia, come allora fu della guerra – la danza macabra di una morte seriale, anonima, impietosa nella propria casualità che satura l’atmosfera. E che diviene in qualche modo contagiosa, chiede e provoca l’emulazione esattamente come l’infezione che ne sta all’origine.
Che cos’è l’esibizione macabra quotidiana di un “nuovo fascista” come Jair Bolsonaro, la sua sfida al buonsenso e alla cautela, insistita, reiterata, da bullo da stadio machista e arrogante quale è, nell’ostentare in pubblico il proprio volto senza mascherina, quasi ad accusare di codardia chi si protegge, se non la forma post-moderna di quella medesima estetica della morte? Che cosa sono le minacce ai governatori che praticano il lockdown contro i suoi ordini? Le frasi sprezzanti verso quei lavoratori recalcitranti ad andare a contagiarsi in fabbrica (“E quem não quiser trabalhar que fique em casa, porra”  ovvero “Chi non ha voglia di lavorare stia a casa, cazzo!”)? L’annuncio presidenziale di un barbecue nel giorno del lockdown e in generale la guerra dichiarata dal presidente a tutte le autorità sanitarie in nome dell’amore del rischio e del business, che è costata al Brasile una strage continua (soprattutto di poveri: i 13.000 morti censiti finora sono indicati da fonti indipendenti come sottostimati tra le 10 e le 15 volte). E intanto, mentre recita il suo squadristico “menefrego” a Brasilia, in Amazonia prepara e permette il genocidio degli indigeni per contagio (“trecentomila persone indifese, esposte deliberatamente al contagio, già questo sarebbe abbastanza per parlare di crimine contro l’umanità” ha detto il grande fotografo Salgado: ventimila cercatori d’oro che penetrano nella foresta, gli evangelici che arrivano in elicottero e portano il morbo ovunque, “siamo sull’orlo della catastrofe. Più ancora di cinquecento anni fa, quando le malattie decimarono le popolazioni native… ora rischiamo l’estinzione totale”).
D’altra parte che cos’è il reiterato, ostentato, disprezzo di Donald Trump per chiunque mostri prudenza o timore di fronte alla marcia devastante del Covid-19? L’irrisione degli scienziati e dei politici che suggeriscono o mettono in pratica misure di tutela della vita, la sua personale guerra al povero Anthony Fauci reo solo di “sapere” mentre lui vorrebbe “osare”. Cosa esprimono le bande di teppisti armati che rispondendo alla sua chiamata assediano gli uffici dei governatori colpevoli di voler salvare vite, se non una replica post-novecentesca dello squadristico “me ne frego”? Di un dissennato, irragionevole ma potentissimo desiderio di mostrarsi “più forte della morte” e ottenere da questo l’investitura da Signore. Ovunque c’è uno strato, più o meno ampio a seconda del grado di re-imbarbarimento del Paese, che trova nella sfida del virus il “campo d’onore” nel quale misurare se stesso e trovare una mortifera conferma di un Io traballante. Le più recenti immagini del Presidente impudicamente a volto scoperto, unico senza mascherina, a marcare la differenza tra il Superuomo e gli ometti comuni (ultima esibizione proprio in una fabbrica di mascherine) sono la rappresentazione plastica di quell’estetica della morte tragicamente ritornante.
In visita alla fabbrica di mascherine  Honeywell senza mascherina – I Signori e gli altri…
D’altra parte che cos’è qui da noi quella squilibrata nei toni e irresponsabile nei contenuti “Lettera a Mattarella”, sottoscritta da 74 personalità rappresentative di quello che è stato descritto come il “Gotha atlantico neo-con”, contro l’”Orco filantropico” che in nome del contenimento della pandemia e del salvataggio del maggior numero possibile di vite umane sacrificherebbe brutalmente la libertà, se non un’ obliqua, non-detta ma implicita assunzione in “non cale” della morte, accettata, messa in conto, accolta (quella altrui) come condizione della pienezza della vita (propria). L’idea, perversa, che la vita “ornata” (e onorata) degli uni – dei forti, degli Herren, dei Signori – per esser vissuta appieno, possa (e debba) presupporre l’esposizione alla morte della “vita nuda” degli altri. L’abbandono al rischio delle vite di scarto, le vite-non-vite dei fragili, dei vecchi, dei malati cronici, dei confinati nei cronicari, la cui sopravvivenza non dev’essere di ostacolo al pieno dispiegarsi della libertà dei sani, dei giovani, dei produttivi, dei dinamici, delle “eccellenze”… E poi Salvini: Salvini (16 marzo) che a volto scoperto passeggia per Roma con la fidanzata in pieno confinamento; Salvini (27 aprile) che senza mascherina invoca “dopo 47 giorni di reclusione basta! Fateci uscire, fateci guadagnare, fateci lavorare”; Salvini (30 aprile) che ancora una volta senza nessuna protezione, annunzia l’occupazione delle aule parlamentari per rivendicare date certe e riaperture rapide, mentre le immagini dei manipoli leghisti accampati nell’aula (“sorda e grigia”?) fanno il giro del mondo…
E’ difficile immaginare, quando il velo funebre della pandemia si solleverà, in quale mondo ci troveremo a vivere. In quale società. In quale politica. Certo è vero che un indizio non vale una prova, ma se il buon giorno si vede dal mattino temo che dovremo mettere in conto che questa cultura della morte continuerà ad aggirarsi tra di noi mettendo la propria ipoteca sui modelli di governo e di comando che regoleranno i nostri sistemi di relazioni, se non sapremo “riaprire il tempo”. Non solo immaginare ma avviare una qualche forma di trascendimento dell’esistente che ci salvi dalla “disperazione culturale”. Se dovesse sciaguratamente prevalere il “tutto come prima”, cadremmo in un’infinitamente peggio di prima, di cui il Novecento ci ha già offerto esempi terrificanti.
In un luminoso documento del collettivo “Malgrado tutto” intitolato Piccolo manifesto in tempi di pandemia, accanto alla denuncia del pericolo (“l’esperienza che viviamo offre al biopotere un terreno di sperimentazione senza precedenti: la possibilità di disciplinare e controllare le popolazioni di interi paesi e continenti”), contiene una ricetta salvifica nel riconoscimento della nostra fragilità condivisa (“capiamo che non si tratta di essere forti o deboli, vincenti o perdenti, ma che esistiamo, tutte e tutti, attraverso questa fragilità che ci permette di provare la nostra appartenenza al comune”). 
Bene, costruire questa “comunità dei fragili” per la vita, in alternativa alle tetre “Compagnie della morte” dei forti, è la via.

lunedì 3 febbraio 2020

La Primadonna barbuta - Alessandra Daniele


Matteo Salvini è il prodotto finale del berlusconismo, di quella politica-spettacolo nella quale le due categorie s’identificano completamente. Più che alla famiglia sovranista, Salvini appartiene alla famiglia Kardashian del reality omonimo. È una Kardashian barbuta.
Il suo fallimento in Emilia Romagna non è un incidente di percorso, è l’effetto inevitabile del suo limite strutturale.
Capace d’una sola modalità espressiva, Salvini è quello che si definisce “one-trick pony”, un cavallo da circo che sa fare un solo numero, un solo trucco.
Quindi, se il suo trucco fallisce, se il suo numero davvero ha rotto i coglioni, il suo declino è irreversibile, perché non sa e non può cambiarli senza cancellare la sua stessa identità.
Un Salvini “moderato” è impossibile, com’è impossibile una Kardashian sobria e riservata.
E un Salvini perdente alla destra non serve più. Fratelli e Forzisti stanno già affilando i lunghi coltelli, se il Capitone dovesse perdere anche Toscana, Puglia, Campania, sarà lui a finire sul menù.
Se Matteo Salvini è in crisi come acchiappavoti, è però ancora efficiente come spaventapasseri, come spauracchio. La sua campagna elettorale in Emilia Romagna è stata infatti molto efficace nello spingere la maggioranza degli astensionisti, degli elettori grillini superstiti, nonché di quelli berlusconiani a votare il renziano Bonaccini, aggiornando il classico appello di Montanelli in un “Tappatevi il naso e votate PD”.
La reazione di Salvini finora è stata cercare di usare l’epidemia in Cina contro i migranti africani.
È irrecuperabile.
L’effetto Salvini-citofono-casa però non basta a spiegare la totale disfatta del Movimento 5 Stelle, sparito anche dalla Calabria dove nel 2018 aveva superato il 40%.
Perché è strutturale anche il crollo del M5S, un castello di carte costruito su iperboliche false promesse di cambiamento epocale completamente tradite, e ormai ridotto a una poltiglia trasformista annidata negli interstizi del potere, a sostegno dell’ennesimo governo PD.
Meno di due anni dopo le elezioni politiche del 4/3/18, della “grande ondata sovranista” è rimasta solo una risacca catramosa, che sta riportando a galla proprio quei polpi renziani e berlusconiani che prometteva di affondare.
Buon due febbraio, il Ģiorno della Marmotta continua.

sabato 4 gennaio 2020

2020 / “Prepariamoci al peggio”. O al meglio? - Marco Revelli




“Prepariamoci al peggio”. Questo, e non altro mi verrebbe da dire, se mi limitassi a guardare l’Italia “dell’Alto”. Quella delle pratiche istituzionali, del Governo, della classe politica tutta, a 360 gradi. Il Palazzo, diciamo. E anche le sue pertinenze.
A questo livello il 2019 è stato l’”anno delle vergogne” (al plurale, come le “pudende”). L’anno delle panze ministeriali sciorinate in spiaggia a beneficio della suburra plaudente, dell’inno nazionale sguaiatamente cantato tra le chiappe delle cubiste e il trincaggio di moijtos mentre, tra l’uno e l’altro, si invocavano i fatidici “pieni poteri”. Più grave, e drammaticamente, l’anno dei proclamati “porti chiusi” a chiamare la marmaglia facebooccara a plaudire ai naufragi con l’osceno “mangino i pesci”… Insomma, è stato l’anno del definitivo viraggio del populismo nostrano, dall’originaria vocazione trasversale destra-sinistra in nome di un universale disagio verso l’establishment, alla conclamata dimensione di destra radicale, autoritaria, intollerante, xenofoba e cultrice dell’inumano. Involuzione iconicamente rappresentata nel Governo “Conte 1” dal passaggio di egemonia dal fragile Di Maio al corpulento Salvini. Dopo, da agosto in poi – da quando col “Conte 2” il secondo dei due Giuseppi ci ha salvato dal rischio che quell’invocazione prepotente di pienezza dei poteri si materializzasse nelle urne – il ’19 è diventato anche l’”anno del masochismo”.
Fin dal giorno stesso della nascita di quell’esecutivo d’”emergenza democratica” ci si sarebbe potuto ragionevolmente aspettare che i frastornati costruttori di quella sorta di arca di Noè, miracolosamente sopravvissuti al naufragio di se stessi grazie al clamoroso autogol del “Capitano”, avrebbero messo quella maggioranza stiracchiata e fragilissima sotto una campana di vetro. Almeno fino all’approvazione di una legge elettorale proporzionale in grado di mettere l’ordine repubblicano al sicuro da colpi di mano e colpi di sole da parte di una destra arrembante e minacciosa. Che avrebbero posto rigorosamente la sordina ai propri brontolii gastrici, alla tentazione delle picche e delle ripicche, alla forza disgregante di differenze che sono radicate nel tempo e nell’antropologia stessa dei protagonisti per alzare, per una volta almeno, lo sguardo all’”interesse generale”. Insomma, ci si sarebbe potuti illudere che la salus rei publicae, se non altro per istinto di conservazione, avrebbe prevalso sugli animal instints. Invece no. Non avevano neanche finito di giurare che hanno incominciato a farsi i dispetti, piantare bandierine, disputare e costruire trappolette su tutto: l’Ilva e lo “scudo penale”, Atlantia Autostrade e la revoca revocata, la prescrizione cancellata e la cancellazione della cancellazione, le liste in Emilia Romagna e in Calabria e le follie della piattaforma Rousseau, il salvataggio della Banca Popolare di Bari e le impopolari minacce al reddito di cittadinanza (il “totem” minacciato di distruzione dalla Bellanova), oltre alla riforma elettorale che doveva esser fatta per il 31 dicembre e di cui non si vede neanche la bozza… Una catena di atti più o meno ostili e più o meno mancati, nessuno di per sé in grado di far crollare il fragile castello di carte (che infatti è sopravvissuto a tutti colpi di vento) ma sintomatici di un clima di ripetuta e reciproca ostilità di cui ci si può domandare la ragione apparendo, a chiunque li guardi da fuori, irragionevoli.
La prima ragione, la più evidente, è che quella compagine si è incorporata un ingrediente altamente tossico quale è appunto quel Matteo Renzi la cui natura di vascello corsaro – anzi di vero e proprio pirata della politica – abbiamo conosciuto tutti da almeno un quinquennio, da quell’”Enrico stai sereno” che ne svelava, shakespearianamente alla luce della ribalta, la vocazione al tradimento e all’agguato, allo spregiudicato gioco d’azzardo e al piacere della distruzione e dello scompaginamento, simbolo di una politica senza legge e senza onore in cui il vizio del rinnegamento della parola data sta ben inciso sui cappelli che di volta in volta s’indossano. E’ lui che con un colpo d’ala da gran maestro – bisogna ammetterlo – quando ancora Zingaretti si sgolava ad annunciare la determinazione ad andar dritto alle elezioni costi quel che costi pur di togliersi quella spina dal fianco, aveva “deciso” la nascita del “Conte 2”, nel momento in cui appunto gli serviva prender tempo per preparare la “sua” scissione. Ed è lui a tenere oggi per la gola quello stesso governo, pronto a lasciarlo andar giù appena gli sembrerà utile farlo, o quando le sue pulsioni distruttive lo spingeranno al gesto estremo.
Ma poi c’è una seconda ragione, per certi versi persino più preoccupante, ed è l’estrema fragilità personale di tutti gli altri protagonisti di un gioco che il sistema dei media ha reso terribilmente personalizzato, in cui sono spariti dai riflettori – ma anche dalla pratica – i corpi collettivi, le strutture organizzate, i “soggetti politici” che avevano dominato la scena nel ‘900, e sono rimasti questa specie di avatar, incerti sul proprio presente e sul proprio futuro. “Capi” senza code, sempre in bilico su fragili zattere galleggianti su un consenso liquido, volatile, verrebbe da dire addirittura gassoso, pronto a svanire a ogni refolo di vento, e per questo fibrillanti. Bisognosi ogni volta di alimentare la propria visibilità, di potenziare un Se in realtà vuoto, attraverso il più spettacolare degli espedienti, la contrapposizione, il duello, il micro-conflitto posizionale…
Per questo continueremo a vivere nell’incertezza, con un quadro politico sempre aperto all’imprevisto, all’incidente di percorso, alla votazione storta soprattutto al Senato, che lo vogliano o meno gli pseudo-leader che dicono di controllare il gioco in realtà subendolo. E se questo accedesse, se prima o poi si finisse dritti alle urne, da queste potrebbe davvero uscire l’idrovora che prosciugherà il nostro futuro facendosi, in un colpo solo, Presidente della repubblica, Corte Costituzionale e – dio ce ne scampi – una qualche riforma della Carta che ne sfregi il residuo profilo alto che i costituenti le diedero… Il “Peggio”, appunto, di cui parlavo all’inizio.

Se però guardo all’Italia “del Basso” – quella che si rappresenta non nel Palazzo ma nella Piazza – l’orizzonte si fa diverso. Forse aveva ragione Hölderlin quando scriveva che “lì dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”. Le piazze piene delle scorse settimane che cantavano sottovoce “Bella ciao” e alzavano in alto il testo della Costituzione lasciando che fosse quello a parlare, nascevano certamente dalla percezione del pericolo, ma mettevano in campo davvero qualcosa che salva. O che “può salvare”. Alludevano a un’Altra Italia (che c’è, che non è stata dissolta dai riti blasfemi degli agitatori di rosari e di croci celtiche e nemmeno dalle rottamazioni compulsive). A un altro orizzonte. A un altro possibile esito. Dialogavano, quelle piazze – s’intrecciavano, si sovrapponevano – con altre piazze, altri boulevard strapieni di corpi serrati come sardine, quelli dei Fridays for Future. Le ragazze e i ragazzi “di Greta”: il futuro – quelli che abiteranno il nostro futuro – d’improvviso materializzatosi nel presente a chiederci conto del nostro cattivo passato. Dei nostri ottusi successi da homo faber impazzito, nel trasformare il mondo in un pianeta invivibile. E anche delle nostre sconfitte, nel non aver saputo arginare il degrado prima, e poi l’imbarbarimento, della politica. Nel non aver saputo fermare il saccheggio globale pur globalizzando lo spazio in cui quel saccheggio avveniva.
Certo, quelle piazze e quei cortei non erano composti solo da millennials. Soprattutto le prime, quelle delle Sardine, erano visibilmente plurali, trasversali, eterogenee per età, composizione sociale, appartenenza politica (era quello il loro surplus di valore). E anche nei venerdì di mobilitazione per conservarci un futuro, mescolati alla marea di volti giovani e giovanissimi c’erano visi più attempati e non arresi. Ma l’iniziativa – la funzione di starter -, la “chiamata”, era stata loro: di una generazione di “innocenti” ben determinata a non vedere una nuova “strage degli innocenti”. Gli adolescenti, i ventenni, i nati nell’ultimo quarto di secolo, persino un certo numero di trentenni, sono loro a tenere in mano il timer dell’innesco. E a me che sono un nostalgico viene alla memoria l’appello che diede fuoco alle polveri del Sessantotto a «non fidarsi di nessuno che abbia più di 34 anni» rivolto da Jerry Rubin ai propri coetanei (34 erano gli anni trascorsi da Pearl Harbor). Scrisse allora la grandissima Hannah Arendt: “Ci troviamo di fronte a una generazione che non è affatto sicura di avere un futuro”, perché il futuro “è come una bomba a orologeria sepolta, ma che fa sentire il suo ticchettio nel presente” (si sfiorava allora la possibilità di un’apocalisse nucleare). E aggiunse: “Alla domanda che abbiamo sentito tanto spesso: ‘Chi sono coloro che fanno parte di questa generazione?’ si è tentati di rispondere: ‘Quelli che sentono il ticchettio’. E all’altra: ‘Chi sono quelli che lo ignorano in modo assoluto?’, la risposta potrebbe benissimo essere: ‘Quelli che non sanno, o rifiutano di affrontare le cose come realmente sono’”. Sembra scritto oggi.
Così come sembrano scritti oggi alcuni dei più significativi passaggi del Port Huron Statement, il documento “seminale”, chiamiamolo così, o “profetico”, dell’SDS americana che – concepito all’inizio degli anni ’60 – anticipò le basi cultuali ed esistenziali del gigantesco movimento di protesta giovanile che avrebbe segnato la fine di quel decennio. Per esempio il punto in cui i giovani di allora dicevano di sentirsi, nel loro lavoro di sensibilizzazione e mobilitazione, guidati, anzi spinti, “dalla sensazione di essere forse l’ultima generazione che vivrà prima della distruzione totale”. O l’altro, in cui si indicava il “paradosso più eclatante” della propria condizione nel fatto di essere “noi stessi impregnati di urgenza, mentre il messaggio che la società ci manda è che non ci sono alternative praticabili allo stato di cose presente”.
D’altra parte sono loro, i nati a ridosso del passaggio di secolo e di millennio – quelli che non portano nessuna responsabilità diretta o indiretta per l’atroce stato del mondo in cui si sono trovati “gettati” -, i portatori degli unici messaggi di speranza oggi. Non solo per quanto riguarda le mobilitazioni transnazionali sul clima o quelle italiane di resistenza all’imbarbarimento del costume e della politica. Anche nel caso delle ultime elezioni inglesi, dove l’(apparentemente) schiacciante vittoria di Boris Johnson e del suo ultraliberismo autoritario sembrerebbe chiudere ogni orizzonte nel quadro di un Regno unito andato in pezzi e della trasformazione della piattaforma insulare inglese in un gigantesco paradiso fiscale per il riciclaggio dei flussi finanziari globali sull’asse atlantico, anche lì i segnali più luminosi in controtendenza vengono da un mondo giovanile evidentemente non contaminato. Le analisi di flusso offerte da YouGov (di cui abbiamo offerto un’ampia documentazione in questo sito) ci dicono che al di sotto dei trent’anni la stragrande maggioranza degli elettori (quasi il 60%) ha scelto il Labour di Jeremy Corbyn (alla faccia della falsa rappresentazione mediatica e delle manipolazioni blairiane e renziane che lo vorrebbero “vecchio” e “obsoleto”). Il “successo” di Johnson è maturato tra gli anziani (57% contro appena il 22% per Corbyn) e tra i vecchi, con più di 70 anni (67% a 14%), quelli che chiudevano la porta in faccia alle ragazzine e ai boys di Momentum che battevano le desolate ex città industriali nel North England piene di pensionati disillusi e di disoccupati o semi-occupati inveleniti col mondo.
Forse non sbaglia l’articolista di Repubblica – Marino Niola – a definire questo “l’anno delle Generazioni in testacoda”. Nel senso che – come scrive – “è sempre più evidente che non sono più gli adulti a trasmettere ai giovani saperi, esperienze, conoscenze, competenze, aspirazioni. Ormai la cultura non è più esclusivamente discendente, dai genitori ai figli, ma è in buona parte ascendente, dai figli ai genitori”. Sono loro, gli adolescenti di oggi, i cittadini di domani, a mostrare ai genitori l’insostenibilità di quel mondo che nell’assuefazione sedimentata negli anni sembra l’unico possibile. E lo fanno in forza di un’acquisita capacità di “correre verso il futuro ad una velocità impossibile per gli adulti”. Ora, io non so se ce la faranno. Se il loro sacrosanto antagonismo sociale ed esistenziale abbia la “massa critica” sufficiente per produrre l’energia politica necessaria a rovesciare il quadro del dominio di un capitalismo bifronte, globalista e sovranista insieme. Avrebbero bisogno – per vincere l’inerzia dello “stato presente delle cose” – di alleanze larghe, che il doppio mulinello dei flussi globali (i maledetti algoritmi) e dei miti di radicamento locali gli rendono difficili. Ma qui il discorso passa a noi. Se anziché riempirli di analisi critiche, ammonimenti e consigli (strepitosa la vignetta di Makkox sul “partito” dei donatori di consigli alle sardine), esami del sangue e del linguaggio, interrogazioni che sembrano interrogatori su progetti e programmi, provassimo a fare almeno un po’ la nostra parte di umili e normali portatori di resistenza e conflitto nei luoghi in cui viviamo e lavoriamo (una scuola, un ufficio, una redazione di giornale, un laboratorio o una fabbrica, anche solo il bar dove facciamo la sosta…), forse, al mattino, guardandoci allo specchio, non vivremmo in modo così greve l'”inverno del nostro scontento”.

domenica 22 dicembre 2019

La pavidità della sinistra e le strumentalizzazioni di Salvini: a proposito del Fondo Salva Stati – Andrea Fumagalli



Qualche giorno fa sul sito Micromega è stato pubblicato un appello firmato da 32 economisti e economiste fortemente critico nei confronti dell’European Stability Mechanism (Esm), il cosiddetto Fondo salva Stati. Tra le firme, Nicola Accella, Sergio Cesaratto, Massimo D’Antoni, Giovanni Dosi, Mauro Gallegati, Paolo Pini, Stefano Lucarelli, Felice Roberto Pizzuti, Riccardo Realfonzo, Antonella Stirati.
L’appello osservava che i parametri necessari per consentire a uno Stato membro di usufruire di tale fondo in caso di eccessivo debito pubblico “sono tali da escludere a priori che l’Italia possa soddisfarli” se il saldo di bilancio strutturale sia pari o superiore al valore minimo dettato dai parametri di Maastricht: il metodo di calcolo del saldo di bilancio strutturale è da tempo contestato dal nostro Paese, ed è oggetto di una campagna promossa da economisti di vari Paesi che ne ha dimostrato l’assoluta inaffidabilità.
Il calcolo strutturale (relativo alla dinamica del rapporto debito/Pil) viene fatto dalla Commissione Economica Europea facendo riferimento a un modello econometrico che stima le potenzialità di crescita di un Paese in relazione alla sua crescita effettiva. L’inaffidabilità di tale calcolo è particolarmente elevata per il caso italiano. Infatti, tale modello sostiene che, pur in presenza di una disoccupazione del 10% e di una capacità di utilizzo degli impianti inferiore al 70% (ovvero la non piena utilizzazione dei fattori produttivi), la differenza tra il Pil reale e il Pil potenziale è in Italia minima. Di fatto, si ritiene che un tasso ufficiale di disoccupazione del 10% (di gran lunga inferiore a quello effettivo, se consideriamo anche gli scoraggiati) possa essere considerato “naturale”. Ne consegue che la possibilità di ridurre il rapporto debito/Pil tramite politiche espansive che facciano aumentare il Pil non sono da noi possibili. E, quindi, occorre intervenire con la reiterazione di politiche di austerità.
Si tratta di un nodo cruciale, che il governo Gentiloni aveva cercato timidamente di affrontare ma senza il necessario coraggio e autorevolezza.
Le nuove regole dell’Esm impongono che se l’Italia dovesse ricorrere al Fondo Salva Stati, sarebbe sottoposta ai giudizi sul debito (rimasti quelli di Maastricht: max 60% del rapporto debito/Pil, quando nel 2019 tale rapporto arriva a oltre il 136%!). L’Italia non ha mai rispettato tale vincolo e ciò non ha impedito che entrasse nell’Unione Monetaria Europea nel lontano 1996. Inoltre, l’Italia è l’unico Paese dei cosiddetti “PIIGS” che non ha mai usato l’aiuto europeo, come è successo una volta per Spagna, Portogallo, Irlanda e Cipro e tre volte per la Grecia.
In caso di giudizio negativo – qui sta la novità maggiore – viene chiesta la ristrutturazione del debito. La ristrutturazione del debito è una procedura che prevede un accordo con il quale le condizioni originarie di un prestito (tassi, scadenze, divisa, periodo di garanzia) vengono modificate per alleggerire l’onere del debitore. Nel caso di debito pubblico (Argentina e Grecia docent) ciò si risolve in un allungamento forzoso della scadenza dei titoli di Stato e/o in un dilazionamento nel pagamento degli interessi. Vogliamo sottolineare che per la Grecia la macelleria sociale che ne è scaturita è imputabile alle condizioni poste dalla troika economica e dal FMI per accedere alla ristrutturazione del debito non alla sua ristrutturazione in sé (che in ultima analisi, se venisse posta senza contropartite, alluderebbe al “diritto all’insolvenza”!).
In ogni caso, per l’Italia, tale eventualità è altamente improbabile, grazie al nuovo clima che si è instaurato tra l’Italia e l’Europa che ha visto nell’elezione di Gentiloni a commissario economico europeo la sottoscrizione di un patto di “non aggressione”. Sarebbe stata più probabile di fronte alle pressioni sovraniste e antieuropee del precedente governo.
In secondo luogo, occorre ricordare, come è già stato fatto su Effimera, che solo il 5,7% dei titoli di Stato è posseduta dalle famiglie italiane. La Banca d’Italia detiene oggi il 17,7% del debito totale. Le istituzioni finanziarie monetarie hanno il 32,8%, di cui circa il 17% è detenuto da fondi speculativi. Le istituzioni bancario-creditizie detengono una quota pari a circa il 20%. La quota di debito italiano detenuto all’estero è pari al 30%. Difficile sostenere che, anche in presenza di una (improbabile) ristrutturazione del debito italiano, l’Esm metterebbe le mani sul risparmio degli italiani, come viene propagandato.
Cionondimeno, occorre riconoscere che la riforma dell’Esm va nella direzione di facilitare una eventuale ristrutturazione del debito. Inoltre, bisogna considerare che si rafforzano i poteri di un organismo assolutamente coerente con l’impostazione che ha prevalso nell’Unione, secondo cui gli obiettivi essenziali della politica economica, quelli su cui si concentrano le regole del Fiscal compact non a caso richiamate in questa riforma, sono essenzialmente il consolidamento dei conti pubblici e la riduzione del debito: in altre parole la politica di austerità.
Qui sta il punto: la riforma dell’Esm va ancora una volta nella direzione di ribadire che l’unica politica economica possibile è quella dell’austerity. Per questo, l’appello degli economisti valuta criticamente tale riforma. Possiamo arrischiarci a dire che, rispetto a tale prospettiva, una ristrutturazione del debito non onerosa avrebbe effetti sociali meno pesanti!
* * * * *
Tale appello aveva l’obiettivo di insinuare qualche suggestione critica nelle posizioni delle forze di centro-sinistra che appoggiano il governo giallo-rosa di Conte2. Su tale fronte è calato un silenzio assordante. Le posizioni di Renzi e gli interventi del ministro dell’economia Gualtieri hanno confermato l’impianto neoliberista della politica economica europea, anzi lo hanno rafforzato. Ne ha approfittato la destra sovranista e becera del duo Salvini-Meloni.
Nel suo intervento al Senato, Salvini ha citato l’appello degli economiste/i per ribadire che le critiche alla riforma dell’Esm vengono da “liberi accademici in libera università”. Si tratta di una palese e volgare strumentalizzazione, che crea disgusto e ribrezzo (come è normale che accada quando si ha a che fare con tale personaggio).
Per vari motivi:
1.      In primo luogo l’università non è affatto libera, grazie alla continua riduzione dei fondi di finanziamento e alla riforma Gelmini che ha depotenziato la libertà e la capacità di ricerca e ne ha favorito la precarizzazione (aumentandone la ricattabilità dal pensiero neoliberista oggi egemone). Provvedimenti che hanno sempre avuto l’appoggio entusiasta di Salvini, con la finalità di eliminare ogni fonte dissidente e voce critica In tale compito, ha potuto contare sull’appoggio non dichiarato di parte delle forze di centro-sinistra
2.      In secondo luogo, la critica di Salvini (ammesso che sia possibile conoscerla, visto che nel merito non si è mai pronunciato ma, anzi, ha dimostrato in più occasioni una totale ignoranza in materia (e con lui tutti i deputati e senatori della Lega) sbaglia completamento segno, non cogliendo il significato politico del Mes. Non si tratta, infatti di asservire l’Italia agli interessi della Germania o di qualche altro Paese ma piuttosto agli interessi della speculazione finanziaria e del grande capitale. La “supposta” sovranità (sic!) non c’entra nulla: non è mai esistita.
3.      In terzo luogo, Salvini ha prodotto una serie di notizie false (fake news), purtroppo amplificate dai media consenzienti La serie è lunga. Si passa dalla frottola di Claudio Borghi – responsabile economico della Lega –(secondo cui l’Italia avrebbe dovuto pagare 120 miliardi di Euro per farne parte, quando il fondo di sicurezza – paracadute – ammonta a 70 miliardi) al refrain che sono a rischio i risparmi degli italiani (qualcuno/a dovrebbe ricordare a Salvini e Meloni che la mitica “vecchietta dei Bot” degli anni ‘70 e ‘80 è oramai deceduta da tempo), per passare, dulcis in fundo, al fatto che l’Italia pagherebbe i debiti delle banche tedesche sulla base del fatto che i criteri di vigilanza adottati dalla Bce abbiano escluso dagli stress-test (la validazione dello stato patrimoniale tale da garantire il rischio di insolvenza) le Sparkasse tedesche (a differenza della Casse di Risparmio italiane). Ma tale trattamento di favore deriva dai rapporti di forza che la Germania è stata in grado di agire anni fa, non dalla riforma dell’Esm. A conferma che l’Europa è una struttura politica basata sulla legge (neoliberista) del più forte.
Ma lungi dal denunciare le politiche di austerity in nome di un’Europa sociale, in nome di una politica fiscale comune europea, in nome di una politica creditizia che si muove nella direzione di abiura dei paradisi fiscali, Salvini&Co. hanno gioco facile, in modo del tutto demagogico, a rilanciare le parole d’ordine del patriottismo, della sovranità minacciata, dell’ordine e della disciplina, tanto care alle nostalgie fascistoidi e corporative.
Che la destra revanscista abbia gioco libero in questo campo, sino a strumentalizzare prese di posizione anti-liberiste, non ci stupisce. Ciò che potrebbe stupire (ma fino a un certo punto) è l’horror vacui della sinistra, la sua sindrome (ormai patologica) di negazione di qualsiasi presa di posizione critica nei confronti dell’ordine neo-liberista esistente, la sua mancanza di immaginazione riguardo una società più giusta e più equa. Così facendo si rischia di portare solo acqua al mulino dell’avversario.

domenica 17 novembre 2019

Balotelli in Amazzonia - Maurizio Crippa



Paulo Paulino della tribù amazzonica Guajajara era un “guardiano della foresta”, un membro di quei gruppi di indigeni autogestiti che cercano di pattugliare e difendere il loro territorio dalle incursioni dei “taglialegna”, per la maggior parte tagliagole, che si occupano del primo lavoro bruto, a base di incendi, della deforestazione di zone sempre più ampie delle terre (che dovrebbero essere) indigene, galvanizzati dall’aria fascistoide che tira a Brasilia. Paulo Paulino è stato ucciso dai tagliagola taglialegna in un agguato in cui è morto anche un altro attivista, Laércio si chiamava, della stessa tribù. Dal 2003 gli omicidi indigeni sono stati 1.009, riporta Repubblica. Per dire: il Sinodo amazzonico non serviva, eh?

Mario Balotelli è invece un italiano (a tutti gli effetti), giocatore di calcio e vivo e vegeto. E’ stato insultato da cori razzisti a Verona e non l’ha presa con ironia, come pretenderebbe questo personaggio che si chiama Maurizio Setti, presidente dell’Hellas, che ritiene i tifosi veronesi “siano sì ironici, ma assolutamente non razzisti”. Come il capo degli ultras della sua squadra, Luca Castellini, estremista di destra, che ha detto: “Balotelli secondo me è italiano perché ha la cittadinanza italiana ma non potrà mai essere del tutto italiano”. Manca solo che aggiunga che lui invece lo è “e nessuno glielo può togliere”, come dicono nei peggiori tuguri di Roma.
Salvini è invece razzista senza bisogno dello stadio e ha detto che “vale più un operaio dell’Ilva che 10 Balotelli”. Prossimo passo, la decimazione. Salvini è un ripugnante razzista, anche se piace a un cardinale cinico e fuori tempo massimo.

lunedì 9 settembre 2019

CHE COSA BACIARE - Raniero La Valle


 

Tra il 7 e il 20 agosto si è consumata la sconfitta di Salvini già annunciata un anno fa in una nostra newsletter del 18 luglio 2018 (che ora si trova in: Raniero La Valle, Lettere in bottiglia, Gabrielli editore, pag. 176). Questo ultimo tempo del film della sconfitta si è andato svolgendo nello stesso tempo della tragedia dei naufraghi della Open Arms, non a caso conclusasi con lo sbarco a Lampedusa la sera stessa della caduta del governo.
Anche il simbolo conferma perciò che la causa della sconfitta è stata la spietatezza. Il sistema non l’ha retta, esso ha ancora (non per sempre) le risorse per farlo, e l’ha rigettata. La spietatezza della cultura e della politica di Salvini e della Lega non era solo nei confronti dei profughi, degli stranieri, degli immigrati, dei piagati, dei sommersi. Stava nell’idea stessa che c’è chi è prima e chi è dopo nella spartizione non solo delle ricchezze, ma del minimo vitale, della dignità umana, della vita stessa. E non c’era pietà nemmeno verso gli Italiani, che per un proprio interesse di parte si voleva gettare nell’avventura di restare soli ed invisi nell’Europa e nel mondo, sovrani solo nell’arroganza e nella loro procurata miseria. Non c’era pietà verso l’Europa che con tutte le sue storture e ingiustizie è pur sempre la nostra madre, la storia da cui veniamo e che siamo. Non c’era pietà verso istituzioni di democrazia e di diritto che sono costate secoli di lotte e sangue di martiri; non pietà verso gli investiti di cariche pubbliche, tutti degradati alla simbiosi di culo e poltrona; non pietà verso i senatori, insultati come non liberi, di contro all’unico “libero” di quell’aula che voleva intestarsi pieni poteri; e non c’era pietas verso il crocefisso e il rosario sbaciucchiati ad uso di telecamere sui banchi del governo.
Occorre fermarsi ancora un momento, prima di voltare pagina su questa crisi, sulla controversia intorno all’uso dei simboli religiosi esplosa sui giornali e in Parlamento,.  Si è già detto che quest’uso politico dei segni della devozione cristiana offende il sentire religioso dei credenti e la laicità dello Stato. Il presidente Conte ha aggiunto che è una forma di “incoscienza religiosa” e padre Spadaro, direttore della “Civiltà Cattolica”, è rimasto impressionato della forza di questa espressione. Si potrebbe chiudere qui, ma c’è un’insidia nascosta in quanto è avvenuto, c’è un pericolo ancora maggiore e rischi imprevisti che vanno identificati, per l’impatto devastante che potrebbero avere in futuro.
Deve essere chiaro che la controversia non è sulla fede e nemmeno sulla religione, ma su gesti e simboli devozionali della religione e della fede che sono del tutto legittimi e anzi spesso hanno radici profonde nelle tradizioni dei credenti e nell’immaginario popolare, ma che possono essere deviati, distorti, banalizzati e perfino rovesciati nel loro significato. Ne ha offerto una preziosa traccia nella discussione al Senato il presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra, quando ha detto che in Calabria la ndrangheta ha deciso di “consegnarsi” a un santuario della Madonna, di farlo suo, e perciò l’uso politico di rosari e madonne può lì trasmettere messaggi in codice. Ma al di là di questi casi limite c’è il rischio di un uso e di un’esibizione in chiave superstiziosa magica e scaramantica dei segni religiosi, che immessi nel circuito sociale possono deturpare e intercettare la fede, funzionando da dissuasori, vaccini e anticorpi all’aprirsi al rapporto con Dio.
Il caso del calciatore di riserva mandato in campo dalla panchina che si fa il segno della croce e manda un bacio a Dio un po’ per grazia ricevuta un po’ per procacciarsi il miracolo di un goal, non è diverso dal caso di Salvini che bacia il rosario in piazza per aver vinto le elezioni e si appella  all’Immacolata in Senato per esorcizzare la fine della sua ascesa politica.  Con una certa inclemenza sono chiamati baciapile quelli che baciano le acquasantiere invece che praticare la misericordia. Il bacio è un evento umano sublime e un gesto religioso potente, non si può buttar via. Nella liturgia il bacio si dà prima della comunione per consegnarsi la pace, è il bacio che si depone il venerdì santo sulla croce di Gesù; c’è stato il bacio della Maddalena al Signore nel giardino della resurrezione; Dio stesso è un bacio, diceva il camaldolese Benedetto Calati e al bacio sono dedicati i nove sermoni di san Bernardo da Chiaravalle sul “Cantico dei Cantici” in cui, chiosava lo stesso padre Benedetto, “questo grande monaco nel gesto più naturale dell’amore ha saputo riassumere il segreto mistico della vita divina ed umana”.
Ed allora il rischio qual è? È che per mettere al riparo la politica dalle incursioni del sacro, sia pure nelle forme del devozionismo magico e incosciente alla Salvini, per prevenire ricadute identitarie in politiche “cristiane” e magari democristiane, si ritorni alle care vecchie battaglie laiciste, si torni ad erigere muri invalicabili tra fede e politica, si professi l’illegittimità di ogni ispirazione religiosa dell’azione laica in politica. Si tornerebbe all’idea della religione come oppio, dell’ateismo come sinonimo della modernità e del sapere, della fede come negatrice del pluralismo e fattore di esclusione; si tornerebbe a prima del Vaticano II, a prima dell’incontro fraterno tra le religioni e delle religioni col mondo, a prima dell’ascolto prestato a papa Francesco, a prima dei suoi dialoghi “politici” coi movimenti popolari e della sua critica all’economia che scarta e che uccide, a prima della “Laudato Sì” per la salvezza della terra. E poiché la salvezza della terra, problema del tutto rimosso dalla politica attuale, può farsi solo attraverso un grande cambiamento dell’animo umano e del sentire dei popoli che si rifletta poi nell’azione politica, questa ricaduta negli storici steccati del passato la renderebbe impossibile.

venerdì 6 settembre 2019

LETTERA A SALVINI SULLA FELICITÀ – Silvestro Montanaro




Ho visto che la Bestia, la sua macchina di propaganda e manipolazione, ha pubblicato le immagini dei 31 profughi alla notizia che finalmente sarebbero sbarcati.
Erano felici. Una cosa scandalosa per lei… ”Paralitici e infermi questi? Gli italiani non sono scemi”.
Stando al suo modo di pensare, una persona che ha sofferto non ha diritto alla felicità. Un infermo non ha diritto alla gioia.
Che infinita tristezza! Lei non ha cuore.
La vita mi ha regalato l’esperienza del dolore. Quello più atroce e più vero.
Ho calpestato le terre dell’ingiustizia e dell’odio bagnate dal sangue degli innocenti. Ho visto morire tanti esseri umani piegati e piagati dalla fame e dalle guerre. Le mie notti, i miei pensieri quotidiani, sono segnati per sempre dai loro volti e dalle loro storie.
Ricordo bambini ridotti a scheletri deformi, l’anima spezzata da ogni dolore. E sa una cosa? Nonostante tutto sorridevano ad ogni gesto di umanità. Facevano festa per un tozzo di pane, per un bicchiere d’acqua. Per una carezza che li faceva sentire importanti, amati.
Ne ricordo uno piccolo piccolo, in Angola. La fame lo aveva condannato a morte. La sua mamma lo carezzava e gli cantava una dolcissima ninnananna con la voce tremula per la paura di perderlo. E prima di abbandonarsi all’ultimo sonno, quel bimbo sorrideva.
Ha sorriso anche Guido, mio nipote, pochi giorni fa, prima di andar via per sempre divorato da un terribile male. Ha sorriso alle carezze di sua madre, di suo padre, di sua sorella. E’ morto facendo festa.
Sa signor Salvini, Guido, “terrun” nato storpio, impossibilitato a mille cose, sorrideva sempre. Era sempre pronto a far festa. Per una vittoria del suo amatissimo Napoli, per una buona notizia nella vita della gente che amava e che lo amava.
Gli ultimi della Terra sono “stolti” per natura. Vanno all’osso delle cose e hanno il coraggio della gioia appena si apre uno spiraglio di speranza nella loro vita.
Voleva che non facessero festa alla notizia dello sbarco uomini e donne che hanno lasciato paesi che marciscono nella miseria e nella guerra? Voleva non danzassero povere vite che hanno attraversato deserti, sopportato l’orrore della prigionia nei lager libici da lei finanziati, rischiato la vita in mare pur di ottenere l’umano diritto a una piccola speranza? Solo un folle o un miserabile, un uomo dalla pancia piena e il cuore vuoto, può ritenere scandalosa la loro gioia.
Lasci che sorridano, almeno una volta.
E ritrovi il suo cuore.
Se ancora le è possibile.