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domenica 31 maggio 2026

Il genocidio spiegato a Erri De Luca - Girolamo De Michele

 

Pare assurdo: uno che ha fatto il volontariato nell'ex Yugoslavia, dove è accaduto uno dei genocidi condannati dalla Corte penale internazionale, non sa riconoscere quello di Gaza. E non è un problema soltanto suo

L’intervista rilasciata da Erri De Luca al giornale israeliano Israel Hayom sta suscitando, più che un vero dibattito, un’eco mediatica nella quale si perde, via via che l’onda sonora si allarga e il suo contenuto si affievolisce, ogni reale possibilità di conseguire qualcosa che non sia un semplice ribadire un posizionamento. È ciò di cui non abbiamo bisogno.

Per questo provo a fare, per quel che posso, chiarezza, con gli strumenti storici, giuridici e filosofici che ho acquisito e messo alla prova per scrivere una biografia non solo dell’autore della parola «genocidio», ma del concetto stesso.

 

Chi ha gettato la prima palata di merda nel ventilatore

Cominciamo col puntualizzare ciò di cui si sta trattando. Erri De Luca, in procinto di recarsi in Istaele per il Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim di Gerusalemme, ha rilasciato una lunga intervista nella quale, fra le molte cose che dice, esplicita il suo credo su genocidio e sionismo. Questa parte dell’intervista, circa un terzo, è stata estrapolata e tradotta da G.M., e pubblicata sul Foglio. Per quel che vale, non è un’intervista concessa al Foglio, né la sua traduzione. L’autore del cut&copy è persona nota da tempo per la sua peculiare tecnica di tagliare e montare parole altrui: anni or sono Max Blumenthal, mettendo in fila una serie di comprovati plagi, si chiedeva se si trattasse di un «plagiario seriale» o di un volgare «hasbarista»; e concludeva che G.M. è la prova del fatto che «basta fare un po’ di taglia e incolla dalle pubblicazioni dei difensori di Israele per avere successo nel mondo dei neoconservatori». Negli anni, passando dall’antidarwinismo al complotto cinese sul Covid, questo personaggio ha elaborato la teoria degli «ebrei antisionisti/antisemiti», da Hannah Arendt a Daniel Barenboim, da Grossman ad Amos Oz, e, in Italia, dall’«apostata» Primo Levi alle «umilianti giaculatorie» dei più illustri intellettuali ebrei italiani, da Natalia Ginzburg e Gad Lerner: tutti interessati a difendere il loro ruolo dall’interno dell’intellighentia di sinistra, a costo di schierarsi con i peggiori nemici di Israele. 

Si sappia, dunque, per un verso chi ha messo in moto questa vicenda (con le tecniche e modalità che gli sono consuete), e dall’altro quale acqua a quale mulino si porta elevando il «coraggio» di Erri De Luca a metro di giudizio della «viltà» di altri intellettuali, magari suoi ex compagni.

 

Cosa ha detto Erri De Luca sul genocidio

Veniamo alle parole di Erri De Luca, poi precisate e ribadite anche in questo post. Traduco dall’originale inglese (traduzione non so se intelligente, ma non artificiale):  

So benissimo cosa è il genocidio, e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra moderna e brutale, in cui il numero di vittime civili è enorme e orribile perché quando i combattimenti si svolgono all’interno di uno spazio urbano densamente popolato, tra scuole e ospedali, la popolazione pagherà sempre il prezzo più alto. Lo abbiamo visto a Mosul, a Raqqa e a Mariupol. È l’inevitabile conseguenza del combattere un nemico che si trincera tra i propri civili. È terribile, ma non è genocidio. […] Il fatto che Israele sposti ripetutamente la popolazione civile, da nord a sud e da sud a nord, per allontanarla dalle zone di combattimento attive, rende quest’accusa priva di fondamento.

Spiace dirlo, ma Erri De Luca cos’è un genocidio crede di saperlo, ma non lo sa. Il che, per chi ha fatto il volontariato nell’ex Yugoslavia al tempo delle guerre, è ancor più grave, perché uno dei genocidi condannati dalla Corte penale internazionale è accaduto proprio laggiù, a Srebreniza.

Genocidio è un termine giuridico che designa un crimine internazionale: non lo si va a cercare sul Tommaseo o nella Treccani, ma nella Convenzione per la Prevenzione e Repressione del Crimine di Genocidio. Che è testo vincolante per le nazioni che lo hanno sottoscritto, e impone precisi obblighi, fra i quali la persecuzione dei suoi autori anche al di fuori dello Stato in cui esso accade: «Per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: uccisione di membri del gruppo; lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo a un altro».

Che ci sia o meno genocidio lo si stabilisce in base a questa definizione, non per comparazioni con altri crimini internazionali o altre guerre. La stessa comparazione, fosse pure con la Shoah, non è contemplata dalla Convenzione, e non per caso: due ore prima della sua approvazione fu respinto un emendamento presentato dai delegati polacco e cecoslovacco che chiedeva di inserire la locuzione «come nella recente guerra». Non nominando la Shoah, né uno specifico genocidio, il testo della Convenzione si allineava così al giudizio di Raphael Lemkin, inventore della parola e co-autore della prima stesura della Convenzione: «Il genocidio non è un fenomeno eccezionale, ma accade nelle relazioni fra gruppi umani con una certa regolarità, così come l’omicidio ha luogo nelle relazioni fra individui».

Nel deliberare sul genocidio di Srebreniza, la Corte Penale Internazionale respinse gli argomenti dei difensori dei criminali serbi: che non fosse possibile distinguere fra il civile e il militare; e che le milizie serbe, uccidendo solo gli uomini adulti e non l’intera popolazione, non avevano l’intenzione di cancellare la totalità dei bosniaci musulmani della città. Sono, purtroppo, gli stessi argomenti che usa De Luca a difesa dell’Idf. Per inciso: nella storia nessun genocidio ha mai davvero cancellato la totalità della popolazione che ne è stata vittima.

Infine: lo spostamento forzato di una popolazione al di fuori della propria terra è Pulizia etnica: locuzione che nasce proprio in occasione delle guerre di Yugoslavia; per il diritto internazionale indica l’ultimo passo di un processo genocidiario, o la sua premessa: è una spia rossa che segnala il genocidio in atto.

Erri De Luca sembra dire che «purtroppo è la guerra»: ma in guerra – sin dal tempo di Ugo Grozio, e poi della Convenzione dell’Aja, e infine, dopo la Convenzione Onu sul genocidio, dello Statuto di Roma del 1998, il cui testo depositato a Roma è stato impunemente sorvolato dall’aereo che portava Netanjau negli Usa – l’invasore occupante non ha potestà assoluta sul civile occupato (e neanche sul militare). Che Grozio, Rousseau, Cassese (Antonio) e Lemkin non scrivessero in ebraico non è un’attenuante per non conoscerli, quale che sia il peso del sasso o della bottiglia che hai tirato da giovane.

 

Cosa ha detto Erri De Luca sul sionismo

Per me, il sionismo è il riconoscimento più semplice e fondamentale del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria. Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere qui, chiunque veda due entità che convivono fianco a fianco, è sionista per questo stesso motivo. 

In quanto sionista, De Luca afferma di rifiutare a priori eventuali dibattiti pubblici: «Non sono in grado di sedermi nella stessa stanza o condividere un palco con persone che desiderano che Israele venga cancellato dalla mappa. E, cosa ancora più importante, non collaborerò con alcun evento o forum in cui si usi la parola «genocidio» nel contesto di Gaza.

Per De Luca «sionismo» è oggi una «parola maledetta»: ma sembra che questa maledizione abbia una pregiudizievole origine politica. Io direi – parafrasando Valentina Pisanty – che, come «antisemitismo», «sionismo» è una parola presa in ostaggio dalla militarizzazione e dalla confusione fra ciò che è e ciò che non è. E le parole di De Luca non aiutano a sciogliere questa confusione.

«Sionismo» è una parola che ha significato molte cose, anche in contraddizione fra loro: il socialismo per gli ebrei immigrati e il colonialismo per i palestinesi residenti, ad esempio. Ma ciò che conta, oggi, è cosa il sionismo è – o è diventato. Anche «tiranno» era, al tempo di Sofocle, una parola polisemica, che poteva designare una forma moderna e razionale di governo: ma di certo non si cita Sofocle a difesa dei tiranni odierni. Far coincidere «sionismo» col diritto degli ebrei ad avere un proprio Stato significa far collassare questo diritto su due altre affermazioni: che non c’era altro modo di soddisfare questo diritto se non quello che si è dato, e che oggi non c’è alternativa allo stato di cose esistente. Il che è doppiamente falso.

Israele, ricordiamolo – lo ha fatto Omer Bartov nel suo ultimo libro – fu riconosciuto dall’Onu, nel 1947, all’interno di precisi confini (peraltro contestati). L’esito della guerra del 1948 non dava alcun diritto di occupare i territori destinati allo Stato palestinese, così come l’esito della guerra del 1967 rispetto alla Cisgiordania. Esito della guerra, peraltro, determinato anche dall’assassinio dell’inviato dell’Onu Folke Bernadotte, latore di un piano di pace, a opera dei terroristi criminali e nazi-sionisti (sono parole di Einstein e di Hannah Arendt) della Banda Stern, cioè del futuro Likud. Inoltre, la risoluzione del 1947 obbligava Israele a emanare una Costituzione democratica che garantisse i diritti anche agli arabi all’interno dello Stato, cosa che, per esplicita volontà di Ben Gurion, che non voleva avere le mani legate dalla risoluzione del 1947, non è avvenuta né allora, né in seguito.

Si aggiunga che De Luca sembra equiparare chiunque usi la parola «genocidio» a chi desidera la cancellazione degli ebrei dalla Palestina, operando una brutale divisione fra «noi sionisti» e «tutti gli altri» (che sarebbero dei tagliagole?). È una strategia intellettualmente penosa, ben presente nel web – non solo per effetto della hasbara israeliana: c’è anche chi è capace di farlo da sé: si designa un nemico immaginario, a uso e consumo della propria tesi (si chiama «fallacia del fantoccio», o dello spaventapasseri); se ne dimostra l’esistenza con generalizzazioni di singole figure e singoli discorsi; si riempie la bocca di questi singoli elevati a fantocci di iperboli: e il gioco è fatto.

Ma quello che De Luca sembra ignorare è la statura intellettuale e morale, e la rilevanza nel campo degli studi e della stessa comunità internazionale, di personaggi come William Shabas nel campo del diritto internazionale umanitario; di Omer Bartov, uno storico che ha segnato il prima e il poi nella storiografia dell’Olocausto; di Masha Gessen, recente Premio Pulizer (cui non si può certo applicare il giochino del «parlaci dell’Ucraina», che è peraltro anch’essa una fallacia); di Anna Foa. Per non dire di chi non usa la parola «genocidio», ma riconosce che siamo in presenza di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra – crimini per i quali il tribunale e la pena sono gli stessi del crimine di genocidio: da Marcello Flores a Liliana Segre, a Gad Lerner.

Di cosa stiamo parlando, allora? Del mettere la testa sotto la sabbia e rifiutarsi di vedere l’orrore in atto, sino a non saperlo nominare. Che questa sabbia sia la fatalità storica, poco importa. Nel caso di un intellettuale che ha un ruolo e un’autorevolezza nel pubblico dibattito, stiamo parlando della funzione stessa dell’intellettuale: che è, per come Italo Calvino me l’ha insegnato, ciò che dice Marco Polo all’imperatore che, sconfortato, conclude che «Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può che essere la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente». La risposta di Polo è che «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio».

 

Bruciare i libri di Erri De Luca?

Ma se Erri De Luca arriva ad accettare l’inferno fino a non vederlo più, non sarebbe allora legittimo, come alcuni urlano, buttare via i suoi libri, addirittura bruciarli?

A bruciapelo, rispondo che bruciare i libri è una stronzata – anzi, peggio: è uno dei modi in cui si accetta l’inferno fino a non vederlo. Comincia a bruciare, chessò, il Mein Kampf , e poi ti trovi a bruciare il libro accanto, e poi un altro, e così via, finché la mitridatizzazione ti porterà a bruciare l’intera biblioteca, perché se i suoi libri contengono le tue verità sono inutili, e se non le contengono sono dannose.

Anche perché a bruciare libri ci pensa già qualcuno, a cui rischiamo di non badare perché impegnati in altro. Ad esempio, su un quotidiano nazionale c’è una pagina settimanale di propaganda filo-israeliana, Hakol. La realtà di Israele, dove un tale, già fattosi notare per aver invocato «interventi finalmente incisivi, se non risolutivi, da parte di quanti ne hanno a disposizione gli strumenti» contro insegnanti e studenti, di recente ha compilato una lista di proscrizione di libri segnalati da una newsletter editoriale: L’odio anti-Israele piomba a scuola, nientemeno. I nuovi hostes publici – dei quali l’articolista, che sarebbe persona di scuola, ha letto solo la quarta di copertina – sono Anna Foa, Omer Bartov, Rashid Khalidi, Enzo Traverso, Arturo Marzano, Roberta De Monticelli, e Claudio Vercelli. «Ditegli sempre di sì», avrebbe detto Eduardo: se non ché ho visto un’interrogazione parlamentare redatta copincollando pari pari un articolo di questo tale (fossi stato il ministro interpellato, avrei insegnato la creanza a chi mi interpellava con una fotocopia altrui). Il deputato in questione è uno che  ogni volta che lo leggo o lo sento mi chiedo se la sua ghost writer non sia la Strega malvagia dell’Ovest, e a Erri De Luca non gli allaccia i calzari: però è lui che ha l’autorità per deliberare, foss’anche l’acquattarsi servile ai piedi dei potenti, non gli intellettuali. Vale a dire: cerchiamo di mantenere il giusto peso e la giusta misura, non creiamoci a nostra volta fantocci da bruciare per soddisfare un godimento che non è all’altezza del nostro desiderio.

 

Tradurre l’Esodo non basta

I libri di Erri De Luca non hanno, in genere, attinenza con ciò di cui qui si parla, quindi non ne parlerò. Salvo uno: la traduzione dell’Esodo. Della cui traduzione, e del traduttore, una bravissima e instancabile attivista, Lavinia Marchetti (i suoi interventi passati sono diventati un libro, Schegge da un genocidio) ha scritto che «si può tradurre l’Esodo verso per verso, e nondimeno smarrirne il nucleo storico». L’Esodo è la storia (sempre che sia davvero accaduta) di un popolo che, convinto di avere una terra promessa, si muove verso di essa, travolgendo e sterminando un altro popolo che vi risiedeva: i Cananei, e più in specifico gli Amalekiti. È quello che ricordò Edward Said a Michael Walzer, facendo una «lettura cananita» di Esodo e rivoluzione . Leggere l’Esodo dalla parte degli Amalekiti è l’equivalente del dire la parola genocidio da parte dei colonizzati: strappare ai colonizzatori il monopolio dell’interpretazione di una parola che, in fondo, è scandalosa – o meglio: nomina uno scandalo – solo perché per la prima volta le vittime erano europei, e non africani o amerindi. Però il comando divino di ricordarsi di sterminare Amalek risuona oggi nelle parole e nelle pratiche dello Stato d’Israele. E come ha scritto Coetze nella lettera in cui rifiutava l’invito al festival letterario cui andrà De Luca, «è impossibile per qualsiasi parte della società israeliana, comprese le comunità intellettuali e artistiche, dichiararsi privi di colpa rispetto alle atrocità di Gaza» – cioè «un genocidio che ha ricevuto un sostegno entusiasta dalla maggior parte dell’opinione pubblica israeliana».

Ma oltre al contenuto storico, c’è anche un contenuto etico dell’Esodo. Che ha a che fare con quella cultura che ha affascinato un’intera generazione di studiosi, me compreso. L’esodo come attraversamento del deserto, come metafora potente della condizione umana: il prendersi per mano e marciare insieme. Sono consapevole del fatto che oggi quelle pensatrici e pensatori sarebbero su posizioni opposte: Buber e Scholem, Lévinas e Benjamin, Arendt e Wiesel. Ma anche in una contrapposizione si vede quell’altra cultura – così come ci sono concetti filosofici che vanno oltre chi li enuncia. Di tutto questo mondo, oggi, non si vede traccia: e quando si perde il rapporto con quella trascendenza che fonda la dimensione religiosa, non restano che gli dei degli eserciti, che brandiscono pretese verità fondate su un libro scritto in una lingua mancante di vocali e segni d’interpunzione; i cui verbi all’indicativo mancano del presente, dell’imperfetto, del piuccheperfetto e del futuro, nonché dei tempi del congiuntivo, per limitarsi alle lacune più evidenti. Lo aveva osservato Spinoza, ricevendo in cambio dagli idolatri della sinagoga di Amsterdam una maledizione e una coltellata.

 

Dalla parte dell’uovo: Murakami a Gerusalemme

E poi, pensando a cosa Coetze non dirà a Gerusalemme, mi è venuto in mente cosa invece disse Murakami, che nel 2009, nonostante gli inviti dei suoi amici a non farlo, andò a Gerusalemme per ricevere il Jerusalem Prize. E fece questo discorso, a partire da un precetto che lo scrittore giapponese dà a sé stesso: «Tra un muro alto e solido e un uovo che si rompe contro di esso, io sarò sempre ‘mettiti dalla parte dell’uovo’». E spiegò questa immagine.

Non importa quanto giusto possa essere il muro e quanto sbagliato l’uovo, io resterò in piedi con l’uovo. Qualcun altro dovrà decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato; forse il tempo o la storia decideranno. Se ci fosse un romanziere che, per qualunque sia il motivo, scrisse opere in piedi con il muro, di che valore sarebbe quali opere siano? 
Qual è il significato di questa metafora? In alcuni casi è fin troppo semplice e chiaro. Bombardieri, carri armati, razzi e proiettili al fosforo bianco sono quel muro alto e solido. Le uova sono i civili disarmati che vengono schiacciati e bruciati e colpiti da loro. Questo è uno dei significati della metafora. 
Ma non è tutto. Ha un significato più profondo. Pensatela in questo modo. Ognuno di noi è, più o meno, un uovo. Ognuno di noi è un’anima unica e insostituibile, racchiusa in un guscio fragile. Questo vale per me, ed è vero per ognuno di voi. E ognuno di noi, in misura maggiore o minore, si trova di fronte a un muro alto e solido. Il muro ha un nome: è Il Sistema. Il Sistema dovrebbe proteggere noi, ma a volte assume una vita propria, e poi inizia a ucciderci e ci induce a uccidere gli altri in modo freddo, efficiente e sistematico. 
Ho una sola ragione per scrivere romanzi, ed è quella di portare in superficie la dignità dell’anima di un individuo e illuminarla. Lo scopo di una storia è quello di far suonare un allarme, di tenere una luce puntata sul Sistema per impedire che le nostre anime si aggroviglino nella sua rete e ne siano sminuite. Credo fermamente che il compito del romanziere sia quello di continuare a cercare di chiarire l’unicità di ogni singola anima scrivendo storie: storie di vita e di morte, storie d’amore, storie da far piangere le persone, farle tremare di paura e scuoterle dalle risate. Ecco perché noi continuiamo, giorno dopo giorno, a inventare finzioni con assoluta serietà.
Ho solo una cosa che spero di trasmettervi oggi: siamo tutti umani. Esseri, individui che trascendono nazionalità, razza e religione, uova fragili di fronte a un muro solido chiamato Il Sistema. […] Prendetevi un momento per pensarci. Ognuno di noi possiede una tangibile, viva anima. Il Sistema non ha nulla del genere. Non dobbiamo permettere al Sistema di sfruttarci. Non dobbiamo permettere al Sistema di prendere vita propria. Non è stato il sistema a crearci: siamo stati noi a creare il sistema. Questo è tutto quello che ho da dirvi.

 

*Girolamo De Michele lavora nella scuola come insegnante e coordina lo spazio politico-letterario Il Povero Yorick su www.euronomade.info. Ha curato i tre volumi dell’autobiografia di Toni Negri. Il suo ultimo libro è Il profeta insistente. Raphael Lemkin, l’uomo che inventò la parola genocidio (Neri Pozza, 2025).

da qui

giovedì 10 marzo 2022

Esami di maturità – Erri De Luca

 

Ne hanno parlato tra loro prima di entrare in classe e poi nell’intervallo.

Hanno convocato un’assemblea.
Hanno discusso e ascoltato i molti pareri.
Hanno proposto varie forme di azione collettiva.
Le hanno messe ai voti, scegliendo secondo maggioranza.
Hanno scritto le loro ragioni su un documento.
Si sono scambiati idee e informazioni con altri istituti.
Hanno deciso di occupare la scuola, percorrere in corteo le vie della città.
Questi passaggi sono la forma della democrazia allo stato nascente, ogni volta inventata e rinnovata dal sorgere di una necessità di risposta.
È impegno a costituire una voce collettiva e volerla esprimere.
Sono stati aggrediti in diverse città da funzionari addetti all’ordine pubblico.
La serie di aggressioni dimostra unità di comando e volontà di reprimere.
Hanno sperimentato la violenza di Stato, non si sono tirati indietro.
Succede quando i singoli si costituiscono in fibra.
Hanno convocato altri cortei crescendo in adesioni.
Molti di loro sono all’ultimo anno e affronteranno gli esami di maturità.
Li considero promossi in blocco e in anticipo al decisivo esame di maturità civile.

martedì 8 febbraio 2022

Erri De Luca: “Dai migranti alle stazioni, è la persecuzione del soccorso”

  

Dai respingimenti in mare ai volontari allontanati dalle stazioni, per Erri De Luca “la campagna elettorale è iniziata a colpi di repressione”. E sulle manganellate agli studenti attacca la ministra dell’Interno Lamorgese: “Incompetente”.

 

“La campagna elettorale è iniziata a colpi di repressione”. Erri de Luca non ha dubbi. C’è un filo rosso che lega le politiche di respingimento dei migranti in mare e quanto accaduto in questi giorni alla Stazione Termini di Roma, dove i volontari che distribuiscono pasti caldi e coperte ai senza tetto sono stati identificati e allontanati dai carabinieri, e molte piazze italiane, dove gli studenti che hanno manifestato contro l’alternanza scuola-lavoro sono stati brutalmente manganellati.

De Luca, lei ha scritto su Twitter: “Stazione Termini, Roma: identificati e allontanati dai carabinieri mentre distribuiscono pasti caldi. Dai respingimenti in mare a quelli in terraferma”. Cosa lega quello che è accaduto alla stazione Termini con i respingimenti in mare?
Li tiene insieme un unico filo di repressione del pronto soccorso, di intralcio al volontariato in terra e in mare, che svolge la supplenza umanitaria negata e annegata. In mare si affidano i respingimenti illegali ai pirati libici, gentilmente nominati guardie costiere e pagati con i soldi dei contribuenti con piena approvazione del parlamento, che rinnova i fondi. I pirati/guardie costiere eseguono qualcosa di peggio dei respingimenti, procedono al sequestro di persone a scopo di estorsione in centri di detenzione clandestini. Le nostre autorità terrestri proseguono la persecuzione alle stazioni e ai confini.

Pochi giorni fa gli studenti sono stati manganellati nelle piazze. La ministra Lamorgese ha parlato di infiltrati: lei che idea si è fatto?
Preferisco credere alla incompetenza del suo ministero che con tutti i mezzi di cui dispone non riesce a identificare un solo infiltrato e a denunciarlo per specifico reato commesso. Preferisco credere all’incompetenza, perché l’alternativa alle dichiarazioni del ministro è la malafede.

Studenti manganellati nelle piazze, volontari allontanati dalle stazioni, navi di salvataggio bloccate con cavilli burocratici: non sembra di vedere molte discontinuità rispetto al periodo in cui al Viminale c’era Salvini…
È iniziata la campagna elettorale dell’anno prossimo, che si caratterizza con il dimostrare che la peggiore destra è superflua, facilmente sostituita dalla coalizione in carica. Constato al pianoterra della società che frequento una consistenza umana della nostra comunità che sta all’opposto di quella frequentata dai sondaggi.

Il tema dell’accoglienza e quello della solidarietà sono diventati terreno di scontro politico. Qual è la causa di questa deriva?
Scontro? A me sembra convergenza, in Italia e in Europa. Se è deriva, i derivati non si distinguono tra loro.

https://www.micromega.net/erri-de-luca-intervista/

domenica 25 aprile 2021

La scomparsa dei figli - Erri De Luca

 

“Sono sicura che nessuno di loro ha figli”.
Si potrebbe proporre un quiz: a chi attribuire questa frase.
Soluzione: la frase è riportata dal giornalista Nello Scavo in una sua cronaca di inviato in Bosnia. Lui è il migliore cronista delle epopee a zigzag dei profughi moderni. Nel mio vocabolario spetta solo a loro il titolo di viaggiatori, che deve contenere anche l’esplorazione di chi parte senza prescritto itinerario e senza biglietto di ritorno. I profughi moderni sono gli esploratori della foresta Europa.
Da molti anni Nello Scavo documenta sul quotidiano Avvenire gli approdi, i naufragi, i respingimenti, gli accordi sottobanco tra governi di costa e trafficanti di merce umana. Ne è complice anche l’agenzia europea Frontex.
È l’ultimo paragrafo della storia della pirateria nel Mediterraneo.
Nello Scavo ha proseguito le sue cronache in terraferma, in Bosnia, regione che ho conosciuto negli anni ‘90 della sua guerra terrestre, l’unica moderna svolta senza aviazione.
“Sono sicura che nessuno di loro ha figli”.
Loro sono i poliziotti croati. La frase è della madre di un bambino afgano.
Acciuffata, perquisita, percossa, i pannolini tolti ai bambini per cercare soldi, cellulari, numeri di telefono, indirizzi nascosti.
Per sfuggire alle retate centinaia di profughi vivono nei boschi, in casupole abbandonate dalla guerra di trent’anni fa.
Un medico, in viaggio di zigzag anche lui, cura con impacchi di neve le ferite di un ragazzo preso a calci da caduto a terra.
Chi sta leggendo queste righe forse ha arricciato il naso all’espressione: la foresta Europa. Da parte mia è un complimento, esiste almeno un luogo dove si possono accampare donne, bambini, ragazzi. Non esiste un tetto Europa per loro che secondo legge avrebbero ogni diritto di chiederne uno. Esiste la foresta da esplorare in pieno inverno.
Cose che succedono là fuori dei confini, in Bosnia? È documentato e denunciato che le deportazioni avvengono partendo dal territorio italiano, via Slovenia, Croazia.
Non sono respingimenti, che avvengono alle frontiere. Sono deportazioni eseguite in pieno territorio europeo contro le leggi dell’obbligo di asilo.
Tolgono e buttano via pannolini ai bambini.
La madre afgana suppone a ragione che quei poliziotti non abbiano figli. Del resto neanche io ne ho. Sono scomparsi i figli dall’Europa.

da qui

martedì 15 dicembre 2020

Regalo – Erri De Luca

 

Era l’anno di spargimento della poliomielite che ammazzava i bambini e se non ci riusciva li azzoppava per sempre. La chiamavano paralisi infantile, era diffusa in tutto il mondo già da prima. Il suo ammalato più famoso era stato il presidente americano F.D. Roosevelt.
Andavo già a scuola e non tornammo in città, restammo a Ischia in autunno. L’isola si era spopolata anche degli ultimi tedeschi che venivano a settembre e per un po’ di ottobre. Le botteghe chiuse, tranne gli alimentari, case e giardini in letargo. Passeggiavamo sentendo il rumore dei nostri passi, tornati a calzare le scarpe.
Se scendevamo al mare vedevo ondate sconosciute che risalivano spiagge e arrivavano in strada. Nessun battello usciva dal porto, le barche dei pescatori tirate in secco fino alle case. Così l’isola era vera, un pezzo di terraferma assediata. Desideravo starci.
La poliomielite imperversava nelle città, due cugini a Milano l’avevano sofferta e ne erano usciti sciancati. Avevano lottato contro l’angelo come Giacobbe al guado. Avevano guadagnato la vita e perso l’equilibrio, come il patriarca di quelle scritture.
Restammo sull’isola fino a Natale. Tornammo ch’era arrivato un vaccino, il Salk. Se ne assumevano dosi diverse, era intramuscolo e lasciava un segno sul braccio. Poi nel 1963 l’Italia adottò il Sabin da prendere per bocca con un quadratino di zucchero. Fu obbligatorio e la poliomielite fu sconfitta.
Ricordo un dettaglio: Sabin non brevettò il suo vaccino, lo offrì gratis al mondo, che nessuno potesse farne lucro. “È il mio regalo ai bambini”. È morto povero nel 1993.
Era nato nel 1906 nel ghetto ebraico di Byalistok, Polonia, emigrato nel 1921. Il suo nome di origine era Abram Saperstein.
È una storia del 1900, di grandi spostamenti umani da un continente all’altro, dove chi riceveva e raccoglieva, veniva poi immensamente rimborsato dalle intelligenze.

da qui

lunedì 23 dicembre 2019

ancora sulle sardine


Il grado zero della politica - Guido Viale

Le sardine hanno riunito a Roma almeno 200mila persone richiamate dalla richiesta di abrogare (poi maldestramente corretto in “rivedere”) il decreto Salvini; dall’invito a contrastare i linguaggi d’odio (che dominano non tanto il confronto tra avversari politici, quanto l’aggressione sistematica contro migranti, minoranze, donne, difensori della vita e persino della memoria); e dall’appello a restituire vigore all’antifascismo. La gestione del palco di piazza San Giovanni ha rispettato pienamente questo copione, con particolare attenzione ai migranti. Sono temi più volte ribaditi, con diverse accentuazioni, da tutte le forze di sinistra. Perché queste non riescono più a mobilitare nemmeno i loro sostenitori dichiarati e alle sardine invece riesce tutto così bene? Siamo nel campo delle supposizioni. Nessuno, nemmeno chi ha chiamato a raccolta le sardine, ha una risposta sicura. Quelle che si possono avanzare sono riconducibili a due ordini di considerazioni:
Primo: totale sfiducia nelle organizzazioni della sinistra da parte delle figure sociali a cui queste fanno riferimento e dei cui interessi si considerano rappresentanti, almeno in forma virtuale. Continuare a chiedersi se le sardine sono o no “di sinistra” non aiuta certo a recuperare questo rapporto. Dare per scontato che lo siano, ancor meno. Soprattutto da quando definire che cosa sia di sinistra e che cosa no è diventato difficile. Forse proprio la sicumera del considerarsi “di sinistra” crea i maggiori problemi.
Secondo: l’inconsistenza, e forse l’impraticabilità, al di là dei tre punti indicati, della proposta “politica” delle sardine. Fare le pulci al loro primo manifesto, e ancor più al secondo, è un gioco facile quanto sterile, perché probabilmente è proprio quel vuoto ciò che ha funzionato maggiormente da richiamo: alla faccia di coloro che subordinano il sostegno alle sardine al fatto che gli venga servito un piatto (di centinaia di migliaia di persone) già bell’e confezionato come lo vorrebbero loro… O di coloro che sanno già che cosa le sardine devono fare per strutturarsi o quali punti ineludibili devono mettere nel loro programma. Quel loro exploit ci dice che siamo al grado zero della politica.
Se però alziamo lo sguardo dalla loro vicenda per rivolgerlo al contesto mondiale si vede subito che questa non è una peculiarità di casa nostra: la crisi climatica e ambientale sta azzerando tutto ciò a cui i politici di tutto il pianeta hanno appeso i loro programmi, le loro manovre, le loro carriere. Non se ne sono ancora accorti, ma se ne accorgeranno presto: anche loro stanno per scoprirsi tutti al grado zero della politica: come le sardine.  Gianfranco Mascia, su Il fatto quotidiano, raccomanda alle sardine di aggiungere al loro programma la crisi climatica (non ne hanno nemmeno fatto cenno). Ma per loro, come per tutto il resto del mondo, il problema non è “aggiungere”. Chi ha colto le dimensioni e l’urgenza della crisi di clima e ambientale sa che bisogna ricominciare da capo. Certo, reddito, occupazione, migrazioni, casa, istruzione, salute e quant’altro non devono assolutamente scomparire dall’orizzonte, anche se di fatto, tranne, in negativo, le migrazioni, sono già sostanzialmente scomparse. Per ricomparirvi in modo costruttivo occorre che venga messa al centro di tutto la mobilitazione per la difesa di clima e ambiente, come condizione ineludibile del perseguimento di ogni altro obiettivo: cosa che non compare nei programmi, e meno che mai nelle scelte e nella pratica quotidiana di alcuna forza politica. 

Lo hanno capito, in tutto il mondo, i giovani di Fridays for future e pochi altri (non certo tutta “la Scienza” a cui si appella Greta Thunberg, in gran parte venduta; ma solo i pochi scienziati che si occupano seriamente del clima). Ma anche loro stentano, per ora, a tradurre questa comprensione in iniziative che non siano la mera sollecitazione ad “agire subito” rivolta agli establishment. Cosa evidentemente insufficiente vista la levatura di cui tutti i Governi del mondo hanno dato prova al summit di Madrid, logica conclusione di 25 anni di inerzia e ipocrisie pressoché totali. La cultura della competizione universale a cui sono tutti affiliati, fa di ogni governante un free rider, che aspetta che ad agire siano gli altri per trarne un proprio vantaggio: per il tempo che basta per confermarlo nel suo ruolo e nei suoi privilegi. Senza cultura della solidarietà no se ne esce.
Lo ha capito, forse ancor meglio, il movimento Nonunadimeno che nella denuncia e nella lotta contro i mille aspetti in cui si manifesta il dominio patriarcale sul mondo ha individuato il filo conduttore di un rovesciamento radicale del nostro rapporto con la Terra: quel rapporto che mette in evidenza il nesso inestricabile tra capitalismo ed estrattivismo. Un tema peraltro ben chiaro anche al capo della più patriarcale e maschilista organizzazione del pianeta, papa Francesco: tre fonti a cui le sardine potrebbero attingere, non programmi e proposte politiche immediate, ma cultura e visione.

Le Sardine si sono ''contate'' a Roma ma non hanno riempito il mare - Stefano Bertoldi

A Roma il Movimento delle Sardine, circa trentamila, è stato pacifico, silenzioso, praticamente senza striscioni, niente megafoni o casse acustiche assordanti a parte quelle allestite su un piccolo palco trasportato da un camion dal quale Mattia Santori, dopo aver cercato invano l'applauso di sardine reatine o viterbesi, ha ringraziato Romano Prodi per aver pagato il noleggio del mezzo. Poi lo stesso Santori, ha un po' voluto testare l'energia populista della folla e al suo unico ma deciso grido di incitamento della folla questa ha risposto ma ''weltronianamente'' (ovvero pacatamente!) forse per non confondersi troppo con le folle dei ''vaffa-day'' o quelle molto più grezze e ignoranti dei salviniani o semplicemente a causa dell'età media delle corde vocali un po' in là con gli anni,  a occhio, intorno ai 50 anni. Del resto la cosiddetta anti-politica, ormai confusa con l'anti-partitismo non poteva che essere la cifra di un movimento molto poco integrato nel tessuto sociale ma semplicemente ''trasversale'' ad esso, alle sue associazioni, partiti, gruppi, ecc. e che anzi propone proprio un distacco totale dalla forma-partito attuale. Non si è sentita o letta nessuna critica al cuore del sistema culturale ed economico attuale, né tanto meno al nostro modello neo-liberista e capitalistico con il paradosso di ritrovarsi in una piazza che per una sua porzione sgombera e recintata ha visto fluire indisturbato il fiume dei turisti in una basilica di San Giovanni protetta dalle forze di polizia a riprova che the show must go on  nella città-simbolo della gentrificazione in atto da anni in tutti i nostri pittoreschi centri storici.  In piazza, tra una chiacchiera e l'altra, si è sentito solo l'auspicio impellente che nei palazzi della politica si lavori secondo le regole del rispetto della persona, con la dovuta attenzione per chi sta indietro o è più debole e indifeso e soprattutto in modo silenzioso. Dalle interviste effettuate, però, verrebbe da dire che l'idea inconfessabile sottostante è che il lavoro ''sporco'', imbarazzante ma che molte sardine considerano appunto necessario, va fatto con garbo, con un'estetica della comunicazione che non urti le sensibilità radical-chic o di quel popolo orfano delle cinque stelle cui le ''il rispetto delle regole'' piace così tanto. Si sono visti, quindi, tanti capannelli di amici, alcuni con figli muniti di sardine di cartone, molti anziani, tante singole persone, parti del cosiddetto “popolo”, richiamato dallo slogan tanto affascinante quanto poco rivoluzionario ''basta con la politica dell'odio, della divisione, strillata violentemente'': chi l'ha lanciato questo slogan? Al momento si può solo dire che nasce dall'iniziativa di qualche gruppo di giovani bolognesi, tutti bravi ragazzi, tutti più o meno precari, aiutati anche finanziariamente da Romano Prodi allarmato dal rischio di perdere l'ultimo feudo in mano al PD prima della paventata capitolazione alla destra salviniana. Dopo la conferma degli ultimi sondaggi della disintegrazione del Movimento 5 Stelle e il conseguente ritorno in casa PD di un suo pezzo e dall'altro la fuoriuscita verso la sua componente fascistoide, l'Emilia Romagna deciderà la sorti dei prossimi 5 anni dell'Italia. Da qui la necessità, per il popolo moderato ex o attuale filo-PD, di contarsi attraverso Facebook, Twitter, ecc.ecc. e in modo più tradizionale anche riversandosi nelle piazze. Quello che il popolo delle sardine vuole deliberatamente rimuovere è che oggi la sinistra cui  fa riferimento esplicito è di fatto al potere e nulla sta facendo per rimuovere le leggi sulla sicurezza che peraltro lei ha introdotto per decreto con Minniti o per aprire i porti a dei veri canali umanitari, dopo aver pagato nel 2017 i trafficanti di uomini, la cosiddetta Guardia costiera libica per trattenere e riportare indietro i migranti nei loro lager secondo lo slogan ''aiutiamoli a casa loro''. Il codice di condotta promosso con Minniti in base al quale 'i ''taxi del mare''  secondo la definizione dell'attuale partner di governo, potevano operare a non meno di 20 miglia dalla costa è stato rinnovato, così come come i finanziamenti alle milizie armate e le situazioni di stand-by intimate alle ONG in mar libico si moltiplicano al fine di far lavorare in pace i poliziotti libici lontano da occhi indiscreti. Le contraddizioni e purtroppo anche i luoghi comuni di stampo populista  emergono chiaramente da tutte le interviste effettuate: dai decreti sicurezza che sarebbero stati introdotti da Salvini, alla precarizzazione ulteriore del lavoro del Job's act considerata ''necessaria'' così come le norme per  regolamentare i flussi migratori o meglio per evitare l'invasione. Il popolo delle Sardine non vuole ammettere insomma che quella sinistra cui si fa riferimento è la stessa al governo ed è quella che negli ultimi anni si è distinta per fare lo stesso lavoro sporco per abbattere diritti acquisiti, limitare il diritto di sciopero e di protesta, nel massacrare le popolazioni in fuga, nel vendere armi alla Turchia o all'Arabia Saudita, nel difendere la proprietà privata anche quella abbandonata da anni e divenuta rifugio indispensabile per gruppi crescenti di poveri.  Il popolo delle Sardine, dunque, si definisce di ''sinistra'' ma messo di fronte a queste contraddizioni tiene a precisare che quella dei decreti sicurezza e del codice di condotta delle ONG in mare, del Job's act e degli sgomberi non era ''vera'' sinistra  o al limite si è trattato di una sinistra messa alle strette da fatti epocali  più grandi di lei cui andava data una qualche forma di regolamentazione. Il palco di San Giovanni, quindi, ha puntato su alcuni cavalli di battaglia come la parità di genere, i diritti LGBT e dei migranti, dimenticando che lo ius soli o i matrimoni gay non si sono voluti introdurre. In modo altrettanto coerente ma tendenzioso ad intervenire a nome delle ONG impegnate in mare è stata Giorgia Linardi di Sea Watch resasi protagonista del braccio di ferro con Salvini a Lampedusa ma non, per esempio, SOS MEDITERRANEE che ha dovuto sottostare ai codici di condotta, ai primi stand-by in mare e poi ai sequestri e alle denunce per ''traffico internazionale di esseri umani'' o per l'altrettanto fantasiosa accusa di ''smaltimento illecito di rifiuti tossici'' sotto il governo della cosiddetta ''sinistra'' attualmente, non si sa per quanto, al governo.


Lettera aperta alle Sardine - Andrea Segre

Non è l’accoglienza la risposta all’odio. Le piazze piene di persone che si riuniscono per difendere i diritti e contrastare l’odio sono un segnale nuovo e importante, non c’è alcun dubbio. Credo sia però importante in questo momento portare in quelle piazze contenuti e proposte perché tutto ciò provi a diventare anche un laboratorio di rinnovamento politico. In questa chiave ho deciso di scrivere questa lettera aperta.
Il tema migrazioni è senza dubbio il perno di quanto sta accadendo dentro e fuori queste piazze. La deriva autoritaria e xenofoba della Lega di Salvini è la preoccupazione che ha portato migliaia di cittadini a riempire le piazze di Sardine. Questa deriva fa spavento e inquieta, perché risveglia istinti pericolosi che minano alla base lo stato di diritto costruito a fatica dal dopo guerra in poi. Ma credo sia un errore assai grave non capire quali condizioni reali, materiali abbiano in questi anni aiutato una crescita così impetuosa del consenso a Salvini; non possiamo imputare la sua crescita solo a ignoranze o semplificazioni, sarebbe miope e anche offensivo. Ovviamente i ragionamenti a questo proposito possono essere tanti, ma credo ce ne sia uno basilare più importante di altri.
Per proporlo parto da una provocazione. Io credo che la crescita di Salvini sia stata fortemente aiutata negli ultimi anni dalle politiche di accoglienza. Credo infatti che queste politiche abbiano distratto troppa parte della società civile antirazzista dalla capacità di individuare le responsabilità più profonde delle ingiustizie che vivono i migranti forzati (viaggiatori non autorizzati, preferisco definirli). Ci siamo divisi tra chi li vuole accogliere e chi li vuole respingere, tra chi li vuole salvare e chi li vuole abbandonare (o peggio). Questa divisione ci ha portati a credere che il nemico dei diritti sia chi vuole respingere e il paladino della civiltà sia chi vuole accogliere. Abbiamo alzato lo scontro, portando corpi a salvare corpi e sfidando fisicamente le chiusure dei porti. Ma facendo questo ci siamo profondamente distratti e soprattutto abbiamo portato tanta parte della cittadinanza a cercare in questo scontro un leader pronto a innalzarlo fino alle massime conseguenze, ossia l’attacco alle basi costituzionali della convivenza civile. Tutto questo va fermato, non solo contrastando il leader di quella deriva, ma anche avendo il coraggio di dire che non è l’accoglienza l’alternativa all’odio.
L’accoglienza, come il salvataggio, come l’aiuto umanitario hanno schiacciato i migranti al ruolo di vittime passive e tantissimi di loro sono stati abbandonati in luoghi inutili e impreparati diventando simboli materiali utili al consenso salviniano: “li vedi gli africani che ciondolano in giro senza far niente? Quelli li paghiamo noi”. Questa la base del consenso salviniano. Città per città, quartiere per quartiere. Da Nord a Sud, in tantissimo Sud. Abbiamo il coraggio di dirlo: sì è vero, molti ragazzi africani sono stati abbandonati a non far nulla. Perché l’errore è stato “accoglierli”, ridurli a soggetti beneficiari di progetti che non volevano e non chiedevano. Per poi ovviamente abbandonarli, lasciarli vagare ancora di più nei meandri fangosi dell’economia nera e illegale.
Questa storia deve cambiare, se no Salvini o chi per lui sarà inarrestabile. Deve cambiare a mio avviso facendo tre cose:
– Aprendo vie regolari di viaggio a chi cerca lavoro, studio, dignità ed è disposto a farlo in modo controllato, come è normale per tutti noi migranti liberi (viaggiatori autorizzati).
– Finanziando politiche di integrazione e welfare sociale, economico e culturale che difendano diritti di cittadini e lavoratori di qualsiasi provenienza etnica (italiani inclusi).
– Garantendo accoglienza seria e professionale a chi davvero ne ha bisogno, e non obbligando tutti a chiederla, anche se non vorrebbero.
Questa direzione sarebbe una novità radicale, contraria tanto a Salvini quanto alla stragrande maggioranza delle forze di governo europee, più o meno democratiche e anti-sovraniste, che continuano a sostenere politiche di chiusura e discriminazione del diritto di mobilità, concedendo piccoli e farraginosi pertugi al diritto d’asilo, applicato per spirito umanitario, ma con grande timore.
Contrastare l’odio della Lega e dei suoi alleati è insufficiente se non immaginiamo anche una svolta vera e profonda delle politiche migratorie; altrimenti ci troveremo ancora per decenni a contare barche e cadaveri e a dare loro il macabro peso elettorale che hanno tanto a destra quanto a sinistra.
Mi auguro che il Movimento delle Sardine abbia la voglia di liberare idee e proposte per uscire dall’inutile dicotomia tra “accoglienza” e “respingimento” e per invitare i cittadini a immaginare un mondo più libero e giusto dove tutti i soggetti stranieri o autoctoni abbiano diritti e doveri comuni e condivisibili.
Per questo invito concretamente le Sardine a partecipare al laboratorio del Forum Per cambiare l’ordine delle cose, un coordinamento libero e plurale di tante realtà territoriali che si stanno chiedendo come far crescere proposte concrete di radicale cambiamento delle politiche migratorie europee, fin qui causa di tante violenze e violazioni, ed anche in fondo vero sostegno all’affermarsi dell’odio della Lega e degli altri sovranismi xenofobi.
(La lettera aperta è stata pubblicata l’8 dicembre 2019 su L’Espresso)



Le sardine, la legge del branco e la fine del tonno – Andrea Le Moli

Aristotele ci aveva già avvertito e la biologia marina contemporanea lo ha precisato: il mare è popolato di oloturie, organismi detritivori importanti perché ripuliscono i fondali dei mari, rimettono in circolo sostanze nutritive e aiutano a mantenere in equilibrio l'ecosistema. Ma sono meglio le sardine, purché non facciano la fine del tonno.
Recenti sviluppi nell’uso della comunicazione pubblica fanno pensare che più che il cielo sia il mare il vero limite dell’immaginario umano. Almeno se ha un senso la scelta della sardina come espressione di una “legge del banco” opposta a quella del “branco” (intelligenza distribuita versus coesione regolata da rapporti di forza e leadership incondizionata); come lo aveva l’immagine di un parlamento “scatoletta di tonno” da sventrare o quella della “minchia marina” (oloturia) a simbolo dell’ottusità di chi rifugge dall’azione civile libera e responsabile.
Sul potenziale delle minchie marine/oloturie e sulla conseguente efficacia di questa metafora ci sarebbe da discutere. Di questi fondamentali organismi di transizione tra mondo vegetale e mondo animale parla già Aristotele (Hist. An. 487 b; De part. an. 681 a) per spiegare come la natura passi senza soluzioni di continuità dalle cose inanimate agli animali per il tramite di esseri che, pur essendo viventi, non sono tuttavia “semplicemente” animali. Aggiungendo che questi miracoli organici sono come quelle piante terrestri "dotate della capacità di vivere e di crescere ora su altre piante, ora persino sradicate". Anche per la biologia marina contemporanea le oloturie sono organismi detritivori importantissimi perché ripuliscono i fondali dei mari, rimettono in circolo sostanze nutritive e aiutano a mantenere in equilibrio l'ecosistema. Per tacer del fatto che possiedono incredibili capacità rigenerative e risultano capaci di vivere a profondità inaspettate, costituendo quasi il 90% delle forme viventi sotto gli 8.000 metri di profondità. Dunque attenzione, nel mare e nel linguaggio, alle oloturie. Che continuano a vivere quando e dove meno ce lo aspettiamo, che se proviamo a toccarle ci bruciano e che, a differenza nostra, non hanno sempre il problema di decidere da che parte stare.
Il “banco di sardine” appare invece immagine più promettente, perché cifra di una resistenza prodotta dalla capacità dei piccoli di organizzare la propria debolezza, di far fronte circondando il predatore, sempre pronti a disperdersi per non offrire un bersaglio. Una sorta di riscatto degli individui polverizzati dal contesto socio-politico globale che scoprono di poter sfruttare la polverizzazione come arma; e dunque immagine di una organizzazione spontanea alternativa ai modelli distorti di leadership incondizionata. Oltre alla riprova del fatto che sempre più spesso, nell’azione politica, è necessario metterci i corpi, e non solo la faccia. Questo, ovviamente, posto che non si tratti dell’ennesima architettonica del consenso travestita da spontaneismo e veicolata da mezzi solo apparentemente universalisti e democratici come i social network.
In ogni caso, quanto questa strategia possa funzionare in politica è sempre stata questione aperta, campo di predizioni facili ma scivolose in quell’acquapark collettivo che è diventata la comunicazione pubblica. Dall’Uomo Qualunque di Giannini, passando attraverso Girotondi e Popolo Viola, la storia del movimentismo italiano è fatta di esperienze destinate a naufragare nell’assenza di progettualità a lungo termine e capacità politica. Buon gioco sembrerebbe avere allora la corsa alla predizione disfattista. Mentre un’attenzione forse troppo benevola per esser sincera viene concessa da forze politiche in attesa di accreditamento elettorale. Il tutto a legittimar l’impressione che si sia ufficialmente aperta la stagione della pesca. Aggiungeteci che il candidato alla poltrona di governatore della Calabria per il centrosinistra potrebbe essere un pregiato inscatolatore professionista di tonno e il cerchio, davvero, si chiude.
Ma forse si era già aperto un po’ chiuso, l’ultimo cerchio di quella balza da purgatorio che è la politica di casa nostra. Come non notare infatti il paradosso di un movimento che si dichiara antipopulista, ossia contrario proprio a quell’espressione di antipolitica che è stato il populismo italiano, dai Cinquestelle fino alla svolta nazional-balneare della Lega? Se poi, oltre a contemplare la disfida dei simboli, ci imbarchiamo nel contest dei contenuti l’impressione non cambia. Nel manifesto delle sardine di contenuti infatti non ce n’è. La cosa migliore che se ne possa dire è che è pieno di buoni sentimenti, i quali però non fanno piattaforma politica.
Purtuttavia, se le sardine non sembrano aver molto da dire nel merito tantissimo ne hanno nel metodo. Perché la loro è anzitutto rivoluzione metodologica, riforma dello stile comunicativo dominante e scossone dato all’idea che l’unica maniera efficace di compattare il consenso sia la ricerca della bolgia, dell’ordalìa, della tonnara. Che in fondo, come pensano in molti, non si tratti che di rincorrere, imitare e magari un giorno primeggiare nell’uso sapiente e spregiudicato della Bestia. Non gli dobbiamo chiedere di più, alle sardine. Certo possiamo aspettare il risultato delle elezioni in Emilia, fra due mesi. Se si registrasse un successo schiacciante del fronte anti-Lega o un incremento dei votanti tra i giovani e giovanissimi prenderebbe forza la tesi di un’influenza in positivo della protesta; il capitone (again, il mare) prenderebbe qualche pesce in faccia (la mer, encore) e avrebbe senso insistere su questa strada. Ma se quanti oggi accorrono festosi in piazza dovessero dimenticarsi di andare a votare domani racconteremmo un’altra storia. E magari le sardine si troverebbero di fronte all’accusa di aver contribuito al successo altrui, in quanto la strategia di un’opposizione di piazza rivolta ad una forza all’opposizione avrebbe avuto l’effetto di presentare quest’ultima come vittima, o come talmente forte da essere inevitabilmente destinata al governo.
Tuttavia, se anche grazie a questo piccolo gesto dovesse prodursi un aumento di sensibilità politica, magari un inizio di quella trasformazione dello stile comunicativo che non possiamo non auspicare, si porrebbe la questione se lasciare questa forza ridisperdersi senza un progetto o, peggio, vederla procedere verso lo schieramento di reti in attesa. Diverso sarebbe se ci fosse un ecosistema disposto ad accogliere l’impatto con il banco di sardine equilibrandosi sin da subito in una intelligenza collettiva in grado di declinarne la spinta in un progetto di vita associata, e non semplicemente in una “pesca” elettorale. Non so quanti di coloro che ancora si chiamano a sinistra abbiano le risorse per entrare in questa logica. O se invece preferiscano continuare a farsi trasportare dalle maree giocando a mozzicarsi reciprocamente. In questo destinati, prima o poi, a fare “la fine del tonno”, che poi è davvero il pesce a cui finisce sempre peggio, nel mare e nel linguaggio.


Lettera aperta alle sardine - Paolo Flores d’Arcais

Cari Andrea Garreffa, Roberto Morotti, Mattia Santori e Giulia Trappoloni (rigorosamente in ordine alfabetico), spero con tutto il cuore che la manifestazione di sabato a piazza San Giovanni a Roma risulti GIGANTESCA. Più gigantesca ancora di quella dei Girotondi del 14 settembre 2002, quando i cittadini di quella “Festa di protesta” nella stessa piazza erano davvero stipati come sardine e debordavano per duecento metri su via Merulana, per metà di via Carlo Felice che dalla piazza conduce a Santa Croce in Gerusalemme, e dietro le mura in tutta la zona della sottostante via Sannio.

Spero in un successo che vada oltre le più esuberanti speranze perché c’è bisogno che la società civile democratica, quella che vuole realizzare la Costituzione repubblicana, ritrovi la fiducia e l’entusiasmo della lotta e non si rassegni più a coltivare l’ideale della “Costituzione presa sul serio” solo in interiore homine, e nella rassegnazione di troppi anni all’egemonia vuoi di una destra becera ed eversiva, vuoi di un Pd impaniato nella sudditanza all’establishment, vuoi di un M5S che alle originarie ambiguità e contraddizioni ha aggiunto il carico suicida del tradimento delle promesse elettorali nell’accucciarsi a Salvini (governo Conte 1), non riscattato dagli ondeggiamenti e avvitamenti degli ultimi mesi.

Voi avete il merito di aver osato, con la semplicità di chi ricorda che un programma che unisca gli italiani e restituisca dignità alla politica c’è già, si chiama Costituzione, e bisogna farne la stella polare di ogni azione pubblica. Che solo i valori della Costituzione danno significato all’Italia come Patria, perché solo l’interiorizzazione di quei valori ci rende con-cittadini di una democrazia ancora vitale. Interiorizzazione che significa azione coerente per realizzare quei valori quotidianamente: Calamandrei, uno dei protagonisti dell’Assemblea Costituente, proprio in un discorso ai giovani agli inizi degli anni cinquanta ricordava come senza questa azione quotidiana la Costituzione diventasse lettera morta.

Infine spero che il successo della manifestazione di sabato sia ancora più gigantesco di quello dei Girotondi, perché voi avete deciso di riunirvi il giorno dopo per decidere come continuare. Come dare futuro organizzato all’esplosione di passione civile e fedeltà alla Costituzione repubblicana di queste settimane. COME non SE. Avete già deciso, insomma, di non ripetere l’errore di noi Girotondi, che non dotandoci di strutture organizzative, nell’illusione che i partiti avrebbero ascoltato il messaggio della piazza e si sarebbero rinnovati radicalmente e di conseguenza, siamo rimasti solo un falò, per quanto ciclopico ed entusiasmante, che non ha invertito la deriva partitocratica e le ulteriori degenerazioni di imbarbarimento.

Spero che un gigantesco successo vi offra la chance irripetibile di una gigantesca responsabilità: non lasciar dissipare le splendide energie di democrazia che avete evocato e catalizzato. Perché dirsi il “partito” della Costituzione è quanto di più esigente e radicale si possa affermare, e ritrovarsi con centinaia di migliaia di italiani che partecipando alle manifestazioni dichiarano di volerne fare parte vi obbliga moralmente ad elaborare insieme a loro l’articolazione di questa fedeltà alla Costituzione solennemente sbandierata. Una Costituzione che assumete come vostra identità proprio in quanto denunciate che resta a tutt’oggi disattesa, e spesso anzi lungo oltre settant’anni volutamente tradita dai governi.

C’è stato un momento, dopo il Sessantotto e sulla sua onda, che alcuni principi della Costituzione trovarono applicazione nelle leggi ordinarie. Una su tutte, lo Statuto dei lavoratori, che dava sostanza al primo articolo della Costituzione. O la legge che istituì il divorzio e poi il diritto della donna a decidere se interrompere la sua gravidanza.

Ma da almeno un quarto di secolo viviamo invece nella REAZIONE contro quelle conquiste, quelle prime parziali attuazioni dei valori costituzionali. Lo Statuto dei lavoratori è stato calpestato, cancellato, considerato un “male sociale” anziché una irrinunciabile conquista. Nella scuola e nell’università il linguaggio e troppi meccanismi sono ormai quelli dell’imprenditoria anziché della scuola egualitaria repubblicana delineata dalla Carta. E la Costituzione è stata addirittura sfigurata, inserendovi il diktat liberista del pareggio di bilancio.

Perciò, per non far disperdere e dissipare le energie che avete suscitato dovrete saper tradurre e articolare la fedeltà alla Costituzione in movimenti e obiettivi di lotta. La Costituzione,  per essere una bussola, implica saper proporre le leggi per attuarla, nel campo del lavoro, in quello della giustizia eguale per tutti (dove identiche siano garanzie e severità per l’ultimo degli emarginati e il primo dei potenti, il che da decenni viene dell’establishment bollato come “giustizialismo”), in un rilancio del Welfare (quale eguaglianza vi sarà mai tra donne e uomini se gli asili nido gratuiti non sono una ovvia normalità?), in una informazione sottratta tanto alla lottizzazione quanto al potere del denaro, in un ritorno alla sanità pubblica ogni giorno invece impoverita, in una laicità mai realizzata, e via articolando.
Senza di che il richiamo alla Costituzione rischia di diventare rituale, quell’omaggio che non costa nulla e non impegna a nulla.

E non potrete neppure eludere il problema cruciale e spinosissimo del “con chi” realizzare questo programma di lotte e di obiettivi. Per fare in modo che tutti i cittadini scesi in piazza possano essere con voi protagonisti, e non solo “mobilitati” una tantum, del movimento che nasce.

Io spero che non avrete paura di affrontare tutte queste gravosissime responsabilità, perché senza affrontarle le meravigliose energie di queste settimane si spegnerebbero in nuova apatia. Del resto in questo compito enorme non sarete soli, tutti i manifestanti di sabato saranno con voi, pronti a condividerle. Avanti, Sardine!
da qui


Metafore – Erri de Luca
Di sera accendo il fuoco nel camino, uno dei gesti più antichi della specie umana. Irradia luce, scalda, non ha corpo e non proietta ombra. Mentre lo guardo divorare il legno, passano dei pensieri suscitati dalle sue forme mobili.
Dante nel canto 26 dell’Inferno incontra Ulisse trasformato in fuoco e così scrive: ”Lo maggior corno della fiamma antica”. Dove la metafora corrente vede una lingua di fuoco, lui sceglie di vedere un corno, dal cui interno sta per uscire una voce.
Il fervore poetico insiste poco dopo: ”pur come quella cui vento affatica”. Sa bene che il vento aizza la fiamma, la rinforza, ma vuol vedere invece uno sforzo, una fatica nei guizzi del fuoco sbattuto dal vento.
Queste metafore afferrano l’immaginazione di un lettore, dilagano fino alla visione.
Studiati al liceo, mandati per obbligo a memoria, quei versi sono rimasti conficcati nella percezione. Il fuoco che accendo di sera nel camino è lo stesso che anneriva le caverne della preistoria, veniva rubato agli dèi da Prometeo e scatenava metafore negli occhi di Dante. Quello nella mia cucina non ha corni dai quali escono voci, versi, però ha bisbigli, schiocchi, sputi di scintille, brontolii. Se formano un linguaggio, non lo intendo.
Al mattino ne raccolgo la cenere e la restituisco agli alberi, alla terra.
Metafora è alla lettera un mezzo di trasporto, il verbo greco indica spostare, trasferire. Si è poi allargato al passaggio da un senso letterale a un altro. Quando porto la cenere dal piano del camino fino al piede di un albero, io svolgo la funzione di metafora, mezzo di trasporto.
Molte migliaia di persone decidono di chiamarsi sardine e fare massa critica sulla superficie delle piazze. Affiorano e brulicano come le sardine sul pelo dell’acqua per confondere il tonno che si aggira sotto.
Quelle molte migliaia sono la pubblica metafora di un paese sprovvisto di sinistra. Non si scioglieranno finché non se ne va il tonno.


Sardine o bandiera rossa? Di sicuro antifasciste e antirazziste - Guido Viale

Chi ha paura delle sardine? Chiunque abbia partecipato a una delle loro mobilitazioni ha percepito una grande voglia di partecipazione (che fa seguito ad altre mobilitazioni: molte di lavoratori, ma soprattutto quelle di Fridays for future e Nonunadimeno), il rifiuto dei discorsi d’odio (ma anche delle prese in giro) che hanno dominato la scena politica e mediatica negli ultimi anni, la presenza di giovani e anziani, lavoratori e studenti, donne e uomini. E anche di destra e sinistra?
O di né di destra né di sinistra? Certo di molte persone che non hanno votato, non sanno per chi votare, ma che vorrebbero tornare a contare. Sicuramente antifasciste e antirazziste.
Per questo quelli di Casa Pound e, attraverso Casa Pound, Salvini, sentendosene assediati, hanno cercato di “sporcare” la manifestazione romana minacciando una loro presenza grazie all’ingenuità di uno dei suoi promotori. E qualche risultato – qualcuno che si è ritirato – probabilmente l’hanno ottenuto. E senza equipararle a Casa Pound, hanno concorso allo stesso effetto adesioni come quelle della fidanzata di Berlusconi o delle “madamine” siTav (già, che fine hanno fatto?) che di Salvini si erano servite, servendolo a loro volta, per riempire la loro piazza.
Ma il piatto forte per “fare l’esame del sangue” alle sardine e prenderne le distanze è la favola di una macchinazione di Prodi e del Pd per recuperare spazi perduti: che sembra trovare conferma in diverse prese di posizione, presenti e passate, di alcuni promotori: specie di Mattia Santori, che ha partecipato al comizio elettorale di Bonaccini e che in passato si è schierato per il sì al referendum costituzionale di Renzi e per il boicottaggio di quello contro le trivelle. Tutto vero; e di casi simili se ne troveranno altri cento.
Ma si può identificare sentimenti e aspettative di piazze finalmente piene come queste con le idee di qualcuno dei loro promotori, che pochi conoscevano prima e molti non conoscono nemmeno ora? Per molti la “prova definitiva” è che lì non si vogliono le bandiere di partito né si può cantare Bandiera rossa. Proprio come nei cortei di Fridays for Future e di Nonunadimeno.
Tutte queste mobilitazioni, proprio perché l’orientamento partitico dei e delle partecipanti è sconosciuto, e in molti casi indeterminato, o parecchio disorientato, sono un terreno di confronto e – perché no? – di scontro tra idee e prospettive diverse, e in alcuni casi anche opposte, in competizione per un’egemonia non scontata; idee e prospettive che devono anche ridefinirsi e riqualificarsi alla luce dei problemi e delle incomprensioni che emergono nel contatto con persone che non si incontrano più da tempo, o che mai si sarebbero incontrate altrimenti.
Questa è la grande occasione che le sardine offrono: smettere di parlarsi tra quelle e quelli che già si frequentano o incontrano spesso e sanno tutto uno dell’altra; avere un pubblico con cui mettere alla prova la propria capacità di farsi capire e di capire gli altri, quelli che non si sa più, o non si sa ancora, che cosa pensino.
C’è chi si chiede perché sardine e Fridays for Future o Nonunadimeno non si colleghino, riunendo le reciproche istanze in un movimento più generale attraverso i rispettivi comitati promotori. Perché no? Ma gran parte degli studenti e delle studentesse che partecipano ai cortei di Fridays for Future o Nonunadimeno sono gli stessi e le stesse che vanno alle mobilitazioni delle sardine. E’ a quel livello che deve avvenire un vero incontro, con iniziative condivise nelle scuole, nelle Università, nei quartieri. Coinvolgere tutti nella lotta contro la crisi climatica e ambientale (e come evitare di farlo una volta che si conosca la realtà della catastrofe che incombe?) spazzerebbe ogni possibilità di schierarsi (e meno che mai mobilitarsi) per le Grandi opere, a partire dal Tav, pietra di paragone di tutta la politica nazionale.
Mancano i lavoratori? No, le mobilitazioni delle sardine ne sono piene. Il problema è ritrovarli nelle fabbriche e nelle aziende dove lavorano, nei quartieri dove vivono, nei bar che frequentano; e per questo bisogna andarli a cercare. A capo” delle sardine ci sono troppi “fighetti”? A me non piacciono i confronti tra l’oggi e i movimenti di 50 anni fa: è un modo per far divorare i vivi dai morti.
Ma è indubbio che questa critica ricalca quelle ripetute a iosa allora da chi si riteneva l’autentico rappresentante della classe operaia. Tranne ricredersi di lì a poco; perché ciò che avrebbe poi permesso agli operai delle fabbriche di allora di farsi per qualche anno protagonisti della storia d’Italia con le loro lotte era stato smosso dalle mobilitazioni antiautoritarie degli studenti: un clima di libertà, di spirito antigerarchico ed egualitario, di ricerca di una strada nuova per cambiare se stessi e il mondo di cui tutte le donne e gli uomini coinvolti nelle lotte di allora avrebbero poi saputo beneficiare.

LA MOBILITAZIONE È GENEROSA, MA LA MALATTIA DELL’ITALIA DI OGGI NON È SALVINI. LA SUA FRASEOLOGIA XENOFOBA È INVECE IL SINTOMO DELL’INGIUSTIZIA SOCIALE - Barbara Spinelli

Le sardine non sono contro l’establishment, né italiano né tantomeno europeo. Sono gentili, non urlano, e riempiono le piazze con quella che esse stesse chiamano “energia pura”. Ingenerano un entusiasmo generale e trasversale perché secondo alcuni potrebbero scompigliare le ambizioni della Lega di Salvini nelle prossime elezioni regionali e soprattutto in Emilia Romagna dove il nuovo movimento è nato. Pur essendo gentili hanno un avversario - i populisti - cui si rivolgono nel loro Manifesto del 21 novembre con sorda durezza.
Fingono di ignorare che tutto l’establishment, in Italia e anche ai vertici dell’Unione europea, ha scelto come avversari i populisti, non importa se di destra o sinistra (negli anni ’60 e ‘70 si chiamavano “opposti estremismi”). Se un partito anti-sistema o anche molto critico del sistema vince alle elezioni è subito definito populista e scomunicato.
I maggiori applausi alle sardine, finora, vengono da un establishment centrista che sempre meno sa e vuole gestire la natura aleatoria del suffragio universale. Che dall’inizio della crisi nel 2007-2008 usa l’accusa di populismo per non mettere in questione le politiche che lo hanno scatenato.
Le sardine non conoscono le bassezze della disperazione, della rivolta contro disuguaglianze sociali e povertà. Si sentono di sinistra perché si preoccupano del clima, ma i precursori in questo campo sono Grillo e 5Stelle. Di sé dicono, con un linguaggio che ricorda quello degli scout: “Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto”. Dunque non conoscono difficoltà nella vita.
Nelle crisi dell’ultimo decennio si ritagliano una loro zona di conforto. Non hanno niente di particolare da dire sulle questioni che oggi contano: le miserie del lavoro precario o del non lavoro; il disastro dell’Ilva o di Alitalia; la manomissione del territorio attraverso grandi opere inutili che tolgono risorse alla sua manutenzione; le politiche di austerità che l’Unione Europea continua a difendere a denti stretti, nonostante il prezzo pagato da ceti medi e classi popolari (la questione del Fondo salva Stati non è tecnica ma concreta e politica: nella prossima crisi finanziaria si ripeterà l’umiliante catastrofe greca?).
Non criticano neanche il rinnovo dell’accordo con Tripoli, che dai tempi di Gentiloni e Minniti rispedisce nei Lager libici i migranti in fuga. Questo non vuol dire che le sinistre radicali dispongano di ricette migliori: la capacità di mobilitazione di queste ultime è poca cosa rispetto a quella delle sardine. Ma non vuol dire nemmeno che il movimento appena nato, così come viene presentato non da tutti ma da molti suoi esponenti, abbia in mano una ricetta veramente comprensibile.
Nel raccontare se stesse le sardine mescolano condizioni umane e concetti banali, trasformandoli non si sa perché in virtù superiori (la normalità, la famiglia, lo sport, il divertente, il bello, etc. Manca solo l’Anima). Meno banale è il rifiuto della violenza e tutt’altro che banale l’appello all’ascolto. Su quest’ultimo c’è tuttavia da dubitare: pochi paragrafi dopo, nel Manifesto, proclamano che il diritto all’ascolto spetta a tutti ma non ai populisti di Salvini (circa il 30 per cento degli italiani): “Grazie ai nostri padri e nonni avete il diritto di parola, ma non avete il diritto di avere qualcuno che vi stia ad ascoltare”. Non ho mai sentito un antifascista (immagino che l’allusione a padri e nonni si riferisca all’antifascismo) dire che esistono categorie di avversari o perfino nemici politici privati di tale diritto.
Proclami simili sono non solo insensati ma forse anche nefasti. Lo vedremo alle prossime scadenze elettorali, locali o nazionali che siano. Può darsi che il movimento segnali il salutare risveglio di chi si è allontanato dalla politica e riscopre l’importanza del voto. Può darsi che riempia un vuoto creatosi a sinistra, anche se non è chiaro con cosa verrà riempito. Ma può anche darsi che il loro Manifesto esasperi la rabbia, la frustrazione, l’umiliazione di chi si è rifugiato nella Lega pur di essere per una volta ascoltato. Una buona parte dei voti per il Brexit nel 2016, o per Trump, o per il partito di Kaczynski in Polonia, ha origine in questa rabbia dei non più ascoltati, dei cancellati.
La malattia dell’Italia non è oggi Salvini, come ha scritto giustamente su questo giornale Tomaso Montanari. Salvini e la sua fraseologia xenofoba sono i sintomi di un male che si chiama ingiustizia sociale, disuguaglianza, furore dei declassati: il leader della Lega cavalca questi mali offrendo gli immigrati come capri espiatori e finte battaglie contro il Meccanismo europeo di stabilità, contestato solo dopo che la Lega, per mesi imbambolata e disattenta, è uscita dal governo.
Sono rare e poco udibili le sardine che parlano delle radici dei mali italiani, che si interrogano sulle città già passate a destra in Emilia Romagna. Chi soffre questi mali, fidandosi di Salvini senza ancora vederne l’impostura, non ha comunque diritto all’ascolto. Come riconquistare la loro fiducia, se neanche li ascolti. Questo significa che l’impostura può continuare.
Dicono: “Benvenuti in mare aperto”. Speriamo che sarà aperto sul serio. Che dal vuoto di programmi, idee, parole nascano gli anticorpi che tanti invocano. Fino a ora, il nuovo movimento dà il benvenuto, ma non ancora in mare aperto. Cosa vede nei fondali marini, oltre il disegno ittico della propria pura energia? In genere, le sardine stanno amichevolmente strette quando sono inscatolate. Per il momento è la scatola che li protegge più che le profondità del mare.