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lunedì 7 agosto 2023

I bambini della luna - Giovanni Maria Bellu

Giovanni Maria Bellu racconta la vita di Angelo Di Carlo, attraverso un reportage-ricerca–ricordo-romanzo molto partecipato.

Il titolo rimanda a un momento storico, quando milioni di bambini, in tutto il mondo, furono testimoni dell’allunaggio, da noi con le parole di Tito Stagno e Ruggero Orlando (che nel libro riappare come direttore di un giornale locale).

Erano anni in cui tutto sembrava possibile, per esempio il vaccino contro la poliomielite si diffuse in tutto il mondo in quegli anni, fu scoperto da “Albert Sabin, che rifiutò di brevettare il vaccino, diceva: Non volevo che il mio contributo al benessere dell’umanità fosse pagato con della moneta, (da qui, erano proprio altri tempi).

Bellu cita Angela Zucconi (che aveva conosciuto Angelo) in un suo libro: Nelle ultime pagine, una riflessione amara e profetica, una sorta di premessa al manifesto del movimento ambientalista del Terzo Millennio: “Il progresso sociale non c’è. Solo il progresso tecnologico irreversibile e inarrestabile divora giorno per giorno i beni della terra, per il maggior benessere dei pochi che stanno bene…”(p.100)

Angelo Di Carlo è stato un militante ambientalista, sempre presente, senza stancarsi mai, pur avendo difficoltà nella vita lavorativa e familiare, anche per una maledetta divisione ereditaria (i parenti serpenti). Alla fine si è trovato sempre più solo, senza speranze.

Il 17 dicembre 2010 un fruttivendolo tunisino di 26 anni, Mohamed Bouazizi, si diede fuoco, da lì iniziò una rivolta che cacciò il dittatore del paese.

Chissà se l’11 agosto del 2012 Angelo ha pensato a Mohamed e a una rivoluzione italiana.

Se lo ha fatto è stato un illuso, del suo gesto solo quattro righe in cronaca, e niente più.

Il libro di Bellu ci invita a non dimenticare, ricostruisce la vita di Angelo, politica, familiare, personale.

Mentre si legge si capisce piano piano che la ricerca di Giovanni Maria Bellu, lo scavo in profondità, è lo stesso di Flaubert, “Angelo c’est moi”, e lo stesso vale per chi legge, ti prende un sentimento di compassione, di partecipazione, uno come Angelo lo abbiamo conosciuto anche noi, senza capire quanto si sentisse solo e stesse male.

QUI un’intervista sul libro con Giovanni Maria Bellu

ps1: Ad Angelo sarebbe piaciuta questa poesia di Julio Cortázar

«Nada está perdido si se tiene el valor de proclamar que todo está perdido y hay que empezar de nuevo.» Julio Cortázar

Che

Yo tuve un hermano

No nos vimos nunca

pero no importaba.

Yo tuve un hermano

que iba por los montes

mientras yo dormía.

Lo quise a mi modo,

le tomé su voz

libre como el agua,

caminé de a ratos

cerca de su sombra.

 

No nos vimos nunca

pero no importaba,

mi hermano despierto

mientras yo dormía,

mi hermano mostrándome

detrás de la noche

su estrella elegida.

 

Avevo un fratello.

Non ci siamo mai visti

ma non importava.

Avevo un fratello

che andava sui monti

mentre io dormivo.

Gli volevo bene, a modo mio,

gli ho preso la voce

libera come l’acqua.

A volte ho camminato

accanto alla sua ombra.

 

Non ci siamo mai visti

ma non importava,

mio fratello vigilava

mentre io dormivo,

mio fratello che mi indicava

al di là della notte

la sua stella prescelta.

 

ps2: grazie a Giovanni Maria Bellu, per non dimenticare Giannetto, ad Arasolè l’abbiamo conosciuto e lo ricordiamo ancora.

 

 

È l’11 agosto del 2012. Angelo Di Carlo, noto come Sgargy, cinquantatré anni, militante ambientalista da tutta la vita, si dà fuoco davanti a Montecitorio. La notizia dopo pochi giorni è già scomparsa dai media mainstream, ma ha raggiunto un reporter specializzato in suicidi della crisi nella casa della sua infanzia, dove si è rifugiato dopo la chiusura del giornale per cui lavorava. Sgargy è un suo coetaneo. Appartiene alla generazione di quelli che sono stati bambini al tempo dello sbarco sulla Luna. Il giornalista decide di ricostruirne la storia. E inevitabilmente, indagando sulla vita di Sgargy, si trova a ripercorrere la propria. Fino a elaborare, con quarant’anni di ritardo, il lutto che l’ha segnata.

I bambini della Luna è un reportage che ricostruisce la biografia di Angelo Di Carlo ed è insieme un romanzo generazionale che racconta il Grande Inganno: l’idea dell’inarrestabilità del progresso e il disastro prodotto dal silenzio dei vecchi che non trasferirono ai figli e ai nipoti – la generazione che oggi governa il mondo – la memoria della Resistenza e della guerra.

da qui


In un giorno di agosto del 2012, un cinquantatreenne vedovo e padre di un figlio, Angelo Di Carlo, detto Sgargy, militante ambientalista e attivista, a seguito del suo licenziamento compie un gesto eclatante: si dà fuoco davanti a Montecitorio, riportando gravi ustioni su gran parte del corpo.  Muore in ospedale dopo otto giorni di terribile agonia. Questo terribile fatto di cronaca diventa il chiodo fisso di un reporter, specializzato in suicidi legati alla crisi, che ha la stessa età di Sgargy e si trova nella sua casa d’infanzia, nella quale ha trovato rifugio dopo che il giornale per cui lavorava ha chiuso i battenti. Il reporter intende ricostruire la storia di Di Carlo e, nel frattempo, riflettere sulla propria. Sì, perché i due uomini hanno molto in comune: appartengono alla generazione dei bambini della Luna. Sono cioè stati bambini nel luglio del 1969, data storica in cui l’uomo ha messo piede per la prima volta sulla luna; episodio di portata enorme, risultato di un periodo fecondo di profonda crescita e di intenso progresso scientifico e tecnologico; momento che ha concesso all’uomo di pensare che, da quel momento, tutto sarebbe stato possibile.

Il gesto estremo di Angelo Di Carlo rispecchia invece il fallimento di una intera generazione che, come l’autore Giovanni Maria Bellu spiega molto chiaramente “ha sfondato il debito pubblico, determinato l’inquinamento globale, sbranato tutto quello che si poteva sbranare. Forse la prima generazione che ha la responsabilità di aver distrutto il pianeta e nonostante tutto è incapace di fare i conti con le proprie responsabilità e non vuole farsi da parte.”

Quel che ne risulta è un mix tra reportage e romanzo, una biografia personale che diventa anche biografia generazionale e si sviluppa su piani narrativi diversi, che comprendono, oltre alla storia personale di Angelo e del reporter, anche l’istantanea di una generazione apparentemente libera, ma privata della memoria…

da qui

lunedì 15 ottobre 2018

Sardinia Post cambia linea politico-editoriale. Il saluto del direttore - Giovanni Maria Bellu




Si conclude oggi, dopo sei anni, la mia direzione di Sardinia Post. Ho comunicato all’editore della testata, Vincenzo Onorato, la mia decisione di dimettermi dando la disponibilità a mantenere la firma – al fine di garantire la continuità della pubblicazione – per il tempo strettamente necessario alla nomina di un nuovo direttore. Ho ringraziato l’editore per aver consentito, il 1° ottobre del 2012, l’avvio di questa impresa editoriale che è ormai una realtà consolidata nel panorama dell’informazione in Sardegna ed è stata spesso ripresa, per le sue inchieste, da quotidiani, periodici e giornali online nazionali ed esteri.
La decisione di dimettermi nasce da due ordini di motivi. Il primo è la richiesta, che non ho condiviso, di un mutamento della linea politico-editoriale, accompagnata anche dalla richiesta di sospendere alcune fondamentali regole della professione. Il secondo si fonda su un’idea, che oggi a maggior ragione ritengo debba essere difesa con speciale fermezza, della professione giornalistica e della sua funzione.
Ricordo quanto, il primo ottobre del 2012, scrissi nell’editoriale di presentazione della testata, elencando i compiti che ci eravamo dati: “Vigilare sul rispetto dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione della Repubblica: il diritto allo studio, il diritto al lavoro, alla salute, il diritto a una condizione di vita dignitosa, alla libera manifestazione del pensiero e alla libera circolazione nel territorio dello Stato. Vigilare, quindi, sul buon funzionamento della pubblica amministrazione e sulla gestione corretta del denaro pubblico. Favorire il rinnovamento della classe dirigente riaffermando l’idea della politica come servizio alla cittadinanza e non come strumento per la tutela di interessi privati. Difendere la «memoria dei fatti» non consentendo a quanti ricoprono cariche pubbliche di non rispondere dei loro comportamenti alla collettività. Contribuire alla difesa della cultura e dell’identità della Sardegna e dei sardi nella convinzione che la nostra storia millenaria e il nostro territorio sono la nostra risorsa più preziosa. Sviluppare e ampliare, senza tabù né pregiudizi, il dibattito sui poteri di autogoverno e autodeterminazione dell’Isola. Creare un ponte tra i sardi che vivono in Sardegna e i sardi che vivono nel resto del mondo”.
Più in sintesi, scrivevo, si tratta di “dare le notizie” e osservavo che questo compito apparentemente ovvio (che altro deve fare un organo di informazione se non, appunto, dare le notizie?) era diventato “rivoluzionario”.
In questi sei anni – credo che i lettori possano confermarlo – abbiamo dato le notizie. Non solo quelle di routine, ma anche quelle che richiedono un lavoro complesso e delicato di indagine. Abbiamo svelato svariati casi di uso improprio della cosa pubblica senza guardare al colore politico dei responsabili. Abbiamo lavorato sotto lo sguardo che, fin dal primo giorno, “vigila” sulla nostra testata: quello di Bobo, il personaggio di Sergio Staino che rappresenta il militante di base di una sinistra smarrita, alla ricerca di una nuova identità. Un Bobo che la matita ironica di Staino ha “sardizzato” per noi.
Quattro anni fa, in occasione delle precedenti elezioni regionali, abbiamo in un certo senso assunto la “prospettiva” di Bobo: osservando e raccontando il dibattito e i programmi di quella vasta area progressista che si concentrava nella coalizione guidata da Francesco Pigliaru e in quella che aveva in Michela Murgia e in Sardegna Possibile il suo punto di riferimento. Augurandoci, come poi avvenne, che la coalizione di centrodestra, all’epoca guidata dal governatore uscente, Ugo Cappellacci, fosse sconfitta. Questo non ci ha impedito di vigilare in modo critico – come è dovere di un’informazione corretta – su quanto ha poi fatto il nuovo governo regionale. O – in questo totalmente soli – su quanto accadeva attorno al Banco di Sardegna.
Ci accingevamo a esercitare questa stessa funzione nei prossimi mesi, nel seguire l’imminente – ma nei fatti già avviata – campagna elettorale per le elezioni regionali di febbraio. Elezioni di straordinaria importanza, non solo locale. Si svolgeranno, infatti, a pochi mesi da una tornata di elezioni europee considerate decisive per il futuro della UE, e  anche un test per il governo Cinque Stelle-Lega che guida l’Italia dalla scorsa primavera.
La Sardegna è tornata a essere un laboratorio politico di rilevanza nazionale. Sul fronte progressista – quello di Bobo, il nostro – è in atto il tentativo di realizzare una sorta di lista civica regionale guidata dal sindaco di Cagliari, Massimo Zedda. Prospettiva alla quale ha già aderito un terzo dei sindaci sardi. Se questo progetto politico andasse in porto (e andrà in porto soprattutto se le forze tradizionali del centrosinistra non tenteranno di mettervi il loro cappello) la Sardegna potrebbe diventare un modello per la ricostruzione del fronte progressista nel Paese. Se poi, addirittura, questo progetto fosse vincente, dalla nostra Isola partirebbe il primo segnale di una riscossa civile. Abbiamo assistito, in questi mesi, a vicende gravissime. Il ministero dell’Interno guidato da Matteo Salvini è diventato una centrale di propaganda e di diffusione dell’odio. I diritti fondamentali, a partire dal diritto d’asilo, sono in discussione. Il sistema di accoglienza dei rifugiati, in relazione al quale la Sardegna è una delle eccellenze, è in via di smantellamento. L’elenco potrebbe continuare a lungo.
Ma, per alcuni aspetti, la Sardegna è un laboratorio anche sul fronte del centrodestra. Nella spartizione tra le forze della coalizione, infatti, la nostra Isola è toccata proprio alla Lega di Matteo Salvini che ha designato come candidato governatore il segretario del Psd’Az,  e senatore eletto dalla Lega, Christian Solinas. Non è ancora chiaro se la cosa andrà in porto. In tal caso si avrebbe il paradosso del segretario di un partito autonomista, sul filo dell’indipendentismo, e designato, a Roma, dal leader politico di una forza germogliata sul risentimento antimeridionalista del Nord, poi ha trasferito sugli immigrati. In effetti è davvero difficile individuare un legame di Matteo Salvini con la Sardegna, a parte la sua recente incriminazione per sequestro di persona.
Ecco, queste considerazioni, non possono più avere uno sviluppo nelle pagine di Sardinia Post.  Anzi, questo ci è stato chiesto, avremmo dovuto – modificando la linea politico-editoriale – assumere un atteggiamento neutrale nei confronti di queste fantasmagoriche sperimentazioni politiche tra “sovranismo” e xenofobia. Ci siamo serenamente rifiutati di farlo. Credo che i nostri lettori lo apprezzino. Li saluto con affetto e riconoscenza per come, sempre più numerosi, ci hanno seguito. Così come saluto questa redazione straordinaria (Alessandra Carta, Monia Melis, Francesca Mulas, Donatella Percivale, Manuel Scordo, Pablo Sole e Andrea Tramonte), che è riuscita a tener testa alle numericamente ben più munite forze della concorrenza. Ringrazio tutti i collaboratori e in particolare quelli che, con più assiduità, hanno arricchito le pagine del giornale online e del magazine cartaceo: Michela Calledda, Giuseppe Carrus, Marco Corrias, Rinaldo Crespi, Daniela Ducato, Paolo Fadda, Luciano Marrocu, Paolo Nori, Roberto Petza, Daniela Pani e Lilli Pruna.
Sono sicuro che l’editore e il nuovo direttore, al quale auguro buon lavoro, sapranno salvaguardare questo patrimonio di professionalità, intelligenza e cultura.

mercoledì 23 novembre 2016

Cari abitanti di Gorino ecco chi avete cercato di cacciare via con la vostra cieca rabbia - Giovanni Maria Bellu

Abidemi in Nigeria faceva la maestra elementare. Ha dovuto smettere quando i terroristi islamici del Boko Haram – quelli che nel 2014 hanno sequestrato più di duecento studentesse, buona parte della quali sono ancora tenute in ostaggio – hanno cominciato a uccidere in modo sistematico i cristiani della sua regione. Le è stato suggerito di scomparire, possibilmente di raggiungere l’Europa. Come la maggior parte delle sue connazionali che intraprendono questo lunghissimo viaggio, ha raggiunto la Libia. Dopo l’arrivo ha creduto di trovare – nella casa di una donna - un rifugio provvisorio per il tempo dell’attesa di un posto su barcone.  Ma, appena accettata l’ospitalità, ha scoperto d’essersi consegnata agli aguzzini.  Le è stato ordinato di prostituirsi. Ha tentato di ribellarsi.

Scritto sulla pelle

Per spiegare quel che le è successo, Abidemi  non ha bisogno di parole. Le basta abbassare il collo del maglione  di lana e scoprire la spalla sinistra. E’ come se la pelle fosse coperta dalla carne di un altro corpo. Una poltiglia scura, gonfia, indurita. Sono le cicatrici delle ustioni causate dall’acqua bollente. Le torture sono andate avanti per giorni: acqua bollente e poi sale sulle piaghe. Finché, grazie all’aiuto di due donne che si sono impietosite e le hanno aperto la porta della prigione, è riuscita a fuggire. Il viaggio sul barcone è cominciato il 19 ottobre dalla costa libica e si  è concluso dopo tre giorni, il 22, in Calabria. A bordo c’erano complessivamente duecento persone, e anche dodici ragazze con storie simili alla sua. Una di loro, Joy, era incinta di sette mesi.

L'odio all'arrivo in Italia

Abidemi ha raccontato la sua storia  al quotidiano “l’Avvenire” che l’ha pubblicata con grande rilievo benché, in fondo, non sia poi storia straordinaria. E’ la stessa di ragazze che fuggono dalla Nigeria e vengono ridotte in schiavitù dai trafficanti. Non è nemmeno una storia nuova. Per trovarne altre, molto simili, è sufficiente andare in una biblioteca ben fornita e chiedere, per esempio, di consultare “Le ragazze di Benin City”, un saggio di Laura Maragnani, Isoke Aikpitanyi pubblicato da Melampo nel 2007. O anche “Il mio nome non è Wendy”, di Paola Monzini e Wendy Uba, uscito lo stesso anno per Laterza. La novità non è la storia della fuga e delle ragioni che l’hanno determinata. La novità è quel che è successo all’arrivo. Abidemi e Joy, infatti, sono due delle dodici donne che il la notte del 24 ottobre (cioè due giorni dopo essere approdate in Italia) furono respinte con le barricate dalla  popolazione di Gorino, il piccolo centro in provincia di Ferrara a cui erano state destinate dalla prefettura. Adesso otto di loro vivono a Ferrara, ospiti di un’associazione cattolica, la Viale K, altre quattro a Codigoro, un altro comune della provincia, e sono seguite dalla cooperativa, la “Airone”. “L’Avvenire” le ha  raggiunte e ha raccolto le loro storia  per offrile ai suoi lettori. E anche agli abitanti di Gorino.

Diritto d'asilo "contro" diritti dei cittadini

Il “pregio”, chiamiamolo così, di questa vicenda è che pone, in modo radicale, il problema del diritto d’asilo  e dell’atteggiamento dei cittadini italiani. Abidemi certamente non è un “migrante economico”. Non è una delle persone che “vengono a rubarci il lavoro”. E’ stata costretta a fuggire per via della sua religione e nel corso del viaggio è stata vittima di torture. Una biografia che impedisce di addurre – per spiegare l’atto ostile del quale è rimasta vittima – i principali tra gli argomenti anti-accoglienza. E che obbliga a rispondere a una domanda semplice e dolorosa: i fondamentali principi umanitari – quelli scritti nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e nella Costituzione – sono condivisi da tutti? L’Italia ha un sistema di accoglienza che ne garantisce l’applicazione?

"Perché proprio da noi?"

Il problema è infatti di sistema. E’ immaginabile che anche quanti hanno issato le barricate – pare essere proprio questa la scommessa dell’Avvenire, quotidiano di ispirazione cattolica – si porranno qualche problema nel sapere che hanno cacciato via persone realmente bisognose di aiuto. E, probabilmente, lo risolveranno domandando: “Sì, vabbene. Ma perché proprio da noi?”. Una domanda che sarà legittima fino a quando non si arriverà a una distribuzione equa dell’impegno umanitario. D’altra parte esistono già, nel sistema Sprar – la rete dei comuni italiani che hanno dato disponibilità a ospitare i richiedenti asilo – dei criteri che consentono di individuare, per esempio, il numero di rifugiati adeguato alla dimensione della città o del paese ospitante. Il problema è che a questa rete aderisce solo il dieci per cento dei comuni italiani. E che, quindi, manca la “base di calcolo” che consenta di arrivare a una distribuzione equa. E’, in scala nazionale, lo stesso problema che si pone a livello europeo. E che non si è riusciti ancora a risolvere.

Spiegare le cose ai cittadini

Il fatto è che il problema dell’equa ripartizione dell’impegno a sostegno dei rifugiati non può essere risolto attraverso atti di imperio, come appunto dimostrano il caso di Gorino a altre analoghe vicende avvenute un po’ in tutte le parti d’Italia. E’ anche necessario far conoscere ai cittadini l’antefatto. Spiegare bene che i richiedenti asilo sono persone che hanno realmente bisogno di aiuto e che sono arrivate da noi perché l’unica alternativa era rischiare di essere uccisi o incarcerati. Chiarire con i fatti (quindi con la buona amministrazione e con il welfare) che l’atto di ospitare non toglie nulla, ma eventualmente può dare qualcosa. E, in definitiva, consentire ai cittadini di affrontare l’incontro con gli ospiti in modo sereno, senza avvertirli come concorrenti o come invasori. E’ anche necessario, ovviamente, rassicurarli sul fatto che esistono filtri e controlli che consentono di individuare gli impostori.

Basta con le giustificazioni

E’ un processo molto lungo. E mai si arriverà all’individuazione di criteri perfetti. Per questa ragione il carattere sistemico del problema non può essere un alibi per giustificare il rifiuto aprioristico, spesso alimentato da organizzazioni politiche che lucrano voti sull'odio, dell’accoglienza. Storie come quella di Abidemi sono segnate dall'emergenza e dall'urgenza. Bisogna trovare subito una sistemazione. E può accadere di non individuare il luogo adatto. Cioè un comune dove la cittadinanza sia preparata e informata. Quando avviene è ogni singolo cittadino, facendo i conti con la sua coscienza, a dover decidere su come regolarsi. Se fare le barricate o se, invece, affrontare la situazione con un atteggiamento responsabile.  Abidemi in fondo obbliga quanti l’hanno cacciata a mettere in relazione il loro disagio personale con la più grave sciagura umanitaria del nostro tempo.



domenica 1 maggio 2016

La madre-Sardegna non può essere assieme accogliente e ingrata - Giovanni Maria Bellu,

Eccoci qua, noi sardi, il 28 aprile. Come dei trovatelli il giorno della Festa della Mamma. Non avendola mai conosciuta, ognuno se la immagina come vuole e come può, guidato dai propri sogni, desideri, frustrazioni. Chi la vede come una madre eroica, che è stata capace di resistere a ogni genere di oltraggio e tradimento, chi come una madre ingrata, incapace di nutrire tutti i suoi figli, chi come una madre amorevole e accogliente che ha saputo comunque allevarne la maggior parte. C’è poi chi vede nell’atto di immaginarla tutti assieme, anche se solo una volta l’anno, un momento del processo che un giorno potrebbe portare i sardi a riconoscersi in un’unica madre.
Un momento molto lontano. E non è affatto certo che un giorno ci si arrivi.
Di certo, oggi, per i sardi la mamma-Sardegna non è una sola. Infatti discutiamo animatamente, e a volte litighiamo, ogni 28 aprile, ogni volta che si celebra Sa die de sa Sardigna.
Le discussioni diventano particolarmente accese quando le istituzioni prendono l’iniziativa di suggerire ai sardi una certa idea di madre, una certa idea di Sardegna. Quest’anno la Regione, mettendo al centro di questa giornata i migranti, ha scelto un modello ibrido di madre che unisce la “madre ingrata” e la “madre accogliente”. Ingrata verso i sardi che sono stati costretti (e ancora sono costretti, specie i più giovani e più colti) a emigrare; accogliente verso altri giovani che approdano nel suo grembo dopo essere fuggiti da guerre, carestie o che, semplicemente, sono alla ricerca di migliori condizioni di vita.
Scelta nobilissima. Ha ragione l’assessore alla Cultura Claudia Firino quando dice che non dobbiamo dimenticare la storia di migrazioni che “abbiamo alle spalle” (e, a dire il vero, ancora davanti agli occhi) e sottolinea che questa storia “costituisce una fetta importante della nostra identità”. Ma a noi pare che, nel fare questa scelta, siano state sottovalutate alcune difficoltà.
La principale sta nel conciliare le “opposte madri”, l’ingrata e l’accogliente. Che poi è esattamente la difficoltà che, senza andarsela a cercare, incontra tutti i giorni l’Europa e sulla quale i movimenti xenofobi stanno lucrando crescenti consensi.
È la difficoltà che si traduce in slogan beceri – smentiti dai dati economici – e però molto efficaci, quali “Ci portano via il lavoro”. Slogan che trovano un terreno fertilissimo nel crescere della povertà, nella perdurante insufficienza di opportunità di lavoro, nella diminuzione dei servizi sociali.
Dedicare una giornata identitaria a chi soffre è una scelta alta e coraggiosa. Ma rischia di apparire un esercizio irritante di politically correct se non è stata preceduta, e non viene accompagnata, da atti coerenti e sistematici volti a combattere la povertà, la corruzione, l’ineguaglianza sociale. E, magari, anche dai primi effetti visibili di questi atti.
Effetti che ancora non si vedono, né in Sardegna né in Italia. I segni di ripresa sono ancora ambigui e fragili. E soprattutto non si vede, nell’agenda politica, la centralità del tema della lotta alla povertà. È di pochi giorni fa la notizia che le concrete madri sarde, le donne sarde, dal 2014 al 2015 hanno perso tre mesi della loro aspettativa di vita. Dato, d’altra parte, coerente col trend negativo dell’intero Mezzogiorno d’Italia.
La madre accogliente sarà riconosciuta come la madre di tutti solo dopo che saremo stati capaci di uccidere la madre ingrata.
da qui  

lunedì 15 febbraio 2016

Undici - Savina Dolores Massa

dare un nome alle persone è il primo passo per farle esistere, per conoscerle.
gli undici morti erano vivi, sono stati bambini, sono cresciuti, sono voluti fuggire dal loro paese, non ne hanno visto altro, in un'agonia interminabile.
Baba, Amdy, Bilal, Laamin, Momar, Pape, Ibou, Djibril, Ibra, Mor, Sajoro sono gli undici sfortunati viaggiatori.
adesso sono nelle parole di Savina Dolores Massa, per sempre, sono comunque arrivati a noi, in qualche modo.
se vi piacciono le storie a lieto fine questo libro non fa per voi, non ci sono trucchi, si sa già dall'inizio.
cercate il libro, non ve ne pentirete.
buona lettura - franz



questo è il fatto da cui inizia il libro:
Barca di clandestini africani arriva ai Caraibi dopo 4 mesi nell’Atlantico
Una barca di sei metri, bianca, senza nome e senza bandiera. E’ un pescatore ad avvistarla alle cinque del mattino del 29 aprile a 76 miglia di Ragged Point, la punta più orientale delle isole Barbados. Dondola tra le onde, nessuno la governa, anche se a bordo s’intravedono degli uomini. Sono sdraiati sul ponte, immobili. Il pescatore chiama la Guardia Costiera. Alle sei della sera, la piccola barca bianca, trainata da una motovedetta, entra nel porto di Bridgetown. A bordo ci sono i corpi quasi mummificati di undici uomini neri.

(Giovanni Maria Bellu, La Repubblica, 4 giugno 2006)



Savina Dolores Massa si presenta:
Sono una donna venuta al mondo oltre mezzo secolo fa. Rabbrividisco solo a pensarlo. Fino al 1997 i miei soli gesti scritti si erano limitati ai temi scolastici, alle lettere d’amore, e ai diari adolescenziali. In compenso leggevo parecchio, infatti sono assai miope e astigmatica e presbite dagli ultimi anni. Non sono strabica, però certe volte il colore dei miei occhi rasenta il giallo: questo va detto ai fini della comprensione della mia scrittura.
Quando nel gennaio ’97 morì mio padre, mancava un quarto d’ora perché fossero le undici di notte. Non fu solo un dolore, fu uno schianto. Quando iniziai a perdonare la vera maleducazione della vita, quando iniziai a ritrovarmi passo e sorriso, lì divenni, ancora inconsapevolmente, scrittrice. Il volto, le smorfie, il carattere di babbo stavano penetrando in una foschia che mi atterrì. Dovevo salvarlo, tutto qui. Sapevo che la memoria non mi avrebbe sempre camminato accanto, ma la carta scritta poteva diventare immortale. Non mi sfiorò minimamente l’idea di pubblicare. Scrivevo “memorie” ogni giorno e ogni notte, ascoltando – ciascuno ha i propri deliri – Casta Diva. Capii anche che laddove i ricordi sbiadivano, sapevo inventare. Mi ritrovai un romanzo tra le mani senza capirlo tale. E poi poesie a centinaia. E ancora storie. Realizzai, impazzendo, che niente altro al mondo mi piaceva fare: raccontare. Intanto gli anni passavano. Lasciai lavoro, amici, fidanzati. Non avevo figli da accudire. Tutto in me mutò in maniera irreversibile. Se devo fare una dichiarazione idiota, qui la faccio: ero davvero felice solo nel gesto della creazione. Nel 2001 inviai due romanzi alla casa editrice Il Maestrale di Nuoro. Sapevo che davano una risposta in sei mesi. Attesi. Di mesi ne passarono alcuni in più. Nel frattempo non inviai a nessun altro, volevo per me solo Il Maestrale. Attesi gettandomi sul letto spesso, a piagnucolare il fallimento. Però scrivevo sempre, partecipando a concorsi poetici. Alcuni li vincevo. Arrivavo comunque finalista. Mi dicevo, Forse vali. Tuttora non saprei definire perfettamente il concetto di valere applicato alla mia persona, va beh.
Finché un bel giorno trovai una mail. Il mio PC si fece a stelle. Non mi avrebbero pubblicato, però – e questo era il motivo della ritardata risposta – non mi volevano perdere, semplicemente dovevo ancora crescere. Scrivi ancora, diceva la letterina. Non diceva, Prosegui a contare pecorelle quando non sai addormentarti.
Credo che in quel momento i miei capelli si fecero rasta soli soli. È vero, la sola scrittura mi indorava, ma la comprensione altrui di essa ancora di più: non faccio ipocrisia. Nel giugno 2006 iniziai a scrivere il romanzo Undici, dopo aver letto un articolo sul quotidiano La Repubblica. Il giornale narrava brevemente di undici giovani uomini neri ritrovati su una barchetta al largo dei Caraibi. Mummificati. Nessun nome, solo un’ennesima tragedia tra i mari. Quel divenire “quasi niente” su un articolo di cronaca mi offese. Cercai affannosamente dentro di me le loro voci, e giunsero. Fui undici vite, e memorie, e paure nell’oceano. Fui le loro morti. Credevo allora che mai sarei riuscita a rientrare in me stessa. Non mi sbagliavo. Ancora oggi io sono Sayoro, Baba, Bilal e tutti gli altri.
Inviai il nuovo manoscritto a Il Maestrale, contemporaneamente al Premio Calvino. Mentre l’editore valutava, Undici arrivò tra i finalisti al Premio. Il giorno della premiazione Torino sapeva di sperma in alcuni cespugli, non lo scorderò mai. Fui accolta festosamente dal Gruppo Lettori del Premio. Mi dissero d’aver scommesso su una mia lunga permanenza in Africa per poter scrivere Undici. Risposi, da piccola provinciale quale sono, Non mi sono mai mossa da casa.
Non vinsi il Calvino. Un Lettore desolato mi disse in confidenza, forse mentendo per consolarmi, La Giuria ha preferito favorire un giovane.
La sala delle premiazioni del Calvino ha lampadari a gocce immensi. Ricordo d’aver strizzato forte i miei occhi gialli affinché precipitassero sul tavolo dei Giurati. Invece restarono avvinghiati al soffitto. Fuori, quei particolari cespugli di Torino, sghignazzavano. Gli abbaini però erano bellissimi. Tornai comunque fiera di me nella mia isola, non ero sola: undici uomini mi baciavano le ossa.
Alcuni giorni dopo la casa editrice mi chiamò, Pubblicheremo Undici, ma non perché sei arrivata al Calvino. Lo pubblicheremo perché piace a noi.
Devo dirlo: dal telefono schizzò fuori un meraviglioso profumo di zagare. In quel momento mi sentii moglie, e figlia. Mio padre era tornato.
Quando il romanzo fu nelle librerie, ovviamente provai a nascondermi. Il giudizio mi atterriva. Quando si scrive si è soli, ed è rassicurante. L’esposizione della mia persona tramite pagine stampate mi imbarazzava peggio del mettermi in calze a rete accanto al fuoco di una strada.
L’unico luogo in cui potessi rifugiarmi per salvarmi, lo capii presto, fu me stessa. Così avvolta andai, di fronte a chi avrebbe imparato ad amarmi e a chi non ci sarebbe riuscito mai.


…Una scrittura duttile e colloquiale caratterizza il romanzo; allo stesso tempo acuminata, per nulla convenzionale per originalità e sintassi; in cui avvertiamo rapprendersi improvvisa la parola, per farsi poesia e meta letteratura: “il buono del parlare sta nel divagare; nell’aprire altre strade, percorrerle, e tornare al punto da cui si è partiti solo se se ne ha realmente voglia, o se ne ha voglia chi ti sta ascoltando. Tu dovrai incantare, e pazienza se a volte ti sentirai addosso odore di fico stramazzato…” E ancora: “Sfido la Poesia a cantare la vita, qui, se ce la fa. Ora la folla dei poeti mi incute terrore. Che cantino le loro storie, loro. Cosa sono loro, loro mi appaiono in tremori di sensi immobili, narcotizzati o pulsanti in acidi odori d’urina di paura che è stata incontinente.”
Una scrittura sorprendente, spesso, questa di Savina Dolores Massa, che entra nel gorgo ematico di esistenze sconosciute per parlare a loro, come loro, e in nome loro con sensibilità rara, di sapienza antica così affine ad esse; da ascoltare e riascoltare, anche, come un monito indiretto, forte come un urlo nella notte, di questa nostra notte epocale: “Dovevamo restare a casa, tutti. Ciascuno dei nostri sogni potevamo realizzarlo in Africa. Nessun sapere nuovo poteva arricchirci, altrove”.
Questa è la loro lezione tardiva di sventurati; rivolta a noi per coglierla subito, per tempo, prima che sia troppo tardi.

…Con «Undici» l’autrice entra in sintonia con quegli 11 giovani africani traditi e mai arrivati a destinazione. Savina Dolores Massa, di Oristano (che con il suo libro è giunta finalista al Premio Calvino del 2007) ridà vita agli 11 morti rimasti in fondo alla barca. Con uno stile assolutamente lirico ricostruisce la storia di ognuno degli uomini rimasti confinati nello spazio angusto del paragrafo di un quotidiano.
L’autrice sa che i morti continuano a esistere nella memoria dei vivi: prende uno a uno gli 11 e, prima che sopraggiunga la morte, li fa raccontare. Ci dicono il loro nome, rivelano il vissuto quotidiano con i loro desideri e aspettative. Veniamo a capire i sogni che li accompagnano nell’abbandonare il loro villaggio.
Sono undici storie diverse, tutte raccontate a Saroyo, un griot, anche lui sulla barca. A sua volta, il griot (poeta conta-storie che mantiene viva la tradizione orale della sua terra) parla alla kora, il suo strumento musicale.
Negli undici capitoli del suo libro, Savina riesce a restituire la dignità agli undici morti. Undici anonimi diventano persone con un nome, con una provenienza (Senegal e Mali) persone che vengono ricordate. Gli undici acquistano, grazie alla scrittrice, una propria individualità che vibra nelle pagine del libro.
Uno dei compiti della letteratura è proprio questo: dare visibilità agli esseri che non esisterebbero se non venissero raccontati. La loro storia lascia la profondità del mare e si trasforma nel libro-testimonianza di Savina, la scrittrice che essendo sarda vive circondata dal mare. Lei va oltre la notizia del giornale, non fa tacere la sua emozione quando chiude il giornale perché deve esprimere la sofferenza del morire in una barca che affonda, lei che non era in barca.
Che libro intenso!
Chi legge «Undici» non potrà dimenticare la luce che emana dalla scrittura di Savina Dolores Massa. Le sue parole scivolano nello spazio bianco delle pagine come se respirassero quell’aria che era venuta a mancare a Baba, Amdy, Ibra, Djibril e gli altri.
Del suo libro Savina ci dice: «So che non è semplice definire Undici. In molti ci hanno provato. Qualcuno ha voluto paragonarlo a un dipinto. Altri a Omero. Altri a Edgar Lee Masters. Molti dicono che è scontroso e difficile. Altri che è troppo lirico. Altri che è indefinibile. Si dice. Ma sono convinta che ogni libro, conclusa la scrittura, smetta di appartenere al suo”creatore”. Divenendo proprietà del lettore, ogni cosa si può dire su di esso. Così come un quadro o una musica. Undici cammina di mano in mano, io raramente dico cos’è stato per me. A parte il mio personale “divenire” morto in mare per undici volte, e soffrirne le pene. In pochi comprendono questo».
Savina-griot-kora ha salvato gli undici africani dalla vera morte che è l’oblio.