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giovedì 24 settembre 2026

Lo sciame, il panico e il conto pubblico - Fabio Vighi

C’è un tipo particolare di tweet che soltanto il CEO di un laboratorio di frontiera può pubblicare a mezzanotte di sabato. Quello comparso sull’account di Dario Amodei nella notte tra il 12 e il 13 settembre 2026 apparteneva a questa categoria: un avvertimento secondo cui, entro un anno, uno «sciame incontrollato» potrebbe prendere il controllo di Internet e provocare danni per centinaia di miliardi di dollari. Domenica mattina l’allarme era già virale. 

Consideriamo sia la tempistica che il ciclo mediatico. Nella stessa settimana, l’allora sconosciuto Jacob Coxon, ex ricercatore di OpenAI e Anthropic, ha lanciato un allarme sui social: entrambe le aziende stavano «puntando dritte verso una superintelligenza capace di auto-migliorarsi, mettendo così a rischio le nostre vite». Il thread allarmista ha superato i 120 milioni di visualizzazioni solo nelle prime ventiquattr’ore e ha spinto più di venti politici a rispondere con accorati appelli alla regolamentazione dell’IA.

Più o meno nello stesso periodo, gli economisti di Anthropic pubblicavano uno studio per scenari che prevedeva una crescita annua del PIL intorno al 15%, una disoccupazione di massa all’11,9%, e un calo della quota del reddito nazionale destinata al lavoro dal 60% circa al 45,2%: come se la disoccupazione tecnologica avesse bisogno di uno studio formale per essere presa sul serio!

Pochi giorni dopo l’avvertimento di Amodei, la testata giornalistica digitale Semafor riferiva che un disegno di legge bipartisan sulla sicurezza dell’IA, rimasto fino ad allora bloccato, era improvvisamente emerso come opzione legislativa. Nel frattempo, dopo aver annunciato il 3 settembre un disegno di legge per vietare la superintelligenza, Bernie Sanders si preparava a presentarlo formalmente e a convocare briefing con esperti sui «pericoli straordinari» dell’IA.

A cosa serve l’allarme

Che cosa produce, in concreto, questa improvvisa ondata di panico sull’IA? Una cosa che certamente non produce — e quasi sicuramente non produrrà — sono norme davvero vincolanti. Piuttosto, prepara il terreno per qualcosa di completamente diverso: una garanzia federale sugli enormi investimenti necessari a costruire l’infrastruttura dell’IA. Lo Stato potrebbe finire per garantire, direttamente o indirettamente, il debito con cui OpenAI e altre aziende del settore finanziano la loro espansione.

Lo «sciame» di Amodei non è che un alibi. Offre ad Altman la ragione perfetta per rinviare l’IPO da mille miliardi di dollari — «non è un momento giusto per quotarsi in Borsa», ha commentato — mentre consegna al Congresso il mandato emotivo per autorizzare finanziamenti federali d’emergenza destinati a proteggere l’IA, e a quanto pare il mondo intero, dalla catastrofe. La minaccia esistenziale è abbastanza reale da giustificare l’erogazione di denaro e abbastanza vaga da giustificare qualunque altra cosa. 

Ecco la macchina tecno-finanziaria nella sua forma più machiavellica. In mezzo a tutto il rumore, il punto da tenere a mente è semplice: dietro la marcia trionfale dell’IA si nascondono montagne di debito. Nel 2027, gli investimenti dei giganti tecnologici in data centre e infrastrutture per l’IA supereranno i mille miliardi di dollari. Gli impegni fuori bilancio ammontano già a 3.100 miliardi, di cui 1.300 aggiunti in un solo trimestre. E le emissioni obbligazionarie legate all’IA hanno raggiunto quest’anno i 266 miliardi di dollari; il prossimo potrebbero arrivare a 400 miliardi.

Diversi tra i maggiori operatori del cloud — i cosiddetti hyperscaler — stanno ormai spendendo molto più di quanto riescano a generare. La corsa a costruire data centre e acquistare chip assorbe più liquidità di quanta ne producano le loro attività operative. Per colmare la differenza, le aziende devono cercare finanziamenti esterni e spostare una quota crescente del debito fuori bilancio.

A questo punto le condizioni per il prossimo giro di giostra (creazione di credito) devono essere costruite politicamente: prima il panico, poi la garanzia, infine l’emissione. Il discorso sulla sicurezza è il lubrificante ideologico di una sequenza in cui il credito privato finanzia la costruzione; la fragilità crescente rende necessaria una garanzia pubblica — attraverso appalti, sussidi energetici, protezione dalla responsabilità, garanzie sul debito o stanziamenti d’emergenza — e la garanzia, a sua volta, ha bisogno di un vocabolario d’emergenza.

La prova generale

Come molti ricorderanno, già nell’aprile 2026 Anthropic aveva annunciato che il suo modello Mythos aveva «individuato migliaia di vulnerabilità molto gravi, alcune presenti in ogni principale sistema operativo e browser web». La Casa Bianca ne aveva limitato l’accesso a circa quaranta organizzazioni, tra cui Amazon, Microsoft e JPMorgan. Banche, ospedali e governi esclusi da quella cerchia avevano potuto valutarne i rischi soltanto indirettamente: attraverso gli avvertimenti delle autorità di regolamentazione, i briefing d’emergenza e un linguaggio del rischio sistemico in rapida espansione.

Il FMI ha poi definito tutto ciò un potenziale «shock macrofinanziario», avvertendo che «fallimenti correlati» potrebbero «interrompere l’intermediazione finanziaria, i pagamenti e la fiducia a livello sistemico». Nel frattempo, il governatore della Bank of England, Andrew Bailey, chiedeva ad Anthropic di informare il Financial Stability Board, l’organismo che riunisce funzionari dei ministeri delle Finanze e banchieri centrali del G20.

Dal canto suo, la BCE richiedeva a 110 banche di presentare entro il 31 ottobre «piani d’azione completi» contro le minacce informatiche legate all’IA, innalzando al livello «grave» la propria valutazione del rischio sistemico. E Klaus Schwab, naturalmente, lo aveva già detto con chiarezza nel 2020: di fronte a un grande attacco informatico, «la crisi del COVID-19 sarebbe diventata un piccolo disturbo».

È difficile non concludere che la prova generale sia ormai terminata e che il copione sia in gran parte già scritto. Dal 2011, gli esercizi Quantum Dawn della SIFMA simulano incidenti informatici su larga scala contro il sistema finanziario statunitense. Mettono così in scena proprio il tipo di crisi sistemica che potrebbe giustificare il ricorso a poteri d’emergenza, mentre addestrano le istituzioni a reagire secondo uno schema già definito. Se mai dovesse verificarsi un’emergenza finanziaria legata all’IA — reale, tollerata o fabbricata — l’architettura istituzionale per affrontarla sarebbe già pronta. Il pubblico non perderebbe tempo a chiedersi se la crisi fosse reale. Più probabilmente, implorerebbe Anthropic di salvarlo. 

Oracle, ovvero l’indizio

Il 9 settembre, nella stessa finestra di ventiquattr’ore in cui il panico sulla sicurezza dell’IA raggiungeva il culmine, Oracle ha pubblicato risultati accolti inizialmente come un trionfo. Il titolo è balzato nelle contrattazioni successive alla chiusura dei mercati. Ma il mercato del credito ha reagito in modo assai meno entusiasta: i rendimenti delle obbligazioni sono saliti e il costo delle assicurazioni contro il fallimento di Oracle — i cosiddetti credit default swap, o CDS — si è ampliato. Nel giro di ventiquattr’ore, l’azione aveva restituito l’intero guadagno, e anche qualcosa in più.

Oracle non è dunque un caso isolato, ma il primo indizio di una trasformazione più ampia del mercato del credito. Il settore sembra aver trovato il proprio equivalente dei mortgage-backed securities, al centro della crisi finanziaria del 2007-08: un nuovo mercato del debito costruito non sui mutui, ma sui chip e sui data centre. Il copione è sorprendentemente simile: allora c’erano i mattoni del settore immobiliare e i lotti di terreno; oggi ci sono i tech stack (l’infrastruttura tecnologica dei software) e i data centre.

Il segnale più preoccupante è che OpenAI e Anthropic, ancora prima di quotarsi, stanno già cercando di ottenere per il dopo-IPO un rating di credito investment grade. Secondo il Financial Times, i loro consulenti bancari hanno avviato discussioni con le agenzie di rating per rendere possibile l’accesso a finanziamenti più economici e al vasto mercato delle obbligazioni societarie. Non è ancora una garanzia pubblica, ma è la richiesta preliminare di quella credibilità finanziaria senza la quale la loro espansione non potrebbe essere sostenuta a debito.

La divergenza tra il mercato azionario e quello del credito, insieme alla corsa preventiva al rating, racconta l’intera storia in miniatura. Mentre il mercato azionario compra e vende soprattutto narrazioni, il mercato del credito deve valutare il rischio di non essere rimborsato. Quando i due mercati discordano così violentemente sulla stessa azienda, qualcuno sta valutando male il rischio. E raramente quel qualcuno è chi compra l’assicurazione.

Ecco perché il teatro sulla sicurezza — come se i miliardari dell’IA avessero improvvisamente sviluppato una “coscienza tecnologica” — non è soltanto decorativo: svolge una funzione precisa. Il problema non è semplicemente che i CEO siano insinceri, né che il pericolo sia infondato. È che il linguaggio della sicurezza trasforma l’esposizione privata in un obbligo pubblico.

I bilanci privati si stanno avvicinando al limite di ciò che possono assorbire. Quando quel limite sarà raggiunto, lo Stato verrà arruolato: non tanto per salvare un intero settore in fallimento, cosa oggi politicamente impossibile, ma per metterlo in sicurezza in quanto infrastruttura strategica. A quel punto, il sistema avrà bisogno di una narrazione altamente retorica: una storia capace di trasformare l’insolvenza privata in un pericolo pubblico, e il salvataggio in un atto di patriottismo.

Il manuale operativo

Un sistema costruito sul credito non può sopravvivere a un deleveraging prolungato (una lunga fase di riduzione del debito): ha bisogno di una creazione continua di credito per mantenere la macchina in funzione. Quando la domanda privata di credito si indebolisce — quando il flusso di cassa libero diventa negativo, i CDS s’impennano e il rialzo azionario dura meno di un giorno — le condizioni per il giro successivo devono essere fabbricate altrove. A volte attraverso la politica monetaria; sempre più spesso attraverso una narrazione esterna che giustifichi la politica fiscale: una minaccia esistenziale che soltanto il denaro pubblico può garantire in modo credibile.

Il panico sull’IA di settembre non è altro che l’odierno sistema operativo della macchina del credito. La garanzia è la prima mossa: socializzare il rischio mentre i bilanci privati sono ancora in grado di assorbirlo. La prova generale è la seconda: predisporre l’architettura d’emergenza per il momento in cui non potranno più farlo. Entrambe sono forme dello stesso sortilegio, orientate allo stesso obiettivo: più credito, garantito politicamente.

Ecco perché la tempistica del tweet di Amodei conta, e perché il post virale di Coxon, l’improvviso disgelo intorno a un disegno di legge bipartisan, la retorica da 11 settembre della minaccia esistenziale e il comodo rinvio dell’IPO di OpenAI appartengono tutti allo stesso quadro. Un quadro in cui gli incentivi convergono: i laboratori di IA hanno bisogno di protezione dalle conseguenze della propria esposizione; i politici, di un’emergenza attraverso cui espandere sia il controllo che la spesa; i media, di una catastrofe facilmente traducibile in una storia; e il sistema del credito, della prossima tranche.

La risposta di Trump

Lunedì 14 settembre, fedele al suo stile, Trump ha scritto su Truth Social che Amodei «si atteggia ad “angelo perfettino”», sostenendo che la sua amministrazione aveva già «impedito alle “persone” dell’IA» — Amodei compreso — «di fare cose cattive o potenzialmente cattive». Secondo Trump, «l’unico controllo, o “guardrail”, di cui l’IA ha bisogno è un PRESIDENTE FORTE E INTELLIGENTE (CON UN QI ELEVATO!)». Ha poi definito il dibattito sulla sicurezza un «complotto MALATO» utile soltanto alla Cina, per concludere: «CHI VINCE NELL’IA, VINCE!»

Se Trump ha ragione nel sostenere che l’intervento di Amodei non sia che una mossa per mettere i concorrenti in difficoltà e consolidare la posizione di Anthropic, sbaglia però la conclusione. L’inferenza corretta non è l’inutilità della regolamentazione, ma il fatto che l’insincerità degli attori è strutturale: opera su entrambi i lati dello schieramento e del panico.

Il post di Trump non offre un’alternativa alla garanzia, ma una sua forma alternativa: la sostituzione della legislazione con la discrezionalità esecutiva. Nessuna nuova regola, nessun disegno di legge sulla sicurezza, nessuna supervisione congressuale. Soltanto la garanzia che, quale che sia il governo in carica, la macchina del credito continuerà a funzionare. 

Resta la domanda con cui vorrei chiudere, prendendo in prestito le parole di Greg Jensen di Bridgewater: oggi l’IA si troverebbe nella stessa situazione in cui si trovava «il COVID nel febbraio 2020»: «Purtroppo, la storia suggerisce che non faremo nulla finché l’IA non comincerà a uccidere delle persone. Ma prima o poi dovremo affrontarla. Succederà comunque, e sarebbe molto meglio cominciare a occuparsene fin d’ora».

Il detonatore non deve essere finanziario per svolgere la stessa funzione. Ciò che conta è che l’architettura della risposta sia già pronta a trasformare qualunque emergenza in credito garantito politicamente. Quello a cui stiamo assistendo non è semplicemente una bolla che si gonfia, ma una bolla preparata al salvataggio. Le basi politiche vengono gettate in anticipo, così che, quando il credito si bloccherà, la garanzia sarà già stata giustificata. Lo «sciame incontrollato» è una richiesta di assicurazione federale, presentata in anticipo nel linguaggio universale della salvezza.

da qui

domenica 23 marzo 2025

Riarmo, recessione, debito: la sceneggiata e il gioco al massacro - Fabio Vighi

  

Per comprendere le ragioni della sceneggiata napoletana andata in onda nella sala ovale della Casa Bianca il 28 febbraio scorso, conviene guardare a quanto successo in Germania solo qualche ora più tardi: Friedrich Merz, cancelliere in pectore ed ex dirigente BlackRock, annunciava un pacchetto da 900 miliardi – il doppio del bilancio federale annuale – per difesa e infrastrutture. (In un bollettino del 24 febbraio, la stessa BlackRock prevedeva che il voto tedesco avrebbe consentito un aumento della spesa). Pochi giorni dopo, Merz confermava proposte “radicali” (la più grande revisione di politica monetaria dai tempi della riunificazione del paese, con annessa riforma costituzionale) mirate ad allentare le regole sull’accumulo di debito al fine di consentire una maggiore spesa per la difesa e rilanciare l’economia – in barba al rigore fiscale imposto more teutonico a tutti i paesi della UE negli ultimi 20 anni, con particolare riferimento all’accanimento sadistico sulla Grecia.  

Basta dunque unire i puntini, e prendere sul serio l’assunto per cui tutto ciò che accade oggi, soprattutto ma non solo in materia di geopolitica, dev’essere ricondotto al primum movens del capitalismo contemporaneo: il debito. Zelensky litiga con Trump a favore di telecamera (“questo sarà perfetto per la TV”, si lascia scappare the Donald). Passano poche ore e l’ex cabarettista torna in Europa per buttarsi (sempre a favore di telecamera) tra le braccia della “coalizione dei volenterosi” (sic!): un’ammucchiata di funerei governanti per l’occasione capitanata dal britannico Keir Starmer. Nel frattempo, come un cane di Pavlov, scatta l’indignazione (molto mediatica) dell’Europa progressista contro il tradimento dell’America illiberale, cialtrona, e populista di Trump e Vance. E, approfittando del clamore generale, in Germania si allentano i cordoni fiscali e si oliano le stampanti: più debito für uns und für alle! Come ai tempi del Covid non ci sono alternative, perché il nemico è alle porte.  

Mentre a Berlino si pensa a uno stimolo di quasi un trilione di euro, a Bruxelles Ursula von der Leyen estrae dal cilindro il progetto Re-Arm Europe. In sintonia, dunque, i cinici funzionari del capitalismo di crisi propongono di eliminare le restrizioni alla spesa in deficit se questa spesa viene utilizzata per la difesa. Re-Arm Europe, annuncia von der Leyen, potrebbe mobilitare qualcosa come 840 miliardi di euro per la nostra sicurezza, perché non si può abbandonare l’Ucraina nell’ora più buia (e che importa se la guerra è già persa, con inutile massacro di centinaia di migliaia di ucraini, e accordo tra le parti in dirittura d’arrivo); e non si può aspettare che Putin invada il Portogallo. (Si badi, questa non è ironia: sono, purtroppo, le idiozie con cui ci bombardano da tre anni a questa parte. Al netto dell’affaire Ucraina, su cui è inutile tornare a dilungarsi, basterebbe una domandina semplice semplice: perché mai i russi ambirebbero a invadere l’Europa, se è vero com’è vero che di terra e risorse da amministrare ne hanno già fin troppe?) A questo punto, se proprio vorranno riarmarsi, gli europei dovranno da una parte ridimensionare ulteriormente le spese per il welfare trasformandole in spese per il warfare (come ammonisce persino il Financial Times); e, dall’altra, comprare più armi dagli USA. Ricordiamo, per la cronaca, che già durante l’amministrazione Biden l’importo di armi USA in UE è salito del 35%.  

Si tratta insomma di dare una doppia passata di vernice verde-militare a un’economia europea con l’acqua alla gola, facendo pagare il nobile sacrificio ai soliti poveracci (visto che i soldi del riarmo verranno sottratti allo stato sociale: educazione, infrastrutture, sanità, pensioni, ecc.). Avrete notato la nonchalance con cui si è passati dall’impegno per la sostenibilità ambientale (investimenti ESG) alla retorica guerrafondaia sul potenziamento del complesso militare-industriale. Costruiranno forse armi eco-sostenibili? Evidentemente, green è un significante ambiguo, fluido, perfettamente adattabile alle esigenze di mercato, buono sia per l’ambiente che per i cannoni. Detto diversamente, siamo di fronte a un’altra irresistibile emergenza (la minaccia russa), un alibi il cui scopo improrogabile è far sì che il mercato prezzi un bazooka di debito comune che dia garanzie di rifinanziamento a tutta l’infrastruttura speculativa grondante di criticità. A meno che non vogliamo continuare a farci prendere per i fondelli da Ursula e compagnia cantante. Perché la vera emergenza, puntualmente rimossa, è una sola: il mostro a due teste chiamato stagflazione strutturale. È questo mostro – non il fantasma dei cosacchi a San Pietro – che spinge i maestri pupari a giocare col fuoco per generare, dal nulla economico, montagne di credito da far piovere su un ingranaggio rotto, ma tenuto in vita artificiale dal “polmone finanziario” cui appunto i pupari rispondono. Si grida all’armi, si lanciano anatemi come fossero coriandoli, e lo si fa, sostanzialmente, per creare altro debito quale “sano ricostituente” per Stati membri debilitati, Germania in primis; magari in vista della dissoluzione dell’eurozona.

Poi c’è la Gran Bretagna, che, come di consueto, trama nella penombra. Poiché le finanze britanniche versano in uno stato particolarmente pietoso, anche Londra è alla disperata ricerca non solo di un casus belli per pompare debito nel suo comparto militare-industriale, ma anche di collaterale attraverso cui garantire la credibilità di un nuovo ciclo creditizio. È probabile che, senza le risorse dell’Ucraina – con la quale ha firmato un partenariato di 100 anni il 16 gennaio scorso (quattro giorni prima dell’inaugurazione di Donald Trump), che non è un atto caritatevole ma la continuazione di un investimento economico che avrebbe al suo centro proprio un accordo segreto sulle terre rare – il ricorso alle stampanti rischi di provocare una fiammata inflattiva immediata, potenzialmente letale per la sterlina.

Piuttosto che riflettere sulle ragioni profonde del declino, l’Europa dei tecnocrati gioca dunque la carta delirante della sfida geopolitica collegata alla spesa in deficit. La verità è che l’occidente non ha più “miracoli economici” da spendere. I tassi di crescita sono da tempo stagnanti, il lavoro è precario, il denaro fiat si svaluta, l’indebitamento è strutturale, e le bolle finanziarie che ne derivano si “gestiscono”, appunto, attraverso il surreale ricorso al binomio guerra-debito. Siamo di fronte a dispositivi emergenziali ideati per amministrare dall’alto l’accelerata implosiva. In questo senso, la corsa al riarmo puzza di ultima spiaggia, oltre a confermare il carattere elitario e antidemocratico della leadership europea. Si tratta peraltro di un azzardo che potrebbe innescare, qualora non producesse risultati, un assalto all’euro di dimensioni epocali – eventualità tutt’altro che remota se consideriamo che, da uomo BlackRock, Merz è fedele soprattutto alle lobby del capitale finanziario transnazionale. Se i rendimenti del debito europeo dovessero esplodere – come per i Bund tedeschi nella giornata di mercoledì 5 marzo, ma soprattutto per qualche Stato membro considerato a rischio (tipo l’Italia) – la deriva difficilmente verrebbe arginata. E la mobilitazione bellica non sarebbe più solo un volano propagandistico per prolungare la credito-dipendenza di sistema, ma un vero e proprio gioco al massacro. 

Per il momento, agitare l’ennesimo fantasma geopolitico per proteggere a suon di debito la “vera democrazia” permette al regime cleptocratico-finanziario di rifiatare, anche rispolverando slogan desueti e imbarazzanti sull’unità del mondo dei giusti minacciato da dittatori incarogniti. Inutile aggiungere, hegelianamente, che il male è lo sguardo stesso che vede il male ovunque attorno a sé. È molto probabile che arriveremo alla barbarie senza averci capito nulla: il declino di una civiltà si evince soprattutto dalla sua avversione all’introspezione. L’inadeguatezza dei pupari al potere non è un’eccezione, ma la corretta espressione della fase storica in cui Homo economicus giunge al collasso per overdose di sé stesso. Perché l’implosione delle leggi oggettive di sistema che ci determinano – in primis, la rottura del contratto sociale tra lavoro e capitale su cui si fonda il moderno ordine liberale – non può che generare campioni di cinismo istituzionale. E non c’è nulla di più ideologico che scambiare questo effetto per la causa del nostro male. Se ci limitiamo a inorridire dinanzi a una classe politico-manageriale psicopatica, probabilmente lo facciamo per non raggelare di horror vacui dinanzi al fallimento di un’intera civiltà.  

Per prima cosa, dovremmo aver un minimo di memoria storica. Partire, cioè, dal cambio di paradigma di fine anni ’80 del secolo scorso, quando la globalizzazione decretò la vittoria di un capitalismo fondato sul modello occidentale di economia di mercato ad alta composizione finanziaria. Ci fu detto che stavamo entrando nell’era del dividendo di pace e della prosperità globale, che molti ritennero non dovesse finire mai. Ma quella pallida utopia è durata la miseria di una decina d’anni. A inizio millennio è infatti riemerso, puntuale, tutto il rimosso, ovvero la realtà di un ecosistema socioeconomico cresciuto su una solida base di violenza, saccheggio, e manipolazione. Eppure l’ottimismo ideologico dei sostenitori del “capitalismo per sempre”, sia a destra che a sinistra di sovrastrutture politiche obsolete, preferì ignorare tanto le nuove zone di povertà di massa prodotte dall’impulso alla globalizzazione, quanto le guerre con cui l’occidente telecomandato dagli USA s’insigniva del ruolo di paladino dell’ordine planetario. La fase terminale della civiltà capitalistica è in effetti iniziata con il ritorno in pompa magna del bellicismo occidentale (la “guerra al terrore”), accompagnato da sempre più frequenti convulsioni finanziarie (dot.com nel 2000, subprime nel 2007-08) che ora vengono apertamente manipolate (come ha dimostrato, per chi ha ancora un centesimo di pensiero critico da spendere, il recente colpo di stato finanziario globale passato alla storia come “pandemia”). Il modo di produzione capitalistico si è da tempo palesato per ciò che da sempre è: un modo di distruzione. 

Siamo ora di fronte a una gestione caotica delle fragilità dell’impianto finanziario del capitalismo senile, indebitato fino al collo perché strutturalmente obsoleto, incapace di creare legame sociale attraverso l’estrazione di valore dal lavoro (come scrisse Don DeLillo in Cosmopolis, ‘il denaro ha perso la sua qualità narrativa’). Nel frattempo, il progetto di globalizzazione a guida USA è fallito. Nella competizione interplanetaria, l’occidente perde ormai su tutti i fronti: economico, militare, politico-diplomatico. La stessa politica estera americana, ora basata su una retorica ostile all’universalismo progressista, nasce dalla consapevolezza che gli ormai insostenibili livelli d’indebitamento vanificano qualsiasi pretesa di egemonia globale, che gli ultimi governi USA ancora cercavano stancamente di perseguire. Con l’elezione di Trump (effetto, non causa del cambio di direzione), si è deciso di passare dal presunto monopolio della forza economica e militare, travestita da missione universalista, alla gestione di una crisi debitoria interna potenzialmente devastante. Ciò presuppone abbracciare il principio di realtà: accettare il ridimensionamento USA all’interno di una costellazione multicentrica in cui la caratteristica comune è il declino. 

Negli Stati Uniti, la principale urgenza è ridurre i rendimenti dei Treasury (certificati di debito pubblico) in modo che l’aumento dei loro prezzi li renda nuovamente appetibili. Ricordiamo che entro la fine del 2025 zio Sam dovrà rifinanziare la bellezza di 9.2mila miliardi di debito in scadenza, emesso quando il rendimento del decennale era poco sopra il 2%, circa la metà di quello attuale. Considerando l’onere debitorio complessivo di 36mila miliardi abbondanti, e in continuo aumento, appare del tutto evidente che, oltreoceano, l’unica reale priorità è trovare il modo di abbassare rapidamente i rendimenti così da fornire almeno una parvenza di sostenibilità al debito pubblico. E quale maniera migliore di ottenere tale risultato che forzare la mano della banca centrale (Federal Reserve) alimentando il fantasma di un crash finanziario accompagnato da violenta recessione? Fantasma che, in effetti, già aleggia un po’ ovunque. Una recessione conclamata, e giustificata creativamente, potrebbe rivelarsi il meccanismo di gran lunga più efficace per alleggerire il peso del debito.

L’Europa, nel frattempo, non sembra saper far altro che nascondere la propria debolezza dietro una grottesca e anacronistica corsa alle armi mirata a supportare le bolle di capitale finanziario. Sono questi gli ultimi atti di una lunga stagione di mistificazioni, iniziata con la fuga in avanti della finanziarizzazione neoliberista, che a fine secolo scorso ha sì fornito uno stimolo al potere d’acquisto, soprattutto negli USA e in Europa, ma senza alcun valore reale sottostante. Ora la coperta sempre più corta del capitalismo a trazione finanziario-speculativa ci sta presentando il conto. Gli eventi geo/biopolitici degli ultimi anni non hanno alcun potenziale causativo: sono semplicemente sintomi morbosi di un collasso di civiltà che colpisce per primo l’occidente iper-indebitato e improduttivo.  

Se, in qualunque forma, il risultato delle politiche di gestione della crisi non può che continuare a essere la svalutazione monetaria (inflattiva o deflattiva che sia), forse dovremmo partire proprio dalla sconfitta del feticcio-denaro per provare finalmente a guardare oltre il moderno sistema produttore di merci. Tutte le tradizionali politiche di riforma, inclusi i contorsionismi della sinistra, sono sempre più assurde e socialmente repressive a fronte della tossicodipendenza da debito che disintegra le valute. L’unica speranza sembrerebbe essere la nascita di un movimento di resistenza e transizione, magari fondato sul ripudio della guerra, che sappia sviluppare una nuova consapevolezza delle ingestibili contraddizioni che determinano le condizioni di vita sotto il capitalismo – e che cerchi di superarle.

da qui

giovedì 25 luglio 2024

Macabre liturgie di fine impero - Fabio Vighi

 

‘Che grande abilità scenica quella del capitale che ha saputo fare amare lo sfruttamento agli sfruttati, la corda agli impiccati e la catena agli schiavi.’ (Alfredo Bonanno)

Il modello economico imposto dalla finanza occidentale è caratterizzato da una logica ormai strutturale di “creazione distruttiva”, che è l’opposto della “distruzione creativa” teorizzata da Joseph Schumpeter quale ‘fatto essenziale del capitalismo’[1]. La “creazione” oggi non interessa primariamente quel meccanismo di innovazione tecnologica per cui nuove unità produttive sostituiscono quelle obsolete e in tal modo aumentano la performance macroeconomica. Piuttosto, va riferita all’espansione a leva (debito) del capitale speculativo trainato dalle matrioske dei derivati, ​​che richiede l’abbandono del quadro di valori liberal-democratici già messo a tutela del capitalismo industriale. Il paradosso cui ci troviamo di fronte è che l’innovazione tecnologica distrugge il capitalismo a base industriale (il “mondo del lavoro”) e simultaneamente ci assoggetta alle strategie manipolatorie delle oligarchie finanziarie. Tradotto: le élite gestiscono la crisi terminale del capitale facendola pagare a masse sempre più immiserite, e regimentate attraverso l’imbonimento di scenari apocalittici “provocati dal Nemico”, che in tale contesto diventa un bene più prezioso delle terre rare.

Se proprio vogliamo parlare di “sostenibilità” – concetto ideologico per eccellenza – almeno non facciamoci prendere per i fondelli. Perché il lemma non ha nulla a che vedere con i 17 obiettivi di “sviluppo sostenibile” solennemente dichiarati dall’ONU (debellare la povertà e la fame, migliorare la salute e il benessere, lottare contro il cambiamento climatico, per la parità di genere, ecc.). “Sviluppo sostenibile” va piuttosto riferito a un modello socioeconomico in avanzato stato di putrefazione che spinge Wall Street ai massimi storici facendo pagare il conto di tale exploit alla gente comune attraverso contrazione economica reale, erosione del potere d’acquisto, e terrore emergenziale a getto continuo. La questione della sostenibilità, quindi, andrebbe eventualmente posta nel seguente modo: siamo felici di ricevere bastonate sui denti per sostenere i privilegi degli ultraricchi e la loro sinistra idea di “migliore dei mondi possibili”?

Comprendere il presente significa guardare oltre i rituali ormai folkloristici della politica. Si tratta infatti di riflettere sul legame causale che lega la sopravvivenza dell’impero del Bene alla disperata evocazione del Nemico (il Male) da combattere ad ogni costo. Se la disinformazione russa, come ci dicono, arriva ovunque, noi non viviamo certo nel regno della trasparenza. Per esempio, i nostri media omologati (quelli dello ‘sbarco in Lombardia’ ripetuto su quattro TG concorrenziali nel fantastico mondo della “libera informazione” italiana) si guardano bene dall’informarci che, dopo la decisione del G7 di utilizzare i beni russi congelati per finanziare un nuovo pacchetto di 50 miliardi di dollari per l’Ucraina, il rublo si è notevolmente apprezzato rispetto al dollaro. Perché la valuta russa si rafforza? Non ci avevano assicurato che le sanzioni avrebbero trasformato il rublo in carta igienica, e che di conseguenza Putin avrebbe fatto la fine di Ceausescu? O di Nicola II, l’ultimo degli zar? Ma allora perché l’economia russa cresce di oltre il 3% mentre le nostre ristagnano, come certifica non la TASS ma il Fondo Monetario Internazionale? Possiamo prendere atto che dall’inizio del conflitto ucraino la produzione industriale tedesca, misurata in ordinativi, è crollata di più del 20%? Che dire poi di un debito sovrano USA che cresce al ritmo di 1 trilione ogni 100 giorni, e che supererà i 54 trilioni (circa la metà dell’attuale PIL globale) entro il 2034? Tale proiezione ha spinto Borge Brende, Presidente del World Economic Forum (WEF), ad affermare: ‘non vedevamo questo tipo di espansione del debito dai tempi delle guerre napoleoniche.’ Ma Brende ha dimenticato di aggiungere che nei prossimi mesi andranno a maturazione Treasuries per un valore di circa 10 trilioni di dollari. E forse è per questo che persino Janet Yellen è costretta ad ammettere che la de-dollarizzazione non è il soggetto di un film di fantascienza. Quo vadis, dunque, impero del Bene?

Nel frattempo, la Federal Reserve – il manovratore occulto – continua nel gioco delle tre carte: da un lato pompa liquidità nel settore finanziario ricorrendo ad acrobazie monetarie di varia specie (dalla rediviva Operation Twist all’utilizzo delle Supplementary Leverage Ratios)[2]; e dall’altro mantiene invariati i tassi d’interesse. In altre parole, a Wall Street vengono somministrate endovenose di liquidità aggiuntiva che però rimangono fuori dal bilancio Fed – manipolazione monetaria allo stato puro. Un QE mascherato, basato su immissione latente di denaro digitato al computer che, appunto, spinge l’azionario a frantumare record dopo record. Ovviamente, tutto ciò non ha nulla a che vedere con alcuna crescita reale. Al contrario, si tratta di un fenomeno di dipendenza monetaria che nasce dalla mancanza strutturale di sufficiente valorizzazione reale di capitale. Oggi più che mai, il capitalismo è un’illusione ottica, un enorme deep fake macroeconomico. E l’occidente, tenuto in pugno dall’ultra-finanza, affronta la sua grottesca crisi di debito facendo altro debito – meccanismo che garantisce profitti stellari ai pochi e impoverisce i molti, perlopiù ignari di quanto accade attorno a loro.

L’attuale contesto pan-emergenziale è dunque sintomo di crescente fragilità sistemica, interna al dispiegamento della logica implosiva del capitale. Dovremmo allora apprezzare la logica invertita di quanto sta accadendo: i war games alla periferia dell’impero del Bene, così come gli inside jobs al suo interno – si pensi al recente attentato a Donald Trump, che ha risvegliato il metabolismo complottista anche dei commentatori più allineati – non sono la causa del declino dell’occidente; piuttosto, il sistema alla canna del gas si prodiga di attivare scontri di ogni genere nel tentativo di nascondere la propria insolvenza. Nulla come l’industria del caos e della destabilizzazione consente oggi di monetizzare. Le guerre, per esempio – specie quando pubblicizzate come umanitarie o difensive – non sono che mezzi criminali per giustificare il confezionamento di quel “denaro facile” che viene sparato nelle bolle speculative, mentre le effettive condizioni economiche di milioni di lavoratori (o di “forza lavoro inattiva”) crollano verticalmente. L’emergenza Putin, così come l’emergenza Covid, o quella del terrorismo islamico subito prima, e magari dell’influenza aviaria già in rampa di lancio[3], sono la leva biopolitica della leva finanziaria che sorregge l’impero targato USA, che dopo mezzo secolo di dominio globale cerca disperatamente di nascondere il proprio tracollo.

Ma di queste cose non è dato ragionare pubblicamente, perché tutto può far notizia tranne la conferma della raggiunta insostenibilità del sistema. Con “insostenibilità” non s’intende che domani il mondo cadrà dal proprio asse. Piuttosto, più sobriamente, che i gestori delle economie occidentali continueranno a trovare il modo di gonfiare la mega-bolla speculativa, alimentando così ulteriormente un’inflazione strutturale che, peraltro, serve a mitigare i costi di rifinanziamento del debito (attraverso tassi reali negativi). Perché un modello economico che vive di espansione monetaria artificiale e cartolarizzazione infinita del debito può solo ambire a capitalizzare la svalutazione che spontaneamente ingenera. Indipendentemente da ciò che si pensa di Russia, Cina e altre autocrazie capitaliste, viene difficile biasimare il crescente numero di paesi del “sud del mondo” che fanno la coda per entrare nell’alleanza BRICS. Non hanno forse il diritto di provare a liberarsi da quella trappola economica che, grazie a entità misantropiche quali il Fondo Monetario Internazionale e la World Bank, impone la dipendenza debitoria dal dollaro statunitense, con tutto il carico di macelleria sociale che ne consegue?

Prendiamone atto: la sostenibilità del “capitalismo neofeudale” in cui siamo entrati richiede rituali sempre più macabri. Dopo decenni di stabile declino, le economie “avanzate” non solo accelerano verso le sabbie mobili della stagflazione, ma sprofondano nel più totale delirio di onnipotenza autolesionistica. È il triste spettacolo dell’impero che inghiotte sé stesso. Finché, in un recente passato, si trattava di blandire i produttori di plusvalore alternando colpi di manganello alla carota del salario e del consumo, tutto bene. Veniva fin troppo facile fingersi buoni, democratici, e liberali. La scenografia che oscurava la prigione collettiva era ancora credibile, quasi realistica, persino appetibile. Le macchie di sangue sui muri venivano cancellate da passate di vernice chiamate “progresso”, “mobilità sociale”, “democrazia”, “consumismo”. Il capitale e i suoi burocrati riuscivano, insomma, nell’impresa di tenere accesi i desideri di quelle masse che al contempo sfruttavano, umiliavano, o contribuivano a massacrare in varie parti del “terzo mondo”.

Ora però la festa è finita. Il più grande teatro illusionistico della storia incanta solo gli opportunisti e gli utili idioti. E poiché l’American Dream si trasforma in incubo anche per le classi medie, non resta che passare alle maniere forti: propaganda, censura, inaudite manipolazioni di massa, somministrazione quotidiana di scenari farsesco-apocalittici, persino pulizie etniche e il ritorno della violenza politica contro i non-allineati. È il pilota automatico di un sistema che per sopravvivere al proprio fallimento trasforma ogni visione del futuro, dunque del possibile, in una visione di terrore. Siamo al divide et impera ontologico, per cui la crisi del capitale, che non ha vie d’uscita, viene scaricata direttamente sui teatri di guerra, e sulla retorica di divisioni politiche alimentate a tavolino. L’allarmismo H24 fa da necessario contrappeso agli effetti soffocanti di un “modello di crescita” basato su investimenti finanziari a leva affidati ad algoritmi quantistici – applicazione di intelligenza artificiale che qui come altrove non può che portare alla demolizione (in)controllata di intere società “(s)fondate sul lavoro”. In particolare, l’impero del Bene trasforma le proprie contraddizioni interne nell’imperativo morale della lotta contro un Nemico che s’accanisce contro vittime innocenti, e dunque va (o, nel caso della Russia, andrebbe) rieducato con le bombe.

È impressionante osservare quanta fatica impieghino anche le menti più acute a comprendere la logica immunitaria che lega un dispositivo socioeconomico obsoleto al proliferare di narrazioni escatologiche basate sulla produzione seriale di nemici. Soprattutto, non si afferrano le ragioni elementari per cui l’occidente continua a comportarsi come un ubriaco che cerca la rissa. Eppure, la logica è semplice: l’implosione viene affogata in un’assordante cacofonia di eventi dai toni più o meno catastrofici. Il suono delle bombe in Ucraina, Gaza, e Medio Oriente, così come il terrorismo da guerra ibrida, le minacce di escalation nucleare, e gli attentati politici, sono l’accompagnamento sinfonico all’inarrestabile declino dell’impero del Bene. Solo il continuo “rumore emergenziale” può preservare l’illusione della sostenibilità di un modello di civiltà arrivato a fine corsa. Ma è doveroso chiedersi: fino a che punto sarà possibile riciclare il presagio dell’inaudito nella mera provocazione apocalittica?

Guardiamoci intorno, i pupazzi sono usciti allo scoperto. Non si nascondono più dietro a narrazioni finto-idealistiche come l’esportazione della democrazia e del benessere. Piuttosto, da miseri burocrati in carriera quali sono, leggono dallo stesso copione distopico. Il frontman NATO Jens Stoltenberg (nomen omen) incita al conflitto diretto con la Russia, dichiarando senza alcun pudore che dietro la crociata in Ucraina c’è lo scontro con la Cina. Larry Fink (capoccia di BlackRock, con Vanguard la vera cupola dell’impero) sdogana la tesi eugenetica della riduzione della popolazione come incentivo alla competitività: ‘I problemi sociali legati alla sostituzione degli esseri umani con le macchine saranno più facili da gestire nei paesi sviluppati che hanno una popolazione in declino.’ Forse allora dovremmo chiederci: declineremo da soli o ci declineranno loro? E quali sono le vere alternative? Ormai in molti hanno compreso che i barbari non sono alle porte, perché sono tutti dentro. Fanno parte dell’impianto scenico, una coreografia da film hollywoodiano distopico. Per questo non ci è difficile ipotizzare che il capitale e i suoi viscidi funzionari possano ricorrere a soluzioni eugenetiche. Perché nei termini utilitaristici del capitale-mondo, l’energia di una forza-lavoro ridondante deve estinguersi o essere distrutta.

Amin Samman e Stefano Sgambati hanno osservato che ‘l’attuale sistema finanziario opera sulla base di una “apocalisse mobile”, programmando e rinviando continuamente milioni di punti terminali attorno ai quali sono organizzate vite e mezzi di sostentamento.’

‘In questo modo, la finanziarizzazione del capitalismo installa l’escatologia nel cuore della vita quotidiana, vincolando il soggetto contemporaneo alle finalità della finanza attraverso la circolazione infinita del debito. Viviamo tutti all’ombra dell’eschaton finanziario, indipendentemente da come ci troviamo inseriti nella macchina finanziaria, e il risultato è un trasferimento sull’economia del debito di tutto il carico psicologico precedentemente riservato alla fine della storia.’[4]

Questa argomentazione può essere sviluppata rigirandola su sé stessa: la bomba a orologeria inserita nel cuore dell’economia a leva viene ora impiegata direttamente come arma bio- o geopolitica, affinché incarni esplicitamente “il tempo della fine” (eschaton) nell’immaginario collettivo. Ciò porta alla luce il contenuto represso della tesi sulla “fine della storia” di Francis Fukuyama[5]. La famosa affermazione che la liberaldemocrazia occidentale rappresenta la forma finale del governo umano si realizza, oggi, nel collasso del futuro in un presente claustrofobico, soffocato nelle dinamiche violente del debito e nella continua minaccia di catastrofi globali: le liturgie escatologiche, ma prive di redenzione, di ciò che ho definito “capitalismo emergenziale”, o “economia libidica dell’apocalisse”.

Qui occorre essere precisi: l’annullamento del futuro coincide con la crisi finale del capitale, ben rappresentata dalla crescente inconsistenza del denaro. Il capitale monetario emerge ora come pura performatività autoriflessiva, circolazione infinita di debito improduttivo, che non realizza altro se non il nulla della propria auto-proliferazione. Nell’era del capitalismo dell’ultra-finanza, il denaro viene creato ex nihilo sotto forma di byte elettronici sugli schermi dei computer delle banche, e quanto più velocemente circola come debito da rifinanziare, tanto più accelera verso il suo destino rovinoso. Se è vero che nell’olimpo finanziario il debito non viene saldato ma piuttosto cartolarizzato e investito come asset in un loop potenzialmente infinito, in realtà questo meccanismo è sempre più esposto a fragilità estreme – motivo per cui il fantasma dell’apocalisse deve circolare direttamente nella realtà quotidiana, sotto forma di catastrofe pandemica (Covid), naturale (cambiamento climatico), geopolitica (Putin), e chissà cos’altro ancora. La caratteristica principale del soft power occidentale è questa forma di governo totalitario basato su retorica allarmistica, capace di spostare la criticità di sistema su entità esterne, aliene, e minacciose rispetto al nostro “stile di vita”.

Negli ultimi anni abbiamo assistito all’accelerazione di questo modello di governance. In passato bastava soffiare sul fuoco, magari con un ventaglio di bigliettoni verdi. Così fu, per esempio, nell’ex-Jugoslavia quando, dal 1993, i sauditi finanziarono un’operazione segreta per la consegna di 300 milioni di dollari in armamenti al governo bosniaco, con la tacita collaborazione degli Stati Uniti e in diretta violazione dell’embargo delle Nazioni Unite (che la stessa Washington si era impegnata a far rispettare). Questo come viatico alle criminali bombe NATO sulla Serbia; sulle quali, ricordiamolo, disegnarono cuoricini anche Massimo D’Alema (Presidente del Consiglio), Sergio Mattarella (Vicepresidente del Consiglio, con delega ai servizi di sicurezza), e tutto il governo italiano di “centro-sinistra”, evidentemente ansioso di accompagnare la NATO nell’espansione a Est. Come ha riassunto Jeffrey Sachs[6] in una recente intervista: ‘Nel 1999 abbiamo bombardato Belgrado [senza autorizzazione ONU] per 78 giorni, al fine di dividere la Serbia attraverso la creazione di un nuovo stato, il Kosovo, dove ora abbiamo la più grande base militare NATO nell’Europa sudorientale (Bondsteel).’

Oggi la guida USA-NATO istruisce i cagnolini europei ad abbaiare più forte contro il Nemico, e i sottoposti, impegolati in antiche gelosie, fanno a gara per ritagliarsi lo spazio warholiano dei quindici minuti di protagonismo geopolitico. Dopo le sanzioni boomerang arrivano i missili boomerang: l’autorizzazione a colpire il suolo russo con armi occidentali che, se insistita, non potrà che ritorcersi contro i sudditi europei mandati ad immolarsi per l’Imperatore. E come non bastasse è arrivato anche il taglietto della BCE ai tassi d’interesse (mentre la medesima alza le stime inflazionistiche!), che di fatto segna un ulteriore sacrificio a sostegno della bolla azionaria USA. Perché la decisione di svalutare l’euro dello 0.25% non serve a nulla se non a dirottare capitali verso il mercato statunitense, la cui ampiezza (rapporto tra azioni in rialzo e azioni in calo in un dato indice), come sottolinea persino Bloomberg, ha raggiunto il suo punto più basso dal 2009, ed è sorretta quasi esclusivamente dal comparto tech (Nvidia in primis).

Ecco dunque svelata la funzione del “progetto UE,” che, come ci ricorda Giorgio Agamben, non ha alcuna validità politico-giuridica in quanto mero patto tra stati privo di fondamento popolare: la Costituzione Europea (2004) fu clamorosamente bocciata nei referendum francesi e olandesi del 2005, poi accantonata, e infine sostituita dal Trattato di Lisbona (2007) – documento che ci si guarda bene dal sottoporre all’approvazione del popolino brutto sporco e cattivo. D’altronde, è arcinoto che il Parlamento europeo è un organo velleitario in quanto privo di quel potere legislativo che invece afferisce alla Commissione, la cui attuale papessa (Ursula) è espressione diretta delle élite di Washington e dunque lontana dall’elettorato quanto la stella Earendel dal pianeta Terra.

Tuttavia, l’occidente continua a rifiutare l’introspezione, preferendo invocare l’Altro come male assoluto. Per quanto l’esaurimento della civiltà capitalistica sia globale, e sullo scacchiere geopolitico non s’intraveda alcun modello di emancipazione realmente alternativo a quello attuale, l’odierno sentimento antirusso è frutto di una consolidata tradizione ideologica. Perché i russi sono da sempre considerati razza inferiore, barbari mischiati con i Mongoli e dunque di natura infida, dalle “caratteristiche asiatiche.” La russofobia è un’arma di tutto riguardo nell’arsenale della dottrina geopolitica occidentale. Non importa se zaristi, socialisti o capitalisti di ultima generazione, visti da ovest i russi da sempre ci appaiono come autocratici sottosviluppati affetti da libidine da dominio. Freud, giustamente, direbbe che proiettiamo sul Nemico mangiabambini le violente pulsioni coltivate nell’orto di casa. E oggi questa secolare russofobia – sorta di discarica a cielo aperto del rimosso occidentale – serve a nascondere il fatto che il capitalismo, nella sua veste più moderna e avanzata di “stamperia globale”, ha raggiunto l’età dell’impotenza. Detta con Hegel, l’occidente è una ‘forma di vita invecchiata’ – che però si crede ancora giovane e piena di energia.

Nel frattempo, il viagra del denaro facile sottoscritto dalle banche centrali ha talmente rincitrullito le oligarchie occidentali da far loro dimenticare di essersi deindustrializzate al punto da non poter più neppure produrre armi e munizioni sufficienti a salvare le apparenze. E così ripartono i mega investimenti (a debito) per il comparto tech-militare. Alla base della nuova corsa alle armi c’è sempre la dipendenza dal feticcio della bolla speculativa: trilioni (quadrilioni se contiamo i derivati) di denaro privo di sostanza valoriale – cioè scorporato dal lavoro umano – che orbitano sopra le nostre teste a ritmi vertiginosi grazie a massicce iniezioni di moneta inflattiva. Come dire: la virtualizzazione dell’economia (denaro che si auto-feconda senza valorizzarsi, ovvero senza attraversare i corpi dei lavoratori che producono merci) ingenera ora una serie di grotteschi spettacoli da grand guignol che potremmo leggere, in chiave ironica, attraverso l’immortale adagio di Totò: ‘armiamoci e partite, io vi seguo dopo.’ Questo perché l’occidente arriva per primo all’esperienza del collasso. Negli anni in cui Fukuyama vergava il suo poco lungimirante classico, la fuga dei capitali nell’eldorado finanziario aveva già iniziato a decostruire le società capitalistiche “avanzate”, spingendole all’attuale condizione parossistica per cui si spende più per rifinanziare il debito sovrano che per la riproduzione sociale (lavoro, infrastrutture, trasporti, agricoltura, educazione, sanità, ecc.). Non per nulla Fredric Jameson definì il postmodernismo (e la decostruzione) come una sorta di tintura per capelli del “tardo capitalismo” neoliberista, in quanto consegnava a quel progetto di violenta frammentazione sociale una hybris culturale tipicamente borghese: ‘tutta questa cultura postmoderna, mondiale e tuttavia americana, è l’espressione interna e sovrastrutturale di tutto il nuovo corso del dominio economico e militare dell’America nel mondo: in questo senso, come per l’intera storia di classe, l’altra faccia della cultura è sangue, morte, tortura e orrore.’[7]

D’altronde, è difficile immaginare che una civiltà si sbarazzi allegramente degli idoli che ne hanno segnato la storia. La Russia è in questo senso un obiettivo storicamente comodo, pratico, e funzionale. Che nell’epoca moderna sia stata bersaglio di espansionismo da ovest era un tempo materia da scuole medie. Polonia (inizio Seicento), Impero svedese (fine Settecento), Impero napoleonico (inizio Ottocento), Germania (Prima e Seconda guerra mondiale) – invasioni che si sono tradotte in territori occupati, risorse devastate e depredate, perdita di una parte ingente della popolazione; e altrettante sconfitte. Il crollo dell’URSS determinò poi un vuoto geopolitico in cui si infilò subito l’egemone, installando al potere un presidente alcolizzato (Boris Eltsin) che avvallò il saccheggio sistematico delle immense risorse, liberalizzando e privatizzando tutto il possibile. Imperialismo allo stato brado passato per spontaneo processo di democratizzazione. Il risultato, per la popolazione russa, fu un’enorme catastrofe sociale, economica, culturale, e demografica.

Per comprendere l’attuale ondata di russofobia basterebbe consultare La Grande Scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana, di Zbigniew Brzezinsky (uscito nel 1997). Brzezinsky – consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, co-fondatore con David Rockefeller della Commissione Trilaterale (1973), e nota eminenza grigia della politica estera statunitense dall’amministrazione di Lyndon Johnson fino a quella di Barack Obama – espone chiaramente l’importanza dell’Ucraina come ‘perno geopolitico’ per il mantenimento della supremazia statunitense nel continente eurasiatico – a conferma che “l’operazione Ucraina” era da tempo stata messa in cantiere. Dare sostegno all’indipendenza ucraina, offrendo l’adesione alla NATO e all’UE (Brzezinsky parla del decennio 2005-2015 come ‘periodo di tempo ragionevole’), sarebbe stato fondamentale per raggiungere questo scopo. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto ‘attribuire un valore aggiunto all’intrigo e alla manipolazione al fine di prevenire l’emergere di una coalizione ostile che potesse eventualmente cercare di sfidare il primato americano. […] Il compito più immediato è quello di garantire che nessuno stato o combinazione di stati acquisisca la capacità di espellere gli Stati Uniti dall’Eurasia o di diminuire significativamente il loro ruolo egemonico.’[8]

Condizioni altrettanto chiare venivano poste alla Russia: accettare il primato globale degli Stati Uniti o auto-condannarsi al ruolo di “emarginato eurasiatico”. Per quanto Brzezinsky avesse previsto rischi e difficoltà, contava sul fatto che la terapia d’urto dell’ultra-liberalizzazione imposta tramite Eltsin avrebbe a lungo favorito gli USA. Ma presto l’ottimismo degli anni Novanta svanì, ed emerse un quadro diverso. La ripresa della Russia sotto Putin, la crescita economica sostenuta della Cina, e il fallimento della politica estera neocon dopo l’11 settembre hanno, da una parte, spinto Washington a mettere quasi tutte le uova capitaliste nel paniere finanziario; e dall’altra ad accelerare l’opzione del sabotaggio delle relazioni tra UE (Germania in primis) e Russia. È in tale contesto che va collocata l’escalation di quella strategia di ‘intrigo e manipolazione’ già caldeggiata da Brzezinsky.

Nel frattempo, la NATO era entrata in Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria (1999), paesi baltici, Romania, Bulgaria, Slovacchia e Slovenia (2004), Albania e Croazia (2009), mentre già dal 2008 si preparavano le carte a Georgia e Ucraina. Poi vi fu il golpe antirusso di piazza Maidan del 2014, la secessione delle Repubbliche russofone del Donbass, l’annessione della Crimea, la strage ucro-nazista di Odessa, e i ripetuti bombardamenti del Donbass (circa 14,000 vittime), fino all’Operazione Speciale del 2022 (tuttora venduta alle masse come invasione dei Cosacchi che presto, come da retorica da Guerra Fredda, porteranno i cavalli ad abbeverarsi alle fontane di San Pietro). Ma il piano originario di far implodere la Russia tramite sanzioni e armi all’Ucraina è subito fallito, rivelandosi un bluff da giocatore di poker (più che di scacchi). Ora l’autorizzazione a colpire il territorio russo con armi occidentali (maneggiate da intelligence occidentale) è, evidentemente, la mossa disperata di chi non ha altri argomenti che aumentare la percezione del rischio per proteggere gli ultimi due fragilissimi bastioni imperiali: il dollaro quale traballante valuta globale, e il complesso militar-industriale, funzionale alla creazione di finanziamenti dal nulla a sostegno della gigantesca bolla equities cui è appeso per la sacca testicolare il destino dell’impero stesso.

Contemporaneamente, sul fronte palestinese l’occidente tiene deliberatamente acceso un teatro di guerra ancor più raccapricciante: esseri umani da più di 70 anni trattati peggio delle bestie vengono fatti spostare tra le macerie per poi essere sterminati senza pietà, arsi vivi nella plastica dei loro miseri accampamenti, maciullati dalle bombe nelle scuole e negli ospedali. E su questa barbarie assoluta, che di per sé mette una pietra tombale sulla presunta superiorità morale e politica dell’occidente, si costruiscono solo penose recite mediatiche tra la fazione dei moralisti, improvvisamente risvegliatisi da istintivo torpore, e quella dei prezzolati propagandisti di regime. In pochi hanno il coraggio di collegare i puntini e mettere il dito nella piaga di un modello socioeconomico che si aggrappa alla guerra per non cadere nel vuoto. Perché al sistema servirebbe proprio un salto di qualità nel gioco al massacro, un sacrificio umano di dimensioni inaudite che consenta al capitale di fare quello che ha sempre fatto: riprodursi. Il capitalismo solipsistico dell’ultra-finanza si è già messo all’angolo da solo. Da almeno mezzo secolo lavora alla propria dissoluzione, che gestisce seminando panico e distruzione, fino alla promessa dell’apocalisse. Ma essendo null’altro che dinamismo pulsionale – ossessione per il rendimento oggi affidata all’algoritmo – il capitale non è in grado di riflettere su sé stesso in quanto causa del proprio male. Il suo motore auto-espansivo si è già schiantato contro un muro. Continuando ad accelerare arriverà presto alla completa auto-combustione.

Alleato alla tecnologia di terza e quarta rivoluzione industriale, il capitale è giocoforza asociale ed eugenetico. Ha da tempo inibito il suo dispositivo di riproduzione sociale incentrato sulla “necessità economica” dell’estrazione di plusvalore dalla merce-lavoro (l’ossessione per la fatica che ancora contraddistingue i moderni) da convertire in profitto attraverso la competizione. Su questo versante non c’è più nulla da fare: o si comincia realmente a costruire un mondo oltre il capitalismo, pianificando una via d’uscita collettiva dal cerchio magico della merce (“merda metafisica”, parafrasando Marx), o la tendenza distruttiva non potrà che accelerare. Pensiamo davvero che ci siano altre soluzioni, magari riformiste? C’è ancora chi ha il coraggio di usare questa parola in buona fede, senza sentirsi attraversato da un profondo senso di inutilità esistenziale? Siamo ben oltre il tempo massimo per le riforme. Siamo già nella fase in cui il capitale divora tutto, incluso sé stesso, pur di sostenere l’illusione della propria immortalità (illusione particolarmente dura a morire).

Le tecnologie digitali si sviluppano a ritmi incontenibili. Ma nonostante questa crescita esponenziale renda precario un sistema che insiste a definirsi “fondato sul lavoro produttivo di valore”, rimaniamo così legati alle categorie del capitale, e dunque alla sua autorità, che per disfarcene avremmo bisogno di uno sconvolgimento profondo delle nostre abitudini, e del coraggio di sgombrare l’ego dai suoi attuali contenuti. Viceversa continuiamo ad aggrapparci all’illusione che, se solo gestito meglio, il capitale saprà ancora una volta uscire vincitore dalla sua crisi “ciclica”. Scriveva l’anarchico Bonanno: ‘Gli sfruttati hanno quasi nostalgia di questa illusione. Hanno fatto il callo alle catene e ci si sono affezionati. Sognano qualche volta affascinanti sollevamenti e bagni di sangue, ma si lasciano abbagliare dalle parole delle nuove guide politiche.’[9] D’altronde, già Etienne de La Boétie, nel sedicesimo secolo, aveva posto la medesima questione nel Discorso sulla servitù volontaria: ‘Sono dunque i popoli stessi che si lasciano, o meglio, si fanno incatenare, poiché col semplice rifiuto di sottomettersi sarebbero liberati da ogni legame; è il popolo che si assoggetta, si taglia la gola da solo e potendo scegliere fra la servitù e la libertà rifiuta la sua indipendenza, mette il collo sotto il giogo, approva il proprio male, anzi se lo procura.’[10]

Oggi questa passione per la sudditanza, tra il nevrotico e il perverso, sembrerebbe seguire una doppia logica, che testimonia della natura divisa del potere stesso. Da una parte, sappiamo che ogni emergenza può essere manipolata attraverso il monopolio del codice del potere. Il capitale globalizzato si permette il lusso di fomentare conflitti per poi scommettere su entrambe le posizioni; ogni disputa può coincidere con i giochi di equilibrismo di chi manovra le leve del potere. Ma, occorre ribadirlo, il limite di questa visione sta nel sottovalutare la cecità autodistruttiva di un modello di socializzazione che ha come unico fine la propria espansione. Oggi il capitalismo d’emergenza ci lega al cappio dell’eschaton finanziario: come dimostrato nel 2020, una psico-pandemia può servire a chiuderci in casa e permettere al sistema di stampare trilioni di dollari da iniettare direttamente nel corpo finanziario, così da rinviarne il collasso. Tuttavia questi subdoli e criminali azzardi generano esplosive contraddizioni che le élite faticano a tenere sotto controllo. L’odierna manipolazione a sfondo escatologico può rapidamente avverarsi, trasformandosi in barbarie globale. Presumere che chi detiene il banco sia in grado di bluffare in eterno significa cedere alla più pericolosa delle illusioni.


[1] Joseph Schumpeter, Capitalism, Socialism, and Democracy (New York: Harper & Bros, 1942).

[2] L’Operation Twist è una strategia di politica monetaria (già utilizzata dopo la crisi del 2008) che consiste nella vendita di titoli di debito a breve termine finalizzata all’acquisto di titoli di debito a lunga scadenza, i cui tassi in questo modo vengono tenuti sotto controllo. Con l’utilizzo della Supplementary Leverage Ratio, invece, le banche beneficiano di una leva pressoché illimitata per l’acquisto di debito USA a un costo di finanziamento dello 0%; operazione che, in sostanza, consente alle grandi banche di fare QE per conto della Fed, assorbendo cioè quei titoli del Tesoro USA sempre più bistrattati.

[3] Al prossimo convegno sulla Bird Flu a Washington, DC (2-4 ottobre 2024) sono in programma gruppi di discussione sui seguenti temi: •Pianificazione della gestione delle morti di massa •Sorveglianza e gestione dei dati •Fornitura di vaccini e farmaci antivirali •Contromisure mediche •Impatto socio-economico sulle industrie del pollame e dell’allevamento •Valutazione rischi-benefici: sanità pubblica, industria e prospettive normative •Sforzi di educazione alla prevenzione e comunicazione dei rischi •Comando, controllo e gestione •Gestione della risposta alle emergenze •Pianificazione aziendale •Pianificazione dell’educazione scolastica •Pianificazione delle comunità.

[4] Amin Samman and Stefano Sgambati, ‘Financialising the Eschaton’, in Clickbait Capitalism. Economies of Desire in the Twenty-First Century (ed. Amin Samman and Earl Gammon), pp. 191-208 (193) (mia traduzione dall’inglese).

[5] Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man (London: Penguin Books, 1992).

[6] Insieme ad altri accademici USA come Richard Falk e John Mearsheimer, Sachs da tempo condanna gli errori (e crimini) in politica estera commessi dai politici statunitensi, da Bill Clinton a Joe Biden passando per George W. Bush, Barack Obama, e Donald Trump. Gli illustri politologi non riconoscono però il legame causativo profondo tra l’implosione economica e l’emergenzialismo/avventurismo bellico.

[7] Fredric Jameson, Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo (Milano: Garzanti, 1989), p. 15.

[8] Mia traduzione dall’inglese.

[9] Alfredo Bonanno, La gioia armata (Catania: Edizioni anarchismo, 2013 [1977]), p. 13.

[10] Etienne de la Boétie, Discorso sulla servitù volontaria (Milano: Jaka Book, 1983), p. 42.

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mercoledì 10 aprile 2024

La fiducia nelle istituzioni e i dividendi di guerra - Fabio Vighi

  

‘La morte dell’Occidente non ci ha privato proprio di nulla di vivo ed essenziale e la nostalgia è quindi fuori questione.’ (Giorgio Agamben)

 

Anche se quasi nessuno lo vuole ammettere, il nostro “sistema” è obsoleto, e per questo si sta trasformando in “sistema chiuso”, ovvero totalitario. È altrettanto evidente che i pochi che continuano a trarre vantaggio materiale dal sistema capitalistico – il famigerato 0,1% – sono disposti a tutto pur di prolungarne l’obsoleta esistenza. Alla radice, il capitalismo contemporaneo funziona in modo molto semplice: si emette debito da una porta e lo si riacquista da un’altra grazie all’emissione di nuovo debito; un loop all’apparenza inattaccabile da cui origina la maggior parte dei fenomeni distruttivi con cui ci troviamo a convivere.

Gli esecutori del meccanismo sono una classe di funzionari-profittatori il cui principale tratto psicologico è la psicopatia. Sono talmente devoti al meccanismo da esserne diventati delle estensioni – come automi, lavorano indefessamente per il meccanismo, senza rimorso alcuno per la devastazione di vita umana che dispensa. La dimensione psicopatica (disinibita, manipolatoria, e criminosamente antisociale) non è però una prerogativa esclusiva della cricca finanziaria transnazionale, ma si estende a macchia d’olio sia sulla casta politico-istituzionale (dai vertici dei governi agli amministratori locali), che sull’apparato cosiddetto intellettuale (esperti, giornalisti, scrittori, filosofi, artisti, nani e ballerine). In altre parole, la mediazione politico-culturale della realtà è oggi interamente mediata dal meccanismo stesso. Chi entra nel sistema non solo deve aprioristicamente accettarne le regole ma, ipso facto, ne assume lo specifico carattere psicopatologico. Così, la folle oggettività capitalistica (il suo spietato congegno riproduttivo) diventa indistinguibile dal soggetto che lo rappresenta.

Proprio in virtù del disturbo della personalità che li contraddistingue, i tecnocrati tendono a sovrastimare la loro capacità di imporre un sistema chiuso e autosufficiente che possa esorcizzare il tramonto della socializzazione capitalistica. La tragica farsa pandemica prima, e ora il vento gelido del warfare permanente, mettono a dura prova la fiducia incondizionata del cittadino medio nelle care vecchie istituzioni rappresentative. Se è stato relativamente facile silenziare dubbi e dissenso a colpi di “lockdown umanitari” e DPCM – grazie ai quali la classe politica più opportunistica della storia moderna si è rifatta una breve verginità – la complicità nel genocidio di Gaza e, in contemporanea, l’affannosa costruzione neomaccartista del “fronte democratico contro il mostro russo”, con annessa corsa al riarmo, cominciano a minare le certezze della silent majority. ‘Produrre armi come i vaccini!’ tuona ora Ursula von der Leyen (involontariamente dicendo il vero sulla funzione di entrambi); mentre a Fantozzi comincia a salire un leggerissimo sospetto.

Nel nuovo totalitarismo in fieri, la realtà non entra nei giornali o in televisione. Prende il suo posto l’iperreale teorizzato da Jean Baudrillard, che non è né reale né finzione, ma il contenitore narrativo che ha sostituito entrambi. Così la pulizia etnica di Gaza avanza a pieno regime nell’iperreale di accorati distinguo e telegeniche perorazioni contro tutti gli estremismi, per poi defluire nelle balle spaziali dell’imminente cyberattacco nucleare russo, condite in salsa piccante dall’omicidio politico del dissidente (xenofobo e ultranazionalista) Alexej Navalny. Senza fare un plissé, chi accusa di complottismo diventa complottista. La centrifuga di informazioni e intrattenimento induce un’ipnosi collettiva che si rivela più efficace della tradizionale censura, poiché elimina ex ante la richiesta di un referente reale, con il suo portato di radicale ambiguità.

L’iper-mediazione del mondo, in altri termini, ambisce a costituirsi come unico mondo di riferimento. Gli eventi narrati dai media corporativi non vengono più pensati come altro dalla narrazione, perché, nel capovolgimento iperreale, è la narrazione stessa che pensa il soggetto. Così l’informazione massmediatica s’impone come infinito spettacolo autoreferenziale che mira a sterilizzare ogni pensiero critico. Il dibattito ufficiale su Gaza o Ucraina, per esempio, si trasforma in dibattito sul dibattito stesso, gestito da schemi binari confezionati a monte (democrazia/terrorismo, ecc.). Questa tendenza a liquidare il referente dev’essere intesa in senso etimologico come tendenza a renderlo liquido. Essa si è imposta, storicamente, come conseguenza di un processo di virtualizzazione economica basato sulla sostituzione della profittabilità del lavoro salariato (valorizzazione reale) con la profittabilità simulata del capitale speculativo.

Viviamo in un mondo in cui i listini dei mercati azionari di Giappone e Regno Unito raggiungono i massimi storici in concomitanza con l’entrata in recessione ufficiale delle loro economie; mentre gli Stati Uniti salvano le apparenze grazie a un debito monstre protetto dall’egemonia monetaria del dollaro quale riserva globale. Al netto dell’inevitabile tonfo o drastica correzione prossimi venturi, il grande party (con pochi invitati) dei mercati è frutto di giochi di prestigio degni del mago Otelma. È su questo falsopiano che dovremmo collocare l’attuale euforia bellica. Il collasso delle società del lavoro occidentali fa sì che la produzione militare per “impegni di sicurezza a lungo termine” sia ormai supporto imprescindibile di PIL sempre più mosci. Il 64% dei 60.7 miliardi di dollari destinati all’Ucraina nell’ultimo pacchetto di aiuti, per esempio, verranno assorbiti dall’industria militare USA. La fonte non è la TASS ma il Wall Street Journal, che sottolinea inoltre come dall’inizio del conflitto russo-ucraino la produzione industriale statunitense nel settore della difesa sia aumentata del 17,5%.

Ma, soprattutto, l’eccitazione tecno-militar-industriale continua a soffiare nelle vele di un settore finanziario palesemente ipertrofico, gonfiato a dismisura dell’AI mania dell’ultima ora – la frenesia speculativa nel campo dell’intelligenza artificiale. L’attuale bolla dell’S&P 500 (indice che traccia l’andamento delle azioni di 500 tra le più grandi società quotate nelle borse statunitensi) è frutto dalla sopravvalutazione isterica di un pugno di potentati tech, le cosiddette Magnificent Seven (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla; oggi peraltro ridotte a “magnifiche due”, Nvidia e Meta). Questo forte squilibrio ricorda da vicino la bolla tecnologica di fine secolo scorso, quando l’entusiasmo legato all’avvento di internet portò alla sopravvalutazione di Microsoft, Cisco, Amazon, eBay, Qualcomm ecc. Se è vero che queste aziende salvarono la pelle, moltissime start-up furono spazzate via dall’esplosione della bolla dot.com. In breve, il mondo clamorosamente sollevato dalla leva dell’intelligenza artificiale (poco intelligente perché poco artificiale, diceva Baudrillard) farebbe meglio a prepararsi a un botto altrettanto clamoroso.

Teniamo presente che il rischio oggi è infinitamente più alto rispetto a venticinque anni fa. Nel frattempo, infatti, siamo entrati a tutti gli effetti in un contesto globale che è ostaggio della creazione di liquidità dal nulla (e relativi capri espiatori), finalizzata a rifinanziare la massa di debito in essere su cui si reggono deficit statali e bolle speculative popolate da miriadi di aziende zombie. Un crollo dell’azionario di circa l’80%, come quello del dot.com a fine 2000, equivarrebbe ora a una raffica di esplosioni atomiche, metaforiche e non solo. Perché la psicopatia bellica targata USA-NATO-UE è, in ultima istanza, un’estensione della psicopatia finanziaria: la conseguenza reale di un rischio speculativo ormai fuori controllo. Bombe e cannoni sono il cerbero messo a guardia di un capitalismo che nella sua accezione tradizionale, cui ancora tendiamo ingenuamente a far fede (il fantastico mondo del lavoro, del consumo, della crescita, e del progresso), è morto e giace sepolto da almeno un paio di decenni.

Ecco allora che l’obiettivo non dichiarato degli USA (e vassalli) è mantenere l’egemonia militare sia in quanto spina dorsale di quella monetaria (dollaro come riserva globale) che a protezione di un ammasso di debito tossico già virtualmente insostenibile. In questo senso non stupisce affatto che il primo ministro estone, Kaja Kallas, invochi per l’UE la medesima strategia monetaria attuata durante il Covid: l’emissione di 100 miliardi in eurobond (rispetto ai 750 mobilitati per il Coronabond) al fine di rilanciare l’industria militare europea in attesa delle invasioni barbariche. Fare debito per fronteggiare “emergenze apocalittiche,” debitamente impacchettate dai media, è il modello economico da ultima spiaggia del capitalismo di crisi. Il limite interno (collasso del modo di produzione) viene subdolamente denegato attraverso la sua proiezione esterna, incarnata da provvidenziali nemici assetati di sangue democratico. Il war bond, insomma, fa da baluardo fiscale a un “mondo” in piena fase implosiva.

La corsa al finanziamento per il riarmo è iniziata un po’ ovunque. In Gran Bretagna il generale Patrick Sanders, capo dell’esercito di Sua Maestà, invoca un massiccio reclutamento di cittadini da mandare al fronte (ovviamente russo), mentre il nuovo ministro della Difesa, Grant Schapps, non prova neppure a dissimulare l’opportunismo economico legato all’impegno militare:

‘L’era dei dividendi di pace è finita. Tra cinque anni potremmo trovarci davanti a numerosi teatri di guerra in Russia, Cina, Iran e Corea del Nord. […] Per prima cosa, dobbiamo rendere la nostra industria più resiliente affinché ci permetta di riarmarci, rifornirci e innovare più rapidamente dei nostri nemici. Qui c’è un’enorme opportunità per l’industria britannica. Il Regno Unito è da tempo sinonimo di tecnologie pionieristiche. Abbiamo dato al mondo il radar, il motore a reazione e il world wide web. Non abbiamo perso quella scintilla creativa. Al contrario, oggi il Regno Unito è una delle sole tre economie tecnologiche da mille miliardi di dollari. Ma immaginate cosa potremmo fare se riuscissimo a sfruttare meglio quell’ispirazione, ingegnosità e creatività latenti, per la difesa della nostra nazione?’

Istruiti a puntino come ai tempi del Covid, i tecnocrati EU leggono dallo stesso copione. Come i bambini all’asilo ripetono all’unisono la filastrocca del ‘prepariamoci alla guerra.’ Se Germania, Polonia e paesi baltici hanno alacremente accelerato la propaganda bellica, persino in Austria (paese fuori dalla NATO) e Svezia (tradizionalmente neutrale) la politica vuole mettere l’elmetto ai cittadini. E per non sentirsi da meno, il ministro Guido Crosetto fa sapere che occorre predisporre un esercito di 10mila riservisti.

La crociata antirussa ci proietta dunque in un’epoca caratterizzata da crescente indebitamento militare per il monopolio sulla violenza nei teatri di guerra che, proprio perché legati alla deriva economico-finanziaria, non devono mai venir meno (come disse Julian Assange nel 2011 in riferimento alla guerra in Afghanistan, ‘l’obiettivo è una guerra senza fine, non una guerra di successo’). Ciò comporta decadenza socioeconomica e culturale, intensificazione del controllo dell’informazione, repressione del dissenso, e manipolazione coercitiva delle plebi impoverite. Plebi, per giunta, costrette a sorbirsi l’esibizione cabarettistica di un ex comico ora “leader della resistenza” che gira mezzo mondo mendicando armi e denaro per spedire al macello una generazione di compatrioti. Ma saremmo degli illusi, oltre che degli idioti, a credere di poter comodamente assistere alla tragicomica messinscena del “nobile impegno militare” come se fosse una serie Netflix, magari lavandoci la coscienza con qualche generico slogan pacifista. Perché più il modello del capitalismo finanziario vacilla, più chi continua a spremerlo non esiterà a sacrificare sotto “bombe giuste” non solo i “dannati della terra e i forzati della fame” di cui scriveva Franz Fanon (popolazioni, come quella palestinese, da tempo relegate a condizione di subumana miseria e sopruso); ma anche i placidi abitanti del mondo di sopra, di cui i potenti hanno una considerazione pari a quella di una mandria di bovini pascolanti con lo smartphone a un dito dal naso.

Per chi insiste a rovistare tra i bidoni di spazzatura in cui è stata esiliata la realtà, unire i puntini diventa un giochetto da ragazzi. L’“all’armi!” permanente (contro Virus, Putin, Hamas, Houti, Iran, alieni, e tutti i cattivi a venire) funziona da disperato oltreché criminale parafulmine per una logica economica fallimentare in balia della propria degenerazione finanziaria; che a sua volta dipende da incessanti somministrazioni di credito partorito dai computer delle Banche Centrali. La drammaturgia emergenziale dev’essere continuamente rilanciata, pena l’esplosione del pallone aerostatico su cui viaggia la logora e sempre più incivile civiltà del profitto. Perché la profittabilità del casinò finanziario, che ha sostituito la profittabilità del lavoro di massa, è in perenne debito d’ossigeno – e questo è il punto dirimente. Chi ancora non ha rinunciato a pensare sa che l’allarme, quello vero, è suonato da tempo.

Finito il metadone monetario garantito dalla psico-pandemia, i nodi stanno nuovamente arrivando al pettine. Gli equilibrismi di politica monetaria (relativi ai tassi di interesse) dei banchieri centrali rischiano un tragicomico flop, specie se, come sembra, a metà marzo verrà meno il combinato di reverse repo della Fed (che drena liquidità e funge da indicatore primario delle riserve bancarie complessive) e il BTFP (Bank Term Funding Program, programma di prestiti emergenziali creato dalla banca centrale USA nel marzo 2023 per far fronte alla crisi bancaria innescata dal fallimento di Silicon Valley Bank). Come nel settembre 2019, a rischiare il bagno di sangue sarebbero in primis i mercati del debito. Qui è d’obbligo far notare che i prestiti delle banche tradizionali allo shadow banking system (il sistema finanziario ombra, poco regolamentato e frequentato da fondi pensione, assicurazioni, hedge funds, asset manager, ecc.) ha recentemente superato la soglia record del trilione di dollari. Le società “a leva finanziaria”, destinatarie dei prestiti, li investono sotto forma di credito a soggetti sempre più rischiosi. Questo aumento del leverage nel sistema ombra, già al centro della crisi del 2008, è, evidentemente, indice di crescente volatilità sistemica. Secondo i dati del Financial Stability Board (Autorità di Vigilanza USA) a oggi gli attivi dello shadow banking sono pari a 218 trilioni di dollari, circa il 50% degli asset finanziari globali. Si tratta principalmente di cartolarizzazioni ad alta leva finanziaria e pronti contro termine (repo). Come anticipato, l’essenza dell’odierno sistema finanziario è proprio la catena di debito strutturato in altro debito: una fuga in avanti di speculazioni a base debitoria prive di sottostante reale. La fragilità di questo meccanismo è intrinseca, perché basta l’insolvenza di un player per far crollare l’intera piramide, innescando poi un contagio su larga scala. Per questo motivo il castello di carta (costruito su una pozza di benzina) è perennemente assetato di liquidità. Ecco allora che la profezia viene facile: in un contesto già dominato da un QT (riduzione del bilancio della banca centrale) sostanzialmente fasullo, perché reso possibile da programmi emergenziali a termine come il BTFT, la Fed (e consorelle) avrà presto bisogno di nuove grandi emergenze per tagliare i tassi d’interesse e iniettare liquidità fresca di conio nel sistema che le gravita attorno.

È interessante osservare come le istituzioni governative occidentali, anche quando aspramente criticate per scarsa propensione deontologica, vengano raffigurate dai media come in un quadro dell’alto medioevo: senza contesto. Esistono eo ipso, in una sorta di cornice metafisica autoreferenziale che le immunizza dal rapporto con la realtà. Se singolarmente i politici possono essere esposti al pubblico ludibrio, l’istituzione in quanto tale (teoricamente preposta allo svolgimento di compiti di interesse pubblico) è intoccabile, essendo manifestazione del vertice assoluto nella scala dei “migliori mondi possibili”. Eppure, oggi basta collegare i proverbiali due neuroni per capire che il carattere quasi sacrale conferito all’istituzione liberal-democratica ha come unico scopo offuscare la sua totale dipendenza dai movimenti sussultori del capitale finanziario.

La classe media occidentale è prigioniera del proprio passato, convinta che il capitalismo social-liberal-democratico del dopoguerra sia un modello di organizzazione sociale non solo fondamentalmente giusto, ma anche eterno e inscalfibile. Questa illusione ottica, che ha fin qui comportato una fiducia pressoché incondizionata nelle istituzioni (anche quando aspramente criticate), è comprensibile: la classe media occidentale, o aspirante tale (piccola borghesia, proletariato socialdemocratico, ecc.), è stata per qualche decennio oggetto delle più amorevoli attenzioni del grande capitale organizzato attorno al lavoro e al consumo di massa. I capitali privati hanno plasmato e insieme sfruttato un mondo del lavoro fabbricato sullo “standard ideale” (medio, appunto) del consumatore gratificato dal sogno dell’arrampicata sociale, che si è illuso di essere ontologicamente rilevante ma che in realtà è stato comprato da quattro lire peraltro insanguinate (perché il boom del dopoguerra fu figlio della “distruzione creativa” di due guerre mondiali). Ma il punto è che quel mondo – o, se si preferisce, l’illusione di quel mondo – è durato una trentina d’anni (e solo per l’Occidente), che sono il battito d’ali di un colibrì rispetto alla storia secolare di un modo di produzione che, per dirla con Marx, ‘viene al mondo grondante sangue e sporcizia dalla testa ai piedi, da ogni poro’.

La nebbia di guerra in cui ora ci siamo nuovamente persi nasconde alla vista il reale oggetto del contendere: non il nemico da combattere ma la dipendenza tossica dal pusher che mantiene in vita artificiale l’illusione madre di tutta la modernità: l’illusione, cioè, che il capitale (l’ossessione per il profitto come irragionevole “ragione di vita”) ingeneri spontaneamente un legame sociale civilizzatore. La civiltà cui mi riferisco è la stessa che oggi giustifica lo sterminio dei palestinesi; sterminio tanto più atroce quanto più conforme alla matrice razzistica di un “modello di sviluppo” che ha costruito i suoi nobili valori sulla distruzione di chi non vi si conforma – in specie, la figura del povero, che da sempre testimonia, con la sua dolorosa diversità, il fallimento della stessa socializzazione capitalistica. Le nostre nobili istituzioni sono quelle che, agendo come psicotici sicari per conto del grande capitale, partecipano allo sterminio degli “animali umani” palestinesi. È ancora possibile averne fiducia?

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