I portuali dicono no a
questo sistema di affari e sfruttamento sulle banchine. E hanno ragione – Giorgio
Cremaschi
Dopo la corruzione la svendita. La vicenda
criminale del porto e del sistema politico ed imprenditoriale genovese, del
partito unico degli affari che imperversa ovunque, ripropongono un modello che
più volte abbiamo sperimentato e vissuto nel paese, sempre con gli stessi
risultati. Pessimi. Il sistema
industriale e dei servizi delle Partecipazioni Statali subì scandali e ruberie
e, anche usando l’indignazione pubblica verso questa corruzione, fu
privatizzato. Oggi il poco che resta di quel sistema, che spesso era la parte
tecnologicamente più avanzata del paese, è in mano a multinazionali.
La sanità pubblica fu colpita da affari illeciti della classe politica, si
affermò quindi la sua aziendalizzazione sul modello dell’impresa capitalista e
si aprì la porta alla sanità privata. Il risultato
è che la corruzione è rimasta, ma la sanità pubblica no.
La linea che ha adottato tutta la classe politica in questi decenni, di
fronte al rapporto corrotto tra imprenditori e politici, non è mai stata quella
di colpire le radici economiche e di potere della corruzione, bensì quella
di colpire il sistema pubblico. Una razionale follia
liberista, come se gli abitanti di un condominio, di fronte alle ruberie
dell’amministratore, decidessero di buttar giù la casa invece che licenziare il
ladro e definire nuove regole contro i furti.
I porti sono un bene comune, come le spiagge, le
strade, l’acqua, come tutto ciò che secondo l’economia rappresenti un “monopolio naturale”, cioè un bene unico che
deve essere usato da tutti e che, in quel luogo e secondo quella esigenza, non
ha alternative. O mangi questa minestra o salti dalla finestra dice il
proverbio. Per questo al capitalismo piacciono immensamente i beni comuni,
perché una volta acquisiti danno luogo ad un profitto sicuro, senza vera
concorrenza. La competizione tra i capitalisti c’è, ma per acquisire il
monopolio, non dopo che se lo siano accaparrato. E per
questa competizione, e per trasformare un bene comune in monopolio privato, si
sprecano le mazzette ai politici.
I porti italiani erano pubblici fini al 1994. All’inizio di
quell’anno il governo Ciampi, uno dei responsabili dello smantellamento
liberista del sistema pubblico, varò la legge 84, che aprì
la via alla privatizzazione dei porti. In realtà quella legge maturava da
tempo, sotto la doppia pressione del sistema liberista europeo e del padronato
italiano. Nei porti pubblici il lavoro dei portuali era rigorosamente
regolamentato e soprattutto a Genova ogni
imprenditore doveva fare i conti con il sistema di tariffe e diritti che ruotava attorno alla
compagnia dei portuali, la CULMV.
Negli anni Ottanta, con la complicità e il consenso di Cgil Cisl Uil e dell’ala
migliorista del Pci, era cominciato l’attacco al monopolio
del lavoro della compagnia e dei sindacati dei portuali,
accusati di impedire il libero mercato. La Compagnia, antica istituzione
egualitaria che trattava alla pari coi padroni, doveva diventare un’impresa
capitalista che si confrontasse alla pari con le altre imprese… e ovviamente lo
sfruttamento del lavoro doveva accompagnare il trionfo del mercato.
Alla fine, come su tutti gli altri fronti del lavoro, liberisti e padroni
vinsero, anche grazie alla promessa rilanciata dai mass media che mercato e
flessibilità avrebbero portato lavoro ben pagato e maggiore benessere.
Oggi, come da tempo denunciano i portuali del Calp, il collettivo autonomo dei lavoratori del porto
che ha deciso di opporsi al sistema di affari e sfruttamento, nelle banchine
c’è la giungla. Tra appalti, subappalti, contratti a giornata, si viene licenziati la sera e riassunti al mattino,
interinali, precari di tutti tipi senza diritti e con paghe vergognose. Questo
mentre il lavoro nei porti diventa sempre più duro e insicuro, poco tempo fa
c’è stato un omicidio di lavoro, e prima una strage su una torre investita da una
nave in manovra.
L’Autorità del Porto, che secondo la legge del 1994 avrebbe dovuto essere
il controllo pubblico sui processi di privatizzazione, come abbiamo visto
nell’inchiesta in corso è diventata il crocevia degli affari.
Non c’è da stupirsi, quando i profitti delle imprese private diventano
prioritari per il potere pubblico, anche quest’ultimo finisce per fare affari.
Ma non è finita. Nel 2023 il ministro Tajani ha
annunciato che il governo dovrà realizzare la privatizzazione totale di porti.
Questa ha un esempio cavia nel porto del Pireo, in Grecia, che quel paese è
stato costretto a vendere alla multinazionale cinese Cosco, quando il governo
greco doveva obbedire ai memorandum usurai della Troika di Ue, Bce e Fondo
Monetario Internazionale.
Sulla stampa specializzata ci sono già “esperti” del settore che spiegano
che la Grecia ha fatto un colossale affare con il suo
porto e che dovremmo farlo anche noi. Naturalmente la fedeltà euroatlantica
impedirà di vendere i nostri porti alla Cina, ma ci sono la danese Maesnk, la
svizzera Msc e altre multinazionali nord atlantiche già pronte ad intervenire.
E quando i porti saranno tutti privati non ci sarà più bisogno della corruzione
dei politici per ungere gli affari, i profitti arriveranno da
soli.
Vedremo cosa faranno i “sovranisti” della Lega, che con Salvini e Rixi
stanno preparando la riforma dei porti.
Finora il film è quello di sempre: distruzione del pubblico, conseguente
commistione di affari tra classe politica indecente e imprenditoria stracciona
e infine tutto il potere alle multinazionali.
La parte più attiva e consapevole dei lavoratori portuali da anni si batte contro questa deriva, e contro le complicità
politiche e sindacali che la consentono. I portuali del Calp sono quelli che
hanno scioperato contro le navi cariche di armi e contro lo sfruttamento
selvaggio nel porto e per questo hanno subìto ostracismo, minacce, persino repressione poliziesca. E il sistema di potere
consociativo del porto non vuole testimoni scomodi nè tantomeno contestazioni.
La lista, corredata da più di duecento firme certificate di lavoratori,
presentata dalla Usb per le elezioni delle rappresentanze sindacali nella più
importante impresa del porto, con un cavillo assurdo è stata rigettata, di
comune accordo, da padronato e Cgil Cisl Uil.
Il sistema si difende, ma le inchieste della magistratura dimostrano che i
portuali hanno avuto e hanno ragione. O
si ricostruisce il sistema pubblico dei porti e con esso la dignità del lavoro,
o gli sporchi affari, magari sotto altri nomi e bandiere, continueranno.
articoli, video, immagini di Gregorio Piccin, Anna Polo, CALP, Eliseo Bertolasi, Domenico Gallo, Pepe Escobar, Paolo Desogus, Stefano Orsi, Noam Chomsky, Mauro Biani, Patrick Buchanan, Benigno Moi, Ruslan Kotsaba, Matteo Saudino, Danilo Della Valle, Raniero La Valle
Molti nemici molto onore – Gregorio Piccin
Il nuovo “concetto strategico” della Nato approvato dal vertice di Madrid della scorsa settimana è il punto d’arrivo di una traiettoria tesa come un proiettile che comincia col vertice di Roma del 1991. Allora, subito dopo la prima guerra del Golfo, venne prospettata l’espansione verso est e la professionalizzazione delle forze armate alleate come presupposto per la proiezione della forza oltre i confini dei Paesi membri. In un trentennio di belligeranza e di allargamento l’Alleanza ha fatto a pezzi il diritto internazionale, rilanciato la sua piattaforma militare globale, avviato una nuova guerra fredda e trainato la corsa agli armamenti.
La Nato del 2022, come un mafioso che pretende di sedersi sullo scranno del giudice, si auto celebra entità morale globale senza dimostrare il minimo pudore rispetto a quell’ immenso cumulo di macerie e disperazione lasciato in eredità ai popoli su cui ha puntato il suo micidiale mirino “democratico”. In perfetta aderenza con la narrazione mainstream e con recenti documenti europei come quello sulla così detta “Bussola Strategica”, risulterebbe infatti che il blocco euro-atlantico sia assediato da minacce formidabili. Minacce di ogni genere: simmetriche, asimmetriche, ibride, valoriali, statali, non statali, climatiche. “La nostra visione è chiara: vogliamo vivere in un mondo in cui la sovranità, l’integrità territoriale, diritti umani e il diritto internazionale siano rispettati e in cui ogni Paese possa scegliere il proprio cammino, libero da aggressioni, coercizioni o sovversioni. Lavoriamo con tutti coloro che condividono questi obiettivi. Siamo uniti, come alleati, per difendere la nostra libertà e contribuire a un mondo più pacifico” – si legge tra le tante asserzioni di principio contenute nel documento. Nel frattempo si accetta l’ingresso di Svezia e Finlandia nell’Alleanza in cambio della consegna dei curdi al dittatore Erdogan (così lo ha definito Draghi) mentre gli si consente di invadere Siria, Iraq ed occupare porzioni di Libia; si continuano a fornire le basi tecniche alle petromonarchie del Golfo per il genocidio degli yemeniti e si permette ad Israele di perpetrare il suo apartheid contro il popolo palestinese. “…La sicurezza umana, compresa la protezione dei civili e la riduzione dei danni ai civili, è al centro del nostro approccio alla prevenzione delle crisi…” – si legge ancora nel documento. Eppure la stessa Nato ha recentemente rivendicato l’immunità presso l’Alta corte di Belgrado per l’epidemia da uranio impoverito scaturita dai “bombardamenti umanitari” del 1999 e ancora in pieno corso. Ma il problema è che questo documento non è una pagliacciata, anche se potrebbe sembrarlo. La millanteria morale e umanitaria di cui è intriso fa il paio con la drammatica concretezza delle misure che verranno messe in campo. In piena recessione e crisi sociale il segretario generale dell’Alleanza Stoltemberg ha dichiarato che il 2% del Pil per le spese militari non è un punto d’arrivo per gli alleati ma un punto di partenza e sarà proprio così visto che l’intenzione è quella di portare da 40.000 a 300.000 gli effettivi della Forza di reazione rapida della Nato. Questa decuplicazione epocale richiederà infatti anche un adeguato affiancamento di nuovi mezzi e assetti che i Paesi membri dovranno fornire. Contemporaneamente Biden ha dichiarato che “Gli Usa aumenteranno le difese in Europa e forze aeree aggiuntive in Italia”. Ma l’Europa, dove la Russia viene considerata “…la minaccia più significativa alla sicurezza degli Alleati…”, non è certo l’unico ambito di interesse della Nato globale. Si passa dal quadrante indo-pacifico dove “…le politiche coercitive della Cina sfidano i nostri interessi, la nostra sicurezza e i nostri valori…” al Medio oriente, all’Africa, agli oceani, allo spazio siderale. In questa accelerazione della guerra fredda contro Russia e Cina l’Europa non sta a guardare, non è inerme, non è sottomessa agli interessi degli Stati Uniti come troppo spesso si sente dire. L’Europa, grazie all’irresponsabile ceto politico che la governa, è parte attiva di questo processo: secondo il Sipri di Stoccolma l’80,4% nella produzione di armi e sistemi d’arma a livello globale, con annessa internazionalizzazione della filiera bellica, è controllato da multinazionali del blocco euro-atlantico e dai suoi impresentabili alleati (tra cui Turchia, Israele, Emirati Arabi). I 35 miliardi per la “difesa” messi recentemente a disposizione dall’Italia si sommano ai 100 miliardi stanziati dalla Germania e ai 295 miliardi già messi in campo dal Francia con la Legge di programmazione militare di Macron. Queste cifre non faranno altro che confermare ed accrescere il dato del Sipri. Senza considerare che già ora, al netto dei futuri aumenti di spesa, i soli budget della “difesa” francese e tedesco sono quasi il doppio di quello russo e che la spesa Nato è 18 volte superiore. Lo scorso 29 giugno Draghi, da Madrid, lo ha ammesso senza infingimenti: “Si arriva a una corrispondenza tra Unione Europea e Nato, e così le divergenze d’opinione sulla costruzione di una difesa europea – che è quello che noi vogliamo – ma anche di una sua complementarietà con la difesa Nato, vengono superate”.
Con queste evidenze appare chiaro che la responsabilità per la corsa agli armamenti degli ultimi trent’anni e per quella a venire, con la sua scia di milioni di morti, profughi e devastazioni ricade quasi esclusivamente sull’occidente e sulle proprie élite di cui Draghi è senza dubbio uno dei più degni rappresentanti. Queste élite, un tempo dominanti incontrastate della globalizzazione capitalista sembrano oggi spingere per una nuova divisione del mondo in blocchi (non più ideologici, anche se questa è la narrazione posticcia) e per una militarizzazione della così detta “competizione strategica”. Ma questo processo non lineare e contraddittorio, che comporterà la ridefinizione delle catene di approvvigionamento e della divisione internazionale del lavoro sarà evidentemente doloroso e incerto. L’interdipendenza che il capitalismo ha creato e ampliato sin dalle sue origini, le recenti votazioni all’Onu sulla questione ucraina, l’affacciarsi di nuovi sistemi di scambio valutario/finanziario nell’area euroasiatica e Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) a cui hanno chiesto di aderire anche Argentina e Iran, dimostrano ancora una volta che il mondo e la così detta comunità internazionale non si risolvono nel blocco euro-atlantico e che il narcisismo suprematista dell’occidente è fuori tempo massimo. Di certo a pagare il prezzo di questa ristrutturazione saranno le classi lavoratrici intese in senso lato ed anche pezzi importanti del tessuto delle Pmi che verranno spazzate via o assorbite e rimodulate dai processi di concentrazione capitalistica tipici di ogni crisi. Il riarmo occidentale, apparentemente inutile vista la già straripante e documentabile supremazia euro-atlantica, sta accompagnando una ribalta dei nazionalismi, delle politiche di potenza e parallelamente una tragica chiusura degli spazi multilaterali dove affrontare i grandi problemi dell’umanità: disuguaglianze, fame, cambiamento climatico, disarmo. Il riarmo europeo in particolare sembra rivolto non tanto alla “difesa” dalla Russia ma all’accompagnamento di una politica di potenza interna alla Nato per sostenere lo scomposto neocolonialismo europeo verso le tradizionali aree di conquista: Africa (messa chiaramente in evidenza anche nel documento sulla “Bussola Strategica” europea), Medio Oriente, America Latina e parte dell’Asia. E’ una prospettiva che ricorda molto i prodromi della prima guerra mondiale. Ma oggi, con la variante nucleare. L’opposizione sociale e politica a questo delirio bellicista diventa oggi un imperativo assoluto di r-esistenza.
Transito di armi a Genova. La ribellione dei portuali continua – Anna Polo
Il CALP (Collettivo autonomo lavoratori portuali) reagisce con sdegno alla risposta, definita “banale e sciocca” del Sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano all’interrogazione presentata dalla parlamentare Yana Ehm del gruppo ManifestA sul transito di armi nel porto di Genova.
Di Stefano ammette che la nave “Bahri Jeddah” battente bandiera dell’Arabia Saudita, attraccata nel porto lo scorso aprile, proveniente da Baltimora (USA) e diretta verso Alessandria (Egitto) con sbarco di destinazione a Jeddah (Arabia) e Jebel Ali (Emirati Arabi Uniti) trasportava “materiale militare, anche pericoloso ed esplosivo, ma non radioattivo”.
Con una giravolta tecnica di rara ipocrisia, Di Stefano afferma poi che questi transiti, contrastati anche in passato da scioperi e blocchi del porto di Genova, non violino la legge 185/90 sull’esportazione di armi, perché queste non vengono scaricate o maneggiate dai portuali, ma rimangono nelle stive o nei container. Dunque “non si ravvede la necessità di assumere specifiche iniziative in proposito.”
Ma possibile, chiedono i portuali, assistiti dallo studio dell’avvocato Andrea Danilo Conte che “la necessità di rispettare le normative internazionali sui trasporti prevalga su quella di rispettare le normative internazionali sui diritti umani?” Merci prima di esseri umani, insomma. Logica economica a discapito della vita umana. Risposta tecnica invece che politica.
Eppure il transito di armi destinate a Paesi in conflitto e per di più colpevoli di gravi violazioni di diritti umani viola l’articolo 9 del Trattato sul commercio delle armi e anche l’articolo 11 della Costituzione. Inoltre, ricorda il CALP, “il 20 dicembre 2020 la Commissione Esteri della Camera ha votato la risoluzione n. 7-00588 di embargo nei confronti dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, così come hanno fatto molti Paesi dell’Unione Europea. Il 17 settembre 2020 il Parlamento Europeo ha stabilito che le armi esportate in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti vengono utilizzate nella guerra dello Yemen, dove 22 milioni di persone hanno bisogno di protezione e aiuti umanitari”.
“Contrastare il traffico delle armi per noi portuali è una cosa che sentiamo dal profondo del cuore. I nostri padri hanno combattuto il traffico delle armi nella guerra del Vietnam, nel colpo di stato in Cile e nel regime dei colonnelli greci. Noi continueremo sempre a combattere questo traffico della morte. Ci troveranno sempre qua, a prescindere dal governo che ci sarà” promettono.
Ugualmente dura la reazione della deputata Yana Ehm: “La risposta del Sottosegretario Di Stefano alla mia interrogazione è stata assurda. Pur riconoscendo il fatto che le navi “Bahri” sono utilizzate per trasferire armamenti dal Nord America verso l’Arabia, Di Stefano ha addotto delle motivazioni improbabili per giustificare l’ingiustificabile. Il nostro Paese non può far transitare armamenti destinati ai territori di guerra e invece questo accade e sarebbe già accaduto anche in passato.
“Tutti i principali porti italiani sono interessati al transito di armamenti destinati ad aree di conflitto” prosegue la nota della parlamentare di ManifestA. “Nel febbraio 2020, a Genova, fu ordinato il sequestro del cargo libanese «Bana», i cui ufficiali sono stati accusati di traffico d’armi dalla Turchia alla Libia.
Nel maggio e giugno 2021 sono transitati dai porti di Genova, Livorno, Napoli, Ravenna mezzi carichi di bombe destinati a Israele per il bombardamento di Gaza, mezzi contenenti armamenti ed esplosivi di fabbricazione francese sono stati trasportati in oltre 200 container dalle navi della compagnia Ignazio Messina da Marsiglia-Fos (passando per Genova) ai porti sauditi nel periodo 2017-2020. Al largo di Dakar in Senegal è stata sequestrata la nave «Eolika» – sotto bandiera guyanese -partita da La Spezia con un carico di munizioni Fiocchi destinato alla Repubblica Dominicana.
I transiti descritti, se provati, contrasterebbero palesemente il valore costituzionale sancito dall’art. 11, i principi sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea”
Dal canto suo The Weapon Watch – Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei denuncia “l’assoluta assenza di trasparenza e la negazione concreta dell’accesso alla documentazione di carico delle navi saudite” e ritiene “del tutto legittime e ragionevoli le proteste di lavoratori, abitanti e associazioni, vista una situazione di pericolo oggettivo che si ripete nel porto di Genova in media ogni tre settimane da ben otto anni.”
Nei moli di Genova, uno dei porti più
importanti d’Europa, transitano navi saudite cariche di armi. Ufficialmente,
l’Italia ha revocato l’esportazione di armamenti verso l’Arabia Saudita,
permettendo però che le navi attracchino nei propri porti. Di fatto viene
aggirato il vincolo e le armi raggiungono contesti di guerra—Yemen in primis.
Le organizzazioni dei portuali genovesi non sono disposte a collaborare con
questo traffico di morte e si stanno rifiutando di operare sui carichi di navi
battenti bandiera saudita.
Durante
l’aggressione militare degli Stati Uniti d’America in Vietnam, i portuali
genovesi decisero di sostenere attivamente il popolo vietnamita: nel novembre
1973 la nave Australe salpava dalla Liguria, con una dozzina di ore di ritardo
a causa del falso allarme bomba e presunti problemi burocratici. All’interno
era colma di viveri e materiale sanitario di primo soccorso, tra cui il sangue
donato dai civili: destinazione fu il porto di Haiphong, minato e sotto i
bombardamenti dell’aviazione militare statunitense. Attraccò dopo quasi
sessanta giorni e tredici miglia percorse. È nel DNA di questa città e di
questo porto avere una certa sensibilità contro le guerre.
Il porto di
Genova è il più grande d’Italia: è lungo ventidue chilometri, ha una superficie
totale di 290.000 metri quadrati e, soprattutto, ha il maggiore traffico merci
del Paese. A livello internazionale occupa il 31esimo posto per il port
liner shipping connectivity index, ossia il grado di connettività di un
porto alla rete logistica globale.
A
beneficiare del porto di Genova c’è anche la compagina saudita della Bahri e le
sue sei navi adibite al trasporto di armi, che vengono impiegate anche nello
Yemen.
Qui, nel
solo anno 2018 gli attacchi aerei e quindi le bombe hanno causato la maggior
parte delle morte dei civili: 3.820 vittime (79% delle morti totali), tra cui
952 bambini e 581 donne.
La commessa
ed il relativo trasporto delle bombe saudite è affidata alla Bahri, che
si rifornisce e fa tappa nei porti dei paesi occidentali con il
beneplacito dei governi ospitanti. In altre parole, la guerra inizia in
Occidente.
Si prenda il
caso della Francia. Nel 2020 il governo Macron ha venduto armi all’Arabia
Saudita per circa dieci miliardi di euro di cui 224.681.660 di bombe, siluri e
razzi: è quindi scontato che la compagnia saudita con cargo di armi abbia
accesso ai porti francesi. Nella compravendita di armamenti sull’asse
Parigi-Riyad vengono erogati anche agenti per la cosiddetta “guerra chimica”,
che nello stesso periodo hanno fruttato 83.245.000 euro. Uno dei punti focali
delle inchieste del giornalista Khashoggi, verosimilmente ammazzato ad Istanbul
su mandato dei regnanti sauditi, sembra fosse proprio l’utilizzo di armi chimiche dell’esercito saudita in
Yemen.
Oppure la Spagna,
che nel solo 2019 ha venduto armamenti all’Arabia Saudita per 392.795.258 euro
e, pur di far accomodare le navi saudite, è finita al centro di una discussione
presso il Parlamento europeo: il 1 marzo 2021 un’imbarcazione Bahri attraccava presso Sagunto, verosimilmente carica di armi con annessi
equipaggiamenti militari caricati a Valencia. Pur di piegarsi ai principi
sauditi, il governo spagnolo viola la posizione comune 2009/944/PESC.
In Italia,
invece, nonostante la revoca dell’export di armi verso Arabia Saudita ed
Emirati Arabi Uniti, si è deciso di aggirare il problema applicando un modus
operandi “furbo”: le armi non vengono vendute ma le navi che trasportano
armamenti hanno libero passaggio. Del resto l’Italia è l’ottavo partner
commerciale dell’Arabia Saudita.
Il CALP e le sei sorelle Bahri
In questo
contesto, i portuali genovesi riuniti sotto il CALP (Collettivo autonomo
lavoratori portuali) stanno conducendo una battaglia per sabotare gli
ingranaggi, apparentemente indistruttibili, di questo mercato che collega il
capoluogo ligure alla capitale saudita. Genova per le navi Bahri è una tappa
fissa: nonostante il porto italiano abbia il 40% in meno rispetto a Rotterdam
(primo posto) nel Port liner shipping connectivity index, i sauditi
preferiscono per i loro traffici la Liguria e l’Italia.
Le sei
sorelle Bahri (Yanbu, Tabuk, Jazan, Jeddah, Abha, Hofuf) nascono da una
commessa affidata dal governo saudita alla Hyundai Mipo Dockyard e
le imbarcazioni sono state consegnate tra il 2013 ed il 2014. L’azienda
sudcoreana ha la sede principale ad Ulsan ed è all’interno del gruppo Hyundai
Heavy Industries, che con la compagnia saudita fa affari multimilionari
ormai da anni. A maggio èarrivata la consegna della portarinfusa SARA, a
seguito dell’accordo ufficiale sull’asse Riyad-Ulsan; in ultimo, una commessa
da 410 milioni di dollari per la costruzione di dieci chimichiere a medio
raggio (49999 DW) da consegnare entro il primo trimestre del 2022 porterà la
flotta saudita a quota 101 navi.
Nel maggio
2020, i portuali genovesi hanno detto no al transito delle Bahri, portando le
proteste al rifiuto di caricare sulla Bahri Yanbu due casse con all’interno i
generatori elettrici della Defence Tecnel di Roma, talvolta
utilizzati nelle operazioni belliche.
Associazione per delinquere
Le proteste
dei portuali hanno portato ad un’inchiesta, da parte della Procura di Genova,
che vede cinque indagati per “associazione per delinquere”.
José Nivoi,
coordinatore CALP Genova, lavora nel porto da quindici anni: ha iniziato ventunenne, oggi è padre
di famiglia e di anni ne ha 36. Ha origine sarde, viene da una famiglia di
delegati sindacali. Sembra cosciente di essere finito in qualcosa più grande di
lui, pur nascondendo il peso con un sorriso. È tra cinque indagati dalla
Procura di Genova.
“Il 24 di
febbraio, alle cinque del mattino, ci ha citofonato la Digos per perquisire
casa: hanno sequestrato cellulari, computer, hard disk, documenti politici; ad
alcuni anche caschi, bandiere e adesivi”, spiega Nivoi. “Quando ci hanno preso
dalle case e ci hanno portato giù in porto per sequestrare tutto il materiale
che avevamo all’interno della nostra sede e dentro il nostro container, c’erano
circa sessanta poliziotti, tutta la Digos di Genova, artificieri, la scientifica,
la cinofila, il pm. Sembrava una maxi operazione di polizia di quelle che a
Genova non si vedevano da vent’anni. Non potevamo parlare tra di noi e ci hanno
sequestrato i cellulari: non potevamo neanche comunicare con i nostri avvocati.
Di fatto, siamo stati in arresto otto ore”.
Alla fine
l’accusa della procura è associazione a delinquere finalizzata alla resistenza
a Pubblico Ufficiale e all’attentato alla sicurezza pubblica dei trasporti.
Nell’inchiesta è finita anche l’accensione di fumogeni.
“Cose
prescrivibili con delle multe. Non credo ci sia neanche una pena che superi i
sei mesi per robe del genere. Tranne che per il blocco del servizio pubblico.
Eppure si tratta del blocco legato alla compagnia Bahri, non è un servizio
pubblico, ma privato. Ma il blocco non è stato fatto così, in maniera
estemporanea e mettendoci di fronte, bensì durante uno sciopero. Stanno
cercando di bloccare tutti quei movimenti che si palesano per la solidarietà
attiva, perché per noi bloccare la compagnia Bahri era una maniera attiva di
dare solidarietà uscendo dalle solite logiche che vediamo: noi volevamo fare
un’azione concreta”.
Di concreto,
secondo i membri del Calp, non avrebbe niente in mano la procura. “Quando
saremo in tribunale decadrà tutto. Serve solo a mantenerti in uno stallo
giudiziario: da quando sei indagato rischi con più facilità domiciliari,
sorveglianza speciale o addirittura il carcere. Si tratta di un modo per dirci:
‘vi tengo sott’occhio’”.
Leggi non applicate
L’Italia
revoca l’esportazione di armamenti verso Emirati Arabi Uniti ed Arabia Saudita,
ma lascia invece attraccare le Bahri cariche di armi utilizzate nella guerra
nello Yemen. Un controsenso, che va contro la legge 185/1990, “che di fatto
vieta il transito ed in qualche modo il commercio a quei Paesi che usano come
risoluzione finale l’atto della guerra. E la Costituzione ripudia la guerra
tramite l’articolo 11. Noi abbiamo chiesto a più riprese l’applicazione della
185/1990”. Tra gli interlocutori la Farnesina: “Il portavoce del Ministero
degli Esteri Luigi Di Maio ci ha detto che il conflitto tra Arabia Saudita e
Yemen non è da considerarsi guerra perché un governo fantoccio yemenita ha
chiesto aiuto per risolvere le controversie interne allo Yemen”.
C’è poi il
caso della RWM, sita in Sardegna a Iglesias, che produce armamenti
per conto della Rheinmetall tedesca poiché dopo la Seconda
guerra mondiale è stato stabilito che alcune tipologie di armi non posso essere
più prodotte in Germania. “In questo modo l’Italia riesce a raggirare le leggi,
sia quelle locali, sia quelle europee, sia quelle internazionali”.
La
delocalizzazione produttiva è in contrasto con la già citata 185/1990 (modificata
dal DDL S. 1049 del 7 aprile 2019), che nell’articolo uno vieta espressamente
l’esportazione ed importazione di armamenti verso quegli Stati che usano la
guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Nel quinto
articolo viene vietato il business nel momento in cui non
sussistono “adeguate garanzie sulla definitiva destinazione dei
materiali di armamento”.
Lo stesso
vale per il governo di Riyad, che evidentemente non rispetta i requisiti per
intrattenere il business di armi: all’ascesa del principe
ereditario è corrisposta una sequela di violazioni repressive di enorme portata
con esecuzioni macabre, processi farsa contro gli oppositori del regime, attivisti arrestati e condannati a lunghe pene detentive.
L’asse
Roma-Riyad è rimasto solido, anzi è stato rinsaldato. Si veda il Memorandum of understanding firmato all’alba del nuovo anno tra il ministro
degli Esteri italiano Luigi Di Maio e quello saudita Faisal bin Farhan al-Saud.
Di aziende italiane presso l’Arabia Saudita ce ne sono circa una cinquantina ed
il passo che viene registrato sembrerebbe quindi un ampliamento dei rapporti,
non un ridimensionamento.
La
sensazione è che ai sauditi, nonostante la pericolosità di armare un governo
così belligerante, nessuno vuole rinunciare: immediatamente dopo lo stop
all’export di armamenti firmato dall’allora premier Giuseppe Conte, RMW ha
fatto ricorso: a maggio 2021, però, il TAR del Lazio ha confermato il blocco.
Oltre alla
questione morale e alla dubbia legalità dei transiti, c’è un problema con la
sicurezza pubblica. Quanto è grande il rischio di incappare in una esplosione
come quella del porto di Beirut, quando il 4 agosto 2020 2.750 tonnellate di
nitrato d’ammonio esplose in una nave abbandonata hanno ucciso 214 persone e
ferite altre 7.000?
“Altro che Beirut”
Quanto è
grande il rischio di ripetere una nuova Beirut visto il traffico di navi di
armi nei porti? “Secondo noi è molto alto il rischio: una distrazione, una vite
messa male, potrebbe incidere su un potenziale incidente nell’area portuale”,
spiega Nivoi. “Senza considerare che nella Bahri ci sono dei container con una
portata di trenta tonnellate con all’interno esplosivi, materiale infiammabile
e proiettili. In un caso come questo basterebbe che cadendo un piedino da stiva
buchi il tetto e faccia la scintilla. Altro che Beirut…”
I portuali
affiliati al Calp sono inoltre preoccupati per il progetto di rinnovo dell’area
portuale, che sposterebbe la zona del petrolchimico di Pegli all’interno del
porto, aumentando a livello “esponenziale” il rischio di esplosione. “Abbiamo
esposto sia alla giunta comunale sia all’autorità portuale questa problematica,
chiedendo un piano di evacuazioni in caso di incidente così che la
cittadinanza, che vive molto vicino a dove attraccano le navi, sappia cosa
fare”. Pur consci del problema, “le autorità ci hanno detto che c’è un
interesse sovranazionale e quindi non si può intervenire a bordo di queste
navi”.
Non meno
delicata è la questione della sicurezza degli operai portuali. La difficoltà
palese dello svolgere questo lavoro è aggravata dal contesto burocratico. Pochi
sanno che il porto di Genova è gestito da tredici aziende diverse: “Ognuna
gestisce una banchina che è del demanio ed ogni azienda ha un DVR (Documento di
Valutazione dei Rischi). Noi chiediamo che ci siano degli standard
generalizzati così che se scoppia un incendio anche quelli dei terminal vicini
sappiano come comportarsi”.
Armi smembrate
La
prevenzione degli incidenti diventa più complessa se non si conoscono i
materiali depositati nei container. Per legge i cargo che pesano più di cento
tonnellate sono etichettati con dei codici (IMO) che identificano la tipologia
di pericolosità. Le etichette, quindi, permettono di conoscere la pericolosità
grazie agli adesivi applicati su tutti i lati dei container. “Ad esempio
abbiamo scoperto per caso che in un container diretto in Israele ci fossero
delle armi: abbiamo visto un camion andare verso il porto di Genova con
l’etichetta 1A, quindi missili già composti con l’esplosivo”.
Ma le armi
non vengono spedite tutte come pericolose e spesso vengono usati i porti
civili: “Hanno trovato questa ‘magnifica’ idea di smontare le armi e mandare su
un container l’involucro del missile, su un altro il detonante, sull’altro
l’esplosivo. In questa maniera tu hai due container che viaggiano come merci
normali perché sono pezzi di ferro ed un altro esplosivo, diminuendo i costi:
pagano un terzo di quello che dovrebbero pagare per il commercio di armi”.
A volte per
capire dove finisce realmente la merce contenuta nei container servono degli
stratagemmi: “Un giorno, quando avevamo iniziato da poco la nostra lotta, ci
siamo accorti che all’interno della sopraelevata del porto c’era una fila di
quei fuoristrada bianchi che si vedono nelle zone di guerriglia”. Gli operai
hanno applicato gli adesivi con la direzione dei mezzi, in questo caso “porto
di Tangeri”. “Un giorno, sarà passato un anno, scopriamo un video
su YouTube in cui si vede un fuoristrada color sabbia con sopra una
mitragliatrice utilizzata da un uomo che sparava come un pazzo; c’era un
adesivo mezzo strappato ma ancora leggibile: ‘Tangeri’. Vuol dire che facevano
una triangolazione Genova-Tangeri-Libia, dove montavano l’artiglieria”.
Una sfida globale
I membri del
CALP si sono messi in contatto con i lavoratori portuali di altre città:
Livorno, Trieste, Napoli e poi Amburgo, Anversa, Inghilterra. “Ed
effettivamente anche in quei porti c’è un aumento dei traffici di armi: l’unica
risposta era fare fronte comune. Ognuno con le proprie modalità, ognuno con i
propri mezzi contro gli armamenti”.
Comunicando,
ad esempio, i nomi delle agenzie che gestiscono gli imbarchi. A Genova gli
imbarchi della compagnia Bahri sono curati dalla Delta Agenzia Marittima srl,
che ha pubblicato un documento rivolto alla regione, al prefetto, al comune ed
all’autorità di sistema portuale per denunciare il rischio concreto che la
compagnia Bahri abbandonasse come scalo Genova. Nella missiva è
scritto: “È accettabile che nelle stive di una nave che è territorio straniero,
ovvero territorio sovrano dello Stato di cui questa nave batte la bandiera,
vengano inviati lavoratori portuali, per fotografare il carico e pubblicare poi
che nella stiva erano presenti anche mezzi militari imbarcati in America e
regolarmente denunciati con destinazione Arabia Saudita?”
La Bahri sembra
temere questo fronte unico pensato dai portuali genovesi: nei primi mesi del
2021 si affaccia nelle acque territoriali spagnole la Bahri Jazan con cargo di
armi. I sauditi tracciano rotte strane, mentono sulla destinazione. “In ogni
porto dove andava questa nave era presente o una contestazione oppure uno
sciopero. Rendendosi conto che aveva delle difficoltà ha mandato un marinaio
sulla fiancata a cancellare la scritta Bahri: la compagnia che è prima al mondo
in commercio di petrolio ed armi si sente messa in una posizione di imbarazzo
da venti portuali genovesi”.
I blocchi
degli operai portuali hanno portato a vari problemi diplomatici per l’Italia:
soprattutto con Israele per un carico di bombe destinato a Gaza e, per
l’appunto, con l’Arabia Saudita, dopo il congelamento delle licenze
all’esportazione di circa ventimila bombe da aerei agli Emirati Arabi e ai
sauditi a giugno 2021.
Proprio
nello stesso periodo, il senatore Matteo Renzi volava a Riyad nell’ambito del
ben noto meeting del
board saudita di cui è membro. Se non è ben chiaro il senso del viaggio, è
certo che negli anni in cui era premier abbia intrattenuto un rapporto
remunerativo con Salman. Rispetto ai precedenti governi, l’export di armi verso
l’Arabia Saudita è aumentato del +581%. Nel 2013 (Monti-Letta) le esportazioni
verso Riyad erano 2,1 miliardi di euro, nel 2016 (ultimo anno di Governo Renzi)
valevano 14,6 miliardi.
Un alleato inatteso
Papa
Francesco ha recentemente citato indirettamente proprio i portuali genovesi.
“Tramite un professore della Sapienza, siamo entrati in contatto col Cardinale
Coccopalmerio a cui abbiamo consegnato una lettera da consegnare al Papa: noi
pensavamo finisse lì, invece poi ci hanno chiamato per un appuntamento con il
Pontefice, il 23 giugno 2021. Se il Papa si spende per noi, la Questura di
Genova fa veramente una brutta figura: vallo a spiegare alla cittadinanza che
il Papa ha dato la solidarietà a un gruppo di lavoratori che sono un’associazione
per delinquere”.
Ma la paura,
per José Nivoi e gli altri operai sotto inchiesta, non svanisce: “Abbiamo
molteplici esempi di dissidenti politici finiti in una certa maniera. La mia è
una famiglia di sindacalisti, anche mio padre, tra il ’70 e l’80 ha avuto una
serie di problematiche politiche. Mia madre è terrorizzata, mi dice: ‘Ma chi te
lo fa fare? Hai una figlia…'”.
Da Genova alla Spagna
La
ribellione dei portuali genovesi ha avuto eco in altri porti europei. Nella
battaglia contro le Bahri ha avuto e ha un ruolo di primo piano il
movimento no-war “La guerra empieza aquì” (“La guerra inizia
qui”), nata da una piattaforma cittadina spagnola in difesa dei rifugiati come
risposta al traffico d’armi verso l’Arabia Saudita che coinvolgeva il porto di Bilbao.
Frontiere
News ha chiesto al suo coordinatore Luis Arbide se la Spagna
rispetta le leggi nazionali per la regolamentazione del traffico di armamenti.
“No, non rispetta né le leggi internazionali delle Nazioni Unite né la stessa
legislazione interna spagnola, poiché entrambe vietano espressamente
l’esportazione di armi verso determinati Paesi ‘qualora vi siano ragionevoli
indizi che il materiale possa essere utilizzato per perturbare la pace, la
stabilità o la sicurezza a livello mondiale o regionale’”.
Secondo
Arbide, in Spagna c’è un problema di trasparenza sulle aziende private o a
capitale pubblico implicate nel commercio di armamenti con i sauditi. “Si
tratta di un tema opaco e nascosto, che il governo nasconde dietro una vecchia
legge franchista e antidemocratica denominata ‘Legge sui segreti ufficiali’,
ombrello su cui si basa per non dare informazioni né a mezzi di informazione né
a commissioni o iniziative parlamentari”. Sebbene le proteste degli attivisti
spagnoli non abbiano avuto risvolti giudiziari sostanziali come quelli di
Genova, è nata una forte solidarietà verso i colleghi italiani, il cui modello
di battaglia è “un modello di sensibilità ed etica non comune all’interno di un
collettivo lavorativo. Credo che siano un esempio: hanno tutta la mia
ammirazione. Vorremmo che con la disponibilità dei lavoratori portuali
catalani, questo modello di gestione sindacale con un marcato profilo sociale
possa diffondersi in tutti i porti e fabbriche”.
Se il
business della guerra inizia in Europa, per molti lavoratori portuali la
battaglia contro i trafficanti di armi è appena iniziata.