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sabato 20 giugno 2026

Contro l’“educazione smartphone” - Federico Repetto

 

1. L’abuso degli schermi nel periodo formativo. L’allarme di due psicopedagogisti americani

Il libro dello psicopedagogista americano J. Haidt, Generazione ansiosa (Rizzoli 2025), comincia con una terribile metafora: se vostra figlia di dieci anni vi chiedesse di partecipare a una spedizione per andare su Marte, dato che tutte le sue amiche ci vanno, di certo le rispondereste di no anche a costo di contrariarla gravemente, mentre le mettete tra le mani un cellulare sui cui contenuti non sapete niente e non avete controllo. Già nel 2018 Iperconnessi di J. M. Twenge aveva cominciato a scuotere l’opinione pubblica globale su questo tema. La preoccupazione di educatori e genitori ha indotto molti governi occidentali e asiatici a vietare l’uso dei social al di sotto dei 16 anni, e pare che l’Italia si appresti a farlo. In realtà, come vedremo, il problema non riguarda solo adolescenti e preadolescenti, e non solo i social. Tuttavia partiamo da qui perché Twenge e Haidt documentano un aumento molto rilevante dell’ansia e della depressione dichiarata dagli adolescenti, nonché dei casi di suicidio, di autolesionismo e di ricorso ai servizi psicologici, e non solo negli Usa, ma in tutto il mondo anglofono e in vari paesi europei. E fanno partire la svolta dalla diffusione maggioritaria dell’iphone nel loro paese tra i ragazzi verso il 2012.

Haidt sostiene poi che tale diffusione ha non solo una correlazione statistica con l’aumento della depressione e di altre patologie psichiche degli adolescenti, ma è una vera e propria causa di esso. Egli sostiene che tra il 2010 e il 2015 si arriva negli USA a una trasformazione strutturale dell’infanzia, il cui sviluppo psicologico è legata allo smartphone e da esso dipendente. Ad esso i ragazzi sono connessi 24h su 24 e 7gg su 7, facendo uso di piattaforme che massimizzano engagement (cioè le interazioni on line), confronto sociale e dipendenza. L’infanzia delle generazioni precedenti, ancora intorno agli anni sessanta-ottanta, si era formata attraverso il gioco fisico, sociale, libero, con possibilità di fare un’esperienza relativamente autonoma in contatto con l’ambiente. L’infanzia “amministrata” dagli adulti già da tempo era una realtà diffusa, ma solo l’uso dell’iphone e l’accesso ai media e ai videogiochi on line hanno portato a una drastica trasformazione nella formazione. Anche per lui, come per Twenge, questa trasformazione coincide con la diffusione dell’iphone tra adolescenti e in particolare con l’introduzione di Instagram (2010), che è specializzato nella diffusione di immagini, e in genere col passaggio dai social “testuali” (com’era Facebook all’inizio) a social “visivi” (più pericolosi per l’autostima, soprattutto femminile), con l’introduzione del feed infinito o scroll infinito (2011-2012) e delle notifiche continue.

L’aumento rilevante dell’ansia e della depressione dichiarata dagli adolescenti e dei casi di suicidio, di autolesionismo e di ricorso ai servizi psicologici è ben documentato non solo negli Usa, ma in tutto il mondo anglofono e in vari paesi europei. Haidt però non attribuisce ai nuovi cellulari, ai social e ai videogiochi presi da soli questo aumento, ma ritiene che essi abbiano spinto all’isolamento digitale una generazione iperprotetta dai genitori, che non aveva fatto l’esperienza basilare del gioco tra coetanei senza la supervisione degli adulti, privata di autonomia e riempita di paure riguardo al mondo reale.

Haidt mostra tre curve parallele di fenomeni la cui coincidenza temporale non può essere considerata semplicemente una correlazione statistica, ma piuttosto una correlazione causale. I fenomeni da lui considerati riguardano non solo gli Usa, ma anche UK, Canada, Australia e Nord Europa, che hanno condizioni di vita, di educazione e di uso dello smartphone analoghe. Le diverse statistiche nazionali, a partire dall’adozione dello smartphone da parte degli adolescenti, mostrano in parallelo: a) aumento della depressione (soprattutto ragazze), b) aumento dell’ansia, c) aumento dei casi di autolesionismo e dei tentativi di suicidio. Il punto cruciale è che tutte le curve cambiano pendenza nello stesso periodo: 2012–2013.

Naturalmente non è semplicemente possedere e usare questo nuovo dispositivo elettronico che produce immediatamente depressione, ansia e autolesionismo. Haidt mostra quali siano le conseguenze dell’uso e abuso dello smartphone che a loro volta causano direttamente questi fenomeni patologici: (1) privazione di sonno: gli adolescenti dormono 1–2 ore in meno rispetto al 2010, e lo smartphone ne è la causa principale (uso notturno, notifiche, luce blu sempre accesa); (2) confronto sociale permanente: Instagram e TikTok amplificano il confronto sociale visivo, con effetti più forti sulle ragazze riguardo allo loro immagine corporea, con possibile diminuzione dell’autostima (i dati di Haidt mostrano un aumento diffuso di insoddisfazione per il proprio corpo); (3) il nuovo cellulare rende possibile il cyberbullismo e l’umiliazione pubblica delle persone prese di mira: il bullismo diventa continuo, non più limitato alla scuola, la persecuzione può colpire in qualunque luogo o momento; le ragazze subiscono più bullismo relazionale e reputazionale, e infatti sono più soggette a depressione dei maschi; (4) la dipendenza da smartphone riduce fortemente il tempo per il gioco libero e l’interazione sociale reale: si passa meno tempo all’aperto, si sviluppa meno autonomia nel mondo reale, si hanno meno esperienze formative, aumenta l’ansia sociale e la fragilità emotiva. Per Haidt dunque la diffusione dello smartphone non è la causa unica del fenomeno, ma la causa scatenante, che ha reso gli adolescenti sensibili a tutte le altre cause.

2. Non ci sono solo gli smartphone, ma anche diversi altri schermi

Allarghiamo il discorso dai cellulari agli altri schermi seguendo il fondamentale libro di Simone Lanza, L’attenzione contesa. Come il tempo-schermo modifica l’infanzia (Armando editore, 2025).

Così comincia questo testo: «Sempre più spesso, subito dopo il parto, avviene qualcosa di inedito fino a qualche tempo fa. Le madri, mi ha raccontato un’ostetrica parigina, anziché prendere il bambino e portarlo a sé, cercano il cellulare e, mentre con una mano reggono il neonato, con l’altra si scattano subito un selfie. Da una dozzina d’anni questa abitudine è sempre più diffusa, e alcune ostetriche italiane me lo hanno prontamente confermato». Poi l’autore mette in luce come lo schermo, sia esso tv, tablet, smartphone o videogioco, non solo attira l’attenzione con le sue immagini, ma fa da schermo agli sguardi tra le persone. Non solo il bambino già alla nascita è visto e fotografato attraverso lo schermo, cosa che permetterà di esibirne orgogliosamente l’immagine, ma l’attenzione dei genitori verso il bambino è spesso contesa da vari schermi, simultaneamente in funzione, così come quella del bambino verso i genitori. L’esperienza virtuale sugli schermi è senza dubbio stimolante, multiforme e ampia, ma prende sempre più ore, mentre nei primi anni di vita abbiamo bisogno dell’incontro diretto con le persone e con le cose e del gioco con i compagni all’aria aperta, e non della sedentarietà e di rapporti mediati dallo smartphone, in cui manca la gestualità e il contatto fisico. L’attenzione che fa crescere cognitivamente e affettivamente il bambino piccolo è l’attenzione congiunta: lo scambio intenzionale di sguardi con l’adulto che porta il bambino piccolo a guardare un determinato oggetto o fenomeno.

Lanza passa in rassegna gli studi pediatrici, psicopedagogici e sociologici che mettono in luce tutti i diversi rischi (riguardanti lo sviluppo fisiologico e sensoriale, il peso, il sonno, il comportamento, l’isolamento, la sensibilità affettiva o sessuale, la depressione, l’ansia, la dipendenza ecc.), correlati con l’abuso di tempo-schermo in generale e in relazione a specifici mezzi tecnici e a specifici contenuti (cartoni, social, videogiochi, pornografia ecc.). Molti di questi studi riferiscono dati allarmanti sul livello raggiunto da tutti questi diversi rischi: in particolare è unanime l’apprensione per lo sviluppo dei bambini piccoli da parte dei pediatri americani, francesi e italiani. I ricercatori che insistono sui rischi dell’abuso degli schermi secondo Lanza non sono allarmisti, ma semplicemente, di fronte ad alte probabilità, fanno appello al principio di precauzione. Lanza ritiene poi che ad ogni modo gli schermi concorrano ad amplificare e a rafforzare le patologie già esistenti: per qualunque motivo una pre-adolescente tenda alla depressione, questa aumenterà con la frequentazione di social in cui c’è una forte competizione per l’immagine (e in cui le “concorrenti” on line trucchino le loro immagini con i sistemi in dotazione degli stessi social, rendendole inimitabili agli occhi di alcune compagne di chat).

Non bisogna dimenticare che il problema, piuttosto che i mezzi tecnici in sé, sono i contenuti e i modelli di rapporti sociali on line proposti dagli algoritmi delle multinazionali digitali, il cui scopo è catturare l’attenzione e prolungare la fruizione, a beneficio degli inserzionisti pubblicitari. Inoltre questa capacità di catturare l’attenzione dei bambini-ragazzi è posta al servizio di genitori stressati dal lavoro e dalla velocità della vita quotidiana contemporanea: essi sono naturalmente tentati di rilassarsi sui loro propri schermi lasciando i figli a quelli che preferiscono. La raccomandazione di Lanza (e di https://pattidigitali.it/, di cui parleremo) è quella di istituire una giornata familiare “libera da schermi”.

La velocità riguarda anche la fruizione dei video da parte dei bambini. Per esempio, per catturare l’attenzione, molti cartoni animati aumentano a tal punto la velocità delle loro scene esilaranti, che poi ai bambini non è possibile riferirle in nessun modo: non sono più storie narrabili, ma azioni frenetiche. Per questo è importante il più possibile evitare questo tipo di cartoni e sapere che tipo di contenuti vedono i figli, e quando è possibile vederli con loro e commentarli.

L’ultimo libro di Lanza è Un attimo e arrivo! Gestire gli schermi per crescere una generazione attenta, (Sonda, 2026), un testo chiarissimo e pieno di esempi e casi empirici, rivolto a genitori e insegnanti. Tra le altre cose, vi è spiegato l’effetto del ciclo della dopamina, che è stato tenuto presente dagli psicologi che hanno concorso all’elaborazione dei social per tenere i consumatori attaccati al pc o allo smartphone grazie a un uso calcolato dei premi e delle gratificazioni (un metodo impiegato dalle slot machine fin dalle loro origini). Sul tema dei neonati e dei bambini piccoli e dei rischi fisici, psichici e di apprendimento da essi corsi, i libri di Lanza contengono interessanti materiali. Rimando al secondo suo libro citato per gli esempi – tratti dall’esperienza dell’autore e di suoi collaboratori – del collegamento tra disturbi della capacità di relazione, del linguaggio, della lettura e dell’apprendimento e l’abuso degli schermi, spesso attribuiti ad altre cause, o classificati semplicemente come Dsa (disturbi specifici dell’apprendimento) o Dsl (Disturbi specifici del linguaggio). Conviene anche informarsi sui rischi documentati dell’uso di smartphone secondo la Società Pediatrica Italiana. La SPI raccomanda di non dare gli smartphone a bambini al disotto dei tredici anni.

Un punto di riferimento di Lanza è il pedagogista americano Neil Postman (Divertirsi da morire. Il discorso pubblico nell’era dello spettacolo, Marsilio 2002, ediz. originale 1985). Egli negli anni ottanta ha ipotizzato che i media privati centrati sull’intrattenimento, e in particolare la tv, avessero il duplice effetto di far scomparire l’infanzia – precocemente informata sulla realtà della vita adulta – e di infantilizzare gli adulti stessi, abituati ad un intrattenimento senza fine e privati dell’abitudine all’informazione critica, tipica della stampa e dell’apprendimento scolastico. È da allora infatti che è cominciato quel lento declino della lettura, in cui egli vedeva profeticamente un rischio per l’opinione pubblica critica e per la democrazia americana.

Oggi è abbastanza chiaro che la convergenza tra il degrado della scuola pubblica e la prevalenza dell’intrattenimento nei media privati pagati dalla pubblicità ha portato a un abbassamento della qualità degli strumenti critici e dell’informazione in mano ai cittadini. C’è stata una riduzione generalizzata degli spazi democratici e delle opportunità di incontro e di discussione, con un indebolimento delle capacità di organizzazione e di resistenza dei lavoratori, spesso isolati nella figura di partite IVA. Gli adolescenti fragili in formazione rischiano di trovarsi soli esposti alle voci autodistruttive che portano le ragazze alla competizione illimitata per l’aspetto fisico (L. Dalla Ragione e R. Vanzetta, Social Fame. Adolescenza, social media e disturbi alimentari, Pensiero Scientifico Editore, 2023) e i ragazzi alla misoginia e al patriarcalismo (L. Bianchi, https://complotti.substack.com/ , 14-01 e 7-06 2026).

Anche per Lanza siamo di fronte a un grave problema sociale e politico. E la prevenzione contro l’abuso degli schermi necessita di un’organizzazione comunitaria, in cui famiglie, scuola e istituzioni collaborino su base territoriale. Le iniziative restrittive e regolative di singoli genitori possono purtroppo infrangersi contro il lassismo dell’ambiente. Le statistiche dicono, certo, che i genitori individualmente preoccupati sono la maggioranza. Ma non hanno molte probabilità di successo senza accordi con altri genitori, senza una conferma istituzionale e senza organizzazione. Per la limitazione dell’uso i genitori più coscienti e attivi possono però proporre a istituzioni e autorità territoriali di aderire ai “patti digitali”, che sono ormai stati stipulati in diverse città italiane .

Rivolto direttamente ai preadolescenti è invece un altro libro, La generazione fantastica. La guida più incredibile per divertirsi e vivere felici senza smartphone (Rizzoli, 2026), dello stesso J. Haidt e di C. Price. Esso incita i ragazzi a ribellarsi al conformismo dello smartphone e uscire dall’isolamento e dalla vita “amministrata” per vivere avventure comunitarie nel mondo reale, sociale e naturale. È riccamente illustrato e contiene racconti a fumetti.

3. Che fare?

Le buone pratiche raccomandate da Lanza sono molto impegnative, ma proporzionate alla gravità dei rischi: niente schermi prima dei 3 anni, tempo di tv limitato, durante i pasti familiari niente schermi (per nessuno), accesso ai social non prima dei 14 anni («si tratta di seguire le norme vigenti senza creare falsi account che modificano l’età»), niente cellulare a letto ecc. (cfr. L’attenzione contesa, pp. 215-217). In positivo, si tratta di organizzare delle domeniche senza schermi di famiglia o di gruppo (per suggerimenti pratici e riferimenti organizzativi si consulti il cap. 12 di Un attimo e arrivo!). Ecco la sitografia contenuta in quest’opera per l’organizzazione dei “patti digitali”: in generale: https://pattidigitali.it/; più specificamente: https://www.unimib.it/news/patti-digitali-milano-bicocca-offre-supporto-alle-famiglie-gestire-lingresso-nel-mondo-online-dei ; https://pattidigitali.it/famiglie-torino/ ; per il contatto genitori-figli: www.custodidigitali.it. Alla fine del libro, è ricordata la petizione promossa nel 2024 dal pedagogista Daniele Novara e dallo psicoterapeuta Alberto Pellai, rivolta al Parlamento italiano, perché non sia consentito il possesso dello smartphone prima dei 14 anni e l’accesso ai social prima dei 16. La petizione ha raccolto ben presto 100.000 firme, e già nel corso di quell’anno Marianna Madia e Lavinia Mennuni hanno presentato un disegno di legge per regolamentare l’uso del cellulare da parte dei minori.

Sull’attuabilità tecnica e sul senso educativo di queste limitazioni naturalmente il discorso è aperto e non è il caso di lasciare l’iniziativa ai conservatori. Ma il punto fondamentale è che bisogna rompere l’inerzia e l’isolamento sociale dei genitori, costruendo una nuova solidarietà educativa degli adulti e un nuovo patto tra adulti e minori. Talora i sentimenti negativi hanno un effetto salutare di mobilitazione: come l’orrore del genocidio in Palestina ha mosso le giovani generazioni e le ha fatte uscire in massa dall’apatia, così è augurabile che la preoccupazione per le generazioni future muova gli adulti verso un nuovo patto educativo. Tuttavia il singolo genitore, per quanto preoccupato, è impotente di fronte al costume ormai generale e all’influenza della cultura del consumismo e dell’ottimismo tecnologico. Per dare un’educazione sana e razionale alla già esigua schiera dei cittadini futuri è necessaria una forte reazione collettiva organizzata sul territorio.

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lunedì 27 novembre 2023

Contro lo smartphone, per una tecnologia più democratica - Juan Carlos De Martin

 

L’indispensabilità dello smartphone, macchina per eccellenza di questa prima parte del secolo, solleva molte domande. La più intrigante è cui prodest? Chi ci guadagna? Sicuramente serve un suo uso più consapevole.

Lo smartphone è la macchina per eccellenza di questa prima parte del XXI secolo. Non solo perché è usato – con grande profitto e, spesso, con divertimento – da più di quattro miliardi di persone, ma anche e soprattutto perché è diventato necessario. Senza smartphone, infatti, è diventato molto difficile, e in certi casi impossibile, lavorare, comprare, studiare, interagire con lo Stato, fare operazioni bancarie, prendere appuntamenti, viaggiare e molto altro ancora. In altre parole: vivere. Non era mai successo nella storia dell’umanità che una macchina diventasse così indispensabile per i singoli individui. Non era successo né nei decenni scorsi con le due macchine che hanno generato – accoppiandosi – lo smartphone, ovvero, il telefono cellulare e il personal computer, né tanto meno nei decenni precedenti, quando c’erano stati strumenti anche molto diffusi e importanti, come l’orologio da polso e l’automobile, ma mai così indispensabili. 

All’anatomia umana, insomma, è come se si fosse aggiunto un organo digitale, senza il quale risulta difficile, se non impossibile, fare quasi tutto. Senza l’organo digitale ci si avvia a diventare cittadini di serie B. 

Questa indispensabilità di fatto dello smartphone solleva molte domande, ma in questa sede ci concentreremo su quattro questioni principali. 

La prima è la più generale: vogliamo davvero permettere che lo status di persona, di essere umano che gode di determinati diritti, dipenda dal possesso di una determinata macchina, qualunque essa sia? Formuliamo la domanda in termini generali perché oggi parliamo di smartphone, ma domani potrebbe essere un altro oggetto “smart” a svolgere lo stesso ruolo, per esempio un orologio, un anello o degli occhiali “smart”, o addirittura un chip sotto pelle. 

La seconda questione è molto più prosaica, ma anch’essa importante: concentrare così tante funzionalità e il godimento di così tanti diritti su di un’unica specifica macchina pone dei seri problemi di robustezza sistemica. Prima con la pandemia e poi con la guerra in Ucraina abbiamo visto quanti problemi abbiano provocato sistemi di approvvigionamento e produzione insufficientemente robusti: vogliamo davvero caricare lo smartphone di così tante funzionalità senza prevedere sistematicamente delle alternative? O dobbiamo aspettare un tempesta solare o qualche altro incidente che disturbi il funzionamento di Internet per capire per l’ennesima volta che la robustezza è importante almeno quanto l’efficienza? 

Concentrando lo sguardo sullo smartphone in quanto oggetto fisico, un minimo di comprensione del suo funzionamento interno evidenzia quanto sia un’oggetto estremamente opaco e, nella sua opacità, acutamente infedele. Tranne pochi esperti o appassionati, infatti, miliardi di persone usano lo smartphone senza essere minimamente consapevoli non solo dei dati, alcuni davvero sensibili, che vengono raccolti su di loro, ma anche e soprattutto delle possibili conseguenze dell’uso di quei dati.  Lo smartphone monitora dove siamo, se stiamo camminando, correndo o salendo le scale, quanto è luminoso l’ambiente in cui ci troviamo, quali app stiamo usando e che cosa facciamo dentro a ciascuna app, se stiamo tenendo il telefono in verticale o in orizzontale, che cosa diciamo quando parliamo, quale musica stiamo ascoltando, se siamo vicini a un determinato negozio od ospedale, se stiamo telefonando, e così via. Alcuni di questi dati possono rimanere riservati se il sistema operativo lo consente e se l’utente, consapevole di avere questa facoltà, la esercita per negare l’accesso. Ma in generale lo smartphone è una macchina che produce prodigiose quantità di dati in merito agli utenti e agli ambienti in cui si trovano, senza che gli utenti ne siano consapevoli e, come dicevamo, senza che possano umanamente capire i possibili usi – anche futuri, anche a distanza di anni – di tali loro dati personali. 

La quarta e ultima questione è: cui prodest? Ovvero, chi beneficia davvero dall’enorme diffusione e centralità dello smartphone? Tutti noi utenti ne beneficiamo, certo, avvalendoci delle sue molte funzionalità, e insieme a noi un numero enorme di imprese, associazioni e pubbliche amministrazioni in tutto il mondo. Ma gli utenti sono in fondo alla catena del valore, non in cima. Gli utenti beneficiano di determinate funzionalità, ma, come abbiamo visto, producono – quasi sempre inconsapevolmente – enormi quantità di dati su loro stessi che fluiscono altrove. Dove? Verrebbe da dire: cherchez les données ! Ovvero, seguiamo i flussi dei dati. Se lo facessimo, scopriremmo che i dati vanno ai padroni dei due soli sistemi operativi per smartphone, ovvero, Apple e Google (che posseggono rispettivamente iOS e Android), e a quel ristretto numero di app su cui gli utenti passano la maggior parte del tempo (tra le quattro e le cinque ore al giorno), ovvero, Facebook, Instagram, Whatsapp, TikTok, Twitter, Tinder, YouTube, e poche altre. Sono, quindi, un ristretto gruppo di imprese, prevalentemente statunitensi (TikTok è l’eccezione che conferma la regola) che stanno in cima alla catena del valore dello smartphone. Con un posto particolare per Apple e Google, le quali non solo raccolgono dati degli utenti, ma hanno la piena sovranità di decidere, grazie ai loro sistemi operativi, che cosa si fa e che cosa non si fa sui «loro» telefoni.  È il sistema operativo, infatti, che determina quali operazioni può eseguire l’utente (e quali no), e anche con quanta facilità o difficoltà, e su quali funzionalità possono fare affidamento (o meno) le applicazioni. Con l’aggiunta che gli utenti devono per forza scegliere tra le app disponibili nei «negozi» di Apple e Google (con qualche piccolo margine di libertà nel caso di Android). 

Per concludere, lo smartphone è una macchina di straordinaria utilità,  ma anche ignorando, per limiti di spazio, tutta una serie di altre conseguenze (psicologiche, fisiche, ambientali, lavorative, ecc.), è una macchina che sta diventando necessaria e già questo è un primo problema che dobbiamo considerare con attenzione. In secondo luogo, sta diventando l’unico modo per fare molte cose, creando così seri rischi di robustezza sistemica. In terzo luogo, è una macchina opaca e infedele nei confronti degli utenti. In quarto e ultimo luogo, è una macchina controllata in larga parte da una manciata di grandi imprese, che ne determinano la configurazione e le direzioni di sviluppo. 

È inevitabile che sia così? In breve: no. Innanzitutto, si potrebbero fare molte cose per evitare che lo smartphone diventi necessario. Poi lo smartphone stesso potrebbe essere molto più trasparente e fedele nei confronti dell’utente, oltre che rispettoso dell’ambiente e dei lavoratori che contribuiscono alla sua produzione. Basterebbe volerlo. Ma, prima di riuscire a volerlo, è indispensabile scuoterci dal torpore e prendere consapevolezza di quanto sia critica la situazione dopo questi anni passati a guardare lo schermo dello smartphone.

 

Articolo apparso, in forma leggermente diversa, su “Robinson” (La Repubblica), 17 settembre 2023.

 

* L’autore Juan Carlos De Martin è professore ordinario presso il dipartimento di informatica del Politecnico di Torino.

 

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lunedì 28 agosto 2023

Ecologisti o iperconnessi? - Anselm Jappe

 

Pubblichiamo questo stimolante contributo di Anselm Jappe, una riflessione su Internet, sulla iper-invasiva tecnologia cellulare e sul loro utilizzo da parte dei movimenti e comunque di coloro che vorrebbero opporsi al sistema. La digitalizzazione del mondo apre nuovi orizzonti e nuove possibilità, come recita anche il mantra neoliberale, oppure al contrario rappresenta solo l’ennesima stretta alle nostre catene, la tracciabilità permanente e il controllo ossessivo sulle nostre azioni e finanche sui nostri pensieri – senza considerare gli innumerevoli danni per l’ambiente? Questioni che non sono di lana caprina, e che meriterebbero un dibattito più approfondito rispetto a quello esistente. La provocazione di Jappe ci aiuta a fare qualche passo in questa direzione.

Ps: originariamente questo articolo è stato scritto in francese (titolo originale: Ecologistes ou hyperconnectés?). Inizialmente proposto al sito Reporterre, che lo ha rifiutato con pretesti formali, uscirà a breve sulla rivista La Decroissance. La versione italiana, che qui presentiamo, è stata leggermente ritoccata d’accordo con l’autore.

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Ecologisti o iperconnessi?

Nei raduni ecologisti piccoli e grandi del mondo intero si può spesso assistere a questo strano rituale: quando si tratta di parlare di questioni organizzative, dove si possono anche trattare temi che richiedono discrezione, si è invitati a lasciare il proprio cellulare su un tavolo, a qualche metro di distanza dalla riunione. Dopodiché, i militanti si avvicinano gli uni agli altri il più possibile per scambiarsi informazioni quasi sottovoce. Si sa che gli smartphone possono funzionare in due direzioni e, all’insaputa dei loro proprietari, trasmettere informazioni verso orecchie indiscrete.

I militanti se ne privano allora per un quarto d’ora – senza dubbio inutilmente, visto che esistono dispositivi Spyware in grado di ascoltare a distanza (senza contare che, con ogni probabilità, ci sono informatori fra gli attivisti – ma questo è un altro argomento di cui si parla raramente nel movimento).

Questo rituale rappresenta un compromesso un po’ imbarazzante: sappiamo perfettamente che si dovrebbe riuscire a non rimanere connessi in modo permanente, ma ci riusciamo solo di tanto in tanto, per un quarto d’ora, e per ragioni di «sicurezza» – che fanno anche un po’ sorridere per via di certi modi da «boy scout». Ma le persone con una sensibilità ecologica dovrebbero, più di tutte le altre, diffidare del mondo digitale, e ridurne il più possibile l’utilizzo.

A rischio di ripetere argomenti che ogni ecologista dovrebbe conoscere a memoria, e diffondere, bisogna rammentare qui qualche «banalità di base»:

L’uso di Internet causa un grande consumo di energia (soprattutto fossile): attualmente, a livello mondiale, incide per il 15%, ma è in forte crescita, e fra pochi anni sarà molto maggiore.1 Il suo contributo al «riscaldamento globale» è ben noto. Le reti saranno pure «immateriali», ma si basano comunque su strutture molto materiali, come i data center, i cavi, i computer, i telefoni. Presentare la «transizione» verso un uso sempre maggiore di questi dispositivi come una soluzione «ecologica» è una illusione o un imbroglio, così come quando si propone – nello stile dei Verdi tedeschi al governo – di ricorrere quanto più possibile allo smart working, arrivando persino a felicitarsi del fatto che la pandemia del Covid abbia fortemente contribuito a far crescere questa modalità di lavoro. Si dimentica, qui, che Internet e i cellulari esistono solo grazie all’estrazione di materie prime, alla loro fabbricazione e ad una gestione dei rifiuti che si svolgono immancabilmente, in condizioni spaventose, nel sud del mondo. Ma le stesse persone che bevono solo caffè, e indossano camicie che provengono dal commercio «ecosolidale», si mostrano in genere poco sensibili di fronte a certi argomenti, forse perché sanno che da quelle parti troveranno ben pochi prodotti «equi e sostenibili» e dovrebbero allora farne a meno del tutto, se fossero coerenti.

Ricordiamo, di passaggio, che le onde elettromagnetiche hanno gravi conseguenze sulla salute, e come oramai non si sia più al riparo da nessuna parte dalle loro radiazioni.

In secondo luogo, la sensibilità ecologica si accompagna, generalmente, ad una certa attenzione verso le libertà pubbliche e private (anche se, in certi ambienti, è forte la tentazione di proporre metodi autoritari per risolvere, almeno parzialmente, la crisi ecologica, che si tratti di smart cities, attraverso un monitoraggio capillare dei comportamenti della popolazione, o di vere e proprie «eco-dittature»). Non dovrebbe essere necessario, allora, ricordare che niente oggigiorno minaccia le libertà di ognuno quanto la possibilità di tracciare parole e movimenti di una persona attraverso un qualche dispositivo «connesso», si tratti del telefono o della carta di credito, del consumo di elettricità (contatore «Linky»)2 o di una serie TV, del biglietto del treno, anche se acquistato ad un distributore automatico, oppure delle compere al supermercato. Stiamo già sperimentando un grado di sorveglianza che oltrepassa sotto molti aspetti quello descritto da Orwell nel suo 1984, dove era ancora possibile spostarci fuori dallo sguardo dello schermo. E considerando che all’interno di questo ambito tutto quello che si può fare viene effettivamente fatto, si può stare sicuri che sistemi di sorveglianza quali quelli già operativi in Cina, incluso il riconoscimento facciale (se ne vedrà delle belle ai prossimi giochi olimpici nel 2024 a Parigi …), saranno ben presto normali anche in Europa. Stiamo subendo, a tutti i livelli, una pressione permanente per farci vivere solo nel mondo digitale – chi non ha il cellulare, praticamente non può vivere. Per il capitale e lo Stato la digitalizzazione totale costituisce chiaramente una priorità assoluta, e niente deve sfuggirle: e ciò costituisce una ragione sufficiente per opporvisi.

Inoltre, ecologia significa difesa della natura a fronte delle aggressioni tecnologiche – dunque, critica dell’artificializzazione sempre crescente dell’esistenza. Impossibile non notare che più diventiamo digitali, meno ci rapportiamo direttamente agli altri esseri umani o alla natura.

Sono tutte cose arci-note. Se le si rammenta ad un qualsiasi militante ecologista, le ammetterà senza problemi. Ma passare alla pratica, è tutto un altro par di maniche. Spesso si sottolinea quanto le ragioni addotte, sia dall’uomo comune quanto dal potere, per dichiarare impossibile qualsiasi cambiamento rapido (uscire dall’automobilismo, abolire i pesticidi, diminuire il consumo di carne, farla finita con la caccia, vietare i nitriti, ridurre drasticamente il traffico aereo etc.) siano false e siano, nel migliore dei casi, determinate dalla pigrizia, se non dal sabotaggio e dalla volontà che niente cambi. Ma gli stessi ecologisti, da cui provengono queste giuste critiche, affermano sbrigativamente come il web faciliti l’organizzazione della vita militante e la diffusione delle informazioni, tanto che è impensabile poterne fare a meno. È un argomento, questo, che irrita i più, i quali preferiscono deviare velocemente la discussione su altri temi. Un solo aspetto riesce a catturare l’attenzione: il timore di venire intercettati. Ma la soluzione tecnologica è pronta all’uso: le applicazioni «ultra-sicure», perché criptate «end-to-end». Ogni militante deve diventarne esperto, e giurare sull’affidabilità di Protonmail, Telegram o Signal. Peccato che Protonmail abbia trasmesso delle informazioni su alcuni attivisti per il clima alla polizia nel 2021 (Numerama, 6/9/21). È poi assolutamente certo che la polizia può obbligare qualsiasi provider a fornire tutti i dati quando la «sicurezza» è in gioco (per esempio, per l’«ecoterrorismo»!).3 Ed è altrettanto sicuro che la polizia può tenere sotto controllo, legalmente o meno, qualsiasi mezzo di comunicazione. È infantile credere che si possa comunicare sulle reti digitali in modo assolutamente sicuro.

Esistono, con ogni probabilità, modi più sicuri per far circolare informazioni che non devono arrivare alle orecchie delle forze dell’ordine. Per esempio, il vecchio servizio postale. Ma tutto questo costa tempo e fatica, e l’attivista, come tutti oggi, come anche l’uomo medio che elogia il treno ma poi finisce per prendere l’auto, prende sempre la via più facile.

Effettivamente, al punto in cui siamo arrivati, sembra sia diventato quasi impossibile fare a meno da un momento all’altro dello smartphone, così come dell’auto o del conto in banca. Ma non sarebbe necessario cominciare almeno a discuterne, e soprattutto inaugurare qualche «buona pratica»? Perché affiggere ovunque, in un «campo sul clima», dei QR code con il programma, invece di stamparlo? Perché distribuire i materiali della campagna «non paghiamo l’energia fossile» (Ultima generazione), ancora con un QR code, simbolo della digitalizzazione totale del mondo e delle sue conseguenze per l’ambiente, soprattutto in termini di consumo di fossili?

Era impossibile raggiungere la manifestazione di Sainte-Soline4 senza lo smartphone. Per arrivarci senza un'auto propria, era necessario iscriversi ad un sito con tanto di password, proprio come su blablacar. Successivamente, per sapere dove andare, si era invitati a iscriversi su Telegram, e via di seguito. Chi non vuole adattarsi a queste regole, rappresenta un fastidio per gli altri, e viene considerato, almeno tacitamente, come reazionario, vecchio, inadatto, un rottame del passato. Proprio come nel resto della società. Diventa impossibile consultare il proprio conto in banca, acquistare un biglietto del treno, andare al museo. O andare ad una manifestazione.

Una proposta pratica: negli incontri e nelle azioni ecologiste, il cibo è sempre vegano, anche se non tutti gli attivisti lo sono. Perché allora non dichiarare questi incontri anche «internet-free», utilizzando i dispositivi tecnici esistenti per bloccare la rete entro un certo perimetro? Già solo restare sconnessi qualche ora, meglio qualche giorno, potrebbe favorire la disintossicazione e la presa di coscienza…

Ci sono comunque poche possibilità che una proposta del genere passi. Di fatto, una delle caratteristiche dell’eco-attivismo è la ricerca dell’unanimità e provare ad evitare conflitti interni («già siamo pochi…»). Rinunciare alla connessione, fosse pure per poco tempo, sembrerebbe troppo duro per molti. Forse si scoprirebbe, allora, che la FOMO (Fear of missing out, «paura di essere esclusi») è ancora più forte dell’«eco-ansia». Dietro la questione dell’utilizzo della rete, si profila una possibile spaccatura nel campo ecologista: fra coloro che pensano che per evitare la catastrofe ecologica sia necessaria una forte riduzione dell’uso delle tecnologie e la ricostituzione di pratiche autonome, e coloro i quali credono, anche senza dirlo apertamente, che sia inevitabile fare ricorso alle tecnologie esistenti, e persino a quelle che devono ancora essere sviluppate, dallo smart working alla geo-ingegneria, dagli algoritmi per la gestione dei rifiuti e del traffico alla carne sintetica, dall’auto elettrica all’isolamento termico con polistirene, dall’eolico ai biocarburanti…


(traduzione dal francese di Massimo Maggini)


Note:

1. “Se Internet fosse un Paese, sarebbe il terzo consumatore di elettricità al mondo, con 1.500 TWH all’anno, dopo Cina e Stati Uniti. In totale, il settore digitale consuma dal 10 al 15% dell’elettricità mondiale, l’equivalente di 100 reattori nucleari. E questo consumo raddoppia ogni 4 anni! Secondo il ricercatore Gerhard Fettweis, entro il 2030 l’elettricità consumata dal web sarà pari al consumo globale del 2008. Nel prossimo futuro, Internet diventerà la più grande fonte di inquinamento del mondo. […] In termini di emissioni di CO2, Internet inquina 1,5 volte di più del trasporto aereo. La metà dei gas serra prodotti da Internet proviene dall’utente, l’altra metà è suddivisa tra la rete e i centri dati” (https://www.fournisseur-energie.com/internet-plus-gros-pollueur-de-planete/, 26. 7. 2023, sito non ecologista, ma che dà “consigli ai consumatori”).

2. Si tratta di un contatore di nuova generazione, cosiddetto «intelligente» perché sembra permetta una gestione più efficiente del consumo di elettricità. È stato sin da subito oggetto di controversia, soprattutto per gli elevati campi elettromagnetici che produce e per il mancato rispetto della famosa «privacy». Introdotto inizialmente in Francia, adesso sta diventando di uso comune anche in Italia.

3. Un esempio di quanto i dati sensibili di ognuno, specie se «antagonista» al sistema, siano ben poco protetti, è sicuramente il celebre episodio che coinvolse, nel 2004, il provider Aruba e il sito antagonista inventati.org., che portò all’arresto di alcuni anarchici – tanto per cambiare. Aruba, su richiesta della polizia postale, dette le chiavi per accedere alle caselle postali dei collettivi, mettendola in grado di monitorare quotidianamente i loro scambi di mail. Per chi volesse approfondire, può essere utile visitare questa pagina proprio del sito in questione, o la pagina di Wikinews che riassume i fatti.

4. Nei pressi di Sainte-Soline, piccolo villaggio francese che si trova nel dipartimento delle Deux-Sèvres nella regione della Nuova Aquitania, è prevista la costruzione di maga-bacini che dovrebbero contenere enormi quantità di acqua da utilizzare per le coltivazioni intensive. Questo progetto, devastante da un punto di vista ambientale e legato all’agro-business, ha suscitato grandi proteste, e diverse manifestazioni, la più famosa delle quali si è svolta il 25 di marzo del 2023. In quel caso, la violenta risposta delle forze dell’ordine causò più di 200 feriti fra i manifestanti, alcuni dei quali gravi, e molti arresti. Per saperne di più, cf https://www.globalproject.info/it/mondi/francia-sainte-soline-e-la-violenza-di-stato-una-nuova-strategia-repressiva-allorizzonte/24414

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