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lunedì 18 luglio 2022

Il tramonto dell’Occidente


articoli e video di Jan Oberg, Piergiorgio Odifreddi, Manlio Dinucci, Enrico Vigna, Enrico Peyretti, Lucio Caracciolo, Fabrizio Verde, Maurizio Crozza, Maksim Karev, Marco d’Eramo, Antonino Drago, John Pilger, Jake Lynch, Marco Aime, Stefano Orsi, Vincenzo Costa, Davide Rossi, Per Un’Altra Città, Fabio Mini, Rafael Poch, Vittorio Rangeloni, Bansky, Alessandro Ghebreigziabiher, Marinella Correggia, Ulf Sparrbåge, Andrea Zhok




L’Europa sull’orlo del disastro… Germania e Francia devono difendere la pace in Ucraina – 12 novembre 2021

 

E’ terribile la noncuranza dell’Europa su una questione fondamentale per la propria sicurezza. La situazione in Ucraina sta diventando sempre più esplosiva, eppure l’Unione Europea non sta facendo nulla per scongiurare il pericolo. Di fatto, possiamo dire che il blocco sta aumentando il pericolo di uno scontro e di una guerra.

Le tensioni geopolitiche nel continente sono intensificate da una crisi al confine tra Bielorussia e Polonia, crisi che l’Unione Europea ha esacerbato [in inglese] per ciniche ragioni politiche. Tali tensioni si aggiungono all’instabilità in Ucraina e nella regione del Mar Nero.

Venerdì i ministri degli Esteri e della Difesa russi incontreranno a Parigi le loro controparti francesi, per dei colloqui formato “2 più 2” sotto l’egida del Consiglio per la Cooperazione Russo-Francese. In cima all’agenda ci saranno le sfide alla sicurezza regionale derivanti dal conflitto ucraino.

In vista dell’incontro, il Ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha strigliato [in inglese] Francia e Germania perché “indeboliscono” le prospettive di pace in Ucraina.

Russia, Francia e Germania sono i garanti degli Accordi di Minsk del 2015, che stabiliscono un piano d’azione per la soluzione pacifica della guerra civile in Ucraina. Quella guerra è scoppiata nel 2014, lo stesso anno in cui gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno appoggiato il colpo di Stato a Kiev. L’allora neo-insediato regime iniziò la guerra nella regione del Donbass, nel sud est dell’Ucraina, perché la popolazione di etnia russa non riconosceva il nuovo governo.

In base agli Accordi di Minsk, il regime di Kiev è obbligato ad osservare il cessate il fuoco e ad accettare l’autonomia politica delle province del Donbass, Donetsk e Lugansk. Gli accordi non sono stati attuati, nonostante l’elezione a Presidente di Vladimir Zelensky nel 2019 e la sua promessa di dare priorità alla ricerca di una pacifica soluzione politica. Le promesse elettorali dell’ex comico televisivo si sono rivelate uno scherzo crudele.

Non solo è stato ignorato l’obbligo degli Accordi di Minsk, ma il regime di Zelensky ha anche fatto di tutto per sminuire gli accordi stessi. Sotto il suo comando, le forze armate ucraine hanno continuato a violare i presunti obblighi al cessate il fuoco sulla linea di contatto con la regione del Donbass. Secondo gli osservatori dell’OSCE, l’esercito del regime di Kiev ha violato ogni giorno il presunto cessate il fuoco, con migliaia di episodi nelle ultime settimane. Inoltre, secondo quanto riferito [in inglese], l’esercito di Kiev ha reintrodotto le armi di grosso calibro nelle vicinanze della linea di contatto, in eclatante rifiuto dei termini del cessate il fuoco.

La cruda verità è che Francia e Germania hanno chiuso un occhio su queste molteplici e sistematiche violazioni degli Accordi di Minsk da parte del regime di Kiev. Inoltre, la noncuranza e la rinuncia agli obblighi in quanto garanti dell’accordo di pace sono servite ad incoraggiare il regime di Kiev ad alimentare l’ambizione di trovare una soluzione militare alla guerra civile, in corso da otto anni. In breve, le potenze europee stanno alimentando un conflitto più grande nel loro stesso continente.

Parliamoci chiaro, la prospettiva di una guerra più ampia è spaventosa. Il regime di Kiev viene pesantemente fornito di armi pesanti dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti e i loro alleati NATO stanno mobilitando forze militari nel Mar Nero, con navi da guerra e aerei da combattimento e da ricognizione. Questa settimana, degli aerei da ricognizione americani e inglesi, del tipo utilizzato per coordinare le operazioni d’attacco, hanno sorvolato i confini russi ad un livello mai visto. Mosca avverte che la sua sicurezza nazionale è sempre più minacciata, e che ogni errore di valutazione è soltanto un modo per defilarsi.

Anche l’assurdità del governo americano è parte dell’offensiva. Questa settimana, il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha diffuso un avviso [in inglese] in cui dichiarava che le forze militari russe si stanno radunando (attenzione, sul loro stesso territorio!) e stanno pianificando di “invadere l’Ucraina”. Blinken ha dichiarato: “Non ci sono chiare le intenzioni di Mosca, ma noi conosciamo la sua strategia”. La confusa contraddizione è una provocazione ridicola, se non fosse sconsiderata.

In una telefonata di questa settimana, il Presidente Vladimir Putin ha detto [in inglese] alla Cancelliera tedesca Angela Merkel che gli Stati Uniti e la NATO stanno alimentando l’instabilità e le pericolose tensioni in Ucraina e nel vicino Mar Nero. E’ lampante che sta aumentando il rischio di una guerra. Dove sono, però, le voci europee che chiedono buon senso e una urgente de-escalation?

La prevalente dinamica incendiaria che deriva dall’eccessivo accumulo di forze americane e NATO alle porte della Russia sta solo incentivando [in inglese] il regime di Kiev ad ignorare ulteriormente il percorso della pace in Ucraina. Esiste un pericolo davvero reale che il conflitto esploda nel paese, e diventi una guerra totale. In quel caso, gli Stati Uniti e la Russia saranno trascinati in questa palude. E, ancora una volta, l’Europa sarà un campo di battaglia con conseguenze disastrose.

Il secolo scorso ha visto scoppiare due guerre mondiali in Europa. Un fattore fondamentale in quelle conflagrazioni è stata la criminale noncuranza dei leader europei nell’evitare la catastrofe.

Oggi, c’è l’allarmante eco di una simile noncuranza tra le autorità tedesche e francesi, con riferimento ai loro obblighi nel sostenere la pace in Ucraina. Loro, invece, stanno accondiscendendo al regime reazionario di Kiev e alle assurde provocazioni degli Stati Uniti.

I leader europei non sono semplicemente dei sonnambuli che camminano verso l’abisso. Hanno gli occhi ben aperti, ma semplicemente sono troppo vigliacchi per vedere e agire. Si vergognino!

*****

Editoriale pubblicato su Strategic Culture il 12 novembre 2021
Traduzione in italiano a cura di Elvia Politi per 
Saker Italia.

da qui

 

Perché la NATO è antiquata, pericolosa e merita di essere abolita -Jan Oberg

 

Valutiamo la reazione NATO all’azione militare russa in Ucraina, sconsiderata e in violazione del diritto internazionale. Da un punto di vista analitico del conflitto è ragionevole dire che la Russia è responsabile della guerra ma che la NATO con la sua espansione noncurante, contro tutte le promesse fatte alla Russia e una serie di ammonimenti d’esperti è responsabile del conflitto soggiacente.

Si può tranquillamente concludere che la reazione occidentale/NATO è andata aldilà del principio di proporzionalità, della razionalità e di un’immagine realistica del mondo e del proprio ruolo in esso.

I leader NATO esprimono odio illimitato per qualunque cosa di russo; sono state imposte sanzioni economiche storicamente dure e illimitate nel tempo – usando il metodo illegale del castigo collettivo; s’immettono in Ucraina armi per 60-100 miliardi di dollari per sconfiggere lì la Russia. La NATO ci ha aggiunto 350 miliardi di dollari in spese militari dal cambiamento di regime istigato dagli USA a Kiev nel 2014 e da allora ha preparato l’Ucraina per un ruolo nella NATO. L’obiettivo del 2% [del PIL in spese militari richiesto da Trump nel 2018 ai membri NATO – ndt] è ormai una base acquisita, non un punto tendenziale. Le forze di reazione avanzata aumenteranno da 40mila a 300mila; le truppe USA in Europa passeranno a 100mila. Le riserve russe in Occidente  – circa 300 miliardi di dollari – sono congelate e saranno probabilmente appropriate per la ricostruzione dell’Ucraina. La Russia è ad ogni scopo pratico cancellata dall’Europa.

Secondo l’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, i morti in Siria sono 310mila ma meno di 5mila in Ucraina. La Guerra al Terrore USA è costata un milione di vite e ha costretto 35-50 milioni di persone a diventare profughi o internamente sfollati.

 

Pare che abbiamo a che fare con un’istituzione militarista antiquata dimostratasi incapace di creare pace – avendoci provato dal 1949 – e che viola quotidianamente il suo stesso Trattato costitutivo..

I membri TFF e io stiamo lavorando a un resoconto più ampio – ”Il Catalogo per l’Abolizione NATO” – con articoli, video e argomentazioni sul perché sia tempo di abolirla e creare qualcosa del tutto nuovo. Sosteniamo inoltre che la NATO odierna post-Ucraina è la singola istituzione più pericolosa sulla Terra.

I decisori e media mainstream occidentali sembrano considerare proprio ruolo semplicemente vendere la NATO. Di rado, se mai, trattano la NATO come tale, i suoi lati forti e deboli. Sarebbe naturale un esame di un’istituzione 73enne, come ci sono da decenni dibattiti su come riformare l’ONU. Ma è difficile trovare una critica alla NATO in quanto tale. Coerentemente, la NATO viene chiamata alleanza “difensiva”. Ci si deve davvero chiedere come si sia instaurato l’uso sistematico di tale aggettivo presso tutti i media mainstream, visto che non esiste alcuna valida definizione di difensività che possa in alcun modo comprendere la NATO.  Analogamente, si dà per scontato che la NATO abbia contribuito alla pace. Ma che tipo di pace? Quali altri fattori ci hanno contribuito – ed è per giunta sensato usare la parola ’pace’ per l’odierno spazio euro-atlantico?

La NATO semplicemente esiste. È una Salvatrice. Come Dio esiste nella vita dei credenti che possono quindi aspettarsi la salvezza. I suoi valori fondamentalmente militaristi per i contribuenti (che la finanziano) sono convincenti del suo ruolo benevolo e innocente come Creatrice di stabilità, sicurezza e pace – per ripetere il mantra gratuito del proprio Segretario Generale a virtualmente ogni conferenza stampa.

Mentre ci possono essere – e ci sono stati – dibattiti filosofici intelligenti su come sia un mondo senza Dio, non c’è ancora stata un’ampia discussione su come possa essere un mondo senza NATO.  Ossia, per metterla in altro modo, la NATO è diventata una specie di Dio per coloro che ci credono e c’è un sacerdozio accademico, mediatico e politico che la propaga a tal punto che non esiste quasi un’analisi razionale, significativa di quel che ha di buono e di mica tanto tale. Il membro TFF David R. Loy ha un approccio più filosofico – buddhista – al militarismo e scrive in “Perché amiamo la guerra”:

“Se il nostro mondo moderno, secolarizzato è afflitto da un senso di carenza non riconosciuto e perciò frainteso, non sorprende che anche la guerra continui ad essere così attraente, perfino assuefacente. La guerra può darci il senso che bramiamo, perché fornisce un modo rassicurante di capire quel che non va nella nostra vita. La guerra offre un modo semplice di legare assieme le nostre carenze individuali e proiettarle al di fuori, sul nemico. Cattivo perché vuol farci male. Dato che stiamo solo difendendoci, possiamo sentirci a nostro agio a proposito di quel che gli facciamo. Il karma che ne risulta non è difficile da capire: la causa di ciascuna guerra è la di solito la guerra precedente, almeno in parte.   Se la guerra è una risposta collettiva al nostro problema collettivo con le carenze, non ci possiamo aspettare che la guerra cessi finché troviamo modi migliori di trattare quel problema spirituale basilare.”

L’irriflessiva credenza contemporanea dell’Occidente nella violenza come soluzione – o il militarismo come nuova religione secolare che promette la salvezza – e il bisogno psico-politico della nostra cultura di costante immaginazione di un nemico sovente per pura proiezione dei propri lati bui – deve pur provenire da qualche parte: forse la carenza di senso e il bisogno di assieparsi attorno a qualche valore e qualche politica. Pensiamo solo all’ “Ucraina”, diventata il singolo avvenimento che ha radunato, almeno per un po’, l’Occidente, altrimenti piuttosto in declino e frammentato.

Ciò è di particolare rilevanza anche perché la NATO è un’alleanza basata sulle armi nucleari, un’alleanza in grado di spazzar via ripetutamente l’umanità – cioè far danno ben fuori dal proprio circolo di stati membri. E inoltre un’alleanza che si riserva il diritto di usare per prima le armi nucleari addirittura contro un attacco convenzionale.  Ed è un’alleanza guidata dagli Stati Uniti con tanto d’impero globale, con le spese militari maggiori della storia umana – circa il 40% delle spese militari mondiali – che insiste nell’essere la potenza globale incontestata con oltre 600 basi militari in oltre 130 paesi e forze speciali in ancor di più.

In altre parole, pur essendoci una tendenza a considerare la NATO come un’alleanza a predominanza euro-atlantica essendo tutti i suoi membri eccetto uno europei, è di fatto una istituzione militare di proiezione globale di potere a causa della portate globale e delle ambizioni imperiali dei suoi leader. Vediamo bene come l’articolo 5 sia di fatto valso per l’Ucraina, benché non membro NATO. E al vertice NATO di Madrid e altrove in ambito NATO, la Cina sia nominata il Nemico # 1 in futuro.

Per surreale o bizzarra che possa sembrare, l’idea che la NATO potesse essere contendente in un conflitto con la Russia è anche piuttosto estranea a sé stessa e a gran parte dei suoi patrocinanti. La coreografia mediatica è semplice: per principio, la NATO non ha mai fatto alcunché di sbagliato e non fa che continuare a promuovere “sicurezza, stabilità e pace” mentre la Russia e il suo presidente agiscono da costanti rompiscatole. È quasi come un proprietario di abitazione che non è in conflitto con un ladro – un criminale – ma deve proteggere sé e la famiglia dai piani criminosi del ladro. In confronto all’essere in un conflitto, quest’autocomprensione solleva il presunto innocente da qualunque senso di responsabilità.

Da ciò nasce l’idea simbolica che la NATO sia una specie di assicurazione sulla casa. Sebbene un indennizzo assicurativo venga pagato solo dopo l’evento indesiderato e a distruzione avvenuta. Le assicurazioni comunque non evitano l’incidente, sicché anche questo è pura assurdità, eppure anch’essa mai trattata.

Contrariamente ai concetti e immagini positivi mainstream, pervasivi ma infondati sulla NATO, disseminati a milioni virtualmente su base quotidiana, c’è assolutamente nulla di sacrosanto in quella vecchia istituzione. E in contrasto all’atteggiamento dei pii credenti in quel loro Dio, la NATO può e deve essere criticata. E sostituita. Discutiamo del mondo post-NATO.

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martedì 12 aprile 2022

Ucraina: ma l’Europa vuole la pace?

articoli, video, canzoni e immagini di Antonello Repetto, Mauro Biani, Giorgio Bianchì, Jan Oberg, Enrico Euli, Pedro L. Pedroso Cuesta, Francesco Masala, Silvio Marconi, Peppe Sini, Umberto Galimberti, Branko Marcetic, Gigi Eusebi, Jacques Derrida, Francesco Scatigno, Giacinto Botti, Umberto Franchi, Domenico Modugno, Francisco Goya, Diem... A seguire una nota (tecnica) della "bottega" sui nostri dossier.



L'Europa è:

equilibrio, economia in salute, agevolazioni per le imprese in difficoltà, creazione di lavoro , andare oltre le barriere dello spazio e del tempo, accoglienza

 

L'Europa ama i suoi figli:

(a cura di Francesco Masala)

 

 


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mercoledì 30 settembre 2020

Il discorso smarrito sulla pace e le arti come possibile via d’uscita? - Jan Oberg

Il discorso sulla o per la pace è prevalentemente sparito negli ultimi 20-30 anni. Vale per la ricerca (e le sue possibilità di finanziamento non-governativo), alla politica in generale e ai media.

In politica estera e securitaria, il livello intellettuale è ora tale che non pare neppur strano ai decisori di non procurarsi mai consigli sulla pace o consultare esperti di pace. L’ipotesi fantasiosa è che solo se ci sono sufficienti ‘mezzi di sicurezza’ militari applicati ad abbastanza problemi societari, s’ instaurerà automaticamente la pace.

Non ricordo di aver mai udito un parlamentare o un ministro citare o concettualizzare la pace aldilà del livello del discorso da pranzo di stato – cioè privo di contenuto teorico e fattuale come pure di significato.

I media mainstream hanno nessuno che sappia focalizzarsi sulla pace – figuriamoci che sappia fare giornalismo di pace. I resoconti li domina la guerra militare, politica, psicologica ed economica, come pure gli interventi – di solito nella modalità fake-ed-omissione. Degno di nota è che questo vale anche per chi è fermamente contro questi tipi di politiche: il centro d’attenzione è critico ma di rado costruttivo: che cosa ci si deve e si può fare? Pensate a Chomsky.

Vivendo in Svezia, non ricordo per gli ultimi anni o giù di lì di aver visto una prospettiva di pace applicate al mondo o a uno specifico conflitto da parte di qualunque media mainstream nei paesi nordici. Semplicemente, non ci sono redattori, reporter o giornalisti che siano specializzati in una tale prospettiva. E i “pacifisti” sembrano esclusi da quei media.

Dunque, il discorso sulla pace è svanito, la pace resa invisibile; trattata da grosso benigno Godot a centro stanza, che tutti, sapendolo o meno, fingono che non avverrà mai e sia irrealistico – vale a dire, irrilevante e ben più irrealistico che il perdurante militarismo, nuclearismo, interventismo e la distruzione in corso di quella Natura da cui tutti dipendiamo e con cui dobbiamo avere tutti una società.

Chi fra noi è impegnato in faccende internazionali da circa mezzo secolo viene considerato come superstite di una cultura tramontata – la cultura, il pensiero, la ricerca e l’azione per la pace. Benvenuti al Museo della Pace e ai suoi [reperti]…

In altre parole, nei corridoi dei circoli di potere odierni più o meno kakistocratici (”governanti fra i meno opportuni, capaci o d’esperienza”), la parola ‘pace’ incontra silenzio, viene ridicolizzata, considerata troppo idealistica/irrealistica, fuori tempo e fuori luogo.

Conclusione a tali punti: dovremmo semplicemente continuare nonostante tutto quanto, fare luce in quel buio, perché ‘i tempi cambiano’. Se si lavora per convinzione, passione o talento – come, diciamo, un compositore – non ci si ferma solo perché non si attrae attenzione. Si continua perché appassionati ai propri valori e obiettivi e perché, proprio di questi tempi, si ha da raccontare una storia piacevolmente diversa: che la pace è possibile ma richiede un modo di pensare, una conoscenza diversa e politiche diverse.

Ecco perché dobbiamo cambiare questo fatto: 95% della gente in Occidente dedica 95% delle proprie energie al mondo così com’è – criticando questo o quello, facendo diagnosi e prognosi, predicendo catastrofi, emanando avvertimenti e combattendosi reciprocamente sulla giusta interpretazione o montando cospirazioni e propaganda.  Ma una tale energia negative non ci porterà da nessuna parte:

  • Quando ti ammali, non ti auguri un dottore che faccia solo diagnosi e prognosi ma non ha idee su una cura, non ti pare?
  • L’attenzione focale dovrebbe essere sui migliori futuri possibili – immaginandoli e trovando un percorso per arrivarci – insieme. La cara Elise Boulding ci ha sempre detto giustamente che non ci s’impegna per ciò che non si riesce a immaginare.
  • Ne sappiamo più che abbastanza dei problem d’oggi per occuparci adesso creativamente di quel che potrebbe essere invece di ciò che è … cioè, un po’ di saggezza costruita sulla conoscenza – come E F ”Piccolo è bello” Schumacher si esprimeva: Adesso siamo cisì eruditi che non possiamo fare a meno di saggezza.
  • In breve, energia positive posta nel visualizzare e “visionizzare”…

Il che mi conduce, in quest’articolo come nella mia vita, alla domanda: E dell’arte, che cosa diciamo? Possono le arti diventare uno dei blocchi costruttivi del ponte necessario fra ciò che è e ciò che potrebbe essere? Fra critica e costruttività? Fra qui/ora e visione/strategia? Fra la cecità della valanga d’informazioni e la visualizzazione di un futuro migliore?  Penso di sì, ma con la qualifica “in principio” o “teoricamente”.

L’arte è fondamentalmente un vedere qualcosa di meno o non così prontamente visibile. Riguarda la realizzazione di qualcosa che non esiste ancora ma erompe dall’ immaginazione. Comporta fare cose vecchie in modi nuovi o fare quel che non è mai stato fatto prima.

L’arte si basa su un’urgenza espressiva di natura emotiva/intuitiva di dire qualcosa – anche oltre la realtà empirica – per dare la sveglia ai concittadini globali. E’ la cosa che l’artista fa perché non sa fare di meglio che proprio quella. La vera arte è esistenziale, indifferentemente agli odierni pervertiti “mercato dell’arte” e “industria dell’arte” commerciali (seppur qualcuno che c’è dentro sia davvero un artista genuine, per complicato e contraddittorio possa sembrare).

Se non si sanno udire quelle qualità definenti , che so, nella quinta sinfonia di Beethoven o nella musica-poesia di Dylan, vederle nei dipinti di Helen Frankenthaler, sentirle negli scritti di Tolstoy, o di Elise – e anche di Gandhi – non c’è nulla che possa fare per spiegare che cosa intendo.

Ma ho in mente ancora almeno un problema: perchè tanto delle arti sia focalizzato più, molto di più, sulla violenza, la guerra, il male, la morte, il dramma, le uccisioni, l’aggressione e la sofferenza che sulla riconciliazione il perdono l’armonia, la varietà, lo sviluppo, la cooperazione, la gioia, la convivialità … e la pace? Sui problemi anziché sulle soluzioni? Silla storia / il presente più che sul futuro?

La classica discussione – se gli umani siano fondamentalmente buoni o cattivi – può estendersi a: gli umani fanno attenzione più al bene o al male? Ai problemi o alle soluzioni? Cui è molto più facile rispondere.

Forse adesso pensate che stia esagerando e queste cose non possono semplicemente essere quantificate. Argomento valido, ma credo che dovremmo comunque dialogarne.

Molte delle grandi opere in letteratura, film, musica, e dipinti elaborano temi di violenza e distruzione e traggono ispirazione nel lato buio della natura, nei comportamenti e nelle azioni umane e societarie. Essi pongono la questione sul perché il mondo passato e presente sia male, anziché stimolare la nostra immaginazione per percepire il mondo come potrebbe essere, per parafrasare George Bernhard Shaw.

Ne sono stato rammentato quando andai recentemente al primario festival fotografico di Svezia, se non di Scandinavia, il Landskrona Photo Festival, che visito sempre perché sono anch’io un fotografo d’arte.

Senza dubbio mostra un’alta qualità media, una considerevole varietà, molti tempi altamente topici, tutti gli attributi che definiscono una cura(tela) affinata.

Qual era dunque il mio problema? Beh, che almeno 40 per cento delle opere esposte si focalizzino su guerra, genocidio, massacri, campi di concentramento, sofferenza di particolari gruppi di persone, i dannati della terra. E che molto del resto sia o espressione di temi identitari spoliticizzanti o fotografia sperimentale, costruita, atta al palcoscenico o ibrida, formalistica. E il tutto anche piuttosto smorto! Niente humour, satira, tentativi di dipingere la bellezza, la convivialità, la felicità. O di far pensare lo spettatore alla pace.

Voglio dire, qual è lo scopo di mostrare un’altra serie di immagini (documentarie) di scheletri di vari massacri nelle anguste, buie celle carcerarie di una fortezza? Che si ipotizzi magari, ingenuamente, come per i film e le foto su Hiroshima e gli hibakusha, che mostrandole il pubblico me sarà inorridito e diventerà più critico di guerre e altri tipi di violenza?  Fa parte della più ampia “industria della violenza” in cui troviamo anche i musei delle guerre e dei massacri nonché l’Olocausto?  O è che ci colpisce emotivamente e fa “automaticamente” più strada, un po’ come se un fotografo riprende ritratti di celebrità anziché di non-celebrità, diventa più facilmente famoso?

Perché a questo mondo ci sono tante più immagini di distruzione che di costruzione, di violenza anziché di pace?

L’importantissima gara World Press Photo contest ne è un altro esempio – peggiore. Datene giusto uno sguardo: è zeppo di violenza e sofferenza, e io sono relativamente sicuro che chi gestisce queste gare e festival non è neppure consapevole di tale distorsione o ne abbia almeno trattato. Come se la realtà o l’ immaginazione o l’impulso creativo non potessero venire espressi anche mediante immagini di bellezza e di pace?

Viviamo in un’era influenzata molto più dalle immagini che da testi o suoni e siamo diventati tutti una specie di fotografo. Quel che le centinaia di immagini percepiamo più o meno consciamente durante una giornata mediante le varie sorte di media ci dicono sul mondo è estremamente importante nel plasmare la nostra visione del mondo. Beh, potrete dire, è sempre andata così, che il negativo ci ha dominati e affascinati, nevvero?     Se è così, diventiamo un po’ più creativi di pace e riequilibriamo il tutto!

http://serenoregis.org/2020/09/25/il-discorso-smarrito-sulla-pace-e-le-arti-come-possibile-via-duscita-jan-oberg/

venerdì 5 giugno 2020

Geopolitica da “gangster” e i piani di annessione israeliani - Jan Oberg


Questi tempi sono fra i più strani. Su questo quasi tutti concorderanno.
Sull’intero pianeta vengono fatte a brandelli vite o dalla pandemia Covid-19 o come risultato delle sue devastanti slogature sociali ed economiche. In un tale momento non sorprende che venga in mostra il meglio e il peggio dell’umanità. Eppure sembra peggio anche di questi presagi la persistenza di una geopolitica da/di gangster nelle sue varie manifestazioni.
Le sanzioni USA ancor più intense nel bel mezzo della crisi sanitaria a paesi già quanto mai afflitti come l’Iran e il Venezuela ne è un esempio lampante. Questa ostentazione del primato della geo-politica è enfatizzata dal rigetto di numerosi appelli umanitari d’alto profilo alla sospensione delle sanzioni, almeno per la durata della pandemia. Invece della sospensione e di empatia, troviamo una Washington senza orecchio musicale che spinge ancor più quasi con letizia la sua politica di  “massima pressione”, cogliendo perversamente l’opportunità d’intensificare il livello di sofferenza.  
Un altro racconto tetro è la danza macabra israeliana attorno all’illegalità devastante del giuramento d’annessione [di parti della Cisgiordania occupata], che Benjamin Netanyahu si ripromette già per luglio, avendo l’assenso del suo socio rivale di governo Benny Gantz.
Non è neppure controverso insistere che qualunque annessione di territorio palestinese occupato è una diretta violazione di norme fondamentali del diritto internazionale. Forse per questo, Israele è predisposto ad annettere senza neppure cercare di dare giustificazioni legali per superare la regola ampiamente avallata e rigidamente interpretata che non permette a uno stato sovrano di annettersi territorio straniero acquisito con la forza.   Inoltre questo caso di annessione integra un ripudio estremo del diritto umanitario internazionale come incorporato nella Quarta Convenzione di Ginevra Convention. È una mossa unilaterale d’Israele cambiare lo status della terra in Cisgiordania da quello di occupante>>occupato dal 1967 a quello della sua autorità territoriale sovrana; nonché di sprezzo per l’impegno legale di Oslo II (1995) di trasferire gradualmente la giurisdizione sull’Area C nella mappatura amministrativa post-Oslo della Cisgiordania. E per di più tale contemplate annessione sfida direttamente l’autorità dell’ONU, che considera con un sovrabbondante consenso costante delle Nazioni Unite la presenza d’Israele in Cisgiordania, Gerusalemme-est, e Gaza basata unicamente sulla forza e l’occupazione, rendendone qualunque modifica dipendente dalla previa espressione autorevole di consenso palestinese, difficile da immaginare in ogni circostanza.   Non solo l’annessione è illegale, ma ha anche il potenziale per essere regionalmente disgregante, di agitare i vicini, specialmente la Giordania, eventualmente l’Egitto, e di sfidare il persistente attaccamento europeo da zombie a una soluzione a due stati.
Quel che è passato generalmente inosservato nei vari commenti all’intento d’annessione è che non solo ignora l’auto-determinazione palestinese, ma si ‘scorda’ pure che l’ONU ha una promessa e una responsabilità inadempiute di trovare una giusta soluzione per la Palestina, ereditata dal Regno Unito che aveva amministrato il territorio fra le due guerre mondiali. Quel che perfino ai tempi della Lega [delle Nazioni] era un ‘sacro dovere fiduciario’, nell’era della geopolitica da gangster post-coloniale diventa ‘scostumato disprezzo’. 
Israele insiste che l’annessione riguarda la ‘sicurezza’
Per tutte tali ragioni non sorprende che anche i pesi massimi israeliani, fra cui gli ex-capi del Mossad e del Shin Bet, nonché di alti ufficiali in pensione stiano suonando l’allarme. Alcuni militanti sionisti sono contrari all’annessione a questo punto perché evidenzierà l’illusione che Israele sia una democrazia oltre che uno Stato del popolo Ebraico mentre montano le preoccupazioni che l’assorbimento dei palestinesi cisgiordani finisca col minacciare l’egemonia etnica ebraica. Ovviamente, nessun tale recondito dibattito israeliano/sionista obietta all’annessione in quanto viola il diritto internazionale, rigetta l’autorità ONU o dell’Unione Europea, e ignora gli inalienabili diritti palestinesi; bensì tutte le obiezioni israeliane/sioniste si basano sull’esclusivo riferimento a preoccupazioni per temuti impatti negativi sulla sicurezza d’Israele. In particolare, questi critici interni dell’impianto securitario nazionale d’Israele sono preoccupati di disturbare i vicini arabi e di alienarsi ancor più l’opinione pubblica internazionale, specialmente in Europa, e in certa misura d’indebolire la stessa solidarietà degli ebrei americani ed europei per Israele.
Anche il versante pro-annessione del dibattito politico israeliano menziona considerazioni di sicurezza, specialmente riguardo alla vallata del Giordano e alle colonie, ma molto meno. A differenza dei critici, i più ardenti proponenti dell’annessione sono pretendenti alla terra, che invocano un’investitura biblica ebraica alla Giudea e alla Samaria (note internazionalmente come Cisgiordania). Tale conferimento di diritto è rafforzato riferendosi a profonde tradizioni culturali ebraiche e a secoli di collegamenti storici fra una piccola presenza ebraica continuativa e questa terra trattata come una sacra tutela auto-creata.
Come per i critici israeliani all’annessione, così i sostenitori non sentono alcun bisogno di spiegare, o addirittura di notare, la noncuranza per le rimostranze e i diritti palestinesi. Gli annessionisti non osano esplicitare l’argomentazione che le pretese ebraiche meritino più riconoscimento che quelle nazionali concorrenti dei palestinesi, indubbiamente perché la loro causa è così debole in termini di incontestate idee giuridiche moderne nonché di etica dell’acquisizione giuridica territoriale.
Come lungo tutta la narrazione sionista, le rimostranze e aspirazioni palestinesi, e la stessa esistenza di un popolo palestinese non fa parte dell’immaginario sionista se non in quanto ostacoli politici e impedimenti demografici. Al tempo stesso, per tutto il tempo il sionismo è stato tatticamente opportunista sul disvelamento del proprio intero progetto, agendo pubblicamente invece come se quanto poteva guadagnare in una data serie di circostanze fosse tutto ciò che voleva e si aspettasse di acquisire in futuro.
Quando si consideri l’evoluzione della principale deriva sionista dal suo inizio, l’aspirazione a più lungo termine di marginalizzazione dei palestinesi in un solo stato a dominanza ebraica che comprendesse tutta quanta la “terra promessa” d’Israele non è mai stata abbandonata. In tal senso il piano di partizione ONU – benché accettato come soluzione a suo tempo – è piuttosto concepito come semplice passo verso il recupero di quanto più possibile della terra promessa. Nel corso degli ultimi 100 anni, da una prospettiva sionista, l’utopia è diventata realtà, mentre per i palestinesi la realtà è diventata distopia.
La danza macabra
Come venga trattato il preludio all’annessione da Israele e dagli USA sgomenta quanto la soggiacente cancellazione dei palestinesi, salvo eventualmente come popolazione restia, da tenersi il più frammentata e disunita possibile in modo che la loro resistenza e le loro obiezioni possano essere efficientemente silenziate.
Israele ha già privilegiato il tema dell’annessione nel governo unitario Gantz/Netanyahu con una proposta da sottoporre alla Knesset in qualunque momento dopo il 1° luglio, la cui sola pre-condizione era che confermasse i contorni dell’annessione secondo le allocazioni territoriali comprese nella famigerata proposta unilaterale “Pace verso la Prosperità” Kushner/Trump, che sembra ragionevole trattare da equivalente di un chiaro e tondo timbro d’approvazione del governo USA.  Pur senza lo svelamento del piano di pace Trump, l’approvazione USA all’annessione non è mai stata davvero in dubbio; conseguente anche all’avallo di Trump dell’annessione israeliana del territorio siriano occupato delle Alture del Golan nel marzo 2019.   Come ci si poteva aspettare, l’America di Donald Trump non crea alcun attrito, neppure sussurrando a Netanyahu di offrire almeno giustificazioni ‘legali’ o spiegare sminuendo gli effetti negativi dell’annessione sulle prospettive di pace palestinesi. Anzi, il segretario di stato Mike Pompeo ha dato il via libera all’annessione della Cisgiordania perfino prima che Israele formalizzasse la sua pretesa, dichiarando provocatoriamente che l’annessione è faccenda che spetta decidere in proprio agli israeliani (come se non contassero affatto né i palestinesi né il diritto internazionale). Ha aggiunto che gli USA avrebbero fatto pervenire privatamente la propria opinione al governo d’Israele.
Forse, è una mossa scaltra di Washington in effetti, che lascia a Israele il trattare qualunque contraccolpo regionale o ONU risultante dall’attuazione di questa controversa annessione: se ci fosse una ripulsa di qualunque effetto, sarebbe il governo israeliano a dover assumersi la responsabilità di trattare lo scalpore. In tal senso, forse l’amministrazione Trump sta imparando la lezione, cercando stavolta di evitare o almeno deflettere le reazioni rabbiose volte agli USA all’ ONU e altrove all’annuncio, nel dicembre 2017, dell’intenzione di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme.
Geopolitica da “gangster”
Sullo sfondo nebuloso, l’indifferenza all’iniziativa d’annessione pare progettata per neutralizzare l’ONU e smorzare la critica internazionale d’Israele. Ci si aspetta che l’annessione sia salutata con forte retorica di denuncia da parecchi dirigenti europei ed eventualmente dal candidato presidenziale Democratico Biden, ma non accompagnata da alcuna seria spinta per una campagna internazionale per rovesciare quest’appropriazione di terra palestinese.
In base all’esperienza passata, sembra probabile che dopo pochi giorni di trattazione mediatica le preoccupazioni si acquieteranno e il mondo passerà oltre. Anche gli stessi palestinesi, scoraggiati da anni di sterile attesa, paiono sofferenti, almeno temporaneamente, d’una combinazione di affaticamento da resistenza e vane iniziative di solidarietà.
Tale valutazione si capisce al meglio come un segno in più che i rapporti israelo-USA sono gestiti in accordo con una “geopolitica da gangster”, e senza badare minimamente al diritto internazionale o all’autorità ONU. Una tale etichetta spregiativa è intesa condannare qualunque annessione come questa che spazza via legge e moralità sgombrando a forza uno spazio politico per il furto di territorio. Seppure la geopolitica da gangster può spegnere gli ultimi residui di speranze palestinesi in un compromesso politico e una diplomazia basata su un autentico impegno all’equità e all’uguaglianza, ci sono voci di resistenza in lotta per farsi sentire. Io sottolineo il mio dissenso all’annessione descrivendo tale reazione critica come ‘geopolitica gangsta’ in analogia al ‘gangsta rap’ della cultura pop che reagisce dalle strade del mondo per conto di chi soffre di tattiche poliziesche razziste. Ovviamente si tratta di una metafora, ma illumina un’incredibile modalità di comportamento ufficiale che è difficile credere sia riconosciuta nel discorso pubblico israeliano.  Per prima cosa, c’è la natura provocatoria della pretesa d’annessione israeliana. In secondo luogo, c’è la singola qualifica che Israele deve ottenere un timbro d’approvazione geo-politica dal governo USA prima di procedere all’annessione. Terzo, c’è la mossa del governo USA di rigettare la palla ad Israele dicendo che la decisione di annettere spetta ad Israele, cui peraltro verrà dato il beneficio della sua opinione privata in materia, presumibilmente sulla tattica temporale e di presentazione, senza alcuna considerazione delle questioni di principio.
C’è una melodia spettrale che accompagna questa danza macabra. Israele doma il proprio uni-lateralismo con un gesto di deferenza geopolitica, col che agisce come se l’approvazione USA importi più che un’ostentazione politica di sostegno. Gli USA non discutono la logica israeliana, ma tuttavia non vogliono accettare la responsabilità di una dimostrazione pubblica di approvazione, lasciando Israele libero di agire come desidera, pur trattenendo, almeno per ora, qualunque espressione pubblica di approvazione o meno riguardo all’annessione.
Ciò lascia trascurato lo scomodo iato fra l’accordo del governo israeliano con il suo requisito di ottenimento di approvazione USA e l’obiezione di Pompeo. Che ciò causi qualche problema coll’approssimarsi della data di luglio è inverosimile, specialmente in quanto Israele presenterà l’annessione come applicazione parziale delle proposte di Trump.
Sospetto che il messaggio privato USA sarà di discreta approvazione, che Netanyahu senza dubbio tratterà come adempimento dell’accordo con Gantz.
Quella che si staglia netta qui è l’arroganza della politica d’annessione. Non solo si gettano in disparte le regole e le procedure dell’ordine pubblico mondiale, ma si procede con il discorso interno sul trasferimento dei diritti come se la gente più colpita fosse irrilevante, una specie di “orientalismo interno”. Speriamo che noi che ricorriamo al gangsta rap per porre questi sviluppi nella prospettiva che meritano, sappiamo fare di più quando la mossa dell’annessione sia formalizzata che digrignare i denti per frustrazione osservando svolgersi questo deprecabile spettacolo.
da qui