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sabato 30 luglio 2016

I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani - Silvia Pareschi

se avete letto qualche libro di Jonathan Franzen, Don DeLillo, Cormac McCarthy, Zadie Smith, Jamaica Kincaid, Junot Díaz, allora Silvia Pareschi già la conoscete.
io ho letto per primo questo libro grandissimo (tradotto da Silvia), spero anche voi lo abbiate letto, o lo leggerete, se vi volete bene.
nel "suo" libro Silvia racconta gli Usa visti da lei, fra racconto, vita vissuta, finzione e no, da San Francisco a New Orleans, dal sarto al dentista, cibo, religione e attivismo politico, un tuffo in un mondo del tutto diverso dal nostro.
e per chi sta a casa è comodo e bello viaggiare senza file e fusi orari, sul divano di casa.
solo dopo averlo letto saprete cosa c'entrano i jeans di Bruce Springsteen, buona lettura - franz





I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani è un libro, misto di memoir, reportage e fiction spesso esilarante e mai banale. L’autrice, Silvia Pareschi, narra alcuni aspetti meno noti e forse per questo particolarmente rappresentativi di una nazione vasta come un continente, di infinite coste, di montagne, di città, di genti. Una lettura che ci farà toccare il cuore segreto degli States sorprendendoci a ogni pagina…

…Tenendosi sempre lontana dai cliché dell’italiana all’estero l’autrice racconta – spesso in prima persona – la San Francisco dei techies e dei senzatetto, del Palazzo del Porno e del Ganja Yoga, delle mense di poveri e dei fast food automatizzati; la varietà di culti e religioni praticate nella west coast (le danze estatiche degli Shakers, un ordine di uomini barbuti vestiti da suora…); l’uragano Katrina attraverso gli occhi di una coppia intrappolata a New Orleans; un memorabile viaggio adolescenziale coast to coast in Greyhound; la “terrificante, fantozziana avventura” con un dentista il giorno del Super Bowl; il fortuito ritrovamento di un paio di jeans che, forse, appartennero a Bruce Springsteen.





giovedì 25 giugno 2015

Mio fratello – Jamaica Kincaid

Elaine Cynthia Potter Richardson manca dalla casa materna da molti anni, i rapporti con la madre (la madre-padrona), non sono stati buoni, con anni di silenzi, amarezze e dolori.
Jamaica scopre che Devon, un fratello quasi sconosciuto, ha l'AIDS, e lei è l'unica che può portare medicine fino ad Antigua, dove il sistema sanitario è al collasso, e anche oltre.
Jamaica si rituffa in una storia familiare ormai lontana e racconta questo doloroso incontro. 
non adatto per chi ha voglia di ridere - franz





Mio fratello è il libro pubblicato nel 1997 dalla scrittrice statunitense Jamaica Kincaid e giunto in Italia nel 1999 grazie ad Adelphi, un libro autobiografico e perciò intriso di dolore, malinconia e tanta tristezza.
Quella narrata da Jamaica Kincaid in Mio fratello è la storia drammatica di suo fratello Devon, malato di AIDS, in cui ne racconta gli ultimi giorni di vita, i timidi miglioramenti e l’incedere duro, devastante e crudele della malattia che giorno dopo giorno modifica il suo corpo e lo spegne definitivamente.
Jamaica Kincaid e suo fratello non si vedono da oltre vent’anni, poiché la Kincaid ancora giovanissima dovette fuggire dalla povertà e dalla miseria di Antigua e da una madre crudele e soffocante, che altrimenti rischiava di annientarla, ecco perché i loro rapporti familiari sono cosi freddi e altalenanti.
E la malattia del fratello diventa improvvisamente quel mulinello che riporta a galla ricordi e vecchi rancori, che scava nel passato, apre vecchie ferite e genera sofferenza…
da qui

giovedì 7 maggio 2015

Lucy - Jamaica Kincaid

Lucy è molto arrabbiata, voleva fuggire dall'isola natale, arriva  New York, in una famiglia che non poteva essere meglio, quattro bambine e una coppia, sembra, perfetta. 
Mariah la tratta benissimo, a volte anche troppo.
Lucy vuole l'indipendenza, odia il suo passato, la madre, la famiglia, cerca la sua strada.
e poi inizia a scrivere, su un quaderno che le ha regalato Mariah.
leggetelo, non è perfetto, ma un libro così arrabbiato e amaro non capita spesso - franz






…Un romanzo forte, privo di qualsiasi consolazione e proprio per questo bello, illuminante, scritto nello stile asciutto e deciso a cui la Kincaid ci ha abituati. Lucy viene da un'isola delle Antille, paradiso per i turisti ma inferno per lei, che la vede come residuo coloniale ostaggio del sole e della siccità. Lucy vuol fuggire: dall'isola-prigione, da una madre possessiva che lei critica per le scelte che ha fatto, da un padre indifferente e infedele che condiziona la sua visione dell'universo maschile…

…Si ribella al sistema britannico che le fa imparare poesie su fiori che non ha mai visto, si rifiuta di canzare le canzoni che celebrano il dominio dell’Inghilterra ma, soprattutto, si avvicina al sesso quasi come a voler fare uno sgarbo a sua madre che, da fervente cristiana, ha dedicato tutti i suoi sforzi a evitare che sua figlia “diventasse una zoccola”.
Vorrei amare qualcuno tanto da morirne
scrive Lucy sul quaderno che le ha regalato Mariah, sua amica ed ex datrice di lavoro. O forse non riesce ad amare nessuno con la stessa forza con cui ama/odia la madre?

…Lucy appare come un lampo individualista, meno mediato dal pensiero e più concentrato sul fluire delle emozioni. Non potrebbe essere altrimenti: Lucy è un’adolescente che reclama il suo diritto a esistere e la sua libertà, persino la libertà di essere il prodotto di una storia tragica o anche solo la libertà di essere spaesata senza che ciò la riduca alla mera occorrenza di un destino collettivo. Quando ostenta indifferenza verso i valori condivisi o manifesta un sentire rovesciato, o sfrutta la relatività dei punti di vista etnici e sociali per sconvolgere le certezze di chi le sta di fronte, la sua non è ancora una polemica contro una concezione della realtà che non condivide: è una questione personale, una lotta per l’affermazione di sé che, al suo acme, troverà una chiave di volta nel ricordo, indistinguibile da un sogno, di una discussione sul suo nome avuta con la madre, figura ormai cresciuta nella mente della ragazza fino a divenire un dio immenso dalla sostanza del quale sembra impossibile uscire: Lucy sta per Lucifero, e se da un lato ciò dà un senso al passato e al presente della ragazza, a ogni sua cattiveria, indifferenza, ritrosia di fronte all’altro, facendone elementi di una rivelazione rovesciata da cui scaturisce un sì alla vita come possibilità del male che preannuncia il motivo –  centrale in Autobiografia di mia madre – della superiorità del valore della conoscenza del male sulla felicità, d’altro canto offre a Lucy la possibilità di sradicare un condizionamento asfissiante, e l’acerbo nichilismo adolescenziale comincia a vacillare. 
Lucy si lascerà indietro la vecchia famiglia di Antigua e la nuova di New York. “Sono sola al mondo. Non è un risultato di poco conto”, considererà amaramente dal cuore del suo esanime mondo di valori trasvalutati – ridotto ormai all’appendere tende dai motivi tropicali alle finestre della sua nuova casa immersa nel gelo – prima di gettare definitivamente la maschera.

lunedì 23 marzo 2015

Un posto piccolo – Jamaica Kincaid

È un’invettiva, un lamento, una memoria,  un atto d’accusa, una fotografia di dolore, e molto altro, tutto in 83 pagine. L’ho letto due volte di seguito, sembra che parli solo di Antigua, parla sempre più di tutti noi, nessuno si senta escluso...

Si può leggere, ad esempio:
“…se in un luogo c’è un ministero della Cultura significa che non c’è cultura. Avete mai sentito dire che sotto l’ombrello di un ministero della Cultura sia spuntato qualcosa di culturale?...”
e
“…la Scuola Alberghiera, un istituto che insegna agli antiguani come essere dei bravi domestici, come essere dei bravi nessuno, perché un domestico non è che questo…”

Inizia così:
Se vai ad Antigua da turista, ecco ciò che vedrai. Se arrivi in aereo, atterri all’aeroporto internazionale V.C. Bird. Vere Cornwall (V.C.) Bird è il primo ministro di Antigua. Magari sei il tipo di turista che si chiede come mai un Primo Ministro ha voluto che un aeroporto portasse il suo nome: perché non una scuola, perché non un ospedale, perché non un grande monumento pubblico? Sei un turista e dunque non hai ancora visto una scuola di Antigua, non hai ancora visto l’ospedale di Antigua, non hai ancora visto un monumento pubblico di Antigua. Mentre l’aereo atterra, magari ti dici, Che bella isola, Antigua – più bella delle altre isole, e dire che erano belle, a modo loro, ma fin troppo verdi, avevano una vegetazione fin troppo rigogliosa, il che per un turista significa che deve piovere molto, e la pioggia è proprio la cosa che tu, in questo momento, non vuoi, perché pensi alle giornate faticose, fredde, lunghe e buie che hai trascorso lavorando sodo nel Nord America (o, peggio ancora, in Europa), per guadagnare il denaro che ti ha permesso di venire in questo posto (Antigua), dove splende sempre il sole e dove il clima sarà deliziosamente caldo e secco per il periodo dai quattro ai dieci giorni che trascorrerai qui; e siccome sei in vacanza, siccome sei un turista, non ti chiedi nemmeno cosa possa significare esser costretti a vivere dal mattino alla sera in un posto che soffre costantemente di siccità, e quindi stare attenti a ogni goccia d’acqua che si usa (pur essendo al tempo stesso circondati da un mare e da un oceano: il Mar dei Caraibi da una parte, e l’Oceano Atlantico dall’altra)…

non perdetevelo, poche pagine, costa poco, vale moltissimo - franz





Per molti Antigua è soltanto un’isola di spiagge bianchissime accarezzate dagli alisei, una per ciascun giorno dell’anno. Jamaica Kincaid, che ci è nata, ce ne mostra una faccia diversa. E, d’improvviso, è come se nello smalto verdeazzurro dei Caraibi si scoprisse una ferita in suppurazione, prodotta da politici predatori, interessati solo a perpetuare lo sfruttamento di chi, tanto tempo fa, colonizzò l’isola. Nulla riesce a contenere l’incalzare degli insulti che, con algida insofferenza, Jamaica Kincaid riversa su tutti, turisti compresi. Nulla riesce a placare il suo furore, neppure la consapevolezza che i discendenti dei colonizzatori siedono ormai «sul mucchio di immondizie della storia». Che il turista sprovveduto sfogli pure le pagine patinate delle solite guide: chi metterà in valigia questo scarno libretto scorgerà un’altra Antigua, che porta ancora i segni terribili di «una malattia europea» ma è finalmente un luogo ben distinto – e non il fondale per un dépliant pubblicitario. Come ha scritto Salman Rushdie,Un posto piccolo è «una lamentazione di grande forza e lucidità che si potrebbe definire torrenziale se il linguaggio non fosse controllato con tanta finezza».

Il libro smentisce tutte le immagini da cartolina che il turista occidentale ha di quei luoghi, mettendo l’accento su quali ferite ha arrecato al paese lo sfruttamento, prima del colonialismo inglese e poi dei politici locali. Un posto piccolo è una vera e propria invettiva che ha il suo punto di forza in una prosa precisa, in uno stile ossessivo e ripetitivo che ci ricorda un altro grande scrittore mai in pace con il suo paese: Thomas Bernhard.