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sabato 3 ottobre 2026

Hamas, fin da subito, voleva liberare gli ostaggi, ma ad Israele non interessava - Lavinia Marchetti

 

Non mi stupisce la notizia, ma che ci si stupisca della “notizia”

 

Il Qatar dice che Israele rifiutò perfino di discutere la liberazione degli ostaggi civili. Haaretz lo aveva già raccontato. E ormai il 7 ottobre possiede una storia molto diversa da quella raccontata per tre anni.

Già nel 2025 Al Thani affermò che: «Hanno agito per sabotare qualsiasi tentativo di trovare possibilità di pace. Il mondo ha bisogno di un messaggio più chiaro di questo? Chi sta chiudendo la porta alla pace?» «Netanyahu stava facendo perdere tempo durante le ultime settimane dei negoziati e non era serio riguardo a nulla» e concluse: “Netanyahu has ‘destroyed any hope’ for Israeli hostages”

Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, primo ministro del Qatar, ha rilasciato una lunga intervista a Piers Morgan un anno dopo queste parole sopracitate, il 29 settembre. Quindi è giusto darla questa notizia. La parte che continuo a capire poco è lo stupore.

«Non c’è alcun dubbio che il 7 ottobre sia stato un massacro e debba essere condannato, e chiunque ne sia responsabile deve essere chiamato a risponderne»

E immediatamente dopo arriva il passaggio sulla risposta israeliana:

«Quando però guardiamo alla risposta al 7 ottobre, vediamo 70.000 persone uccise, un’intera città, una città minuscola, cancellata, ospedali presi di mira, scuole prese di mira. Qualunque siano le giustificazioni e gli argomenti, nulla giustifica tutto questo»

Poi viene la dichiarazione interessante

«Ci rivolgevamo direttamente ai funzionari israeliani dicendo loro che avevamo ottenuto un accordo per il rilascio di tutti gli ostaggi civili. Dateci soltanto una finestra di cessate il fuoco per far uscire tutti, e loro hanno rifiutato persino di prendere in considerazione l’idea»

E la frase immediatamente successiva:

«Questo mostra quale sia il loro vero interesse: salvare la propria gente oppure semplicemente andare lì?»

Le riporta anche in inglese per mantenere meglio il senso originale.

“We were coming very directly to the Israeli officials and telling them that we got an agreement on releasing all the civilian hostages. Just give a window of a ceasefire to get everyone out, and they even rejected to entertain the idea.”

“That’s showing what their interest is, is it saving their people or just going there?”

Quel “even rejected to entertain the idea” è più forte di un semplice «rifiutarono la proposta», si avvicina di più a un: «rifiutarono persino di prenderla in considerazione», «rifiutarono persino di discuterne».

«Avevamo ottenuto un accordo per il rilascio di tutti gli ostaggi civili. Chiedevamo soltanto una finestra di cessate il fuoco per far uscire tutti, e loro rifiutarono persino di discuterne».

Ho riportato questa notizia soprattutto per lo stupore che ha generato. Eppure tre settimane fa Haaretz aveva già raccontato quasi la stessa storia, sulla base dell’inchiesta di Shlomi Eldar e Ruth Yuval, autori di Hostages: 843 Days of Abandonment. La sera del 7 ottobre Al Thani avrebbe telefonato al direttore del Mossad David Barnea comunicandogli che Hamas era disposto a rilasciare i civili e che il Qatar era pronto a mediare. La risposta attribuita a Barnea suona più o meno così: «Se vogliono liberare i civili, li liberino. Noi siamo indisponibili a parlare con Hamas». I collaboratori di Barnea sostengono che Hamas avesse posto condizioni considerate inaccettabili. Doha contesta questa versione. Resta comunque il fatto politico di un canale aperto già quella sera e di una proposta di rilascio trasmessa ai vertici israeliani.

E allora torno all’8 ottobre 2023. Proprio all’8 ottobre. Ventiquattr’ore dopo il massacro, sul Times of Israel, Tal Schneider pubblicava un articolo dal titolo difficilmente equivocabile: For years, Netanyahu propped up Hamas. Now it’s blown up in our faces. Schneider spiegava che i governi Netanyahu avevano perseguito per anni la separazione politica fra Gaza e Cisgiordania, indebolendo l’Autorità Palestinese e consentendo ad Hamas di ricevere denaro dall’estero. Dal 2018 milioni di dollari qatarioti entrarono nella Striscia attraverso i valichi israeliani con il permesso di Israele. Lo scopo dichiarato era comprare calma. L’effetto politico era mantenere Hamas abbastanza forte da impedire una rappresentanza palestinese unitaria e rendere più remota la nascita di uno Stato palestinese.

Il governo Netanyahu autorizzava il passaggio del denaro. Funzionari israeliani accompagnavano tutto il meccanismo. La stampa israeliana ne discuteva apertamente. Netanyahu ha contestato la celebre frase attribuitagli nel 2019 sul rafforzamento di Hamas come mezzo per impedire lo Stato palestinese; la politica concreta descritta dal Times of Israel resta documentata. The Irish Times

Tra l’altro queste cose, io stessa, le avevo già messe nero su bianco nel mio libro, Schegge da un genocidio, pubblicato nel dicembre 2025. Il primo capitolo porta un titolo che oggi pare quasi una didascalia delle notizie di settembre 2026: «7 ottobre 2023: Il giorno del massacro e le ombre di una complicità interna». Partivo dalle ore in cui la catena di comando israeliana sembrò dissolversi, dalle osservatrici che avevano segnalato movimenti sospetti e da una domanda elementare: come aveva potuto la barriera più sorvegliata del Medio Oriente smettere di funzionare proprio quella mattina? Più avanti ricostruivo quella che chiamavo «Hamas come nemico utile». La separazione fra Gaza e Cisgiordania aveva un rendimento politico preciso per Netanyahu. I trasferimenti qatarioti, autorizzati da Israele, si inserivano in quella scelta e consentivano di mantenere Hamas al governo della Striscia lasciando l’Autorità Palestinese sempre più irrilevante.

Adesso arrivano gli avvertimenti precedenti al massacro. Il 26 settembre 2023 Abbas Kamel, allora capo dell’intelligence egiziana, volò personalmente in Israele per una visita durata appena 67 minuti. The Atlantic, dopo avere parlato con fonti di diversi Paesi, ha ricostruito che Kamel segnalò una mobilitazione di Hamas per un attacco di grandi proporzioni. Mancavano solo data e modalità operative. Il messaggio era abbastanza serio da far salire il capo dei servizi egiziani su un aereo undici giorni prima del 7 ottobre. Il governo Netanyahu sostiene che il premier non ricevette quell’avvertimento. The Atlantic

L’inchiesta di Eldar e Yuval aggiunge l’avvertimento degli Emirati Arabi Uniti. Secondo il loro lavoro, Mohammed bin Zayed avrebbe telefonato personalmente a Netanyahu circa dieci giorni prima del massacro per avvisarlo che Yahya Sinwar preparava un’operazione importante. Netanyahu respinge l’intera ricostruzione. La smentita va tenuta agli atti. Il Washington Post ha però riferito che quelle rivelazioni, insieme a quelle egiziane, sono ormai al centro del dibattito israeliano sulle responsabilità politiche del 7 ottobre. Washington Post

In pratica tutti sapevano del 7 ottobre e nessuno fece nulla.

Nel mio libro avevo già riportato l’allarme proveniente dall’Egitto e la sua sottovalutazione. Era il 2025. Scrivevo di fonti egiziane che sostenevano di avere avvertito Israele dell’avvicinarsi di una grande esplosione della situazione. Due anni dopo, The Atlantic ha aggiunto il volo di Kamel, l’orario e la durata della visita.

Poi arriviamo agli ostaggi e alla direttiva Hannibal. Anche su questo avevo già scritto. L’inchiesta di Haaretz del luglio 2024 ha documentato che alle 11:22 del 7 ottobre venne trasmesso alla Divisione Gaza l’ordine «Not a single vehicle can return to Gaza». A quell’ora l’esercito sapeva che alcuni mezzi diretti verso la Striscia potevano trasportare israeliani rapiti. La logica era quella della vecchia direttiva Hannibal, impedire il trasferimento dei sequestrati anche esponendoli al fuoco israeliano.

In quelle ore l’esercito israeliano impartiva ordini capaci di mettere a rischio i propri cittadini rapiti pur di impedire che raggiungessero Gaza. Poche ore dopo, secondo il Qatar e l’inchiesta di Haaretz, esisteva un canale per discutere il rilascio dei civili e la dirigenza israeliana scelse di respingerlo. Una fonte militare israeliana citata dall’inchiesta ha detto che la liberazione degli ostaggi restò fuori dall’elenco degli obiettivi di guerra formulati dal governo nella notte del 7 ottobre. In effetti gli ostaggi sono serviti per la retorica del genocidio all’incirca per un anno e mezzo. Ovvio che a Israele facessero più comodo come ostaggi.

Io mi chiedo se c’era davvero qualcuno che credesse, già l’8 ottobre, che la priorità fosse riportare a casa gli ostaggi?

da qui

venerdì 2 ottobre 2026

Paragonare i leader israeliani a Gengis Khan è un insulto ai mongoli - Reuven Amitai

(da Haaretz, 29 settembre 2026)

Gengis Khan fece le sue conquiste in modo brutale, ma strategico. I leader israeliani conducono una guerra senza fine, senza avere obiettivi chiari né i mezzi per raggiungerli. I mongoli, almeno, alla fine fecero pace con i propri nemici.

In un articolo che fa riflettere, pubblicato alla vigilia di Sukkot, l’analista militare di Haaretz Amos Harel ha citato ampiamente alcune osservazioni taglienti e preoccupanti del generale di brigata (in pensione) Assaf Orion, ricercatore presso l’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale dell’Università di Tel Aviv. Intervenendo all’università, Orion ha affermato:

«Abbiamo adottato una sorta di logica in stile Gengis Khan: [elimineremo] qualsiasi comunità a Gaza e in Libano vicina al nostro confine, in modo che i terroristi non possano nascondersi dietro i propri civili. Questo sta diventando la norma. L’obiettivo di questa guerra è stato fissato come una vittoria assoluta, simile a un orizzonte irraggiungibile. Il risultato è una guerra senza fine, politicamente vantaggiosa per il governo perché limita le proteste e le critiche con la scusa [del vecchio modo di dire israeliano]: ‘Silenzio, stiamo sparando’.”

Ora che il famoso conquistatore e fondatore del più grande impero terrestre contiguo della storia è stato evocato nel contesto israeliano, vale la pena esaminare più da vicino le sue imprese e quelle dei suoi discendenti. Hanno qualche rilevanza per gli avvenimenti attuali nel nostro angolo dell’Asia sud-occidentale?

Nessuno studioso serio dell’Impero mongolo del XIII e XIV secolo, o di Gengis Khan (sì, si scrive proprio così), minimizzerebbe la portata del massacro e della distruzione che spesso accompagnavano le conquiste mongole e l’espansione imperiale. Dietro una devastazione di tale portata c’era, in parte, un calcolo razionale: terrorizzare i nemici, accentuare la loro disperazione e renderli più disposti ad arrendersi.

Durante le sue campagne dal 1219 al 1221 in Asia centrale e nelle zone nord-orientali del «Medio Oriente» – nell’odierno Uzbekistan, Turkmenistan, Afghanistan settentrionale e Iran nord-orientale – Gengis Khan probabilmente intendeva creare una vasta «zona cuscinetto». Scarsamente popolata e privata di potere politico e militare, la regione non sarebbe stata in grado di interferire con le operazioni mongole su altri fronti. Sotto questo aspetto, forse, le zone di sicurezza di Israele in Libano, in Siria e, naturalmente, a Gaza presentano una certa somiglianza con quelle dei mongoli, sebbene non in termini di dimensioni.

Ma questa è solo una parte della storia. Gengis Khan e i suoi immediati successori, fino alla seconda metà del XIII secolo, diedero prova di una visione strategica eccezionale e in genere riuscirono a metterla in pratica. Erano profondamente consapevoli delle sfide logistiche che i loro eserciti, organizzati in unità di arcieri a cavallo, dovevano affrontare. Soprattutto, dovevano garantire pascoli e acqua per le centinaia di migliaia di cavalli che portavano nelle loro campagne.

Qui emerge chiaramente la differenza fondamentale tra i governanti della Mongolia e quelli di Israele. I mongoli eccellevano nel pensiero sistematico, razionale e a lungo termine. Il modo di pensare di Israele negli ultimi anni, al contrario, è stato privo di obiettivi chiari, plasmato da considerazioni estranee e avvolto in dichiarazioni altisonanti senza alcuna seria attenzione alla logistica. Le ambizioni a lungo termine di Israele non hanno alcuna relazione con le risorse finanziarie, umane e di altro tipo a sua disposizione. In termini strategici, quindi, trovo offensivo paragonare Israele sotto la sua attuale leadership all’Impero mongolo di Gengis Khan. I mongoli meritano più credito.

Torniamo a quella «zona cuscinetto» mongola, questa volta nel contesto dell’aspra guerra combattuta dal 1260 al 1320 tra i mongoli presenti in Iran e nei dintorni — il cui stato era noto come Ilcanato — e il Sultanato mamelucco d’Egitto e della Siria (che ovviamente includeva la Terra d’Israele). Il territorio lungo l’Eufrate e quello che oggi è il confine ufficiale tra Siria e Turchia costituiva una frontiera segnata da incursioni da entrambe le parti, spionaggio, agenti segreti che si muovevano in entrambe le direzioni, terrore e violenza. Ogni pochi anni, i mongoli lanciavano anche grandi campagne in Siria. Con una sola eccezione, i mamelucchi li sconfissero sempre e li respinsero.

Sulla riva orientale dell’Eufrate, da loro controllata, i mongoli crearono una «zona cuscinetto» dove città e paesi giacevano quasi interamente in rovina e rimanevano pochi abitanti. Le condizioni sul versante mamelucco erano molto migliori. Almeno in alcune città e paesi, la vita normale continuava, con persino un certo grado di prosperità. I mamelucchi, in altre parole, adottarono un approccio strategico diverso, che non si basava sul seminare distruzione e si rivelò efficace nel tempo.

Per varie ragioni, dopo circa 60 anni, la leadership mongola in Iran e nei territori circostanti alla fine «gettò la spugna» e cercò la pace con i Mamelucchi. Nel 1323 firmarono addirittura un vero e proprio trattato di pace. Israele, prendi nota: la distruzione nella zona cuscinetto non sembra aver rafforzato militarmente lo stato mongolo. Ha invece causato un declino sociale ed economico in una vasta regione, con conseguenze che si protrassero a lungo nel tempo.

È affascinante vedere come due acerrimi nemici alla fine si siano riconciliati nonostante tutta l’ostilità e i rancori accumulati nel corso di una lotta feroce durata diverse generazioni e che aveva assunto persino i contorni di una guerra santa da entrambe le parti. A mio avviso, ciò offre un barlume di speranza per la nostra situazione qui nel Levante. Immagino che molti mongoli oggi sappiano ben poco dei processi di pace tra i loro antenati e i Mamelucchi. Immagino che proverebbero soddisfazione nel venire a conoscenza di questo precedente storico di riconciliazione. Di certo non lo troverebbero offensivo.

Il Prof. Reuven Amitai studia la storia dei mongoli in Medio Oriente e dei loro rivali mamelucchi.

 

Traduzione a cura di AssopacePalestina

da qui

giovedì 1 ottobre 2026

LA DESTRA HA RAGIONE: NON ESISTE IL TERRORISMO EBRAICO. ESISTE SOLTANTO IL TERRORISMO ISRAELIANO - Gideon Levy

 

Il terrorismo a Qusra, a Tell, è israeliano. Definire questo terrorismo “ebraico” è servito a cancellare o attenuare la responsabilità diretta di Israele.

 

(Tr. It. Lavinia Marchetti)

 

Un’israeliana come voi o come me viene intervistata dal giornalista britannico Piers Morgan nel programma che porta il suo nome e, per diversi lunghi minuti, si rifiuta di rispondere a una domanda semplice: la vita di un palestinese vale quanto quella di un israeliano?

Morgan pone la domanda quattro volte e per quattro volte la leader dei coloni Daniella Weiss si rifiuta di rispondere. Arriva perfino a spostare la risposta sul terreno dell’uguaglianza sessuale: qualunque cosa pur di evitare una risposta.

Alla fine borbotta qualcosa su Dio, che ha creato tutti, nel tentativo di liberarsi del fastidioso intervistatore. Lui le ricorda le parole di un altro colono, Yehuda Shimon, dell’avamposto di Havat Gilad, che pochi giorni prima aveva dichiarato alla BBC che la vita di un solo ebreo equivale a quella di 10 milioni di palestinesi.

Milioni di persone in tutto il mondo ascoltano queste dichiarazioni; che cosa pensano? Che questo è Israele. Gli israeliani ascoltano queste dichiarazioni; che cosa pensano? Che Israele non è questo.

Che cosa ha a che fare Weiss con noi? Lei non ci rappresenta. Neppure il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich ci rappresentano. Le deliranti dichiarazioni del ministro della Difesa Israel Katz? Nulla a che vedere con noi.

Anche i “giovani delle colline” non ci rappresentano. I pogrom nei Territori? Quelli non siamo noi. Il kahanismo? Nulla a che vedere con noi. Persino metà degli israeliani afferma che il primo ministro Benjamin Netanyahu non li rappresenta.

Israele è diventato un paese strano, unico: tutto il male che avviene qui sembra non rappresentarci. Un autentico prodigio. Gli estremisti non siamo noi. La bruttezza: non è nostra. La supremazia ebraica: nessun legame con noi. Nulla di problematico ci appartiene. Persino il governo non ci rappresenta. Allora chi ci rappresenta? Dove sono i milioni di israeliani per i quali nulla di ciò che Israele fa ha qualcosa a che vedere con loro?

È tempo di riconoscere che Israele è esattamente ciò che vedono gli spettatori in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Ai loro occhi, Weiss è Israele e Israele è Weiss. Dopo la morte di decine di migliaia di abitanti di Gaza, fra cui migliaia di bambini, e dopo le ripugnanti manifestazioni quotidiane di supremazia ebraica in Cisgiordania, è ormai impossibile dire al mondo: “quelli non siamo noi” e “non in nostro nome”. Il mondo, semplicemente, non ci crede più. (La domanda interessante è quanti israeliani credano ancora a queste distinzioni immaginarie.)

Il primo a dirlo, forse involontariamente, è stato, fra tutte le persone possibili, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele Mike Huckabee. Dal profondo della sua visione delirante di un Israele esteso dal Nilo all’Eufrate, ha pronunciato per la prima volta le parole “terrorismo ebraico”.

Dopo anni durante i quali abbiamo affermato che il terrorismo ebraico non esiste, che l’espressione stessa è un ossimoro, arriva il battista dell’Arkansas e chiama le cose con il loro nome: terrorismo israeliano. La destra, che per anni ha sostenuto l’inesistenza del terrorismo ebraico, ha ragione. Il terrorismo ebraico non esiste. Esiste — eccome se esiste — il terrorismo israeliano.

Definire questo terrorismo “ebraico” serviva a cancellare o attenuare la responsabilità diretta di Israele. Naturalmente, questo faceva comodo allo Stato. Serviva anche agli israeliani, che potevano continuare a raccontarsi dell’esistenza di un gruppo di estremisti incapace di rappresentare lo Stato e, ancor meno, loro stessi.

Poi è arrivato Huckabee, ha smontato la menzogna e ha attribuito la responsabilità collettivamente a Israele. Ha ragione. Il terrorismo a Qusra, a Tell, è israeliano. Lo Stato di Israele, anziché Weiss o Shimon, ne porta la responsabilità. Viene compiuto per suo conto e lo rappresenta; dovremmo svegliarci e riconoscere che, agli occhi del mondo, rappresenta anche noi. Tutti gli israeliani.

Il mondo non crede più alle nostre distinzioni fra l’Israele vero (e bello) e l’Israele (brutto) che appare su ogni schermo del pianeta, e ha ragione. Dovremmo accettare che, da una prospettiva storica, siamo tutti Weiss, Ben-Gvir e Smotrich.

da qui

mercoledì 30 settembre 2026

E quindi saremmo tutti antisemiti tranne i fascisti? -

Alla fine, pare che gli unici capaci di rifarsi una reputazione sull’antisemitismo siano i fascisti diventando proprio quelli che lo definiscono assieme alla “Sinistra per… Israele”. Buffo, no?

Nel 2024 Fanpage ha filmato saluti romani e «Sieg Heil» tra i militanti di Gioventù Nazionale. Oggi Fratelli d’Italia sostiene il DDL contro l’antisemitismo. Vediamo cos’è finito nel calderone antisemita. Il rapporto CDEC per il 2025 registra diciotto aggressioni fisiche contro ebrei e israeliani. Ci sono minacce rivolte a persone ebree e svastiche incise sulle porte delle case. Sono fatti gravi, e la loro gravissimi e la legge infatti li ha condannati. Quello che trovo interessante è il resto dell’archivio. Con quale criterio una violenza contro una persona finisce nella stessa raccolta di una protesta contro Carrefour? Lo vorrei chiedere anche a quelli di Sinistra per Israele, a Segre (madre e figlio), ai vari giornali di cui evito di fare il nome.

Ad esempio nell’archivio degli episodi di antisemitismo del CDEC sono già finiti:

·         Un’azione di boicottaggio dentro un Carrefour di Torino.

·         L’appello di un sindaco siciliano a boicottare i prodotti israeliani.

·         La rinuncia dell’Università di Torino a uno specifico bando di ricerca con atenei israeliani.

·         La decisione dell’Università di Palermo di sospendere i nuovi accordi con quegli atenei.

E se passa il DDL antisemitismo che è ancora alla Camera? Quali sono gli scenari possibili?

Gli ultimi due episodi risalgono al 2024; i primi due al 2025. La questione è già tutta in questa vicinanza: l’aggressione a una persona ebrea e la scelta di rinunciare a un bando di ricerca sono registrate come episodi della stessa specie. Il testo approvato dal Senato, ora alla Camera, recepisce la definizione IHRA con i suoi indicatori e prevede il monitoraggio degli episodi di antisemitismo attraverso la banca dati delle forze di polizia. Una proposta distinta, anch’essa all’esame della Camera, contempla persino il divieto preventivo di riunioni pubbliche quando il questore ravvisi un grave rischio di atti antisemiti. Occorre distinguere i due testi. Occorre soprattutto capire che cosa può succedere quando una definizione controversa incontra i poteri dello Stato.

E se passa il DDL antisemitismo che è ancora alla Camera? Quali sono gli scenari possibili?

·         Organizzi una manifestazione contro il genocidio a Gaza. Chiedi la fine delle forniture militari italiane a Israele e presenti il preavviso alla questura. Se entrasse nel testo finale anche la disposizione proposta nella C. 2383, il questore potrebbe tentare di vietare il corteo qualificando come antisemita il rischio legato agli slogan annunciati. Dovresti impugnare il provvedimento mentre la data della manifestazione si avvicina. In pratica la piazza, per essere a norma di legge, o rischia di saltare o di essere decisa in questura.

·         Vai comunque in piazza con un cartello: «Fermate il genocidio». La polizia può identificarti e documentare ciò che accade nel corteo; se ritiene che siano stati commessi reati previsti dalle leggi vigenti, trasmette gli atti alla procura. L’eventuale qualificazione del corteo come antisemita può entrare nella relazione di servizio e nei successivi accertamenti.

·         Resti seduta durante un presidio. Nel Regno Unito, dopo la proscrizione di Palestine Action, il governo ha contato 2.779 arresti nel solo 2025 per sospetto sostegno all’organizzazione; alla data della rilevazione, 412 persone erano state incriminate. In una giornata di agosto, la polizia londinese ne arrestò 522 per aver mostrato un cartello. Lì opera una specifica legge antiterrorismo britannica, un po’ diversa dal DDL. Ma il precedente mostra quanto possa diventare materiale l’intervento dello Stato su un’espressione politica, ad esempio con mani legate, manganellate, violenza anche nei confronti dei manifestanti pacifici, identificazione, cauzione, procedimento.

·         Scrivi su un cartello che sostieni le persone detenute di Palestine Action e ti opponi al genocidio. Greta Thunberg lo ha fatto a Londra il 23 dicembre 2025: la polizia l’ha arrestata in base alla sezione 13 del Terrorism Act e l’ha rilasciata su cauzione. Il cartello è stato trattato come sostegno a un’organizzazione proscritta. Chi oggi dice «antisemita» davanti a una protesta dovrebbe misurare la distanza fra un’accusa lanciata in televisione e una norma applicata dalla polizia a una persona seduta sul marciapiede.

·         Partecipi a una manifestazione per ricordare la Nakba. A Berlino la polizia ha già vietato cortei del genere richiamando il rischio di espressioni antisemite. Human Rights Watch ha documentato fermi e uso della forza contro persone scese comunque in strada. In Germania le autorità hanno anche tentato di espellere quattro studenti stranieri accusati, fra l’altro, di diffondere odio antisemita durante una protesta universitaria, un tribunale, per fortuna, ha sospeso il provvedimento.

·         Prendi parte a un presidio contro Netanyahu che occupa la carreggiata. Il 24 settembre 2026 la polizia di New York ha arrestato Susan Sarandon durante una protesta organizzata da Jewish Voice for Peace; tra le persone fermate figuravano anche attivisti ebrei. L’arresto riguardava lo svolgimento della protesta in strada. Lo Stato, anche da noi, può interrompere una mobilitazione per Gaza e portarne via i partecipanti mentre una parte della discussione pubblica insiste a chiamarli antisemiti.

·         Scrivi un post con il tuo nome, definisci genocidio quanto avviene a Gaza e chiedi un embargo militare. Se il post viene segnalato come antisemita, le autorità possono esaminarlo nell’ambito dei poteri già esistenti; l’eventuale indagine penale richiede una specifica ipotesi di reato. Il DDL prevede inoltre il monitoraggio degli episodi e una strategia contro l’odio antisemita online. La domanda è chi stabilirà che il tuo testo appartiene a quella categoria e come potrai contestare una classificazione errata. Negli Stati Uniti Rümeysa Öztürk, cittadina turca, è stata fermata da agenti federali dopo aver firmato un articolo universitario che chiedeva di riconoscere il genocidio palestinese e di disinvestire da Israele. Human Rights Watch ha ricostruito il caso come un attacco alla libertà d’espressione.

·         Condividi la convocazione di un corteo e scrivi «Ci sarò». Se gli organizzatori vengono indagati per fatti avvenuti durante la manifestazione, la polizia può acquisire i post pubblici per ricostruire adesioni e responsabilità individuali. Chiameranno antisemita chiunque abbia condiviso quella convocazione. Che significa? Spostare l’attenzione dalla condotta accertabile all’appartenenza presunta a una piazza. Per chi ha scritto due parole su Facebook, ad esempio, la differenza può cominciare da una convocazione in questura.

·         Distribuisci volantini per il boicottaggio dentro un supermercato. La direzione chiama la polizia, gli agenti identificano i partecipanti e verificano se vi siano contestazioni relative all’azione svolta nel negozio. Nel frattempo l’iniziativa può essere registrata come antisemita: per l’azione al Carrefour di Torino questo passaggio nell’archivio del CDEC è già avvenuto. C’è un volantino da leggere, magari del BDS, l’arrivo degli agenti può significare l’entrata in un registro dal nome: antisemiti.

·         Da sindaca inviti i cittadini a boicottare prodotti israeliani. Una segnalazione definisce antisemita il messaggio pubblicato sulla pagina del Comune. Gli uffici possono essere chiamati a fornire gli atti, il contenuto della comunicazione può diventare oggetto di verifiche amministrative e la decisione politica resta esposta a contestazioni formali.

·         Sei un insegnante. Insegni la Nakba in una scuola pubblica. Un esposto qualifica la tua lezione come antisemita, il dirigente può chiederti una relazione, acquisisce i materiali e può avviare gli accertamenti di sua competenza. Il Ministero, attraverso le linee formative previste dalla strategia nazionale, può incidere sui criteri con cui quella lezione sarà valutata e potrebbe esserci una sospensione per mancato contraddittorio il che può portare all’accusa di antisemitismo. Specularmente, nel Giorno della Memoria una studentessa chiede di studiare anche la storia palestinese: se la sua domanda viene trattata come antisemita, la scuola avrebbe il dovere di ricostruire che cosa sia stato detto e poi eventualmente prendere provvedimenti.

·         Sei docente universitario e voti contro la partecipazione a un bando di ricerca con atenei israeliani. La tua delibera viene qualificata come antisemita, come è già accaduto nella controversia pubblica seguita al voto dell’Università di Torino. Il Ministero può chiedere chiarimenti all’ateneo, a loro volta gli organi universitari possono riesaminare procedure e responsabilità.

·         Chiedi al tuo ateneo di pubblicare gli accordi con imprese produttrici di armamenti e occupi uno spazio universitario. Se l’iniziativa viene ritenuta antisemita, il rettorato può aprire procedimenti disciplinari per le condotte contestate e rivolgersi alla procura quando ritenga sussistenti reati. Gli studenti potranno difendersi, intanto l’autorità accademica avrà già deciso come descrivere la loro protesta.

·         Lavori al porto e chiedi di fermare una spedizione di materiale bellico destinato a Israele. Un presidio qualificato come antisemita può essere circondato dalla polizia; un blocco degli accessi può dar luogo a identificazioni e a contestazioni fondate sulle norme già vigenti. Il sindacato avrà poi davanti gli atti dello Stato, con fatti e persone determinate, oppure una definizione politica estesa a tutti i lavoratori. La differenza è decisiva anche per stabilire chi abbia fatto cosa.

·         Pubblichi un’inchiesta sulle licenze italiane per la vendita di armi a Israele. Qualcuno la segnala alle autorità come antisemita. Se arriva un esposto, la procura può valutarlo e archiviarlo oppure svolgere accertamenti qualora individui una possibile fattispecie di reato. Per una giornalista, anche il tempo impiegato a rispondere a un procedimento è una conseguenza concreta. L’esame dovrebbe riguardare le frasi pubblicate e i documenti citati, cominciando dalle licenze.

·         Dirigi una biblioteca comunale e concedi una sala a un incontro sul BDS. Arriva una richiesta formale di annullare l’«iniziativa antisemita»; il Comune può revocare la sala. Un museo civico che esponga fotografie delle demolizioni di case palestinesi può ricevere la stessa richiesta.

·         Programmi un documentario palestinese in un festival finanziato dal Comune, oppure una satira teatrale del governo Netanyahu in uno spazio pubblico. Se l’opera viene qualificata come antisemita, l’ente può ritirare il patrocinio o la disponibilità della sede. Il film perderebbe la proiezione, lo spettacolo perdebbe il palco.

·         Proponi in consiglio comunale di sospendere un gemellaggio istituzionale con una città israeliana. Oppure chiedi di verificare se gli acquisti pubblici comprendano merci prodotte negli insediamenti. Se la mozione viene trattata come antisemita, l’amministrazione può fermarne l’istruttoria, chiedere pareri e addirittura rinviare il voto.

·         Sei iscritta a un fondo pensione e chiedi di conoscere gli investimenti in un’impresa fornitrice dell’esercito israeliano. La richiesta di disinvestimento viene classificata come antisemita, il consiglio di amministrazione può respingerla, dopo averla esaminata secondo le proprie regole.

da qui 


Da italiani e da ebrei diciamo no al ddl antisemitismo


Da italiani e da ebrei, da nemici di tutte le forme di razzismo, esprimiamo la nostra contrarietà al disegno di legge 1004 in discussione alla camera dei deputat

Da italiani e da ebrei, da nemici di tutte le forme di razzismo, esprimiamo la nostra contrarietà al disegno di legge 1004 in discussione alla camera dei deputati che contrabbanda per lotta all’antisemitismo la delegittimazione e criminalizzazione di ogni posizione pubblica più o meno radicalmente antisraeliana.

Siamo contrari a questo disegno di legge perché il testo adotta la definizione di antisemitismo della International Holocaust Remembrance Alliance, che soprattutto negli esempi che l’accompagnano confonde il rifiuto di ogni espressione di odio antiebraico con giudizi certamente opinabili ma che non costituiscono necessariamente antisemitismo.

Siamo contrari perché la lotta all’antisemitismo, tra le forme più antiche e odiose di razzismo, è una questione troppo seria per essere affidata a forze politiche che ne fanno il pretesto per legittimare le politiche e i crimini di Israele. Ciò è tanto più grave poiché alcune di quelle stesse forze che dichiarano amicizia verso gli ebrei, fanno del razzismo una scelta politica, arrivando perfino a mettere in discussione il diritto costituzionale allo studio di bambine e bambini.

Siamo contrari perché questo disegno di legge non solo non aiuta ma rischia di complicare la lotta all’odio antiebraico. Mescolando impropriamente l’antisemitismo con qualunque posizione di contrapposizione alle politiche criminali di Israele, lo separa, lo isola dalle altre forme di razzismo, rendendo più fragili le basi etiche per contrastarlo.

L’antisemitismo sta rialzando la testa, persino a sinistra, innegabilmente favorito dall’agire di uno Stato che si qualifica come “ebraico” e alimentato dagli stereotipi di sempre, cui se ne aggiungono di nuovi, primo fra tutti l’identificazione tra governo israeliano ed ebrei. L’antisemitismo è una forma di sopraffazione «dell’uomo sull’uomo»: per combatterlo non servono nuove norme che confondono la critica a Israele con l’odio antiebraico. Invece è necessario rafforzare la lotta contro ogni forma di razzismo, senza eccezioni e senza strumentalizzazioni: questo è stato fino a oggi e questo resterà il nostro impegno.

Lea-Laboratorio ebraico antirazzista
Mai Indifferenti-Voci ebraiche per la pace

Tikkun-Diaspora ebraica decoloniale
Nora Aghion, Deborah Arbib
Guido Bassano, David Calef
Giorgio Canarutto
Paola Canarutto
Raya Cohen
Renata Colorni
Andrea Damascelli
Lucio Damascelli
Roberto Della Seta
Deborah Di Cave
Micol di Nepi
Anna Foa
Saby Fresko
Bice Fubini
Nicoletta Gandus
Shmuel Gertel
Siegmund Ginzberg
Lisa Ginzburg
Bella Gubbay
Sveva Haertter
Joan Haim
Francesca Incardona
Helena Janeczek
Amy Kabat

Irene Kajon
Yael Laibel,
Gad Lerner
Daniel Levi
Giorgina Levi
Stefano Levi Della Torre
Bruno Montesano
Giacomo Ortona
Olga Dalia Padoa
Martina Piperno
Valentina Pisanty
Matteo Pucciarelli
Annalisa Ravenna
Annalisa Salerno
Renata Sarfati
Stefano Sarfati
Gadi Schoenheit
Eva Schwarzwald
Susanna Sinigaglia
Alessandro Soria
Widad Tamimi
Jardena Tedeschi
Claudio Treves
Adriana Valabrega
Maya Vetri
Marco Vigevani

 

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