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sabato 23 febbraio 2019

Lettera Aperta sui nuovi esami di Stato - Roars



Gli estensori di questa Lettera Aperta, insegnanti e  rappresentanti di un foltissimo numero di docenti e cittadini – riuniti in associazioni, sigle sindacali, movimenti, gruppi di studio –  firmatari di un “Appello per la scuola pubblica” (dicembre 2017) esprimono la loro posizione nei confronti dell’attuale riforma dell’esame di Stato firmata dal Ministro Bussetti, ancora una volta in perfetta continuità con i suoi predecessori.
All’articolo 22 del Contratto per il Governo del cambiamento, esplicitamente dedicato alla scuola, leggiamo testualmente: “In questi anni le riforme che hanno coinvolto il mondo della scuola si sono mostrate insufficienti e spesso inadeguate, come la c.d. “Buona Scuola”, ed è per questo che intendiamo superarle con urgenza per consentire un necessario cambio di rotta”.
Un impegno formale dunque, chiarissimo, sottoscritto attraverso un contratto tra alleati di governo, volto a modificare immediatamente i contenuti della legge 107/2015, la “Buona scuola”.
I decreti attuativi della riforma degli esami di Stato emanati dal Ministro dell’Istruzione del governo Lega-M5S non vanno in questa direzione, anzi contraddicono radicalmente l’impegno preso con tutti gli italiani e sancito dal Contratto. 
L’esame di Stato, così come configurato dalle norme applicative di diretta responsabilità di questo Ministro e di questo Governo, si pone in perfetta continuità con l’idea della scuola-azienda, anticulturale e anticostituzionale, ratificata dall’ultima riforma del centrosinistra e sostenuta dal centrodestra. Una riforma ormai giunta al quarto anno di attuazione nelle scuole italiane, avversata in tutti i suoi aspetti dalla grandissima maggioranza dei docenti e degli studenti italiani; apprezzata al massimo solo dai dirigenti scolastici, ai quali ha garantito ulteriori, discrezionali spazi di potere e oggi, con il nuovo scandaloso contratto, di guadagno economico: oltre 800 euro lordi di incremento salariale mensile.
Un cambiamento sarebbe stato possibile, nonostante i vincoli ereditati dalla 107 di Matteo Renzi e dal Dlgs 62/2017 della Ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli. In quello stesso decreto legislativo, infatti, il comma 4 dell’articolo 12 dà assoluto margine di manovra al Ministro in carica:
“Con ordinanza del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca sono disposte annualmente le modalità organizzative ed operative per lo svolgimento degli esami di Stato e degli esami preliminari”.
Nessun cambiamento, invece, ma assoluta continuità ideologica, in questo esame conclusivo di un percorso scolastico ormai sempre più destrutturato e deculturalizzato. D’altronde, scrivono i tecnici del MIUR, “il concetto stesso di maturità (saper pensare) nel corso del tempo è stato superato dal concetto di competenza (saper fare). E ciò in ordine alle trasformazioni in atto anche nelle scuole dell’Unione Europea”. Un assunto ideologico che non condividiamo.
Quali caratteristiche, quindi, avrà il nuovo esame di Stato? Sarà:
·         un esame in cui sono cancellate le discipline: e non ci tragga in inganno la bidisciplinarità di facciata della seconda prova scritta, in realtà solo una giustapposizione di materie diverse. Inoltre, nel decreto che norma il colloquio orale, l’avvertenza ai docenti di “evitare una rigida distinzione tra le discipline” è chiarissima. Ed è proprio per raggiungere questo obiettivo che è stata eliminata la terza prova. È la vittoria del mito efficientista delle competenze, di un’idea di scuola ancillare ad un lavoro inteso non come dignità dell’individuo, ma acritica esecutività. La finalità è semplificare e impoverire il possesso dei saperi piegandoli all’apprendimento certificato di prestazioni strumentali;
·         un esame in cui viene cancellata la possibilità per gli studenti di svolgere un tema libero a partire da una traccia di storia, di attualità o legata alla propria specifica tipologia di scuola ed in cui la scrittura viene vincolata nello stretto perimetro di un’argomentazione preconfezionata, dove ciò che conta non è cosa si dice, ma come lo si dice e se lo si dice nel rispetto di un format imposto;
·         un esame che obbliga gli studenti a un colloquio orale nullificato, in cui prima la busta, il quiz, la sorte, poi lo ‘spunto’ estratto dal candidato daranno il via ad un parlare senza contenuti, senza riferimenti culturali. L’esame del problem solving, che premia la destrezza estemporanea dello studente capace di passare da uno spunto ad un altro (sarebbe questa l’interdisciplinarità?) e affida invece l’onere, l’invenzione del problem setting alla commissione, che dovrà dedicare un’apposita sessione alla preparazione dei quesiti: un lavoro tanto complesso e meticoloso quanto inutile, affidato alle scarne prescrizioni di un decreto e ai documenti del 15 maggio;
·         un esame che concretizza i frutti di una visione asfittica ed avariata della valutazione. Da una parte, come se non bastassero i test INVALSI, nuove griglie nazionali di correzione delle prove e sorteggio, ennesimi feticci di oggettività, imbrigliano e codificano relazioni, contesti e storie. Dall’altra, alle commissioni l’onere di valutare il Far West delle attività di alternanza scuola-lavoro, oggetto di discussione orale, in cui la disparità delle esperienze ricadrà su una iniqua valutazione finale;
·         un esame, infine, che riduce ad orpello retorico – considerato il tempo scuola a disposizione, tagliato e mai recuperato dalla riforma Gelmini – persino i percorsi di “Cittadinanza e Costituzione”, previsti obbligatoriamente in una decina di minuti del colloquio. Ennesimo coniglio dal cilindro, inserito senza aver consentito alle scuole un’adeguata preparazione su una materia che avrebbe meritato ben altro trattamento.
In tanta approssimazione – una normativa a singhiozzo, pubblicata pochi mesi prima della prova, in totale assenza di consultazione – due sono le considerazioni che emergono prioritariamente.
La prima: l’operazione è evidentemente tesa a imporre una sterzata radicale e autoritaria alle programmazioni e alla didattica dei docenti, partendo direttamente dalle conclusioni del percorso. Si impongono agli insegnanti cambiamenti che pregiudicano l’esercizio della libertà di insegnamento attraverso una rivisitazione degli obiettivi finali, obbligando ad adeguarsi ad essi ex lege.
La seconda: la banalizzazione dell’esame, la sua meccanicizzazione, l’allontanamento dalla centralità delle conoscenze e del loro rigore scientifico, l’acquisizione dell’alternanza scuola lavoro nella valutazione sommativa, la retorica delle competenze, costruita sull’inganno epistemologico della cultura della modernità.
            Tutto questo, con uno spettro all’orizzonte.
La rottura del principio dell’unitarietà del sistema scolastico nazionale è incompatibile con l’equipollenza dei titoli di studio su tutto il territorio italiano. E, abolendone il valore legale, i seccanti lacciuoli costituzionali potranno essere superati per lanciare  definitivamente le scuole sul mercato della competizione e della concorrenza, consentendo la concretizzazione definitiva di un sistema scolastico a marce differenti, non solo tra regioni, ma anche a livello locale, dove gli ultimi non avranno più alcuna speranza che la Repubblica, attraverso la scuola, organo costituzionale, rimuova gli ostacoli di ordine economico e sociale per consentire il pieno sviluppo della  persona.
            Perché la scuola non sarà più quella della Repubblica e della Costituzione.
Governo dopo governo, negli ultimi venti anni tutti hanno interpretato con grande impegno la propria parte per depotenziare la funzione che i Costituenti le avevano riservato.
Noi che scriviamo questo documento non siamo acritici laudatores temporis acti, chiusi in un integralismo immobile e reazionario. A noi importano ancora la centralità dell’educare e dell’educarsi insieme alla vita e alla critica, attraverso la cultura e i saperi, la cura della relazione educativa e didattica, l’importanza costitutiva dell’essere, del diventare e del restare umani: ciò che ci sembra essere eliso o cancellato intenzionalmente da questa idea di scuola svuotata, omologata, spettrale, che non sa e non vuole più formare, che cancella il suo ruolo di istituzione dello Stato e di strumento dell’interesse generale.
Gli estensori del presente documento, rappresentanti di un foltissimo numero di docenti – riuniti in associazioni, sigle sindacali, movimenti, gruppi di studio – e firmatari di un “Appello per la scuola pubblica” che ha raccolto più di 13.000 adesioni, chiedono audizione al Vicepresidente del Consiglio, on. Luigi Di Maio, ai Presidenti delle VII  Commissioni del Senato, on. Mario Pittoni, e della Camera, on. Luigi Gallo.
Anna Angelucci, Marina Boscaino, Lucia R. Capuana, Giovanni Carosotti, Andrea Cerroni, Ivan Cervesato, Carla M. Fabiani, Elena M. Fabrizio, Elena M. Faglia, Rossella Latempa, Fernanda Mazzoli, Vittorio Perego, Renata Puleo, Carlo Salmaso, Gianni Vacchelli.

lunedì 25 gennaio 2016

Il silenzio dei dirigenti davanti alla distruzione della scuola pubblica - Marina Boscaino

Sono anni che la scuola statale subisce attacchi nobilitati dalla formula “razionalizzazione e semplificazione” e dalla retorica dell’innovazione.
Istanze che sono coincise – grosso modo – la prima con una periodica ed implacabile stretta alla borsa, che ha realizzato sulle spalle della scuola uno dei più strabilianti risparmi di bilancio che si siano mai verificati: diritto allo studio e diritto all’apprendimento, gli ultimi dei problemi; l’altra, con l’infiltrazione subdola, di matrice neoliberista, come la prima, di parole d’ordine che hanno plasmato menti, approcci, procedure, ma che non hanno apportato alcun significativo beneficio alle pratiche concrete, né – ancora – agli apprendimenti degli studenti. Bensì, ammantando di un’aura di modernità il funzionamento delle scuole, hanno foraggiato amici degli amici e stornato l’attenzione dall’incoerenza che il restyling presentava rispetto all’intenzionale disinvestimento in settori ben più strategici per la realizzazione della Scuola della Repubblica.
Un perverso progetto culturale che ha allontanato, senza che i più se ne accorgessero, la scuola statale dalla funzione di viatico di uguaglianza e pensiero divergente e laico che la Costituzione le affidò.
Le ondate di resistenza a queste condizioni coerentemente portate avanti da governi di ogni colore politico sono state intermittenti e significative, e hanno visto – a parte la costante pressione di un movimento che, più o meno tenacemente, non smette mai di esprimere le proprie ragioni e di elaborare proposte alternative – le punte di diamante più recenti nell’autunno del 2008 (Gelmini), del 2012 (Profumo), nella primavera del 2015 (l’attacco più infido e pericoloso: Giannini e la Buona Scuola). Non dimenticando le battaglie contro il “Concorsaccio” e l’autonomia scolastica di Berlinguer e, nel 2003, la controriforma Moratti.
Una domanda sorge spontanea: dove erano i dirigenti scolastici? A parte sparutissime avanguardie, che si contano letteralmente sulle punte delle dita di una mano (Simonetta Salacone e Renata Puleo, ad esempio, di cui mi onoro di essere amica), non pervenuti. La loro assente partecipazione alle battaglie per la difesa della scuola della Costituzione, la loro incapacità di esporsi in prima persona – timorosi, conniventi, inerti, esecutori acritici – davanti alla sopraffazione e all’arbitrio con cui la scuola è stata trattata; la loro pervicacia nel lasciarne la difesa nelle mani di docenti e studenti, tanto ostinata da far pensare ad una volontà inesistente; la loro prontezza nel recepire e far propri i più retrivi provvedimenti di esautoramento della democrazia scolastica e di accentramento nelle proprie mani di poteri che la Costituzione ha pensato come cogestiti attraverso il criterio della collegialità; il loro zelo nel partecipare allo smantellamento dell’unitarietà del sistema scolastico nazionale, assumendo prontamente il ruolo di autopromoter nel mercatino dell’orientamento. Insomma, è ormai fatto acclarato: la voce dei dirigenti – tranne che in casi rarissimi – si è fatta sentire esclusivamente in merito a rivendicazioni salariali.
Per il resto, partecipare a battaglie per la difesa della scuola della Repubblica è stato – salvo in casi rarissimi – affare nostro, di docenti e studenti, soprattutto da quando,con il dlgsl 165/01 è stata istituita la dirigenza scolastica: il vecchio preside – figura didatticamente e pedagogicamente significativa – lasciava il posto, per consentirgli i primi vagiti, al manager, il dirigente, le cui responsabilità, già allora declinate in previsione aziendalistica, sono enunciate dall'art. 25 di quel provvedimento.
Da quel momento la scuola ha lentamente ma inesorabilmente assunto una organizzazione aziendalista e dirigista, nonostante le condizioni intrinseche alla democrazia scolastica dettate nei due articoli della Carta che la riguardano, che si configurano soprattutto nel principio della libertà dell'insegnamento.
Come è noto qualche tempo fa ANP, la più potente lobby dei dirigenti scolastici, in grado di suonare la grancassa senza colpo ferire ad ognuna delle brutture individuate nella Buona Scuola, pur di aumentare il “potere” (sic!) nelle mani dei dirigenti scolastici, ha fatto sapere – urbi et orbi – cosa pensa della democrazia scolastica, quale opinione ha dei docenti italiani, come ritiene di attuare le prescrizioni di quella odiosa e pedestre norma, ribadendo – persino in quella che riteneva una “spiegazione” rispetto agli attacchi subiti di conseguenza – di credere e sostenere senza esitazione la logica dell'uomo solo al comando.
Questi trasformisti di ogni stagione, che solo poco tempo fa fingevano di fare la voce grossa con il governo Berlusconi e consentono oggi a Renzi di produrre un danno ben peggiore alla scuola pubblica, non stanno facendo altro che confermare la loro antica vocazione autoritaria, impartendo alle modeste figure di dirigente scolastico che sono riusciti a far reclutare grazie alla propria “capacità contrattuale” indicazioni che addirittura enfatizzano il conflitto che la legge già di per sé ha istituzionalizzato nelle scuole.
Quello che stupisce, piuttosto (ma fino ad un certo punto), è che le organizzazioni sindacali che hanno al proprio interno – a questo punto in maniera evidentemente contraddittoria – sia dirigenti scolastici sia docenti e personale Ata, non siano state nemmeno in grado di balbettare un minimo di stigma agli attacchi ripetuti che i docenti italiani hanno subito verbalmente e stanno subendo concretamente da questa zelante schiera di esecutori della 107.
E – ancora di più – (ma questa notazione è pura retorica) che il ministro dell'Istruzione non abbia ritenuto necessario dover spendere una parola rispetto al trattamento che ANP intende riservare ai “docenti contrastivi” e alla democrazia scolastica.
La stragrande maggioranza dei dirigenti scolastici italiani che operano quotidianamente sul campo ha per altro ritenuto prudente anche in questa occasione tacere sulla questione e conveniente disinteressarsi delle sue possibili implicazioni.
In questo desolante panorama di mancato presidio di spazi di democrazia e di omessa denuncia degli attacchi alla serenità della vita scolastica condotti da chi ha come interesse prioritario l'esercizio del proprio potere e soprattutto del proprio sottopotere, fa per fortuna eccezione la voce di una pattuglia di dissidenti, che ha avuto il coraggio di dissociarsi apertamente da ANP mediante una lettera aperta.
Tale presa di distanza è stata ripetutamente ripresa e citata in rete e soprattutto interpretata da molti come esempio di nobile resistenza culturale e professionale alla deriva imposta dai tempi, mentre a mio giudizio essa non fa altro che confermare – me ne daranno atto gli stessi firmatari della lettera, alcuni dei quali conosco personalmente – il fatto che nel nostro strano Paese ciò che altrove rappresenterebbe una ovvia legittima indignazione contro una evidente, violenta e intollerabile violazione di un principio costituzionale basilare – la libertà di insegnamento, garanzia culturale e didattica dell'interesse generale – si configura invece come atto isolato, e pertanto straordinario, di un manipolo di coraggiosi.
A fronte di questo le firme apposto al documento sono soltanto 24, a sottolineare ancora una volta in maniera inequivocabile quale sia l'autentico spessore umano, politico, democratico di coloro che hanno la responsabilità di dirigere le istituzioni scolastiche della Repubblica.
Del resto, ogni tempo ha i suoi eroi. E ogni eroe ha il suo tempo.
 (18 gennaio 2016)



ecco la lettera di cui si parla nel testomdi Marina Boscaino:

I presidi non vanno alla guerra - Francesco Borciani

 Ai primi di dicembre l’ANP aveva pubblicato sul suo sito una presentazione sul Piano Triennale dell’Offerta Formativa che conteneva alcune considerazioni sul potere di indirizzo conferito al Dirigente.
Diverse affermazioni non ci avevano convinto. Ci erano sembrate l’espressione, un po’ preoccupante, di un modo di intendere i rapporti all’interno della scuola decisamente distante dal nostro.
Vediamo in questi giorni che quelle considerazioni vengono lette come la posizione ufficiale di tutti i Dirigenti scolastici. Ne riportiamo alcune.
Secondo l’interpretazione proposta dall’ANP, il nuovo modello di titolarità dei docenti, oltre alla possibilità di sceglierli in funzione del piano dell’offerta formativa predisposto in ogni scuola e alla maggiore probabilità di fare squadra, presenterebbe per il Dirigente il vantaggio di “non ‘avere le mani legate’ rispetto a docenti contrastivi”.
Ancora, rispetto al ruolo di elaborazione del CdD (dove la legge 107/15 chiarisce “Il piano è elaborato dal collegio dei docenti sulla base degli indirizzi per le attività della scuola e delle scelte di gestione e di amministrazione definiti dal dirigente scolastico. Il piano è approvato dal consiglio d'istituto.”) si suggerisce di affidarsi ad un gruppo di lavoro, con la raccomandazione di acquisire per prudenza qualche parere “mirato” preliminare, senza formalizzare la consultazione, e di portare il testo in collegio docenti, per una discussione “da contenere quanto possibile”, sottolineando che il Collegio “si può esprimere solo con un voto”.
Infine, per quanto riguarda l’approvazione definitiva in Consiglio di istituto, il documento ANP sottolinea che la possibilità che il CdI intervenga a modificare il testo in fase di approvazione è “un evento da evitare con ogni cura”, preparando “accuratamente la delibera, che sostanzialmente dovrà essere una ratifica”.
Vogliamo ribadire che non tutti i Dirigenti scolastici si riconoscono in queste posizioni, che riteniamo lesive della dignità dei docenti, del ruolo del Collegio e del Consiglio di Istituto e che disegnano uno scenario di conflitto permanente all’interno delle scuole, cercato con determinazione.
L’ANP non rappresenta l’insieme dei Dirigenti scolastici, parla esclusivamente a nome dei propri iscritti, in particolare quando si esprime su temi così critici, con letture e interpretazioni assolutamente di parte.
Noi non ci riconosciamo in una visione di scuola in cui gli Organi Collegiali sono assemblee da controllare, evitando che possano avere voce in capitolo, riducendole al ruolo di chi ratifica le decisioni del Dirigente; o in cui gli insegnanti sono elementi “contrastivi” da ridurre all’obbedienza grazie a nuovi poteri di comando.
Non concordiamo con il suggerimento, sempre contenuto nello stesso documento, di non sollecitare proposte, secondo “il principio dei marines: don’t ask, don’t tell…”.
È una posizione che, siamo certi, non condividono neppure molti iscritti all’ANP e che, in definitiva, produce e alimenta proprio lo scontro che si dice di temere.
Al di là delle posizioni culturali, politiche o sindacali, ci riconosciamo in un’idea di scuola come opera collettiva, realizzata da tante istanze, organi, persone, che lavorano insieme attraverso la via del confronto, in una prospettiva pluralista che non ammette scorciatoie, tantomeno autoritarie. Ognuno di noi, secondo la propria sensibilità, le proprie scelte, le condizioni locali in cui opera, declinerà diversamente il proprio ruolo; ma sempre nell’ottica del dialogo, non certo dell’imposizione o peggio della manipolazione.
Se ANP si prepara alla battaglia, convinta che la L. 107/2015 affidi ai Dirigenti il compito di sconfiggere tutte le altre componenti della scuola, ha letto una legge diversa da quella su cui noi, nella quotidianità dei nostri istituti, stiamo lavorando.
Questa visione non ci rappresenta e non crediamo rappresenti un futuro auspicabile per la nostra scuola.
Ferrara, 3/1/2016

domenica 20 dicembre 2015

Elogio del docente “contrastivo” - Marina Boscaino

Mi presento. Sono la tipica docente contrastiva. Una di quelle che – nel fantasioso linguaggio della Anp, Associazione Nazionale Dirigenti ed Alte Professionalità – come si evince da una slide di “formazione” del nuovo dirigente scolastico (quello a cui la legge 107/15 – la Buona Scuola – assegna il ruolo di reclutatore, valutatore ed elargitore del bonus che premia il merito, stravolgendo la ratio inclusiva e la vocazione democratica e quindi collegiale della scuola della Repubblica) crea potenzialmente problemi all’istituto e quindi deve/può essere allontanata.
Cosa vuol dire? Vuol dire che non sono docile, malleabile, indecisa, impaurita dalle gerarchie, schiacciata dal timore del potere. Perché sarebbe così che ci vorrebbero: servi, esecutori, incapaci di rivendicare la libertà di insegnamento e le proprie prerogative non solo professionali ma civili, yes wo/men di personaggi che sono per lo più stati cooptati dall’amministrazione (che li ha addestrati sul Toyota Management System, con l’avallo di Treelle e Fondazione Agnelli, per dirigere – pensate! – delle scuole) e li ha reclutati attraverso procedure concorsuali controverse, dai risvolti poco chiari, con prove a dir poco opinabili. Nonché costosi corsi di formazione, di cui la stessa Anp è organizzatrice, of course.
Sono una docente contrastiva per vocazione e temperamento. E lo sono non per partito preso, ma perché rispondo direttamente al mandato costituzionale che ho assunto nel momento in cui ho iniziato a lavorare nelle scuole: il rispetto di quei principi mi ha resa autorevole e dialettica con i miei studenti, preparata nelle mie discipline, intransigente verso un “nuovo che avanza” che di quei principi fa carne di porco. E con gli esecutori acritici – dirigenti, colleghi, genitori, studenti – di una norma, la 107/15, e di tutte le riforme approvate – Moratti, Gelmini – o rimandate al mittente – Profumo – che quei principi hanno violato ed infangato. Non verrò mai premiata, non sarò mai tra i “meritevoli”, dal momento che non blandisco, non progetto compulsivamente, non eseguo acriticamente. Vedo ancora la scuola non come un progettificio rutilante e multiforme, come una merce sul mercato da rendere appetibile con le lusinghe più varie, ma come un luogo di riflessione, relazione, studio, crescita umana, professionale ed etica (e non l’avviamento precoce al lavoro). Opero con coscienza: produco – come è mio dovere - generalmente cultura, cittadinanza critica, competenze trasversali utili a stare meglio nel mondo, rispetto e pratica della legalità. Ho scioperato e sciopererò in occasione dei test Invalsi, perché comprimere le capacità crtico analitiche degli studenti e - al tempo stesso - imporre una didattica ideologica e di regime è una direzione che rivendico poter rifiutare, contraria a tutte le mie convinzioni didattico pedagogiche e all'esercizio della libertà di insegnamento e del diritto all'apprendimento
Questo, nel paese di Renzi e Verdini, dei conflitti di interessi e del magna magna a spese dei contribuenti, dei furbetti di tutte le parrocchie, dei trasformismi delle prime e ultime ore, dei partiti che abiurano a tutta una tradizione di principi per cui i propri (improbabili) progenitori hanno sacrificato la vita stessa,  non è parametro positivo. Per giunta parlo; e – quel che è peggio – penso. Mi oppongo, addirittura studio la legge. Non sono disponibile a chinare la testa davanti ad un dirigente che mi dica: l’esperto sono io, si fa così. Perché riconosco a me stessa la capacità di andare a leggere ed interpretare le stesse norme che troppo spesso dirigenti superficiali enunciano e interpretano in modo arbitrario, indifferenti a ogni esigenza di chiarezza e trasparenza, pronti ad eseguire gli indirizzi e le indicazioni che l’amministrazione propaganda per norme tassative.
E pensare che di docenti contrastivi c’è davvero bisogno, anche se c’è qualcuno che si ostina a non capire, a non voler capire. Da qualche tempo – grazie a berlusconismo e renzismo – il nostro Paese ha infatti cessato (nella maggioranza dei suoi rinunciatari cittadini) di considerare l’interesse generale come un valore da difendere davvero. È per questo che molte tra le battaglie sulla scuola sono state portate avanti quasi esclusivamente da coloro che ne erano (o, meglio, sembravano essere) direttamente coinvolti: così fu per la riforma Moratti (percepita quasi esclusivamente come roba da scuola primaria) o per le varie tornate di rivendicazione dei precari. Quasi che la distruzione del tempo pieno o la rottura del modello pedagogico del team di insegnanti non fosse elemento che potesse/dovesse interessare i docenti degli altri ordini; o che stabilizzazione del rapporto di lavoro, continuità didattica, precarizzazione delle esistenze non avessero ricadute generali sul sistema e quindi, sebbene indirettamente, anche su chi non si trovava in quelle condizioni. È per questo motivo, forse, per una visione personalista ed individualista persino della mobilitazione, che concetti come l’attacco ai principi costituzionali della libertà dell’insegnamento e dell’unitarietà del sistema scolastico nazionale non vengono percepiti come tragedie culturali, sociali e politiche tanto gravi da continuare a richiedere vigilanza, indignazione, mobilitazioni permanenti. Quei principi vengono drammaticamente scavalcati e dileggiati dalla legge 107, la cosiddetta Buona Scuola; ma docenti, personale  Ata, genitori e persino studenti non sembrano preoccuparsene in troppi casi, tanto che la primavera e lo sciopero del 5 maggio sembrano ora quasi un ricordo. Ma c’è una notizia che ci riporta alla dura realtà: nessuno è esente dalle conseguenze negative di questo pedestre abominio giuridico.
Come ci spiegano le solerti slides della associazione di dirigenti più potente del Paese, celebre per la sua immediata e zelante capacità di irreggimentazione rispetto alle più varie “riforme” che siano state proposte/imposte alla scuola italiana – in questo e in molto altro, insomma, per nulla “contrastiva” – la mobilità futura, la possibilità di chiedere trasferimento, sarà per i docenti, anche quelli di ruolo da decenni, anche quelli anziani, non più verso le singole scuole, ma solo verso gli ambiti territoriali. Il futuro che si prefigura è semplice ed omogeneo: tutti saranno “incaricati” sulla scuola del dirigente che li avrà pescati dall’ambito territoriale, per un periodo – rinnovabile – di tre anni. La chiosa contenuta nelle slides a questo proposito riporta alcune valutazioni, che molto fanno riflettere sul potenziale e già esistente clima in molte scuole. Un clima alimentato da una più o meno evidente irreversibile dimensione conflittuale, esasperata dai tentativi coercitivi e autoritari di molti dirigenti di piegare i collegi dei docenti (ormai limitati nelle loro prerogative e talvolta irresponsabilmente fiaccati nella loro capacità di resistenza) alla propria volontà, spesso con toni irridenti e proprietari, come si nota anche dal testo dell’Anp.
Si legge: “ma [i docenti] non avranno la certezza di una scuola, vita natural durante come adesso” (e qui come non notare l’ammiccamento al comune sentire e l’ aggressività verso gli insegnanti italiani – conservatori, privilegiati, fannulloni - inaugurata più di 10 anni fa da economisti-editorialisti che hanno legittimato ed alimentato i più triti luoghi comuni, accompagnando il definitivo affogamento nel neoliberismo della Scuola della Repubblica?).  E continuano le davvero illuminanti diapositive: “Vantaggi per la scuola: scelta dei docenti in funzione del Ptof; maggiore probabilità di “fare squadra”; non “avere le mani legate” rispetto a docenti contrastivi”. Oltre ai toni beceri, c’è da notare che in questa visione la scuola non coincide più con la sua teleologia costituzionale: favorire in tutti i modi il diritto all’apprendimento di tutti gli studenti, sulla base del principio di uguaglianza costituzionalmente sancito. I “vantaggi”, infatti, della precarizzazione, deprofessionalizzazione, messa all’asta dei docenti italiani, sono – ancora una volta – di natura esclusivamente economica e nel senso della limitazione di diritti e democrazia. Dove “fare squadra” deve essere inteso come accaparrarsi i docenti migliori sul mercato, qualora questa condizione possa essere oggettiva. E gli altri? E – soprattutto – le scuole e gli studenti che avranno gli altri, i non migliori? Squadre di serie A, di serie B, forse anche di Lega Pro, senza pensare che però gli studenti non sono – o non dovrebbero essere – di serie A o di serie B; senza pensare, ancora, che certamente non sono figli di serie A e B. E dove “non avere mani legate rispetto a docenti contrastivi” significa imporre alla scuola e alla società una classe docente perfettamente omogenea alla volontà del capo, in grado finalmente di sbarazzarsi di contestatori, infedeli alla linea, gufi, piantagrane. Tradotto in altri termini significa: affidare le nuove generazioni, figli e nipoti, non più al luogo della democrazia, della laicità, del pluralismo, dell’inclusione nell’interesse generale; ma alla fabbrica del Pensiero Unico.
Questo è un ringraziamento ai Partigiani della Scuola Pubblica, che hanno sollevato un caso sul quale è necessario riflettere e mobilitarsi. È però anche un appello ai docenti italiani; a studenti, genitori, cittadini: non vi sentite coinvolti? C’è in gioco la democrazia: c’è molto bisogno di contrastività.
da qui

(grazie a Daniela per la segnalazione)

lunedì 12 ottobre 2015

La mancetta agli insegnanti – Marina Boscaino

Puntuale quasi come la manfrina della “minoranza” PD (che gioca al dissenso, ma poi - dopo una melina ormai ridicola – puntualmente abbassa la testa, perdendo anche quel barlume di credibilità che qualche inguaribile ottimista ancora le accorda) arriva la prebenda con la quale il governo tenta di accaparrarsi (a prezzo veramente irrisorio) le grazie dei destinatari di turno. Nella primavera del 2014 furono i proverbiali 80 euro; oggi i 500 euro in busta paga riservati ai docenti di ruolo; domani saranno le tasse sulla casa, con il twittato funerale di Imu e Tasi.
Come la storia ci ha e continuerà ad insegnarci, però tutto ha un costo. Che è per altro sotto gli occhi di tutti: a cominciare dalle prestazioni mediche tagliate, il nostro già vacillante welfare viene subordinato al tentativo di captatio benevolentiae che l'antidemocratica velocità renziana pretende di ottenere con soluzioni di facile impatto. L’acquisto (in senso letterale) del consenso, del resto, è una pratica che nel nostro Paese l’ha fatta e la fa da padrone. Il fatto che i 500 euro fossero previsti dalla legge non dimostra altro che – consapevole del dissenso che ha anticipato e seguito la pubblicazione della 107 – Renzi ha barattato – sulle spalle della collettività – un reale e democratico “ascolto” con la sua versione di panem et circenses, tentando di prevenire il continuare della protesta, pagando un obolo demagogico ed offensivo e sperando di comprare tolleranza e remissività rispetto ai provvedimenti imposti con violenza ed arbitrio inauditi.
Ora tocca a noi dimostrare che non venderemo facilmente la pelle. Tocca a noi confermarci nella nostra dignità e non cedere davanti a un'evidente elemosina, anche se con i tempi che corrono, potrebbe alleviarci di spese che da anni affrontiamo in totale solitudine.
I 500 euro saranno infatti destinati alla formazione. Questa erogazione prevederebbe (e vorrebbe dimostrare, dunque) un interesse e una forma di rispetto nei confronti dei docenti. Ma – analizzando il testo di legge e ascoltando le dichiarazioni del premier e dei suoi meritevolissimi lacchè (primo tra tutti l’impudico Faraone) – ci si accorge che l’atteggiamento nei confronti dei docenti è tutt’altro che rispettoso. Oltre agli insulti e al dileggio continuo portato intenzionalmente avanti contro un’intera categoria, artatamente identificata con il profilo del fannullone ozioso e immeritevole, strapagato e lavativo (per non parlare degli insulti su squadrismo, fascismo, minoranza rumorosa, presi a caso nel triste repertorio del renzismo), cosa c’è di rispettoso, infatti, nella ratio intorno a cui ruota la 107, ossia la repressione del principio della libertà dell’insegnamento, strumento di tutela non per i docenti, ma per la democrazia del Paese; di una scuola realmente democratica e pluralista, in cui ognuno abbia diritto di apprendere e di lavorare?
La libertà di insegnamento non è un privilegio di categoria, ma la garanzia della libertà dell'istruzione pubblica, perché ogni cittadino, senza distinzione di sesso, di religione e così via (art. 3 della Costituzione), deve poter entrare senza disagio in ogni scuola della Repubblica, che esiste ed opera in nome e con le risorse di quest'ultima. Questo principio altissimo, su cui è stato fondato il profilo della scuola statale italiana, è stato violato dal governo in misura così pesante che moltissime ed autorevoli voci si stanno levando a sottolineare la possibile incostituzionalità della sedicente Buona scuola.
Cosa c’è, inoltre, di rispettoso nel blocco di 8 anni di un contratto che nulla aveva già a che fare con i corrispettivi emolumenti degli omologhi colleghi europei, nonostante le bugie propinate dalla propaganda di regime, che ci dipinge privilegiati, vacanzieri, assenteisti? Solo una completa mancanza di consapevolezza politica e professionale potrebbe portare a barattare l’accettazione del bastone (la funzione del dirigente, di fatto ormai in molte scuole solitario emanatore di direttive, in barba alle prerogative degli organi collegiali, nonché valutatore-reclutatore altrettanto solitario; il rinnovo e l’aumento dei privilegi per la scuola paritaria; il demansionamento dei nuovi assunti e la precarizzazione di quelli vecchi) per una carota che si configura come un umiliante donativo per tentare di imbavagliare il dissenso? La mancetta che il Governo ci sta concedendo pretenderebbe una risposta precisa e coerente. Ammesso che quelli che per il momento sono solo annunci della non sempre attendibile Giannini (e cioè che nella busta paga di ottobre dovremmo trovare l’obolo) dovessero realizzarsi, le proposte in merito sono le più diverse. In assenza di un pronunciamento chiaro ed unitario dei sindacati, la creatività – così come sul comitato di valutazione e sul Piano triennale dell’Offerta Formativa – si sta sbizzarrendo. Le posizioni spaziano tra chi parla di rifiuto e chi propone di convogliare la cifra sulla formazione in merito alla legge 107/15 di cui ci sarebbe davvero tanto bisogno, considerando anche il disinteresse o l’inerzia con cui molti docenti, studenti e famiglie stanno accogliendo le novità della riforma.
Al pericolo della consueta captatio benevolentiae se ne aggiunge un altro, ben più grave. Provino – i sindacati ed i lettori – a inserire su un qualsiasi motore di ricerca “renzi" e "sindacati”. È un profluvio di insulti, dileggio, disconoscimento, accuse a cui evidentemente ci siamo abituati, se non ci pare inquietante un attacco così violento e demagogico ad un’organizzazione sociale che rappresenta e tutela un diritto garantito dalla Costituzione. Le manovre renziane sono infatti tutte volte a destituire il sindacato ed il contratto di lavoro dalla sua funzione: se si pensa che al risparmio di 700 milioni dichiarato dal Miur si potrebbero aggiungere i 740 stanziati per il bonus e i 200 del merito, si arriva a una somma che potrebbe consentire l’apertura di un tavolo di trattative sul rinnovo contrattuale.
Invece no: le regalie – che fanno tanto amare il munifico benefattore – si sostituiscono all’adeguamento salariale dei diritti maturati. Si tratta di una strategia piuttosto chiara. Ma, ripeto, pericolosa, alla quale occorrerebbe fornire una risposta adeguata, che escluda ogni pelosa gratitudine e strumentale riconoscenza, ma anche eviti snobistiche testimonianze individuali. Costruire posizioni esplicite, condivise e collettive sui 500 euro in busta paga potrà essere un modo per continuare la mobilitazione e ribadire al Governo che le sue manovre demagogiche non corrompono la solidità di un'opposizione che rimane intransigente.