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lunedì 24 aprile 2023

Do you remember Lehman Brothers? Il fallimento della banca dell’innovazione e l’enigma delle grandi dimissioni – Christian Marazzi

 

Il recente fallimento della Silicon Valley Bank, la «banca dell’economia globale dell’innovazione», squaderna questioni e domande decisive. In questa nuova puntata del «Diario della crisi», Christian Marazzi spiega in modo illuminante che cosa sta accadendo e la posta in palio, analizzando il ruolo della banca centrale, l’effetto dell’aumento dei tassi di interesse sui Titoli di Stato, il possibile precipitare degli investimenti delle start-up di tecnologia climatica legati alla Svb. In un contesto in cui, negli ultimi anni, i salari sono cresciuti più lentamente dell’inflazione e i salari reali aggregati sono di fatto diminuiti, l’autore spiega come il problema di fondo della politica della Fed sia il suo essere monetarista, tutta incentrata cioè sull’offerta di moneta, e non, come dovrebbe essere, sull’andamento della domanda di moneta. Sotto le politiche della Fed, dunque, sembra riaffacciarsi l’enigmatico spettro dei comportamenti del lavoro vivo e delle «grandi dimissioni».

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Non solo start-up

A un primo livello d’analisi, il fallimento della Silicon Valley Bank (la «banca dell’economia globale dell’innovazione») appare come una tipica crisi da bank run, da corsa agli sportelli causata dal panico dei depositanti, per lo più «startupper» nel settore digitale, per recuperare quanta più possibile liquidità da una banca, la loro, sull’orlo del crac. «Per capire – scrive Paolo Mastrolilli su «la Repubblica» di domenica 12 marzo, riassumendo la narrazione generale – bisogna partire dall’origine della crisi. Prima del Covid, alla fine del 2019, i depositi presso la Svb erano triplicati, da 62 a 189 miliardi di dollari, grazie all’esplosione delle start-up tecnologiche. La banca aveva investito larga parte di questi fondi in obbligazioni del Tesoro, che fruttavano in media l’1,79%. Quando nel marzo scorso la Federal Reserve aveva iniziato ad alzare i tassi per frenare l’inflazione, aveva provocato due effetti molto negativi: primo, il valore dei bond nel portafoglio di Svb era sceso, creando significative perdite sulla carta; secondo, le compagnie tecnologiche che costituivano il grosso della sua clientela si erano trovate in difficoltà, iniziando i prelievi». Durante i giorni che precedono il venerdì nero (10 marzo), si è tentato un salvataggio coinvolgendo la Goldman Sachs, che consisteva nel cercare di colmare la differenza tra la liquidità raccolta dalla vendita dei Buoni del Tesoro detenuti dalla banca e la domanda di liquidità dei depositanti. «Il salvataggio però non è stato gestito bene, si è sparsa la voce del buco, le compagnie di venture capital hanno consigliato ai clienti di ritirare i fondi e solo giovedì la banca ha dovuto fronteggiare richieste per 42 miliardi»[1].

Già a questo livello, si possono enucleare alcune questioni che andranno approfondite in seguito.

In primo luogo, il ruolo della banca centrale, con la sua politica monetaria anti-inflativa, in particolare la rapidità con la quale lo scorso anno ha perseguito l’aumento dei tassi di interesse. Come ricorda Kenneth Rogoff, i rialzi dei tassi d’interesse «agiscono in due modi. Sono una manna per le banche (e i loro profitti) perché permettono di alzare i tassi sui prestiti. Ma sono una disgrazia perché le aziende investono meno e il flusso di denaro rallenta»[2]. Cosa rendeva la Svb particolarmente vulnerabile? Secondo Peter Coy, del «New York Times», «uno dei motivi è che molti dei suoi prestiti sono nel settore tecnologico che, come sappiamo da qualche mese, sta andando male. Un’altra ragione, forse più importante, è che si basa fortemente su depositi di istituzioni piuttosto che sui depositi di individui. Le persone che gestiscono aziende high tech, fondi di investimento, hedge funds o società di criptovalute[3], sono sempre alla ricerca del rendimento più alto che possono guadagnare; quindi sono veloci a togliere denaro da una banca e metterlo, ad esempio, in un fondo del mercato monetario. Inoltre, le istituzioni si affretteranno a ritirare i loro soldi da una banca se pensano che potrebbe fallire, o perché temono che altri tirino fuori i loro soldi»[4]. C’è inerzia nel reagire quando i depositanti sono individui, mentre uno degli effetti della digitalizzazione è che accelera la velocità di disintermediazione da parte delle aziende che (re)agiscono in tempo reale alle minime oscillazioni finanziarie.

In secondo luogo, l’effetto dell’aumento dei tassi di interesse sui Treasury bonds, i Titoli di Stato acquistati dalle banche e detenuti «in pancia» come riserve sicure («massimamente liquide») per effettuare le operazioni di credito e di investimento ben oltre il volume di depositi. Essendo a reddito fisso, quando i rendimenti sui Buoni del Tesoro aumentano, necessariamente il loro valore diminuisce[5]. Così, quando li si vende per procurarsi liquidità, si incassa un bel po’ meno di quanto erano costati in origine[6].

Come ha scritto Paul Krugman, la Svb ha parcheggiato gran parte dei suoi enormi depositi «in attività estremamente sicure, principalmente obbligazioni a lungo termine emesse dal governo degli Stati Uniti e da agenzie sostenute dal governo. Per un po’ ha fatto soldi perché, in un mondo a bassi tassi d’interesse le obbligazioni a lungo termine pagano tassi di interesse più elevati rispetto alle attività a breve termine, compresi i depositi bancari». Però, quando i tassi di interessi a breve termine sono aumentati, addirittura oltre quelli a lungo termine[7], lo spread da cui dipendevano i profitti di Svb sono scomparsi, oltretutto trascinando verso il basso il valore delle obbligazioni, il che ha causato grandi perdite di capitale. «E questo, ovviamente, è esattamente ciò che è successo quando la Fed ha alzato i tassi di interesse per combattere l’inflazione»[8].

Si noti che il 96% dei depositi di Svb non è coperto dalla garanzia di rimborso della Federal Deposit Insurance Corporation (Fdic), che assicura depositi fino a 250 mila dollari. Il ministro del Tesoro, Janet Yellen, si è affrettata a rassicurare i mercati dicendo che (per evitare un’altra Lehman Brothers) stanno cercando una soluzione per raccogliere fondi con cui rimborsare anche i depositi non assicurati. Non si tratta, così si sostiene, di un salvataggio della banca e dei suoi azionisti con i soldi dei contribuenti (come fu nel 2008), ma del salvataggio dei depositanti che, un po’ ingenuamente, hanno messo tutti i loro soldi in una sola banca e ora, da buoni liberisti libertari, si aspettano di essere salvati dallo Stato (secondo il «Wall Street Journal», ma anche secondo altri analisti, si tratta comunque di un «de facto bailout»[9]). Definire l’intervento dello Stato non è una questione di poco conto, è in gioco la soglia di «azzardo morale» (moral hazard) che legittimerà il prossimo ciclo speculativo e, anche, la soglia di sopportabilità sociale e civile di un sistema politico-finanziario che mentre si inalbera contro l’indebitamento «troppo elevato» degli studenti, per dire, rivendica la protezione pubblica degli interessi finanziari privati. Vale sempre il vecchio adagio: «privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite».

A partire da lunedì 13 tutti i depositi, assicurati e no, sono disponibili. Inoltre, la banca centrale mette a disposizione uno sportello di liquidità per aiutare le banche, in particolare le banche regionali, a rispondere alle richieste dei clienti in caso di fuga. Nel frattempo, in Inghilterra, la Svb Uk è stata acquistata (per una sterlina) dalla Hsbc.

In terzo luogo, benché la Svb sia una banca focalizzata prevalentemente sul settore digitale, le condizioni esterne che hanno contribuito a portarla al fallimento valgono per molti altri settori. Nel maggio del 2018 Trump, anche su pressione di banche come la stessa Svb, aveva alzato da 50 a 250 miliardi di attivo il tetto per le banche considerate troppo grandi per fallire (too big to fail), tornando indietro rispetto al Dodd Frank Act emanato dopo la grande crisi del 2008. In questo modo la stragrande maggioranza delle banche Usa ha potuto operare senza grandi controlli da parte della Fed e il fallimento della Svb è il risultato di questa politica di eccessiva deregulation[10]. Il calo in borsa tra il 20 e il 70% di First Republic e Western Alliance, il fallimento della Signature Bank, dopo la chiusura di Silvergate (entrambe società di criptovalute), sono solo esempi degli effetti collaterali della deregulation liberista trumpiana. La stessa politica monetaria restrittiva della Fed sta mettendo sotto pressione molti altri settori, come ad esempio l’edilizia commerciale dove sono in circolazione 60 miliardi di prestiti a tasso fisso che andranno rifinanziati a breve a condizioni più costose, e 140 miliardi di mutui a tassi variabili che maturano tra due anni[11].

Un aspetto per il momento poco commentato è che la Svb negli ultimi anni ha lavorato con 1.550 aziende tecnologiche che stanno sviluppando progetti di energia solare, di idrogeno e stoccaggio di batterie. «La Silicon Valley Bank era per molti versi una banca climatica», ha dichiarato Kiran Bhatraju, amministratore delegato di Arcadia, una delle più grandi comunità d’energia solare del paese. I progetti solari comunitari sembrano essere particolarmente colpiti dalla crisi. La Svb aveva diretto o partecipato al 62% degli accordi di finanziamento per progetti solari comunitari, che sono progetti su piccola scala che servono aree residenziali a basso reddito. Il crollo della Svb minaccia di far deragliare quella che era una parte in rapida crescita del settore del capitale di rischio (venture capital). Più di 28 miliardi di dollari sono stati investiti in start-up di tecnologia climatica nel 2022, in forte aumento rispetto all’anno precedente. Molte delle aziende che con la crisi della Svb stanno ridimensionando le loro operazioni, se non semplicemente chiudendo, erano pronte a sfruttare i crediti d’imposta inclusi nell’Inflation Reduction Act, la legislazione federale sul clima firmata da Biden lo scorso anno[12].

 

La Fed contro la classe operaia

Il fallimento della Svb, se da una parte si iscrive nella crisi del settore dell’high tech digitale con l’ondata di licenziamenti che da mesi ormai attraversa l’intero settore (vedi il «Diario» di gennaio); se, d’altra parte, si spiega per alcune specificità della banca stessa (monocoltura, il suo essere prevalentemente una banca di gestione e investimento dei depositi dei suoi clienti); se, ancora, sconta le conseguenze della deregolamentazione eccessiva di trumpiana memoria, che ha abbassato non poco il livello di guardia delle autorità di vigilanza; se, infine, non sembra paragonabile alla crisi sistemica della Lehman Brothers del 2008 e ai suoi effetti macroeconomici globali, nondimeno evidenzia un serio problema per quanto attiene la strategia monetaria della Fed come di tutte le banche centrali.

La reazione dei mercati tra lunedì 13 e martedì 14 non permette di capire la portata della crisi, la sua profondità e estensione. Per questo occorreranno ancora alcuni giorni. Di sicuro la paura del contagio, così come le rassicurazioni delle autorità monetarie e politiche, contribuiscono ad acuire la volatilità dei mercati, peraltro già alquanto volatili prima dello scoppio della crisi.

Una cosa è però apparsa chiara sin da subito: i mercati e gli investitori dimostrano di volere che la banca centrale freni, addirittura congeli la sua politica restrittiva basata sugli aumenti dei tassi già previsti per i prossimi mesi, ribaditi con fermezza da Joe Powell solo cinque giorni prima del crack della Svb. Si dava per certo un prossimo aumento dei tassi dello 0,5%, ma la corsa degli investitori agli acquisti dei Buoni del Tesoro a due anni ha fatto precipitare il rendimento sotto il 4% in un solo giorno (avevano superato il 5% esattamente una settimana fa, lasciando presagire una recessione imminente), un calo record mai visto dal 1987.

Nei mesi scorsi, i mercati finanziari auspicavano che l’economia entrasse in recessione, perché in tal caso le autorità monetarie abbassano i tassi di interesse per frenarne gli effetti e la durata. La riduzione dei tassi d’interesse, cioè del costo del denaro, per i mercati finanziari significa la ripresa degli investimenti speculativi, e quindi delle rendite finanziarie.

Il fatto è che la recessione non è scoppiata, c’è stato anzi un forte aumento dell’occupazione, un aumento medio del potere d’acquisto e della capacità di indebitamento dei consumatori americani[13], il tutto accompagnato da un processo disinflazionistico (pare che Powell abbia pronunciato la parola disinflazione ben undici volte nella sua conferenza stampa d’inizio febbraio)[14].

Per i mercati questi dati sono la prova che la spinta espansiva convive con un’inflazione in declino, e quindi c’è margine per una riduzione dei tassi d’interesse. Per la Fed, invece, gli stessi dati positivi sono la dimostrazione di una possibile rincorsa salari-prezzi che compromette la battaglia contro l’inflazione. Pochi giorni dopo aver parlato di disinflazione, ecco cosa dice lo stesso Powell: «Dovremo fare più aumenti dei tassi e poi dovremo guardarci attorno a vedere se ne abbiamo fatti abbastanza» (Economic Club, Washington, 7 febbraio).

Ora, come è stato dimostrato da più parti, non solo la crescita dei salari è rallentata, ma laddove vi è stato un aumento è perché sono aumentate le ore settimanali di lavoro (un chiaro aumento del plusvalore assoluto)[15]. Negli ultimi due anni i salari sono cresciuti più lentamente dell’inflazione e i salari reali aggregati sono di fatto diminuiti. Secondo il «Washington Post», la quota attuale dei redditi da lavoro sul Pil, scesa al 56%, è tornata al livello del 2014.

Bisogna quindi escludere categoricamente il rischio di una «spirale prezzi-salari» in stile anni Settanta, mentre bisognerebbe parlare di una «spirale prezzo-prezzo», «in cui i prezzi finali sono aumentati più degli aumenti dei prezzi dei fattori di produzione». A dirlo è Lael Brainard, già vice presidente della Fed, ora nominata da Biden a capo del National Economic Council (inflazione da profitti, insomma: vedi il «Diario» di dicembre 2022).

C’è quindi da chiedersi perché la Fed non abbia dato segni di cedimento con la sua politica monetaria anti-inflativa, perlomeno fino alla crisi della Silicon Valley Bank dello scorso 10 marzo. Nel momento in cui scrivo la Fed non si è espressa su cosa farà con i tassi di interesse nei prossimi mesi. È possibile che, per calmare («stabilizzare») i mercati, decida di aumentarli di un solo 0,25%, piuttosto che di mezzo punto percentuale come era programmato. Vedremo.

Si può sostenere che il problema di fondo della politica della Fed è che è monetarista, tutta incentrata sull’offerta di moneta, e non, come dovrebbe essere, sull’andamento della domanda di moneta. Si può aggiungere che si tratta di una politica basata su modelli econometrici che si ispirano alla «curva di Phillips», secondo cui esiste una relazione inversa tra tasso di inflazione e tasso di disoccupazione, e quindi, dato che oggi la disoccupazione è ai suoi minimi storici, i prezzi non possono che crescere. Tutto vero, salvo che la Fed, perlomeno dai tempi in cui Janet Yellen era presidente, si è dotata di una rete di sensori sul territorio che le permette di «avere il polso» del paese reale, molto più di quanto si creda.

Forse la risposta sta nel fatto che nell’ultimo anno (2022) vi è stato un forte aumento del numero di scioperi e di interruzioni del lavoro. «L’anno scorso ha visto un aumento del 52% del numero di interruzioni del lavoro rispetto all’anno precedente, con il 60% in più di lavoratori che hanno partecipato alle interruzioni». Se confrontato con la statistica delle lotte nel periodo fordista, si può avanzare l’ipotesi che nel 2022 si sia innescato un ciclo di lotte operaie che sembrava definitivamente irripetibile a partire dagli anni Ottanta[16], gli anni della controrivoluzione liberista.

Si aggiunga che per la Fed gli oltre dieci milioni di posizioni aperte delle aziende (vacancies), che non trovano i dipendenti per riempirle, è la prova che il mercato del lavoro è troppo stretto e preme sui costi delle imprese[17]. Le «grandi dimissioni» sono un fenomeno che sfugge a tutti i modelli econometrici della Fed (e non solo), un «enigma» che, come le lotte operaie per migliori condizioni di vita, va combattuto, estirpato. Anche a costo di andare contro il capitale.

 

NOTE

[1] Per una ricostruzione dettagliata del processo che ha portato al fallimento della Svb, vedi il «Financial Times» del 13 marzo: «Problems at tech sector lender built for years before collapse. SVB absorbed big risk with only modest potential pay-off so as to boost short-term profit». Vedi anche Alessandro Graziani, Svb, il crack che Vigilanza e agenzie di rating non hanno visto arrivare, «Il Sole 24 Ore», 13 marzo 2023.

[2] Kenneth Rogoff, Il panico si è già diffuso. Altri fallimenti non sono esclusi, «la Repubblica», 13 marzo 2023.

[3] Solo la Circle aveva qualcosa come 3,3 miliardi di depositi presso la Svb.

[4] Peter Coy, How to Understand the Problems at Silicon Valley Bank, «NYT», 10 marzo 2023. Si veda anche Huw van Steenis, History can instruct us on the fallout from SVB’s collapse, «FT», 13 marzo 2023.

[5] Se un’obbligazione del Tesoro vale 100 e assicura un reddito di 5, il rendimento sarà pari al 5%. Se la stessa obbligazione perde valore e da 100 scende a 90, per continuare a garantire un reddito di 5 il tasso di rendimento aumenterà al 5,5%. Infatti, 5.55% di 90 da un reddito pari 5.

[6] Le minusvalenze implicite nel portafoglio titoli avevano praticamente azzerato il capitale di Svb già a fine 2022, ma né le Autorità di Vigilanza né le agenzie di rating, che hanno mantenuto il giudizio di investment grade fino al giorno del default, hanno visto arrivare il fallimento della sedicesima banca americana. La storia si ripete.

[7] Si noti che quando Jay Powell, presidente della Fed, martedì 7 se ne è uscito dicendo che la Fed avrebbe continuato a tenere alti i tassi di interesse per combattere l’inflazione, i rendimenti (i tassi) sui Treasury a breve (due anni) sono balzati oltre il 5%, mentre i rendimenti sui Treasury a lungo termine (10 anni) non si sono praticamente mossi. L’inversione della curva dei rendimenti (così si dice quando i rendimenti a breve termine superano quelli a lungo), in cui costa di più prendere a prestito nel breve termine che non nel lungo, di solito significa che nel prossimo anno o due si entrerà in recessione. Dal 1900 ci sono stati 28 casi di inversione della curva dei rendimenti e 22 di questi episodi sono stati seguiti da una recessione (vedi Gillian Tett, The markets go down the rabbit hole, «FT», 10 marzo 2023).

[8] P. Krugman, Silicon Valley Bank is not Lehman, «NYT», 13 marzo 2023.

[9] Vedi Jeanna Smialek – Alan Rapperport, Was This a Bailout? Skeptics Descend on Silicon Valley Response, «NYT», 1 13 marzo 2023. Si veda anche Branko Marcetic, Silicon Valley Bank’s collapse shows little has changed for big banks since 2008, «Jacobin», 13 marzo 2023.

[10] Vedi Davide Serra, Start-up e cripto torneranno con i piedi per terra, «la Repubblica», 13 marzo 2023.

[11] Si veda a questo proposito Paolo Mastrolilli, La crisi di Blackstone la grande bolla immobiliare e i fantasmi del 2008, «la Repubblica A&F», 13 marzo 2023, p. 7.

[12] Vedi David Gelles, Silicon Valley Bank Collapse Threatens Climate Start-Ups, «FT», 12 marzo 2023.

[13] Quando si parla di crescita dei consumi occorre sempre distinguere tra consumi produttivi (salari) e improduttivi (rendite parassitarie, profitti e sovraprofitti). Negli ultimi due anni sono soprattutto questi ultimi che sono particolarmente cresciuti.

[14] Riprendo qui di seguito un articolo molto documentato di Nicola Capelluto, Enigma inflazione, apparso su «Lotta comunista» nel mese di febbraio 2023.

[15] L’aumento degli affitti pesa per metà dell’inflazione totale degli ultimi mesi e assorbe buona parte degli incrementi salariali.

[16] Vedi Alex N. Press, Strikes were up significantly last year, «Jacobin», 2 febbraio 2023. I numeri esatti: 272 interruzioni del lavoro nel 2021 sono cresciute a 424 nel 2022. Quel numero consiste di 417 scioperi e sette serrate. Mentre circa 140.000 lavoratori hanno preso parte a un’interruzione del lavoro nel 2021, 224.000 lavoratori hanno fatto lo stesso l’anno scorso. Gli anni Cinquanta hanno avuto una media di 352 grandi interruzioni di lavoro all’anno che coinvolgono 1,6 milioni di lavoratori. Incredibilmente, l’intero periodo di tempo dal 1950 al 1970 ha avuto in media oltre 300 grandi interruzioni di lavoro all’anno (quasi una al giorno!) che coinvolgono oltre 1,4 milioni di lavoratori all’anno. Tuttavia, gli anni 2010 avevano solo una media di circa 15 all’anno che coinvolgeva 150.000 lavoratori. L’enorme calo nel 1980 è avvenuto nell’era del fallito sciopero Patco [Professional Air Traffic Controllers Organization], che ha portato al termine «Sindrome Patco», che descrive la paura dei sindacati di scioperare e perdere.

[17] Salvo poi disperarsi quando mezzo milione di salariati è assorbito in un mese, perché questo per la Fed significa un aumento della pressione sui consumi.

da qui

giovedì 22 dicembre 2022

Economia e guerra - Christian Marazzi, Rossana De Simone, Andrea Fumagalli


Pubblichiamo la trascrizione dell'incontro «Economia e guerra», seconda parte di un dibattito intitolato «Guerra o rivoluzione. Capire la guerra per capire come combatterla», tenutosi durante il festival di Derive Approdi di fine settembre. Gli interventi di Christian Marazzi, Rossana De Simone e Andrea Fumagalli, che dialogano con le relazioni di Maurizio Lazzarato e Cristina Morini che li hanno preceduti, si inseriscono in una riflessione che abbiamo portato avanti con Transuenze negli ultimi mesi. Abbiamo chiesto ai relatori se la palese tendenza al riarmo a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi possa preludere ad un ritorno al keynesismo militare come modalità di rilancio del ciclo economico. Bisogna naturalmente intendersi sul concetto di «keynesismo militare», concetto utilizzato più per eredità storica che per correttezza formale. Quello che ci interessa capire è in che modo il «ritorno» dello Stato al centro dei processi regolativi per coniugare ciclo economico e interessi di difesa nazionale (quello che è stato definito «nuovo capitalismo politico») e il tentativo (se c'è davvero) di ricostruzione di nuovi blocchi sociali (attorno alla stessa questione della guerra?),si coniugano con le fibrillazioni geopolitiche ed una guerra scoppiata nel cuore dell'Europa.

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Christian Marazzi Il capitalismo è nato come atto di guerra, la privatizzazione dei beni comuni è stata pura violenza contro coloro che fino a quel momento potevano disporne e vivere grazie ad essi. Sono d’accordo con Maurizio Lazzarato quando ribadisce la centralità della questione monetaria, nella fattispecie del dollaro, e che la globalizzazione ha camminato di pari passo con la dollarizzazione, con qualche sfumatura negli ultimi dieci anni che andrebbe tenuta in considerazione per spiegare anche lo sbocco bellico nell’Europa centrale. Cercherò di rispondere alla domanda sul keynesismo militare in modo non del tutto organico perché la questione è complicata. Siamo certamente in una situazione in cui il ciclo economico è ostaggio del ciclo bellico, tanto per mettere le cose in chiaro sin da subito. Ci troviamo di fatto in una fase di militarizzazione dell’economia, di anno in anno le spese militari crescono sempre di più. Pensiamo solo al ciclo economico e monetario di questa guerra. Andrea Fumagalli ha scritto su «Effimera» un testo molto preciso sulla speculazione in Borsa nel mercato del gas e del petrolio, che spiega il rincaro dei prezzi a cui stiamo assistendo. È una specificità della privatizzazione come parte costituente del capitalismo liberista degli ultimi 30 anni, che fa sì che oggi i prezzi delle materie prime siano in forte rialzo ciò che, di conseguenza, permette il finanziamento degli armamenti russi: la vendita del gas procura liquidità per finanziare l’industria bellica. E l'Europa, a cominciare dalla Germania, reagisce aumentando le spese militari. In questo modo il cerchio si chiude. Dunque, ciclo economico e ciclo bellico sono intimamente collegati. In questo momento ci troviamo in una fase che qualcuno ha definito come «sinergia distruttiva»: da una parte l’escalation bellica, dall’altra la recrudescenza della politica monetaria, a partire dalla Fed, due fattori che camminano in parallelo o addirittura in sovrapposizione. Le decisioni della Fed di aumentare i tassi di interesse stanno trainando tutte le banche centrali del mondo, con effetti recessivi su scala globale di cui dobbiamo avere paura perché è una sorta di guerra economica a noi tutti, alla moltitudine. È una guerra non guerreggiata, bensì monetaria contro la popolazione. È da poco uscito uno studio sugli effetti della crisi del 2008 secondo cui le fasce più povere della popolazione hanno impiegato dieci anni a riprendersi dagli effetti nefasti di quella recessione. Paradossalmente, è stata minore la durata delle problematiche economiche della crisi pandemica anche grazie alle forme di welfare corrisposte durante il dilagare della pandemia, che hanno permesso di contrastare gli effetti più negativi. Il problema è che non appena l'economia si è ripresa è arrivata la stangata monetaria che potrà avere degli effetti di lunga durata. Se vogliamo parlare di keynesismo militare dobbiamo spiegarlo ricomprendendolo nell'economia nel suo insieme. Le tensioni militari, infatti, se è vero che sono espressione delle mutate relazioni di potere sul piano mondiale, si iscrivono dentro un sicuro rallentamento dell'economia mondiale. Citando alcuni dati, ad esempio, nel 2021 le esportazioni globali rispetto al Pil sono scese al di sotto del livello raggiunto nel decennio post-crisi del 2008. Tra le motivazioni del rallentamento economico che stiamo vedendo, come già abbiamo accennato sopra, possiamo citare la stretta monetaria o la sospensione dei sostegni statali ai redditi erogati durante la pandemia. In controtendenza a tutto ciò, non dobbiamo dimenticare che negli Usa l’amministrazione Biden ha promosso con il «Biden-Harris Inflation Plan» dei nuovi investimenti anticiclici di tipo keynesiano classico, infrastrutturale, volti a favorire la produzione di semiconduttori, la riconversione ecologica, la decarbonizzazione con una carbon tax del 15% sui profitti delle multinazionali. Nella riflessione sul keynesismo militare e sul come contrastarlo, questa iniziativa americana può esserci utile perché suggerisce che sono possibili altri tipi di investimenti oltre a quelli bellici. In poche parole, non esiste solo il keynesismo militare. L'aumento dei tassi d'interesse e il contestuale rafforzamento del dollaro come conseguenza della politica monetaria americana (che sta trainando tutti i tassi di interesse nel resto del mondo) dimostrano come il dollaro sia ancora centrale: se è vero che negli ultimi dieci anni ha perso un po' del suo peso, visto e considerato che le riserve valutarie denominate in dollari sono passati dal 70% al 58%, nessun'altra valuta di riserva è riuscita a contrastarla. Il rafforzamento del dollaro si spiega se pensiamo al fatto che gli Usa non possono permettersi di non avere il resto del mondo vincolato al suo debito pubblico, all'enorme debito commerciale, a maggior ragione in un’economia in cui la spesa militare accrescerà il debito ancora di più. La forza del dollaro va anche interpretata alla luce di questa ibridazione tra keynesismo militare e infrastrutturale. Bisogna inoltre vedere gli effetti dell'aumento dei tassi di interesse e del rafforzamento del dollaro sulle economie dei paesi che hanno il debito denominato in dollari, come abbiamo già avuto modo di vedere in Sri Lanka. Quanti altri paesi rischiano lo stesso? In che misura il keynesismo militare è in grado di contrastare la crisi di quei 53 paesi che secondo l'«Economist» sono a rischio bancarotta? Un’ultima cosa che mi sembra importante ricordare: gli effetti dell'inflazione delle materie prime in Europa sono devastanti, mentre c'è un forte aumento delle entrate dei produttori di greggio. Le misure di austerità sui consumi di gas dovranno essere controbilanciati da forti investimenti. In questo caso il keynesismo militare in Europa potrebbe fungere da antidoto agli effetti dei cali del consumo energetico. Inoltre, per contrastare e ridurre l'inflazione, l'aumento dei tassi di interesse dovrebbe essere ben maggiore: secondo alcune stime, in Europa dovrebbe aumentare tra l'8% e il 12% per avere un effetto reale. L'economista gesuita francese Gaël Giraud sostiene che la Bce si stia confrontando con un vero problema: continuare a comprare debito italiano, col rischio di favorire l’inflazione, oppure comprare debito senza creare nuova liquidità reinvestendo il rimborso del vecchio debito? Il rischio di una spaccatura dell'Eurozona è forte, qualcosa che abbiamo già vissuto ai tempi della Grecia. Si ritorna a parlare, ad esempio, della creazione di una zona del marco (questa soluzione alternativa esiste già dal 2012). È uno scenario da non sottovalutare.



Rossana De Simone Innanzitutto bisogna dire che noi siamo in guerra e viviamo in una economia di guerra. Secondo il report Nato 2022, il rapporto tra spese militari e Pil in Italia è pari all’1,54 del Pil, mentre, secondo il Ministero della difesa, le spese autorizzate dalle varie leggi di bilancio dal 2016 in poi registrano un trend in crescita in termini assoluti, con un picco nel 2022, anno in cui le spese finali si avvicinano ai 28 miliardi. È tuttavia necessario ricordare che il settore della Difesa si avvale di finanziamenti provenienti dal Mef e Mise, a cui bisogna aggiungere quelli necessari per le missioni internazionali all'estero. Le missioni militari quest’anno hanno subito un incremento di costi complessivi, di uomini e mezzi sul fronte est-europeo in funzione anti-russa. Un'ulteriore conferma che siamo pienamente dentro la guerra russo-ucraina. Il ventunesimo secolo inizia con la dichiarazione del presidente Usa George Bush:«È la prima guerra del XXI secolo. Guideremo il mondo alla vittoria». Le Torri gemelle, crollate in un contesto di gravi crisi, costituiranno la premessa della dottrina sulla guerra perenne e preventiva contro il «terrore», teorizzata da Bush in aperta violazione del diritto internazionale. L'ex presidente creò il Dipartimento per la sicurezza interna che si tradusse in più repressione, più limitazioni delle libertà personali e più spesa militare, con l’obiettivo di aumentare gli investimenti nello sviluppo di sistemi tecnologici per la sorveglianza e controllo del territorio. Coerente con le ambizioni unilaterali, Bush si ritira da vari trattati e protocolli internazionali: da quello riguardante le restrizioni del traffico di armi leggere al progetto che mirava ad inserire meccanismi di controllo nel contesto della Convenzione sulle armi batteriologiche; dalla messa al bando dei test nucleari, sino al ritiro dal Trattato Abm per poter avviare il progetto di difesa nazionale missilistica (Nmd). Da allora, la maggior parte degli Stati hanno iniziato non solo ad utilizzare e «consumare» le nuove tecnologie della sicurezza ma anche a produrle, creando un fiorente mercato che occupa diversi settori legati alla information security. In Italia, sempre in quegli anni, grazie all’amicizia con Bush, Berlusconi sottoscrive il Memorandum d’intesa tra il Governo della Repubblica italiana e il Governo dello Stato di Israele per sugellare una relazione basata sulla reciproca cooperazione militare e politica. La concezione securitaria dello Stato di Israele è, per il neoliberismo, un modello da imitare: basandosi sulla gestione della paura e sul conflitto sempre aperto, permette di accelerare il processo di erosione dello stato di diritto e la fuoriuscita dalla democrazia. Per entrare nel merito dell’intervento che mi è stato richiesto, utilizzo tre concetti chiave: crisi, deterrenza e trattati o accordi nazionali/internazionali. Il concetto di crisi posto in relazione alla guerra può essere articolato in diversi modi: crisi monetaria, economica, finanziaria, ambientale ecc. Se prendiamo ad esempio l'agenda pre-elettorale del presidente Usa Joe Biden, si vede che pone l’enfasi sull’intenzione di «ripristinare l’America» al suo ruolo di arbitro del sistema internazionale partendo da alcuni elementi: necessità di reagire alla crisi della globalizzazione, a quella dei valori occidentali e di fermare il declino degli Usa. Non a caso i suoi primi interventi si sono basati sulla dicotomia tra democrazia e oligarchia che serviva a definire la Russia un paese dove vige un regime oligarchico. Con questo Biden annunciava la possibile apertura di un conflitto il cui preludio era possibile immaginare dalle esercitazioni congiunte tra Ucraina e Nato dopo il ritiro delle truppe statunitensi dall'Afghanistan. Per quanto riguarda il secondo concetto, ci si dovrebbe domandare cosa sia la cosiddetta deterrenza strategica. Secondo la concezione militare un mondo senza deterrenza non è un mondo sicuro. In generale la deterrenza nucleare viene messa in relazione alla teoria dei giochi, ovvero alla ricerca di un equilibrio tra varie nazioni che hanno a disposizione l’arma nucleare. Fino a qualche anno fa gli Usa erano riusciti a rompere l’equilibrio esistente con la creazione di un sistema missilistico capace di intercettare altri missili balistici con base a terra, lanciati da sottomarini e ordigni nucleari lanciati da aerei. Con lo scoppio della guerra, la Russia ha cancellato la superioritá americana con lo sviluppo della tecnologia nei missili ipersonici. Nel mese di maggio Putin ha testato il primo missile da crociera ipersonico Zircon non intercettabile dal sistema antimissilistico americano perché capace di viaggiare a velocità nove volte superiore quella del suono (oltre tre chilometri al secondo). La Russia, come la Cina e gli Usa, ha dimostrato grandi avanzamenti nella ricerca e sperimentazione nel campo delle nanotecnologie, materiali e intelligenza artificiale entrando di fatto in quello che viene definito il dominio dello spazio e del cyberspazio. È indubbio che la Russia sia stata la prima a dimostrare la piena operatività del suo sistema di missili ipersonici. La rincorsa alla superiorità tecnologica avvalla le richieste di Stati di aumentare le spese militari non solo nella ricerca e sviluppo, ma anche per aumentare le capacità produttive delle loro industrie (non solo quelle belliche vista la necessità di creare sostenibilità lungo la catena del valore) per essere competitive. Gli Stati Uniti si sono resi conto da tempo che il decentramento produttivo, fenomeno per cui i processi produttivi vengono affidati a fornitori esterni, ha procurato un effetto boomerang a vari livelli. In un documento sulla sicurezza nazionale, Biden ha sostenuto che «la Cina è l’unico attore che intende riformare l’ordine internazionale e che ha le risorse economiche, diplomatiche, militari e tecnologiche per farlo»; eppure, ironia della sorte, il caccia multiruolo F-35, costruito in una miriade di Stati, ha utilizzato componentistica cinese. È evidente che gli Stati non hanno bisogno solo di salvaguardare le aziende della difesa, ma hanno bisogno di tutta la capacità tecnologica espressa dai colossi hi-tech nel campo dell’intelligenza artificiale. In Cina il presidente Xi Jinping ha incontrato i colossi del web per discutere della sicurezza online e per impedire che vi sia una violazione delle regole antitrust. Ad alcune aziende che si occupano di mining di criptovalute ha chiesto di convertirsi alla produzione di componentistica e semiconduttori. Anche la Cina non può fare a meno di siglare un accordo finalizzato a bilanciare gli interessi del governo e, a livello governativo, di fare entrare nel governo scienziati con esperienze industriali nei settori ad alta tecnologia. Per finire sui trattati, accordi o leggi, entrano in gioco dinamiche decisionali. Si susseguono governi che entrano ed escono dai trattati cambiano norme secondo particolari convenienze geopolitiche incuranti delle conseguenze sugli equilibri fra Stati. Accordi o trattati non dovrebbero sottostare agli interessi particolari degli Stati come accaduto sotto il governo di Donald Trump. L’ex presidente ha ritirato gli Usa dal Trattato Onu sul commercio delle armi perché convinto di poter riequilibrare la bilancia commerciale aumentando le esportazione di armi (si parla di un aumento del 25%) e il fatturato delle imprese (si stima del 41%). In realtà questa soluzione non è riuscita nell’intento che si era prefissato Trump. Quindi riflettere sul legame fra tecnologia e sistemi di sorveglianza e controllo, tecnologia e apparati di potere, tecnologia e capitalismo, significa mettere al centro il problema della libertà.



Andrea Fumagalli

Siamo tutti d’accordo nel considerare la guerra come atto economico consustanziale al capitalismo, fa parte del suo Dna. Nei 250 anni di storia del capitalismo ci sono stati momenti più o meno bellicosi, ma i periodi a più alta tensione si sono verificati nel Novecento. Da un punto di vista formale ma non sostanziale, possiamo dire che l'unica eccezione è il periodo fordista post Seconda guerra mondiale, a cui è corrisposto un equilibrio geopolitico basato su due blocchi e che ha portato i paesi a capitalismo avanzato a non tenere al primo posto la guerra per rilanciare l'accumulazione. Questo non significa che in questo periodo la guerra non ci sia stata, nel resto del mondo era ben presente.

Non credo sia un caso che la crisi del fordismo ha riacutizzato e accelerato la tensione bellica, con fattori che si sviluppano in ambiti locali per poi assumere connotati globali. Tutto ciò avviene in parallelo con il processo di globalizzazione dell'accumulazione. Si potrebbe proporre questa tesi: nel ‘900, tra I e II guerra mondiale, la guerra è servita come strumento di ripresa dell'accumulazione originaria. La distruzione materiale e umana richiede un processo di ricostruzione. Oggi, dagli ultimi 50 anni in poi, la guerra non svolge più esclusivamente la funzione di ricreare le basi per un’accumulazione capace di generare nuove forme di crisi e di ricchezza, ma essa stessa è diventata un modo di produzione capitalista. Perché? Mi convince l’analisi di Maurizio Lazzarato ma ho qualche perplessità su due aspetti. Il primo è che è vero che il ‘900 è stato il secolo della dollarizzazione e dell’egemonia, che implicava quindi una definizione su scala globale di un mondo unipolare o univalutario, sancito dagli accordi di Bretton Woods e che ha origine con la crisi dell’impero inglese, le crisi bancarie etc; ma gli ultimi 20 anni sono caratterizzati dalla crisi del dollaro, processo che richiede una reazione di cui la guerra Russia-Ucraina ne è espressione.

Il secondo aspetto è il seguente: solo oggi probabilmente possiamo cogliere un parallelismo tra la guerra e l'attività speculativa, in quanto strumenti di produzione economica. Speculazione e guerra sono quindi due facce della stessa medaglia. L'attività speculativa è il motore dell’attività capitalistica, con il ruolo egemone dei mercati finanziari che intervengono nel definire le forme di finanziamento della produzione, soprattutto per quanto riguarda quella intangibile, le forme di assicurazione sociale su scala distorta, selettiva e iniqua (pensiamo ad esempio ai fondi pensioni e interviene pesantemente nella distribuzione ineguale della ricchezza: plusvalenze, ruolo dei moltiplicatori finanziari che creano domanda distribuita in maniera non equa, a differenza di quanto accadeva col moltiplicatore keynesiano basato sulla spesa pubblica in deficit. La speculazione finanziaria ha creato degli oligopoli, esattamente come nel caso della produzione bellica, che sono in grado di intervenire pesantemente sulle soggettvità, sulle condizioni di vita, sui meccanismi di specializzazione e selezione, di produzione e così via.

Tutto ciò è stato possibile perché è venuto meno il ruolo della politica monetaria e delle banche centrali. È paradossale che si parli di autonomia delle banche centrali nel momento in cui non sono mai state così dipendenti e supine agli sviluppi delle convenzioni speculative internazionali, create dalle grandi imprese finanziarie. Si tratta di una delle cause interne della crisi del dollaro: all'aumento di peso delle borse americane, diminuisce la capacità di sviluppare una politica valutaria in grado di mantenere l’egemonia del dollaro. Oltre a ciò, ocorre considerare il fatto che gli Stati Uniti hanno utilizzato strumentalmente il dollaro come fonte di finanziamento del proprio debito estero, fattore strutturale dell'economia americana, al fine di creare un afflusso di capitale che potesse compensare il saldo negativo della bilancia commerciale. Inoltre, soprattutto negli ultimi tempi, è utilizzato come fonte di finanziamento del debito interno, della Fed, del bilancio pubblico.

La crisi della dollarizzazione mette in pericolo la capacità degli Usa di riuscire a mantenere nel futuro questo meccanismo di riequilibrio perché stanno venendo meno alcuni strumenti di egemonia militare, sociale ed economica da sempre utilizzati. Ad esempio, l'egemonia militare è stata messa in discussione dal Vietnam in poi; quella economica dalla perdita del primato tecnologico, con l'avvento del paradigma tecnologica dell'Ict che negli anni '80 ha favorito per un primo periodo il Giappone, ricaduto poi in una situazione di crisi e stagnazione per via delle scelte di politiche e strategie industriali che non hanno pagato. Il tentativo di superare la rigidità della fabbrica con l'iper-taylorismo (toyotismo e il just in time), non ha funzionato ed è stato superato dal modello della subfornitura internazionalizzata della produzione a flussi statunitense, basata su una catena di valore con alla testa la tecnologia, i brevetti e i flussi finanziari, che esternalizza i mezzi di produzione cambiando totalmente la logica del sistema taylorista-fordista.

Questi sono elementi che hanno favorito e, allo stesso tempo, sono stati favoriti dal processo di finanziarizzazione e privatizzazione. Dal momento stesso in cui gli Stati Uniti hanno recuperato parzialmente l’egemonia produttiva-tecnologica grazie al controllo dei flussi di globalizzazione (in seguito al Washington Consesus), sono venuti fuori i tentativi di affrancamento economico che hanno ridotto il livello di assoggettamento economico e sociale di paesi come Cina e India. Da qui in avanti, gli Stati Uniti hanno due strade possibili: accettare l'idea di mondo multipolare o passare dall'assoggettamento alla coercizione. Qui la guerra gioca un ruolo fondamentale: essa è la continuazione della speculazione finanziaria con altri mezzi. Il controllo dei flussi finanziari aveva una funzione di regolazione perché è vero che siamo in piena crisi del diritto internazionale, ma questo non vuol dire che viviamo in un mondo senza regole perché esiste una gerarchia economica, una concentrazione nei mercati finanziari come mai prima d'ora era successo nella storia del capitalismo. Questo significa che c'è una regola: la legge del più forte.

Questa situazione è oggi in pericolo: gli Stati Uniti cercano di superare la crisi della dollarizzazione utilizzando l'euro e l'Europa come nemici strumentali. La crisi attuale è contro l'Europa, per minare la sua capacità di diventare un soggetto forte, possibilità assai remota alla luce della governance europea attuale. Non si può creare egemonia soltanto con una politica monetaria di stampo neoliberista o monetarista, sarebbe necessaria anche una politica fiscale, sociale e industriale per diventare una forza geopolitica a tutto tondo. Cosa che è stata in grado di fare la Cina: come già scriveva Arrighi, è stata capace di controllare il processo di finanziarizzazione e di costruire un'egemonia tecnologica in grado di definire delle specializzazione produttive ad alto valore aggiunto.

L'Europa rischia di passare da capro espiatorio, la guerra è dentro i suoi confini. È interessante vedere come si evolverà la situazione, al vertice di Samarcanda di settembre c'è stata una certa compattezza per un ordine non occidentale, anche se permangono delle contraddizioni. La situazione è pericolosa perché c'è molta instabilità, molta incertezza che favorisce la speculazione finanziaria. Inoltre questa guerra viene utilizzata per prevenire qualsiasi tensione sociale in Europa e negli Usa. In questo ultimo anno, infatti, c'è stata una ripresa dei movimenti del lavoro che hanno strappato un aumento del salario minimo ed una ridefinizione della struttura del mercato del lavoro americano. Queste tensioni richiedono un controllo interno, è stata la lezione di fine anni '70, con il presidente della Fed Volcker: aumentare i tassi di interesse per rafforzare il dollaro, se da un lato rischia di penalizzare i mercati finanziari, dall'altro penalizza le richieste di progresso sociale e lavorativo.

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