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mercoledì 2 novembre 2022

La piaga - Annamaria Rivera

  

Soltanto nel corso degli ultimi decenni la persecuzione e lo sterminio nazi-fascisti della popolazione romaní (rom, sinti e caminanti) sono divenuti oggetto di studi e di commemorazioni in occasione del Giorno della Memoria (27 gennaio). D’altronde, basta dire che nel corso dello stesso Processo di Norimberga ai superstiti del Porajmos (traducibile dalla lingua romaní come “grande divoramento” o “devastazione”) fu rifiutata la costituzione quale parte civile.

Eppure a esserne vittime furono centinaia di migliaia di loro. Alcune/i studiose/i − in particolare il rom Ian Hancock, ottimo linguista ma anche strenuo attivista, nonché direttore  del Romani Archives and Documentation Center, presso l’Università del Texas − sostengono si tratti di un numero che si aggirerebbe tra le 500mila e il milione e mezzo di martiri, se si comprendono coloro che perirono nel corso delle fucilazioni di massa in tutte le aree occupate dai nazisti, in particolare nei paesi baltici e balcanici, a opera non solo dei nazisti, ma anche dei collaborazionisti locali.

Quanto all’Italia fascista, già nel 1926 il ministero dell’Interno emanò una circolare volta a “epurare” il territorio nazionale dalla presenza di una minoranza considerata pericolosa “per la sicurezza e l’igiene pubblica” nonché per lo stile di vita: degli “eterni randagi privi di senso morale“, come li avrebbe definiti Guido Landra, tra i più noti firmatari del Manifesto della Razza.

Con le leggi per “la difesa della razza” e l’entrata in guerra dell’Italia, si passò rapidamente dalle pratiche di schedatura, detenzione ed espulsione a quelle di persecuzione e di deportazione, preceduta dall’internamento in lager riservati agli “zingari”: ve ne furono nei comuni di Agnone, Berra, Bojano, Chieti, Fontecchio negli Abruzzi, Gonars, Prignano sulla Secchia, Torino di Sangro, Tossicia, ma anche nelle isole Tremiti…

Il regime hitleriano, com’è ben noto, portò alle estreme conseguenze l’anti-ziganismo, che era assai diffuso, anche in forma istituzionale, perfino nella democratica Repubblica di Weimar: per fare un solo esempio, nel 1929 un centro di studi e controllo su questa minoranza, fu rinominato e convertito in Ufficio centrale per la lotta contro la piaga zingara. Subito dopo l’avvento del Terzo Reich, nel 1933, fu promulgata la legge Per la prevenzione di progenie affetta da malattie ereditarie, che introdusse la pratica della sterilizzazione forzata anche per rom e sinti, perfino per donne incinte e ragazze/i, con esiti in non pochi casi letali.

Nel 1935 si aggiunsero le leggi razziste di Norimberga, che privarono la minoranza romanì della nazionalità e di qualsiasi pur elementare diritto. Tre anni dopo, una circolare emanata da Heinrich Himmler faceva riferimento alla “soluzione finale della questione zingara“ e ordinava la schedatura di tutti gli “zingari”, che fossero nomadi o stanziali.

Già a partire da dicembre del 1941 cinquemila “zingari”, provenienti dal ghetto di Łódź,  furono gasati nel campo di sterminio di Chelmno, al pari degli ebrei. Infine, il 16 dicembre 1942, Himmler firmò l’ordine d’internamento dei rom e dei sinti tedeschi nello Zigeunerlager del campo di Auschwitz-Birkenau, un lager nel lager. Qui anche dei bambini “zingari”, oltre a quelli ebrei, sarebbero stati selezionati per essere sottoposti agli orrendi esperimenti pseudo-scientifici di Josef  Mengele.

Nondimeno gli “zingari” vendettero assai cara la pelle. Furono loro gli attori dell’unico episodio di resistenza compiuto in un lager. Il 16 maggio del 1944, avuta notizia dello sterminio imminente, un folto gruppo d’internati nello Zigeunerlager, armato di pietre e bastoni, riuscì a tenere testa alle SS, tanto da ucciderne undici e ferirne un buon numero. La loro rivolta durerà ben tre mesi, fino alla “soluzione finale”. Lì furono in 19.300 a perdere la vita: 5.600 finirono gasati; 13.700 morirono per fame, per malattie, per gli esiti delle sperimentazioni compiute dall’Angelo della Morte. 

Ciò nonostante nei processi di Norimberga neppure si citò lo sterminio di rom, sinti e caminanti e nessun testimone “zingaro” fu chiamato a deporre.

Tuttora, specialmente in Italia, rom, sinti e caminanti, sbrigativamente chiamati “zingari”, costituiscono la minoranza più disprezzata e stigmatizzata, discriminata ed emarginata, addirittura segregata: sono, si potrebbe dire, le vittime strutturali del razzismo. Si tenga conto che l’ordinamento italiano non contempla alcuna norma che riconosca questa popolazione quale minoranza etnico-linguistica, in quanto tale titolare di diritti poiché tutelata, tra l’altro, dall’art. 6 della Costituzione repubblicana.

Si aggiunga che l’Italia è il solo Paese in Europa ad aver elevato a vero e proprio sistema i cosiddetti campi-nomadi: materializzazione perfetta della discriminazione nonché del pregiudizio che vuole che essi siano nomadi per natura e vocazione. Si tratta di un sistema di ghetti, per lo più degradati e collocati in periferie urbane estreme, esse stesse degradate, che viene organizzato e sostenuto pubblicamente allo scopo di segregare gli “zingari”, privandoli della possibilità di lavorare, partecipare alla vita italiana, avere contatti e rapporti con la società maggioritaria.

Oggi le istituzioni, a loro dire, mirano alla chiusura e al superamento dei “campi-nomadi”. Ma, a giudicare dalle azioni effettivamente intraprese, l’esito è quello di chiudere i campi cacciando via gli “zingari”, senza alcuna iniziativa che ne favorisca l’inclusione nello spazio urbano.

Il repertorio di pregiudizi, atti discriminatori, violazioni di diritti umani fondamentali, minacce e aggressioni ai danni di rom, sinti e caminanti, fino all’incitamento al linciaggio da parte di alcuni soggetti istituzionali e rappresentanti di partiti politici, è talmente vasto che non basterebbero alcuni tomi a contenerlo.

Fra le altre cose, eventi abituali nella vita dei rom, dei sinti e dei caminanti sono le irruzioni nei “campi-nomadi” delle forze di polizia, condotte con metodi tanto brutali da somigliare a rastrellamenti, nonché gli sgomberi forzati, la sistematica distruzione dei loro insediamenti e delle loro cose, spesso seguita dalla deportazione.

In Italia da alcuni anni la politica istituzionale anti-zigana, basata su sgomberi e deportazioni, si compie attraverso la periodica decretazione dello stato di emergenza, una misura che dovrebbe essere riservata solo ai casi di gravi calamità naturali quali i terremoti. L’”emergenza-nomadi” è in sostanza una misura che assimila a una catastrofe la presenza di poche migliaia di “indesiderabili”: basta pensare che i rom presenti a Roma, città che s’illustra per questo genere di politica, sono poco più di 4.500 persone su 2.874.605 abitanti residenti, vale a dire circa l’1,5 per mille della popolazione.

Pochi dati fanno risaltare, per contrasto, di quante dicerie e leggende si nutrano la discriminazione e segregazione dei rom, sinti e caminanti, a cominciare dal mito del nomadismo: l’80% dei cosiddetti zingari dopo il XVIsecolo non si sono mai allontanati dal proprio paese europeo di residenza; in alcune regioni italiane essi sono stanziali almeno dal XV secolo.

Secondo dati recenti, sarebbero tra le 110mila e le 170mila le persone che s’identificano come rom, sinti o caminanti. Di loro circa 70mila sono di nazionalità italiana, per lo più discendenti da famiglie giunte in Italia nel tardo Medioevo. Gli altri provengono in gran parte da paesi dell’Est-Europa, soprattutto dalla Romania, quindi in quanto tali “regolari” e inespellibili.

Checché ne pensi Beppe Grillo, che già nel 2007  definiva “una bomba a tempo” i rom di nazionalità romena e proponeva d’interdire loro la libera circolazione nell’Ue, onde salvaguardare “i sacri confini della Patria”.

A vivere nei campi sono in 26mila, dei quali 10mila in campi non autorizzati.  Più della metà di loro è costituita da bambini/e e ragazzi/e al di sotto dei 16 anni. La fame, il freddo, l’emarginazione, le malattie, i roghi, la discriminazione negano loro il diritto di invecchiare: solo il 2% raggiunge i 60 anni di età.

Eppure la gran parte di questa minoranza, come ho detto, è parte integrante della popolazione e della storia italiane. Per limitarci a un dato relativo alla storia contemporanea, basta ricordare che numerosi rom e sinti parteciparono alla Resistenza contro il nazifascismo. Fra i pochi dei quali conosciamo le biografie, si può citare il sinto piemontese Amilcare Debar, detto Taro, scomparso il 12 dicembre 2010.

A soli diciassette anni Taro fu staffetta partigiana; poi, sfuggito fortunosamente alla fucilazione, divenne partigiano combattente nelle Langhe e militò, con il nome di “Corsaro”, nel battaglione “Dante di Nanni” della 48ma Brigata Garibaldi, al comando di Pompeo Colajanni. Rastrellato dai nazisti nel 1944, fu deportato a Mathausen e ad Auschwitz e liberato nel 1945.

Nel dopoguerra egli fu rappresentante del suo popolo alle Nazioni Unite, a Ginevra.

Benché onorato e pluridecorato, Taro, al pari di altri rom, sinti e caminanti sopravvissuti ai campi di sterminio, visse fino alla fine dei suoi giorni in un “campo-nomadi”.

 

Nel 2008 (ministro dell’Interno Maroni), nel corso di una vasta campagna istituzionale mirante alla schedatura “etnica” di massa, con rilevamento delle impronte digitali, dei rom, sinti e caminanti presenti sul territorio italiano, compresi i bambini, furono schedati: anche ex-deportati ed ex-internati nei lager fascisti e nazisti.

Oggi, niente di buono per loro c’è da aspettarsi dal governo decisamente di destra che si profila.  Basta ricordare che, appena insediatosi, Matteo Salvini, annunciando un censimento “etnico” alla maniera di Maroni, ne sparò una delle sue: “Se gli stranieri irregolari vanno espulsi, i rom italiani purtroppo te li devi tenere a casa”. Quanto alla famigerata legge sulla sicurezza, da lui fermamente voluta, rafforzando  ed estendendo  il “Daspo urbano” e altri dispositivi repressivi,  essa ancor più ha esposto la minoranza romaní a soprusi, discriminazioni, deportazioni.

da qui

mercoledì 12 maggio 2021

“Non dite rom, ma profughi o baraccati”. La vita nei campi vista da dentro – Ella Baffoni

 

Piazza dei Mirti, periferia est di Roma. Una debolissima pioggia accompagna l’incontro con Carlo Stasolla, presidente dell’associazione 21 luglio che ha recentemente scritto un libro singolare e di rara onestà intellettuale, “La razza zingara. Dai campi nomadi ai villaggi attrezzati: lo scarto umano in 25 anni di storia”. Stasolla si è innamorato di una donna romnì, l’ha sposata, con lei ha diviso la vita nei campi, sgombero dopo sgombero in una via crucis durata decenni durante la quale è riuscito a laurearsi, studiando nella piccola roulotte della sua famiglia. Oggi anima l’associazione 21 luglio.

Ma non è tanto la sua storia personale ad interessarmi. Quanto le cose che ha scritto. La prima domanda che mi ero preparata (“Perché è così difficile capire quella cultura?”) non la farò. Mi accorgo subito che è sbagliata. “Non esiste una cultura rom, ne esistono almeno ventidue – dice – come non esiste una cultura italiana. Un altoatesino e un cagliaritano condividono l’identica cultura? Mangiano gli stessi cibi? Hanno lo stesso rapporto con la natura? La cultura rom non è che uno stereotipo”.

Ma la lingua? La lingua è comune.

“Niente affatto. Tra quelle ventidue culture ci sono persone che non parlano affatto romanés, o addirittura non lo capiscono. E poi non esiste un solo romanés. Anche tra chi lo parla le differenze dovute alla provenienza sono molto forti, e molti fanno fatica a capirsi. L’idea, veicolata da qualche associazione, che chi viveva nei campi faceva parte di una nazione con storia lingua e cultura omogenee, era una menzogna. O meglio, l’abbaglio di qualcuno ripetuto e rinforzato che è diventato man mano una valanga. Da qui nasce la narrazione sui rom e sui campi nomadi”.

Eppure negli anni ’70-80 si sosteneva che erano popolazioni diverse, che avevano bisogno di vivere in piccoli campi, spostandosi spesso, perché non avrebbero voluto vivere in case.

“Non è così. Basti pensare che in Italia solo 28.000 persone, per lo più provenienti dalla ex Jugoslavia, vivono nei campi, su 180.000 appartenenti alle comunità rom. Gli altri, attuando a volte qualche strategia di mimetizzazione, vivono in case. Chi vive nei campi è semplicemente un deprivato di diritti, un profugo di guerra. Ma la generalizzazione di chi parla di diversità culturale nasconde la volontà di trattare diversamente quelle persone. Che, ripeto, sono profughe. Basta guardare cosa è successo a Bologna, unica città ad aver trattato chi cercava rifugio dalla guerra come un profugo. Furono requisite 43 caserme, le persone hanno avuto documenti di riconoscimento, hanno partecipato a percorsi di inclusione come in altre città europee. Oggi vivono tutti in case, cittadini tra cittadini. E’ stata data loro una buona opportunità, sono cambiati i percorsi”.

Dunque i rom non esistono.

“E’ un’etichetta. E non si tratta solo di linguaggio, di politicamente corretto. Perché, innanzitutto, è impossibile fare censimenti etnici. Chi sarebbe rom? Il figlio di un matrimonio misto come si classifica? E se un fratello dichiara di essere nomade e l’altro italiano? L’etichetta etnica è irrilevante e inutile, e non fa che perpetuare uno stigma. Se una persona è in fuga dalla guerra, è un profugo. Se vive in baracca, è un baraccato o un senza tetto. Se viene segregato o colpito dall’antiziganismo è una persona discriminata.
Non esistono criteri oggettivi per determinare chi sia 
rom e chi non lo sia. Esistono paesi in cui i rom sono riconosciuti come minoranza e altri in cui non lo sono; non tutti coloro che si autodefiniscono o sono definiti rom parlano la stessa lingua, o condividono una religione; i gruppi hanno provenienze geografiche diverse, così come diverse sono le condizioni socio-economiche o i livelli di scolarizzazione o il tasso di partecipazione alla vita politica”.

E la vostra associazione, la 21 luglio, non si occupa solo di rom…

“La nostra ragione sociale dice che siamo un’organizzazione non profit che supporta gruppi e individui in condizione di segregazione estrema e di discriminazione tutelandone i diritti e promuovendo il benessere delle bambine e dei bambini. Senza sfumature etniche. Lavoriamo su periferie urbane, dritti negati. Abbiamo pubblicato una ricerca in collaborazione con Roma Today: “Non dire rom”. Un piccolo esperimento sociale: la redazione si è impegnata a non scrivere mai, se non riportando dichiarazioni di altri, rom o campi nomadi nelle notizie di cronaca. Ma disoccupato o baraccato, o baraccopoli. La differenza tra i questionari somministrati all’inizio e alla fine del percorso è stata notevole. La sottolineatura della situazione sociale ha stemperato i toni razzisti e antiziganisti. Allo stesso modo le risposte vanno cercate in politiche di welfare per tutti , e non in anacronistiche politiche etniche”.

Da dove viene il concetto di cultura rom, rivendicato con orgoglio da una parte di quel popolo?

“Non tutti i rom vivono nei campi. C’è una piccola fetta di rom italiani, mai vissuti nei campi, che propaga un nazionalismo identitario forte. E forse ha intravisto nei sostanziosi stanziamenti europei un’occasione. Penso che bisognerebbe invece eliminare i progetti sui rom, gli uffici speciali comunali o regionali: un flusso di finanziamenti, stipendi, carriere. Attorno alla questione rom c’è un apparato costoso, ma inutile”.

Quindi, per risolvere la questione…

“Invece di spendere quel notevole flusso di soldi negli progetti e negli uffici speciali, basta incalanarli nei flussi normali. Per esempio nelle case popolari. Quasi tutti quelli che vivono nei campi hanno diritto a una casa popolare. Avendo la volontà di risolvere la questione dei baraccamenti con canali ordinari, basterebbe un pugno di assistenti sociali e sei mesi. Molti nelle case popolari già ci vivono: negli ultimi tre anni 600 persone hanno ottenuto senza clamori, e perché ne avevano diritto, una casa popolare. Un miracolo? Macché, è la scoperta dell’acqua calda”.

Tu hai vissuto, e lo racconti, la stagione degli sgomberi continui, da Signorello a Raggi. Un tormento con un suo peso elettorale.

“E’ vero, è stato difficile. Arrivare su uno spiazzo con la roulotte, non accendere la luce e star svegli tutta la notte per timore di rappresaglie era duro. Temperato dal fatto che, con la famiglia, avrei potuto sottrarmi, come poi, in un’altra fase della vita, abbiamo fatto. Abbiamo pensato che avendo ricevuto tanto dalla comunità, avremmo dovuto restituirlo in impegno civile. Ma allora avevamo passione e voglia, e la fatica pesava meno. Strano dirlo, ma è stato il periodo più bello della mia vita. L’ho vissuta con pienezza, nonostante i momenti dolorosi. So di essere fortunato: non sono sazio di questa vita, ma sono pieno di bei ricordi”.

da qui