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venerdì 18 febbraio 2022

Tutti lo chiamano Apartheid, non solo in Palestina

  

CAMPAGNA INIZIATIVA CITTADINI EUROPEI
SI CHIEDE ALLA UE DI BLOCCARE IL COMMERCIO DEI PRODOTTI DELLE COLONIE ILLEGALI
LA RACCOLTA FIRME (IN ITALIA 58.000) PARTIRÀ IL 20 FEBBRAIO E DURERÀ UN ANNO   https://stop settlements.org/;






Apartheid israeliano contro i palestinesi - Amnesty International

 

A maggio 2021, le famiglie palestinesi di Sheikh Jarrah, un quartiere della parte di Gerusalemme est occupata, iniziarono a protestare contro il piano israeliano di sgomberarli con la forza dalle loro abitazioni per fare spazio ai coloni ebrei. Molte delle famiglie sono rifugiate, da quando si sono stabilite a Sheikh Jarrah dopo essere state sgomberate con la forza all’epoca della costituzione dello stato di Israele nel 1948. Da quando Israele occupò Gerusalemme est e il resto della Cisgiordania nel 1967, le famiglie palestinesi di Sheikh Jarrah sono state continuamente prese di mira dalle autorità israeliane che usano leggi discriminatorie per espropriare sistematicamente le persone palestinesi della loro terra e delle loro abitazioni a beneficio delle persone ebree israeliane.

In risposta alle dimostrazioni di Sheikh Jarrah, migliaia di palestinesi in tutta Israele e nei Territori palestinesi occupati hanno organizzato proteste a sostegno delle famiglie e contro le loro comuni esperienze di divisione, esproprio e segregazione. Queste sono state affrontate con un uso eccessivo della forza da parte delle autorità israeliane con migliaia di feriti, arresti e detenzioni.

Gli eventi di maggio 2021 sono emblematici dell’oppressione che i palestinesi affrontano quotidianamente, da decenni. La discriminazione, lo spossessamento, la repressione del dissenso, le uccisioni e le ferite: tutto fa parte di un sistema che è disegnato per privilegiare le e gli ebrei israeliani alle spese delle e dei palestinesi.

 

IL SISTEMA APARTHEID

La nuova ricerca di Amnesty International dimostra che Israele impone un sistema di oppressione e dominazione sulle e sui palestinesi in tutte le aree sotto il suo controllo: in Israele e nei Territori occupati, e contro i rifugiati palestinesi, in modo che a beneficiarne siano le e gli ebrei israeliani. Ciò equivale all’apartheid ed è proibita dal diritto internazionale.

Leggi, politiche e pratiche volte a mantenere un sistema crudele di controllo sulle e sui palestinesi, li hanno frammentati geograficamente e politicamente, spesso impoveriti in un costante stato di paura e insicurezza.

 

COS’È L’APARTHEID?

L’apartheid è una violazione del diritto internazionale, una grave violazione dei diritti umani protetti a livello internazionale e un crimine contro l’umanità secondo il diritto penale internazionale.

Il termine “apartheid” era originariamente usato per riferirsi a un sistema politico in Sud Africa che imponeva esplicitamente la segregazione razziale, il dominio e l’oppressione di un gruppo razziale da parte di un altro. Da allora è stato adottato dalla comunità internazionale per condannare e criminalizzare tali sistemi e pratiche ovunque si verifichino nel mondo.

Il crimine contro l’umanità dell’apartheid, ai sensi della Convenzione sull’apartheid, dello Statuto di Roma e del diritto internazionale consuetudinario, viene commesso quando un atto disumano (essenzialmente una grave violazione dei diritti umani) viene perpetrato nel contesto di un regime istituzionalizzato di oppressione sistematica e dominio da parte di un gruppo razziale rispetto a un altro, con l’intento di mantenere quel sistema.

L’apartheid può essere considerata come un sistema di trattamenti discriminatori prolungati e crudeli da parte di un gruppo etnico su un altro per controllare questo secondo gruppo…

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DITE COSA NON È VERO NEL RAPPORTO DI AMNESTY - Gideon Levy

 

Mentre le maledizioni e gli strilli si placano –Amnesty è antisemita, il rapporto è pieno di bugie, la metodologia è assurda – ci si deve chiedere: cosa, precisamente, è sbagliato nel rapporto sull’apartheid?

Israele non era fondato su una politica esplicita di mantenimento dell’egemonia demografica ebraica, riducendo al contempo il numero di palestinesi all’interno dei suoi confini? Sì o no? Vero o falso? Questa politica esiste ancora oggi? Sì o no? Vero o falso? Israele non mantiene un regime di oppressione e controllo dei palestinesi in Israele e nei territori occupati a beneficio degli ebrei israeliani? Sì o no? Vero o falso? Le regole di ingaggio nei confronti dei palestinesi non riflettono una politica dello sparare per uccidere, o almeno mutilare? Sì o no? Vero o falso? Gli sfratti dei palestinesi dalle loro case e la negazione dei permessi di costruzione fanno parte della politica israeliana? Sì o no? Vero o falso?

Sheikh Jarrah non è apartheid? La legge dello stato-nazione non è l’apartheid? E la negazione del ricongiungimento familiare? E i villaggi non riconosciuti? E la “giudaizzazione”? C’è una sola sfera, in Israele o nei territori, in cui vi sia una vera, assoluta uguaglianza, se non di nome?

Leggere il rapporto è disperante. C’è tutto ciò che sapevamo, ma condensato. Eppure in Israele non si sono sentiti né disperazione né rimorso. La maggior parte dei media l’ha emarginato e offuscato, e il coro dell’ hasbara (propaganda) l’ha respinto. Il ministro della propaganda, Yair Lapid, ha recitato le sue battute e ha attaccato anche prima che il rapporto fosse pubblicato. Il ministro per gli affari della diaspora Nachman Shai si è affrettato a seguirlo. Deve ancora nascere il rapporto internazionale che Israele non denuncerà trascurando di rispondere su un solo punto messo in evidenza. Un’organizzazione dopo l’altra, alcune importanti e oneste, lo chiamano apartheid, e Israele dice: antisemitismo.

Per favore, dimostrate che Amnesty si sbaglia. Che non ci sono due sistemi di giustizia nei territori, due insiemi di diritti e due formule per la distribuzione delle risorse. Che la legittimazione di Evyatar non è apartheid. Che gli ebrei possano reclamare le loro proprietà precedenti al 1948 mentre ai palestinesi viene negato lo stesso diritto non è apartheid. Che un insediamento verdeggiante proprio accanto a una comunità di pastori senza elettricità né acqua corrente non sia apartheid. Che i cittadini arabi di Israele non siano discriminati sistematicamente, istituzionalmente. Che la Linea Verde non sia stata cancellata. Che cosa non è vero?

Anche Mordechai Kremnitzer è stato spaventato dal rapporto e lo ha attaccato . Le sue argomentazioni: Il rapporto non distingue i territori occupati da Israele e tratta il passato come se fosse il presente. È così che va quando anche il mondo accademico di sinistra si arruola in difesa della propaganda sionista. Accusare Israele dei peccati del 1948 e chiamarlo apartheid è come accusare gli Stati Uniti di apartheid a causa delle passate leggi Jim Crow (leggi sulla segregazione razziale, abrogate nel 1954) , ha scritto su Haaretz di mercoledì.

La differenza è che il razzismo istituzionalizzato negli Stati Uniti è gradualmente scomparso, mentre in Israele è vivo e vegeto, più forte che mai. Anche la linea verde è stata cancellata. È stato uno stato per un po’ di tempo ormai. Perché Amnesty dovrebbe fare la distinzione? Il 1948 continua. La Nakba continua. Una linea retta collega Tantura e Jiljilya. A Tantura hanno massacrato , a Jiljilya hanno fatto morire un uomo di 80 anni e in entrambi i casi le vite dei palestinesi non valgono niente.

Non c’è, ovviamente, propaganda senza riconoscimenti per il sistema giudiziario. “L’importante contributo del consiglio legale del governo e dei tribunali, che, contro una larga maggioranza politica, ha impedito la messa al bando dei candidati e liste arabe alla Knesset… Un partito arabo che si unisce alla coalizione mette subito in ridicolo l’accusa di apartheid”, ha scritto Kremnitzer .

È tanto bello sbandierare l’Alta Corte di Giustizia, che non ha impedito una singola iniquità dell’occupazione, e Mansour Abbas, per dimostrare che non c’è l’apartheid. Settantaquattro anni di statualità senza una nuova città araba, senza un’università araba o una stazione ferroviaria in una città araba sono tutti sminuiti dal grande imbiancatore dell’occupazione, l’Alta Corte di Giustizia e da un partner minore della coalizione araba, e persino quello considerato illegittimo.

Il mondo continuerà a scagliare invettive, Israele continuerà a ignorarle. Il mondo dirà apartheid, Israele dirà antisemitismo. Ma le prove continueranno ad accumularsi. Quanto scritto nel rapporto (di Amnesty) non nasce dall’antisemitismo, ma contribuirà a rafforzarlo. Israele è il più grande motivatore di impulsi antisemiti nel mondo di oggI.

(traduzione a cura della redazione)

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Gaza, la Tradita - Samah Jabr

 

Gaza è a meno di 100 chilometri da Gerusalemme. È posizionata deliberatamente fuori portata, separata da tre confini  visibili. Il confine israeliano è l'ostacolo principale, ma ce ne sono altri due, ciascuno dei quali afferma l'autorità di una delle due fazioni palestinesi in conflitto: l'Autorità Palestinese di Ramallah e lo stesso governo di Gaza. Meno visibilmente, ci è impedito di raggiungere Gaza per mezzo di un assedio diplomatico che ha creato divieti istituzionali. Ma anche quando viene concesso il permesso ufficiale del governo per entrare a Gaza, siamo spesso obbligati a pensare alle conseguenze istituzionali.

Recentemente, dopo tre tentativi per entrare a Gaza in missione medica, sono riuscita ad ottenere tutti i documenti giusti e ad aggirare il veto istituzionale. Sono stata incaricata come consulente da Medicins Du Monde (MDM) Spagna per formare e supervisionare psicologi che lavorano per il Ministero della Salute e il Ministero dell'Istruzione sulla gestione delle condizioni legate ai traumi tra i bambini.

Al checkpoint di Erez, il passaggio tra l'ultimo quartiere israeliano di Ashkelon e il primo quartiere di Gaza, Beit Hanoun, è sembrato un viaggio indietro nel tempo di diversi decenni. Da parte israeliana, vedi edifici moderni, macchine eleganti e strade larghe e modernizzate, quando invece entri a Gaza ti trovi di fronte a infrastrutture deteriorate, strade dissestate, carri trainati da animali, spazi abitativi sovraffollati, una moltitudine di bambini che giocano per le strade , fitte file di biancheria appese agli edifici e visi affaticati che ti guardano con sguardi misteriosi, forse chiedendosi: "Perché qualcuno dovrebbe venire a Gaza?"

Con mia sorpresa, non c'erano macerie visibili di case demolite e rimaste dall'ultima guerra, in maggio, a Gaza. Ho capito che qualsiasi materiale utile viene raccolto molto rapidamente per essere riutilizzato per future ricostruzioni. Ho notato diversi giovani con amputazioni  nelle strade: giovani uomini e adolescenti che hanno perso un arto durante la guerra o perché le loro ginocchia sono state prese di mira durante la  Grande Marcia del Ritorno. I graffiti esposti nei campi, in città e sulla spiaggia esprimono il sostegno della popolazione di Gaza ai Gerosolimitani, al popolo di Sheikh Jarrah e a tutti i prigionieri palestinesi.

Gaza, la prigioniera, esprime resistenza per liberarci!

La guerra punta i riflettori sulla miseria di Gaza, ma molto rapidamente, questa miseria ricade nell'oblio. Oggi, mentre mi siedo al caldo di casa per scrivere questo articolo – beneficiando di un giorno libero dal lavoro a causa della tempesta di neve che ha colpito la regione – vengo a sapere di un bambino a Khan Yunis che è morto a causa della mancanza di riscaldamento di Gaza. Povertà, anemia, insicurezza alimentare, mancanza di attrezzature mediche, mancanza di rifornimento di carburante e mancanza di elettricità sono permanenti a Gaza. Sono rimasta profondamente rattristata quando uno dei nostri tirocinanti a Gaza, un collega anziano, ha detto in un incontro informale: "Ho visitato Gerusalemme l'anno scorso". I colleghi di Gaza hanno espresso curiosità e persino invidia - per spiegare, ha aggiunto: "Sono un malato di cancro e mi è stato concesso il permesso di essere curato all'Augusta Victoria Hospital". Per avere accesso ai servizi medici fuori Gaza bisogna essere molto malati e molto fortunati nello stesso tempo.

Ciascuno dei casi clinici presentati dai terapeuti soffriva di miseria, oltre, in alcuni casi, di psicopatologia. Quattro casi su 21 minori sono stati sottoposti a supervisione in seguito al suicidio di un membro della famiglia. Tutti gli altri hanno seguito la morte traumatica di un familiare ucciso dagli israeliani. In un caso, la bambina era l'unica sopravvissuta della sua famiglia. In un altro caso, il fratello diciassettenne del bambino si è suicidato dopo che sua madre gli aveva fatto pressioni affinché lasciasse la casa per procurarsi il cibo; una sorella ha riferito al consulente scolastico che sua madre era depressa e trascorreva tutto il suo tempo a letto. Quando un terapeuta ha contattato la madre per offrire supporto e un antidepressivo, la madre ha risposto: "Ho bisogno di cibo, non di farmaci".

Non esiste un posto sicuro a Gaza. Il volto del trauma si insinua quando una casa viene demolita, quando un compagno di classe viene ucciso, quando un cugino prende una barca illegale e scompare per sempre, quando c'è la minaccia di un'altra guerra e quando Israele attacca i pescatori e i contadini per dissuaderli dal lottare per guadagnarsi da vivere. Le minacce sono tante e reali.

Ho lasciato Gaza molto presto una domenica mattina per riprendere  il mio lavoro in Cisgiordania. Ho incontrato la fila infinita di lavoratori palestinesi in attesa di attraversare il checkpoint di Erez per andare al lavoro. Mi è stato detto che stavano aspettando dalle 4 del mattino. Nei loro corpi magri, nei volti scuri e rugosi, nelle sigarette scadenti e nei sacchetti di plastica che portavano con un cambio di biancheria intima, ho visto un quadro di schiavitù moderna. A differenza di loro, non sapevo che gli israeliani non mi avrebbero permesso di attraversare il checkpoint con la mia valigia. Ho dovuto precipitarmi a svuotarne il contenuto in sacchetti di plastica e buttarla via prima di raggiungere i soldati.

Sono andata a Gaza per insegnare e supervisionare, ma ho imparato molto come medico, come connazionale palestinese e come essere umano. Se Gaza fosse una persona, il suo trauma più profondo non sarebbe l'aggressione del nemico ma il tradimento dei suoi vicini, dei suoi fratelli e delle sue sorelle. Dobbiamo ancora trovare un rimedio nazionale per questo tradimento.

 

(Traduzione a cura di Associazione di Amicizia Italo-palestinese)

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I COLONI ISRAELIANI VIOLENTI INIZIANO AD ASSOMIGLIARE AL KU KLUX KLAN - Michael Sfard

 

…I reati commessi da cittadini israeliani contro i palestinesi e le loro proprietà in Cisgiordania, che di recente hanno fatto notizia in Israele solo a causa di attacchi rivolti anche ad attivisti per i diritti umani ebrei-israeliani venuti ad aiutare i palestinesi, non sono solo un fenomeno criminale. Sono carichi di implicazioni strategiche e costituiscono effettivamente uno strumento a beneficio di Israele in quanto apporta cambiamenti unilaterali politicamente significativi volti a consolidare il suo dominio nel territorio conquistato nel 1967. I coloni commettono reati ogni giorno, in tutta la Cisgiordania, e cacciano sistematicamente i palestinesi dal loro spazio vitale. Squadre di coloni si impossessano della terra con la forza, sradicando alberi da frutto, picchiando gli agricoltori palestinesi e terrorizzando intere comunità. Nelle aree che invadono, i coloni costruiscono o piantano illegalmente stabilendo una presenza criminale permanente. Questo fenomeno si verifica principalmente nelle zone rurali, ma anche a Hebron e Gerusalemme.

Un osservatore potrebbe delimitare le linee di presenza dei coloni in base alle aree edificate degli insediamenti o alle tangenziali che li circondano, ma questo sarebbe un quadro parziale e fuorviante. Per capire la realtà territoriale è necessario parlare con i contadini palestinesi. Indicheranno l'orizzonte e ci diranno che se attraversano quel fossato o vanno oltre quel grande albero, in un'area a cui un tempo avevano libero accesso, rischiano di essere attaccati dai coloni. Capiremo che le vere linee di confine sono invisibili. Sono le linee di una violenza costantemente mutevoli che stanno costringendo i palestinesi in enclavi sempre più ristrette. L'appezzamento di terreno che ieri era l'arena di battaglia viene oggi sottratto e domani l'appezzamento adiacente, più vicino alle case del villaggio, diventerà il nuovo scenario di lotta.

I dati raccolti da Yesh Din durante i 17 anni di attività dell'organizzazione indicano un processo tanto costante quanto straziante: dalla spirale della violenza nelle aree aperte ai villaggi palestinesi, e negli ultimi anni anche nelle singole abitazioni, mentre bande di coloni effettuano incursioni nel cuore della notte, attaccando in stile Ku Klux Klan. Lanciano pietre, rompono finestre e appiccano incendi. Dei quasi 1.500 casi che abbiamo trattato in questi anni, quasi la metà riguardava reati di danni alla proprietà, un terzo erano reati di violenza e quasi tutto il resto, il 12%, consisteva in occupazioni di terreni. E queste sono solo le denunce che sono arrivate a Yesh Din. Ci sono senza dubbio migliaia di casi che non ci sono pervenuti…

 

(tradotto da Beniamino Benjio Rocchetto)

 

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Il colonialismo di insediamento presentato come “disputa immobiliare” - Romana Rubeo

 

L’attenzione è tornata alta nel quartiere di Sheikh Jarrah, nella Gerusalemme Est Occupata, dopo lo sgombero forzato e la conseguente demolizione della casa della famiglia Salihya, nelle prime ore di mercoledì 19 gennaio, da parte delle autorità israeliane.

La vicenda in questione viene spesso presentata come una mera “disputa immobiliare”, così come impone la narrazione dominante israeliana che si riverbera, automaticamente, in quella cassa di risonanza rappresentata dai media mainstream in Occidente.

A uno sguardo più attento, però, è evidente che questa interpretazione è del tutto fuorviante e che, invece, Gerusalemme Est è teatro di fatti che riproducono, come in una sorta di microcosmo, il cuore stesso della questione palestinese: la terra ambita, sottratta, rubata e confiscata, che è al centro di ogni vicenda coloniale e, conseguentemente, anche delle scelte politiche israeliane. D’altra parte, il colonialismo d’insediamento è parte integrante della natura stessa dello stato di Israele, sin dagli albori dell’ideologia sionista che lo ha ispirato.

Cosa sta accadendo a Sheikh Jarrah

Il 10 marzo scorso, prima che una accesa rivolta popolare portasse la questione di Gerusalemme Est sulle prime pagine dei giornali, la società civile palestinese si era già attivata formalmente per attirare l’attenzione della comunità internazionale su quanto stava accadendo nella Città Santa.

Numerose organizzazioni per i diritti umani hanno firmato infatti un appello congiunto, rivolto alle cosiddette Procedure Speciali delle Nazioni Unite, ovvero a quegli esperti indipendenti che dovrebbero esprimersi in materia di diritti umani in un determinato territorio.

Tra i primi firmatari dell’appello figurano, tra gli altri, Al-Haq, un’associazione palestinese per la tutela dei diritti umani, Addameer, associazione che sostiene i diritti umani e i prigionieri politici, e Defense for Children International – Palestine. Vale la pena sottolineare che, qualche mese dopo, proprio queste associazioni sarebbero state oggetto di un provvedimento da parte di Israele che ne segnalava l’illegittimità e le classificava, senza alcuna prova a sostegno della sua tesi, come organizzazioni terroristiche.

“A Gerusalemme Est, illegalmente occupata e annessa, 15 famiglie gerosolimitane, per un totale di 37 abitazioni e circa 196 palestinesi […] sono a rischio imminente di sgombero forzato,” si legge nell’appello congiunto, che continua spiegando come “applicando, in modo illegittimo l’ordinamento interno israeliano a un territorio occupato, le corti israeliane si sono pronunciate in favore di azioni legali intraprese da organizzazioni di coloni per sfrattare le 15 famiglie palestinesi”.

Geograficamente, i luoghi interessati sono principalmente due: la zona di Batn Al-Hawa a Silwan e quella di Karm Al-Ja’ouni a Sheikh Jarrah.

È proprio da Sheikh Jarrah che, nel maggio scorso, è partita l’accesa mobilitazione palestinese, che ha poi innescato una violenta repressione da parte delle forze israeliane e infine, un’operazione militare ai danni della Striscia di Gaza in cui hanno perso la vita oltre 260 palestinesi, ma che ha al contempo determinato la formazione di una nuova coscienza popolare, pronta a sfidare con decisi atti di resistenza il regime di oppressione a cui il popolo palestinese è sottoposto…

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AL TANTURA: LA MEMORIA DELLA COLONIZZAZIONE - Alya Zoabi

 

Nelle prime fasi del 1948, il villaggio di Al-Tantura fu preso di mira dalle forze armate israeliane; le sue case furono saccheggiate, i suoi abitanti arabi palestinesi espulsi e altri massacrati dalle forze di difesa israeliane Brigata Alexandroni. Israele ha negato per anni l’esistenza del massacro nonostante le testimonianze dei suoi abitanti originari fino a poco tempo fa; un documentario israeliano del 2021 ha rivelato la testimonianza di diversi veterani israeliani che affermavano che in quel momento era avvenuto un massacro che aveva coinvolto più di 200 vittime palestinesi. 

Gli originari abitanti di Tantura furono costretti a trasferirsi in luoghi diversi; la maggior parte di loro aveva parenti a 50 km di distanza in una città chiamata Fureidis (che si traduce come “Paradiso”), e non avevano altra scelta che vivere con loro. Mentre rivisitavo la storia di Tantura, Salah Abu Salah, che all’epoca aveva 8 anni, mi raccontò di come la sua famiglia e altre famiglie dovettero trasferirsi a Fureidis in cerca di riparo.

Raccontando la sua storia, Abu Salah mi ha detto che dopo che le forze di difesa israeliane hanno preso le loro case, “ci hanno messo tutti su un autobus, ci hanno portato in un villaggio vicino e ci hanno lasciati lì”. Per sua fortuna, la madre di Abu Salah aveva una famiglia che viveva a Fureidis e li accolse per stare con loro; altre famiglie non avevano un posto dove cercare riparo, quindi furono costrette a partire per altre zone e alcune fuggirono persino in Giordania. Il mukhtar (il capo del villaggio) di Fureidis apparteneva alla famiglia Bariyeh e non aveva altra scelta che aprire la città ai rifugiati Tantura e invitare le persone a proteggerli. 

Gli uomini dovevano combattere e le donne dovevano restare a casa con i bambini. Nonostante la sua giovane età, Abu Salah non riesce a cancellare dalla sua memoria come suo fratello maggiore avesse fame quella sera e continuasse a tormentare sua madre per il cibo. Non c’era cibo nel rifugio, donne e bambini dovevano rimanere lì per stare al sicuro, mentre gli uomini andavano a proteggere le loro case. La mamma di Abu Salah ha chiesto a suo fratello di essere paziente, ma lui ha continuato a tormentarla. Alla fine gli permise di tornare a casa loro e trovare qualcosa da mangiare. Abu Salah può ancora ricordare come suo fratello sia tornato senza fiato, mormorando parole a sua madre sui corpi a terra e sui morti. Non aveva più fame.

I morti non furono seppelliti nel cimitero del villaggio occupato, alcuni furono seppelliti a gruppi sotto la sabbia, altri furono lasciati all’aperto sulle spiagge di Tantura. 

Abu Yaqoob, un ebreo palestinese che era il mukhtar di Zumarien, un altro villaggio vicino a Tantura, radunò degli uomini (uno dei quali era il cognato di Abu Salah), due cavalli e un enorme carro e insieme iniziarono a radunare i corpi. “15 corpi alla volta”, mi dice Abu Salah. Li seppellivano ovunque potessero trovare un posto vuoto per garantire la dignità dei corpi. Alcuni furono sepolti insieme; alcuni hanno avuto la fortuna di essere sepolti da soli. 

Conquistare Tantura è stato molto facile per le forze israeliane. Secondo Abu Salah, “Erano molto feroci ed erano ovunque. Mio fratello mi raccontava più e più volte quando sono cresciuto come circondavano il villaggio da tre direzioni: la terra e il mare all’inizio, e all’improvviso altri soldati scesero dal treno che si fermava in una stazione vicina .” Erano più numerosi degli uomini del villaggio; avevano fucili e armi, quelle inglesi che gli inglesi lasciarono loro quando il mandato terminò. “È stato così facile che ci è voluta solo una notte per uccidere la maggior parte degli uomini e far uscire il resto di noi”, ha detto. 

Salah sorrise alla mia reazione ingenua al silenzio della gente riguardo ad Al Tantura. “Non abbiamo bisogno del loro riconoscimento”, ha detto, “la terra un giorno testimonierà e racconterà cosa è successo”. Ha parlato di quanti avevano paura di parlare del massacro prima ma adesso non più; ultimamente ha parlato con diversi giornalisti e mi ha fornito i nomi di alcune persone che possono testimoniare quello che è successo a Tantura. “Sono più vecchi di me, ma hanno ancora una buona memoria”, ha detto. Salah è rimasto scioccato quando gli ho detto che Israele nega ancora la Nakba fino ad oggi. Lui mi guardò. “Ahimè,” disse e batté la testa con la mano. 

L’autore Alya Zoabi è il coordinatore legale e parlamentare del Centro Mossawa, che sostiene i diritti civili e democratici dei cittadini arabi palestinesi di Israele nella Knesset e nel governo israeliano.

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PARALIZZATO DA TANTURA, RIANIMATO DA AMNESTY – Mona Abuamara

 

Come palestinese, ho sempre conosciuto il dolore dell’ingiustizia; mi è arrivato con molti sapori amari, alcuni dei quali condividerò con voi.

Come discendenti della Nakba, il dolore del desiderio per la Palestina ha colpito innumerevoli famiglie, compresa la mia. Famiglie che sono state espropriate dalle loro case, costringendole a disperdersi in tutto il mondo.

La paura della perdita, aspettarsi che te stesso o i tuoi cari vengano messi in pericolo in qualsiasi momento.

Il dolore del disturbo da stress post-traumatico, che è riemerso con ogni attacco aereo israeliano di F16 e Apache,
in un modo o nell’altro, somiglia, anche se incomparabile, con gli orrori subiti durante la guerra in Libano.

Il dolore di vivere sotto l’oppressione di un’orrenda occupazione, che si è divertita a infliggere ogni sorta di tattica umiliante e disumanizzante per instillare terrore e resa nei cuori e nelle menti della popolazione indigena palestinese sotto il suo controllo.
Queste tattiche si sono intensificate nella loro cattiveria quando Israele si è reso conto di aver sottovalutato questa nazione.

Ma, se pensi che la mia esperienza suoni strana o terribile, ripensaci.

Da bambino e da giovane adulto, ero considerato uno dei fortunati.

La maggior parte dei bambini e dei giovani palestinesi ha sofferto molto più di quello che è toccato a me, e sfortunatamente, i bambini a Gaza stanno ancora vivendo un incubo senza fine ancora oggi.

La lotta palestinese continua ad avere una soluzione diretta, una soluzione proposta decenni fa e accettata dai palestinesi per il presunto simbolo del consenso internazionale. Una soluzione che si basava in teoria sulla legittimità internazionale e sul diritto internazionale, e si presentava come l’unica via possibile per garantire a tutti una soluzione giusta ed equa. Eppure, noi palestinesi ci troviamo oggi a lottare per convincere i creatori di quella soluzione ad adottarla, rispettarla, proteggerla e sostenerla. Per una drammatica ironia della sorte, la Palestina occupata in via di sviluppo finisce per essere la parte che si sforza di attuare il diritto internazionale e raggiungere l’uguaglianza e l’equità all’interno dell’ordine mondiale.

Idealmente, tali norme sarebbero imbracciate in primo luogo e soprattutto dalle nazioni che hanno prodotto e convalidato la costruzione sociale. Paesi che sottolineano l’importanza della comunità internazionale e il valore del cittadino globale; dichiarando che gli obblighi per il benessere degli altri non si fermano alle proprie frontiere. Gli Stati che affermano i loro progetti di politica estera non si basano esclusivamente sull’interesse personale, sulla ricchezza e sulla sicurezza, ma piuttosto sono costruiti per rispecchiare le loro identità, aggiungendo loro un aspetto morale ed etico. Purtroppo, nel caso della Palestina, né la teoria né la pratica hanno mai incarnato quella visione di un mondo libero costruito su norme comuni, valori condivisi e interessi universali.

Tuttavia, la comunità internazionale ha il potere e i mezzi per porre fine all’occupazione israeliana della Palestina e oggi ha ottenuto un altro strumento con il rapporto di Amnesty, che le consente, più che mai, di ritenere Israele responsabile.

Quindi il modo c’è, ciò che manca è una volontà!

Ho sempre saputo che nella Palestina storica sono state commesse atrocità inconcepibili contro la popolazione palestinese indifesa.

Ho sentito le storie della mia stessa famiglia e di altre famiglie palestinesi. Storie che hanno inflitto tristezza e dolore con ogni parola raccontata. Ma quando l’ articolo di Haaretz in cui alcuni mostri israeliani hanno ammesso di aver massacrato oltre 200 palestinesi indifesi a Tantura e poi hanno ammesso di essersi sbarazzati dei loro corpi in modo così selvaggio, quel momento ha rappresentato una svolta significativa nella mia vita, un paradosso di impotenza e furore.

Per decenni questi soldati e leader spietati sapevano dove giacevano i corpi, eppure hanno continuato a costruire un parcheggio sopra di loro. Un parcheggio attraverso il quale milioni di persone hanno guidato, camminato e corso eccitati per divertirsi in spiaggia. Non rendendosi conto che calpestavano più di 200 corpi mentre si godevano le rovine di un villaggio palestinese ripulito etnicamente.

Una tale crudeltà è incomprensibile! Le politiche nascoste machiavellicamente chiariscono a quale tipo di democrazia e sistema rispettoso della legge si riferisce Israele.

Quindi, per quanto odio ammetterlo, dopo che i dettagli del massacro di Tantura sono venuti alla luce, e fino ad oggi, ho vissuto devastazione e totale impotenza.

Non riuscivo a superare la brutalità paralizzante, e la mancanza di una risposta adeguata a una simile assurdità era inquietante.

Ma dopo aver sfogliato il rapporto di Amnesty e aver visto la conferenza stampa, ho ripreso animo.

Mi sono reso conto che solo condividendo la nostra verità come vittime di questa terribile occupazione saremo in grado di sfidarne l’esistenza contorta.

Tantura rappresenta un pezzo di un quadro straziante, che continuerà a venire alla luce solo nei prossimi mesi e anni, nonostante Israele cerchi di impedire che ciò accada.

Alla fine, quell’immagine rappresenterà la brutta verità nascosta della Nakba che si è abbattuta sui palestinesi.

Oggi, pubblicando il suo rapporto, Amnesty ha anche confermato la triste realtà che i palestinesi affermano da decenni.

Questo illustra quanto sia importante per noi far sentire la nostra voce in tutti i luoghi e quanto sia essenziale basarsi sul sostegno di coloro che difendono la verità, la libertà e i diritti umani.

Non ci servono le scuse dopo un decennio; vogliamo la assunzione di responsabilità ora.

Per onorare coloro che hanno perseverato di fronte all’oppressione, al razzismo e all’apartheid, dobbiamo essere forti e uniti nel denunciare le violazioni di Israele.

E, in onore di coloro sepolti nelle atroci fosse comuni israeliane, racconteremo le loro e le nostre storie; Parleremo della nostra Nakba!

Le cose possono sembrare penose in questo momento. Ma dobbiamo farci strada attraverso il rumore, la propaganda e l’intimidazione e andare avanti. Smascherare il vero volto dell’occupazione è vitale per sconfiggerla e potremmo essere molto più vicini ad arrivarci di quanto pensiamo.

(Traduzione a cura della redazione)

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Davide e Golia – Ugo Tramballi

 

Lo scorso 26 gennaio l’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Gilat Erdan, si è presentato al Consiglio di Sicurezza mostrando una pietra. E’ stata raccolta, ha spiegato, nei Territori occupati (lui non li ha chiamati in questo modo): dei palestinesi l’avevano lanciata contro un’auto israeliana.

Sempre con la pietra nella mano destra sollevata, Erdan aveva criticato “la parzialità del Consiglio di Sicurezza”. In particolare la sua “assoluta sottovalutazione del terrorismo lancia-pietre”. Nella consueta conferenza stampa dopo la seduta al Palazzo di Vetro, un giornalista aveva chiesto a una portavoce dell’Onu se, nel caso ci fosse una risposta del rappresentante dell’Olp, gli sarebbe stato permesso presentarsi con un bulldozer uguale a quelli che usano gli israeliani per radere al suolo le case dei palestinesi. O con uno dei fucili-mitragliatori con i quali affrontano i lanciatori di pietre, a volte uccidendoli.

”Erdan invita a un legittimo paragone” ha commentato Ian Williams, già presidente della Foreign Press Association all’Onu. “Al confronto fra i ragazzi palestinesi e il Golia israeliano, povero e senza difesa dai voraci lanciatori di pietre, protetto solo da droni, missili, aerei e carri armati”.

Un diplomatico, anche il rappresentante dei generali di Myanmar o della Siria di Bashar Assad, dovrebbe cercare equilibrio e intelligenza nel perorare la causa del suo paese. Se l’israeliano si fosse presentato con i resti di un razzo di Hamas o le foto di nuovi missili iraniani forniti a Hezbollah libanese, sarebbe stato ascoltato con attenzione.

Forse accortosi di non averla, e nel tentativo di dare una certa gravitas alla sua denuncia, Erdan ha aggiunto: “Come reagirebbero (i membri del Consiglio di Sicurezza, n.d.r.) se una pietra di queste finisse sui loro veicoli?”. L’egiziano al-Sisi e Vladimir Putin già avevano esteso la qualifica di terrorista a chiunque si oppone ai loro regimi. Erdan l’ha allargata a chi ammacca le carrozzerie.

Privo di senso della misura, Gilad Erdan è un politico, non un diplomatico. E’ uomo del Likud e di Bibi Netanyahu che, mandandolo in America (promoveatur ut amoveatur), gli aveva dato il ruolo di ambasciatore all’Onu e a Washington. Il nuovo governo gli ha tolto la seconda carica affidandola a Mike Herzog, un diplomatico vero.

L’ambasciatore con la pietra in mano, un Golia travestito da Davide, sarebbe una parodia se non fosse uno dei molti segni della tragedia che imprigiona due popoli. La faziosità di Gilad Erdan nel descriverla – i sassi degli uni e nient’altro – dimostra quanto una parte d’Israele si rifiuti di riconoscere una qualche dignità agli avversari: esistono i terroristi, non i palestinesi. A loro non è riconosciuto il diritto di opporsi all’occupazione: il conflitto esiste solo per gli israeliani quando decidono di entrare di notte nelle case palestinesi per arrestare i lanciatori di sassi non colti sul fatto ma fissati dalle telecamere.

Perché non c’è nulla che i palestinesi facciano senza che la tecnologia del Grande Fratello israeliano veda. Se, come è stato scoperto, con i dispositivi di NSO la polizia spiava illegalmente politici e giornalisti israeliani, possiamo immaginare quanto pervasiva sia nei Territori occupati, dove la democrazia israeliana non esiste…

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Calunnie e Antisemitismo - Alessandra Mecozzi

 

Il ministro degli esteri israeliano, Yair Lapid, definisce “prive di fondamento, faziose e antisemite” le accuse contenute nel rapporto di 270 pagine reso pubblico a inizio febbraio da Amnesty International e intitolato Apartheid israeliano contro i Palestinesi. Un crudele sistema di dominazione e un crimine contro l’umanità. Agnes Callamard, la segretaria dell’organizzazione, nota per basare le sue affermazioni su fatti documentati grazie a ricercatori sul campo che verificano le violazioni dei diritti umani, aggiunge che la risposta internazionale all’Apartheid non deve più limitarsi a blande condanne e a formule ambigue. Se non se ne affronteranno le cause di fondo, palestinesi e israeliani rimarranno intrappolati nel ciclo di violenza che ha distrutto così tante vite. D’altra parte, le stesse conclusioni sono argomentate da tempo da molti altri osservatori internazionali, come Human Rights Watch, e dalle stesse associazioni israeliane per la tutela dei diritti umani. Quel che si rileva più raramente è che le affermazioni calunniose verso Amnesty e gli altri svuotano di significato in primo luogo proprio la lotta contro un sistema nefasto di idee e pratiche che esiste da ben prima dell’Olocausto ed è tutt’ora drammaticamente ben vivo. Nella velenosa costruzione dell’”altro da noi”, i bersagli e i capri espiatori possono cambiare facilmente di nazionalità, ruolo sociale, ecc. Fino a generare quel che parrebbe impensabile: le vittime del razzismo, in differenti condizioni storiche, ne diventano protagoniste o complici. Sarebbe di enorme importanza, come rileva Alessandra Mecozzi, che questi temi e le conoscenze storiche e culturali ad essi connesse, fossero analizzati e discussi in libertà e in profondità nelle scuole e negli altri ambiti educativi. Il fatto che non lo si faccia e si riducano problemi complessi a quattro semplicistiche affermazioni sull’odio e la tolleranza sta dando frutti evidenti.

Accusa non sorprendente, dato che da anni Israele bolla come “antisemita” chiunque esprima critiche nei confronti delle sue politiche oppressive e violente nei confronti della popolazione palestinese, sia nei Territori occupati, a Gaza e Gerusalemme est che sul territorio israeliano. La infamante accusa ha colpito in Europa persone ed iniziative nel mondo educativo e universitario, nel mondo della cultura, dello spettacolo, talvolta anche in quello politico, spesso utilizzando come arma contundente quella definizione di antisemitismo prodotta dall’International Holocaust Remembrance Alliance (2016), criticata, anche all’interno di Israele: oltre 200 accademici vi hanno risposto con la Dichiarazione di Gerusalemme. https://jerusalemdeclaration.org/ Lo stesso creatore della definizione IHRA, Kenneth Stern, dell’ American Jewish Committee, dichiarava su The Guardian del 19 dicembre 2019,  “Io l’ho scritta …principalmente affinché i raccoglitori di dati europei potessero sapere cosa includere ed escludere, mai l’ho intesa per silenziare il dibattito…Gli ebrei di destra ne stanno facendo un’arma!”…

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Proiettili, brutalità e bulldozer: com’è veramente l’apartheid israeliano - Hagai El-Ad

 

Un attivista morto, un bambino detenuto, una casa demolita: è solo un’altra giornata negli sforzi arroganti e immorali di Israele per cancellare l’identità, la vita e la dignità dei palestinesi

 

Un attivista morto, un bambino detenuto, una casa demolita. C’è qualcosa di nuovÈ stato solo un altro giorno in cui migliaia di persone hanno preso parte al funerale di Haj Suleiman al-Hathaleen a Umm al-Kheir. Per Israele, la sua comunità non esiste, è solo un’altra località palestinese da cancellare e sostituire, soffocata lentamente mentre il vicino insediamento fiorisce: le sue case iniziano letteralmente dove finiscono le baracche di Umm al-Kheir .

Haj Suleiman era un convinto sostenitore della sua comunità. Era un palestinese qualunque di fronte a un regime che lavora instancabilmente per rendere invisibile il suo popolo. È stato investito da un camion che lavorava al servizio della polizia israeliana; la versione ufficiale è che era invisibile all’autista. Lo hanno lasciato lì al suo destino, senza fornire assistenza medica. È morto per le ferite riportate, dopo due settimane di lotta tra la vita e la morte.

Per i suoi genitori, Amal Nakhleh è una cosa importante. Era nato prematuro, quindi lo chiamarono Amal – speranza – nella speranza che sopravvivesse. E lui ce l’ha fatta.

Per Israele, Amal è solo un altro nessuno palestinese. Il fatto che abbia appena compiuto 17 anni e che soffra di una malattia autoimmune non ha alcuna importanza. Da oltre un anno è detenuto in “detenzione amministrativa“, il termine imbiancato di Israele che descrive la routine kafkiana di trattenere a tempo indeterminato qualcuno –un nessuno– senza accusa o processo. La stessa settimana in cui Haj Suleiman è stato sepolto, Amal ha compiuto 18 anni, mentre era in carcere. Pochi giorni prima, Israele ha prolungato la sua non-condanna per la quarta volta..

Per decenni, la famiglia Salhiye ha chiamato casa il quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme. Ma non era la casa originale della famiglia: nel 1948, quando fu fondata Israele, la famiglia fu espulsa da Ein Karem, che è ora un quartiere residenziale artistico in un’altra parte della città.

Erano passate poche ore della notte successiva al giorno in cui Haj Suliman fu seppellito. Era ancora buio e gelido quando la polizia di frontiera e il bulldozer si sono presentati nell’oscurità della notte, e non ci è voluto molto prima che Israele gettasse fuori –di nuovo–la famiglia Salhiye dalla sua casa. Poi il bulldozer ha fatto il suo lavoro.

A questi frammenti della vita –e della morte– dei palestinesi se ne aggiungono numerosi altri. Almeno tre, in un solo giorno. Molti altri si sono svolti proprio quel giorno, e la settimana prima, e il mese precedente e l’anno prima. E così via.

Questa brutalità schiacciante non è nuova. Si fa sentire sulla vita di ogni palestinese. Il proiettile o il bulldozer, il permesso negato o la prigione prolungata, l’umiliazione e la disumanizzazione. Questo è l’apartheid. Sorveglianza israeliana ad alta tecnologia mista a violenza di basso livello, incentrata sulla supremazia ebraica, apartheid insomma.Ovviamente Israele negherà tutto. Haj Suliman? Un incidente d’auto è oggetto di indagine (sono passate alcune settimane; l’autista deve ancora essere interrogato dalla polizia; in ogni modo, Israele nasconde regolarmente quasi tutti i casi di uccisioni di palestinesi da parte delle sue forze di sicurezza).

La prolungata incarcerazione senza processo di Amal? Niente di cui preoccuparsi, grazie alla supervisione giudiziaria israeliana di livello mondiale (dai giudici militari ai giudici dell’Alta Corte, tutti regolarmente approvano questa -e molte altre- misure draconiane contro i palestinesi senza nemmeno una parvenza di giusto processo; le “prove” rimangono segrete, quindi sono fatte in modo che sia impossibile provare la propria innocenza).

La famiglia Salhiye? Secondo la legge israeliana, non possono reclamare la loro casa a Ein Karem, perché sono palestinesi. E in base alla legge israeliana, alle sentenze dei tribunali e alle distorte interpretazioni legali, molte altre famiglie palestinesi dovrebbero essere espulse dalle loro case di Gerusalemme, per far posto ai coloni ebrei.

Tutti i dettagli sono stati studiati con cura. Questa brutalità vuole nascondersi all’interno dello “stato di diritto”. In effetti, essere così inserito nella legge –e come tale così celebrato dalla propaganda israeliana– rende questo sistema ancora più orribile.

È stato solo un altro giorno negli sforzi arroganti, immorali e brutali di Israele per cancellare l’identità, la vita e la dignità dei palestinesi. Eppure Umm al-Kheir è un luogo vero. E Amal Nakhleh è vivo, come speravano i suoi genitori quando è nato prematuro di tre mesi. E la famiglia Salhiye non ha dimenticato Ein Karem.

È stato solo un altro giorno. È difficile contenere la rabbia o trattenere le lacrime. Quanti altri giorni come questo ci aspettano?

 

Hagai El-Ad è un’attivista israeliano per i diritti umani e direttore esecutivo di B’Tselem. Twitter: @HagaiElAd

 (Traduzione a cura di AssoPacePalestina)

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INVOCARE L'AMERICA È LA SCUSA PREFERITA DELLA SINISTRA ISRAELIANA - Gideon Levy

 

C'è ancora qualche differenza tra il centro-sinistra e la destra? Quale dei due è più onesto e diretto? Prendiamo l'insediamento di Evyatar, per esempio. Uno spregevole caso di furto di terra. C'è già un progetto per legittimare il tutto. Il centro-sinistra "si oppone." Yair Lapid di Yesh Atid ha scritto una lettera "tagliente" al Primo Ministro. La laburista Merav Michaeli si è unita. I due rappresentanti dello schieramento sono a favore dello smantellamento di Evyatar. A causa del crimine? A causa dell'immoralità? A causa dell'ostacolo a qualche possibilità di pace?

Tutt'altro. Perché danneggerà le relazioni con gli Stati Uniti. Il Segretario di Stato Americano Antony Blinken ha avvertito Lapid e Michaeli: "L'ampliamento di Evyatar danneggia gravemente le relazioni con i nostri più stretti alleati e gli interessi strategici di Israele. I laburisti continueranno a lottare per l'interesse della sicurezza di Israele". Ah, ecco perché. Per la sicurezza.

Come dei bambini bisognosi dei genitori, ora il centro-sinistra vuole solo nascondersi dietro le spalle degli adulti. Tutto quello che sanno dire è "America". L'unica cosa che li preoccupa è la loro immagine internazionale. Che triste. Che patetico. Com'è ipocrita e viscido. Sostengano Evyatar o si oppongano, ma siano onesti. Non si può volere entrambe le cose. O sei pro o contro. Insediamento o democrazia. Stato di diritto o Stato di forza. Chiedere lo smantellamento di Evyatar invocando l'America è la posizione più codarda da assumere.

Pochi giorni dopo è stata la volta del Ministro dell'Interno Ayelet Shaked. La sua legge razzista sulla cittadinanza è stata approvata, un altro grande traguardo per la destra. Lapid è corso in aiuto di Shaked per ottenere l'approvazione della legge, ovviamente. Anche il Partito Laburista era favorevole. Shaked ha detto: "Non serve usare mezzi termini, la legge ha anche motivazioni demografiche, per impedire un insidioso diritto al ritorno". Dritto al punto, senza nascondersi dietro nessuno. Razzismo dichiarato, proprio come ci ha detto il Ministro dell'Interno.

La supremazia ebraica, la minaccia demografica, gli arabi israeliani come cittadini di seconda classe: è loro vietato sposare chi vogliono e avere una famiglia nel proprio paese, solo gli ebrei possono. Solo ed esclusivamente gli ebrei. Un'altra legge suprematista per gli annali. "Sì, c'è una violazione dei diritti umani fondamentali qui, ma è proporzionata", dice Shaked. È lei che determina la proporzionalità. Lapid la appoggia, e anche Michaeli.

A questo punto, merita più rispetto la destra. Le sue posizioni possono essere terribili, ma almeno è abbastanza onesta da esprimerle apertamente. Il centro-sinistra è evasivo e cerca di mascherare le cose. Entrambi gli schieramenti appoggiano una delle leggi che più spudoratamente delineano Israele come uno Stato razzista, non ci sono due modi per farlo. Una legge che discrimina tra cittadini è una legge antidemocratica, una società che legifera leggi suprematiste per un gruppo etnico a scapito di un altro è una società razzista. La destra lo dice apertamente, la sinistra blatera e inganna.

Le differenze intellettuali tra loro sono irrisorie, le differenze nell'onestà sono considerevoli. La destra è più onesta, il centro-sinistra è subdolo. La destra vuole la supremazia ebraica e lo dice senza esitare e senza nascondersi dietro nessuno. La sinistra vuole e non vuole, vuole avere entrambe le cose, sentirsi bene con se stessa e anche essere nazionalista come la destra. Sosterrà la legge sulla cittadinanza, ma solo temporaneamente. Si opporrà a Evyatar, ma solo per le sue implicazioni internazionali. Il centro-sinistra non ammetterà mai qual è veramente la sua posizione, non perché lo stia nascondendo, ma perché non ha una posizione. Per cosa combatterà questo schieramento, cosa rifiuterà di concedere, indipendentemente dall'America? Nessuno lo sa, perché lo stesso centro-sinistra non lo sa.

Nella scelta tra i due è preferibile la destra. Non ci sono quasi differenze ideologiche, quindi almeno sapremo la verità, non importa quanto sia sconvolgente. Tra Shaked, che afferma impassibile che siamo razzisti e vogliamo essere razzisti, e Lapid e Michaeli che chiedono all'America di dirci cosa fare, è preferibile la prima. Tra sfacciataggine e ipocrisia, è meglio la sfacciataggine.

(Tradotto da Beniamino Benjio Rocchetto)

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Legge israeliana e tortura: dai minori detenuti a una “stanza delle torture” in prigione - Mohammed El-Kurd

 

Il sole non era ancora sorto il 21 gennaio, quando 30 soldati israeliani hanno arrestato il dodicenne Ammar nella sua casa, nel deserto del Negev. Il suo presunto crimine: protestare contro la recente spinta verso un piano di rimboschimento finanziato dal governo – o “greenwashing”, come molti lo definiscono – che porterebbe allo sradicamento di migliaia di alberi beduini Palestinesi, per sostituirli con alberi di pino.

Ammar è stato rilasciato dopo alcune ore di detenzione e messo agli arresti domiciliari anche se, come hanno detto i suoi genitori, era a casa durante la protesta. Al Jazeera ha riportato che il ragazzino non ha detto una parola da quando è tornato a casa.

La storia di Ammar è soltanto una fra le tante vicende che si sono susseguite nelle ultime settimane. Secondo Adalah, un centro legale con sede a Haifa che lavora per proteggere i diritti dei Palestinesi, 150 Beduini Palestinesi (di cui circa il 40 per cento sono minorenni) sono stati arrestati con l’accusa di aver provocato “disordini” durante le proteste contro la loro espulsione dall’area. Il programma è guidato dal Fondo Nazionale Ebraico (JNF), un’organizzazione parastatale, e rappresenta soltanto l’ultimo capitolo dello sforzo coloniale per “far fiorire il deserto”, che dura ormai da decenni. Un deputato israeliano ha promesso che gli Israeliani avrebbero “esercitato la [loro] sovranità sul Negev.

Benché’ i Beduini Palestinesi abbiano coltivato e abitato le loro terre sin da prima della Nakba, i successivi governi israeliani si sono adoperati per espellerli e “trasferirli”, revocando nel frattempo i loro diritti sulla terra. I Beduini posseggono gli atti di proprietà delle loro terre ma, tutt’oggi, le autorità israeliane si rifiutano di riconoscerli, affermando invece che gli sforzi di rimboschimento si stanno svolgendo su terreni “di proprietà statale”, in questo caso di proprietà del Fondo Nazionale Ebraico. Sul sito web dell’organizzazione, si legge che il Fondo è “il custode della terra di Israele, per conto dei suoi proprietari – Ebrei ovunque essi siano” – un ruolo che l’ha portato a piantare 86 delle sue foreste sulle rovine dei villaggi distrutti dai Sionisti.

Benché’ il Fondo Nazionale Ebraico abbia sempre sfrattato i Palestinesi dalle loro terre, ciò che rende questo momento particolarmente degno di nota, dicono gli osservatori, sono sia lo spirito di protesta dei Beduini, che il livello di violenza inflitto su di loro. Nelle ultime settimane, ci sono state numerose segnalazioni di manifestanti, residenti, bambini, e almeno un giornalista, picchiati e maltrattati dalle forze israeliane nel Negev. In un caso, i soldati israeliani hanno utilizzato sui manifestanti gas lacrimogeni, lanciandoli da droni precedentemente utilizzati solo nella Cisgiordania occupata, e nella Striscia di Gaza sotto assedio, sfatando il mito secondo cui i Palestinesi che posseggono un passaporto israeliano sono in qualche modo tutelati dalla violenza coniale del regime.

“Il livello di violenza utilizzato per reprimere le proteste [nel Negev] ha ​​dimostrato in pratica che i Palestinesi, indipendentemente dal loro passaporto, devono affrontare una valanga di forze di sicurezza israeliane”, ha scritto l’attivista Riya Al’Sanah su The Independent.

La violenza non si è fermata alla repressione delle proteste. Piuttosto, è continuata sotto forma di incursioni nelle case e detenzioni come quella inflitta su Ammar- una repressione che alcuni hanno descritto come una “guerra di logoramento”, volta a intimidire i Palestinesi e soffocare la loro resistenza all’espansione coloniale…

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Far fiorire il deserto? Come Israele sta facendo greenwashing con il furto di terre nel Negev - Jessica Buxbaum

 

Questo mese, i beduini nel Naqab (Negev) hanno affrontato i bulldozer mandati dallo Stato israeliano che tentavano  di impossessarsi della loro terra. La linea ufficiale dello Stato israeliano è che sta preparando la terra per progetti di “forestazione”, ma la gente del posto sostiene che l’iniziativa del governo per piantare alberi è semplicemente uno stratagemma per confiscare la terra alla popolazione nativa.

“Non siamo contrari a piantare alberi, ma non in questo modo”, ha detto Khalil Alamour, un attivista beduino. “Perché la forestazione qui è uno strumento colonialista, non per aiutare le persone”.

Alamour ha descritto come il Jewish National Fund (JNF), l’organizzazione sionista che guida gli sforzi di forestazione, ha spianato i campi di grano e orzo seminati dagli abitanti del villaggio.

“Non è per ‘far fiorire il deserto’ come hanno sempre affermato. È solo per sradicare i nostri alberi”, ha detto Alamour, sottolineando come nelle ultime settimane il JNF ha raso al suolo ulivi e fichi per fare spazio alle sue piantine di pino.

Attivisti beduini e gruppi per i diritti umani affermano che lo slogan simbolico del movimento sionista: “far fiorire il deserto”, è un inganno e le attività del JNF stanno effettivamente facendo il contrario.

L’anno scorso, l’organizzazione ambientale israeliana, la Società per la Protezione della Natura in Israele, ha portato il JNF davanti alla Corte Suprema dello Stato, sostenendo che la piantumazione di alberi danneggerebbe la biodiversità del Naqab. La Società ha perso.

Ma le foreste del JNF non sconvolgono solo l’ecosistema, ma anche l’economia locale.

“Storicamente il Naqab stava fiorendo. Milioni di dunam/km2 (più di 25.000 acri) sono stati coltivati ​​dalla comunità beduina”, ha detto Amir Abu Koider, un attivista beduino.

“In una società che si basa sull’agricoltura, l’allevamento e il pascolo, si stanno effettivamente spogliando della loro risorsa principale: la terra”.

La storia del “greenwashing” del JNF

Il JNF ha svolto un ruolo significativo nella colonizzazione sionista della Palestina. L’organizzazione è stata fondata durante il Congresso Sionista del 1901 in Svizzera e ha il compito di acquistare terreni in Palestina per l’insediamento ebraico. Il processo di acquisto veniva generalmente effettuato tramite proprietari assenti.

Negli anni ’20, tuttavia, i palestinesi erano estremamente consapevoli degli sforzi di colonizzazione del JNF e si rifiutarono di vendere la loro terra all’organizzazione. Questa circostanza  portò   il JNF a ricorrere a metodi più insidiosi per acquisire terreni, come reclutare palestinesi per acquistare appezzamenti per il JNF.

Per facilitare queste procedure, il JNF iniziò a tenere archivi dettagliati dei villaggi palestinesi destinati a futuri sfollamenti. Questi registri dei villaggi  furono  poi utilizzati dalle milizie sioniste quando con la forza  deportarono in massa i palestinesi dal 1947 al 1948 in quella che è conosciuta come la Nakba, o “Catastrofe” in arabo.

Dopo la Nakba , e da quando Israele fu ufficialmente istituito come Stato nel maggio 1948, il JNF ha sequestrato più del 70% della terra palestinese…

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Sfidare l’apartheid climatico di Israele in Palestina - Muna Dajani

Attraverso la sua partecipazione alla Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP26) del 2021 e altre conferenze internazionali, l’Autorità Palestinese continua a promuovere un approccio statale al cambiamento climatico che alla fine blocca la legittima giustizia climatica e ambientale in Palestina. Infatti, la dirigenza palestinese ha ridotto la lotta di liberazione palestinese, intrinsecamente una lotta per la giustizia climatica e ambientale, a un fallito progetto di costruzione dello Stato sin dagli Accordi di Oslo del 1993.

La giustizia è raramente affrontata in questi congressi e conferenze internazionali, lasciando i palestinesi confinati nella logica dei donatori internazionali che cercano di gestire l’occupazione invece di fare pressione su Israele per porvi fine. La normalizzazione e la depoliticizzazione dell’apartheid climatico di Israele caratterizzano l’approccio esistente per affrontare le questioni climatiche e ambientali della Palestina e devono essere contrastate sia dai palestinesi che dai sostenitori della giustizia climatica internazionale.

Normalizzazione è depoliticizzazione dell’apartheid climatico 

In Palestina, il quadro di costruzione della pace ha plasmato programmi di cooperazione che depoliticizzano le questioni ambientali e climatiche e, quindi, non riescono a interrompere le pratiche coloniali dei coloni israeliani. Infatti, iniziative finanziate da donatori come EcoPeace e l’Istituto Arava hanno utilizzato per anni slogan come: “l’Ambiente Non Conosce Confini” e “Riunire le Persone”. Fondamentalmente, queste iniziative servono solo a ignorare quella che è chiaramente una situazione di apartheid climatico e a promuovere il cambiamento climatico come un’altra arena in cui la cooperazione e il dialogo sono la risposta sostitutiva ad un cambiamento politico radicale.

Le organizzazioni ambientaliste palestinesi e i loro alleati hanno a lungo criticato queste iniziative per la normalizzazione e la legittimazione dell’occupazione israeliana con il pretesto di: sviluppo sostenibile, costruzione di fiducia e rendere più verde l’ambiente. Hanno evidenziato che, normalizzando e depoliticizzando il cambiamento climatico, queste iniziative promuovono l’idea che i problemi ambientali possono essere risolti solo con la tecnologia e gli incentivi basati sul mercato.

Il cambiamento climatico, tuttavia, non è un fenomeno naturale; è aggravato da decisioni politiche ed economiche. Nel caso della Palestina, gli effetti del cambiamento climatico sono influenzati ed aggravati dal colonialismo dei coloni israeliani e dal furto di risorse naturali. Ma invece di sostenere i palestinesi nella loro lotta per garantire i loro diritti sull’acqua, per esempio, l’Unione Europea e altri donatori internazionali hanno sottolineato per decenni il potenziale delle soluzioni tecniche per aumentare la disponibilità di acqua e risolvere la “carenza d’acqua” in Palestina.

Nell’ambito degli attuali meccanismi di finanziamento del cambiamento climatico, questo modus dannoso prevale. Ad esempio, il Green Climate Fund (Fondo Verde per il Clima), un meccanismo finanziario multilaterale dell’UNFCCC (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici), sta attualmente sostenendo un progetto quinquennale incentrato sull’aumento della disponibilità di acqua per l’agricoltura sostenibile a Gaza attraverso l’uso delle acque reflue trattate. Questa è un’altra soluzione tecnologica che ignora e normalizza la realtà politica che Gaza deve affrontare a causa del paralizzante blocco e dell’assedio di Israele, che a sua volta la isola dal resto della Palestina in termini di risorse naturali e continuità geografica…

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“Più che meraviglioso”… La libreria di Gaza riaprirà dopo una campagna globale dal successo inaspettato -Alison Flood

 

Decine di migliaia di libri in dono hanno iniziato ad arrivare nella nuova sede della libreria di Gaza distrutta dagli attacchi aerei israeliani l’anno scorso, e il proprietario Samir Mansour ora prevede di riaprire i battenti il ​​mese prossimo.

La libreria Samir Mansour, ridotta in macerie lo scorso maggio, era stata fondata dal palestinese Mansour 22 anni fa ed era molto amata dalla comunità locale. La sua distruzione durante il conflitto di 11 giorni che ha ucciso più di 250 persone a Gaza e 13 in Israele, ha portato a una campagna per la sua ricostruzione che ha raccolto 250.000 dollari, oltre a donazioni di 150.000 libri. L’esercito israeliano ha affermato che il suo obiettivo non era il negozio,  ma l’edificio che lo ospitava, in quanto a suo dire conteneva una struttura di Hamas per la produzione di armi e la raccolta di informazioni.

Mansour si prepara ora a riaprire sia come libreria che come biblioteca, in una nuova sede a meno di 100 metri dal sito originale. Il nuovo edificio, che è costato 340.000 dollari, ha dovuto essere abbattuto e ricostruito e Mansour ha speso 70.000 dollari dei suoi risparmi personali costruendo scaffali in legno, piastrellando e installando forniture elettriche. Tutti i fondi generati dalla campagna, lanciata dagli avvocati per i diritti umani Mahvish Rukhsana e Clive Stafford Smith, sono andati al progetto, con il blocco imposto a Gaza che ha fatto aumentare i costi.

Rukhsana, avvocatessa americana per i diritti umani che lavora presso 3DC a Londra, ha affermato che le donazioni di libri sono arrivate da tutto il Regno Unito, oltre che dall’estero, con il primo container di 50.000 libri arrivato nella Striscia di Gaza la scorsa settimana. Seguirà la spedizione dei libri rimanenti.

“Ero così felice quando ho visto che la prima spedizione era arrivata… mi sono sentito come una fenice rinata”, ha detto Mansour. “Non mi aspettavo tutto questo supporto. E’ stato qualcosa al di là dell’immaginazione e qualcosa di più che meraviglioso”.

“Ha perso circa 90.000 libri nel bombardamento e il nostro obiettivo era raccoglierne 100.000”, ha detto Rukhsana. “Siamo stati immediatamente inondati da libri e da volontari che volevano donare tempo, furgoni, camion, denaro e libri”.

Un volontario di Peterborough, Rabea Zia, ha aiutato Rukhsana a gestire i 70 punti di raccolta di libri sparsi in tutto il Regno Unito; solo a Londra c’erano 20 punti di consegna.

“È iniziato nelle case dei volontari. Poi è diventata una sfida perché garage, cucine e soggiorni sono stati rapidamente inondati di libri. Alcune persone li hanno tenuti in drive in, ristoranti e caffetterie, anch’essi occupati rapidamente e che hanno dovuto essere sgombrati regolarmente”, ha affermato Rukhsana. “Abbiamo lanciato un appello per i furgoni. I volontari hanno preso in prestito dei furgoni e hanno iniziato a sgomberare le case. Sono stati affittati magazzini per accogliere il crescente numero di libri. Il nostro garage ad Ascot si è riempito velocemente di circa 30.000 libri. Altri 20.000 sono arrivati ​​dalla Scozia. Altri 20.000 da Leicester, Manchester, Croydon. E le piccole case editrici hanno donato nuovi libri».

L’avvocatessa ha detto che ogni volta che nasceva un nuovo problema, veniva trovata una soluzione. “Un’azienda cargo ci ha contattato tramite i social media e si è offerta volontaria per mettere i libri sui pallet e impilarli con dei carrelli elevatori in un magazzino. Da lì, un’altra meravigliosa azienda chiamata Awesome Books ha offerto volontariamente camion per il ritiro dai depositi in tutto il paese. Sono stati ordinati per genere e confezionati in contenitori di stoccaggio”, ha detto. “È stato impegnativo a causa della carenza di autotrasporti legata alla Brexit, ma tutti hanno lavorato insieme pazientemente. È stato incredibile vedere come una comunità globale si è riunita e ha voluto sostenere questo progetto. Oltre 4.800 donatori hanno donato denaro da tutto il mondo per sostenere i costi”. Rukhsana ha anche spiegato come i donatori siano stati incoraggiati a scrivere messaggi all’interno dei libri, lasciando i loro indirizzi e-mail in modo che i nuovi proprietari possano mettersi in contatto, se lo desiderano.

L’unica richiesta che Mansour ha fatto è stata per i libri di Harry Potter, molto popolari tra i bambini di Gaza. Molte persone hanno acquistato i cofanetti di Harry Potter da spedire, ha detto Rukhsana, con un volontario che ha venduto cupcake e prodotti da forno per un mese per raccogliere fondi per acquistare i set di libri di JK Rowling e Roald Dahl.

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Un uomo di Santa Barbara ha speso oltre 300 dollari per spedire tre scatole di libri e altri libri sono stati spediti da Grecia, Francia, Italia, Emirati Arabi Uniti, varie città degli Stati Uniti e Singapore. “Abbiamo ricevuto numerose  richieste di organizzare raccolte di libri a livello internazionale. Abbiamo dovuto rifiutare perché avevamo superato rapidamente il nostro obiettivo”, ha affermato Rukhsana. “I volontari hanno lavorato fino all’una di notte guidando e ritirando libri e poi ci hanno ringraziato per essere stati coinvolti in modo tangibile”.

Il nome del negozio, quando aprirà il 12 febbraio, rimarrà lo stesso, Samir Mansour Bookshop. “Penso che la comunità sosterrà l’idea della nuova libreria, soprattutto perché è vicina allo stesso luogo che è stato distrutto”, ha affermato Mansour. “Siamo in una pessima situazione economica. Quindi speriamo per il meglio e vedremo cosa accadrà in futuro”.

Rukhsana ha detto che lei e gli altri volontari sono stati “davvero orgogliosi di vedere arrivare i libri a Gaza, a persone che hanno veramente bisogno di letteratura e di evasione.

“Quando gli aerei da guerra israeliani hanno bombardato questa libreria, è stato un ulteriore attacco all’accesso della comunità alla conoscenza. Questa campagna è stata un gesto di solidarietà, un tentativo di restituire dignità e diritto fondamentale ai libri”, ha affermato. “Il supporto globale su larga scala è stato inaspettato. Inaspettato è stato anche l’intenso desiderio di tante persone  di voler essere coinvolte in modo tangibile  in un’azione giusta”.

 

(Traduzione di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” -Invictapalestina.org)

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Il silenzio degli israeliani ha permesso la violazione dei diritti umani. Tutto questo deve finire - Zehava Galon

 

Dopo oltre 70 anni di voluto silenzio, gli ex combattenti della Brigata Alexandroni, che diffamarono e denunciarono il ricercatore Teddy Katz per aver rivelato il massacro due decenni fa e, in un’ingiustizia che grida al cielo, lo portò alla spoliazione del titolo accademico, ora hanno ammesso in un documentario di Alon Schwarz che c’è stato davvero un massacro a Tantura. Inoltre, i documenti delle Forze di Difesa Israeliane mostrano che una fossa comune è nascosta sotto il parcheggio della spiaggia di Dor Beach.

Il cuore trema. Una fossa comune, un termine a noi familiare da altri luoghi in cui furono sepolti i nostri antenati, fu scavata da soldati ebrei. E in seguito, un’intera rete di organizzazioni ebraiche coprì il misfatto, lo nascose sotto il tappeto, lo insabbiò e lo cancellò.

Il Paese ha subito un ulteriore sconvolgimento la scorsa settimana dopo che Tomer Ganon del quotidiano Calcalist ha riferito che la polizia ha utilizzato il programma spia Pegasus per monitorare gli attivisti politici e ha persino contrassegnato uno di questi attivisti come vittima di estorsioni a causa del suo orientamento sessuale. I veterani dell’Unità 8200 dell’IDF ci hanno avvertito sette anni fa che il SIGINT (Spionaggio di Segnali Elettromagnetici) dell’Unità è usato proprio per questo scopo: contro i palestinesi. Ci hanno avvertito, ma siamo rimasti tutti in silenzio.

Eppure qualcuno nell’Unità SIGINT della polizia non poteva più rimanere in silenzio e lo ha riferito a Calcalist. Grazie a quell’agente, ora sappiamo come la polizia ha tradito la fiducia del pubblico.

Yuli Novak, ex direttrice esecutiva di Breaking the Silence, ha descritto entrambi nel suo libro in lingua ebraica “Mi At Bichlal?” (E Comunque, Tu Chi Sei?) e in un’intervista con Haaretz versione ebraica del 21 gennaio, come una campagna di incitamento guidata dall’ex Primo Ministro Benjamin Netanyahu e dal futuro Primo Ministro Naftali Bennett ha trasformato la sua vita in un incubo. La gente l’ha minacciata e aggredita fisicamente, al punto che ha sentito di dover fuggire dal Paese. Il suo crimine è stato aiutare i soldati israeliani a parlare di ciò che lo Stato chiede loro di fare con il pretesto di proteggere la nostra sicurezza.

Da allora, una generazione di soldati è stata inviata a svolgere il lavoro dell’occupazione e, quando vengono smobilitati, lo Stato chiede che dimentichino. Perché se ricordano, lo Stato li trasformerà istantaneamente da “i migliori dei nostri figli” in traditori.

Israele ha sempre considerato i suoi cittadini come strumenti che potevano essere usati e gettati via. Ai sopravvissuti all’Olocausto che immigrarono qui negli anni ’40 e ’50 fu chiesto di tacere. Se non lo facevano, venivano scherniti, oppure chiamati “sapone” (ancora una volta, il cuore trema) o “rifiuti umani”.

Solo quando Israele ha processato Adolf Eichmann gli fu permesso di parlare pubblicamente. Da allora li ha usati per mantenere viva la memoria dell’Olocausto, ma allo stesso tempo li ha abbandonati a se stessi.

Ai soldati, fin dai tempi in cui Uri Avnery pubblicò il suo libro “The Other Side of the Coin” (L’altro Lato Della Moneta), che descriveva le atrocità della Guerra d’Indipendenza (e che poi fu pubblicato in inglese come la seconda metà del suo libro “1948”), fu sempre chiesto di tacere su ciò che è stato fatto loro e anche su ciò che hanno fatto. Ma non possiamo continuare a vivere sopra una fossa comune.

Dobbiamo rompere il silenzio e tenere e una conversazione ardua e onesta con noi stessi, per capire da dove veniamo, quello che abbiamo fatto, cosa stiamo ancora facendo. Solo allora sapremo dove stiamo andando.

Ogni persona ha il diritto fondamentale al riconoscimento come fine piuttosto che come mezzo. Questo è il fondamento dei diritti umani, e i diritti umani non discriminano tra diversi esseri umani. Quando chiediamo ai funzionari pubblici di tacere, li priviamo della loro natura fondamentale di esseri umani e li trasformiamo in strumenti.

“Se un cuore non è né chiuso né corrotto”, diceva la famosa sentenza nel caso del massacro di Kafr Qasem del 1956, identificherà la bandiera nera che sventola sui crimini di guerra. Ma troppe istituzioni e individui qui hanno chiuso e corrotto i nostri cuori.

Il risultato è una continua violazione dei diritti umani la cui cessazione è impedita dal nostro silenzio. E come mostra lo scandalo di Pegasus, tali violazioni superano facilmente dei confini che non dovrebbero essere oltrepassati. Tutto questo deve finire.

Zehava Galon è un politico israeliano, membro della Knesset (Parlamento) dal 1999 al 2017. È stata la presidente del partito politico Meretz dal 2012 al 2018, quando aveva da cinque a sei seggi alla Knesset.

(Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org)

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martedì 16 marzo 2021

Embargo militare contro Israele

 


VUOI LA PACE? PREPARA LA PACE - Basta armi a/da Israele

Evento di BDS Italia e Noi Restiamo

Online con Facebook Live

giovedì dalle ore 17:00 UTC+01 alle 20:00 UTC+01

Prezzo: gratis · durata: 3 h

Pubblico  · Chiunque su Facebook o fuori Facebook

Nell'ambito della Settimana contro l'apartheid 2021 (#IsraeliApartheidWeek), BDS Italia organizza un convegno online:

VUOI LA PACE? PREPARA LA PACE
Presentazione del Dossier "Embargo militare contro Israele"
18 marzo, ore 17.00
Diretta Facebook su BDS Italia

Intervengono:
- Moni Ovadia (artista),
- Wasim Dahmash (ricecatore e saggista),
- Antonio Mazzeo (ricercatore e giornalista),
- Cinzia Della Porta (USB),
- Fausto Gianelli (Giuristi Democratici),
- Giorgio Beretta (OPAL),
- Samed Ismail (A Foras),
- Rossana De Simone (PeaceLink),
- Majed Abusalama (BDS Gaza e Berlino).

Il Dossier, opera collettiva a cura di BDS Italia, è stato realizzato con il sostegno di PeaceLink e la collaborazione del Collettivo A Foras. Si pone l'obiettivo di far conoscere anche ai non addetti ai lavori la realtà degli intensi rapporti tra Israele, l'Italia e la UE nel settore degli armamenti e del controllo securitario, denunciando collaborazioni e complicità a livello politico, economico e accademico.

Israele usa la forza e la tecnologia per mantenere l'occupazione militare ed il regime di apartheid, e procede gradualmente all'annessione dei territori palestinesi, attua una politica di minacce e aggressioni nei confronti di altri paesi sovrani del “Medio Oriente”, una regione sconvolta da conflitti e regimi dittatoriali, aumentando l'instabilità e le prospettive di pace in tutta la regione. Eppure gode di una impunità totale: il Dossier cerca di rispondere anche al perchè di tale impunità
La società civile palestinese chiede da tempo un embargo militare globale nei confronti di Israele per porre fine a questa complicità, per rendere manifesta la responsabilità di Israele per i suoi crimini e mettervi fine. Per raggiungere questo obiettivo dobbiamo attuare una strategia complessa, fatta di azioni dirette, attività di lobbying e campagne di sensibilizzazione e di pressione sulle imprese che collaborano con Israele. Amnesty International e diversi governi locali in tutto il mondo chiedono la fine del commercio di armi con Israele.

La campagna internazionale Embargo Militare è finalizzata al blocco degli scambi accademici, scientifici e commerciali di tipo militare e securitario con Israele, nell'ambito di un generale blocco della fornitura di armamenti nell'intera zona. Israele è il 7°esportatore di armi al mondo (il 3° verso l’Italia) e il 17° come importatore. Con una spesa militare di oltre 15 miliardi di dollari l’anno in continua ascesa, spende per il settore militare tra 6,5 e 8,5 % del suo PIL.

Chiediamo alla società civile, ai sindacati, alle forze politiche di unirsi alla richiesta al Governo di attuare l’embargo militare bilaterale di Israele finché non riconoscerà uguali diritti a tutti gli abitanti della Palestina storica, non si ritirerà da tutti i territori occupati, non consentirà il ritorno dei profughi e non libererà i prigionieri politici.

Solidarietà con il popolo palestinese, solidarietà con gli obiettori di coscienza israeliani!
Settimana contro l'apartheid israeliana 2021 
#UnitiControilRazzismo #UnitedAgainstRacism

La Settimana contro l'apartheid israeliana è un'annuale serie internazionale di eventi tenuti in diverse parti del mondo. Ha come obiettivo far conoscere la natura di apartheid del sistema israeliano e far crescere le campagne di Boicottaggio, Disinvestimenti e Sanzioni. Quest'anno, la Settimana contro dell'apartheid israeliana si unisce alla Giornata internazionale contro il razzismo organizzando una massiccia protesta globale virtuale per opporsi alla discriminazione razziale, al colonialismo e all'apartheid, e per celebrare la diversità e la connessione delle nostre lotte. La #IAW2021 si tiene dal 14 al 21 marzo 2021.

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La decisione della CPI rende ancora una volta legittimi i confini israelo-palestinesi del 1967 - Amira Hass

Solo uno Stato sovrano può concedere alla Corte Penale Internazionale (CPI) giurisdizione sul proprio territorio. Le Nazioni Unite hanno reso possibile la decisione del procuratore della CPI di indagare sui presunti crimini di guerra nel territorio palestinese occupato da Israele nel 1967, quando ha accolto la richiesta dell’OLP di riconoscere quest’area occupata e il suo popolo come uno stato chiamato Palestina.

L’opinione pubblica mondiale ha accolto questa risoluzione dell’ONU, del 29 novembre 2012, con disinteresse. Al contrario, la dichiarazione del procuratore della CPI mercoledì è stata accolta come un nuovo corso. Il movimento di Fatah si avvarrà presumibilmente di questo nesso necessario ma dimenticato nella sua campagna elettorale, anche se quando Mahmoud Abbas ha scelto la via diplomatica per ottenere il riconoscimento di Stato, non stava pensando alla CPI.

Al contrario, era sotto pressione da parte degli Stati Uniti e dell’Europa affinché non prendessero questa strada legale nell’arena internazionale. Sperava che la “minaccia” dello status di Stato e più tardi lo status stesso avrebbe migliorato le posizioni dei palestinesi e rilanciato i negoziati con Israele sull’attuazione degli accordi di Oslo.

Il nesso tra la decisione del procuratore Fatou Bensouda e la classificazione di Stato evidenzia ancora una volta la legittimità della linea del cessate il fuoco del 1949, dando rilevanza alla Linea Verde. Un palestinese coinvolto nella procedura verso l’indagine della CPI ha detto ad Haaretz: “Se sono a Tel Aviv e cinque israeliani mi picchiano e la polizia non interviene, il caso non verrebbe portato all’Aja come crimine di guerra. Mi lamenterei con la polizia e spererei che gli assalitori siano processati.

“Se cinque israeliani mi picchiassero mentre coltivo la mia terra in Cisgiordania e i soldati non intervenissero, e le autorità legali non facessero nulla per punire gli aggressori, o se cinque poliziotti mi picchiassero a Isawiyah a Gerusalemme Est, potrebbe certamente essere incluso tra i crimini di guerra”.

La scelta del ricorso alla CPI è vista come un passo audace, anche se ovvio, nella lotta palestinese contro l’occupazione. Per anni i palestinesi hanno pronunciato le sigla CPI come un rimedio per diminuire il dolore. La CPI è vista praticamente come l’unica opportunità per far pendere la bilancia a favore dei palestinesi quando il mondo si sta sempre più abituando all’occupazione israeliana, che sta diventando sempre più violenta e spudorata.

Il potere dei gruppi per i diritti

A differenza del percorso per appellarsi all’Aja, ricevere lo status di “stato osservatore non membro” alle Nazioni Unite il 29 novembre 2012 è stato visto in gran parte come un simbolo, o una rianimazione artificiale di una dirigenza al tempo incapace perché non era riuscita a mantenere le promesse fatte al popolo. Nell’ala radicale palestinese, andare alle Nazioni Unite per ricevere il riconoscimento di Stato era visto come un abbandonare i rifugiati, rinunciare al diritto al ritorno e accettare un’occupazione israeliana dal 1948 come un fatto compiuto.

Le entità che hanno trasformato il percorso simbolico e conforme, almeno agli occhi di alcuni palestinesi, dello status di Stato in un trampolino di lancio per un’azione che potrebbe capovolgere la situazione e mettere Israele sulla difensiva sono i gruppi per i diritti dei palestinesi. Per anni, i direttori di Al-Haq, Addameer, del Centro Al Mezan e del Centro Palestinese per i Diritti Umani hanno fatto la spola tra L’Aja e l’ufficio del Presidente a Ramallah, il Ministero della Giustizia e il Dipartimento Negoziale dell’OLP. Hanno preparato consistenti dossier con ciò che consideravano materiale incriminante su possibili crimini di guerra israeliani. Grazie ai loro sforzi, il popolo palestinese, i vertici di Fatah e i giovani del Movimento hanno avuto la possibilità di rivolgersi all’Aja come parte della loro lotta di liberazione.

Sotto la pressione di queste organizzazioni, il primo tentativo dell’Autorità Palestinese di avvicinarsi alla CPI, cioè, per dire che riconosce la giurisdizione della CPI nei territori del 1967, è avvenuto nel gennaio 2009, subito dopo il primo grande attacco di Israele a Gaza nell’inverno del 2008-2009. Il procuratore della CPI all’epoca prese in considerazione la richiesta per più di tre anni e nell’aprile 2012 stabilì che secondo lo Statuto di Roma (su cui si fonda l’autorità giurisdizionale) solo uno Stato può accettare la giurisdizione del tribunale.

Più conflittuale del solito per Abbas

Alcuni mesi prima, nel settembre 2011, Abbas ha perso l’opportunità di ottenere lo status di Stato. Decise di chiedere al Consiglio di Sicurezza dell’ONU che la Palestina (nei confini precedenti al 1967, in linea con la dichiarazione di indipendenza dell’OLP nel 1988) fosse accettata come membro delle Nazioni Unite, sebbene fosse chiaro che la richiesta sarebbe stata respinta.

Alcune delle persone che avanzavano l’idea di ricorrere all’Aja credevano che rivolgersi al Consiglio di Sicurezza fosse volutamente inteso a rinviare la decisione sulla richiesta alla CPI, sempre a causa delle pressioni europee e americane. Trascorse un altro anno, durante il quale furono tentati colloqui indiretti tra Israele e Palestina. Quando anche questo si è rivelato inutile, i palestinesi si sono rivolti nuovamente alle Nazioni Unite e nel novembre 2012 l’Assemblea Generale ha riconosciuto lo Stato di Palestina come osservatore non membro, insieme allo Stato di Israele.

Tuttavia, passarono due anni prima che Abbas dichiarasse che avrebbe firmato lo Statuto di Roma, il 31 dicembre 2014. La guerra di Gaza dell’estate precedente, la consapevolezza che il governo israeliano stava deliberatamente perpetuando l’occupazione temporanea e la richiesta popolare di un’iniziativa spinsero Abbas a scegliere il corso tendenzialmente più conflittuale con Israele rispetto alla sua solita propensione.

Abbas ha anche presentato una dichiarazione redatta da Saeb Erekat, che le varie organizzazioni palestinesi hanno firmato, affermando di sostenere l’adesione alla CPI e di essere disposti a subirne le conseguenze; vale a dire che i membri di queste organizzazioni potrebbero essere convocati, indagati e persino arrestati perché sospettati di aver commesso crimini di guerra. Solo la Jihad islamica non ha firmato.

Dopo più di 12 anni di perseveranza, il direttore di Al-Haq Shawan Jabarin può dire: “Ero convinto che Bensouda avrebbe resistito alle tremende pressioni che le venivano fatte per non accogliere le nostre richieste, e avevo ragione. Sono convinto che alla fine verranno emessi mandati di arresto e convocazioni agli israeliani sospettati di crimini di guerra. Quando? Non lo so. Ma succederà. Non stiamo cercando vendetta, ma la prova che si può fare giustizia”.

Jabarin ha aggiunto: “Israele è avvelenata dall’ottusità dell’arroganza, di qualcuno che si sente al di sopra della legge. Ma non c’è bisogno di filosofare molto per vedere che è possibile e giusto citare in giudizio gli israeliani responsabili di crimini di guerra in base a un trattato internazionale”.

 

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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La Corte Penale Internazionale e l’accusa di antisemitismo da parte di Israele - Neve Gordon

Siamo in un momento storico critico in cui diventa sempre più difficile disapprovare Israele senza essere bollati come antisemiti. Sei antisemita se sostieni la recente sentenza della Corte Penale Internazionale (CPI), secondo la quale la stessa Corte ha giurisdizione per aprire un’indagine contro Israele per crimini di guerra. Ma rischi di essere chiamato antisemita anche se rifiuti la logica che sta alla base della decisione del tribunale.

Elenco dei bersagli

La CPI è sull’elenco dei bersagli di Israele. Basta cercare insieme i termini “sentenza della CPI” e “Israele”; istantaneamente, in cima all’elenco dei 1.390.000 risultati di Google, viene visualizzato un annuncio: “CPI & Israele: Non sta in piedi. Nessuna competenza. Nessun processo.” Cliccando sull’annuncio, si verrà reindirizzati su un sito web blu e bianco (i colori della bandiera di Israele) chiamato “ICC Jurisdiction” con il grande slogan “No Standing…” al centro della pagina. Sotto lo slogan si legge che “La Corte Penale Internazionale (CPI) è stata istituita come tribunale di ultima istanza per processare gli autori di alcuni dei peggiori crimini del mondo. È stato ampiamente riconosciuto che la CPI non ha giurisdizione su Israele. Ogni altra conclusione è il risultato di una politicizzazione che sostiene una errata interpretazione del diritto internazionale”.

Il punto di vista ufficiale di Israele, quindi, è che la CPI non ha alcuna competenza per indagare su presunti crimini di guerra nei Territori Palestinesi che Israele ha occupato nel 1967. Israele, si afferma, non ha firmato lo Statuto di Roma che ha istituito la CPI; inoltre, l’Autorità Palestinese non è sovrana e perciò non può delegare la giurisdizione e richiedere che la CPI intervenga per suo conto come richiesto dallo Statuto. Questo è il motivo per cui il primo ministro Benjamin Netanyahu ha respinto con rabbia la recente sentenza della CPI che apre la strada a un’indagine sui crimini di guerra, affermando che “La decisione del tribunale internazionale di aprire oggi un’indagine contro Israele per crimini di guerra è assurda. È antisemitismo puro e il massimo dell’ipocrisia”.

Diversi alleati di Israele, tra cui Stati Uniti, Germania e Ungheria, sembrano concordare con l’analisi di Israele. Sebbene il segretario di Stato americano Antony Blinken non abbia invocato l’accusa di antisemitismo, ha ripetuto a pappagallo quanto detto dal primo ministro israeliano quando ha dichiarato che “i Palestinesi non si qualificano come uno Stato sovrano e quindi non possono ottenere l’adesione alla CPI come Stato o partecipare come Stato o delegare la propria giurisdizione alla CPI”.

Evitare l’ipocrisia

Tuttavia, se si insiste sul fatto che i Palestinesi non hanno alcuna posizione davanti alla CPI poiché mancano di sovranità, allora l’unico modo per evitare l’accusa di ipocrisia da parte di Netanyahu sarebbe quello di concludere che l’intera area tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano e le persone che vi vivono sono controllate da Israele.

Questo, tuttavia, significherebbe concordare con la principale organizzazione israeliana per i diritti umani B’tselem, che ha affermato che i territori palestinesi sono governati da un solo regime, vale a dire Israele. B’tselem prosegue spiegando che questo regime è “organizzato secondo un unico principio: avanzare e cementare la supremazia di un gruppo, gli Ebrei, su un altro, i Palestinesi”. L’organizzazione per i diritti umani conclude che “un regime che utilizza leggi, pratiche e violenza organizzata per cementare la supremazia di un gruppo su un altro è un regime di apartheid”.

Ma anche l’affermazione che un regime controlla l’intera area tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano è considerata antisemita. Dopo la pubblicazione del rapporto di B’tselem, il professor Eugene Kontorovich, capo del Dipartimento di diritto internazionale del Kohelet Policy Forum, ha dichiarato che l’accusa di apartheid dell’organizzazione per i diritti era simile a una “diffamazione del sangue” antisemita [l’antica accusa che gli Ebrei berrebbero ritualmente sangue infantile, NdT]. Allo stesso modo, l’ONG Monitor ha affermato che il rapporto di B’Tselem è caratterizzato da cliché antisemiti, e nello specifico indica la frase dal “fiume al mare” come estremamente inquietante.

Ovviamente i Palestinesi che hanno osato parlare di “apartheid israeliana” gli o studenti che hanno organizzato una “settimana dell’apartheid israeliana” nei campus hanno spesso ricevuto accuse simili.

Universo parallelo

C’è, naturalmente, un modo per parlare di Israele senza essere considerati antisemiti. Ma per farlo bisognerebbe avere un’immaginazione molto fervida o vivere in una sorta di universo parallelo, dove Israele non ha un progetto coloniale, dove i diritti dei Palestinesi non sono continuamente violati e dove, anzi, i Palestinesi non esistono nemmeno.

Neve Gordon insegna Diritti umani e Diritto internazionale umanitario alla Queen Mary University di Londra ed è coautore di “Human Shields: A History of People in the Line of Fire”.

Neve Gordon insegna Diritti umani e Diritto internazionale umanitario alla Queen Mary University di Londra ed è coautore di “Human Shields: A History of People in the Line of Fire”.

The ICC and Israel’s Charge of Anti-Semitism

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

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Breaking the Silence : denunciati dall'estrema destra israeliana perchè svelano il volto dell'occupazione e della guerra di Gaza del 2014

Ad Kan è un'organizzazione pro-occupazione di destra e sono anni che fa tutto il possibile per silenziare chi ha il coraggio di menzionare l'occupazione o di parlare dei diritti umani. per i Palestinesi Ancora una volta (per la seconda volta in due mesi), c'è una causa di diffamazione contro di noi .

Quest'ultima causa è basata su tre testimonianze che abbiamo pubblicato, all'indomani dell'operazione militare 2014 a Gaza , nel nostro libretto ′′′ This is How Hought in Gaza′ sull'uccisione di un anziano innocente . La loro affermazione è che le testimonianze si contraddicono.

Semmai, le testimonianze date separatamente da tre soldati che, naturalmente, hanno visto ciascuno gli eventi da punti di vista diversi ,rinforzano e dimostrano che l'incidente è avvenuto davvero.

La cosa incredibile è che ,apparentemente , i membri di questa organizzazione non hanno niente da dire sull'uccisione di un anziano innocente . Questo è un dato di fatto che nessuno sta contestando.

Naturalmente, i dettagli contano, ed è per questo che facciamo sforzi incredibili per verificare le nostre fonti e seguire la diffusione delle nostre pubblicazioni .

Le affermazioni di Ad Kan, invece, sono ovunque. La loro argomentazione è un classico fuoco di paglia. Affermano che abbiamo sostenuto che i soldati dell'IDF hanno seppellito vivo un palestinese, mentre i soldati che hanno intervistato lo negano . Nessuno ha mai detto che l'uomo è stato sepolto vivo. Bastava leggere le testimonianze che abbiamo pubblicato per intero per sapere ciò . Sostengono anche che il filmato GoPro dell'incidente smentisce le nostre testimonianze. Il video - che noi stessi abbiamo usato durante la ricerca dell'incidente - mostra solo un segmento degli eventi, non smentisce quanto i soldati hanno testimoniato. Rafforza invece l'atmosfera di paura e tensione descritta nelle nostre testimonianze.

Ad Kan e i loro sostenitori di destra (inclusi politici molto influenti) stanno usando queste e altre assurde affermazioni per trasformare i gruppi per i diritti umani in capri espiatori per la recente decisione della CPI di indagare su Israele. Sia chiaro - Israele è finito all'Aia per un solo motivo: perché è lì che è diretto da molto tempo. (Il nostro direttore esecutivo

Avner Gvaryahu - ne ha scritto di recente per  +972 Magazine

qui: https://bit.ly/3beN6ch)

Ad Kan ci ha denunciato più volte in passato. Le loro affermazioni mendaci sono state rigettate a tutti i livelli del sistema giudiziario israeliano, compresa la Corte Suprema. E come se non bastasse, questa è la stessa organizzazione che è stata beccata a fabbricare ′′ prove ′′ di molestie sessuali nel tentativo di segregare le linee di autobus nei territori occupati (vedi articolo nei commenti).

Da parte nostra, siamo davvero contenti che Ad Kan abbia dato visibilità ad alcune delle testimonianze chiave della nostra pubblicazione, ′′ This is How We Fight in Gaza Siamo tutti per un dibattito pubblico su cosa ha comportato quell'operazione.  

Puoi leggere tutto qui: https://bit.ly/3a6XWR5.

La più grande minaccia per l'area pro-occupazione è l'opposizione di chi l'ha vista e sperimentata , da qui i continui attacchi della destra, ma nessuno dei suoi tentativi riuscirà. Perché finché esiste l'occupazione, ci saranno persone che si esprimeranno contro di essa.

da qui

 

 

“Dire che non siamo noi gli autori di questo terrorismo, non basta . Non saremo colpevoli, ma siamo responsabili." - SHULAMIT S. MAGNUS

 

Pochi giorni fa, sono andato con il gruppo Tag Meir a visitare una famiglia palestinese i cui bambini sono stati attaccati di recente da teppisti dell'insediamento ebraico di Yitzhar, che si erge su una collina sopra diversi villaggi palestinesi. I predoni sono entrati nel villaggio di Madama e, da pochi metri di distanza, hanno scagliato sassi contro i bambini che giocavano fuori casa, rompendo il naso a una dodicenne, colpendo la sorella di quattro anni su una gamba e frantumando le finestre  di più  stanze della casa di famiglia. Un sasso  è atterrato all'interno, a pochi centimetri da un neonato. La famiglia vive nel terrore di un ripetersi di queste azioni , molte delle quali  sono già state tentate.

Gli attacchi ai civili palestinesi da parte di terroristi ebrei non sono una novità. Ne sentiamo parlare al telegiornale e dai racconti di prima mano dei nostri figli che prestano servizio nell'IDF in aree dove tali attacchi sono comuni. Raramente, e solo nei casi in cui ne consegue un omicidio come il rapimento e l'omicidio del sedicenne Mohammed Abu Khdeir nel 2014, o l'omicidio con bombe incendiarie contro la  famiglia Dawabshe nel 2015 (uno dei numerosi attentati incendiari contro le case palestinesi) , i colpevoli  sono catturati e assicurati alla giustizia.

Uno di questi casi è ancora in corso: Aisha al-Rabi, 47 anni, madre di otto figli, è stata uccisa nel 2018 da un sasso lanciato attraverso il parabrezza dell'auto  dove era seduta accanto al marito mentre la sua giovane figlia  era sul sedile posteriore. Stavano percorrendo  la principale rotta nord-sud della Cisgiordania, mentre tornavano a casa. Il colpevole, uno studente della yeshiva, è stato accusato di omicidio colposo, lancio di pietre aggravato contro un veicolo in movimento e sabotaggio intenzionale di un veicolo. La violenza contro i civili palestinesi e le loro case, moschee, automobili, ulivi, negozi e parchi giochi nelle aree oltre la “Linea Verde” del 1967 e,sotto il controllo israeliano, è un fatto normale, spesso ripreso in video.

Le Forze di Difesa Israeliane - l'IDF - come dice il nome, sono state create per proteggere gli israeliani. Non ha alcun mandato per proteggere i palestinesi sotto il controllo israeliano. Quel lavoro, presumibilmente, spetta alla polizia israeliana  che non riesce a farlo 

Sono passati 54 anni dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967. Perché, in tutti questi anni e nonostante così tanti atti violenti, non c'è stata nessuna direttiva  a  livello politico che ordini all'IDF di proteggere tutti civili nelle aree sotto il controllo israeliano? Nessuna azione  decisiva ed efficace contro il terrorismo è stata presa .

Noi ebrei sentiamo parlare molto della vittimizzazione ebraica: della nostra vulnerabilità e impotenza durante l'Olocausto; dei pogrom in Europa e nelle terre dell'Islam - il Farhud, a Baghdad, in Iraq, nel 1941, per citarne uno. Pogrom è un termine ben consolidato nel lessico ebraico. Conosciamo anche troppo bene l'esperienza degli atti terroristici diretti contro i civili israeliani.

Questa esperienza ha guidato e continua a guidare la determinazione ebraica a proteggere noi stessi e non essere mai più così vulnerabili. Questo è certamente un imperativo da inserire dalla nostra storia.

 

Ma non basta .

Se tutto ciò che impariamo dalla nostra storia è "Mai più", alla vulnerabilità ebraica, abbiamo imparato solo metà  lezione. Il resto è che noi, che ora abbiamo il potere, dobbiamo impedire la vittimizzazione degli altri sotto il nostro controllo:  persone apolidi, senza esercito o polizia a proteggerle dai pogrom.

Non è sufficiente dire che non siamo gli autori di questo terrorismo. Potremmo non essere colpevoli, ma siamo responsabili.

Gli attacchi in corso contro i civili palestinesi e l'incapacità del governo di intraprendere qualsiasi azione efficace contro di loro disonorano questo paese e la memoria dei nostri cari assassinati . È nostro sacro dovere applicare tutta la lezione della loro sofferenza e della nostra storia.

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CINQUE RAGAZZI SONO ANDATI A RACCOGLIERE VERDURE SELVATICHE. SONO TORNATI A CASA A TARDA SERA, DOPO ORE PASSATE IN ARRESTO - Amira Hass

Inizialmente, i giornalisti hanno appreso da fonti militari israeliane che mercoledì i soldati avevano arrestato dei bambini per presunto furto di pappagalli dall’avamposto israeliano dell’insediamento della Cisgiordania di Havat Ma’on. Più tardi, quando il video dell’arresto è diventato virale, Maurice Hirsch, l’ex capo della procura militare in Cisgiordania, che vive nell’insediamento di Efrat, ha scritto su Twitter: “La vergogna qui, è che qualcuno, forse Btselem?, in realtà ha mandato dei bambini a commettere un crimine solo per poter manipolare giornalisti ignari per diffondere bugie su Israele”.

Ma non c’erano pappagalli e nessuna cospirazione di B’Tselem. Jaber, 13 anni; Zeid, 12 anni; Omar, 10 anni, Yassin e Saqr, entrambi di 8 anni, sono cugini che vivono nel villaggio palestinese di Umm Lasafa, a est di Yatta, nel sud della Cisgiordania. Mercoledì mattina i ragazzi hanno afferrato i secchi, hanno informato i genitori delle loro intenzioni e sono andati a cercare l’akkoub (Gundelia tourneforti), un ortaggio selvatico usato nella cucina palestinese. Avrebbero dovuto essere impegnati nelle didattica a distanza, ma poiché la maggior parte delle famiglie palestinesi della zona non ha né una connessione Internet né un computer, i bambini saltano le lezioni.

Il negozio di prodotti locali paga ai bambini 9 shekel (2,25 euro) al chilogrammo per l’akkoub, che usano per i giocattoli o le caramelle che i loro genitori non possono permettersi. I padri dei ragazzi, tre fratelli della famiglia Abu Hmeid, avevano lavorato in Israele fino a pochi mesi fa e sono attualmente disoccupati. I ragazzi avevano deciso di raccogliere akkoub pochi giorni prima. Questa volta, hanno detto, sono andati a sud-est, verso il villaggio di Al-Tuwani, nella speranza di arrivare prima di altri.

Poco prima di mezzogiorno di giovedì, meno di 24 ore dopo essere stati arrestati, i ragazzi si sono seduti nel soggiorno di casa della loro numerosa famiglia. I ragazzi più grandi, Zeid e Jaber, hanno descritto a giornalisti e attivisti di gruppi per i diritti umani come la ricerca di akkoub si sia conclusa malamente. I più giovani stavano in silenzio. “Quando è tornato a casa dopo l’arresto, era troppo spaventato per parlare”, ha detto il padre di Omar.

Nella loro ricerca della verdura selvatica, i ragazzi hanno attraversato la valle e risalito le colline. Hanno raccolto un po’ di akkoub, ma non ne hanno trovato molto. Dopo aver visitato i parenti nel villaggio di Umm Faqara, a sud di Al-Tuwani, si sono diretti a nord, verso la collina di fronte ad Al-Tuwani. Havat Ma’on è stato costruito più di 20 anni fa su questa collina. Jaber ha detto che lui e i suoi cugini non sapevano che vi fosse un insediamento israeliano e non ne conoscevano il nome. Inoltre non sapevano che per 16 anni (fino a quando non è iniziata la pandemia di coronavirus), i soldati israeliani scortavano i bambini da un villaggio vicino da e verso la scuola ogni giorno, perché il percorso passava direttamente sotto l’avamposto. È più facile per l’esercito assegnare soldati per scortare i bambini palestinesi che impedire agli israeliani di lasciare l’avamposto per attaccarli mentre vanno a scuola. A causa di questa costante minaccia, le Forze di Difesa Israeliane interdicono anche il traffico palestinese su questa strada. Se i ragazzi avessero saputo della violenza collegata all’avamposto, probabilmente non avrebbero osato avvicinarsi.

Ma l’hanno fatto. Roy Sharon, corrispondente militare della televisione pubblica israeliana Kan, ha pubblicato su Twitter alcuni filmati di una telecamera di sicurezza che mostrano due figure sfocate che si avvicinano a quello che sembra essere un ovile. “È illegale arrestare bambini di 8 anni. Chiunque abbia preso la decisione ha commesso un grave errore”, ha scritto, aggiungendo:” I ragazzi erano all’interno del centro abitato di Havat Ma’on. La dichiarazione di B’Tselem diceva i bambini “raccoglievano akkoub vicino all’insediamento”. Non è quello che è successo.”

I ragazzi negano di essere stati lì. Ma anche supponendo che fossero nel filmato della telecamera di sicurezza che Sharon ha pubblicato, non potrebbero essere vere entrambe le cose? Hanno raccolto akkoub e sono anche entrati nell’area dei recinti per il bestiame di Havat Ma’on, forse per la curiosità che è naturale per i bambini?

In ogni caso, un video girato da attivisti israeliani mostra i ragazzi con i loro secchi a sud di un bosco, chinandosi e raccogliendo piante, fino a quando due ragazzi israeliani, con il volto coperto, arrivarono dal bosco. Jaber dice che i ragazzi hanno detto qualcosa in ebraico. Poi sono comparsi due uomini israeliani, hanno chiesto loro qualcosa in arabo e, dice Jaber, li hanno invitati ad entrare nell’avamposto. I ragazzi hanno rifiutato, hanno visto un camioncino e un fuoristrada avvicinarsi, si sono sentiti in pericolo, hanno abbandonato i secchi e se ne sono andati. Il video mostra tre israeliani che escono da un camioncino blu. Uno esce dal sentiero, raccoglie i secchi dal terreno roccioso e li mette nel camion. Quando i bambini sono tornati sul posto, hanno scoperto che i loro secchi, con l’akkoub dentro, erano spariti. Hanno visto le jeep dell’esercito, si sono resi conto che i coloni avevano chiamato i soldati per catturarli e hanno iniziato di  fuggire. Sono corsi lungo la valle e sono risaliti su una collina. Spaventati e senza fiato, hanno raggiunto una casa nel villaggio di al-Rakiz. Prima che il proprietario riuscisse a farli entrare per tranquillizzarli, sono arrivate le jeep con a bordo almeno 15 militari, tra questi alcuni ufficiali. Ai ragazzi, sembravano il doppio. In uno dei veicoli c’erano i coloni che avevano visto prima. I soldati hanno fatto sedere i ragazzi per terra, fuori dalla casa e chiamato  i due maggiori, Zeid e Jaber, per interrogarli. I ragazzi dicono che non gli è stato chiesto di nessun pappagallo.

Nasser Nawaj’ah, un osservatore sul campo di B’Tselem che vive nel vicino villaggio di Susya, ha ricevuto un messaggio WhatsApp alle 14:41 che lo informava di un problema e si è precipitato sul posto. Durante le proteste di Nawaj’ah e di altre persone presenti sulla scena, i soldati hanno trascinato i bambini nelle loro jeep, a cominciare dai più piccoli: Omar, 10 anni, e Yassin e Saqr di 8 anni. Ogni soldato ha afferrato un ragazzo, trascinandolo per un braccio o una mano.

Zeid è corso verso suo fratello Omar per cercare di liberarlo. Un altro soldato lo ha afferrato  per separarli. I soldati hanno messo quattro dei ragazzi in una jeep, e Zeid in un’altra. I ragazzi non sono stati ammanettati o bendati. Erano passate da poco le 3 del pomeriggio e per almeno altre due ore le loro famiglie non hanno saputo dove si trovassero. Successivamente sono arrivati gli avvocati Gaby Lasky e Reham Nasra che hanno chiamato la polizia e l’esercito per informazioni. Nel frattempo, i ragazzi sono stati portati a Havat Ma’on, dove sono rimasti chiusi nelle jeep per circa un’ora. Da lì sono stati portati in una stazione di polizia di fronte a Kiryat Arba, ma sono rimasti nei veicoli senza essere interrogati dalla polizia. I loro genitori li aspettavano all’altro ingresso della stazione di polizia, in un quartiere di Hebron. I ragazzi sono tornati a casa verso le 20:45. Senza akkoub.

Traduzione: Beniamino Rocchetto

Fonte: https://www.haaretz.com/…/.premium.HIGHLIGHT-five-boys…

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Artisti e intellettuali (anche ebrei) firmano una lettera contro la definizione di ‘antisemitismo’ dell’Ihra: “Nega i diritti del popolo palestinese” - Ranieri Salvadorini

 

 

 

 L'iniziativa è apparsa su The Guardian, ma vi hanno aderito anche nomi della cultura italiana come Salvatore Settis, Livio Pepino, Carlo Rovelli, Marco Paolini, Moni Ovadia e Alessandra Farkas. Particolarmente criticata la parte della definizione in cui si intende con antisemitismo anche il “negare agli ebrei il diritto all’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo”. E' una “autodeterminazione a senso unico", replicano i firmatari

“La lotta contro l’antisemitismo non deve essere trasformata in uno stratagemma per delegittimare la lotta contro l’oppressione dei palestinesi, la negazione dei loro diritti e la continua occupazione della loro terra”. Sono queste alcune delle parole contenute in una lettera aperta pubblicata a fine novembre su The Guardian a firma di 122 intellettuali palestinesi e arabi che hanno criticato la “definizione operativa” di ‘antisemitismo’ dell’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra), organizzazione intergovernativa che unisce i governi e gli esperti per rafforzare, promuovere e divulgare l’educazione sull’Olocausto. Definizione adottata da alcuni Paesi europei (tra cui l’Italia) e dagli Stati Uniti. La missiva ha ricevuto il sostegno di numerosi intellettuali, anche di origine ebraica, da tutto il pianeta e tra i firmatari ci sono anche 276 membri del mondo della cultura italiano, tra cui Salvatore Settis, Livio Pepino, Carlo Rovelli, Marco Paolini, Moni Ovadia, Alessandra Farkas e molti altri.

Secondo la definizione dell’Ihra “l’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”. Fin qui niente da dire, ma è quando viene stilata la lista degli esempi, delle ‘situazioni tipo’, che queste si scontrano con le opinioni dei firmatari. Sette su undici parlano di Israele, come ad esempio: “Negare agli ebrei il diritto all’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo”. Esempio, questo, richiamato nella “lettera aperta”: è una “autodeterminazione a senso unico – si legge – che non tiene in alcun conto la popolazione nativa, occupandone la terra e negandole ogni diritto”. La definizione è strumentale, è il fuoco della loro critica. L’antisemitismo va combattuto, scrivono, sulla base di principi, nel quadro del rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani.

E mentre cresceva la polemica, a fine novembre, in Gran Bretagna, un altro scontro si innestava su questo, sempre sul The Guardian: la minaccia del Segretario all’Istruzione inglese, Gavin Williamson. “Se non avrò visto la stragrande maggioranza delle istituzioni adottare la definizione entro Natale, allora agirò”, ha dichiarato riferendosi alla sospensione dei fondi loro destinati. “Immorale e illegale”, hanno ribattuto ex giudici e avvocati inglesi: la lettera di Williamson “mina la libertà di parola”.

Ci sono poi state altre prese di posizione contro Ihra. Come quella del consiglio accademico della University College of London (Ucl) che pochi giorni fa ha chiesto di “rimpiazzare” quella dell’Ihra con “una più precisa definizione di antisemitismo”: in precedenza, un team di studio Ucl aveva concluso che non è “idoneo allo scopo in un contesto universitario” e che “rischia di minare la libertà accademica.” Da ricordare anche una lettera di accademici britannici e cittadini israeliani a Williamson in cui si chiede di “rigettare la definizione” e “revocarla” presso quelle università che l’hanno già adottata (tra cui Cambridge). Perché oltre alla libertà di parola è in gioco la libertà accademica: può cioè riverberarsi un “chilling effect (ovvero la paura di sanzioni, ndr) sul personale universitario e sugli studenti che vogliono legittimamente criticare l’oppressione israeliana dei palestinesi o studiare il conflitto israelo-palestinese”.

Gli studiosi firmatari scrivono da una prospettiva “storica e politica profondamente informata dai molteplici genocidi dei tempi moderni, e sopratutto dall’Olocausto”, si legge, in cui “molti (di noi) hanno perso membri delle proprie famiglie estese”. Per cui si dicono “turbati” dalla lettera del Segretario anche sul piano personale. Da antirazzisti si sono battuti, aggiungono, anche “nei confronti delle prolungate politiche di occupazione, espropriazione, segregazione e discriminazione di Israele dirette verso la popolazione palestinese”.

Ecco, “segregazione” è una parola forte nel contesto Ihra, ma il tiro si alza quando The Guardian pubblica una lettera di eccezionale durezza che titola: “Siamo la più importante organizzazione israeliana per i diritti umani e vi diciamo che questo è apartheid”. La firma è di Hagai El-Ad, Direttore esecutivo di B’Tselem, ong israeliana che documenta da oltre 30 anni le violazioni dei diritti umani dell’esercito di Israele. Il pezzo fa il giro del mondo: Cnn, Cbs, Le Figaro, El Pais, media arabi e israeliani. Nell’articolo si arriva a dire che “non c’è un solo centimetro quadrato nel territorio controllato da Israele in cui un palestinese e un ebreo siano uguali”.

La legge israeliana tratta diversamente ebrei e palestinesi e, si rileva nel Report di B’Tselem intitolato A regime of Jewish supremacy from the Jordan River to the Mediterranean Sea: This is apartheid, sono 65 le leggi discriminatorie, fino a quella sullo Stato-Nazione che istituzionalizza la discriminazione.

Si è così venuto a creare un paradosso: una critica così dura (“Israele è un regime di apartheid”) difficilmente può essere considerata antisemita, come sarebbe invece logico secondo i termini Ihra, dato che l’ong israeliana gode di un’autorevolezza conquistata sul campo in decenni di lavoro (interviene al Consiglio di Sicurezza Onu, è citata nei rapporti del Dipartimento di Stato Usa). E infatti l’accusa non c’è stata.

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Medio Oriente, la "carica dei 450" parlamentari europei contro l'annessione della Cisgiordania - Umberto De Giovannangeli

 

Quasi 450 parlamentari europei hanno firmato una lettera inviata domenica sera ai ministri degli esteri dei Pesi Ue e del Regno Unito, esortandoli ad approfittare del cambio di amministrazione degli Stati Uniti per rinnovare la pressione su Israele per fermare la sua "annessione de facto" della Cisgiordania. Tra i firmatari ci sono legislatori di 22 Paesi europei, così come membri del Parlamento europeo.  La grande maggioranza è affiliata a partiti di centro-sinistra, come i socialdemocratici e i verdi. Più di un terzo dei firmatari sono del Regno Unito, la maggior parte dei quali sono membri del partito laburista.

 

“Occasione da non perdere”

"L'inizio della presidenza Biden fornisce un'opportunità molto necessaria per affrontare il conflitto israelo-palestinese con rinnovato impegno", scrivono. "La precedente amministrazione statunitense ha lasciato il conflitto più lontano che mai dalla pace. L'amministrazione Biden offre la possibilità di correggere la rotta e crea uno spazio maggiore per un impegno e una leadership europei significativi. In parallelo, l'annuncio delle elezioni palestinesi che si terranno nei prossimi mesi offre un'opportunità per il rinnovamento politico palestinese e la riunificazione. I parlamentari notano nella loro lettera che gli accordi di normalizzazione recentemente firmati con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein hanno fatto sì che il governo israeliano sospendesse i suoi piani di annessione di ampie porzioni della Cisgiordania. "Tuttavia, gli sviluppi sul terreno indicano chiaramente una realtà di annessione de facto in rapido progresso, soprattutto attraverso l'espansione accelerata degli insediamenti e le demolizioni di strutture palestinesi", hanno scritto.



Tali politiche, rimarcano i firmatari, "stanno eliminando la possibilità di una soluzione a due Stati e radicando una realtà di uno Stato unico di diritti ineguali e di conflitto perpetuo. Che questo sia il futuro della regione è inaccettabile e strategicamente impraticabile".

Nella loro lettera, i parlamentari chiedono alle nazioni europee di lavorare insieme all’amministrazioni Biden e alle parti interessate in Medio Oriente per prevenire "azioni unilaterali" - un riferimento alla politica israeliana in Cisgiordania - che potrebbero minare le possibilità di raggiungere la pace. In questo sforzo, l'Ue e i Paesi europei dovrebbero dimostrare la loro leadership, facendo uso della loro gamma di strumenti politici disponibili", concludono i firmatari.



 La lettera è nata dall’iniziativa di quattro importanti attivisti israeliani per la pace: Zehava Galon, l'ex presidente del Meretz; Avrum Burg, uex capo dell'Agenzia ebraica ed ex parlamentare  laburista e speaker della Knesset; Naomi Chazan, 'ex presidente del New Israel Fund e Michael Ben-Yair,  ex procuratore generale.



Globalist ha intervistato in esclusiva Zehava Galon



Da cosa nasce la vostra iniziativa?



Le ragioni sono molteplici. Su tutte, il fattore tempo. Non è vero che Netanyahu e i falchi della destra abbiano rinunciato al piano di annessione di parti della West Bank. Questa è una narrazione che non corrisponde affatto alla realtà. Netanyahu ha solo cambiato tattica: nessun proclama che avrebbe potuto irretire la comunità internazionale e i Paesi arabi con cui stava stringendo accordi di normalizzazione, ma non per questo l’annessione si è arrestata. Tutt’altro. La colonizzazione della West Bank è proseguita, così come la confisca di terre appartenenti ai palestinesi. Agendo in questo modo, Netanyahu e i sostenitori di “Eretz Israel” (La Terra d’Israele, ndr) sta infliggendo un colpo mortale ad una pace giusta, stabile, fondata sulla soluzione a due Stati. Nel suo agire colonizzatore, Netanyahu sapeva di poter contare sul sostegno assoluto del suo grande protettore americano: Donald Trump. Ora, però, e questa è l’altra ragione che ci ha spinto a questa iniziativa, alla Casa Bianca si è insediato un presidente che conosce molto bene il dossier israelo-palestinese e che ha ribadito la sua intenzione di lavorare per una ripresa del negoziato di pace. Personalmente, ho avuto modo di conoscere il presidente Biden in una delle sue missioni in Medio Oriente quando era il vice del presidente Obama. Ne ho apprezzato la competenza, la sensibilità e la passione nel provare a smuovere le acque stagnanti del processo di pace. 



E’ uno sforzo d’immaginazione pensare ad un presidente Usa con la “kefiah”...



Ogni qual volta un presidente degli Stati Uniti ha rimarcato la necessità di atti che aiutassero gli sforzi diplomatici, è stato subito marchiato dalla destra ultranazionalista come “filo palestinese” se non addirittura complice dei terroristi. Ricordo ancora i ritratti di Obama che stringeva la mano a Osama Bin Laden, e lo squallido gioco di parole utilizzato da esponenti anche di primo piano della destra oltranzista quando si rivolgevano all’allora presidente americano, chiamandolo “Barack Osama”. Joe Biden intende essere un facilitatore del rilancio di seri negoziati di pace, e questa determinazione è un’occasione straordinaria, forse irripetibile, per provare a dare sostanza alla parola dialogo. Certo, Biden si è detto amico d’Israele. Ed è proprio perché lo è, sa che proseguire sulla strada dell’annessione non si fa il bene d’Israele, perché pace e colonizzazione sono inconciliabili.



La lettera è rivolta all’Europa. Perché?



Perché l’Europa può avere un ruolo importante nell’affermazione di una soluzione a due Stati, agendo in partnership con l’amministrazione Biden. L’Unione europea, è bene ricordarlo, è parte del Quartetto per il Medio Oriente, assieme ad Usa, Russia e Onu, che ha definito una Road Map per la pace che ha come suo fondamento proprio la soluzione a due Stati. Non c’è niente di nuovo da inventare. E’ tutto scritto. Ciò di cui c’è bisogno è la comune volontà politica di darne attuazione. Una volontà che fin qui è mancata.



Nella lettera si insiste sulle responsabilità che la comunità internazionale, in particolare Usa ed Europa, deve assumersi per rilanciare il processo di pace. Ma ammesso che si manifesti, questa volontà deve fare i conti con chi governa Israele, e cioè una destra che vede come fumo negli occhi la costituzione di uno Stato palestinese, sia pur confinato su uno spicchio di territorio. 



Il problema non è imporre dall’esterno la pace. Il problema è creare le condizioni perché chi ha perseguito con ostinazione la politica di colonizzazione finisca di credersi impunibile. Quello che chiediamo all’Europa, in sintonia con la presidenza Biden, non è una invasione di campo, ma di rendere praticabile quel campo, il che, fuor di metafora, significa premere su chi è chiamato a governare Israele affinché ponga fine a questa annessione de facto.



Questo significa anche utilizzare lo strumento delle sanzioni? Ma se così fosse, la destra avrebbe vita ancor più facile nel conquistare consensi interni.



Quella tra remissione o sanzioni, è una falsa alternativa. La storia insegna che esiste un’altra via praticabile perché già sperimentata con successo...



A cosa si riferisce?



Alla presidenza Bush. Bush padre. Si era alla fine della prima guerra contro Saddam Hussein. Allora primo ministro d’Israele era Yitzhak Shamir (Likud). Di certo Bush non era un filopalestinese, tanto più alla luce dello sciagurato sostegno di Arafat a Saddam, ma non aveva intenzione di spostare ancor di più il piatto della bilancia a favore d’Israele, dopo aver incassato il sostegno di una parte del mondo arabo nella prima guerra in Iraq. Shamir era convinto di poter portare all’infinito i negoziati con i palestinesi avviati con la Conferenza di Madrid e intanto continuare a incassare sostegno e miliardi di aiuti da parte americana. Bush, su spinta dell’allora segretario di Stato James Becker, decise di lanciare un segnale molto concreto a Shamir: vuoi continuare a sviluppare gli insediamenti e giocare sul negoziato, fallo pure ma non con i nostri dollari. E così bloccò la linea di credito privilegiata che gli Usa avevano garantito a Israele. Quella decisione impresse una svolta nella vita politica israeliana. E contribuì alla vittoria dell’antagonista di Shamir: Yitzhak Rabin. Questo per dire che gli Stati Uniti e l’Europa hanno in mano carte importanti da giocare per convincere Netanyahu a mollare la presa sui territori palestinesi.



Nella lettera esprimete un giudizio molto severo sulla precedente amministrazione Usa, quella di Donad Trump.



Un giudizio fondato sulla realtà dei fatti. Trump ha aggravato la situazione con decisioni che hanno rafforzato la destra e i suoi disegni di grandezza. Trump ha rappresentato un pericolo per la democrazia negli Stati Uniti come in Israele. In Israele, sposando in toto l’ideologia “suprematista” dei sostenitori della “purezza ebraica”. Negli Stati Uniti, offrendo legittimazione a quel “white power” intriso di un violento, viscerale, antisemitismo. A Trump non è mai interessato essere amico d’Israele, lui ha individuato in Israele l’uomo politico che più gli assomigliava: Benjamin Netanyahu. 



Per tornare alla lettera. Il riferimento costante è ai due Stati. Ma anche tra chi in Israele continua a sostenere questa linea, si evidenzia che la realtà sul campo è profondamente cambiata dal ’67 a oggi, e che è impossibile tornare indietro di oltre mezzo secolo.



Questa considerazione non solo è legittima ma è assolutamente fondata, a patto, però, che non venga utilizzata strumentalmente per lasciare le cose così come stanno e anzi peggiorarle. La questione dei confini tra i due Stati è un problema reale che può essere risolto solo se tutte le parti in causa diano prova di realismo e di senso di responsabilità. Questo, a mio avviso, significa impostare la questione dei confini sul principio di reciprocità. Modifiche territoriali devono essere negoziate al tavolo tenendo fermi due punti sostanziali: la piena sovranità dell’entità palestinese su tutto il territorio nazionale che rientra nei confini dello Stato di Palestina. E, altro punto sostanziale, le modifiche da apportare alla “Linea verde” antecedente la guerra dei Sei giorni, devono prevedere uno scambio di territori in una dimensione limitata. La pace è un incontro a metà strada tra le rispettive aspirazioni. E’ la ricerca di un compromesso equo, sostenibile. E’ riconoscere le ragioni dell’altro.  

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LA FEMMINISTA PALESTINESE KHALIDA JARRAR CONDANNATA A 2 ANNI DI CARCERE DA UN TRIBUNALE ISRAELIANO ILLEGITTIMO.

Nell’ultima ingiustizia perpetrata negli illegittimi  tribunali militari israeliani, la femminista palestinese di sinistra, parlamentare e difensore dei diritti dei prigionieri, Khalida Jarrar, è stata oggi condannata a due anni di prigione. Ciò significa che sarà rilasciata alla fine dell’ottobre 2021, due anni dopo il suo più recente arresto effettuato da oltre 70 soldati armati, che il 31 ottobre 2019 invasero la sua casa. Ciò avviene solo pochi giorni dopo che la femminista palestinese Khitam Saafin è stata condannata ad altri quattro mesi di detenzione amministrativa, ovvero una reclusione senza accusa né processo. Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network denuncia l’ingiusta condanna inflitta a Khalida Jarrar e chiede il suo rilascio immediato e quello delle sue compagne palestinesi trattenute in carcere.

La leader politica di fama internazionale era stata accusata di “detenere una posizione in un’organizzazione proibita”, il Fronte popolare per la liberazione della Palestina, davanti a un tribunale militare israeliano. Come tutti i principali partiti politici palestinesi, il FPLP di sinistra è etichettato come “organizzazione proibita” dall’occupazione israeliana. Queste accuse  arrivarono dopo i precedenti attacchi mediatici anti-palestinesi contro Jarrar e i suoi compagni.

Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network esorta le organizzazioni femminili, i movimenti sociali e tutte le persone di coscienza a mettere in luce le lotte, le esperienze e la resistenza di Khalida Jarrar, Khitam Saafin e di tutte le donne palestinesi, comprese quelle detenute nelle carceri israeliane, come parte delle attività della Giornata internazionale della donna, l’8 marzo 2021. Ciò include il lavoro – in occasione della Giornata internazionale della donna e successivamente  – per  sostenere attivamente il boicottaggio di Israele, delle sue istituzioni accademiche e culturali e di società complici come HP, Puma, Teva Pharmaceuticals e G4S.

L’occupazione israeliana cerca di espandere e consolidare la colonizzazione della Palestina imprigionando i leader del popolo palestinese come Khalida Jarrar e  attaccando le organizzazioni che difendono i prigionieri e i detenuti palestinesi.

Jarrar è stata arrestata solo otto mesi dopo il suo rilascio da 20 mesi di detenzione amministrativa – reclusione senza accusa o processo – dopo il suo ultimo arresto da parte delle forze di occupazione nel 2017. Durante la sua detenzione dal 2017 al 2019, oltre 275 organizzazioni  firmarono un appello internazionale per il suo rilascio. L’attacco del 2019 da parte delle forze di occupazione israeliane  arrivò mentre si  accingeva a insegnare alla Bir Zeit University  diritto internazionale e storia del movimento palestinese. La sua classe venne forzatamente cancellata  e gli studenti furono presi di mira per le loro attività politiche e studentesche nel campus.

Jarrar è una sostenitrice  di lunga data della libertà dei prigionieri palestinesi ed è stata l’ex vicepresidente e direttore esecutivo della Addameer Prisoner Support and Human Rights Association. È anche membro del comitato palestinese che ha aderito allo Statuto di Roma della Corte penale internazionale e ha presentato prove all’organismo internazionale sui crimini israeliani in corso.

Il suo arresto – e una sfilza di propaganda mediatica israeliana contro di lei – è  avvenuto proprio quando il procuratore capo della Corte penale internazionale, Fatou Bensouda, aveva annunciato di aver raccomandato alla CPI di avviare un’indagine formale sui crimini di guerra israeliani e sui crimini contro l’umanità in Palestina. Oggi, la sua sentenza arriva solo poche settimane dopo che la CPI ha affermato la sua giurisdizione sulla Palestina occupata per  indagare i crimini dell’occupazione israeliana e dei suoi sostenitori imperialisti globali.

Dalla sua ultima detenzione nel 2019, Khalida Jarrar ha continuato a resistere e a parlare, rompendo l’isolamento che il regime israeliano  tentava di imporle. Ha scritto la prefazione al libro di Ramzy Baroud, “These Chains Will Be Broken”, che racconta le storie di prigionieri politici palestinesi e detenuti:

“In realtà, queste non sono solo storie di prigionia. Per i palestinesi, la prigione è un microcosmo della lotta molto più ampia di un popolo che rifiuta di essere ridotto in schiavitù sulla propria terra e che è determinato a riconquistare la propria libertà, con la stessa volontà e lo stesso vigore di tutte le nazioni una volta colonizzate. . ”

Le figlie di Jarrar, Suha e Yafa, avevano  consegnato un messaggio di Jarrar al Festival della Letteratura degli Scrittori Palestinesi, tenutosi nel  dicembre 2020. La sua lettera  parlava del regime di sorveglianza e del rifiuto di accesso alla letteratura e alle opere culturali  imposto alle prigioniere palestinesi e del lavoro educativo da loro organizzato, della loro creatività e resistenza continua.

Scriveva:

“Dalla prigione israeliana di  Damon situata in cima al Monte Carmelo ad Haifa, porgo i saluti a nome mio e delle mie 40 compagne combattenti per la libertà palestinesi nelle carceri israeliane. Estendiamo il nostro saluto e il dovuto rispetto a tutti gli scrittori, studiosi, intellettuali e artisti che dicono la verità e chiedono la libertà e la giustizia di tutte le persone e che difendono il diritto delle persone all’autodeterminazione e si oppongono alla dominazione razzista coloniale.

In questa occasione, permettetemi anche di inviare i nostri saluti e il nostro sostegno a tutti gli scrittori, studiosi, intellettuali e artisti arabi che rifiutano la normalizzazione con il sistema coloniale israeliano e che hanno rifiutato di accettare gli accordi di normalizzazione degli Emirati, del Bahrein e del Sudan con l’entità sionista . Sono  iniziative come queste che rappresentano i veri legami tra il nostro popolo nel mondo arabo e danno potere a noi prigionieri. Sebbene fisicamente siamo tenute prigioniere dietro recinzioni e sbarre, le nostre anime rimangono libere e si librano nei cieli della Palestina e del mondo. Indipendentemente dalla gravità delle pratiche dell’occupazione israeliana e dalle misure punitive imposte, la nostra voce libera continuerà a parlare a nome del nostro popolo che ha subito catastrofi terribili, sfollamenti, occupazione e arresti. Continuerà anche a far conoscere al mondo la forte volontà palestinese  di rifiutare e sfidare incessantemente il colonialismo in tutte le sue forme. Lavoriamo per stabilire e consolidare i valori umani e ci sforziamo di ottenere la liberazione sociale ed economica che unisca insieme le persone libere del mondo … “

Nel 2014,  resistette  a un tentativo israeliano di spostarla con la forza dalla sua casa di famiglia a el-Bireh a Gerico. Solo nove mesi dopo, nell’aprile 2015,  fu sequestrata dalle forze di occupazione israeliane e condannata alla detenzione amministrativa, incarcerazione senza accusa né processo. Dopo una protesta globale, venne portata davanti ai tribunali militari israeliani e dovette   rispondere di 12 accuse basate sulla sua attività politica: dal tenere discorsi, alla partecipazione a eventi a sostegno dei prigionieri palestinesi. Scontò 15 mesi e rimase quindi libera solo per 13 mesi prima del suo arresto nel 2017.

Chiediamo l’immediato rilascio di Khalida Jarrar e ci impegniamo a organizzare la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi, e della Palestina, dal fiume al mare!

 

Trad: Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” – Invictapalestina.org

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Appello in difesa dei bambini palestinesi.

Chiediamo a tutti coloro che si occupano di diritti umani e, in particolare, dei diritti dei bambini, di dare il proprio contributo per far conoscere la terribile situazione in cui vivono i minori in Palestina, pubblicando questa lettera e le immagini che l’accompagnano.

25 febbraio 2021

In Italia, e non solo, non se ne parla, ma continuamente chi vive queste situazioni manda nel web moltissime testimonianze, anche video, di ciò che avviene là.

Chiediamo a tutti coloro che si occupano di diritti umani e, in particolare, dei diritti dei bambini, di dare il proprio contributo per far conoscere la terribile situazione in cui vivono i minori in Palestina, pubblicando questa lettera e le immagini che l’accompagnano.

 

I bambini palestinesi vengono aggrediti a livello fisico e psicologico dai militari israeliani e dai coloni fanatici.

La loro infanzia è sottratta e calpestata, sono negati loro i diritti umani più basilari. Nelle carceri israeliane sono detenuti attualmente 371 minori!

 

Spesso vengono arrestati nel mezzo della notte senza nessuna accusa e umiliati pubblicamente dai militari, insieme ai loro genitori. Di notte molti di essi non riescono a dormire per la paura e l’ansia continua a cui sono soggetti. Molti adulti, padri, fratelli, sorelle, zii sono reclusi in carcere per il barbaro istituto della “detenzione amministrativa”, una detenzione senza capo d’accusa che si rinnova di sei mesi in sei mesi, in molti casi per anni!

Oltre a vedere i propri familiari arrestati, umiliati o uccisi, i bambini in Palestina sono costretti ad assistere all’abbattimento delle proprie case e dei propri alberi d’ulivo.

È reso loro difficile anche andare a scuola, perché spesso sono costretti a perdere diverse ore a causa dei lunghi interrogatori ai checkpoint.

Sono bambini a cui viene impedito anche di sognare.

 

Tutto ciò è compiuto intenzionalmente per impedire ai palestinesi di avere una nuova generazione forte.

Vogliamo rompere il muro di silenzio sui crimini contro i bambini palestinesi e le loro famiglie, per dare senso alle parole “Diritti” e “Giustizia”.

Vogliamo aggirare la vergognosa reticenza dei media, dello Showbiz, dei governi del mondo: gli orrori sono resi possibili dal silenzio di chi sa!

Sosteniamo i bambini palestinesi che gridano aiuto, aiutiamoli a far sentire la loro voce!

Chiediamo la scarcerazione immediata dei bambini palestinesi detenuti e la fine dell’occupazione, che è la causa di tante atrocità.

“Ogni fanciullo ha un diritto innato alla vita”.

“Gli Stati si impegnano a rispettarlo e garantirlo a tutti i bambini nel proprio ambito giurisdizionale, senza distinzione alcuna per ragioni di razza, di colore… della loro origine nazionale o di qualunque altra condizione”.

Art. 5 e 2 della Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia

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CHE COSA SIGNIFICA PER ISRAELE, PER LE SUE FORZE ARMATE (IDF) E PER I PALESTINESI LA DECISIONE DELL’INTERNATIONAL CRIMINAL COURT -  Judy Maltz, Netael Bandel

 

L’accusa indagherebbe sia Israele che Hamas per la loro condotta nella Guerra del 2014, per la risposta israeliana alle proteste palestinesi lungo il confine iniziate nel 2018, e per l’insediamento di civili israeliani in Cisgiordania.

La decisione che la Corte Penale Internazionale (CPI) abbia giurisdizione sui crimini in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e a Gerusalemme est apre la strada a un’inchiesta per accuse di crimini di guerra da parte di Israele e di Hamas in quelle aree.

La camera preliminare, in una sentenza 2 a 1 ha in tal modo accettato la posizione della Procuratrice Capo Fatou Bensouda, che aveva chiesto di pronunciarsi su questo tema dopo aver concluso che vi erano motivi per una simile indagine.

La decisione, pubblicata venerdì, solleva molte domande.

Quali presunti crimini di Guerra sono in questione?

In un parere pubblicato alla fine del 2019 Bensouda ha trattato 3 tipi di crimini di guerra: quelli commessi sia da Israele che da Hamas durante la guerra dell’estate del 2014; quelli commessi da Israele durante le manifestazioni di massa palestinesi cominciate nel marzo 2018 al confine fra Gaza e Israele; e quelli commessi da Israele per gli insediamenti dei civili israeliani nei territori occupati.

Che cosa ci si aspetta che accada adesso?

Bensouda dovrebbe annunciare la sua intenzione di avviare l’indagine e non ha una data di scadenza per farlo ma c’è da notare che il suo incarico di Procuratrice Capo scade a giugno.

-La CPI approva l’indagine sui possibili crimini di guerra di Israele e di Hamas nei territori palestinesi

-Gli Stati Uniti contestano l’accusa “si oppongono a azioni che colpiscono ingiustamente Israele”

-Israele redige una lista segreta di centinaia di ufficiali che potrebbero sostenere un processo in una corte internazionale

Se e quando farà questo annuncio, Israele avrà 30 giorni di tempo per informarla che intende condurre una propria indagine su ognuno dei suoi cittadini responsabili di aver pianificato o eseguito crimini riconosciuti dal trattato fondativo della CPI – crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Ma anche se Israele annuncia tale intenzione, questa dovrà essere approvata dal Procuratore Capo e dalla CPI.

Nick Kaufman che al momento ha la funzione di avvocato difensore nella CPI e che in precedenza invece lavorava nella stessa struttura come pubblico ministero, sosteneva che si doveva fare una distinzione fra crimini potenziali relativi alle operazioni di Israele nella Striscia di Gaza e quelli relativi all’impresa israeliana degli insediamenti .

“Diversamente che con le indagini sull’uso sproporzionato della forza dei militari, le forze dell’ordine avrebbero problemi ad indagare i presunti crimini delle imprese degli insediamenti, che sono state considerate parte della politica del governo israeliano per generazioni” dice Kaufman, che è anche un ex avvocato del distretto di Gerusalemme e ha fatto da consulente per altri governi in situazioni simili.

Ci si aspetta che la CPI annunci il rimpiazzo di Bensouda nei prossimi giorni. Kaufman dice che questo potrebbe indurla a non fare nulla in risposta alla decisione della Camera Preliminare perchè in tal modo, “bloccherebbe il nuovo procuratore”

Cosa succede se invece Bensouda decide di avviare una indagine?

All’inizio verranno accettate le testimonianze dalle vittime dei presunti crimini. Presumibilmente Israele rifiuterà il visto di ingresso ai funzionari della CPI, così che le testimonianze verranno prese in Olanda all’Aia, sede della Corte o in un altro paese. Poi, il Pubblico Ministero potrebbe tentare di ottenere testimonianze di persone che sono stati militari israeliani e membri di organizzazioni come “Breaking the Silence”che potrebbero testimoniare sulle regole di ingaggio dell’esercito e su come vengono implementate. Verranno ascoltate anche testimonianze di organizzazioni per i diritti umani e di esperti.

 “La parte più difficile dell’indagine per l’accusa – ha detto Kaufman, è quella di ottenere prove “che colleghino coloro che prendono le decisioni con quelli che presumibilmente hanno commesso i crimini” Se si trovano queste prove e i sospettati vengono identificati, il Pubblico Ministero potrebbe emettere un mandato d’arresto. Ma Kaufman ha aggiunto che, semmai dovesse essere emesso il mandato d’arresto, potrebbero comunque passare molti anni prima che ciò avvenga.

I mandati d’arresto vengono in genere emessi in segreto e viene richiesto ai paesi membri dell’ICC di eseguirli.

Chi sono gli israeliani che potrebbero trovarsi nel mirino della Corte?

I bersagli sarebbero principalmente coloro che nel governo prendono le decisioni e gli ufficiali dell’esercito. Ma -dice Kaufman- che in genere, i soldati di basso grado, non hanno nulla da temere. L’establishment della difesa ha già fatto una lista di alcune centinaia di ufficiali israeliani senior che potrebbero eventualmente essere coinvolti in una indagine di questo tipo .

Quali sarebbero le controargomentazioni di Israele?

Secondo un memorandum preparato dal procuratore generale Avichai Mendelblit prima della sentenza, la CPI non ha giurisdizione sull’argomento, perché solo gli stati sovrani possono concedere questa giurisdizione. Secondo lui l’Autorità Palestinese (AP) non ha la condizione di stato data dalla legge internazionale.

Avichai Mendelblit ha anche spiegato che le relazioni fra Israele e l’AP sono governate da accordi diplomatici e che in questi accordi ambedue concordano che le dispute sui territori vanno risolte attraverso negoziazioni. I palestinesi invece cercano di aggirare questi accordi rivolgendosi alla CPI.

Può Israele far appello contro la decisione della Corte?

I funzionari del governo hanno detto che siccome Israele si è rifiutato di prendere parte alle procedure non può fare appello contro i risultati

L’AP si sta rallegrando di questa decisione?

L’AP è la parte che ha chiesto alla Corte di indagare sui crimini di guerra israeliani. Ma siccome la decisione riguarda l’indagine di tutti crimini commessi durante l’Operazione Margine Protettivo del 2014, si applica anche ad Hamas. Kaufman ha aggiunto che sarebbe più facile per il tribunale avviare una indagine contro i palestinesi.

“il caso più semplice da un punto di vista dell’evidenza sarebbe quello dei razzi Qassam lanciati da Gaza”, ha detto. Hamas non indagherà se stesso su questo argomento, e nessuno riconoscerebbe un tribunale di Hamas come un tribunale indipendente per un proposito del genere. Al contrario, Israele può annunciare che alla luce dei sospetti che sono stati sollevati, ha preso in considerazione di rinnovare la propria indagine.

La decisione significa che l’ICC riconosce la Palestina come stato sovrano?

No. La Palestina viene definita come uno stato membro della CPI che può garantire la competenza giurisdizionale per indagare i crimini sul proprio territorio, ma la sentenza non significa che il tribunale riconosca che la Palestina è uno stato secondo la legge internazionale.

“Pronunciandosi sull’ambito territoriale della sua giurisdizione, la Corte non sta né giudicando una disputa sul confine secondo la legge internazionale nè pregiudicando la questione di futuri confini” ha scritto il giudice, aggiungendo che la loro decisione è “senza pregiudizi di alcun tipo di legge internazionale che possa insorgere dagli eventi nella situazione della Palestina che non rientri all’interno della giurisdizione della Corte”

 

Traduzione a cura di Sancia Gaetani

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Se ci fosse una sinistra israeliana.”I have a dream… “ - Gideon Levy

Se in Israele ci fosse una sinistra, questo è quello che farebbe se vincesse le elezioni. Alcune misure potrebbero essere attuate immediatamente, altre rappresenterebbero l’inizio di un processo. Nessuno nella sinistra ebraica neppure le propone.

Nei primi 100 giorni del suo governo immaginario, la sinistra avrebbe iniziato una rivoluzione. Principalmente, non completamente, nel suo rapporto con l’occupazione, l’argomento che definisce l’identità di Israele più di ogni altro. La prima risoluzione approvata dal governo di sinistra metterebbe fine all’assedio della Striscia di Gaza. In un giorno, come con la caduta del muro di Berlino, la Striscia sarebbe stata liberata, i suoi 2 milioni di abitanti sarebbero stati liberi. Il mare e il confine con Israele sarebbero aperti e sicuri. Allo stesso tempo, sarebbe arrivato un appello da Israele, che invitava i leader di Hamas a un incontro. Potrebbero benissimo sorprenderci. Abbiamo molto di cui parlare con loro.

Il passo successivo, da fare subito, sarebbe un ampio rilascio dei palestinesi che sono incarcerati in Israele. Tutte le migliaia di prigionieri politici e le centinaia di persone che sono trattenute senza processo, in cosiddetta detenzione amministrativa, tutti i bambini e le persone malate palestinesi detenute nelle carceri israeliane sarebbero liberate immediatamente. A guidarli sarebbe stato Marwan Barghouti, l’unica persona con la capacità di riunire i palestinesi.

Barghouti deve essere rilasciato immediatamente, proprio come F.W. de Klerk ha rilasciato Nelson Mandela poco dopo essere diventato presidente. Anche il resto deve accadere alla velocità sbalorditiva con cui sono svolti gli eventi in Sud Africa. Un Barghouti liberato verrebbe eletto presidente palestinese e per Israele sarebbe un interlocutore straordinario. La fine dell’assedio di Gaza e il rilascio dei prigionieri infonderanno speranza. Gli israeliani saranno sorpresi di quanto sia facile, senza nessun onere.

Nei suoi primi 100 giorni, un governo di sinistra avrebbe annunciato il blocco di tutte le costruzioni negli insediamenti, nemmeno un singolo balcone in un appartamento a Ma’aleh Adumim, fino a quando non fosse stato raggiunto un accordo con i palestinesi. Fino a quando ciò non accadrà, a Kiryat Arba verranno assegnati gli stessi stanziamenti di bilancio di Kiryat Shmona, nel nord di Israele, ed entrambe riceveranno insieme lo stesso importo della città araba di Taibeh. Gli insediamenti non approvati dai governi precedenti saranno evacuati immediatamente.

Poi, il bilancio della difesa. Sarà tagliato come mai prima d’ora. È impossibile stabilire uno stato sociale senza tagli significativi al bilancio della difesa, che è sovrafinanziato. Alcune delle minacce che Israele deve affrontare sono scomparse, alcune delle paure sono ingiustificate. Il bilancio della difesa dovrà ridursi di conseguenza. Le forze di Difesa Israeliane, la maggior parte dei cui avversari sono privi di risorse, non hanno bisogno di avere in dotazione ogni sistema d’arma sviluppato da qualche parte nel mondo.

La pandemia di coronavirus ci ha insegnato che un generoso bilancio sanitario è importante per la nostra sicurezza non meno di quanto lo siano i sottomarini. Istruzione, infrastrutture e previdenza sociale chiedono a gran voce i finanziamenti, destinati invece a progetti di difesa inutili. Un paese in cui le persone disabili dovrebbero sopravvivere con un assegno mensile di 3.200 shekel (800 euro) è un paese immorale. Bombardieri, sottomarini e attentatori saranno gradualmente sostituiti da accordi, che si sono già rivelati essere la migliore garanzia per la sicurezza di questo Stato. Questi accordi sono più raggiungibili di quanto siamo stati portati a credere.

Dopodiché, ai 31.000 richiedenti asilo rimasti nel paese verrà concessa la cittadinanza e lo stato e la religione saranno separati: trasporto pubblico durante lo Shabbat e matrimonio civile in un colpo solo, ed ecco, un nuovo Israele: un paese più aperto e liberale, meno violento e crudele, molto più morale e rivolto alla comunità internazionale. Il riconoscimento dal mondo, compreso il mondo arabo, sarà generoso. Basta ricordare cosa è successo dopo la firma degli accordi di Oslo. Ora Israele sarà libero di considerare il suo futuro. Scoprirà che la soluzione a due Stati, che ha sostenuto per 30 anni, non è più fattibile, e si renderà conto che deve offrire una soluzione diversa.

Per la prima volta nella sua storia, Israele inizierà a parlare di uguaglianza. Sarà un processo lungo, doloroso per alcuni israeliani e alcuni palestinesi, ma è inevitabile. Nel nuovo contesto, dovremo discutere dell’abolizione della legge dello Stato-Nazione e della legge sul ritorno e dell’adozione di una nuova legislazione egualitaria, che porterà alle prime elezioni democratiche che si terranno tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo.

Può sembrare tutto irrealizzabile o realizzabile, ma è probabile che sia più fattibile di quanto sembri. Per renderlo possibile abbiamo bisogno di una sinistra coraggiosa che inizi un dialogo.

 

Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del giornale. Levy è entrato in Haaretz nel 1982 e ha trascorso quattro anni come vicedirettore del giornale. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med per il 2008; il premio libertà di Lipsia nel 2001; il premio dell’Unione dei giornalisti israeliani nel 1997; e il premio dell’Associazione dei Diritti Umani in Israele per il 1996. Il suo nuovo libro, La punizione di Gaza, è stato pubblicato da Verso.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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Il commercio illegale di armi da parte di Israele

Nel 2013 è stato realizzato un documentario israeliano dal titolo “The Lab”, proiettato a Pretoria e a Città del Capo, in Europa, in Australia e negli USA e che ha vinto molti premi, persino al Tel Aviv International Documentary Film Festival [i].

La tesi del film è che l’occupazione israeliana di Gaza e della Cisgiordania è un “laboratorio” in modo che Israele, per esportarle, possa vantare che le sue armi sono state “testate in guerra e collaudate”. E, in modo ancor più grottesco, come il sangue palestinese si trasformi in denaro!

L’ American Friends Service Committee (i quaccheri) a Gerusalemme ha appena reso pubblico il suo “Database of Israeli Military and Security Exports” [Database delle Esportazioni Israeliane Militari e per la Sicurezza] (DIMSE) [ii]. Lo studio dettaglia il mercato globale e l’uso delle armi e dei sistemi di sicurezza di Israele dal 2000 al 2019. India e USA sono stati i due maggiori importatori, con la Turchia al terzo posto. Lo studio rileva:

“Israele ogni anno si trova tra i primi dieci esportatori di armi al mondo, ma non informa regolarmente il registro delle Nazioni Unite sulle armi convenzionali e non ha ratificato il trattato sul commercio delle armi. Il sistema giudiziario israeliano non richiede trasparenza su questioni legate alla vendita di armamenti e attualmente non ci sono limitazioni legali riguardo ai diritti umani dei paesi in cui vengono esportate le armi israeliane, salvo rispettare l’embargo sulla vendita di armi quando disposto dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU."

Israele ha fornito ai dittatori del Myanmar equipaggiamento militare fin dagli anni ’50. Ma solo nel 2017, dopo le proteste internazionali contro i massacri dei musulmani rohingya e dopo che attivisti israeliani per i diritti umani hanno denunciato ai tribunali israeliani tale commercio, il governo israeliano è riuscito a sentirsi in imbarazzo [iii].

Nel 2018 l’ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani ha dichiarato che i generali del Myanmar dovrebbero essere processati per genocidio. Nel 2020 la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia ha ordinato al Myanmar di evitare violenze genocide contro la minoranza rohingya e anche di conservare le prove degli attacchi del passato [iv].

Data la storia dell’Olocausto nazista, è diabolico che il governo e l’industria bellica di Israele siano attivamente complici del genocidio in Myanmar e in Palestina, oltre che in molti altri Paesi, compresi Sri Lanka, Ruanda, Kashmir, Serbia e Filippine [v]. È altrettanto scandaloso che gli USA proteggano Israele, uno Stato che è suo satellite, abusando del loro potere di veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Nel suo libro intitolato War against the People [Guerra contro il popolo, Edizioni Epoké, 2017], il pacifista israeliano Jeff Halper inizia con una domanda: “Come fa Israele a farla franca?” La sua risposta è che Israele fa il “lavoro sporco” per gli USA non solo in Medio Oriente, ma anche in Africa, America latina e altrove vendendo armi, sistemi di sicurezza e mantenendo al potere dittature attraverso il saccheggio delle risorse naturali, tra cui diamanti, rame, coltan, oro e petrolio [vi].

Il libro di Halper conferma sia “The Lab” che lo studio del DIMSE. Nel 2009 un ex ambasciatore USA in Israele ha polemicamente avvertito Washington che Israele stava diventando sempre più “la terra promessa del crimine organizzato”. Ora la devastazione della sua industria bellica è tale che Israele è diventato uno “Stato canaglia”.

Nove Paesi africani sono inclusi nella banca dati del DIMSE: Angola, Camerun, Costa d’Avorio, Guinea Equatoriale, Kenya, Marocco, Sud Africa, Sud Sudan e Uganda. Le dittature di Angola, Camerun e Uganda sono legate da decenni all’appoggio militare israeliano. Tutti e nove i Paesi sono noti per la corruzione e le violazioni dei diritti umani, che invariabilmente sono interconnesse.

Il dittatore angolano di lunga data Eduardo dos Santos è stato ritenuto l’uomo più ricco dell’Africa, mentre sua figlia Isobel è diventata la donna più ricca [vii]. Entrambi alla fine sono stati processati per corruzione [viii].  Sui depositi di petrolio in Angola, Guinea Equatoriale, Sud Sudan e Sahara occidentale (occupato dal 1975 dal Marocco in violazione delle leggi internazionali) vi è evidenza del coinvolgimento di Israele.

I diamanti insanguinati sono l’attrattiva di Angola e Costa d’Avorio (oltre che della Repubblica Democratica del Congo e Zimbabwe, non inclusi nello studio). La guerra nella RDC viene definita la “Prima Guerra Mondiale dell’Africa”, perché le sue cause sono cobalto, coltan, rame e diamanti industriali richiesti dal cosiddetto business della guerra nel “Primo Mondo”.

Nel 1997 il magnate dei diamanti Dan Gertler [uomo d’affari israeliano, N.d.T.] ha fornito sostegno finanziario attraverso la sua banca israeliana alla cacciata di Mobutu Sese Seko e alla presa del potere nella RDC da parte di Laurent Kabila. In seguito i servizi di sicurezza israeliani hanno mantenuto al potere Kabila e suo figlio Joseph, mentre Gertler saccheggiava le risorse naturali della RDC [ix].

In gennaio, qualche giorno prima di lasciare il potere, l’ex- presidente Donald Trump ha tolto Gertler dalla lista dei soggetti sottoposti a sanzioni in base alla [legge USA] Global Magnitsky [che impone sanzioni contro i responsabili di violazioni dei diritti umani nel mondo, N.d.T.], in cui Gertler era stato inserito nel 2017 per “accordi minerari poco chiari e corrotti nella RDC”. Il tentativo di Trump di “perdonare” Gertler ora è stato messo in discussione presso il Dipartimento di Stato e il Tesoro USA da trenta organizzazioni della società civile congolesi e internazionali [x].

Benché non abbia miniere di diamanti, Israele è il principale centro mondiale per il taglio e la lavorazione degli stessi. Fondato durante la Seconda Guerra Mondiale con l’aiuto del Sudafrica, il commercio di diamanti ha aperto la strada all’industrializzazione di Israele. L’industria dei diamanti israeliana è anche legata sia all’industria bellica che al Mossad [servizio per la sicurezza estera di Israele, N.d.T.] [xi].

Negli ultimi trent’anni la Costa d’Avorio è stata politicamente instabile e la sua produzione di diamanti irrisoria [xii]. Eppure il rapporto DIMSE rivela che il commercio annuale di diamanti della Costa d’Avorio raggiunge tra i 50.000 e i 300.000 carati, e le imprese di armamenti israeliane sono attivamente coinvolte nello scambio tra armi e diamanti.

Negli anni ’90 cittadini israeliani sono stati coinvolti in modo significativo anche nella guerra civile della Sierra Leone e nello scambio tra armi e diamanti. Il colonnello Yair Klein e altri hanno addestrato il Revolutionary United Front (Fronte Unito Rivoluzionario) (RUF). “La tattica che caratterizzava il RUF era l’amputazione di civili, col taglio di braccia, gambe, labbra e orecchie con machete e asce. L’obiettivo del RUF era terrorizzare la popolazione per ottenere il dominio incontrastato sulle miniere di diamanti” [xiii].

Allo stesso modo una società di copertura del Mossad avrebbe truccato le elezioni nello Zimbabwe durante l’era di Mugabe [xiv]. Il Mossad è sospettato di aver poi organizzato nel 2017 il colpo di stato con cui Mnangagwa ha sostituito Mugabe. I diamanti del Marange, nello Zimbabwe, sono esportati in Israele passando per Dubai [città degli Emirati Arabi Uniti, N.d.T.].

A sua volta Dubai - la nuova patria dei fratelli Gupta [ricchissima famiglia di origine indiana, N.d.T.], è nota come uno dei principali centri mondiali di riciclaggio ed è anche uno dei nuovi amici arabi di Israele - rilascia certificati falsi in osservanza al Kimberley Process [impegno a non commerciare diamanti provenienti da zone di conflitto, N.d.T.] che attestano che questi diamanti insanguinati non sono legati a situazioni di conflitto. Le pietre vengono poi tagliate e lavorate in Israele per essere esportate negli USA, destinati principalmente a giovani ingenui che si bevono lo slogan pubblicitario di De Beers secondo cui i diamanti sono per sempre.

Il Sudafrica si colloca al 47° posto nello studio del DIMSE. Dal 2000 le importazioni di armi da Israele riguardano sistemi radar e aerei modulari in base all’accordo BAE/Saab Gripens, veicoli antisommossa e servizi di sicurezza informatica. Sfortunatamente il giro di denaro non è noto. Prima del 2000, nel 1988 il Sudafrica aveva comprato 60 aerei da caccia non più in uso dell’aviazione israeliana. I velivoli, ribattezzati Cheetah, vennero rivenduti al costo di 1,7 miliardi di dollari e consegnati dopo il 1994.

Questa vicinanza a Israele è diventata politicamente imbarazzante per l’ANC [African National Congress, partito al potere in Sudafrica dalla fine dell’apartheid, N.d.T.]. Benché alcuni aerei fossero ancora imballati, questi Cheetah vennero venduti a prezzi scontati a Cile ed Ecuador. Poi vennero sostituiti da BAE Hawks britannici e BAE/Saab Gripens svedesi a un prezzo maggiorato di 2,5 miliardi di dollari.

Lo scandalo per la corruzione relativa alla vendita di armamenti BAE/Saab non è ancora stato chiarito. Nelle circa 160 pagine di deposizioni giurate dell’Ufficio Britannico Antifrode e degli Scorpions [reparto speciale anticorruzione della polizia sudafricana, N.d.T.] si dettaglia come la BAE abbia pagato tangenti per 2 miliardi di rand [circa 110 milioni di euro], a chi sono state pagate queste bustarelle e su quali conti bancari in Sudafrica e all’estero sono state versate.

L’accordo per il finanziamento attraverso la Barclays Bank di questi caccia Bae/Saab, garantito dal governo britannico e firmato da Trevor Manuel [all’epoca ministro delle Finanze sudafricano, N.d.T.], è un esempio da manuale dell’induzione all’indebitamento del “Terzo Mondo” da parte delle banche britanniche.

Benché rappresenti meno dell’1% del commercio internazionale, si stima che il mercato delle armi rappresenti dal 40% al 45% della corruzione mondiale. Questa stima straordinaria è stata fatta - guarda un po’ - dalla Central Intelligence Agency (la CIA) attraverso il Dipartimento USA per il Commercio [xv].

La corruzione legata al commercio delle armi arriva direttamente ai vertici. Include la regina, il principe Carlo e altri membri della famiglia reale britannica [xvi].  Con pochissime eccezioni include anche ogni membro del Congresso USA, indipendentemente dal partito politico. Nel 1961 il presidente Dwight Eisenhower ammonì sulle conseguenze di quello che definì “il complesso militare-industriale-parlamentare”.

Come descritto in “The Lab”, gli squadroni della morte brasiliani e almeno 100 agenti della polizia americana sono stati addestrati ai metodi utilizzati dagli israeliani per eliminare i palestinesi. Le uccisioni di George Floyd a Minneapolis e di molti altri afro-americani in altre città mostrano chiaramente che la violenza e il razzismo dell’apartheid israeliano sono esportati in tutto il mondo. Le proteste dei Black Lives Matter che ne sono derivate hanno messo in luce che gli USA sono una società estremamente diseguale e disfunzionale.

Già nel 1977 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU stabilì che l’apartheid e le violazioni dei diritti umani in Sudafrica costituivano una minaccia per la pace e la sicurezza internazionali. Venne imposto un embargo alla vendita di armi che venne violato da molti Paesi, in particolare da Germania, Francia, Gran Bretagna, USA e soprattutto da Israele [xvii].

Miliardi e miliardi di rand vennero versati ad Armscor [agenzia sudafricana incaricata dell’acquisto di armamenti, N.d.T.] e ad altri commercianti di armi per lo sviluppo di armi nucleari, missili e altre forniture, che si dimostrarono totalmente inutili contro l’opposizione interna all’apartheid. Tuttavia, invece di difendere con successo il sistema dell’apartheid, le spese sconsiderate per gli armamenti mandarono in bancarotta il Sudafrica.

Come ebbe a scrivere l’ex direttore di “Business Day” [quotidiano economico sudafricano, N.d.T.] il defunto, Ken Owen:

“Il male dell’apartheid apparteneva ai dirigenti civili, le sue follie erano interamente a carico degli ufficiali dell’esercito. È un’ironia della nostra liberazione che l’egemonia degli afrikaner [bianchi sudafricani di origine olandese, belga, tedesca e francese, N.d.T.] avrebbe potuto durare altri 50 anni se i teorici militari non avessero dirottato la ricchezza nazionale in imprese strategiche come Mossgas e Sasol [aziende energetiche, N.d.T.], Armscor [agenzia per l’acquisto e la produzione di armi, N.d.T.] e Nufcor [agenzia per l’acquisto di uranio, N.d.T.], che alla fine non ci hanno portato altro che bancarotta e disonore”[xviii].

Sulla stessa linea il direttore della rivista Noseweek [mensile sudafricano, N.d.T.] Martin Welz ha affermato: “Israele aveva il cervello ma non i soldi. Il Sudafrica i soldi, ma non il cervello.” In breve il Sudafrica finanziò lo sviluppo dell’industria bellica israeliana che oggi è la principale minaccia alla pace mondiale. Quando finalmente nel 1991 Israele si piegò alle pressioni USA e iniziò a fare marcia indietro rispetto all’alleanza con il Sudafrica, l’industria degli armamenti e i capi militari israeliani vi si opposero risolutamente.

Erano furibondi e insistettero che era un “suicidio”. Dichiararono: “Il Sudafrica ha salvato Israele.” Va anche ricordato che i fucili semiautomatici G3 utilizzati dalla polizia sudafricana nel massacro di Marikana [in cui vennero uccisi 34 lavoratori in sciopero e feriti gravemente almeno altri 78, N.d.T.]

del 2012 erano stati fabbricati dalla “Denel” su licenza israeliana.

Due mesi dopo il famoso discorso del Rubicone del presidente PW Botha [in cui egli affermò che il sistema di apartheid non sarebbe stato modificato, N.d.T.] nell’agosto 1985, quello che una volta era stato un banchiere bianco e conservatore diventò un rivoluzionario. All’epoca ero direttore del tesoro regionale di Nedbank [gruppo sudafricano di servizi finanziari, N.d.T.] per la provincia del Capo occidentale e responsabile delle operazioni bancarie internazionali. Ero anche un sostenitore della End Conscription Campaign [campagna per porre fine alla coscrizione obbligatoria] (ECC) e rifiutai di consentire che mio figlio, che era adolescente venisse registrato per il servizio di leva nell’esercito dell’apartheid.

La pena per il rifiuto di fare il servizio militare nell’esercito sudafricano era di sei anni di prigione. Si stima che 25.000 giovani bianchi abbiano lasciato il Paese per non essere arruolati nell’esercito dell’apartheid. Che il Sudafrica continui ad essere uno dei Paesi più violenti al mondo è solo una delle molte conseguenze persistenti del colonialismo, dell’apartheid e delle loro guerre.

Con l’arcivescovo Desmond Tutu e il defunto dottor Beyers Naude [religioso e attivista anti-apartheid afrikaner, N.d.T.] nel 1985 alle Nazioni Unite a New York lanciammo la campagna internazionale di sanzioni bancarie come ultima iniziativa nonviolenta per evitare una guerra civile e uno spargimento di sangue razziale. I paralleli tra il movimento americano per i diritti civili e la campagna mondiale contro l’apartheid erano evidenti agli afro-americani. Un anno dopo, superando il veto del presidente Ronald Reagan, venne approvato il Comprehensive Anti-Apartheid Act [legge Usa contro l’apartheid, N.d.T.].

Nel 1989, con la perestroika e l’imminente fine della Guerra Fredda, sia il presidente George Bush (Senior) che il Congresso USA minacciarono di vietare al Sudafrica di fare qualunque transazione finanziaria negli USA. Tutu e noi attivisti anti-apartheid non potevamo più essere tacciati di essere “comunisti”.  Questo era il contesto in cui tenne il suo discorso il presidente FW de Klerk nel febbraio 1990. De Klerk se ne rese chiaramente conto.

Senza accesso alle sette maggiori banche di New York e al sistema di pagamento in dollari USA, il Sudafrica non sarebbero più stato in grado di commerciare con nessun Paese al mondo. Il presidente Nelson Mandela in seguito riconobbe che la campagna di sanzioni bancarie di New York era stata la strategia più efficace contro l’apartheid [xix].

Quanto successo in Sudafrica è una lezione di particolare rilevanza per Israele che, come il Sudafrica dell’apartheid, sostiene falsamente di essere una democrazia. Dire che le critiche sono “antisemite” è sempre più controproducente, in quanto sempre più ebrei in tutto il mondo si dissociano dal sionismo.

Che Israele sia uno Stato di apartheid è ora ampiamente documentato - anche dal Tribunale Russell sulla Palestina che si riunì a Città del Capo nel novembre 2011. Allora confermò che la condotta del governo israeliano verso i palestinesi rispondeva ai criteri giuridici dell’apartheid, ed era un crimine contro l’umanità.

All’interno dello stato di Israele vero e proprio più di 50 leggi discriminano i palestinesi cittadini d’Israele sulla base della cittadinanza, della terra e della lingua, con il 93% della terra riservata solo all’insediamento ebraico. Durante il Sudafrica dell’apartheid simili umiliazioni erano descritte come “piccolo apartheid”. Dall’altra parte della Linea Verde, l’Autorità Nazionale Palestinese è un bantustan del “grande apartheid”, ma con ancor meno autonomia di quella che avevano i Bantustan in Sudafrica.

L’impero romano, quelli ottomano, francese, britannico e sovietico alla fine sono tutti crollati dopo aver fatto bancarotta a causa dei costi delle loro guerre. Per dirla con le concise parole del defunto Chalmers Johnson [storico ed economista statunitense, N.d.T.], che ha scritto tre libri sul futuro crollo dell’impero americano: “Le cose che non possono durare per sempre, non durano” [xx].

Ora l’imminente collasso dell’impero USA è stato evidenziato dall’insurrezione di Washington istigata da Trump il 6 gennaio. Nelle elezioni presidenziali del 2016 l’alternativa è stata tra una criminale di guerra e un pazzoide. All’epoca ho sostenuto che il pazzoide fosse in realtà la scelta migliore perché Trump avrebbe demolito il sistema mentre Hillary Clinton lo avrebbe ritoccato e fatto durare di più.

Con il pretesto di “proteggere l’America”, centinaia di miliardi di dollari sono stati spesi in armi inutili. Che gli USA abbiano perso ogni guerra combattuta dalla Seconda Guerra Mondiale non sembra importare finché il denaro arriva a Lockheed Martin, Raytheon, Boeing e a migliaia di altri fornitori di armi, oltre che alle banche e alle imprese petrolifere [xxi].

Dal 1940 alla fine della Guerra Fredda nel 1990 gli USA hanno speso 5.8 trilioni di dollari solo per le armi nucleari e lo scorso anno hanno deciso di spendere altri 1.2 trilioni per modernizzarle [xxii].

Il trattato sulla proibizione delle armi nucleari è diventato una legge internazionale il 22 gennaio 2021.

Si stima che Israele abbia 80 testate nucleari puntate verso l’Iran. Nel 1969 il presidente Richard Nixon ed Henry Kissinger escogitarono la finzione che “gli USA avrebbero accettato lo stato nucleare di Israele finché Israele non lo avesse riconosciuto pubblicamente” [xxiii].

Come riconosce l’International Atomic Energy Agency [Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, con sede a Vienna, N.d.T.] (IAEA), l’Iran ha abbandonato l’obiettivo di sviluppare armi nucleari fin dal 2003, dopo che gli americani avevano impiccato Saddam Hussein, che era stato “il loro uomo” in Iraq. L’insistenza israeliana secondo cui l’Iran rappresenta una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale è falsa tanto quanto le false notizie dell’intelligence nel 2003 riguardo alle “armi di distruzione di massa” dell’Iraq.

I britannici “scoprirono” il petrolio in Persia [Iran] nel 1908 e lo depredarono. Dopo che un governo democraticamente eletto nazionalizzò l’industria petrolifera iraniana, nel 1953 il governo britannico e quello USA orchestrarono un colpo di stato e poi appoggiarono la brutale dittatura dello Scià finché essa venne rovesciata dalla rivoluzione iraniana del 1979.

Gli americani erano (e continuano ad essere) furiosi. Per vendetta e in collaborazione con Saddam e con molti altri governi (compreso il Sudafrica dell’apartheid), gli USA provocarono deliberatamente una guerra di otto anni tra Iraq e Iran. Dati questi precedenti e inclusa la revoca da parte di Trump del Joint Comprehensive Plan of Action [accordo sul nucleare iraniano firmato da Obama, N.d.T.] (JCPOA), non c’è da stupirsi che gli iraniani siano così scettici riguardo agli impegni USA di rispettare qualunque accordo o trattato.

Sono in questione il ruolo del dollaro USA come moneta di riserva mondiale e la determinazione degli USA a imporre la propria egemonia sia finanziaria che militare sull’intero pianeta. Ciò spiega anche la ragione dei tentativi di Trump di promuovere una rivoluzione in Venezuela, che ha le maggiori riserve di petrolio al mondo. Nel 2016 Trump ha sostenuto che avrebbe “prosciugato la palude” a Washington. Al contrario durante la sua presidenza la palude è degenerata in una fogna, come evidenziato dai suoi accordi per gli armamenti con l’Arabia Saudita, Israele e gli EAU, oltre al suo “accordo del secolo” con Israele [xxiv].

Il presidente Joe Biden deve la sua elezione all’affluenza alle urne degli elettori afro-americani negli “Stati blu” [Stati prevalentemente a favore del partito Democratico, N.d.T.]. Date le rivolte del 2020, l’impatto delle iniziative di Black Lives Matter e l’impoverimento delle classi medie e di quella operaia, la sua presidenza darà la priorità alle questioni dei diritti umani in patria e anche al disimpegno a livello internazionale.

Dopo 20 anni di guerre dall’11 settembre in poi, gli USA sono stati superati in astuzia dalla Russia in Siria e dall’Iran in Iraq. E l’Afghanistan ha ancora una volta confermato la sua storica fama di “tomba degli imperi”. In quanto ponte terrestre tra Asia, Europa e Africa, il Medio Oriente è vitale per le ambizioni cinesi di confermare la propria posizione storica come Paese dominante a livello mondiale.

Un’avventata guerra israeliana/saudita/statunitense contro l’Iran provocherebbe quasi certamente il coinvolgimento di Russia e Cina. Le conseguenze globali potrebbero essere catastrofiche per l’umanità.

L’indignazione internazionale dopo l’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi è stata aggravata dalle rivelazioni secondo cui USA e Gran Bretagna (più altri Paesi, compreso il Sudafrica) sono stati complici, avendo fornito all’Arabia Saudita e agli EAU non solo armi, ma anche supporto logistico alla guerra di sauditi ed emiratini in Yemen.

Biden ha già annunciato che i rapporti tra USA e Arabia Saudita saranno “ridefiniti” [xxv]. Pur proclamando che “l’America è tornata”, la realtà che l’amministrazione Biden si trova davanti è una crisi interna. Le classi medie e lavoratrici si sono impoverite e, a causa delle priorità economiche dovute alle guerre dopo l’11 settembre e quindi le infrastrutture americane sono state trascurate in modo deplorevole. L’avvertimento di Eisenhower nel 1961 è stato ora confermato.

Più del 50% del bilancio del governo federale USA viene speso per preparativi bellici e per continuare a finanziare i costi delle guerre passate. Annualmente il mondo, per lo più gli USA e i suoi alleati della NATO, spende 2 trilioni di dollari per prepararsi alla guerra. Una frazione di questa somma potrebbe finanziare urgenti problemi legati al cambiamento climatico, alla povertà e a una serie di altre priorità.

Dalla guerra dello Yom Kippur del 1973 il prezzo del petrolio dell'OPEC è valutato solo in dollari USA. Con un accordo negoziato da Henry Kissinger il petrolio saudita ha sostituito l’oro come base monetaria [xxvi]. Le conseguenze globali sono immense, ed includono:

  • Garanzie di USA e Gran Bretagna riguardo alla famiglia reale saudita contro rivolte interne;
  • Al petrolio dell’OPEC è stato attribuito un prezzo solo in dollari USA, e i proventi sono depositati nelle banche di New York e Londra. Di conseguenza il dollaro è la valuta di riserva internazionale, e il resto del mondo finanzia il sistema bancario, l’economia e le guerre degli USA;
  • La Banca d’Inghilterra amministra un “fondo nero saudita”, il cui scopo è finanziare la destabilizzazione occulta di Paesi ricchi di risorse naturali in Asia e Africa. Se l’Iraq, l’Iran, la Libia o il Venezuela dovessero chiedere il pagamento in euro o in oro invece che in dollari, la conseguenza sarebbe un “cambiamento di regime”.

Grazie alla base monetaria in petrolio saudita la spesa militare altrettanto illimitata degli USA viene attualmente finanziata dal resto del mondo. Ciò include i costi di circa 1.000 basi militari USA in tutto il pianeta, il cui scopo è di garantire che gli USA, con solo il 4% della popolazione mondiale, possano conservare la propria egemonia militare e finanziaria. Circa 34 di queste basi sono in Africa, di cui due in Libia [xxvii].

L’“Alleanza dei Cinque Occhi” formata da Paesi anglofoni bianchi (che comprende USA, Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda e di cui Israele è di fatto membro) si è arrogata il diritto di intervenire quasi ovunque nel mondo. La NATO è intervenuta con risultati disastrosi in Libia nel 2011 dopo che Muammar Gheddafi ha chiesto il pagamento del petrolio libico in oro invece che in dollari.

Con il declino economico degli USA e la Cina in crescita, queste strutture militari e finanziarie non sono né adeguate né sostenibili nel XXI secolo. Dopo aver aggravato la crisi finanziaria del 2008 con massicce operazioni di salvataggio finanziario a favore delle banche e della borsa, la pandemia da COVID e un intervento di salvataggio finanziario ancora più esteso hanno accelerato il collasso dell’impero USA.

Ciò coincide con una situazione in cui gli USA non sono più nemmeno i principali importatori dal petrolio mediorientale o da esso dipendenti. Sono stati rimpiazzati dalla Cina, che è anche il maggior creditore dell’America e detentore di buoni del Tesoro USA. Le implicazioni per Israele come Stato di colonialismo d’insediamento nel mondo arabo saranno enormi, dal momento che il “grande padre” non può intervenire o non lo farà.

Il prezzo dell’oro e del petrolio erano il barometro con il quale venivano misurati i conflitti internazionali. Il prezzo dell’oro è stagnante e anche quello del petrolio è relativamente basso, mentre l’economia saudita è in grave crisi. Al contrario, il prezzo del bitcoin è salito alle stelle, da 1.000 dollari quando Trump ha assunto il potere nel 2017 a oltre 58.000 il 20 febbraio scorso. Persino i banchieri di New York improvvisamente prevedono che il prezzo del bitcoin possa addirittura raggiungere i 200.000 dollari entro la fine del 2021, mentre il dollaro USA continuerà a calare e un nuovo sistema finanziario globale sta emergendo dal caos [xxviii].

Terry Crawford-Browne è coordinatore per il Sudafrica di World BEYOND War [Mondo oltre la Guerra, organizzazione pacifista presente in una ventina di Paesi, N.d.T.] e autore di Eye on the Money [Occhi sul denaro] (2007), Eye on the Diamonds [Occhi sui diamanti], (2012) e Eye on the Gold [Occhi sull’oro] (2020).

 

[i] Kersten Knipp, “The Lab:  Palestinians as Guinea Pigs?” Deutsche Welle/Qantara de 2013, 10 December 2013.

[ii] Database of Israeli Military and Security Exports (DIMSA). American Friends Service Committee, November 2020. https://www.dimse.info/

[iii] Judah Ari Gross, “After courts gagged ruling on arms sales to Myanmar, activists call for protest,” Times of Israel, 28 September 2017.

[iv] Owen Bowcott and Rebecca Ratcliffe, “UN’s top court orders Myanmar to protect Rohingya from Genocide, The Guardian, 23 January 2020.

[v] Richard Silverstein, “Israel’s Genocidal Arms Customers,” Jacobin Magazine, November 2018.

[vi] Jeff Halper, War against the People: Israel, the Palestinians and Global Pacification, Pluto Press, London 2015

[vii] Ben Hallman, “5 Reasons why Luanda Leaks is bigger than Angola,” International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), 21 January 2020.

[viii] Reuters, “Angola moves to seize Dos Santos-linked asset in Dutch Court,” Times Live, 8 February 2021.

[ix] Global Witness, “Controversial billionaire Dan Gertler appears to have used suspected international money laundering network to dodge US sanctions and acquire new mining assets in DRC,” 2 July 2020.

[x] Human Rights Watch, “Joint letter to the US on Dan Gertler’s License [No. GLOMAG-2021-371648-1], 2 February 2021.

[xi] Sean Clinton, “The Kimberley Process: Israel’s multi-billion dollar blood diamond industry,” Middle East Monitor, 19 November 2019.

[xii] Tetra Tech on behalf of US AID, “Artisanal Diamond Mining Sector in Côte d’Ivoire,” October 2012.

[xiii] Greg Campbell, Blood Diamonds: Tracing the Deadly Path of the World’s Most Precious Stones, Westview Press, Boulder, Colorado, 2002.

[xiv] Sam Sole, “Zim voters’ roll in hands of suspect Israeli company,” Mail and Guardian, 12 April 2013.

[xv] Joe Roeber, “Hard-Wired For Corruption,” Prospect Magazine, 28 August 2005

[xvi] Phil Miller, “Revealed: British royals met tyrannical Middle East monarchies over 200 times since Arab Spring erupted 10 years ago,” Daily Maverick, 23 February 2021.

[xvii] Sasha Polakow-Suransky, The Unspoken Alliance: Israel’s Secret Relationship with Apartheid South Africa, Jacana Media, Cape Town, 2010.

[xviii] Ken Owen, Sunday Times, 25 June 1995.

[xix] Anthony Sampson, “A Hero from an Age of Giants,” Cape Times, 10 December 2013.

[xx] Chalmers Johnson [who died in 2010] wrote numerous books.  His trilogy on the US Empire, Blowback [2004], The Sorrows of Empire [2004] and Nemesis [2007] focus on the Empire’s future bankruptcy because of its reckless militarism.  A 52-minute video interview produced in 2018 is an insightful prognosis and readily available free-of-charge.  https://www.youtube.com/watch?v=sZwFm64_uXA

[xxi] William Hartung, The Prophets of War: Lockheed Martin and the Making of the Military Industrial Complex, 2012

[xxii] Hart Rapaport, “The US government plans to spend over one trillion dollars on Nuclear Weapons,” Columbia K=1 Project, Center for Nuclear Studies, 9 July 2020

[xxiii] Avner Cohen and William Burr, “Don’t Like That Israel Has the Bomb? Blame Nixon,” Foreign Affairs, 12 September 2014.

[xxiv] Interactive Al Jazeera.com, “Trump’s Middle East Plan and a Century of Failed Deals,” 28 January 2020.

[xxv] Becky Anderson, “US sidelines Crown Prince in recalibration with Saudi Arabia,” CNN, 17 February 2021

[xxvi] F. William Engdahl, A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order, 2011.

[xxvii] Nick Turse, “US military says it has a ‘light footprint in Africa: These documents show a vast network of bases.” The Intercept, 1 December 2018.

[xxviii] “Should the World Embrace Cryptocurrencies?” Al Jazeera: Inside Story, 12 February 2021.

Traduzione di Zeitun

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