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lunedì 26 dicembre 2022

Il generale INFERNO non si riposa

 


i produttori richiamano l’attore Zelensky per la revisione della sceneggiatura e del budget del film di guerra ucraino

articoli, video, musica di Domenico Gallo, Davide Malacaria, Natale Salvo, Ogzero, Andrea Zhok, Alessandro Orsini, Vittorio Nicola Rangeloni, Francesco Masala, Fulvio Scaglione, Marinella Mondaini, Carla Filosa, Enzo Gamba, Francesco Schettino, Roberto Buffagni, Enrico Tomaselli, Michele Paris, Stefano Orsi, Demestenes Floros, Giuseppe Masala, Tucker Carlson, Jonas Tögel, Jacques Baud, CCCP, Vasco Brondi, CSI, Manlio Dinucci



Una tregua: almeno a Natale – Domenico Gallo

Il viaggio trionfale di Zelensky a Washington annunzia anche ai ciechi e ai sordi che il conflitto in atto è una guerra degli USA contro la Russia combattuta per interposta persona, anzi per interposto popolo. Zelensky ha annunciato al Congresso americano la sua indefettibile intenzione di combattere fino alla vittoria per «sconfiggere il Cremlino sul campo di battaglia». Quindi ha precisato – fra gli applausi – che: «La vittoria dell’Ucraina sarà anche la vittoria dell’America». Zelensky ha osservato: «Fra pochi giorni è Natale. In Ucraina lo celebreremo anche a lume di candela, e non per romanticismo. Non abbiamo l’elettricità e molti non hanno l’acqua. Ma non ci lamentiamo. La luce della nostra fede illuminerà il Natale» ed ha aggiunto che tutto ciò che gli ucraini si augurano in questo momento è «la vittoria, solo la vittoria». Infine ha concluso augurando a tutti: «buon Natale e un buon anno nuovo vittorioso».

È sconcertante questo augurio di buon Natale mentre si fanno squillare le trombe di guerra, senza neanche un ripensamento sullo zelo con cui prosegue il massacro in corso fra due popoli ”cristiani”. Eppure noi sappiamo che l’annuncio del Natale può inceppare anche le macchine belliche più poderose. Pensiamo alle tregue di Natale del 1914 di cui parla il film Joyeux Noël. Una verità dimenticata dalla storia del regista francese Christian Carion (2005). Ambientato sul fronte francese, il film racconta una delle tregue spontanee che nel Natale del 1914 annunciarono al mondo che la logica di morte degli alti comandi politici e militari di Francia, Gran Bretagna e Germania poteva essere fermata da un sussulto di umanità e che i “nemici” potevano riconoscersi “fratelli”. Gli uomini schierati per uccidersi misero da parte le armi e cantarono il Natale insieme sulle note di Stille Nacht e di Adeste fideles. Celebrarono insieme la nascita di Cristo, riconoscendosi tutti come membri della stessa famiglia umana. Qualcosa di così imprevisto e stupefacente che i “signori della guerra” si affrettarono a punire quei reparti. Oggi, dopo oltre cento anni, siamo costretti a rivivere di nuovo la tragedia di centinaia di migliaia di uomini schierati per uccidersi e intenti a farlo con il massimo zelo ormai da dieci mesi, senza un giorno di tregua. In prossimità dell’avvento del Natale diventa ancora più scandaloso questo massacro organizzato fra due popoli fratelli che condividono la medesima fede in Cristo.

Se una tregua spontanea fu possibile nel 1914, oggi le autorità politiche e i Governi dei paesi europei potrebbero imporre una tregua di Natale ai due contendenti, come viatico per un cessate il fuoco permanente che apra la strada alla ricerca di una pace giusta e onorevole per tutte le parti in causa.

È questo il senso di un appello promosso da un gruppo di ambasciatori italiani non più in servizio, cui hanno aderito personalità varie. Osserva l’appello:

Tutti gli europei che si riconoscono operatori di pace vedono con angoscia aggravarsi in Ucraina la catastrofe umanitaria e l’estendersi del conflitto verso scenari devastanti, come dimostra il recente incidente in territorio polacco che ha sfiorato un confronto diretto fra Nato e Russia. Ribadiscono quindi che la via diplomatica va perseguita con ogni mezzo e si appellano alla saggezza di chi – Governi e personalità influenti – sia in grado di mediare fra le parti in conflitto.

La strada verso la pace richiede anzitutto un cessate il fuoco. Perciò, le organizzazioni e i cittadini che aderiscono all’appello, auspicano che i contendenti sospendano le ostilità nel periodo fra il Natale cattolico (25 dicembre) e il Natale ortodosso (7 gennaio). Se una tregua simile fu possibile durante la Prima guerra mondiale fra nemici storici, non si vede perché sia irrealizzabile oggi tra popoli slavi uniti dalla storia, dalla cultura e dal credo religioso.

Anche se gli armati di entrambe le parti potrebbero sfruttare quelle due settimane per rafforzarsi sui vari fronti di guerra, la tregua consentirà almeno ai civili inermi di vivere questo periodo – sacro a entrambi i contendenti – nel segno della pace natalizia.

Nulla impedisce, infine, di immaginare che un cessate il fuoco temporaneo persuada i contendenti a esperire ulteriori riduzioni delle ostilità, in modo da alleviare le inaudite sofferenze dei civili vittime incolpevoli di un conflitto fratricida.

Quest’anno i riti di Natale non hanno senso, checché ne pensi il Congresso americano, se non si leva alta l’invocazione per la pace. Chiediamo ai Governi della UE e a tutte le autorità politiche di attivarsi per richiedere una tregua, almeno nel periodo natalizio, con l’auspicio di consolidare il cessate il fuoco oltre questo periodo.

da qui

 

 

Il patriottismo, una minaccia per l’umanità – Natale Salvo

« Che cos’è il patriottismo?
È l’amore per il proprio luogo di nascita, dei ricordi e delle speranze dell’infanzia, dei sogni e delle aspirazioni?
 ».

Così Emma Goldman, anarchica americana, ma russa d’origine, cominciava uno dei suoi discorsi più famosi [1].

« “Il patriottismo – proseguiva – è l’ultima risorsa dei furfanti”, ha detto il dr. Johnson. Leone Tolstoj, il più grande spirito antipatriottico dei nostri tempi, definisce il patriottismo come il principio che giustifica l’addestramento degli assassini su vasta scala; una professione che richiede attrezzature migliori per uccidere gli uomini che per far fronte a necessità della vita, come le scarpe, i vestiti o le case; una professione che assicura maggiori profitti e gloria che non quella del normale lavoratore ».

Emma Goldman: Il patriottismo è il sostenere la superiorità sugli altri

« Il patriottismo – spiega ancora Emma Goldman nel suo discorso – ritiene che il nostro globo sia diviso in piccoli lotti, ognuno circondato da un recinto di ferro. Chi ha avuto la fortuna di nascere in qualche punto particolare, si ritiene migliore, più nobile, più importante e più intelligente degli esseri umani che vivono in altri punti. È pertanto dovere di ognuno che vive in quel punto determinato di lottare, uccidere e morire nel tentativo di imporre la propria superiorità agli altri ».

La conseguenza logica è una sola: « Gli abitanti degli altri punti ragionano allo stesso, ovviamente, con il risultato che fin dalla prima infanzia la mente del bambino viene avvelenata con storie agghiaccianti sui tedeschi, i francesi, gli italiani, i russi etc. Quando il bambino raggiunge l’età adulta, è ormai imbevuto dell’idea di essere stato scelto da dio stesso per difendere il proprio paese contro l’attacco o l’invasione dello straniero. È questa la ragione per la quale richiediamo a gran voce un esercito e una marina più forte, più navi da guerra e più munizioni ».

La guerra è una lite tra due ladri, troppo vigliacchi per combattere in prima persona

L’oratrice, poi, smonta una delle tesi più diffuse tra i militaristi: « L’affermazione secondo cui un esercito e una marina forti sono la migliore garanzia di pace, è logica quasi quanto l’affermazione che il cittadino più pacifico è quello che va in giro armato di tutto punto. L’esperienza della vita quotidiana mostra che l’individuo armato è immancabilmente ansioso di provare la propria forza ».

Eccezionale la chiusura del ragionamento di Emma Goldman: « Come disse Carlyle, “La guerra è una lite tra due ladri troppo vigliacchi per combattere in prima persona; per questo essi prendono i giovani da questo o quel villaggio, li infilano nelle uniformi, forniscono loro i fucili e li lasciano liberi come bestie selvagge di sbranarsi tra loro” ».

–

Fonti e Note:

Credits: Photo by Tim Mossholder on Unsplash

[1] Gruppo anarchico Galatea, 22 aprile 2022, “Il Patriottismo. Una minaccia per la libertà” ( il discorso di Emma Goldman dell’aprile 1908 a San Francisco).

da qui

 

 

Zelensky negli Usa: perché per il Washington Post il viaggio è stato un mezzo fallimento

In un articolo pubblicato sul Washington Post David Ignatius spiega che nel corso del viaggio di Zelensky negli Usa, che in realtà è stato un “summit di guerra”, si sono evidenziate ancora una volta le diverse prospettive con cui il presidente ucraino e quello Usa osservano il conflitto in corso.

Tra “pace giusta” e armi a lungo raggio

Non solo Biden ha negato ancora una volta a Kiev i missili a lungo raggio (per evitare la terza guerra mondiale), ma ha anche evitato accuratamente di parlare di “vittoria” sui russi, slogan brandito ben dodici volte dal suo ospite nel corso dei suoi discorsi (al Congresso e nella conferenza stampa successiva all’incontro con Biden).

Biden, al contrario, che sa perfettamente che “questa guerra quasi sicuramente non finirà con la totale eliminazione del potere bellico russo”, ha parlato della necessità di “fermare Putin” e di arrivare a una “pace giusta”.

Espressione, quest’ultima, non gradita da Zelensky che l’ha derubricata a “concetto filosofico”, aggiungendo che, da presidente, non può accettare “compromessi” sulla “sovranità, la libertà e l’integrità territoriale” del suo Paese.

C’è una differenza notevole tra pace e restituzione dei territori all’Ucraina, spiega giustamente Ignatius, dal momento che la pace, esplicitiamo, potrebbe non comportare necessariamente il ritorno di Kiev ai vecchi confini…

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La bozza della Finanziaria Usa nega (ora) le armi ai nazisti del Battaglione Azov – Davide Malacaria

Nella bozza dell’articolata norma Usa corrispondente alla nostra finanziaria si nota un particolare più che curioso. Il documento in questione si trova sul sito ufficiale del governo degli Stati Uniti e, alla fine, si rimanda ai finanziamenti per i vari capitoli di spesa previsti per l’anno fiscale 2023, divisi per settori (Difesa, energia etc).

Il documento relativo al settore Difesa si può visionare anche nello specifico, cliccando sui vari capitoli di cui si compone: Sommario | Scheda informativa | Dichiarazione esplicativa.

Se si clicca su “scheda informativa” si va a un documento alquanto articolato che, a pagina 129, riserva una sorpresa. Citiamo dal testo: “La sezione 8138 proibisce l’uso di fondi per fornire armi, addestramento o altra assistenza al Battaglione Azov”.

Bizzarro… media e opinionisti ci avevano spiegato in tutti i modi che tale Battaglione, punta di diamante dell’esercito ucraino, non era affatto impregnato della follia nazista, nonostante il fatto che il Congresso nel 2018 avesse deciso di vietare di inviare “armi alle milizie ucraine legate ai neonazisti”, come recitava il titolo riassuntivo di The Hill che dava notizia del veto posto dal parlamento Usa.

Non solo, a settembre una delegazione del Battaglione è stata anche ricevuta a Capitol Hill. Ne dava notizia Daria Kaleniuk in un tweet stupefacente: “Il momento più emozionante è stato quando abbiamo improvvisamente incontrato i soldati dell’Azov liberati proprio all’interno della sala principale del Campidoglio” (prigionieri, erano stati rilasciati dai russi in uno scambio di prigionieri con Kiev).

Nell’occasione la delegazione ha incontrato diversi esponenti politici americani, come riferiva Alaska News.

Eppure, e nonostante siano stati sdoganati in modo così esplicito, torna la diffidenza negli Stati Uniti, tanto da negar loro ancora una volta armi e addestramento (troveranno quanto serve in altro modo). Sanno perfettamente che la guerra non ha affatto cambiato la natura di tale movimento, rimasto neonazista nonostante l’opera di sbiancamento mediatica.

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I veri motivi del viaggio di Zelensky negli Usa – Francesco Masala

Un altro servizio su Vogue,

l’acquisto di nuove magliette verde militare,

il versamento degli utili sulle azioni in imprese di armi (che intuito finanziario) della borsa di Wall Street in nuovi paradisi fiscali,

la promessa e garanzia di altri 100mila morti ucraini nella guerra santa contro la Russia,

l’acquisto di una modesta casa a Manhattan, per la meritata pensione, solo 80 stanze,

il perfezionamento dei contratti con Monsanto e Gates per il passaggio di proprietà delle terre nere dallo stato ucraino alle multinazionali,

la scelta della clinica dove subirà le operazioni di plastica facciale, per evitare, se ci riuscirà, la vendetta dei parenti e amici dei morti ucraini da lui mandati al macello.

Le colpe dell’industria culturale

A volte uno si chiede se Hitler avesse fatto il pittore, quanti guai in meno avrebbe avuto il mondo; allo stesso modo se Zelensky avesse continuato a fare l’attore da quattro soldi che era, quanti guai in meno avrebbe avuto il mondo.

 

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sabato 23 agosto 2014

25 agosto 1992: brucia la biblioteca di Sarajevo

…Il 25 agosto 1992, poco dopo la mezzanotte, i nazionalisti serbi spararono le prime bombe incendiarie sulla Vijećnica dalle colline che circondano la città. La Biblioteca Nazionale fu bombardata per tre giornate intere. La precisione dei lanci non lasciava dubbio che il bersaglio fosse proprio la Vijećnica.
Il fuoco dei cecchini o delle armi antiaeree colpiva i vigili del fuoco, i coraggiosi bibliotecari e i volontari che avevano formato una catena umana cercando di salvare i libri. La giovane bibliotecaria Aida Buturović perse la vita in quell'occasione.
"Salvavano solo i libri degli autori musulmani", affermò un tale Miroslav Toholj, scrittore di Sarajevo scappato a Belgrado.
Tre mesi prima della Vijećnica, i nazionalisti serbi avevano distrutto in modo identico l'Istituto Orientale a Sarajevo. Era la più grande collezione in Europa Sud-Orientale di manoscritti e testi rari, spesso documenti unici, in arabico, persiano o ebraico, che testimoniavano 500 anni di storia della Bosnia Erzegovina. Consapevoli di questa perdita erano soprattutto gli scienziati.
Ma quando bruciò la Biblioteca Nazionale, il dolore lo sentirono tutti i cittadini, compresi quelli che non avevano mai presso un libro in prestito dalla Vijećnica.
"Quel palazzo bellissimo, il simbolo della città, bruciava. E ho pensato che questa era proprio la fine. Presto, pensavo, ci sarà il nostro turno", ricorda Zlata Huseinćehajić, una commessa.
Lo scrittore bosniaco Goran Simić guardava dalla finestra la Biblioteca in fiamme e, disperato, scriveva: "Liberàti dalla canna fumaria, i personaggi girovagavano per la città, mescolandosi con i passanti e le anime dei soldati morti. Ho visto Werther seduto sul recinto del cimitero distrutto; Quasimondo dondolante sul minareto di una moschea; Raskolnikov e Mersault sussurravano, per giorni, nella mia cantina; Yossarian già commerciava con il nemico; il giovane Soyer era pronto a vendere, per pochi soldi, il ponte Principov."
L'immagine-simbolo della distruzione della Vijećnica è quella del violoncellista Vedran Smajlović. Ha sfidato i barbari suonando nella Biblioteca distrutta. I giornalisti lo fotografavano. Smajlović ha smesso di suonare, per un attimo, per asciugare le lacrime. Finito il lavoro, i fotografi gli hanno detto: "Stop, basta, abbiamo finito". "Credevano che facessi finta di piangere per il servizio fotografico. Ma io piangevo davvero, per la disperazione", ha raccontato poi Smajlović.
La Vijećnica era stata costruita nel 1894. E' un palazzo maestoso, di stile pseudo moresco, realizzato dagli austro-ungarici che all'epoca governavano la Bosnia. L'edificio fu eretto ai piedi delle colline dove, nel Medioevo, nacque Sarajevo. La Vijećnica si pone in netto contrasto con le case piccole, le viuzze strette e tortuose della parte ottomana della città. Come se gli austriaci avessero voluto dire che, con quel palazzo, nasceva una città moderna e cominciava una nuova epoca.
Il progetto della Vijećnica fu affidato ad un certo Karl Paražik, ma al governatore austriaco a Sarajevo, Kalaj, il disegno non piacque. Incaricò un altro progettista, Alexander Witek. Quello, dicono, fu talmente preso e tormentato dall'impresa che prima di finire i lavori si suicidò. Fu Ćiril M. Iveković, architetto serbo-bosniaco, a finire i lavori. La Vijećnica fu ufficialmente aperta nel 1896.
Una delle ultime foto dell'Arciduca Francesco Ferdinando e di sua moglie Sophie fu presa proprio sulla scala esterna della Vijećnica, il 28 giugno 1914. Poco dopo, furono uccisi.

Quella foto fa anche parte della storia della mia famiglia. La zia materna, Emla, era la ragazza che, vestita in costume nazionale, in quell'occasione consegnò i fiori agli ospiti. Il fatto non fu molto pubblicizzato e nessuno in famiglia se ne vantava, visto che fine aveva avuto la visita reale a Sarajevo e le conseguenze che l'assassino dell'Arciduca avevano avuto per tutto il mondo.
Dopo la Seconda guerra mondiale, la Vijećnica diventò sede della Biblioteca Nazionale e Universitaria. Ci hanno studiato intere generazioni di studenti provenienti da Sarajevo, dal resto della Bosnia Erzegovina e da tutta la Jugoslavia. Ci sono passati anche tanti scolari che arrivavano da Paesi poveri e lontani. Arrivavano a Sarajevo sostenuti dal governo jugoslavo, in omaggio alla solidarietà con i Paesi non allineati.
L'aula principale della Vijećnica era enorme, sembrava un salotto reale, o una grande chiesa trasformata in sala di lettura. Le finestre alte, di vetro intarsiato, davano sul fiume Miljačka e sul monte Trebević.
Dentro c'erano file di panchine, sedie e scrivanie di legno massiccio. Emanavano un odore misto di polvere, anni passati e del grasso che si usava per conservare il legno. Ci si entrava con cautela, in silenzio, con il fiato sospeso, cercando di attutire il rumore dei propri passi. L'importanza del posto proveniva dalla bellezza e grandiosità del palazzo e dal fatto che, da noi, il libro era considerato un oggetto sacro.
Siamo stati educati, in famiglia, a scuola e nelle varie associazioni, a considerare il libro come "il migliore amico". Le biblioteche erano ovunque, si facevano le gare per stabilire chi aveva letto di più.
Ancora oggi ricordo il mio primo libro nuovo. Me l'hanno comprato quando ero in seconda elementare. Tutti gli altri erano di seconda mano, o ereditati dalle sorelle più grandi. Tuttora posso rievocare l'odore della stampa fresca, le pagine lisce e satinate che sfogliavo delicatamente, per non rovinarle. Per lungo tempo quel libro è rimasto l'oggetto più prezioso che avevo.
Alla Vijećnica c'era un'atmosfera affascinante. Ci piaceva l'ambiente, ci dava la sensazione di far parte di un mondo importante, saggio, e bello. Da là, eravamo convinti, si aprivano le porte dell'ignoto, diverso, lontano, insomma, tutto quello che poteva essere il futuro migliore. Era il luogo dove nascevano e si sviluppavano le simpatie, gli amori e le passioni non solo per la conoscenza o per il sapere, ma anche per un'altra persona.
Là iniziavano le nostre paure per il prossimo esame, si progettavano le battaglie, si pianificavano le sfide, si pronunciavano le promesse, a se stessi e agli altri. E' là, in un piccolo bar, gestito dalla signora Alema, che festeggiavamo i successi, o ci consolavano, quando le cose non andavano proprio come avevamo sperato.

Alla Vijećnica a volte si andava anche solo per riscaldarsi, perché tanti non avevano il riscaldamento a casa propria.
Anche per quelli (rari) che non avevano mai messo piede alla Vijećnica, il posto era importante. Ci si andava per fare le foto espressive, o per vantarsi davanti agli amici che venivano a visitare la città. Le cartoline di Sarajevo portavano la sua immagine con la scritta obbligatoria "Saluti da Sarajevo". Per tutte queste ragioni, e per quelle intime mai pronunciate, la distruzione della Vijećnica fu vissuta come "la fine del mondo".
"Tutta la città fu coperta da brandelli di carta bruciata. Le pagine fragili volavano in aria, cadendo giù come neve nera. Afferrandola, per un attimo era possibile leggere un frammento di testo, che un istante dopo si trasformava davanti ai tuoi occhi in cenere". Così ricorda quei giorni il bibliotecario, dr. Kemal Bakaršić…





…Vedran Smailovic ha suonato all'Opera di Sarajevo, nella Sarajevo Philharmonic Orchestra, nella Symphony Orchestra RTV Sarajevo e nel National Theatre of Sarajevo. Sopravvisse all'assedio di Sarajevo, durante la guerra in Bosnia, tra freddo, carenza di cibo e acqua, cecchini sparsi in città e pesanti bombardamenti.
Nel 1992, Smailović ha suonato sul suo violoncello l'Adagio in sol minore diTommaso Albinoni in diverse ore del giorno per 22 giorni, per onorare la memoria di 22 civili uccisi mentre facevano la fila per il pane. Smailović inoltre suonò gratuitamente a diversi funerali in città, incurante delle presunte storie circa il fatto che i funerali fossero presi di mira dalle forze serbe. Lasciò la citta alla fine del 1993, dedicandosi come compositore, direttore ed esecutore a diverse iniziative in campo musicale. Attualmente Smailović vive a Warrenpoint, nell'Irlanda del Nord…
da qui
 

Vedran Smailovic, il violoncellista di Sarajevo –Aldo Fiorenza 

Vedran Smailovic, all’anagrafe…
da Sarajevo defunta…
oggi?... redivivo in Irlanda!
Mi porto ancora dentro il cuore
la mia patria
come il mio fiore all’occhiello
una patriottica, pur se defunta ghirlanda.
Intonai l’Adagio di Albinoni
per 22 giorni consecutivi
all’interno della Biblioteca Nazionale
sventrata…uniche mie amiche:
le macerie
- niente rumori e suoni -
giacevano in silenzio sepolcrale
fra le rovine delle umane miserie.
Non smuovevano più
nemmeno un granello di polvere
e manifestavano silenziosamente
d’ogni guerra tanti sfracelli,
tanti morti in serie.
Se avessi smesso di suonare,
mi supplicavano i miei vicini,
Sarajevo sarebbe caduta.
Ed io, fin da quel primo momento
tutte le miserie umane ripresi
- con la corda del mio violino
straordinariamente acuta -
eppur silenziosamente in pianto
a provare a far dimenticare.
Sarajevo!
Era già marcia
come il più oscuro medioevo!
Una mattina me ne stavo alla finestra
con la paura nel cuore a dialogare.
22 persone il fila per il pane,
corteggiavano ancora la vita
come si può odorare un fiore di ginestra.
Osservavo quel paradiso violato
del mondo circostante
Una granata lo risucchiò tutto,
all’istante!
Rimasi con gli occhi fissi, incollati
all’oblò della morte.
Per non perdere il senno
presi proprio la morte a…sviolinare!
Intonai l’Adagio di Albinoni
per 22 giorni consecutivi
alla stessa ora di quel giorno
come tant’altri giorni insensati.
Poi ancora quattro anni d’assedio…
ormai dimenticati…
come un incubo da scacciare.
Per conto mio non ho mai smesso
l’adagio di Albinoni
e un pensiero maledetto di morte
a corteggiare.
Mai il nostro mondo è stato dei buoni...
mai, se non falsi proclami d’amore
e per i morti d’ogni tempo, d’ogni guerra
soltanto la memoria d’un’ipocrisia infinita.
Mi son detto: a che serve il cuore
e l’umana poesia della vita?
Proprio a nulla…
può darsi che non ci sia scelta
inutili pentimenti, inutili perdoni,
ma contro la miseria umana
ho deciso che suonerò fino alla morte
l’Adagio di Tommaso Albinoni.
Anche la sua opera fu ritrovata in frammenti
e ricomposta
tra le macerie d’una Libreria di Stato…
Dresda!... anche i tuoi morti erano morti buoni.

E in una notte di vent'anni fa a Sarajevo bruciarono un milione e mezzo di libri, seicento anni di percorsi di convivenza. «S'alzano i roghi al cielo, s'alzano i roghi in cupe vampe» cantavano i CSI parlando della Vijecnica, la biblioteca di Sarajevo bombardata e incendiata dagli obici e dai mortai dei cetnici, i nazionalisti serbi che volevano distruggere la città e i suoi abitanti. Era la notte tra il 25 e il 26 agosto 1992. Oggi, a distanza di vent'anni, l'edificio è quasi interamente ricostruito, dopo anni e anni di restauro reso difficile dalla mancanza di risorse.

La Vijecnica era stata costruita nel 1892-94 dagli austriaci, che da una decina d'anni amministravano la Bosnia: ospitava il Municipio di Sarajevo, lo stile architettonico "moresco" evocava l'Oriente, ma era estraneo alla tradizione locale ed era anche una rivendicazione del ruolo dell'Austria (nella foto: l'arciduca Francesco Ferdinando e la moglie escono dalla Vijecnica, pochi minuti prima dell'attacco di Gravilo Princip). Dopo la Seconda Guerra Mondiale divenne "biblioteca nazionale e universitaria della Bosnia Erzegovina". Nel 1992 - a cent'anni dalla nascita - divenne uno dei primi obbiettivi delle artiglierie dei cetnici serbo-bosniaci, con una scelta simbolica profonda: i nazionalisti volevanodistruggere la città come luogo della convivenza e dell'incontro tra i popoli e le culture. E la Biblioteca era il simbolo maggiore di quella convivenza, della città pluralista.

Tra le mura della Vijecnica era custodita - fino a poche settimane prima -l'Haggadah di Sarajevo, il più antico documento ebraico d'Europa, portato dagli ebrei sefarditi cacciati dai pii regnanti di Spagna e accolti in terra turca, nella "città serraglio" fondata da un governatore musulmano. Dopo l'inizio della guerra nell'aprile 1992, l'Haggadah - opera trecentesca, di valore inestimabile - era stata messa al sicuro nel caveau della banca nazionale di Bosnia, così sopravvisse alle fiamme. Non era la prima volta che era stata in pericolo: dopo il 1941 i nazisti diedero la caccia al prezioso documento, prova della presenza dei giudei in Europa. La salvò il capo bibliotecario Dervis Korkut: il funzionario d'origine albanese dal nome musulmano nascose l'Haggadah, la portò sui monti dove fu custodita da un imam in un villaggio della Bosnia rurale, nella modesta bibioteca della sua umile moschea. Oggi l'Haggadah è custodita in una stanza blindata al Museo di Storia, la si vede da uno spioncino (ma al museo d'arte ebraica, nell'antica sinagoga sefardita, se ne può sfogliare una copia). Il bibliotecario Dervis Korkut è considerato da Israele uno dei "giusti", perché oltre all'Haggadah salvò anche alcuni ebrei sarajevesi.

"S'alzano i roghi in cupe vampe": nell'incendio causato dai nazionalisti serbi bruciarono un milione di volumi, 155mila rari o preziosi, 478 manoscritti unici. Alcuni cittadini e bibliotecari furono uccisi o feriti dai cecchini, mentre tentavano di salvare i libri dal rogo. Rimasta per anni abbandonata, oggi la Biblioteca è fasciata dalle impalcature: le sue mura guardano da un lato il bazar della Bascarsija e le grandiose moschee, dall'altro i ponti in pietra sul fiume Miljacka, al di là dei quali stanno i quartieri Latinluk e Bistrik. Nell'arco di poche decine di metri lo sguardo coglie iminareti, il campanile della chiesa dei Francescani, la ciminiera della fabbrica di birra Sarajevsko, bevanda simbolo della città, in un Paese e in una città a maggioranza musulmana. A breve distanza, la sinagoga Ashkenazita, quella ancora usata per il culto dai 700 ebrei rimasti in città. Nel corso della guerra tutti i luoghi di culto finirono sotto il tiro degli assedianti, furono danneggiate persino la Cattedrale Ortodossa e la Chiesa vecchia (nella foto, il campanile ancora segnato), le chiese di quell'ortodossia a cui si rifacevano i nazionalisti serbi che volevano cancellare la città multiculturale. "Urbanicidio", lo chiamarono alcuni: non scontro tribale, non etnia contro etnia, ma campagna contro città, identità e fondamentalismo religioso contro sociatà aperta e multiculturale. A Sarajevo come a Vukovar, nell'estate del 1991. Sarajevo, dentro, la difesero in migliaia: cittadini musulmani, croati, "jugoslavi", anche serbi (come il generale Jovan Divjak). La difesero con i kalashnikov e i razzi anticarro Zolja, ma anche con le mostre d'arte e i concerti e il teatro e il festival del cinema.

Oggi musulmani, cattolici, ortodossi, ebrei, atei, "jugoslavisti" vivono ancora a Sarajevo insieme. Basta per dire che il multiculturalismo ha resistito? I partiti identitari - serbi, croati, musulmani - hanno guadagnato posizioni in Bosnia, complice l'architettura istituzionale inventata da USA ed Europa, per cui persino la presidenza della Repubblica è triplice, con un croato, un musulmano e un serbo che si alternano (alla faccia di chi non si riconosce nelle tre categorie). La società civile di Sarajevo - giornali, associazioni - combatte spesso le battaglie per il multiculturalismo in solitudine, arginando la spinta nazionalista rimasta dopo la guerra e dopo la divisione della Bosnia in due "entità", la Federazione e la Repubblica Serpska. Sarajevo sembra la capitale di un'Idea, più che di un Paese: ricostruire è difficile, la ricostruzione materiale - oggi la città è piena di turisti, i segni della guerra si vedono sempre meno - è più facile che non la ricostruzione degli animi e della cultura.

Anche la Biblioteca lo racconta: a inizio agosto 2012 - mancano ancora un paio di anni a finire il tutto - dietro le impalcature l'intonaco dei muri color senape e mattone è perfetto, un operaio lima già la lastra di marmo all'ingresso (nella foto). Ma la biblioteca vera e propria è ancora da ricostruire, come luogo di cultura - "i libri ricopiati a mano, possibili percorsi" cantati dai CSI. Ci lavora la società civile, ci lavorano le Ong europee e americane e quelle turche. C'è chi con la Bosnia ha un legame particolare e dà il suo contributo, come lo stimato avvocato di Vicenza che ha appena donato 1300 volumi. C'è spesso chi dice che è simbolico il ritardo nella ricostruzione: chiese e moschee restaurate in pochi anni, centri commerciali nuovi di zecca, ma ancora quel luogo d'incontro è da ricostruire. Crescono in Bosnia nuove moschee nate dal nulla, ma intanto chiude la Galleria Nazionale, rimasta senza soldi: anche in questa estate 2012 davanti al museo un grande cartello bianco-rosso grida lo sdegno dei sarajevesi. Per un certo periodo - il lustro dopo l'11 settembre - i media occidentali hanno dato manforte, dipingendo ossessivamente la Bosnia come luogo nelle mani degli integralisti islamici, con tanto di immancabili "foto shock" e servizi televisivi "shock".

Ma Sarajevo - nel 2012 come durante l'assedio - rimane un baluardo contro gli integralismi e i nazionalismi che la comunità internazionale ha sdoganato con gli accordi di Dayton del 1995 e che le campagne incarnano, con le loro divisioni e i villaggi etnici. Altre città, come Mostar, appaiono ormai irrimediabilmente divise in due. Sarajevo resta un baluardo per la Bosnia e forse anche, simbolicamente, per l'intera Europa, che ha ceduto molto al nazionalismo, alla chiusura identitaria, al tentativo di demonizzare ciò che altro da sè.
I turisti fanno le foto sulla sniper alley, davanti al celebre Holiday Inn e ai palazzi bombardati. Lo spirito della città esiste ancora, anche se la città è fragile. È la banale normalità delle relazioni umane: nonostante i nazionalisti, nonostante i mille partiti etnici, al tramonto - tra i minareti di Bistrik e il campanile di Latinluk - la ciminiera della fabbrica di birra Sarajevsko fischia vapore acqueo verso il cielo, nei bar si beve caffè turco e si stappano bottiglie. Mentre il muezzin annuncia la fine della giornata di Ramadan.
25/08/2012  Roberto Morandi