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giovedì 14 maggio 2026

Valditara cancella Spinoza, Gramsci e Marx dai licei

finalmente il ministro del demerito con la tara cancella Spinoza, Gramsci e Marx, poco moderni (non hanno mai usato facebook, instagram e tiktok), e poi sono troppo conflittuali, di origine ebraica, e comunisti, perdipiù.

era ora che a scuola si studiassero i grandi pensatori della destra, dal prossimo anno si studieranno i grandi Lammerda e Laffogna.

speriamo che gli insegnanti facciano obiezione di coscienza e che Spinoza, Gramsci e Marx siano studiati più di prima - Francesco Masala



Oltre la polemica sul Manzoni, l'appello dei docenti accusa il Ministero di aver escluso autori cruciali dal nuovo canone scolastico per i licei. Sotto accusa il metodo verticistico e la svolta "tematica" che impoverisce il pensiero critico dei giovani

Una critica aperta al ministro dell’Istruzione Valditara sulle “Indicazioni nazionali per i Licei” che, oltre a posticipare lo studio dei Promessi Sposidal secondo al quarto anno, alleggeriscono o escludono lo studio di autori imprescindibili dai programmi di filosofia, come Spinoza e Marx. Una critica che si è materializzata in una petizione pubblicata su Change.org e che finora ha raccolto oltre 3mila adesioni. E, soprattutto, le firme di 60 professori da tutta Italia, incluso Massimo Cacciari, già sindaco di Venezia, professore di Cà Foscari e preside della facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Nell’appello degli accademici, si contesta la drastica riscrittura del canone degli autori, la riduzione dello studio di Kant e la scomparsa di Fichte e Schelling, mentre la complessità del pensiero politico moderno di Hobbes, Locke e Rousseau viene liquidata con un approccio superficiale. Dall’altra parte, viene però inserita una generica “filosofia italiana dell’Ottocento” e il recupero del neo-idealismo di Croce e Gentile, isolato però dalle sue radici storiche. Il tutto senza avere consultato il mondo della scuola. Al centro della critica dei docenti anche l’ulteriore compressione dello studio del Novecento. Ecco il testo della petizione:

Il problema
In questi giorni è esploso il caso dell’insegnamento dei Promessi sposi a scuola. Molti hanno gridato allo scandalo perché seguendo le nuove “Indicazioni Nazionali per i Licei”, emanate il 23 aprile scorso dal Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, il grande romanzo manzoniano smetterebbe di essere studiato al secondo anno di Liceo. Ma le Indicazioni Nazionali contengono scelte molto gravi anche per quanto riguarda l’insegnamento della filosofia nelle scuole superiori, finora passate per lo più inosservate. Si tratta di questo: dovendo indicare, anche se a titolo esemplificativo e non vincolante, quali sono i filosofi e le filosofe che appartengono al canone degli autori meritevoli di essere studiati, le “Indicazioni nazionali” procedono alla temeraria esclusione di alcuni grandi classici della tradizione moderna e contemporanea, veri e propri giganti della filosofia razionalista e materialista e, più in generale, del pensiero critico.

Per limitarsi ai casi più sconcertanti, con riferimento a quest’ultimo aspetto: le linee guida escludono dalla lista degli autori addirittura Spinoza, Leibniz (a parte un riferimento al solo Leibniz “logico” – circostanza che parla da sé! – nelle Linee guida per il Liceo Classico) e Marx; non risolvono il vulnus (già presente nelle indicazioni precedenti) che indica di studiare “almeno uno” tra Hobbes, Locke e Rousseau, suggerendo implicitamente di non approfondire le diverse opzioni che hanno determinato niente di meno che la costituzione della razionalità politica moderna; limitano lo studio di un autore decisivo come Kant alla sola “idea (sic!) di critica”, rimaneggiando profondamente lo studio del criticismo in tutti i suoi aspetti (non ultimi quelli morali e storico-politici); ignorano Fichte e Schelling, dunque la stessa filosofia classica tedesca, sradicandola dal panorama del pensiero moderno. Si potrebbe continuare a lungo, se non che ciò che rileva evidenziare è che tali inopinate esclusioni non sono innocenti, giacché si trova il modo di sostituire gli autori appena menzionati con una non meglio specificata “filosofia italiana dell’Ottocento” (davvero così rilevante al cospetto dei classici fatti rimuovere?) e con il riferimento al “neo-idealismo crociano e gentiliano” (astratto dalle sue radici nella tradizione del marxismo italiano e dalla critica che ne ha fatto Gramsci).

Pare evidente che la composizione – quantomeno bizzarra – di questa lista sconti più di un debito nei confronti di quel fantasioso progetto di “egemonia culturale” che un governo in ritirata tenta di lasciare, a legislatura quasi conclusa, come polpetta avvelenata al mondo della scuola, ai docenti e, soprattutto, alle nuove generazioni. Ma c’è di più. La montagna ha partorito il topolino anche perché la proposta Valditara è l’esito di consultazioni che hanno coinvolto un numero limitatissimo di esperti, nominati – secondo logiche non del tutto perspicue, peraltro – dal Ministero. Nessuna vera discussione – che avrebbe dovuto essere ampia e diffusa – ne ha accompagnato la genesi. Un metodo verticistico per un risultato regressivo.

Preoccupa, inoltre, che questa operazione “culturale” si sposi – non casualmente – con il tentativo di aggredire il sapere storico e la ricchezza delle sue articolazioni, proponendo il suo ridimensionamento metodologico in favore di una nuova “modalità” di insegnamento della filosofia, definita “tematica”, ma dietro la quale si nasconde la precisa volontà – perseguita da qualche solerte membro della Commissione di esperti nominata dal Ministero – di diluire l’inquadramento storico-critico delle problematiche filosofiche con una pseudo-metodologia di importazione del tutto estranea alla nostra tradizione nazionale e funzionale unicamente a obliterare la storia e neutralizzare la profondità critica della filosofia.

Desta sconcerto, peraltro, il dilettantismo con il quale si tenta di dare soluzione al problema, pure da più parti sentito e riconosciuto, di uno studio meno impressionistico del “secolo breve”, spesso sacrificato da programmi scolastici incapaci di ricomprenderlo (quantomeno nei suoi tratti caratterizzanti e decisivi): le nuove linee guida riescono nella non facile impresa di peggiorare anche questa situazione, poiché la malcelata fretta di spingere l’insegnamento della filosofia sino al ventunesimo secolo – che ben si accorda con la provinciale attitudine a nominare di sfuggita temi “alla moda” che però non vengono adeguatamente svolti – è raggiunta a discapito dell’approfondimento del diciannovesimo e soprattutto del ventesimo secolo. Quest’ultimo, fino ad oggi praticamente dimenticato, verrebbe ora incomprensibilmente compresso in favore di uno sguardo approssimativo sulla più stringente attualità.

Un vero disastro, dunque, le cui articolazioni non vanno viste come la casuale coincidenza di sfortunati interventi, ma piuttosto come le parti organiche di un progetto unitario e coerente: consegnare a una nuova generazione di studenti, già pesantemente svantaggiata dalla condizione di inesorabile declino a cui il nostro Paese sembra consegnato, una formazione debole, priva di respiro, incapace di fornire gli strumenti necessari per comprendere la complessità del mondo contemporaneo, i suoi fenomeni più recenti, il quadro delle trasformazioni che ne governano il vorticoso divenire.

In qualità di docenti universitari delle diverse aree filosofiche invitiamo i colleghi, gli studenti, le società di settore a favorire l’apertura di una discussione autenticamente democratica su questo delicato tema. È necessario impegnarsi, ciascuno nel suo ruolo e in base alle sue possibilità, per chiedere il ritiro delle linee guida e giungere a una proposta alternativa realmente condivisa da tutti gli attori del mondo della scuola e dell’università.

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lunedì 6 ottobre 2025

Milano, gli arresti prima degli scontri a volto scoperto - Mario di Vito*

 

La singolare dinamica dei fatti accaduti alla stazione centrale di Milano: i 5 fermi alla stazione subito dopo pranzo. Nessuna regia, i tafferugli non erano stati previsti dalla questura. In due sono già state rilasciate. I minori attendono le decisioni del gip al Beccaria. FdI elogia la polizia, Mattarella chiama Piantedosi. Zerocalcare, Carlotto, Dazieri e altri: “bloccare stazione non è vandalismo. Scontri evitabili, violenza è carcere minorile per manifestanti”

Prima i fermi e poi gli scontri. È singolare la dinamica della giornata di mobilitazione per Gaza andata in scena a Milano lunedì: le cinque persone prese dalla polizia, infatti, non sono state portate dentro al culmine della tensione del pomeriggio, ma molto prima: intorno alle 14, alla stazione Centrale, mentre da parte dei manifestanti era in atto il tentativo di bloccare per qualche ora i treni, cosa peraltro accaduta in altre città italiane senza conseguenze troppo gravi. Invece qui il clima si è fatto subito pesante.

Ed è stata quasi una sorpresa: né in questura né negli ambienti più militanti erano previsti tafferugli. Infatti il grosso degli scontri è sorto spontaneamente, prova ne sia che gran parte dei protagonisti dei disordini si aggirava a volto scoperto, segno che non c’era nulla di organizzato. Adesso la digos è al lavoro sui filmati ed è probabile che nei prossimi giorni e nelle prossime settimane arriveranno denunce per i danneggiamenti, anche se il lavoro degli investigatori sarà meno facile del previsto: va bene i volti scoperti che aiutano le identificazioni, ma la nebbia creata da lacrimogeni e fumogeni non è d’aiuto per il software in uso presso la polizia, il «Sari», che compara i volti riconosciuti sia alle foto presenti in archivio sia a quelle dei social. I denunciati, a quanto si apprende, sarebbero già almeno una decina.

Comunque, per quanto riguarda i cinque fermati, due sono minori: un ragazzo e una ragazza, entrambi di diciassette anni, entrambi incensurati, entrambi arrestati in flagranza per resistenza aggravata ed entrambi studenti del liceo Carducci. Al momento sono in custodia al Beccaria, l’istituto minorile di Milano, dove ieri pomeriggio si è tenuto un presidio per chiederne la liberazione. Il gip deciderà entro venerdì. Altre due ragazze, di 21 e 22 anni, militanti del centro sociale Lambretta, pure accusate di resistenza aggravata ed incensurate (erano finite a processo per l’occupazione del cinema Splendor ma sono state assolte), hanno visto il loro arresto convalidato dal giudice ma sono state messe in libertà con l’obbligo di firma giornaliero. «La loro è una posizione molto marginale rispetto a quello che pare essere avvenuto – spiegano gli avvocati Mirko Mazzali e Guido Guella -, l’accusa è di essersi divincolate al momento dell’arresto e aver avuto una colluttazione all’ingresso della stazione quando c’era tutto il corteo dietro. Loro hanno detto che si sono trovate davanti perché spinte dalle persone dietro. Non avevano nessuna intenzione di sfondare alcunché». Processate per direttissima, in aula le due hanno «negato ogni comportamento violento o minaccioso».

Più complessa la posizione del quinto arrestato, un 37enne incensurato, in attesa della decisione del gip sulle sue accuse: resistenza aggravata e lesioni aggravate perché, nel cercare di fermarlo, un agente ha rimediato cinque giorni di prognosi. L’uomo, stando a quanto ha scritto nella richiesta di convalida il pm Elio Ramondini, avrebbe uno «spiccato profilo criminale, tanto più pericoloso» perché «non ha esitato a sfondare il cordone di contenimento» e ha «persistito nell’azione violenta pur di perseguire il proprio fine e non abbandonare il proposito collettivo criminoso», ovvero «il raggiungimento dei binari della stazione ferroviaria».

Gli episodi milanesi, com’era in fondo scontato, hanno avuto una vasta eco nel dibattito politico. Intervenendo alla Camera in apertura della commemorazione di Charlie Kirk, il capogruppo di FdI Galeazzo Bignami si è prodotto in un lungo elogio delle forze dell’ordine – sono stati sessanta i poliziotti feriti negli scontri, secondo la questura: Mattarella ha chiamato Piantedosi per esprimere la sua solidarietà e fare gli auguri- e ha puntato il dito contro il centrosinistra, a suo dire quantomeno corresponsabile delle violenze. Il leghista Alberto Bagnai, per non essere da meno, ha tirato fuori in maniera ironica il vecchio adagio dei «compagni che sbagliano», in una prosecuzione ideale, si fa per dire, dei parallelismi tra il dibattito odierno e la lotta armata che da giorni le forze di maggioranza rilanciano tra dichiarazioni e post. «Sono centinaia di migliaia gli italiani che sono scesi in piazza pacificamente, ma voi parlate solo dei disordini», ha replicato Marco Grimaldi (Avs), con una kefiah al collo. E poi anche Elly Schlein, in apertura della direzione del Pd: «Noi abbiamo sempre condannato ogni forma di violenza politica perché non la riteniamo mai giustificabile e perché non è il nostro metodo, non lo è mai stato. Non possiamo accettare però di vedere che la violenza di qualche centinaio di manifestanti che hanno colpito la stazione copra quelle decine di migliaia di persone che pacificamente in tutto il paese hanno manifestato per Gaza».

E che manifesteranno ancora e ancora nelle prossime settimane: gli appuntamenti in agenda continuano a moltiplicarsi in tutta l’Italia, perché quello che è successo ovunque lunedì non è stato un episodio di ordine pubblico. Non le hanno viste arrivare, queste persone. Continuano a non vederle.

L’appello: “Bloccare stazione non è vandalismo. Scontri evitabili, violenza è carcere minorile per manifestanti

Immagini e parole sono il nostro strumento di lavoro, sappiamo essere qualcosa di vivo che può mutare significato velocemente. Lunedì 22 settembre l’Italia è stata bloccata: in oltre 100 città si è manifestato per dire basta al genocidio a Gaza e per chiedere la fine del massacro del popolo palestinese. Stanche e stanchi di anni di connivenza da parte dei governi del mondo, persone di ogni tipo, età, classe, religione hanno deciso che era necessario cambiare registro. Da ieri la politica parla di “violenza” e “vandalismo” per un paio di vetrate della stazione Centrale di Milano cadute durante scontri tra manifestanti e polizia. Scontri evitabili se chi governa e gestisce l’ordine pubblico sapesse fare il proprio lavoro e gestire la forza moltitudinaria che assediava la Centrale, mentre in altre città altre stazioni, porti e autostrade erano bloccati. Violenza è stare in silenzio davanti al massacro di un popolo, violenza è portare in un carcere minorile chi ha manifestato, violenza è costruire una narrazione di comodo davanti a una massiva espressione di contrarietà alla guerra, all’occupazione coloniale e all’inazione del governo Meloni.
Chi ha cercato di entrare in Centrale ha certo usato modalità muscolari per forzare il blocco di polizia, ma non ha seminato il panico come hanno fatto invece gli agenti che, a un certo punto, hanno sparato decine e decine di lacrimogeni, alcuni anche verso chi faceva foto dai balconi di via Vittor Pisani. Come artisti e artiste sogniamo un mondo di pace, ma non cadiamo nel tranello di trasformare momenti di resistenza e di rabbia collettiva in una subdola giostra di trasformazione di concetti e immagini. Violenza è tante cose, tante cose che rinneghiamo e disprezziamo, ma la violenza non è bloccare una stazione in un giorno di sciopero generale per provare a fermare il più grande genocidio di questo secolo, né l’insubordinazione ai silenzi complici di chi ci governa.
Confidiamo che chi è stato arrestato sia presto liberato e che il governo italiano si attivi per fermare il genocidio a Gaza, iniziando a cancellare tutte le forme di rapporto economico con Israele.

Massimo Carlotto, Punkreas, Chullu, kuTso, Massimo Roccaforte, Cinzia Delorenzi, Ratzo, Shah, Paolo Sollecito (insegnante di Yoga), Collettivo Micorrize, Robin Scheller, Assalti Frontali, Frode, Andrea Van Cleef, Atomo Tinelli, Bandabardò, Ivan il Poeta, Marco Teatro, Shandon, The Magnetics, The Soul Rockets, Giorgia Battocchio, Bull Brigade, Kiv, Modena City Ramblers, Walls of Milano, Gik, Zibe, Lilo, Max Pisu, Beatrice Schiros, Paui Galli, Nicoletta Daino, Giulio Cavalli, Cristina Donati Meyer, Marco Philopat, Mattia Tombolini, Flavio Ferri, Lele Sacchi, Alberto “Bebo” Guidetti, Anna Altobello, Riccardo Iellen, Manolo Perazzi, Cult of Magic, Mowlab/Il filo di paglia, Zerocalcare, Vintage Violence, Sandrone Dazieri, Banda degli Ottoni, Lara Guidetti e Saverio Bari / Sanpapiè, Alessio Tagliento

*da il manifesto

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sabato 21 giugno 2025

APPELLO DELLA RETE DOCENTI PER GAZA: LAVORATRICI E LAVORATORI DELLA SCUOLA CONTRO LA PULIZIA ETNICA IN PALESTINA


Siamo lavoratrici e lavoratori della scuola, insegnanti, educatori, personale ATA. Abbiamo avviato una petizione pubblica, firmata da chi ogni giorno vive la responsabilità dell’educazione e della cura delle nuove generazioni.

Stiamo rimanendo immobili di fronte alla distruzione sistematica della Striscia di Gaza, all’occupazione e all’assedio perpetuo in Cisgiordania, all’annientamento di vite umane, alla cancellazione di scuole, ospedali, famiglie e intere comunità. A tutto questo si aggiunge un clima crescente di censura e rimozione: il silenzio oggi non è solo indotto, ma spesso imposto. 

Non possiamo accettare che la scuola – luogo in cui si formano le coscienze, si educa al rispetto dei diritti, alla libertà, si insegna l’autodeterminazione dei popoli – resti in silenzio di fronte a quanto sta accadendo in Palestina: è nostro compito prendere parola contro la deumanizzazione, la violenza coloniale e la negazione del diritto all’esistenza di un popolo. Non possiamo tollerare che il nostro paese continui a essere complice del colonialismo, dell’apartheid, dell’occupazione militare e del genocidio in corso contro il popolo palestinese. Non possiamo accettare tutto questo, in primo luogo perché noi rappresentiamo un esempio per le nostre bambine e ragazze, per i nostri bambini e ragazzi e davanti a loro, che ci osservano costantemente, abbiamo il dovere di assumere precise responsabilità nel periodo storico che stiamo vivendo a favore della giustizia e del rispetto dei diritti fondamentali; abbiamo il dovere di mostrare che le loro figure di riferimento non accettano impassibili tanta violenza, morte e distruzione indirizzate in gran parte contro loro coetanei; abbiamo il diritto e il dovere di prendere posizione, di non restare in silenzio; abbiamo il dovere di mobilitarci contro l’impunità e lo smantellamento del diritto internazionale.

Invitiamo docenti, personale scolastico e dirigenti a firmare e diffondere l’appello, firmato ad oggi, 2 giugno, già da 1500 lavoratrici e lavoratori della scuola.

Invitiamo alla diffusione e condivisione anche tutti coloro che, nel mondo dell’informazione, della cultura e della società civile, si riconoscono in questa idea di scuola: una scuola che educa a pensare criticamente, prendere posizione e agire.

La nostra petizione nasce dal basso – chi siamo:

Docenti per Gaza nasce poco dopo l’inizio dell’aggressione israeliana nel 2023, attorno a un appello che chiedeva il cessate il fuoco, il rispetto del diritto internazionale e aiuti umanitari per bambine e bambini palestinesi. Ad oggi riscontriamo che nonostante il cambiamento nella narrazione e nella postura nei confronti della “guerra” in corso a Gaza – cambiamento che interessa politica e media – il nostro governo non si muove. Proponiamo quindi una nuova petizione: chi firma si riconosce nell’urgenza di parlare di Gaza nei propri istituti, consapevole del proprio ruolo educativo, e chiede soluzioni concrete alle autorità politiche che hanno il potere di attuarle. 

Cosa chiediamo:

Chiediamo a tutto il corpo docente, dirigenti e personale scolastico di unirsi e di firmare questo nostro appello rivolto al Ministro dell’istruzione e del merito Giuseppe Valditara, al Ministro dell’interno Matteo Piantedosi, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Antonio Tajani, al Ministro della difesa Guido Crosetto, al Presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni, per:

  • denunciare esplicitamente il genocidio in corso, la pulizia etnica, l’occupazione militare e il regime di apartheid e attuare misure concrete come embargo e sanzioni contro Israele;
  • fermare l’accordo di cooperazione militare tra Italia e Israele, il cui rinnovo è previsto l’8 giugno;
  • garantire l’ingresso e la dignitosa distribuzione degli aiuti umanitari in tutta la Striscia e supportare concretamente la salvaguardia e la ricostruzione del sistema scolastico sia a Gaza che in Cisgiordania;
  • condurre alla definitiva rottura dei legami accademici tra le università italiane e le università israeliane; coadiuvare la pubblicazione di bandi per borse di studio realmente accessibili alle studentesse e agli studenti palestinesi; aprire gemellaggi tra le scuole italiane e le scuole palestinesi a Gaza e in Cisgiordania;
  • intervenire sulle Indicazioni nazionali unicamente per aprire i programmi scolastici alla storia globale, a prospettive decoloniali, allo sguardo critico nei confronti della nostra storia e per dare voce alle fasce marginalizzate, per dare spazio all’educazione al consenso, all’affettività, alla partecipazione politica, alla cura della collettività e dell’ambiente, al fine di scongiurare la violenza e l’indifferenza che rendono possibili la deumanizzazione di un popolo e il suo genocidio;
  • salvaguardare la libertà di insegnamento per i docenti che legittimamente portano in classe il tema della Palestina, denunciano i crimini contro l’umanità e il ripetersi di processi storici quali colonialismo, genocidio e apartheid: non possiamo tollerare che il corpo docenti senta minacciata la propria libertà d’insegnamento da un discorso pubblico ostile alla liberazione palestinese, dalle censure e dagli interventi diretti contro altri colleghi che si sono esposti sul tema;
  • affermare, infine, in completa coerenza con i punti precedenti, una perentoria opposizione al riarmo europeo e alla militarizzazione della società e delle scuole: pretendiamo che il denaro pubblico sia investito nella salute, nell’istruzione, nella tutela ambientale, nel lavoro sicuro, nei diritti – e non nella guerra.

La scuola è uno spazio vivo di consapevolezza e libertà e non può restare indifferente di fronte all’ingiustizia, alla violenza, al razzismo e alla discriminazione.

https://www.change.org/p/lavoratrici-e-lavoratori-della-scuola-contro-la-pulizia-etnica-in-palestina?recruited_by_id=4c2f3200-3d1e-11f0-9314-551007039da9

 

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lunedì 23 settembre 2024

Ho firmato questo appello inutile ma doveroso - Franco Berardi

 

Un appello contro il decreto sicurezza di un governo fascista che si prepara alla guerra

  

Ho ricevuto (e firmato) un appello contro il cosiddetto decreto sicurezza che mira a trasformare compiutamente l’Italia in un paese autoritario.

 

Ecco il testo dell’appello:

“La democrazia, così come la cultura, sono fondate sulla possibilità di dissentire. Solo il dissenso permette la diversità delle posizioni e delle idee, solo il dissenso mette al vaglio la verità e la giustizia, solo il dissenso è alla base del pensiero. 

L’itinerario che l’attuale governo sta perseguendo fin dal primo giorno e che culmina con una legge che proibisce in tutte le sue forme, attiva e passiva, disarmata e non violenta, ogni dissenso, manda oggi al macero la democrazia e la cultura che il dopoguerra ha pazientemente costruito, con il sostegno della Costituzione della Repubblica Italiana, proclamata da Enrico De Nicola il 27 dicembre 1947.

Noi, cittadine e cittadini italiani ci riconosciamo in questa Costituzione, nei principi e nelle libertà che ci ha fino a oggi garantito, e ci rifiutiamo di rinnegare 77 anni di democrazia e di cultura, compiendo l’orribile salto indietro in a una stagione che credevamo sepolta.

Noi cittadine e cittadini italiani ci riconosciamo nella libertà di pensare e di esprimere il nostro pensiero sotto ogni forma, parlata e scritta, stampata e diffusa con qualsiasi mezzo, di riunirci e associarci pacificamente, di informare ed essere informati, di insegnare ed essere istruiti, di scegliere liberamente la nostra occupazione, il nostro domicilio e liberamente viaggiare; e riconosciamo queste libertà per noi, gli stranieri e gli apolidi, i rifugiati e i richiedenti asilo, e intendiamo esercitare i nostri diritti inviolabili, a cominciare dal diritto di solidarizzare con chi si oppone, sia con lo sciopero che con l’occupazione pacifica o con manifestazioni pubbliche di dissenso, e con chi reclama dallo Stato leggi che permettano alla nostra terra di difendersi da catastrofi climatiche o dagli orrori delle guerre e infine con chiunque risponda al richiamo della giustizia e della pietà: e se questi sono reati, ci autodenunciamo responsabili di questi reati, tutti e ciascuno, consapevoli che solo così facendo possiamo proteggere la democrazia e la cultura che da 77 anni ci appartengono e di cui andiamo fieri.”

Vi invito a firmare questo testo ed a mandare la vostra adesione a 

democraziaedissenso@gmail.com

Ho firmato questo appello con la consapevolezza di compiere un atto doveroso e inutile: è necessario non lasciare nulla di intentato quando il pericolo della guerra si fa concreto, ma è inutile rivolgere parole ragionevoli a chi è accecato dall'ignoranza, dall'odio, e dalla furia omicida, cioè a coloro che detengono il potere in questo paese dove la maggioranza vota per i discendenti di Mussolini.

Il decreto sicurezza sancisce pene inverosimili per chiunque si sogni di manifestare dissenso nei confronti di qualsiasi cosa decida il potere economico e poliziesco.

Punizioni per chi protesta in carcere dove negli ultimi mesi il suicidio è un evento quotidiano.

Carcere per chi protesta contro un’opera pubblica (inutile, dannosa, non importa).

Carcere per chi blocca una strada per protesta.

Punizione per chi si azzarda a salvare vite umane che annegano nel mediterraneo.

Carcere, punizione, violenza contro un corpo sociale stremato, silente, moribondo. 

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Il genocidio che lo stato nazista di Israele ha scatenato contro il popolo palestinese sta diventando dovunque il paradigma del potere.

Dovunque i fanatici e i razzisti si accaniscono contro una società che non ha più l’energia per ribellarsi in maniera efficace, e di tanto in tanto emette flebili lamenti, o firma appelli ragionevoli.

Nel frattempo a Bologna,

“Sabato 21 settembre ci riverseremo nelle strade di Bologna per rifiutare l’uso sistematico della repressione delle forze dell’ordine. Alla violenza istituzionale noi opponiamo le nostre azioni dirette e la nostra immaginazione affinché in futuro essere realiste significhi prendersi cura degli altri e di un mondo in comune. Lo stato delle cose deve cambiare, e l’azione diretta ci permette di farlo.”

Esistono dunque persone pronte all’azione diretta contro il fascismo, ma sappiamo che sono una piccola minoranza.

La società sembra incapace di solidarietà, di intelligenza, e soprattutto di energia.

Quando il nazismo hitleriano aggredì la società europea negli anni trenta e quaranta esistevano le energie per reagire. Esisteva una società giovane che poteva credere in un futuro di democrazia e di pace, e poteva dire “Mai più guerra mai più nazismo mai più barbarie”.

La società del nostro tempo, dopo quaranta anni di guerra economica contro l’uguaglianza e di guerra psichica contro l’autonomia di pensiero - è una società di vecchi smemorati e di giovani invecchiati anzitempo e depressi, incapaci di reagire alla violenza. E sappiamo che la violenza (come l’anfetamina) può essere una cura devastante per la depressione. Una cura suicida.

L’Unione europea arma gli ucraini perché si facciano ammazzare in una guerra che rischia presto di coinvolgere l’intero continente.

Ma gli europei camminano lungo il precipizio come sonnambuli, reduci da decenni di competizione e precarizzazione, incapaci di amicizia e di solidarietà, abituati allo sterminio allo schiavismo e alla deportazione.

Possiamo ripetere “mai più nazismo”, ora che il nazismo è tornato con la stella di Davide al posto della svastica,  e gli europei si voltano dall’altra parte come si voltarono dall’altra parte quando sei milioni di ebrei venivano eliminati?

 

Ma allora, se nessun gesto è all'altezza della barbarie, che dobbiamo fare? Adeguarci alla barbarie, trasformare noi stessi in mostri fanatici?

No.

Forse la cura, come spesso accade, sta proprio là dove sta la malattia, e la forza sta proprio là dove vediamo debolezza, l’energia sta proprio là dove vediamo depressione.

Dovremmo riconoscere che tutto è perduto, che solo la disperazione è vera, che solo la disperazione può diventare una forza inarrestabile.

Solo la disperazione può vincere.

Fin quando ci aggrappiamo a parole come democrazia, dissenso,  protesta, non faremo che subire questa violenza e lo scherno degli infami.

Un’ondata di disperazione dichiarata, organizzata, praticata potrebbe fermare finalmente tutto: migliaia di corpi immobili distesi per terra nelle strade delle metropoli.

La disperazione è la risorsa più potente.

Un’ondata di diserzione silenziosa: diserzione da ogni atto di guerra, da ogni discorso di guerra, diserzione dal consumo, diserzione dal lavoro.

E diserzione dalla procreazione, come sanno a fare le donne che in tutto il nord del pianeta sembrano aver deciso di non mettere al mondo le vittime della guerra nucleare che si prepara.

L’esperimento umano è fallito, la civiltà è annegata nelle acque del mediterraneo, annegata nel sangue di diecimila bambini palestinesi.

Se il sintomo di cui soffriamo è la depressione, la cura sta nel prescrivere il sintomo: la debolezza è un’arma pacifica ma inflessibile, se sappiamo trasformarla in diserzione attiva.

Disertiamo.

da qui

giovedì 18 luglio 2024

Appello ai pacifisti per una mobilitazione contro i nuovi euromissili

 

La scelta di ritornare a schierare euromissili da tempo banditi è di una gravità assoluta

Oggi in gioco c’è il rischio di una guerra nucleare sempre più vicina con la decisione della Nato di schierare nuovamente gli euromissili entro il 2026. Siamo all’inizio di un’escalation in quanto la Russia agirà di conseguenza. È responsabilità di ciascuno di noi prendere posizione.

Il rischio di una guerra nucleare è serio e sta bruscamente crescendo. È necessario che le voci più illuminate si alzino per fermare una catastrofe che si avvicina.

Negli anni ‘80, consapevoli della gravità di questo rischio, Ronald Reagan e Michail Gorbaciov, anche sotto pressione europea, hanno firmato una serie di accordi tra USA e Unione Sovietica, per contenere il rischio. Cruciale è stato il trattato sulle forze nucleari a medio raggio (INF), quelle più rischiose per l’Europa, perché permettono uno scambio nucleare senza la distruzione totale reciproca delle superpotenze. Il trattato ha portato all’eliminazione di 2692 missili e a un abbassamento sostanziale del rischio e delle tensioni internazionali. 

Questo trattato è stato annullato, inizialmente dagli Stati Uniti nel 2018, e oggi la NATO ha deciso di schierare nuovamente in Germania missili che erano proibiti dal trattato INF. Le grandi potenze giocano sulla pelle di noi europei con il fuoco (nucleare). 

La decisione contribuisce ad alzare bruscamente le tensioni internazionali, già altissime, e ad avvicinare in maniera sconsiderata il rischio di una catastrofe. Come sempre, dall’una e dall’altra parte, la colpa viene attribuita interamente alla parte avversa. I nostri governanti, invece di adoperarsi per risolvere in modo ragionevole e consensuale i problemi del mondo, ci stanno gettando nello stesso avventurismo bellicoso che ha portato in passato alle guerre più catastrofiche. 

Con questo appello lanciamo un preoccupato allarme perché la scelta di ritornare a schierare euromissili da tempo banditi è di una gravità assoluta. L’opinione pubblica non ha sufficientemente percepito il pericolo che si profila. Con i nuovi missili ipersonici la situazione può sfuggire di mano anche per un semplice errore e le decisioni di rappresaglia nucleare vengono prese in una manciata di secondi.

L’uso delle armi atomiche è immorale come pure il possesso, perché un incidente o la pazzia di qualche governante può distruggere l’umanità, come sottolinea Papa Francesco che invita a riflettere sulle parole di Albert Einstein: “La quarta guerra mondiale si farà con i bastoni e con le pietre”.

Oggi in gioco c’è il rischio di una guerra nucleare sempre più vicina con la decisione della Nato di schierare nuovamente gli euromissili entro il 2026. Siamo all’inizio di un’escalation in quanto la Russia agirà di conseguenza.

È responsabilità di ciascuno di noi prendere posizione e chiedere ragionevolezza. Facciamo sentire la nostra voce prima che i nuovi euromissili vengano installati.

Domenico Gallo - giurista

Fiorella Mannoia - cantante

Alessandro Marescotti - mediattivista

Mons. Giovanni Ricchiuti - arcivescovo 

Carlo Rovelli - fisico

Alex Zanotelli – missionario

 

Note: Chi è interessato ad aderire pubblicamente e a promuovere l'appello attraverso i propri canali scriva a questa email:
a.marescotti@peacelink.org
Indicare nome, cognome, comune, attività svolta e/o associazione di riferimento. Indicare possibilmente come si intende promuovere questo appello.

 

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venerdì 24 maggio 2024

Ecco il manifesto degli economisti per una giusta tassa sui super ricchi

 

Con questo Manifesto vogliamo affermare la necessità di un’agenda TaxTheRich che, attraverso un maggiore prelievo a carico dei contribuenti più facoltosi, come lo 0,1% più ricco della popolazione, contribuisca ad aumentare l’equità del nostro sistema impositivo, garantisca maggiore sostenibilità alle finanze pubbliche e aiuti a reperire le risorse necessarie per stimolare una crescita sostenibile ed inclusiva, supportare politiche di mitigazione ed adattamento ai cambiamenti climatici, finanziare investimenti nella transizione ecologica giusta, nei beni pubblici essenziali come sanità ed istruzione e nel contrasto all’ampliamento dell’area della vulnerabilità ed esclusione sociale.

Tra i tasselli dell’agenda su cui chiediamo ai decisori politici di impegnarsi nel breve periodo (entro un anno) figurano:

1) L’introduzione di un’imposta progressiva sui grandi patrimoni, da applicarsi allo 0,1% più ricco dei cittadini italiani, titolari di patrimoni netti superiori a 5,4 milioni di euro, in linea con gli intendimenti dell’Iniziativa dei Cittadini Europei su cui è in corso, dal mese di ottobre 2023, la raccolta paneuropea di adesioni. I recenti miglioramenti conseguiti nella tassazione dei flussi di ricchezza offshore, e le possibili ulteriori estensioni dello scambio automatico di informazioni tra amministrazioni fiscali rendono questa proposta oggi molto più facilmente attuabile rispetto al passato.

2) L’aumento del prelievo sulle grandi successioni e donazioni per ridurre il regime di sostanziale favore sulle risorse ereditate o ricevute in dono che hanno scarse giustificazioni di merito, contribuiscono a divaricare le opportunità e riducono il dinamismo dell’economia.

3) L’introduzione di ulteriori scaglioni ed aliquote marginali IRPEF per redditi più elevati, coerentemente con gli sviluppi recenti della teoria dell’imposizione ottimale e le sue applicazioni empiriche.

Nel medio periodo (entro tre anni) è altresì necessario prevedere:

1) L’ampliamento della base imponibile dell’imposta sui redditi delle persone fisiche a tutti i redditi da lavoro e ai redditi da capitale finanziario, con la conseguente abolizione dei regimi sostitutivi. L’intervento prefigurerebbe il passaggio a una tassazione personale omnicomprensiva, e assicurerebbe, visto l’elevato grado di concentrazione dei redditi finanziari, una maggiore equità distributiva, con una distribuzione degli oneri fiscali in linea con il principio di progressività esplicitamente richiamato nella nostra Costituzione.

2) La revisione del prelievo sui redditi e sui patrimoni immobiliari per aumentarne l’equità verticale e orizzontale. Precondizione necessaria per una simile revisione è l’aggiornamento del catasto. Oggi il valore di mercato degli immobili è, nella media nazionale, di circa 3 volte superiore al valore catastale con un rapporto più alto in aree ricche del paese e per immobili dal valore di mercato più elevato.

Il contesto di crescenti disuguaglianze ed iniquità

Negli ultimi quattro decenni, in molti Paesi, tra cui il nostro, si è assistito ad un forte aumento delle disuguaglianze economiche. In Italia, ad esempio, la quota del reddito nazionale detenuta dallo 0,1% dei cittadini più ricchi è passata dall’1,5% del 1980 al 5,3% del 2020. Similmente si è registrata una crescente concentrazione dei patrimoni: lo 0,1% più facoltoso degli italiani possiede oggi circa il 9% della ricchezza netta nazionale mentre nel 1995 ne possedeva il 5%.

La crescita delle disuguaglianze è un fenomeno profondamente nocivo per l’economia, comportando perdite non trascurabili di efficienza e produttività. Ma lo è anche per la società nel suo complesso. Le disuguaglianze ostacolano la mobilità inter-generazionale, minano le prospettive di uno sviluppo duraturo e sostenibile, ulteriormente aggravate dall’approssimarsi di un catastrofico “punto di non ritorno climatico” e indeboliscono il grado di coesione sociale.

Le fratture sociali possono portare repentinamente allo svilimento del patto sociale, a intolleranza, a una sfiducia nei confronti delle istituzioni, a processi di disgregazione politica, instabilità e derive autoritarie. Ferendo il diritto all’uguaglianza, le accentuate disparità inficiano la qualità delle nostre democrazie, ponendosi in stridente contrasto con le prescrizioni costituzionali alla rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale, lesivi dei diritti delle persone e della loro piena realizzazione, senza distinzioni.

Non solo le disuguaglianze economiche sono in aumento, ma recenti ricerche empiriche hanno dimostrato come in diversi paesi europei, tra cui l’Italia, la Francia e i Paesi Bassi, oltre agli Stati Uniti, il sistema fiscale sia nel suo complesso regressivo, con i contribuenti più ricchi che beneficiano di aliquote effettive del prelievo minori rispetto al resto della popolazione con redditi più modesti. Più nello specifico, in Italia lo 0,1% dei contribuenti più abbienti paga complessivamente, tenendo conto di imposte dirette, indirette e contributi sociali, un’aliquota media del 36%, inferiore all’aliquota media del 46% per il resto dei cittadini.

Le “moderne disuguaglianze” non sono né casuali né tanto meno ineluttabili. Sono piuttosto il risultato di precise scelte politiche che hanno portato negli ultimi decenni a un profondo mutamento nella distribuzione del potere economico tra lavoro e proprietà d’impresa, all’affiorare di nuovi e potenti monopoli, a un eccesso di finanziarizzazione dell’economia. Un significativo peso hanno avuto l’indebolimento del ruolo dello Stato e una graduale esclusione di ampi settori della società dalla vita sociale e politica acuita da un accresciuto condizionamento delle scelte dei decisori politici da parte di portatori di interessi particolari, a difesa della propria condizione di privilegio.

Maggiore pre-distribuzione e non solo redistribuzione

Per ostacolare le tendenze in atto sono in primis necessari interventi di carattere predistributivo che prevengano, a monte, un’iniqua distribuzione di potere e di esiti economici sui mercati.

Interventi che supportino le dotazioni finanziarie e di capitale umano per chi proviene da un background svantaggiato, nonché profonde revisioni delle regole che governano i processi economici come il rafforzamento della tutela della concorrenza, politiche di regolamentazione finanziaria in grado di ricondurre la finanza al servizio dell’economia reale, politiche industriali che sostengano una competitività basata sull’innovazione e sulla buona occupazione e non sui bassi salari, politiche del lavoro che rafforzino il potere contrattuale dei lavoratori e limitino il ricorso a forme di occupazione non standard.

Le politiche predistributive devono essere accompagnate dal rafforzamento dell’azione redistributiva dello Stato su cui si concentra questo Manifesto attraverso proposte che assicurino un maggiore prelievo fiscale sui contribuenti più ricchi.

La popolarità delle proposte e le prospettive internazionali

La filosofia dell’agenda e molte delle singole proposte presentate sono largamente condivise dalla popolazione europea e italiana. Un’indagine condotta a maggio 2022 dalla Commissione Europea riporta ad esempio come il 67% dei rispondenti nell’UE sia favorevole a un maggiore prelievo fiscale a carico dei più ricchi.

In Italia, due terzi dei rispondenti a un sondaggio commissionato dal network dei multi-milionari Millionaires for Humanity e da Tax Justice Italia nel 2021 si è espresso favorevolmente su un’imposta sui grandi patrimoni il cui gettito fosse destinato al finanziamento della ripresa post-pandemica e alle famiglie più bisognose.

E sono anche gli stessi milionari intervistati in un sondaggio commissionato nel 2023 dai Patriotic Millionaires nei Paesi del G20 a dichiararsi favorevoli (il 74% dei 2.385 rispondenti) ad una tassazione più elevata della ricchezza, esprimendo una visione più lungimirante della politica, incardinata nel riconoscimento della minaccia per la tenuta dei sistemi democratici, ascrivibile ai crescenti divari economici e sociali.

Incoraggiante è anche l’iniziativa intrapresa dalla Presidenza di turno brasiliana del G20 volta a promuovere un’agenda internazionale per la tassazione degli ultra-ricchi.

Il momento di agire è ora. Con questo Manifesto sosteniamo convintamente un’agenda TaxTheRich quale elemento imprescindibile della più ampia e inderogabile strategia di ripensamento delle politiche fiscali ed economiche.

Primi Firmatari…

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domenica 14 aprile 2024

Contro la privatizzazione del servizio sanitario nazionale

 

Appello di 14 scienziati per salvare il servizio sanitario nazionale (pubblico)

“Dal 1978, data della sua fondazione, al 2019 il Ssn in Italia ha contribuito a produrre il più marcato incremento dell’aspettativa di vita (da 73,8 a 83,6 anni) tra i Paesi ad alto reddito. Ma oggi i dati dimostrano che il sistema è in crisi: arretramento di alcuni indicatoridi salute, difficoltà crescente di accesso ai percorsi di diagnosi ecura, aumento delle diseguaglianze regionali e sociali. Questo accade perché i costi dell’evoluzione tecnologica, i radicali mutamenti epidemiologici e demografici e le difficoltà della finanza pubblica, hanno reso fortemente sottofinanziato il Ssn,

al quale nel2025 sarà destinato il 6,2% del Pil (meno di vent’anni fa).
Il pubblico garantisce ancora a tutti una quota di attività (urgenza, ricoveri per acuzie), mentre per il resto (visite specialistiche, diagnostica, piccola chirurgia) il pubblico arretra, e i cittadini sono costretti a rinviare gliinterventi o indotti a ricorrere al privato. La spesa sanitaria in Italia non è grado di assicurare compiutamente il rispetto dei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea) e l’autonomia differenziata rischia di ampliare il divario tra Nord e Sud d’Italia in termini di diritto alla alute.
È dunque necessario un piano straordinario di finanziamento del Ssn e specifiche risorse devono essere destinate a rimuovere gli squilibri territoriali. La allocazione di risorse deve essere accompagnata da efficienza nel loro utilizzo e appropriatezza nell’uso a livello diagnostico e terapeutico, in quanto fondamentali per la sostenibilità del sistema”, prosegue l’appello.
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Parte delle nuove risorse deve essere impiegata per intervenire in profondità sull’edilizia sanitaria, in un Paese dove due ospedali su tre hanno più di 50 anni, e uno su tre è stato costruito prima del 1940. Ma il grande patrimonio del Ssn è il suo personale: una sofisticata apparecchiatura si installa in un paio d’anni, ma molti di più ne occorrono per disporre di professionisti sanitari competenti, che continuano a formarsi e aggiornarsi lungo tutta la vita lavorativa. Nell’attuale scenario di crisi del sistema, e di fronte a cittadini/pazienti sempre più insoddisfatti, è inevitabile che gli operatori siano sottoposti a una pressione insostenibile che si traduce in una fuga dal pubblico, soprattutto dai luoghi di maggior tensione, come l’area dell’urgenza. È evidente che le retribuzioni debbano essere adeguate, ma è indispensabile affrontare temi come la valorizzazione degli operatori, la loro tutela e la garanzia di condizioni di lavoro sostenibili” si legge ancora. “Da decenni si parla di continuità assistenziale (ospedale-territorio-domicilio e viceversa), ma i progressi in questa direzione sono timidi. Oggi il problema non è più procrastinabile: tra 25 anni quasi due italiani su cinque avranno più di 65 anni (molti di loro affetti da almeno una patologia cronica) e il sistema, già oggi in grave difficoltà, non sarà in grado di assisterli.
La spesa per la prevenzione in Italia è da sempre al di sotto di quanto programmato, il che spiega in parte gli insufficienti tassi di adesione ai programmi di screening oncologico che si registrano in quasi tutta Italia. Ma ancora più evidente è il divario riguardante la prevenzione primaria; basta un dato: abbiamo una delle percentuali più alte in Europa di bambini sovrappeso o addirittura obesi, e questo è legato sia a un cambiamento – preoccupante –delle abitudini alimentari sia alla scarsa propensione degli italiani all’attività fisica. Molto va investito, in modo strategico, nella cultura della prevenzione (individuale e collettiva) e nella consapevolezza delle opportunità ma anche dei limiti della medicina moderna. Molto, quindi, si può e si deve fare sul piano organizzativo, ma la vera emergenza è adeguare il finanziamento del Ssn agli standard dei Paesi europei avanzati (8% del Pil), ed è urgente e indispensabile, perché un Ssn che funziona non solo tutela la salute ma contribuisce anche alla coesione sociale”,
Firmano il documento Ottavio Davini, Enrico Alleva, Luca De Fiore, Paola Di Giulio, Nerina Dirindin, Silvio Garattini, Franco Locatelli, Francesco Longo, Lucio Luzzatto, Alberto Mantovani, Giorgio Parisi, Carlo Patrono, Francesco Perrone e Paolo Vineis

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La sanità è solo per i ricchi? “Non ancora, ma non vorremmo lo diventasse” - Carlotta Di Santo

La sanità oggi è solo per ricchi? Non ancora, ma questo è il motivo per il quale siamo preoccupati. Non vorremmo che lo diventasse. Ci sono dei segnali di scricchiolio del Servizio sanitario nazionale pubblico che vanno compresi, recepiti e che chiedono di avere delle politiche di reazione. Fare la manutenzione è assolutamente fondamentale per mantenere funzionante ed efficiente il SSN pubblico. Quello che noi vogliamo sottolineare con il Manifesto è che la sanità è una grande ricchezza dell’Italia e che si deve lavorare per fare manutenzione. Così il presidente dell’Associazione Italiana Oncologia Medica (AIOM), Francesco Perrone, interpellato dalla Dire in merito al manifesto ‘Non possiamo fare a meno del servizio sanitario pubblico’, firmato da 14 scienziati di livello internazionale, tra cui Perrone stesso e il premio Nobel Giorgio Parisi, rilanciato oggi dai media nazionali. Ma siamo ancora in tempo per salvare il SSN? “Certamente- risponde Perrone- noi riteniamo di essere ancora in tempo, altrimenti non avremmo fatto un appello, che vuole essere costruttivo. Siamo tutti convinti che, pur nella necessità di fare scelte coraggiose, vi sia assolutamente lo spazio per riavvicinare l’Italia ai Paesi dell’Europa occidentale, che investono molto di più. Dobbiamo essere coscienti che si tratta di investimenti e non di costi“. Lanciare un appello e chiedere che si faccia una riflessione, dunque, viene fatto nell’ottica di “dare un contributo, di spingere chi in qualche modo ha la possibilità di modificare le politiche. Vale per questo governo, vale per il prossimo, ma vale anche per quello che non hanno fatto i governi precedenti”. Il messaggio, dunque, è capire che la sanità e gli investimenti nel Servizio sanitario nazionale rappresentano una “ricchezza di tutti quanti”.

Come ha detto Silvio Garattini (anche lui firmatario della manifesto, ndr) in una intervista, in Italia “alla fine i soldi si trovano per un sacco di cose, ma purtroppo per quello che riguarda la manutenzione del SSN siamo sempre un po’ indietro- prosegue Perrone- non tanto come numeri assoluti, perché il governo sicuramente ha messo più soldi rispetto agli anni precedenti, quanto piuttosto per il fatto che nel frattempo il potere d’acquisto dei soldi è diminuito. Ed è questo il motivo per cui ci siamo concentrati su una unità di misura che è la percentuale del PIL investito nella sanità. L’Italia da questo punto di vista rispetto all’Europa è indietro, lo dimostrano i numeri, non è colpa di nessuno ma del fatto che negli ultimi venti anni non abbiamo sufficientemente capito che bisogna investire molto di più in questo settore“.
Secondo Perrone, è allora necessario fare scelte che “vadano oltre la legislatura, oltre il tempo di un governo e oltre il tempo di un ministro. Bisogna fare delle scelte che garantiscano la salute delle generazioni future”. Ma il manifesto ha sottintesa anche la preoccupazione attuale per le fasce di popolazione con redditi medio-bassi, che dovranno inevitabilmente iniziare a sostenere dei costi per essere curati? Si può prospettare uno scenario in cui le persone meno abbienti saranno anche le più malate? “La difficoltà socio-economica, storicamente, dappertutto e non solo in Italia si accompagna anche a condizioni di salute peggiori e ad un maggiore rischio di malattia- risponde Perrone alla Dire- per quello che riguarda il cancro, AIOM ogni anno pubblica una monografia, ‘I numeri del cancro’, e da questa emerge che c’è una convergenza di cattivi stili di vita, di scarsa propensione allo screening con anche condizioni di disagio socio-economico maggiore. E tutto questo chiaramente fa un cocktail che inevitabilmente va a colpire di più alcune fasce della popolazione”.

Secondo Perrone è “semplicemente l’analisi di un fenomeno che è in contrasto per certi versi con quello che è il dettato dell’articolo 32 della Costituzione, cioè l’Italia è un Paese nel quale la possibilità di accesso al Ssn deve essere uguale per tutti. La differenza tra ricchi e poveri, nel mio modo di vedere e in quello di molte persone, sarà il fatto che si pagano tasse in maniera differenziata a seconda della propria ricchezza, ma una volta che un cittadino contribuisce al mantenimento della macchina dello Stato in misura proporzionale a quella della sua capacità di reddito, dopo la garanzia della salute deve essere uguale per tutti”

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“Il Servizio Sanitario Nazionale rischia di morire”. Intervista con Nino Cartabellotta (di Roberto Bertoni)

Nino Cartabellotta, presidente del GIMBE, lancia un allarme accorato e suffragato da dati incontrovertibili sui rischi che corre il Servizio Sanitario Nazionale in questepoca5 di tagli, autonomia differenziata e altre misure volte ad accrescere le disuguaglianze anziché ridurle.

Il rischio è la privatizzazione, di fatto già in corso, di un bene primario, previsto dalla Costituzione ed essenziale per la tutela dei diritti individuali e collettivi. Se dovesse venir meno il Servizio Sanitario Nazionale, verrebbe di fatto meno un cardine della Costituzione. Uno dei tanti che sono a repentaglio in questa tristissima stagione.

Premi Nobel e scienziati hanno lanciato un allarme relativo alla sanità pubblica, ormai talmente in difficoltà da star uscendo dagli standard europei. Durante il Covid si era detto che la sanità fosse un bene comune, medici e infermieri venivano considerati eroi. Perché non appena si è allentata l’emergenza, anziché far tesoro di un’esperienza così drammatica, si è addirittura tornati indietro?

Nel pieno dell’emergenza tutte le forze politiche osannavano il valore della sanità pubblica, celebravano come eroi medici, infermieri e tutti i professionisti della sanità. Ma soprattutto convergevano sulla necessità di rilanciare un Servizio Sanitario Nazionale (SSN) che la pandemia ha trovato profondamente indebolito. Tuttavia, passata l’emergenza, la sanità è “rientrata nei ranghi”, ovvero è stata relegata dai Governi degli ultimi vent’anni: governi di “tutti i colori”, che hanno sempre considerato la spesa sanitaria come un costo e mai come un investimento, attingendovi a piene mani per soddisfare le esigenze del proprio elettorato o per risanare i conti pubblici. Di conseguenza, se nel 2010 la spesa sanitaria pubblica pro-capite era pari alla media dei paesi europei, nel 2022 l’Italia ha speso circa € 47,3 miliardi in meno. E dal 2010 al 2022 il gap complessivo ha superato la cifra di € 330 miliardi Riguardo al fabbisogno sanitario nazionale (FSN), ogni anno è sempre aumentato in termini assoluti e sempre aumenterà: per questo ogni governo in carica potrà sempre affermare di aver messo più risorse di chi lo ha preceduto. Nel 2024 la Legge di Bilancio ha aumentato il FSN di ben € 3 miliardi, ma oltre € 2.400 milioni sono destinati all’improcrastinabile rinnovo dei contratti per il personale sanitario. E, soprattutto, per gli anni successivi la Manovra non sancisce alcun rilancio progressivo del finanziamento pubblico per la sanità: perfettamente in linea con la Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza del settembre 2023, dove il rapporto spesa sanitaria/PIL precipita dal 6,6% del 2023 al 6,1% del 2026.

Quali sono le principali carenze del Servizio Sanitario Nazionale? 

Con un simile livello di definanziamento è evidente che il SSN si è innanzitutto profondamente indebolito nella sua componente strutturale (ospedali e strutture vetuste, non in regola con norme antisismiche e antincendio), tecnologiche (“parco macchine” inadeguato e distante anni luce dalle innovazioni più recenti), organizzativa e soprattutto professionale. È stato, infatti, il personale sanitario a scontare più di tutti l’imponente definanziamento, complice il tetto di spesa per la spesa del personale che fa ormai riferimento a parametri del 2004. Ma ovviamente non è solo questione di soldi, perché di fatto, a fronte di varie transizioni (epidemiologica, demografica, tecnologica, digitale), negli ultimi 25 non c’è stata alcuna riforma del SSN e il finanziamento, i criteri di riparto del FSN, l’organizzazione dei servizi sanitari, i sistemi premianti e tanto altro ancora seguono regole definite da riforme che risalgono ad oltre un quarto di secolo fa. Dopo un lento e silenzioso sgretolamento del SSN, dunque, oggi tutti i nodi sono venuti al pettine e la vita quotidiana delle persone, in particolare quelle meno abbienti, è sempre più condizionata dalla mancata esigibilità del diritto fondamentale alla tutela della salute: interminabili tempi di attesa per una prestazione sanitaria o una visita specialistica, necessità di pagare di tasca propria le spese per la salute sino all’impoverimento e alla rinuncia alle cure, pronto soccorso affollatissimi, impossibilità di trovare un medico o un pediatra di famiglia vicino casa, enormi diseguaglianze regionali e locali sino alla migrazione sanitaria.

Un altro argomento delicatissimo è quello relativo ai Livelli Essenziali d’Assistenza (LEA). Quali conseguenze potrebbe avere, a tal riguardo, l’autonomia differenziata?

Il nostro SSN è ormai profondamente indebolito e segnato da inaccettabili diseguaglianze regionali. Nel 2021, su quattordici Regioni adempienti ai Livelli Essenziali di Assistenza – le prestazioni che il SSN è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento del ticket – solo tre sono del Sud (Abruzzo, Puglia e Basilicata) e tutte a fondo classifica. Non solo: la fuga per curarsi al Nord vale € 4,25 miliardi, un fiume di denaro che scorre prevalentemente da Sud a Nord. E l’attuazione delle maggiori autonomie in sanità legittimerà normativamente la “frattura strutturale” Nord-Sud: il Mezzogiorno sarà sempre più dipendente dalla sanità del Nord, compromettendo l’uguaglianza dei cittadini nell’esercizio del diritto costituzionale alla tutela della salute. Ecco perché la Fondazione GIMBE, in audizione alla 1a Commissione Affari Costituzionali del Senato prima e della Camera poi, ha chiesto di espungere la tutela della salute dalle materie su cui le Regioni possono chiedere maggiori autonomie.

Lei si è occupato, in un recente articolo sulla Stampa, dei poveri che non possono curarsi. Chiara Saraceno ha parlato di coesione sociale mai così a rischio. Ci spieghi nello specifico, specie alla luce dei dati relativi all’indebitamento dei ceti sociali meno abbienti per accedere alle cure.

L’indebolimento del SSN e le conseguenti minori tutele pubbliche hanno un rilevante impatto economico sulle famiglie, in particolare quelle meno abbienti e residenti nel Mezzogiorno. Questo genera un effetto disastroso sulla crescita economica del Paese perché se le famiglie si impoveriscono, si indebitano o rinunciano a curarsi e crolla il livello di salute della popolazione, che è strettamente correlato alla crescita del PIL: perché chi è malato non produce, non consuma e, spesso, limita anche l’attività lavorativa dei propri familiari. E ovviamente erode spesa pubblica, sanitaria e socio-sanitaria. Ecco perché la perdita del nostro SSN, che dobbiamo assolutamente scongiurare, porterebbe ad un disastro sanitario, economico e sociale senza precedenti.

Qual è e quale sarà, in futuro, l’impegno del GIMBE, di cui lei è presidente, per far fronte a questa drammatica situazione?

Dal 2013 la nostra organizzazione indipendente ha un’ambiziosa mission: salvare il Servizio Sanitario Nazionale. Crediamo infatti fermamente che, per quanto vicini al punto di non ritorno, sia ancora possibile non solo salvare, ma anche rilanciare il SSN. E a undici anni dall’avvio della campagna #SalviamoSSN, abbiamo lanciato una rete civica nazionale: riteniamo indispensabile diffondere a tutti i livelli il valore del SSN, come pilastro della nostra democrazia, strumento di equità e giustizia sociale, oltre che leva di sviluppo economico. L’obiettivo è coinvolgere sempre più persone nella tutela e nel rilancio del SSN nonché promuovere un utilizzo informato di servizi e prestazioni sanitarie, al fine di arginare fenomeni consumistici. Perché, al di là delle difficoltà di accesso ai servizi, la maggior parte delle persone non ha ancora contezza del rischio incombente: quello di scivolare lentamente ma inesorabilmente, in assenza di una rapida inversione di rotta, da un SSN fondato su princìpi di universalità, uguaglianza ed equità per tutelare un diritto costituzionale a ventuno sistemi sanitari regionali basati sulle regole del libero mercato.

Mancano medici e infermieri, al punto che alcune regioni li stanno importando da paesi stranieri e addirittura extra-europei. Come valuta l’ipotesi di abolire il numero chiuso a Medicina? 

In termini assoluti, secondo i dati OCSE 2021, non c’è una carenza di medici in Italia. La realtà è invece ben diversa: sia perché l’OCSE include tutti i medici dalla laurea alla pensione sia perché l’emergenza COVID-19 ha slatentizzato una crisi motivazionale che oggi determina licenziamenti volontari e pensionamenti anticipati, con fughe verso il privato o per l’estero, oltre che lo spopolamento di alcuni corsi di laurea (es. scienze infermieristiche) e specialità mediche (es. emergenza-urgenza). Ovvero, oggi mancano medici in varie specialità oltre che medici di famiglia.

Riguardo la mera abolizione del “numero chiuso” – in realtà “numero programmato” – oltre a ridurre la qualità della formazione universitaria, aumenterebbe solo il numero di laureati e non la forza lavoro per il SSN. Con il rischio ulteriore che le nuove leve si trasferiscano all’estero o scelgano di lavorare nella sanità privata, vanificando gli investimenti per la loro formazione. Ecco perché serve un’adeguata programmazione del fabbisogno di medici, mantenendo flessibili gli accessi alla Facoltà di Medicina e adeguando il numero di borse di studio per le scuole di specializzazione a quello dei laureati attesi. Di gran lunga peggiore è la carenza del personale infermieristico. Nel 2021, con 6,2 infermieri per 1.000 abitanti, l’Italia si colloca ben al di sotto della media OCSE (9,9). La parola chiave per il personale sanitario, vera colonna portante del SSN, è “rimotivazione”: aumentare le retribuzioni, migliorare le condizioni organizzative di lavoro (sicurezza, tempo libero, formazione, prospettive di carriera), ma soprattutto fare sentire i professionisti sanitari parte integrante di un pilastro della nostra democrazia che tutela un diritto costituzionale delle persone. Perché la loro demotivazione è innanzitutto figlia della svalutazione del loro ruolo sociale.

Quali investimenti sono necessari, nell’immediato e utilizzando al meglio i fondi del PNRR, per favorire l’immissione di nuovi camici bianchi nelle strutture sanitarie?

La Missione Salute del PNRR rappresenta una grande opportunità per potenziare il SSN, ma la sua attuazione deve essere sostenuta da azioni politiche: urgono infatti interventi straordinari per reclutare in tempi brevi il personale infermieristico, investimenti certi e vincolati per il personale sanitario dal 2027, oltre ad un sostegno concreto per consentire alle Regioni del Mezzogiorno di recuperare, almeno in parte, gli imponenti divari. In altri termini il PNRR deve essere inserito in un quadro di rilancio complessivo del SSN e non essere utilizzato come “stampella” per una sanità pubblica “claudicante”. Altrimenti avremo indebitato le future generazioni per finanziare solo un “costoso lifting” del SSN, senza alcun beneficio reale per l’organizzazione sanitaria e per i pazienti.

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