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lunedì 18 novembre 2024

Il punto di non ritorno su medici e infermieri - Nicoletta Dentico


La carenza di personale è il segno più grave del collasso della sanità pubblica. I mancati investimenti tradiscono il diritto alla salute. La rubrica di Nicoletta Dentico

Tratto da Altreconomia 275 — Novembre 2024

Nonostante derivi dall’ambiente manageriale, il termine “risorse umane” evidenzia il valore intrinseco del personale, per le sue competenze e professionalità. Questa accezione risulta di particolare rilevanza quando parliamo di servizio sanitario, un settore in cui i livelli professionali elevati sono necessariamente diffusi e le capacità relazionali fondamentali. L’attività svolta da medici e infermieri, e da altre tipologie di personale della salute pubblica, è la chiave di volta di un servizio dedicato alla persona, una voce non comprimibile di spesa a fronte del mantenimento di qualità e accessibilità.

Quando la Fondazione Gimbe racconta il collasso della sanità pubblica italiana -come ha fatto di recente con la presentazione del settimo Rapporto sul Servizio sanitario nazionale (Ssn)-, proiettando “una tenuta prossima al punto di non ritorno” e contando “quasi 4,5 milioni di persone che nel 2023 hanno rinunciato alle cure”, racconta gli effetti sistemici e non congiunturali di una strategia di contenimento della spesa sanitaria che in Italia è stata largamente attuata con la riduzione del personale (i famosi tetti di spesa introdotti nel 2004 dal secondo Governo Berlusconi, e poi riconfermati).

A differenza della produzione di oggetti, quella di servizi -specialmente in ambito sanitario- ha come perno la scelta di puntare sugli investimenti nelle risorse umane, sia sotto il profilo qualitativo -con la formazione continua, la valorizzazione di competenze ed esperienze- sia quantitativo, con la programmazione degli accessi all’università e la capacità di attrarre e trattenere le professionalità all’interno del sistema sanitario pubblico. Non fare questa scelta significa tradire il diritto alla salute, i principi costituzionali di universalismo, equità e uguaglianza, fondamentali per uno Stato responsabile e per un compiuto sviluppo della società.

Dopo la pandemia da Covid-19, non fare questa scelta significa tradire la popolazione italiana tout court. Soprattutto perché si registra nel Paese un accanito incremento delle fasce socioeconomiche più deboli, un aumento dei bisogni assistenziali dovuto alle modifiche della struttura familiare e all’invecchiamento della popolazione (nel 2050 il 34,9% degli italiani avrà più di 65 anni, a fronte della drastica riduzione di quelli in età lavorativa al 53,4%), per non parlare di quanti vivono nel Mezzogiorno e nelle aree interne, sempre più disagiate.

È del 55% la percentuale di medici italiani con oltre 55 anni di età. La media dei Paesi Ocse è del 33%, mentre è del 9,2 quella del numero di infermieri per mille abitanti. L’Italia ne ha solo 6,2. Si stima che il personale infermieristico dovrebbe essere incrementato di circa 350mila unità (Crea 2023).

Queste tendenze pongono sfide sanitarie decisive: il consumo di farmaci, il ricorso a visite mediche, i ricoveri ospedalieri e le patologie per le quali non esistono ancora strumenti di prevenzione e di terapia risolutivi -la demenza, il Parkinson, l’Alzheimer- sono tutti fenomeni correlati all’età. E che dire poi della salute mentale che dopo la pandemia da Covid-19, lo abbiamo già raccontato, colpisce con effetti diretti anche le giovani generazioni? Un altro fattore, dopo il 2020, ci impone di incrementare le risorse umane in ambito sanitario: le emergenze epidemiche, ricorrenti prima e dopo Covid-19 (basti pensare al vaiolo delle scimmie, alla influenza aviaria, alla “pandemia silente” della resistenza antimicrobica), legate a doppio filo al rapporto malato dell’umanità con la natura che la circonda.

Ogni Paese deve essere enormemente grato al proprio personale sanitario e assistenziale: “Questo non è mai stato più evidente che al culmine della pandemia da Covid-19, quando i professionisti sanitari si sono schierati come principale difesa […] spesso a grande rischio personale, mettendo a repentaglio la propria vita” (Organizzazione mondiale della sanità, 2022). Sosteniamo le loro battaglie, invece di attaccarli in corsia.

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sabato 25 novembre 2023

Le società di consulenza privatizzano i governi

 

Intervista di Chiara Giorgi e Nicoletta Dentico all’economista Mariana Mazzucato sul suo ultimo libro «Il grande imbroglio»: “Gli stati sono deboli e si fanno corrompere facilmente”. Il ruolo della società di consulenza McKinsey anche nel vaglio dei progetti del nostro Pnrr.

Sarebbe difficile includerla nel novero delle rivoluzionarie. Ma da tempo il suo lavoro di ricerca illumina alcune storture dell’economia e della politica. Stiamo parlando di Mariana Mazzucato, economista e docente all’University College London, dove dirige l’Institute for Innovation and Public Purpose. L’abbiamo incontrata a Roma in occasione del lancio del suo ultimo libro scritto con Rosie Collington, Il Grande Imbroglio, tradotto da Laterza. Un’indagine sul ruolo delle società di consulenza, come McKinsey, Deloitte, Kpmg, a cui i governi affidano sempre più spesso il disegno e la gestione degli orizzonti strategici da perseguire.

Questa volta ha deciso di rompere il silenzio su una delle strutture intermedie più influenti e opache che oliano gli ingranaggi del capitalismo contemporaneo.
Tutto il mio lavoro ruota intorno alla stessa domanda: come governiamo e come risolviamo le sfide del nostro tempo (salute, clima, digital divide)? E la questione è sempre la stessa, il ruolo della funzione pubblica, lo Stato che ha smesso di investire sulle proprie capacità e ha preso a imitare il settore privato, con le sue parole d’ordine, le sue logiche, perdendo il controllo della situazione. La pervasiva presenza, del tutto inefficiente e tossica, delle società di consulenza dentro le stanze decisionali della funzione pubblica a livello globale non è che una delle manifestazioni meno conosciute di questo processo di privatizzazione occulta, e in ultima analisi di “infantilizzazione” dei governi e delle loro funzioni.


Quindi sta dicendo che i governi devono recuperare un nuovo senso di sé e delle responsabilità che sono chiamati a esercitare?

Precisamente. Dopo Thatcher e Reagan ai governi è stato riservato il ruolo di riparare i fallimenti del mercato nella migliore delle ipotesi, più spesso di togliersi di mezzo. Ai governi spetta trovare i soldi, spetta facilitare (la più subdola parola al mondo), ridurre i rischi per gli investitori. Ma perché mai lo Stato dovrebbe assorbire il rischio d’impresa? Occorre sovvertire le narrazioni sulle incapacità della funzione pubblica. Dobbiamo esigere una politica che sia capace di rischiare, sperimentare, orientare le proprie azioni verso missioni strategiche. La funzione pubblica deve essere in grado di riprendere la regia rispetto al settore privato, non il rapporto sregolato e parassitario oggi in essere. Altro che società di consulenza, con i loro power point sempre uguali: non capiscono nulla di funzione pubblica!

Eppure sono ovunque ormai, spesso invisibili alla società.
Per questo si affronta il tema nel libro. Sono ovunque, parassiti di sistema. È il motivo per cui non ho firmato il rapporto della Commissione Colao, di cui facevo parte, in pieno Covid-19. Al primo incontro eravamo una quindicina fra accademici ed esperti, ma nella stanza c’erano anche 13 persone di McKinsey, infiltratesi silenziosamente. Ho chiesto conto della loro non neutrale presenza. In tutta risposta, Colao mi ha assicurato che prestavano la consulenza a titolo gratuito e che la funzione pubblica italiana non avrebbe potuto gestire la cosa. Primo, non è vero. Secondo, qui si parlava di fondi, di scelte strategiche, di cosa mettere o non mettere nelle misure del governo. E infatti nel rapporto finale ci avevano messo anche il patent box (agevolazioni fino al 50% dei redditi per incentivare investimenti in ricerca e sviluppo, e l’utilizzo di beni immateriali come i brevetti). Una misura sbagliata di cui ho scritto tutta la vita. Che senso ha incentivare i brevetti, monopoli che già assicurano sconfinati profitti? Certo, ha senso per McKinsey e i suoi clienti privati. E ora la selezione dei progetti del Pnrr è nelle mani di queste società di consulenza.

Una forma di colonizzazione insomma.
Esatto, colonizzatori che riescono a farti parlare la loro lingua, veicolando le loro idee, quelle del settore privato. Perché uno Stato debole e impaurito, un governo che facilita si fa catturare facilmente, si fa corrompere, questo è il problema. Succede in Italia, negli Stati Uniti, in Africa.

Quale è la relazione fra le società di consulenza e la privatizzazione e finanziarizzazione della agenda sociale?
Il libro è pieno di esempi, più o meno recenti, anche nei paesi che hanno investito in capacità pubblica, come l’Australia, dove però hanno elargito a McKinsey 6 milioni di dollari per redigere una strategia climatica notoriamente pessima, piena di conflitti di interesse. Oppure la Gran Bretagna: durante il Covid ha firmato un contratto di 1 milione di sterline al giorno con Deloitte per tracciare i test. Un disastro, che ne capisce questa di contagi?

Dunque, che fare?
Non siamo contro i consulenti, siamo contro l’industria delle consulenze e la sua velenosa pervasività nella funzione pubblica. Il segno di una insicurezza che va sanata. Proponiamo diverse soluzioni. In primis, occorre intervenire sui conflitti di interesse e sui termini della relazione con i privati. Serve re-immaginare il ruolo dello Stato dopo queste catastrofi. Cambiare la cultura dei governi, rendere la pubblica amministrazione creativa e agile, per una economia di missione è possibile. Necessario, direi.

Intervista pubblicata da il manifesto del 22 novembre 2023

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venerdì 8 settembre 2023

Privatocrazia sanitaria - Nicoletta Dentico

 



Parecchi anni fa, in taxi per le strade di Nairobi, ricordo lo sbalordimento quando il taxista dichiarò en passant, ma con sarcastico sollievo, che nell’eventualità di un incidente con la macchina, la mia presenza a bordo avrebbe garantito la disponibilità di una carta di credito per accedere al pronto soccorso anche per lui.

Già la privatizzazione della salute in Kenya rivelava le sue aberranti manifestazioni, incluso il fatto che – come raccontava il taxista con angoscia – anche partorire in ospedale comportava un costo che la maggior parte della popolazione non poteva permettersi. I parti difficili finivano male, perlopiù, era accaduto anche a sua figlia.  

Oggi, nel paese che nel 2000 si collocava al secondo posto al mondo (dopo la Francia) per la qualità del servizio sanitario nazionale secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), ci stiamo dirigendo – un passo alla volta, neppure tanto lentamente – nella stessa paradossale direzione. La brutale esperienza italiana della pandemia è stata rimossa in un soffio, un fastidioso ricordo del passato, malgrado le molteplici perduranti e visibili conseguenze.

Ritorna in voga invece la stagione dei tagli alla sanità pubblica, come se non bastasse lo schiaffo in faccia delle insufficienti risorse del PNRR assegnate ai servizi sanitari devastati da Covid-19.

I tagli al comparto della salute fanno capolino già dalle prime bozze della legge di bilancio, in stupenda sintonia con le proiezioni del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che prevede 143 paesi sotto la morsa di nuove riforme di austerity entro la fine del 2023 (Ortiz e Cummins, 2022): l’85% della popolazione mondiale!

Ma torniamo in Italia. Mentre si (ri)accende il dibattito politico sulla scandalosa crisi della sanità pubblica, incalzato da acuminate inchieste come quella recente su sanità e assicurazioni de Il Fatto Quotidiano e da opinioni di esperti che pesano  la portata sociale del collasso del sistema sanitario nazionale – si legga Antonello Maruotti su Avvenire in merito al constante impoverimento della popolazione italiana alimentato dai costi delle prestazioni essenziali – emergono dalle strutture private accreditate sollecitazioni che ravvivano le angosce del taxista kenyano: il pronto soccorso privato, a pagamento.

Un accesso ai servizi di emergenza che non dipende dai codici rossi, ma dai codici delle carte di credito e dei conti correnti bancari!

Il percorso di privatizzazione della salute in Italia torna alla grande dopo la breve pausa pandemica, senza trovare alcun ostacolo. La situazione ha raggiunto livelli più che allarmanti: almeno il 60% dei fondi pubblici finisce in mano ai privati, in particolare per l’acquisto di servizi medici e farmacologici; più del 50% delle istituzioni sanitarie che si occupano di malattie croniche sono in mano ai privati, così come lo sono più dell’80% delle istituzioni di assistenza sanitaria residenziale.

L’Osservatorio GIMBE ha calcolato oltre 12 miliardi di sprechi e inefficienze, assorbiti da sovra e sottoutilizzo dei servizi sanitari, con prestazioni che sono fornite in assenza di un adeguato coordinamento, con crescenti disuguaglianze di accesso tra regioni, interne alle stesse regioni (fra aree urbane e rurali), fra popolazioni in stato di bisogno,  con scarsa uniformità di protocolli,  segmentazione di gestioni amministrative a cui si associano di volta in volta ricorrenti fenomeni di disinvestimento e riallocazioni di risorse (finanziarie e umane).

La cronica mancanza di finanziamento alla sanità pubblica – una metastasi cui hanno contribuito con grande spirito di continuità i governi di ogni colore politico – si è saldata con la mancanza di programmazione e con la sostanziale assenza di un dialogo sociale in grado di coinvolgere le realtà interessate della società civile.

Questo scenario ha prodotto danni incalcolabili e consegnato la sanità pubblica al privato sociale (che ne ha fatto un progettificio per la gestione delle crescenti marginalità) e al privato profit che ne ha fatto territorio sconfinato di profitto.

Una forte spinta a queste dinamiche di decostruzione del servizio sanitario nazionale è venuta dalla devolution sanitaria scaturita dalla riforma del Capitolo V della Costituzione, una classica ricetta neoliberista somministrata da decenni in tutto il mondo contro ogni realistica evidenza, precisamente con lo scopo di erodere ogni capacità politica dei governi in ambito sanitario.

Le esternalità negli esiti di salute sono immense.  In Italia, lo abbiamo registrato con la pandemia, la regionalizzazione è stata uno dei fattori di più acuta debilitazione della risposta italiana all’inatteso virus SARS-CoV-2.

Il dato relativo alla fragilità strutturale derivante dalla regionalizzazione della salute in Italia era stato prontamente identificato nel primo rapporto dell’Oms sull’impatto del nuovo coronavirus, relativo all’Italia, pubblicato il 13 maggio 2020 e rimosso solo dopo 24 ore dal sito Oms.

Ma la progressiva privatizzazione della sanità avanza in tutto il mondo, quello italiano è solo il tassello di un fenomeno più ampio e globale.  In un magnifico saggio pubblicato nel 2020 con il titolo The Privatized State(tradotto in italiano: Privatocrazia. Perché privatizzare è un rischio per lo Stato Moderno), Chiara Cordelli spiega come i processi di privatizzazione non comportino affatto una riduzione della spesa pubblica complessiva né delle dimensioni dello stato, laddove subentra invece una ripartizione del potere politico all’interno di un sistema amministrativo il cui la gestione della funzione pubblica viene delegata, sic et simpliciter, ai privati.

In altre parole, i privati vengono chiamati ad operare come amministratori pubblici e i fondi pubblici finiscono nelle mani dei privati, che operano come agenti dello Stato, sicché lo Stato si trasforma nella sua propria essenza, ed in ultima analisi si privatizza. Con esiti disumanizzanti nel caso della salute, come già avviene nel sud del mondo.

Il modello della sanità privata si diffonde a macchia d’olio anche grazie all’azione di istituzioni finanziarie internazionali, Banca Mondiale in testa. Queste destinano ingenti fondi pubblici al settore privato con l’obiettivo dichiarato di promuovere lo sviluppo economico nei paesi poveri, combattere la povertà e migliorare i servizi sanitari.

Le conseguenze sono semplicemente sconvolgenti, come racconta con rara potenza di denuncia il rapporto Sick Development, frutto di una complessa e coraggiosa ricerca di Oxfam sulla privatizzazione della salute in Africa. La ricerca è associata ad un secondo rapporto dal titolo First,do no Harm, che include un approfondimento sull’India.

“E’ terribile vederla così, il suo corpo è trasformato. Non sembra più nemmeno un corpo, ma un ammasso di pietra”.  Franciska Wanjiru parla della salma di sua madre, trattenuta da due anni presso il Nairobi Women’s Hospital per il mancato pagamento delle spese ospedaliere. Il suo debito equivale a 43.000 dollari.

La storia di Franciska non è un caso estremo ed eccezionale – nel 2017 una donna si è vista trattenere il figlio appena nato per oltre tre mesi, perché incapace di pagare i 3000 dollari richiesti per il parto, e la detenzione dei pazienti, e delle loro salme, come forma di intimidazione e di estrazione finanziaria è andata avanti in Kenya anche dopo il pronunciamento di un tribunale contro l’ospedale per violazione della Costituzione.

Più di recente, nel marzo 2021, la Corte Suprema ha imposto al Nairobi Women’s Hospital un risarcimento di oltre 27.000 dollari a favore di Emmah Muthoni Njeri, illegalmente detenuta per oltre cinque mesi. E poi ci sono le ritorsioni contro il personale sanitario per aver affrettato le dimissioni dei pazienti, le pressioni sul personale medico perché richieda nuove diagnosi, la raccomandazione ai pazienti di interventi chirurgici inutili. Tutto documentato nel rapporto, inclusa la paura dei familiari che temono ritorsioni sui loro cari. 

Sia chiaro: il Nairobi Women’s Hospital non è una mela marcia, e il problema non riguarda solo il Kenya. In molti paesi a basso reddito, ospedali privati sfruttano i bisogni di comunità spesso prive di strutture sanitarie pubbliche e abusano dei pazienti.

Imprigionandoli se non pagano il conto, negando loro il pronto soccorso se son poveri, strattonandoli finanziariamente con tariffe improponibili anche quando spetterebbero loro cure gratuite, sospingendoli in un abisso di dolore e impoverimento di cui vengono investiti familiari e amici, e da cui è praticamente impossibile riscattarsi. Non guardano in faccia a nessuno, neppure le partorienti.

I Lagoon Hospitals in Nigeria, il quarto paese al mondo per mortalità materna, annunciano tariffe convenienti per un parto a patto di avere un’assicurazione privata (il 97% della popolazione né è priva), una copertura aziendale o il contante.

La convenienza corrisponde a nove mesi di reddito per il 50% più povero della popolazione, a 9 anni per il 10% di fascia più bassa. In India due ospedali convenzionati, rispettivamente negli stati di Chhattisgarh e Odisha, hanno rifiutato cure gratuite a titolari di assicurazioni governative e altre esenzioni, costringendo le famiglie di questi pazienti a “conseguenze finanziarie catastrofiche”.

Oxfam racconta dettagli raccapriccianti: medicinali messi in conto al prezzo gonfiato del 50%, cateteri monouso riutilizzati e addebitati più volte, casi da medicina d’urgenza rifiutati per insufficienza finanziaria (sebbene la legge in India imponga l’obbligo di cure d’emergenza per gli incapienti).

Neppure la pandemia Covid-19 è servita per immunizzarli, questi privati. Quale migliore occasione del resto? Nel culmine dell’emergenza hanno volteggiato sulla paura e sui sintomi dei pazienti senza farsi scrupoli. In Uganda, il Nakasero Hospital di Kampala faceva pagare un letto in terapia intensiva l’equivalente di 1.900 dollari al giorno. Al TMR Hospital, i familiari di un paziente poi deceduto a causa del virus si sono ritrovati l’esorbitante conto di 116.000 dollari da saldare.

La vera patologia sta a monte: i proprietari e gestori di questi ospedali non riescono a pensare alla salute se non in termini di lucro.  E questo scandalo ci riguarda direttamente. Gli ospedali privati di cui racconta il rapporto di Oxfam sono foraggiati dalle istituzioni finanziarie europee per la cooperazione allo sviluppo.

I ricercatori hanno rintracciato circa 400 investimenti in capo a tre entità nazionali europee – la British International Investment (BII), la Proparco francese e la Deutsche Investitions und Entwicklungsgesellschaft (DEG) – poi alla Banca Europea per gli Investimenti (BEI) e infine alla International Finance Corporation (IFC), il braccio privato della Banca Mondiale. Intrecciate fra loro più volte nei finanziamenti.

La ricerca riesce a individuare 358 investimenti ad aziende sanitarie private nei paesi a medio e basso reddito fra il 2010 e il 2022, per un totale di 3,2 miliardi di dollari. Il 56% degli investimenti europei sono destinati a ospedali privati e ad una miriade di providers privati soprattutto in Africa e in Asia, tramite intermediari finanziari del comparto sanitario. La Banca Mondiale risulta co-investitore in almeno 42 delle operazioni di intermediazione finanziaria e in almeno 112 investimenti diretti ad aziende private.

La mobilitazione finanziaria a favore dei privati per la salute dei paesi poveri si aggancia da qualche anno agli obiettivi per lo sviluppo sostenibile, in particolare alla copertura sanitaria universale, tema prioritario nella agenda internazionale. Le operazioni si costruiscono tuttavia nel più sorprendente deficit di trasparenza e di accountability – è stato arduo estrarre le indispensabili informazioni, ancora troppo scarse.

Le numerose operazioni, in aumento dopo la pandemia (per quanto riguarda la Banca Mondiale), si dipanano in una trama invisibile di intermediari finanziari, perlopiù fondi di azionariato privato, impenetrabili anche perché hanno sede nei paradisi fiscali – l’80% dei 140 intermediari intercettati da Oxfam sono domiciliati alle Mauritius e alle Isole Cayman.  Privatizzazione e finanziarizzazione della salute vanno a braccetto allegramente nel sud del mondo con i nostri soldi, ma sempre più dettano legge anche da noi, malgrado la pandemia e le sue inequivocabili lezioni.

Il rapporto di Oxfam dà la sveglia, per questo va letto con molta cura per la visione prospettica che rilancia anche ai paesi ricchi: la salute pubblica, universalista e gratuita, è la via maestra. Non si può trattare su questa materia.

L’alternativa è una disumanizzazione che non ha nulla a che vedere con la salute e la sostenibilità, se non quella degli affaristi privati che senza scrupoli ne approfittano, anche in Italia. Pensiamoci! E mobilitiamoci per salvare il nostro servizio sanitario pubblico, se non vogliamo fare la fine di Franziska ed Emmah.

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lunedì 29 maggio 2023

Il Sistema Sanitario Nazionale è molto malato

 

In fin di vita: appunti dal capezzale del Sistema Sanitario Nazionale - Antonio Bove

 

Dopo la pandemia la speranza di un possibile cambiamento rispetto alle drammatiche condizioni del sistema sanitario si è arenata: nel silenzio dell’opposizione sociale la classe dominante si organizza e il progetto di autonomia differenziata firmato Calderoli sarà l’unica risposta concreta al dramma del Servizio Sanitario Nazionale italiano: la sua definitiva cancellazione.

 

Durante il primo lockdown la speranza in un possibile cambiamento del sistema dissestato in cui gli operatori si trovavano a lavorare era l’unico antidoto all’angoscia dei turni di Pronto Soccorso. Ripensando, però, alle condizioni storiche che hanno prodotto lo sfascio del nostro sistema sanitario, alle enormi responsabilità della stessa categoria medica e al sostanziale disinteresse del resto della popolazione per i temi della salute, è chiaro che quella fosse solo una forma disperata di autodifesa, il miraggio di una luce in fondo alla galleria. Terminata per decreto l’emergenza, infatti, la salute pubblica è tornata a essere l’ultimo problema dell’agenda politica. E non parliamo soltanto dell’agenda dei politici di professione, perché sarebbe troppo semplice quando, invece, è arrivato il momento di parlare di tutti noi.

La politica, del resto, una risposta al problema la sta elaborando, perché nel silenzio dell’opposizione sociale la classe dominante si organizza e il progetto di autonomia differenziata firmato Calderoli sarà l’unica risposta concreta al dramma del Servizio sanitario nazionale italiano: la sua definitiva cancellazione. Per il resto in Italia non si è avuta alcuna mobilitazione generale sulla «questione sanità» mentre nel resto d’Europa qualcosa si muove.

Una serie di scioperi ha attraversato il continente dallo scorso dicembre, quando i medici francesi sono scesi in piazza contro la proposta di riforma sanitaria seguiti a gennaio da infermieri e medici addetti alle cure primarie nel Regno Unito. A febbraio 250.000 operatori sanitari spagnoli hanno sfilato a Madrid contro i tagli alla sanità e in Portogallo e Germania a marzo sono scattati gli scioperi dei medici contro i tagli e per il rinnovo del contratto. Queste mobilitazioni, senza precedenti negli ultimi anni, sono il segnale di un rinnovato protagonismo del settore contro la chiara direzione delle politiche sanitarie europee in risposta alla crisi: tagli, deterioramento delle condizioni lavorative e la volontà di liberarsi della spesa sanitaria, ormai preponderante nei bilanci pubblici, per devolvere ai gruppi privati quello che ormai è un «problema» per governi centrali ed enti locali.

Una riforma sostanziale in grado di investire non soltanto gli aspetti organizzativi e quelli del lavoro ma lo stesso ruolo della medicina nella società necessiterebbe, infatti, di investimenti che le classi dirigenti europee non vogliono accollarsi perché significherebbe uno travaso di miliardi in un progetto a lungo termine che non produrrebbe profitti immediati e nemmeno facile consenso elettorale, per una classe politica che della borghesia industriale e finanziaria è, oggi più che mai, «comitato d’affari». Intanto nel summit organizzato da Oms, Ue e Ministero della Salute rumeno a marzo è stata firmata la Carta di Bucarest, un documento che risponde alla crisi con 11 punti nei quali si punta a intervenire, con una dichiarazione d’intenti ma senza progetti concreti, sulle condizioni lavorative e l’aumento di investimenti pubblici.

In Italia la risposta alla crisi del sistema, messa a nudo dalla tragedia del Covid, si è concretizzata nella fuga degli operatori verso il privato, emigrazione all’estero e rifiuto di intraprendere le attività più rischiose come quelle dell’area di urgenza-emergenza. Sono molti i concorsi per contratti a tempo indeterminato andati deserti o quasi, laddove un tempo ci sarebbe stata ressa per entrare a vita dentro la «Grande Madre» del Servizio sanitario pubblico.

Resta la domanda, a fronte delle mobilitazioni europee di settore, sul perché del silenzio italiano su un tema così rilevante. Una risposta esaustiva ha bisogno di tenere presente la condizione attuale in relazione ai processi storici che l’hanno prodotta, senza comprendere i quali si finisce con l’abbaiare alla luna.

Guardando all’Europa che si muove è evidente che quelle mobilitazioni, così come le lotte in Francia contro la riforma del sistema pensionistico, siano eventi dentro cui è forte l’impronta dei sindacati che, a differenza di quanto accade dalle nostre parti, gli scioperi li fanno invece che minacciarli di continuo. In Italia ormai l’idea dello sciopero generale è ridotta allo spauracchio di Cavallo Pazzo che a cavalcioni della ringhiera di Sanremo urla: «Mi butto! Guarda che mi butto! Oh, mi butto davvero ho detto!», aspettando che Pippo Baudo vada a recuperarlo.

Se si considera, invece, fuori dalle lotte di settore, la società nel suo complesso, va detto che nel nostro Paese mancano mobilitazioni concrete e di massa perché non esiste più una cultura della salute e delle politiche sociali a sua tutela, gli italiani considerano il servizio sanitario pubblico qualcosa di «naturale» e hanno interiorizzato il discorso del potere, ritenendo la questione salute un problema esclusivamente tecnico.

Esperienze di lavoro collettivo e mobilitazioni locali, che pure ci sono, rappresentano sicuramente momenti importanti ma la loro frammentazione e l’incapacità a produrre proposte politiche articolate è un elemento di debolezza strutturale determinante. Per quanto riguarda le diverse categorie di operatori del settore, invece, che abbiano dato prova, durante la crisi, di abnegazione e professionalità è indubbio ed è solo per questo che, per quanto disastrato, il Ssn non è ancora colato a picco. A proposito di tale «senso di responsabilità», però, andrebbe fatta una riflessione sull’altra faccia di questa dedizione al lavoro che è l’incapacità di protagonismo politico di chi ha «tirato la carretta» durante la crisi senza mai mobilitarsi a fronte della mancanza di percorsi di sicurezza nelle strutture ospedaliere, della carenza di presidi, della sostanziale arte di arrangiarsi delle direzioni sanitarie di gran parte delle strutture, tristemente rappresentata dalle buste della spazzatura legate ai piedi degli operatori privi di calzari per lavorare nei Pronto Soccorso.

La passività di fronte a questa situazione tragica è senso di responsabilità o il grado zero della capacità di iniziativa politica? La remissività di fronte al potere monocratico dei Direttori Generali rientra nella virtuosa abnegazione o è, invece, uno specchio drammatico dell’anemia politica del mondo degli operatori e delle loro rappresentanze sindacali?

Sarebbe onesto, a fronte di tale situazione, parlare chiaramente, a parte la meritoria resistenza in trincea, della resa collettiva di una categoria, in particolare quella medica, che non ha mostrato uno spessore culturale e politico adeguato a prendere in mano il proprio destino (inevitabilmente legato a quello collettivo) nemmeno di fronte a una simile catastrofe. In questo senso aveva ragione chi parlava di «apocalisse» perché la crisi pandemica è stata soprattutto una «rivelazione», in grado di mostrarci davvero chi siamo e dove stiamo andando.

Il silenzio italiano, del mondo del lavoro e della società del suo complesso, quindi, è frutto di un disastro culturale e politico prodotto da quarant’anni e oltre di arretramento delle lotte di classe e della disgregazione del tessuto politico che fino alla fine degli anni ’70 aveva tenuto testa alla ristrutturazione capitalistica. Se ci si vuole interrogare davvero su quello che sta accadendo nel nostro Paese, quindi, bisogna riflettere su quanto avvenuto in questi ultimi quarant’anni e sullo stato di agonia delle organizzazioni di classe e dei movimenti sociali, di cui il silenzio sui temi della sanità è uno degli aspetti.

All’indomani della riforma 833 del ’78 che istituiva il Servizio sanitario nazionale (Ssn) dopo un decennio di lotte di classe di intensità inaudita, si è avviato un immediato processo di controriforma, all’interno di un piano complessivo di ridimensionamento delle conquiste operaie del «decennio rosso», operato dalle classi egemoni italiane all’indomani della sconfitta di Mirafiori del 1980. La riforma del ’78 rappresentava un indubbio punto di svolta per le politiche di salute nel nostro Paese e sarebbe dovuta diventare la pietra angolare di un processo di evoluzione del servizio sanitario, in grado di rispondere in maniera dinamica alle esigenze di una popolazione in transizione demografica ed epidemiologica. Quel punto di svolta rappresentava una faglia che andava chiusa perché avrebbe significato investimenti continui, da stornare da altre voci di bilancio più redditizie e così a partire dal 1980 le classi dirigenti italiane si sono adoperate con ogni mezzo per azzerarne il portato. È evidente, quindi, che se la riforma 833 nasceva dalla spinta delle lotte di classe, l’attuale disgregazione delle organizzazioni di base e dei movimenti sociali è il vero responsabile del grande sonno in cui versa il dibattito sulla salute (e non solo) in Italia.

In questo senso solo un rinnovato protagonismo di queste organizzazioni può incidere in maniera significativa su quella che sembra un’agonia irreversibile e confidare, invece, in una iniziativa riformatrice guidata dagli «addetti ai lavori» significa confondere il ruolo dei tecnici con quello della direzione politica dei processi.

Che questo sia il nodo, del resto, lo dice la storia stessa della medicina, durante la quale i momenti più alti sono stati quelli in cui il protagonismo della «soggettività del servo» ha prodotto una filosofia del mondo e una dimensione storica all’interno delle quali le scienze, come prodotti storico-sociali, si avvicinavano alle reali esigenze umane. Pensiamo alla Rivoluzione francese e a tutte le esperienze storiche in cui l’emergere di questa soggettività ha spinto la medicina ad abbandonare il suo carattere esclusivamente «assistenziale» e perdere il suo aspetto di razionalizzazione e controllo per diventare scienza al servizio degli esseri umani.

Dalla Russia dei Soviet al Viet Nam della «medicina al servizio del popolo», dall’America Latina dell’esperienza di Allende fino alla rottura rivoluzionaria degli anni Settanta italiani, dentro cui matura un’esperienza della medicina sociale di grande rilievo. Questi esempi, nobili e purtroppo lontani, testimoniano che solo quando «i servi», sani o malati, si organizzano ponendosi di fronte alla scienza con l’esigenza che ne siano controllate la finalità possono costringerla a mettersi al servizio di una collettività non più inerte e passiva.

Il rapporto della scienza con i problemi concreti dell’uomo, infatti, è sempre relativo al grado di pressione che gli oppressi esercitano e, nello specifico, la vicinanza o la distanza della medicina da essi coincide con il ruolo che occupano dentro l’organizzazione sociale, soggetti protagonisti oppure oggetti subordinati.

La direzione della medicina, l’organizzazione sanitaria e i suoi aspetti tecnici sono un riflesso dell’ordinamento sociale e la separazione della scienza dall’umano che andrà aumentando sempre più dalla fine del XIX secolo per diventare smisurata ai giorni nostri coincide perfettamente con ciò che diventa l’umanità nella società del dominio capitalistico: un insieme di soggetti espropriati del corpo in funzione della produttività.

Ecco perché è fondamentale che un nuovo dibattito non solo sull’organizzazione sanitaria ma sulla medicina e il suo ruolo cominci non tra gli scranni parlamentari e nemmeno all’interno delle società scientifiche ma dentro il corpo vivo della società e all’interno delle organizzazioni di base, anche per evitare che una serie di istanze pur giuste e comprensibili, come quelle espresse da una parte della società durante la crisi pandemica, siano abbandonate all’influsso mefitico degli algoritmi e al veleno dei social network.

A tale proposito l’insieme dei movimenti sociali deve cominciare con urgenza ad analizzare la complessità di questa fase storica ponendo come prioritaria la questione culturale e la necessità di una nuova alfabetizzazione dei movimenti sociali e delle organizzazioni di base sui temi della salute, della medicina e della sanità, per evitare che le mobilitazioni si riducano a un insieme di proclami generici senza sostanza politica che fanno il gioco del nemico.

Ripartire da questo è un punto necessario, per cominciare almeno a chiarire alcuni nodi teorici e pratici essenziali, in un rinnovato rapporto culturale e politico tra tecnici e organizzazioni che provi a rianimare il paziente, prima che sia troppo tardi.

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Il diritto alla salute è malato - Nicoletta Dentico

 

Il diritto alla salute non gode affatto di buona salute. E neppure l’Oms, sfregiata dalla tentacolare influenza di interessi privati. Ma guai a ritenerla frettolosamente inutile o spacciata

 

La comunità di salute pubblica internazionale è tutta a Ginevra questa settimana per la 76ma assemblea Mondiale della Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Un evento fortemente simbolico quest’anno. Settantacinque anni fa diventava operativa l’Oms, la prima agenzia tecnica delle Nazioni Unite, e il diritto alla salute era il primo a farsi diritto internazionale vincolante.

Un fatto che pochi conoscono, ma che interpreta un’inequivocabile visione, negli anni del dopoguerra. La classe politica sopravvissuta alla catastrofe di due conflitti mondiali, alla follia di due genocidi (contro armeni ed ebrei), alla ferocia di due ordigni nucleari sganciati in pochi giorni su Hiroshima e Nagasaki, non esitarono a incarnare un’aspirazione decisamente utopica, per rinascere dalle braci della distruzione.

Cooperare era meglio che farsi la guerra. Realizzare il più alto livello di salute possibile per tutta l’umanità era la strategia vincente per rendere il mondo un luogo più sicuro.

La Costituzione dell’sms, il cui preambolo si staglia come una delle più alte elaborazioni concettuali di politica internazionale, coniuga salute e pace come condizioni per la sostenibilità e la dignità di ogni persona sul pianeta. Che cosa resta oggi di quella visione?

È in chiaroscuro la lunga storia dell’Oms, certo, ma non possiamo liquidare le molti luci. In sette decenni l’aspettativa di vita nel mondo è aumentata da 46 a 73 anni, con i progressi più significativi nel Sud globale. La campagna contro il vaiolo, iniziata nel 1959, ha portato alla sua eradicazione nel 1980: il vaiolo resta la sola patologia della storia estirpata finora.

Siamo vicini a eliminare la poliomielite e il verme della Guinea. In 42 paesi è scomparsa la malaria e in 47 è stata debellata almeno una malattia infettiva. Prima che Covid sconvolgesse il pianeta, tubercolosi e HIV erano sotto controllo. La mortalità materna al parto è crollata di un terzo negli ultimi venti anni, del 50% quella dei bambini – anche se un recente rapporto dell’Oms lancia l’allarme di un pericoloso stallo sulla salute materno-infantile dal 2015, a confermare la fragilità di ogni successo anche nell’era della sostenibilità.

L’Oms ha saputo esprimere il meglio di sé quando, avvalendosi del suo potere normativo, ha agguantato la piaga del tabagismo e smascherato la lobby del fumo, che negava la sua connessione con il cancro.

La adozione nel 2005 della convenzione sul controllo del tabacco segna una pagina memorabile dell’Oms, e rimanda alla storica riluttanza dei governi di usare questa potenzialità enorme in altri ambiti.

Nel 1978 la prima conferenza internazionale sulla salute pubblica voluta dal direttore dell’Oms Halfdan Mahler ad Alma Ata si incuneava nelle pieghe della guerra fredda per proiettare una politica ispirata ai diritti sociali fondamentali e alla richiesta di un nuovo ordine economico internazionale, con lo storico orizzonte della salute per tutti entro l’anno 2000.

Questa pietra miliare della salute pubblica ha ridisegnato la cultura sanitaria nel mondo. Mahler ebbe a definire la Dichiarazione di Alma Ata «un momento sacro» e «un sublime consenso» della comunità internazionale. La sua attualità è intatta.

Ma nel 1981, a pochi anni da Alma Ata, negli Stati Uniti una nuova patologia del tutto sconosciuta colpiva la comunità gay, salvo poi diffondersi a macchia d’olio su persone di ogni genere ed età. Ci vollero due anni per trovarne l’origine nel virus dell’HIV.

 

Intanto un altro virus si faceva strada, ben più difficile da fronteggiare: l’ideologia dell’economia assolutizzata come mezzo e non come fine ha imposto l’universalizzazione del modello di sviluppo americano, combinato con forme selvagge di deregolamentazione e finanziarizzazione, in tutto il mondo.

Il vento del riduzionismo economico ha trasfigurato le politiche sanitarie, ampliando e stratificando le disuguaglianze sanitarie ovunque.

Se è vero che dal 2000 è aumentato l’accesso ai servizi sanitari essenziali, è altrettanto evidente che la adozione di programmi verticali su singole malattie, basati sull’approccio biomedico di matrice occidentale – l’opposto della visione di Mahler – ha neutralizzato la spinta di molti paesi – anche nel Sud del mondo – verso politiche correlate ai determinanti della salute.

L’agenda sanitaria neoliberale ha sospinto con forza una declinazione umanitario-medicalizzata della salute, con il preciso intento di aprire le porte ai privati. Una strategia che ha progettato gli interventi e deformato l’impianto dei sistemi sanitari dei paesi in via di sviluppo, asserviti alle priorità dei donatori.

Oggi, il 50% della popolazione mondiale non ha accesso a uno o più servizi sanitari di base, né al personale sanitario. Dal 2000, due miliardi di persone sono costrette a pagare di tasca propria, con sacrifici inenarrabili, i servizi sanitari essenziali: un terzo in più in 20 anni (Oms, 2023).

Aumentano intanto i bisogni della popolazione mondiale, sotto gli effetti intossicanti del modello di sviluppo imposto dalla globalizzazione sul suolo, l’aria, le acque, sul modo stesso di vivere delle persone. Cresce la popolazione che vive in uno stato di eccezione quasi permanente, discriminata e marginalizzata come se non fosse umana.

Cresce la massa di popoli in movimento alla ricerca di una via di salvezza o solo di una vita degna, costretta a scontrarsi con la ferocia di politiche sicuritarie che alterano lo stato di salute fisico e mentale di chi le subisce ma anche lo stato di salute civile e umana di chi le somministra.

Il diritto alla salute non gode affatto di buona salute. E neppure l’Oms, sfregiata nel suo mandato costituzionale dalla tentacolare influenza di interessi privati. Ma guai a ritenerla frettolosamente inutile, o spacciata.

L’Oms è la somma della volontà dei suoi stati, il mondo sarebbe ben peggiore senza. Così, tanto per cominciare da noi: che fa l’Italia per sostenere davvero questa organizzazione?

Articolo pubblicato su Il Manifesto

https://comune-info.net/il-diritto-alla-salute-e-in-gravi-condizioni/

venerdì 24 giugno 2022

Al Wto vince l’egemonia delle élite: nessun Trips Waiver - Nicoletta Dentico

 

Al vertice di Ginevra sul commercio mondiale la dichiarazione finale blinda un accordo che salvaguardia pochi Stati e le loro industrie a scapito dei paesi del Sud del mondo sulla proprietà intellettuale sui vaccini e altro. Vincono le lobby contro il Trips Waiver, multilateralismo in frantumi.

Mentre impazza il terrore bellico in Ucraina, con attenzione mediatica senza precedenti anche per gli effetti strutturali che la guerra sta cominciando ad arrecare, un’altra faglia di estenuante conflitto agita il mondo con le sue proprie vittime e le sue macerie diplomatiche. Mi riferisco alla richiesta di sospensione dei diritti di proprietà intellettuale, avanzata da India e Sudafrica più di un anno e mezzo fa all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), il cosiddetto TRIPS Waiver, per poter rispondere con maggiore efficacia alla pandemia di Covid19. 

Dopo mesi di assordante silenzio, il tema è decisamente tornato alla ribalta nei prolungati giorni di convulso stallo negoziale alla MC12 del WTO, in una Ginevra blindata per l’arrivo dei ministri del Commercio e le mobilitazioni della società civile, qui confluita per l’occasione a 4 anni dall’ultima conferenza interministeriale in Argentina. Un accordo sarebbe quanto mai essenziale a salvare quel che resta del multilateralismo in queste ore a Ginevra, mentre la comunità internazionale è dilaniata dalla tragedia dell’Ucraina, ma il testo della dichiarazione finale – chiuso senza che le delegazioni abbiano avuto la possibilità di vederlo e approvarlo, come indicano alcuni delegati governativi presenti – blinda un accordo che salvaguarda i privilegi delle élite mondiali, a scapito dei paesi del sul del mondo. E non solo sul versante della proprietà intellettuale. La Direttrice Generale Dr Ngozi Okonjo-Iweala ha navigato con molto protagonismo questa partita, denunciando lo stallo negli ultimi venti anni del WTO e rivendicando l’urgenza di un cambio di passo. Ma alla fine, in nome di un esito che fosse spendibile per certi organi di stampa come Bloomberg che annunciano uno storico accordo, la DG ha permesso che l’egemonia di pochissimi Stati membri e delle loro industrie avesse il sopravvento sul buon senso e l’interesse comune, forzando un consenso che non c’era. 

All’inizio del 2021, quando tutto il mondo era in preda al virus e in attesa dei vaccini, il TRIPS Waiver aveva suscitato l’indignazione diffusa delle opinioni pubbliche e della stampa, come era accaduto due decenni prima con lo scandalo degli antiretrovirali contro l’HIV/AIDS. La proposta di India e Sudafrica, forte dei suoi molti e accreditati sostenitori, era   approdata con qualche sorpresa persino nei talk shows televisivi più in vista, spesso refrattari a trattare gli spinosi temi della globalizzazione. Questa scintilla di attenzione sulle storture dei monopoli brevettuali che governano la gestione della conoscenza era parsa una promessa di cambiamento che Covid-19, pur con tutte le sue vittime, avrebbe potuto dischiudere. Ma da quando il mondo occidentale ha completato il suo accaparramento dei vaccini contro SARS-CoV-2 – con buona somministrazione di terza dose per molta parte della popolazione, e l’avvio della quarta dose per alcune fasce più a rischio – il tema della sospensione della proprietà intellettuale è divenuto nuovamente roba per addetti ai lavori della società civile, tema di nicchia su cui riconfermare a tutti costi il silenzio stampa, per via di un patologico asservimento dei media alle lobby industriali o filantropiche che si oppongono al Waiver. 

E dunque, da un anno a questa parte, chi ha più sentito parlare della proposta di liberare la conoscenza scientifica e renderla un bene comune cui sia possibile accedere derogando finalmente ai monopoli, per inventare tecnologie e produrre rimedi contro Covid-19? Parlarne era nuovamente un’impresa, man mano che le poche delegazioni ostili serravano la strada a ogni prospettiva di una mediazione di senso.  È diventato difficile discuterne anche a livello politico, mentre la riaffermazione della proprietà intellettuale come condizione indispensabile per produrre innovazione si imponeva nuovamente con forza, e contro ogni evidenza scientifica ormai. Il dogma non si doveva toccare. Non si potevano creare precedenti, anche se aprire le maglie del sapere scientifico per qualche anno avrebbe fatto un gran bene alla qualità della scienza e ai bisogni del mondo (anche nei paesi ricchi). E che sia un dogma lo dimostra il funambolico attivismo della comunità internazionale a trazione occidentale per cercare acrobatici accrocchi alternativi, con la benedizione del G20,  ed evitare ogni moratoria del trattato TRIPS.  

Eppure, non ci stanchiamo mai di ripeterlo, stiamo parlando di una possibilità prevista dal diritto internazionale e di una misura che gode del sostegno della stragrande maggioranza dei membri dell’OMC e di circa 700 parlamentari europei. Parlamenti nazionali si sono ripetutamente espressi a favore dei Waiver, come ha fatto il Parlamento Europeo con due risoluzioni votate a maggioranza. Stiamo parlando di una soluzione che gode del sostegno di diverse organizzazioni internazionali, della comunità scientifica e medica, di premi Nobel dell’economia come Joseph Stiglitz, di Papa Francesco, il quale è tornato più volte sulla necessità della scienza come bene comune, e non privato. 

Ad essa si sono opposti cocciutamente la Commissione Europea, la Svizzera e la Gran Bretagna. Gli Stati Uniti, dopo l’apertura del 5 maggio 2021 alla possibilità di un waiver dei brevetti solo per i vaccini, hanno fatto il pesce in barile mandando avanti i più ostinati, oppure sono entrati nel vivo del negoziato per aggiungere condizionalità geografiche, criteri di eligibilità fatti apposta per escludere la Cina, e per assicurarsi che la mediazione discuta solo di vaccini, escludendo ogni altro prodotto essenziale alla lotta contro Covid-19 (diagnostici, terapeutici, strumenti medicali come respiratori, ventilatori, etc.). Un itinerario lunghissimo di fitte riunioni formali e informali a Ginevra per prendere tempo, e per estenuare gli stessi proponenti del TRIPS Waiver. India e Sudafrica sono stati coinvolti negli ultimi mesi in un controverso compromesso a quattro (QUAD Compromise) con USA e UE, che costituisce per l’appunto il minimo comune denominatore delle posizioni di USA e UE. Il compromesso, validato solo dalla Commissione Europea, prevedeva nuovi obblighi che non sono presenti nell’accordo TRIPS. Insomma, una bufala. E poi le consuete pratiche di Green Rooms,  note ai veterani del WTO.  Si tratta di incontri a invito e porte chiuse organizzati anche in questi giorni alla 12ma Ministeriale per discutere del TRIPS Waiver – ma usate anche per gli altri dossier in agenda alla 12ma Ministeriale: pesca, agricoltura e sicurezza alimentare, riforma del WTO –  ai quali  sono stati esclusi la maggior parte degli altri governi, persino l’Indonesia presidente del G20 (sul TRIPS Waiver). 

L’economia della conoscenza scientifica ed i meccanismi legalizzati di “appropriazione della scienza” (come sostengono accreditati economisti) da parte di Big Pharma, anche quando l’innovazione è generata con finanziamenti pubblici (come, ma non solo, nel caso di Covid-19), definisce un crinale di guerra aperta tra il Nord e il Sud del mondo. Nessuno si scandalizzi per il paragone con la guerra tra Russia e Ucraina. Anche questa lo è. Miete vittime come le guerre – oltre 15 milioni sono le persone che hanno perso la vita per via di Covid19  secondo una recente stima dell’OMS;  12 milioni le persone morte di HIV/AIDS solo tra gli anni ’90 e 2000 in Africa, malgrado la disponibilità della terapia antiretrovirale, secondo l’attuale direttore di CDC Africa, Dr Ahmed Ouma Ogwell. 

Su questo fronte, come sul recente conflitto europeo, il multilateralismo esce a pezzi, in un dialogo tra sordi non più in grado di intercettare le istanze di cambiamento e di trovare una mediazione conveniente alla sfida delle future pandemie. Lo ha detto senza sconti il ministro del commercio indiano, indugiando sulle pieghe della ipocrisia internazionale al WTO. Il consenso forzato di questi giorni mette in serio pericolo la salute della democrazia intergovernativa e la salute stessa dell’umanità. E marcia di pari passo con gli sforzi della comunità internazionale di apparecchiare all’Oms gli scenari del futuro pandemico: come se si trattasse di un ineludibile destino, e non di un clamoroso fallimento della governance globale contaminata ovunque dagli interessi di monopoli privati.  

In altri tempi, le delegazioni del Sud del mondo avrebbero abbandonato le stanze del negoziato, come fecero a Seattle, per unirsi alla società civile. Non è accaduto questa volta, forse per non imbarazzare la direttrice africana, forse nella speranza di ottenere qualche margine di manovra a livello regionale o nazionale. Forse perché l’aria della globalizzazione oggi è molto più asfittica di quanto non fosse nel 1999. Quello che resta, oggi, sono due anni di pandemia nel segno dello scandaloso di asservimento all’industria farmaceutica. Ancora più forte, dopo Covid-19. 

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martedì 9 novembre 2021

G20 e COP26, il solito bla bla bla

 

Un global flop, da Roma a Glasgow - Nicoletta Dentico

 

Capita raramente di assistere a una sequenza di eventi globali così incalzanti da costringere i governi a metterci la faccia, per rispondere alla pressione dell’opinione pubblica mobilitata per le strade, e non solo alle ragioni talora oscure della geopolitica. Impegnati senza soluzione di continuità tra il summit conclusivo del G20 e la storica COP26 in corso a Glasgow, i leader della comunità internazionale, in un certo senso, non hanno scampo. 

Al summit di Roma, evento conclusivo della presidenza italiana del G20, i capi di Stato e di governo ci sono arrivati stremati dalle assenze annunciate di Russia e Cina e dalle profonde divisioni interne, e fino all’ultimo sono stati imbrigliati nel negoziato, per atterrare con difficoltà sul terreno comune di una dichiarazione finale dopo mesi di impegni vacui e una retorica sempre più lontana dalla realtà. Dal canto suo, la diplomazia italiana era pronta a inventarsi qualunque escamotage pur di dare l’impressione di aver lasciato un segno di successo diplomatico sul fronte della lotta alla pandemia e del cambiamento climatico. Francamente non è successo, nonostante il giudizio della stampa nostrana che ha raccontato il G20 come un’inversione di tendenza nella storia del multilateralismo, il ritorno simbolico sulla scena di un know-how tutto italiano in grado di convincere e raccordare posizioni molto divergenti. Arroccata sulla propaganda di pompose epocali decisioni, la stampa italiana, ben diversamente da quella straniera, ha operato un autentico travisamento della realtà, un travisamento privo di sensatezza perché induce al contrappunto di un’opinione pubblica sempre più cinica, disillusa di trovare risposte nell’autismo della politica. 

Gli appuntamenti del G20 e della COP26 segnano del resto solo una prima fase di settimane incandescenti e decisive per la definizione degli scenari futuri del mondo, dopo due anni di pandemia. La partita si gioca su più tavoli, distinti ma dialoganti tra loro, perché se c’è una cosa che COVID-19 ha insegnato al mondo è l’interconnessione non solo tra le persone e i popoli, ma anche tra i loro problemi.

All’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc) non si sono mai interrotti i negoziati per cercare una ostica mediazione sulla proposta di sospensione dei diritti di proprietà intellettuale (TRIPS Waiver) che India e Sudafrica hanno presentato un anno fa per liberare l’accesso alla conoscenza farmaceutica e ampliare la capacità di produzione dei rimedi contro COVID-19, vaccini e non solo; in vista della dodicesima conferenza ministeriale di fine novembre, la persistente reticenza europea a questa proposta mette a dura prova il multilateralismo commerciale a Ginevra. Pure all’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) c’è una certa fibrillazione da quando si sono accesi i motori della diplomazia internazionale sulla proposta di un trattato pandemico, sospinto dall’Unione Europea, con l’intento di stabilire regole vincolanti per rispondere alle pandemie del futuro. Il trattato pandemico sarà oggetto di una sessione speciale della Assemblea dell’Oms a fine di novembre, sempre a Ginevra. Si tratta di percorsi diplomatici concomitanti e ad alta intensità: analisti molto accreditati ritengono infatti che gli slanci della UE a favore del trattato pandemico all’Oms siano una mossa diversiva rispetto alla moratoria temporanea della proprietà intellettuale che Bruxelles continua ostinatamente a bloccare.

Finanza, clima, salute: su questi temi, il consesso del G20 era improrogabilmente chiamato a dare un forte segnale, anche perché racchiude l’80% delle emissioni di CO2. La speranza era che, nella interazione tra pochi governi, si potessero recidere, con visioni aderenti alla realtà e finanziamenti vincolanti, i nodi gordiani che dall’inizio della crisi pandemica mettono a dura prova il multilateralismo. Impreparato ad affrontare l’arrivo del virus, e oggi incapace di trovare una convergenza efficace almeno sul terreno dell’emergenza sanitaria e climatica, le due facce dello stesso fallimento di modello economico. Sebbene evocato a più riprese negli interventi della Nuvola, il coraggio di un orizzonte basato su regole globali intese al perseguimento dell’interesse pubblico e in grado di rilanciare la funzione dello Stato sulle sfrenate ragioni dell’economia neoliberista, non si è visto. Non c’è. Il G20 ha coinvolto regine, principi e privati per ragionare sull’urgenza delle soluzioni. 

Si è vista invece molta mistificazione. Sul clima, Draghi ha riconosciuto apertamente la sfiducia tra paesi emergenti e industrializzati sul terreno della responsabilità del riscaldamento globale, e ha speso parole forti sulla necessità di rispondere ai rischi del futuro, di ingaggiare leadership collettiva, di adattare tecnologie e stili di vita al “nuovo mondo da costruire, se vogliamo che sia la gratitudine, e non il risentimento, a segnare la risposta delle nuove generazioni”. Ma la dichiarazione finale del summit di Roma, che pure consolida l’accettazione dei risultati scientifici dell’IPCC per contenere il riscaldamento climatico entro 1,5 gradi centigradi, riproduce la consueta incapacità dei vertici ufficiali di tradurre in impegni misurabili la radicalità delle scelte climatiche che questo tempo impone, per la salute del pianeta e della popolazione mondiale. Il testo del G20 non fissa una data per il conseguimento dell’obiettivo da parte dei più impattanti emettitori di gas clima-alteranti. Consente anzi ai governi che detengono l’80% del PIL mondiale e la più grande responsabilità per la devastazione del pianeta di conseguire il traguardo in base alle loro intenzioni, interessi e possibilità. Come se bastassero piccole modifiche incrementali a impedire il crollo del complesso ecosistema planetario, visibilmente assediato da eventi che segnano punti di non ritorno tali da rendere questo mondo inabitabile per milioni di persone già oggi, come ha ricordato nel suo intervento a Glasgow la straordinaria prima ministra delle Barbados in apertura dei lavori. 

Senza obblighi vincolanti, e senza una rotta temporale cogente all’altezza della emergenza planetaria, il G20 ha consegnato alla COP26 di Glasgow declamazioni vuote di credibilità, orientate ancora una volta alle ragioni della economia globalizzata piuttosto che a un improrogabile nuovo pensiero sul modello di sviluppo ecologico. E infatti i governi del G20 proseguono, con le loro imprese a briglie sciolte, l’opera di erosione della biodiversità, l’incremento della deforestazione globale, gli accordi di libero commercio che favoriscono l’avanzare della catastrofe.

Il capitalismo fossile va dritto per la sua strada, ha fatto notare Mariana Mazzucato su The Guardian: un incredibile 56% dei fondi per la ripresa post-pandemica dei paesi del G20 è destinato alle aziende che estraggono combustibili fossili. E l’industria finanziaria dal canto suo ( HSBC, Deutsche Bank, Credit Agricole, per citare i big più noti), mentre firma ad aprile impegni per azzerare le emissioni entro il 2050, sotto le spoglie della Glasgow Financial Alliance for Net Zero, continua oggi a investire nelle pipeline che sventrano le terre dei popoli indigeni, in un complesso sistema che tiene insieme multinazionali delle energie fossili, enti di gestione di investimenti privati, fondi pensione e istituzioni finanziarie internazionali. I miliardi di alberi da piantare promessi nella dichiarazione del G20 di Roma non saranno la foglia di fico con cui barattare il futuro delle nuove generazioni. 

La fiducia intergenerazionale non è merce che si acquista a buon mercato, vista l’onda di mobilitazione popolare. E’ una tragedia che i leader del G20 non riescano a capire il messaggio radicale che viene dalle strade – a Roma prima e in questi giorni in Scozia: percorsi che vanno popolandosi del senso di rivolta di chi non ha più nulla da perdere, perciò chiede, anzi esige un nuovo paradigma. Il rapido superamento del capitalismo finanziario che genera patogenesi tanto visibili: “la crisi climatica è una crisi della salute globale”, ha dichiarato il Dr Tedros, direttore generale dell’Oms, alla conferenza dell’Oms su clima e salute, in questi giorni a Glasgow. 

Ma neppure sul fronte sanitario si sono registrati progressi. La crisi sanitaria persiste – SARS-CoV-2 insidia la Russia e i paesi dell’Europa, non più solo orientale – e persiste anche l’apartheid dei vaccini. Anzi, si aggrava. La responsabile scientifica dell’Oms, Soumya Swaminathan, ha spiegato come il numero delle terze dosi somministrate (circa un milione al giorno) sia tre volte superiore alle prime dosi di vaccino iniettate nei paesi a basso reddito (circa 330.000 dosi al giorno).  Su questa ingiustizia mondiale, la dichiarazione del G20 mantiene il difetto di fabbrica di rilanciare impegni già assunti e mai materializzati.

Il vertice di Roma ha ribadito l’obiettivo sancito dai ministri del G20 salute a settembre di vaccinare il 40% della popolazione mondiale entro la fine del 2021 e il 70% di immunizzazione entro la metà del 2022.  Per come stanno le cose, con solo il 9% delle donazioni promesse dal G7 erogate – ammesso e non concesso che siano le donazioni la soluzione –  e con solo 435 milioni di dosi di vaccini distribuiti da COVAX a 144 paesi (al 2 novembre), la dichiarazione ha tutti i risvolti della presa in giro.  Eppure, al punto 5 della dichiarazione conclusiva, il G20 si ostina a rilanciare iniziative internazionali in coma come COVAX, ovvero altre iniziative specifiche nate nel 2021 sulla scia della pandemia, tutte ispirate a un approccio puramente farmacologico delle soluzioni contro la pandemia, anche quando il testo parla di One Health, la salute che abbraccia persone, animali e ambiente. Ma nella esuberante frantumazione di soluzioni proposte, il G20 rinuncia a denominare la sola misura politica internazionale in discussione all’Omc che, se attuata con tempestività, avrebbe permesso la produzione di 8 miliardi di vaccini con una ripartizione regionale delle capacità produttive,  entro la fine del 2021. Lo dice uno studio pubblicato da Public Citizen e dall’Imperial College di Londra la scorsa estate. Sulla proposta di India e Sudafrica, membri del G20, la presidenza italiana ha scelto un silenzio tombale, da sindrome di rimozione. 

Infine, non possiamo tacere sul compromesso raggiunto dal G20 in materia di nuove regole fiscali per le multinazionali, la cosiddetta global corporate tax che dovrebbe attaccare la patologica corsa al ribasso del sistema economico globale sui costi di produzione, costi del lavoro, ambientali e fiscali, al fine di massimizzare i profitti. Questa corsa al ribasso è una forza impressionante del sistema della globalizzazione. In particolare, sul fronte fiscale, essa genera una concorrenza distruttiva tra amministrazioni dei singoli stati, i quali offrono opportunità di trattamenti fiscali di favore pur di attirare entro i propri confini la localizzazione delle imprese, incentivando comportamenti elusivi. In base all’accordo, le multinazionali con fatturato annuo superiore ai 750 milioni di dollari residenti nei paesi del G20 saranno obbligate a versare un’aliquota effettiva del 15%, a partire dal 2023, su una base imponibile che beneficerà già di grosse deduzioni. Il tasso del 15% concordato dal G20 risulta di poco superiore alle aliquote medie del 12% dei regimi preferenziali nei paradisi fiscali, ciò che non cambia molto il quadro di riferimento. Semmai, l’esito paradossale è quello di trasformare tutto il mondo in un grande paradiso fiscale a partire dal 2023, stando ai dati medi correnti che dimostrano come la aliquota delle tasse sulle multinazionali sia intorno al 27,46% in Africa, 27,18% in America Latina, al 20,71 in EU, 28,43% in Oceania e 21,43 % in Asia. La media globale si assesta intorno al 23,64%. Un livello così basso di tassazione – perfino gli USA avevano proposto il 21% – potrebbe configurare nuovi equilibri, decisamente al ribasso. 

Infine, non una sola parola sulla cancellazione del debito dei paesi poveri, una misura anch’essa indispensabile e legata a doppio filo con la capacità di risposta alle prossime pandemie. I paesi creditori del G20 hanno accumulato un debito ecologico enorme verso il sud globale: i salti di specie degli ultimi decenni, e la predizione di spillover futuri, sono connessi alla necessità di affrontare la “crisi globale del debito”, così dichiarata nel gennaio 2020 dalla Banca Mondiale, che esige anch’essa un nuovo paradigma di gestione a livello internazionale. 

Restiamo, così, invischiati nella bassa marea della politica globale. 

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Cop26 e G20 sono solo una farsa: abbiamo idea di quanto carbonio hanno prodotto? - Loretta Napoleoni

Ci risiamo: dopo una breve pausa dovuta al Covid, ecco che riparte il teatrino dei big politici, con tanto di cocktails, cene e foto di gruppo, tutte rigorosamente senza mascherina.

Questa volta però l’assurdità della farsa è palese: sullo sfondo della crisi climatica che rischia, in un futuro non troppo lontano, di estinguere la nostra specie, ci si incontra a Roma per il G20 e a Glasgow, subito dopo, per il Cop26. Aerei di linea, jet privati e velivoli di stato, su cui viaggiano i capi dei governi con al seguito assistenti e stampa, sono volati a Roma per poi rialzarsi in volo per Glasgow prima di tornarsene nel proprio continente e nazione. A questa massa critica si sono aggiunti tutti i partecipanti al Cop26, molti dei quali sono arrivati su uno dei 400 jet-privati che hanno mandato in tilt l’aeroporto di Glasgow. Abbiamo idea di quanta CO2 l’incontro di Roma e quello di Glasgow abbiano prodotto?

Incidentalmente, è impossibile trovare una risposta, nessuno si è dato la briga di fare un calcolo, anche molto, molto approssimativo, su questo aspetto. Eppure, bisognerebbe iniziare proprio da questo inutile spreco per parlare seriamente di clima.

Un aspetto mai discusso del problema climatico è il marketing politico in casa e all’estero: questo consuma molto carbonio. Joe Biden è atterrato a Roma con il suo Air Force One carico di giornalisti e amministrazione di supporto, inclusi coloro che portano la valigetta del nucleare, che lo accompagna dovunque. Tutta questa gente si è mossa con una carovana di 85 macchine, per la maggior parte Suv, e dalle foto non sembrano auto elettriche ma a benzina o a diesel. Con questo codazzo di carbonio costantemente al seguito, Biden è andato dal Papa a farsi benedire per quello che farà per salvare l’umanità dalla catastrofe climatica. E magari Sua Santità lo ha anche benedetto per questo!

Intanto a casa sua, il presidente americano ha concesso ai produttori di carbone di continuare ad estrarre il fossile a patto che catturino le emissioni di CO2 da loro prodotte. Ma quali? Quelle relative all’estrazione o tutte, incluse quelle prodotte dal consumo? Come sempre di questi particolari non si parla. Neppure sanno gli americani che ad oggi non esiste negli Usa una tecnica applicata per catturare il CO2 emesso dalla produzione di carbone ben testata e che funzioni. Propaganda verde, dunque. La verità è ben diversa: a fronte della crisi energetica la cessazione dell’uso del carbone verrà posticipata e questa vergogna sarà nascosta con la foglia di fico della “cattura” dei suoi gas mortali.

Prima di partire, Biden ha annunciato un programma di spesa di 1,75 trilioni di dollari per progetti di energia verde e antinquinamento che vuole sia votato dal congresso. Il costo è 555 miliardi di dollari che verranno prodotti, come ormai è di prassi, battendo qualche tasto sulla tastiera del tesoro americano, ma anche di questa tecnica non si parla mai e gli americani sono convinti che saranno le loro tasse a pagare la riconversione verde. Con questo annuncio Biden è volato in Europa senza preoccuparsi della scia di carbonio che si lasciava dietro.

Perché il G20 e il Cop26 non si sono svolti nello stesso posto per contenere l’impronta di carbonio? Sarebbe stato un gesto significativo per il mondo. Ma a Mario Draghi e a chi lo sostiene su entrambe le sponde dell’Atlantico faceva comodo la foto davanti alla fontana di Trevi al centro dei colleghi leader politici e non più di lato insieme ai banchieri centrali. Il G20 di Roma, che non ha prodotto nulla, un comunicato neutro dove non ci si impegna a fare nulla, è servito a sancire la posizione politica dell’ex tecnico che ormai è a tutti gli effetti una figura politica. Piace agli italiani questa immagine e piace al resto del mondo. La campagna di marketing politico ha funzionato benissimo, i costi in termini di emissione di carbonio sono stati alti, ma non importa: non se n’è accorto nessuno.

Si può andare avanti elencando le politiche di marketing degli altri politici, da Boris Johnson a Glasgow a Emmanuel Macron, che dopo una puntatina in Scozia se ne è tornato a casa, ma non ne vale la pena. Più importante è l’assenza di Vladimir Putin e di Xi Jinping, rispettivamente grossissimo produttore e consumatore di energia fossile, sia dal G20 che dal Cop26: qualsiasi accordo che verrà raggiunto senza di loro varrà ben poco.

Se continuiamo così, ignorando l’evidenza, nutrendoci della propaganda del marketing politico e rallegrandoci che il clima alzi questo gran polverone di CO2, allora forse i cambiamenti climatici ce li meritiamo!

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La grande truffa dello zero netto - Giorgio Salerno

Sono purtroppo molto fondati i diffusi timori che la COP 26 in corso a Glasgow non riesca a concludersi con un accordo tra tutti i Paesi all’altezza delle necessarie, drastiche decisioni di immediate e consistenti riduzioni delle produzioni di combustibili fossili.

I grandi media accusano preventivamente Cina, India e Russia – che indubbiamente hanno importanti responsabilità – di non voler accettare la tempistica degli obiettivi di riduzione, per occultare una realtà scomoda: le grandi multinazionali che hanno i loro centri direzionali nei Paesi del ricco Occidente continuano a puntare sui combustibili fossili, nonostante proclamino a gran voce di abbracciare la svolta “verde”, e i vari governi non possono e/o non vogliono obbligarle a cambiare strategia.

Le analisi che lo confermano sono ormai numerose e in molti casi autorevoli.

Per esempio, nel recentissimo “Production Gap Report” dell’UNEP – il programma per l’ambiente dell’ONU – è scritto che la produzione globale di carbone, petrolio e gas deve iniziare a diminuire immediatamente e significativamente, per non superare l’aumento medio planetario di 1,5°C rispetto all’epoca pre-industriale [siamo già a +1,1°C], limite ribadito solennemente al termine del G20 concluso pochi giorni fa. Peccato che, se non si modificano subito gli obiettivi reali di produzione, la temperatura media della Terra, come ci informano i ricercatori dell’ONU nel loro rapporto, schizzerà a +2,7°C nel corso di questo secolo: provocando una catastrofe climatica certa e terribile per l’umanità e la biosfera.

Infatti, i governi dei Paesi produttori hanno programmato fino al 2030 il 110% in più di produzione dei combustibili fossili rispetto alla quantità che limiterebbe il riscaldamento globale a +1,5°C. Tale aumento percentuale è composto da: +240% (!) carbone, +57% petrolio e +71% gas.

“Still A Big Con”, un rapporto[1] stilato pochi giorni fa dal Corporate Europe Observatory (insieme a Friends of the Earth, Corporate Accountability, Global Forest Coalition), analizza le strategie di greenwashing di sei aziende multinazionali di combustibili fossili – ma è una pratica comune di tutta questa ricca e potente industria – e in particolare di cosa vuole nascondere lo slogan che ripetono da tempo e rilanciano alla COP 26 di Glasgow: NET ZERO (ovvero: Zero Emissioni Nette). Lo scopo è, naturalmente, impedire che vengano prese decisioni che determinino davvero l’azzeramento delle emissioni.

   In breve, ecco cosa dice il rapporto.

   #  BRITISH PETROLEUM

Condannata nel 2019 per crimini ambientali in Sud Africa, il 28 ottobre scorso è stata convocata dal Congresso degli Stati Uniti, accusata di disinformazione sul clima. Investirà nei prossimi anni $ 71 mld per estrarre combustibili fossili. Nel 2022 avvierà sette progetti di nuovi idrocarburi.

Giustifica i suoi investimenti affermando che il gas fossile, l’idrogeno fossile e la cattura e immagazzinamento del carbonio sono soluzioni conformi all’obiettivo di zero emissioni. E punta sulle “compensazioni” [N.d.R.: piantando alberi], invece di ridurre le sue emissioni di gas serra. Nei mesi precedenti la COP 26, ha avuto 58 incontri con i ministri britannici e ha partecipato a tre importanti eventi con esponenti governativi, sponsorizzando le sue false soluzioni.

   #  MICROSOFT

È la più grossa partner tecnologica dell’industria del petrolio e del gas, vendendo macchine di intelligenza artificiale per la ricerca e l’estrazione. Non ha fissato alcuna data per chiudere i suoi accordi con l’industria dei combustibili fossili e i suoi piani per zero emissioni si basano essenzialmente sulle “compensazioni” e sulle tecnologie per la cattura di milioni di tonnellate di CO2 – anche se ammette che quelle tecnologie non esistono ancora. Nell’attività di lobbying ha speso nel 2021 (finora) più di $ 5 mln a Washington e l’anno scorso oltre € 5 mln a Bruxelles. Partner principale nella COP 26, consultata da capi di stato e di governo.

 

   #  DRAX[2]

È la maggiore fonte singola di emissioni di CO2 del Regno Unito e distrugge aree di biodiversità, in parte incendiando foreste, più di qualunque altra azienda nel mondo. I suoi piani per zero emissioni prevedono la cattura e l’immagazzinamento di 16 mln di tonnellate annue di CO2, utilizzando tecnologie pericolose e sperimentali. Anche se ci riuscisse, si tratterebbe di appena l’1% della CO2 che produce. I suoi lobbysti hanno incontrato i ministri britannici 31 volte nei mesi precedenti la COP 26, ricevendo l’apprezzamento di molti politici di alto livello, incluso il presidente della COP 26, Alok Sharma. Alla conferenza di Glasgow è partner del Forum per l’Innovazione Sostenibile e ha contatti diretti con i decisori politici.

   #  IETA

Associazione Internazionale per il Commercio delle Emissioni: fondata, finanziata e diretta da grandi inquinatori come BP, Chevron, Shell. Da più di 20 anni impegnata nella promozione del fallimentare modello del “mercato del carbonio”. Per zero emissioni considera fondamentale proprio quel modello, che dichiara essere irrinunciabile per l’approccio “multilaterale”. Ammette persino che i suoi piani non tengono conto del loro impatto sociale ed ecologico. In cambio della  centralità dei mercati del carbonio, propone l’azzeramento del debito dei Paesi del Sud verso quelli del Nord del mondo. La sua delegazione alla COP 26 è più numerosa di qualunque altra dei Paesi presenti e organizza una serie di eventi a cui partecipano capi di stato e di governo.

   #   BLACKROCK [3]

Ha investito $ 85 mld nell’industria del carbone e $ 75 mld in aziende che ricavano petrolio dalla sabbie bituminose. Principale investitore nelle aziende impegnate nella deforestazione. Il suo piano per zero emissioni indica la data del 2050 ma non ha alcun progetto per decarbonizzare il suo capitale e non ha definito alcun obiettivo quantitativo di riduzione di emissioni o disinvestimento dalle industrie inquinanti. Ha bocciato l’88% delle proposte di suoi azionisti per contrastare i cambiamenti climatici. Per meglio tutelare i suoi interessi, fa parte dell’Alleanza Finanziaria di Glasgow per Zero Emissioni. Nel 2020 ha finanziato con $ 1,83 mln la campagna elettorale di Joseph Biden e con € 28 mln l’U.E. Ha partecipato a molte conferenze e gruppi di lavoro di preparazione alla COP 26, dove parlerà in vari incontri e conferenze su zero emissioni.

   #  SHELL

Responsabile del 2% delle emissioni storiche mondiali di biossido di carbonio e metano. Rinviata a giudizio dalle corti di Amsterdam per le sue attività estrattive in Indonesia, Sud Africa, Mozambico, Nigeria e Canada, determinando situazioni di ingiustizia e violenza verso le popolazioni locali. Il suo programma di zero emissioni prevede di spendere ogni anno $ 8 mld per produrre petrolio e gas e aumentare del 20% quella di gas naturale liquefatto. Invece di ridurre le sue emissioni, prevede di “compensare” ogni anno 120 mln di tonnellate di CO2, riforestando una superficie pari al triplo dei Paesi Bassi. Prima della COP 26, ha incontrato 57 volte i ministri britannici e ha speso € 4,25 mln in attività lobbystiche dirette a decisori politici dell’U.E. È partner di Energia Sostenibile per Tutti e ha un proprio padiglione nella sede della COP 26.

Per concludere, non sarebbe corretto dimenticare la multinazionale italiana: l’ENI, di cui una quota importante è proprietà del governo. Sarebbe interessante e istruttiva un’ampia analisi della sua strategia, ma qui ci limitiamo a poco più di un accenno.

Il suo “Piano d’azione 2020-2023” prevede investimenti totali nella produzione di idrocarburi per € 24 mld e… € 4 mld in “investimenti verdi”, di cui € 2,6 mld in energie rinnovabili, mentre dei rimanenti € 1,4 mld non è specificata la destinazione. Più in generale, il suo “Piano strategico al 2050” prevede l’aumento della produzione di idrocarburi (petrolio e gas) del 23% fino al 2025.

Infine, a proposito di come ridurre le sue emissioni climalteranti, non fornisce previsioni chiare perché il piano di sviluppo strategico «ha una grande flessibilità per adattarsi ai cambiamenti dei mercati» nei prossimi trent’anni.

   Ogni commento sarebbe superfluo.


[1] Rapporto “Still A Big Con”, tinyurl.com/StillABigCon.

[2]  La mega centrale a carbone di Drax, nel Regno Unito, è la seconda più “sporca” d’Europa nel registro UE delle emissioni. Ha in progetto di riconvertirla alla produzione di gas.

[3]   È la più grande società di investimento nel mondo, con sede a New York. Gestisce un patrimonio totale di quasi $ 8.000 mld (2020), di cui un terzo in Europa [fonte: Wikipedia]

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