La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
sabato 11 luglio 2026
lunedì 22 giugno 2026
Leggendo le parole che pesano di Widad Tamimi
Le parole pesano - Widad Tamimi
Le parole pesano. Possono farsi carico delle
contraddizioni del mondo, restituendoci tutta la loro articolata complessità,
oppure agire al contrario: semplificare la realtà fino a svuotarla.
C’è un momento in cui le parole, staccandosi dalla storia
che le ha generate, diventano gusci vuoti, o peggio, armi retoriche destinate
non a spiegare il presente, ma a renderlo illeggibile. È partendo da questa
consapevolezza che, dalle colonne del quotidiano israeliano Haaretz, il
giornalista Bradley Burston ha lanciato una provocazione necessaria: «It’s Time
to Stop Talking About Zionism» (È tempo di smettere di parlare di sionismo). La
tesi di Burston è tanto semplice quanto radicale: l’uso ipertrofico e
polarizzato del termine «sionismo» nel discorso pubblico contemporaneo è
diventato non solo inutile, ma attivamente dannoso. Si inserisce in una guerra
di termini che, usati in senso ideologico, impedisce di affrontare l’unica vera
urgenza: la realtà materiale dell'occupazione, dei diritti umani e della
democrazia. Per Burston, il peccato originale del dibattito odierno risiede nel
fatto che il sionismo – storicamente un movimento politico ottocentesco,
frastagliato e multifila, volto a stabilire una patria per il popolo ebraico –
ha esaurito la sua spinta propulsiva nel momento stesso in cui quell'obiettivo
è stato raggiunto, nel 1948.
L'analisi che segue nasce proprio dalla volontà di aprire
un dibattito sereno e costruttivo, lontano da logiche di polemica o di
divisione ideologica. Emerge oggi, infatti, l'urgenza di fare chiarezza sui
termini che si utilizzano nel discorso pubblico, analizzando la loro evoluzione
e i loro mutamenti nel tempo. La proposta essenziale è quella di ritrovare un terreno
di confronto basato sulla tolleranza reciproca e sullo spirito democratico
attorno a concetti che rischiano di trasformarsi in armi retoriche piuttosto
che in strumenti di dialogo. Le parole dovrebbero invece conservare la capacità
di aiutare gli esseri umani a dirsi qualcosa di comprensibile; quando questa
funzione originaria viene meno, la riflessione diventa un dovere collettivo.
Questa necessità di fare chiarezza appare ancora più
evidente e attuale alla luce degli eventi recenti: dal 13 al 15 giugno si è
tenuto a Vienna il primo congresso degli ebrei antisionisti. È un evento dal
forte impatto simbolico, che richiama inevitabilmente alla memoria, per
contrasto, quel primo congresso sionista che Theodor Herzl convocò alla fine
dell'Ottocento proprio in terra austriaca. Oggi più che mai, la stessa diaspora
ebraica si trova interpellata a ragionare in modo pacato e profondo sulle
sfumature e sulle stratificazioni che questo termine ha assunto, restituendo
complessità a un dibattito troppo spesso banalizzato. Sviluppare una simile
lucidità, d’altra parte, non è solo un percorso necessario all'interno della
diaspora, ma rappresenta un passaggio fondamentale per il resto del mondo,
affinché l'opinione pubblica possa orientarsi senza accecamenti ideologici
dentro le tragedie del presente.
Cosa intende dire Bradley Burston, quando afferma sia
arrivato tempo di smettere di parlare di sionismo?
Innanzitutto che oggi, questa parola, come molte altre,
sia diventata ostaggio. Ci sono due opposte e speculari tifoserie che ne
alimentano la tossicità. Da un lato, la destra etno-nazionalista e messianica
al potere in Israele, spalleggiata dal fondamentalismo evangelico statunitense,
ha monopolizzato il termine, sovrapponendolo integralmente all'espansione degli
insediamenti in Cisgiordania e alla dottrina della supremazia ebraica. Chiunque
critichi il governo o difenda lo Stato di diritto viene marchiato come
«anti-sionista», ovvero traditore. Dall'altro lato, nel campo della solidarietà
internazionale pro-palestinese e in frange della sinistra radicale, il
«sionismo» è stato ridotto a un sinonimo totalizzante di colonialismo,
apartheid e razzismo tout court. Il risultato è un dibattito astratto e
metafisico sui massimi sistemi, che cancella la complessità e, soprattutto,
disinnesca qualsiasi pragmatismo politico. Parlare di sionismo oggi, suggerisce
Haaretz, significa perdersi in una discussione accademica mentre sul campo si
consuma la tragedia. Bisogna smettere di parlare di "ismi" e iniziare
a parlare di azioni, di leggi, di terra e di corpi.
L'articolo ha scatenato una riflessione profonda,
intercettando i settori più illuminati della sinistra israeliana e,
soprattutto, della diaspora ebraica globale, in particolare quella
statunitense, rappresentata da voci come Jewish Currents, il network di Plus61J
o intellettuali vicini a Breaking the Silence. Questa galassia critica ha
raccolto la sfida di Burston, articolandola in alcune direttrici fondamentali.
Intellettuali e attivisti come Peter Beinart hanno spesso evidenziato come le
nuove generazioni di ebrei della diaspora non si riconoscano più nella
dicotomia binaria Sionismo/Anti-sionismo. Per i ventenni di oggi, cresciuti
vedendo le immagini di Hebron o di Gaza, l'insistenza sul «sionismo delle
origini» suona come un'ipocrisia nostalgica. Chiedere a un giovane progressista
di giurare fedeltà a un «ismo» astratto mentre assiste alla deriva etnocratica
reale significa spingerlo all’allontanamento.
Allo stesso tempo, la parte più avanzata del dibattito ha
sottolineato come la trappola terminologica serva ai governi israeliani per
proteggersi dalle critiche di diritto internazionale. Se ogni obiezione alla
colonizzazione della Cisgiordania viene derubricata ad «attacco al sionismo» e
quindi all'esistenza stessa di Israele, la discussione si sposta dal piano
legale-umanitario a quello esistenziale. Una parte della sinistra israeliana
illuminata concorda sul fatto che bisogna de-ideologizzare il conflitto: non si
tratta di essere pro o contro il sionismo, ma di essere pro o contro la Quarta
Convenzione di Ginevra. Inoltre, storici e sociologi hanno ricordato che lo
stesso pensiero ebraico pre-1948, da Hannah Arendt a Martin Buber, includeva
visioni culturali e binazionali non stataliste. Liberarsi dal dogma del
sionismo d'ordinanza permetterebbe di rimettere al centro l'unica soluzione
praticabile, ovvero il principio di «un uomo, un voto» e della parità assoluta
di diritti civili e politici tra il Giordano e il Mediterraneo.
Continuare a processare la storia del XX secolo non salverà
una sola vita a Gaza, né smantellerà un singolo avamposto illegale sulle
colline di Nablus. Abbandonare l'uso di una parola abusata non significa
dimenticare la storia, ma decidere di abitarla. Significa costringere la destra
israeliana a rispondere delle proprie leggi discriminatorie senza lo scudo
dell'epica pionieristica, e costringere la comunità internazionale a misurare
Israele per ciò che fa, non per ciò che desiderava essere ed è già diventato:
uno Stato. Sia la liberazione dei palestinesi, che la salvaguardia del futuro
degli israeliani non passano dalle vecchie formule del secolo scorso. Hanno
invece bisogno del coraggio di nominare l'ingiustizia con il suo nome presente:
occupazione, disuguaglianza, assenza di democrazia. Tutto il resto è fumo
ideologico negli occhi di chi soffre.
Quella deriva autoritaria che sta svuotando Israele -
Widad Tamimi
(da Il Manifesto del 18-6-26)
C’era un tempo in
cui l’idea stessa che lo Stato ebraico potesse sbarrare le porte o espellere un
cittadino di fede ebraica era semplicemente inconcepibile. La Legge del
Ritorno, pilastro fondativo del 1950, era nata proprio per garantire un rifugio
automatico e universale alla Diaspora ebraica, in netta contrapposizione alla
politica del Non Ritorno che invece nega categoricamente lo stesso diritto ai
profughi palestinesi, per tutelare la maggioranza demografica ebraica.
Oggi, d’altra
parte, anche dogmi come la Legge del Ritorno possono crollare pur di sostenere
l’ideologia nazionalista e messianica che guida Israele. Nell’ultimo anno,
persino attivisti internazionali ebrei, giunti nei territori palestinesi per
progetti di «presenza protettiva» – scudi umani pacifici a difesa dei villaggi
palestinesi sotto attacco – sono stati arrestati e deportati con procedure
d’urgenza.
Da Leila
Stillman-Utterback, diciottenne figlia di un rabbino del Vermont processata nel
cuore della notte, fino a membri del Center for jewish nonviolence, il copione
si ripete: l’accusa formale è la violazione di «zone militari chiuse», ma la
condanna reale è politica. Chi non si allinea all’agenda della destra diventa,
di fatto, un «nemico dello Stato».
Non si tratta di
incidenti isolati, ma di una precisa strategia della destra ultranazionalista,
che da tempo spinge per riforme legislative che escludano i convertiti non
ortodossi dall’accesso alla cittadinanza. Una mossa che mira a recidere il
legame con l’ebraismo riformato e progressista internazionale, che rappresenta
la stragrande maggioranza della Diaspora negli Stati uniti e che si dimostra
sempre più critico verso le violenze dei coloni e l’occupazione.
Il messaggio che
giunge è chiaro: l’unico ebreo gradito è quello compiacente. Chi manifesta
solidarietà con la popolazione palestinese perde il proprio «privilegio»
identitario e viene trattato alla stregua di un elemento sovversivo.
Ma la stretta
autoritaria non si limita a respingere chi viene da fuori; sta spingendo chi è
dentro ad andarsene. Israele sta attraversando una crisi demografica e sociale
senza precedenti, un vero e proprio «esodo dei laici». Tra il 2024 e il 2025,
oltre 150mila israeliani hanno lasciato stabilmente il Paese (circa 82.700 solo
nel 2024, a fronte di pochissimi rientri). Sebbene il carovita insostenibile e
la perenne precarietà securitaria siano i motori materiali di questa fuga, la
componente ideologica è il fattore scatenante per la classe media e
progressista.
Secondo i dati
dell’Israel democracy institute, la spinta a emigrare è fortemente polarizzata:
oltre il 40% dei cittadini ebrei di sinistra dichiara di voler abbandonare il
Paese, contro meno del 20% di chi si identifica con le posizioni della destra.
A partire sono soprattutto i giovani tra i 20 e i 30 anni – i medici, gli
accademici e i professionisti del settore tecnologico provenienti dall’area
liberale di Tel Aviv.
Se da un lato la
paura della deportazione minaccia di svuotare i territori occupati della
presenza di osservatori internazionali, dall’altro la fuga dei cervelli e del
dissenso rischia di lasciare Israele (e i palestinesi) in mano a una coalizione
teocratica e militarista. Un vicolo cieco in cui lo Stato ebraico, per
difendere l’occupazione, sceglie di rinunciare alla sua stessa complessa e
plurale identità.
A fare da
contraltare a questo esilio forzato del dissenso interno è l’accoglienza che i
governi europei riservano, invece, alla macchina bellica di Tel Aviv. Nessuna
discrezione: lo sbarco dei riservisti israeliani negli scali europei ha invaso
i nostri Paesi con la forza d’urto di una vera e propria occupazione logistica.
Chi si trovava
negli aeroporti di Cagliari-Elmas o in Sicilia ha assistito a scene surreali,
con voli charter dedicati che scaricavano centinaia di passeggeri accolti non
da navette turistiche, ma da dispositivi di sicurezza mai visti in tempo di
pace. Flotte di van dai vetri oscurati, scorte armate e un dispiegamento
continuo di reparti mobili hanno squarciato la normalità, rendendo
immediatamente palese alla popolazione locale che quelle in arrivo nelle nostre
regioni non erano affatto comitive di pacifici vacanzieri, ma truppe d’élite di
uno Stato in guerra.
Il corto circuito
si fa ancora più intollerabile una volta che la colonna militarizzata varca i
cancelli dei grandi resort, svelando i paradisi blindati e l’alto prezzo della
sicurezza. Oasi di relax storicamente aperte al pubblico si sono trasformate,
dall’oggi al domani, in cittadelle fortificate e inaccessibili. Cordoni
sanitari di forze dell’ordine italiane, cecchini appostati, bonifiche continue
degli artificieri e la presenza pervasiva di agenti del Mossad e della
sicurezza interna israeliana hanno ridisegnato i confini della sovranità
nazionale. Si tratta di un’imponente macchina da guerra finanziata e garantita
dallo Stato per assicurare l’assoluta inviolabilità del cosiddetto «riposo del
guerriero», blindando chilometri di costa.
Questo sfarzo
militarizzato, anziché rassicurare, ha agito da detonatore per il rifiuto
sociale di una complicità imposta, scatenando la rabbia e la mobilitazione dal
basso. Vedere le spiagge occupate per garantire una bolla di lusso e di
«decompressione» a chi è appena reduce dalle devastazioni di Gaza ha spinto
sindacati, associazioni e comitati studenteschi a rompere il muro del silenzio
con picchetti e contestazioni durissime ai cancelli dei complessi alberghieri.
L’ostentazione di
una protezione così asimmetrica svela l’ipocrisia profonda delle istituzioni
europee: mentre i decreti internazionali e la diplomazia di facciata invocano
tregue e condannano i massacri, i nostri governi stendono i tappeti rossi e
mobilitano i nostri eserciti per proteggere, coccolare e nascondere chi quelle
violazioni le commette materialmente sul campo. Chiudendo il cerchio di una
democrazia svuotata di senso tanto a Tel Aviv quanto in Europa.
Israele, la deriva
morale è un macabro spettacolo - Widad Tamimi
Non c’è limite al
ribaltamento della realtà nell’era della narrazione social della destra
messianica israeliana. L’ultimo capitolo di questa strategia della provocazione
permanente vede il ministro della sicurezza nazionale, figura di punta
dell’oltranzismo colono, protagonista di un video in cui schernisce i
prigionieri della Flotilla.
Trasformando la
detenzione illegale e la privazione dei diritti in uno spot elettorale. «Siamo
noi i padroni di casa qui», urla Ben Gvir alla telecamera, mentre passeggia tra
i corpi degli attivisti costretti a terra, legati e impossibilitati a muoversi.
«Erano venuti pieni di arroganza, guardateli ora. Non sono eroi, ma complici
del terrorismo».
Nessuna traccia,
in lui, della solennità che ci si aspetterebbe da un uomo dello Stato. Nessuna
eleganza politica, nessun rispetto per la gravità del ruolo istituzionale che
ricopre. Avanza con una postura sformata, quasi animalesca, le mani piantate
sui fianchi o agitate nell’aria come quelle di un imbonitore da fiera. Ben Gvir
non porta l’autorità della legge, ma la volgarità del bullo di periferia che ha
finalmente ottenuto le chiavi della stanza dei bottoni. Si pianta davanti alle
telecamere a gambe divaricate, lo sguardo ridotto a due fessure cariche di un
disprezzo viscerale, un ghigno asimmetrico stampato sul volto che trasuda una
spietata compiacenza.
«Chi sono i
padroni di casa qui?» non è una domanda, piuttosto uno sputo in faccia al mondo
che lo guarda. In quella frase c’è l’essenza della sua ascesa: la rozzezza di
un linguaggio ridotto a slogan da stadio, l’assoluta incapacità di concepire la
legittimità umanitaria o politica minima. Per lui, quegli uomini non sono
prigionieri da gestire secondo il diritto, ma carne da calpestare per
riaffermare un dominio.
Non è una novità; è lo stesso identico stile appreso nei suoi anni da agitatore
di strada, quando cercava la rissa e il flash dei fotografi sui marciapiedi di
Gerusalemme. Solo che adesso quel fare provocatorio e quella stessa violenza
verbale sono stati elevati a politica ufficiale, istituzionalizzati dietro la
targa tirata a lucido di ministro della sicurezza nazionale.
Ogni sua visita
ispettiva nei penitenziari in cui vengono detenuti i palestinesi si trasforma
in un macabro pezzo di teatro a favore di telecamera. Entra nei bracci di
massima sicurezza non per controllare, ma per infierire, pretendendo con
petulante ferocia l’irrigidimento di ogni restrizione, il taglio di ogni
diritto elementare. Ogni suo gesto, ogni parola sprezzante lanciata oltre le
sbarre, non cerca la giustizia, ma il boato del suo elettorato, nutrito
quotidianamente con lo spettacolo della degradazione altrui.
L’effetto reale è
la messa in scena di una deumanizzazione sistematica, dove i corpi di civili –
medici e cooperanti internazionali, invece che i palestinesi contro cui si
accanisce di solito – diventano trofei da esibire. Un’esibizione pornografica
che certifica il collasso del diritto: nelle carceri di Ben Gvir la violazione
delle convenzioni internazionali non è più una colpa da nascondere, ma un
vanto. Non si tratta di un caso isolato, ma di un modus operandi volto a
cannibalizzare il consenso a destra del Likud, blindando il proprio potere
attraverso la spettacolarizzazione della crudeltà.
Le immagini
arrivano nel momento più teso dell’operazione di pirateria condotta dalle forze
israeliane: il sequestro della Lina al-Nabulsi – l’ultima imbarcazione della
Global Sumud Flotilla partita dalla Turchia – e l’assalto alla motonave
Girolama, che batte bandiera italiana. L’operazione, condotta in acque
internazionali con l’uso di proiettili di gomma contro volontari disarmati, si
è conclusa con la deportazione ad Ashdod di oltre 400 attivisti umanitari di 44
diverse nazionalità. Per tutta risposta, almeno 87 dei fermati hanno annunciato
uno sciopero della fame a oltranza contro l’isolamento e l’arbitrarietà del
loro rapimento.
Tra questi, i ventinove italiani detenuti formano un gruppo eterogeneo che
unisce l’impegno civile alla solidarietà. È una vicenda che sposta l’asse
dell’emergenza: la richiesta di liberazione immediata dei sequestrati è un
dovere politico inderogabile per la Farnesina e i governi europei.
Al di là della
retorica securitaria, emerge lo smantellamento progressivo dello Stato di
diritto all’interno delle stesse istituzioni israeliane. La pubblicazione di
immagini di detenuti in stato di costrizione viola apertamente la Convenzione
di Ginevra, ma nella Knesset di oggi, e ancor di più nel gabinetto di Benjamin
Netanyahu, le norme internazionali sono vissute come lacci burocratici da
recidere.
Una deriva che ha riacceso il durissimo scontro interno alla società
israeliana. Se i media mainstream tendono a normalizzare la linea del governo,
la stampa progressista ha denunciato il video come l’ennesima macchia
indelebile sulla coscienza morale del Paese. Sulle colonne di Haaretz, gli
editorialisti più accorti sottolineano come questa violenza esibita distrugga
quel poco che resta della legittimità internazionale di Israele.
Il video di Ben
Gvir funge tuttalpiù da conferma esplicita delle accuse di violazione
sistematica mosse dagli organi Onu. Questo manifesto visivo è l’ennesimo
segnale di un Paese che, nel silenzio complice di gran parte dell’Occidente,
sta smarrendo i confini della propria umanità, spingendo l’esibizione della
forza fino alla definitiva legittimazione dell’inciviltà giuridica.
giovedì 12 marzo 2026
La banalità del male - Ahmad Tibi
Anche la negazione è una forma di
Complicità, così come lo è reprimere la verità, ignorarla o rimanere in
silenzio.
Il pubblico israeliano assiste
all’espulsione di donne, bambini e anziani e tace. Assiste alla Pulizia Etnica
e non dice nulla. Assiste alla Distruzione Totale della Striscia di Gaza e non
parla. Sa che 18.000 bambini sono stati Uccisi a Gaza e rimane in silenzio. Sa
che giornalisti, medici, soccorritori, educatori e migliaia di civili sono
sepolti sotto le macerie e non dice nulla. E quando case e grattacieli vengono
bombardati, è muto, spesso pretendendo di più, a volte persino sorridendo
sadicamente.
Le atrocità nelle comunità
israeliane al confine con Gaza, in cui sono stati assassinati 30 bambini e centinaia
di civili, hanno scioccato l’opinione pubblica israeliana, e giustamente. Ma
ciò che il governo sta perpetrando a Gaza, con il sostegno della maggior parte
dell’opinione pubblica, non è “autodifesa”. Non è una reazione temporanea, ma
l’attuazione di un vecchio Piano che aspettava in qualche cassetto: un Piano di
trasferimento e annientamento che emerge dalle profondità del programma
politico-difensivo di Israele. Il governo israeliano è diventato un governo
apertamente Kahanista.
Non è lontano il giorno in cui i
ministri del Likud deporranno una corona di fiori sulla tomba di Meir Kahane.
Quello che un tempo era considerato estremismo abominevole e fuorilegge è
diventato il fulcro del consenso al potere.
Tutti coloro che hanno ripetuto
l’affermazione che “non ci sono persone innocenti a Gaza” hanno giustificato
l’uccisione di bambini e civili. Queste parole non sono state un lapsus, ma
un’affermazione Nazista. Non appena si elimina la distinzione tra combattente e
civile, nel momento in cui si afferma che tutti i palestinesi sono obiettivi
legittimi, si approva l’Uccisione di milioni di persone.
Il Ministro delle Finanze Bezalel
Smotrich, il membro più influente del governo, un ministro senza alcun sostegno
pubblico, con tutti i sondaggi che mostrano che rimane al di sotto della soglia
elettorale, non nasconde la sua Dottrina di Annientamento. Smotrich ha detto,
scritto e spiegato ripetutamente che un intero popolo deve scomparire.
Benjamin Netanyahu, figlio di uno
storico, non lo sta fermando. Al contrario, gli sta dando carta bianca. È
difficile decidere cosa sia peggio: Netanyahu ha dimenticato la storia ebraica
o ha deciso che questa volta si sarebbe schierato dalla parte degli
Sterminatori?
Chiunque assista alle atrocità che
l’esercito israeliano commette giorno e notte nella Striscia di Gaza, con
bambini che muoiono di Fame, donne con arti mancanti, interi quartieri
polverizzati, e continui a ripetere il trito e ridicolo mantra sull'”esercito
più morale del mondo”, è Complice a tutti gli effetti di questi Crimini di
Guerra.
Qui non c’è moralità, solo
oppressione istituzionalizzata. La poetessa Denise Levertov scrive delle
ripetute uccisioni di bambini, i cui nomi vengono dimenticati e il cui sesso
non è individuabile tra le ceneri, che riaffiorano tra le fiamme senza
scomparire.
Anche la negazione è una forma di
Complicità, così come lo è reprimere la verità, ignorarla o rimanere in
silenzio. Chi ha visto la foto di un bambino palestinese affamato e si è
affrettato a negarla, sostenendo che fosse stato malato da prima, o che ciò
facesse parte di qualche campagna manipolatrice, è anch’egli pienamente
Complice del Crimine.
La risposta istintiva e umana di
negare e di fuggire dall’assunzione di responsabilità o di colpa per questo
atto terribile testimonia una società che ha perso tutti i suoi confini morali.
Chiunque non riesca a vederlo, chiunque non sia pronto ad affrontare la realtà
non è partecipe negli sforzi per fermare questo orrore.
Non meno grave è il doppio criterio
utilizzato. Chiunque abbia definito “Olocausto” l’Uccisione di centinaia di
civili in Israele, considerando quindi tutti i palestinesi come Nazisti, deve
spiegare perché è sconvolto dall’uso di questi termini per descrivere ciò che
sta accadendo a Gaza negli ultimi due anni: Uccisioni e Omicidi su larga scala,
Fame ed espulsioni, Pulizia Etnica, Sradicamento e Sterminio.
Se l’uso di questi termini è
consentito quando si parla dell’altro, ma proibito quando si descrivono le
azioni di Israele, ciò equivale a ipocrisia morale e manipolazione emotiva
volta a legittimare l’orrore.
Il Diritto Internazionale è chiaro:
non si possono danneggiare i civili o punire un’intera popolazione; non si
possono distruggere deliberatamente infrastrutture civili o espellere persone
con la forza. La Fame non può essere usata come Mezzo di Guerra. Tutto questo
viene fatto quotidianamente sotto gli occhi del mondo, su istruzione del
governo israeliano e con il sostegno dell’opinione pubblica ebraico-israeliana,
sia con il silenzio che con eccessivo entusiasmo.
Inoltre, l’ex Capo di Stato Maggiore
delle IDF, Herzl Halevi, ha ammesso che l’esercito ha Ucciso circa 200.000
palestinesi a Gaza, la maggior parte dei quali civili. Una simile dichiarazione
non è una testimonianza di “moralità”. È la prova lampante di una politica
volta a danneggiare deliberatamente e gravemente la popolazione civile.
In Israele esiste una coraggiosa
minoranza, composta da attivisti, cittadini, giornalisti, artisti, esponenti
del mondo sanitario e accademico, che si oppone a tutto questo, rifiutandosi di
lasciarsi travolgere dalla corrente. Firmano petizioni e manifestano per le
strade, a volte pagando un prezzo personale elevato. Ma sono solo pochi e
vengono imbavagliati. La stragrande maggioranza collabora e sostiene ciò che
sta accadendo a Gaza. La storia ricorderà questa minoranza e il silenzio della
maggioranza.
La storia non perdonerà. Ricorderà
che la società ebraica israeliana, nonostante i suoi traumi storici, forse
proprio a causa di essi, si è mobilitata in massa e ha chiuso un occhio quando
un intero popolo veniva Sterminato. La storia ricorderà la distruzione, la
rovina, la Pulizia Etnica e l’Uccisione di bambini. Un giorno porrà uno
specchio davanti a coloro che gridavano “l’esercito più morale del mondo”
mentre distruggevano Gaza.
Come scrisse Hannah Arendt, “la
triste verità è che la maggior parte del male viene commesso da persone che non
si decidono mai a essere buone o cattive; il male deriva dall’incapacità di
pensare alla banalità del male”. Questo è il nocciolo della questione. È il
silenzio della maggioranza, il momento in cui le persone si abituano al male e
smettono di pensarci, di opporsi o di rifiutarsi di farne parte.
Ahmad Tibi è un politico
palestinese-israeliano. A capo del partito Ta’al, è membro della Knesset (Parlamento
israeliano) dal 1999. Tibi è stato riconosciuto come una figura di spicco
nell’arena israelo-palestinese dopo aver ricoperto il ruolo di consigliere
politico del defunto Presidente palestinese Yasser Arafat (1993-1999). Tibi è
anche un medico specializzato e si è laureato in ginecologia presso
l’Università Ebraica di Gerusalemme.
Traduzione a cura di:
Beniamino Rocchetto
martedì 13 gennaio 2026
Ancora su cuochi e politica - Giorgio Agamben
È bene riflettere sulla frase, attribuita a Lenin – anche se non sembra che l’abbia mai pronunciata – secondo cui «ogni cuoca può e deve imparare a governare lo stato». Hannah Arendt, commentando il detto pseudoleninista, scrive che nella società senza classi «l’amministrazione della società è diventata così semplice che qualsiasi cuoca ha le qualità per farsene carico». Lucio Magri osservava a ragione anni dopo che la frase di Lenin andrebbe rovesciata nel senso che «lo stato potrà essere diretto da una cuoca solo nella misura in cui non esisteranno più cuoche».
Nel solo passo in cui una cuoca compare nei suoi scritti, Lenin dice in realtà
qualcosa di diverso e ben altrimenti articolato . «Non siamo degli utopisti»
scrive in un articolo del 1917 «Sappiamo che una cuoca o un manovale qualunque
non sono in grado di partecipare subito all'amministrazione dello Stato. In
questo siamo d'accordo con i cadetti, con la Breškovskaja, con Ts'ereteli. Ma
ci differenziamo da questi cittadini in quanto esigiamo la rottura immediata
con il pregiudizio che soli dei funzionari ricchi o provenienti da famiglia
ricca possano governare lo Stato, adempiere il lavoro
corrente, giornaliero di amministrazione. Noi esigiamo che gli operai e i
soldati coscienti facciano il tirocinio nell'amministrazione dello Stato e che
questo studio sia iniziato subito o, in altre parole, che si cominci subito a
far partecipare tutti i lavoratori, tutti i poveri a tale tirocinio».
Come le parole di Lenin suggeriscono, il paradigma che si nasconde dietro
l’utopico governo della cuoca è quello dello stato amministrativo, secondo il
quale una volta eliminato il dominio del capitalismo, la politica cederebbe il
posto, come anche Engel ribadisce, alla semplice «amministrazione delle cose».
O, se si vuole, la politica si presenterebbe nella forma della «polizia», che,
a partire dei teorici della scienza della polizia nel XVIII secolo, è il
termine che traduce il greco politeia. «Polizia» si legge ancora
nella traduzione di Plutarco ad opera di Marcello Adriani, pubblicata a Firenze
nel 1819 «vuol dire l’ordine col quale si governa una città e sono amministrate
le comuni sue bisogna; e così si dice tre essere le polizie, la monarchica,
l’oligarchica e la democrazia».
È questo il paradigma dell’admnistrative State teorizzato da
Sunstein e Vermeule, che si sta oggi imponendo nelle società industriali
avanzate, in cui lo stato sembra risolversi in amministrazione e governo e la
«politica» trasformarsi interamente in «polizia». È significativo che, proprio
in uno stato concepito in questo senso come «stato di polizia», il termine
finisca per designare l’aspetto meno edificante del governo, cioè i corpi
tenuti a assicurare in ultima istanza con la forza la realizzazione della vocazione
governamentale dello stato. Ciò che oggi vediamo con brutale chiarezza è,
infatti, che proprio questo stato apparentemente neutrale che pretende di
perseguire soltanto il buon ordine delle cose e degli uomini può rivelarsi
proprio per questo privo di limiti di qualsiasi natura nella sua azione. Il
cuoco è oggi la figura per eccellenza del tiranno.
In nessun caso la politica può esaurirsi nella semplice amministrazione, sia
pure nella forma di un buon governo che si corrompe fatalmente in malgoverno.
In quanto coincide con la libera forma di vita degli esseri umani, la politica
è essenzialmente ingovernabile e inamministrabile. Per questo l’affresco di
Lorenzetti a Siena detto del buon governo rappresenta in primo piano delle
fanciulle che danzano. Il «buon governo» non è un governo.
mercoledì 19 marzo 2025
Il brutalismo, la fase più alta del neoliberismo - Amador Fernández-Savater
Come descrivere il tempo che viviamo? Achille Mbembe propone il termine “brutalismo”: il mondo è diventato una gigantesca miniera a cielo aperto, obiettivo perseguito da forze di destra e di sinistra. Una delle conseguenze è il blocco delle energie affettive e quindi l’indifferenza al dolore degli altri. Gaza e soprattutto la gestione brutale delle migrazioni lo dimostrano ovunque: i migranti sono sempre più spesso rinchiusi, deportati, lasciati morire, le rotte migratorie europee sono le più letali al mondo. Come resistere al brutalismo? Mbembe si ribella al catastrofismo e trova ispirazione nella resistenza nera africana e in Ernst Bloch, il grande pensatore dell’utopia e della speranza. “Cos’è l’utopia per Bloch? Niente di ciò che siamo abituati a pensare associato a quel termine: speculazioni sul futuro, proiezione di scenari, modelli perfetti. No, l’utopia è potere, latenza e possibilità già inscritte nel presente…”
“Ciò che è significativo non è ciò che finisce e consacra,
ma ciò che inizia, annuncia e prefigura” (Achille Mbembe)
In che tempo viviamo? Come descrivere la nostra epoca? In questa questione dei nomi è in gioco qualcosa di decisivo, per il pensiero critico. I nomi dell’epoca. La mappa dei nomi guida le strategie, indica i movimenti dell’avversario e rivela le possibili resistenze.
Cosa stiamo affrontando oggi? Se non sappiamo come si chiama, come lo combatteremo?
Il pensatore camerunese Achille Mbembe propone il termine “brutalismo”. Proveniente dall’universo dell’architettura, dove richiama uno stile di costruzione massiccio, industriale, altamente inquinante, il brutalismo come immagine del mondo contemporaneo nomina un processo di guerra totale contro la materia.
La diagnosi di Mbembe non è semplicemente politica o economica, culturale o addirittura antropologica, ma di civiltà, cosmica, cosmopolitica. Designa il rapporto dominante con ciò che esiste. Un rapporto di forzatura ed estrazione, di sfruttamento intensivo e predazione. Il mondo è diventato una gigantesca miniera a cielo aperto. La funzione dei poteri contemporanei, dice Mbembe, è quella di “rendere possibile l’estrazione”. Esiste una versione di brutalismo di destra e una versione progressista, ma entrambe gestiscono la stessa società di trivellazione con intensità e modalità diverse. Dai corpi e dai territori, attraverso il linguaggio e il simbolico.
Un nuovo imperialismo? Sì, ma non istituisce né costruisce più una civiltà dei valori, una nuova idea del Bene o una cultura superiore, ma frattura e spacca i corpi – individuali, collettivi, terrestri – per estrarre da essi ogni tipo di energia fino all’esaurimento, minacciando così la “combustione del mondo”.
Mbembe identifica le tendenze a livello planetario che influenzano l’umanità nel suo insieme. Ma pensa da un luogo particolare: l’Africa, la sua storia, le sue ferite e la sua resistenza. Oggi il mondo intero vive un “divenire nero” nel quale la distinzione tra l’essere umano, la cosa e la merce tende a scomparire. Lo schiavo nero prefigura una tendenza globale. Siamo tutti in pericolo.
Economia libidinale brutalista
Che tipo di essere umano, di soggettività e di desideri, vuole produrre il brutalismo contemporaneo?
Da un lato ha il folle progetto di sradicare l’inconscio, “quell’immensa riserva notturna con cui la psicoanalisi ha cercato di riconciliarci”. Il corpo umano non è un mero corpo biologico, neuro-chimico, ma anche “materia di sogno” (León Rozitchner) che anela, che fantastica, che pensa utopie. L’inconscio è una buccia di banana in tutti i piani di controllo, compresi i propri piani di controllo. Tutto lo devia, lo stravolge, lo complica.
Questa dimensione ingovernabile deve essere estirpata, tutte le forze e le potenzialità umane devono essere catturate in reti di dati, la materia deve essere completamente mappata finché la mappa non sostituisca il territorio. Il brutalismo mira a digitalizzare integralmente il mondo, a dissolvere l’inconscio (che ci rende unici e irripetibili) nell’algoritmo, nel numero, nel dominio del quantitativo. Abolire il mistero che siamo, sbiancare la notte.
Ma l’unica cosa che ottiene è dare spazio agli impulsi più oscuri e distruttivi. Perché? La razionalizzazione generale – digitalizzazione, algoritmizzazione, protocollizzazione – blocca le energie affettive e amorose, quella potenza di Eros che secondo Freud è l’unico possibile contrappeso a Thanatos. Il progetto di sradicamento dell’inconscio porta a una desensibilizzazione generale.
L’indifferenza al dolore degli altri, il piacere di ferire e uccidere, di vedere la sofferenza. Crudeltà e sadismo sono caratteristiche fondamentali dei poteri contemporanei. Mbembe parla, in un capitolo particolarmente agghiacciante, di “virilismo” contemporaneo. L’economia libidinale del brutalismo non comporta più la repressione o il contenimento pulsionale, ma piuttosto la dissolutezza, la disinibizione, la desublimazione e l’assenza di Gaza come modellolimiti. Di’ tutto, fai tutto, mostra tutto e divertiti.
Il virilismo crea una zona frenetica, dice Mbembe, senza traccia dei vecchi sensi di colpa, modestia o inibizione. Una figura forse lo esprime meglio di ogni altra: il trionfo dell’immagine del padre incestuoso nelle pagine pornografiche. Tornando indietro: se l’omicidio del padre dispotico per mano dei figli aveva significato per Freud il passaggio alla civiltà, al limite e alla legge, il fantasma del padre violento torna a popolare oggi i desideri più oscuri.
Ieri, il principio di realtà (il mandato paterno) ci costringeva a rinunciare o a rinviare il piacere, per sostituirlo con una compensazione sublimatoria. Oggi ci chiede il contrario: non rinviare, differire o sostituire nulla, ma accedere al godimento in modo diretto, letterale e senza mediazioni. Consumare (oggetti, corpi, esperienze, relazioni). Dalla repressione alla pressione. Dalla desessualizzazione all’ipersessualizzazione. Dal padre del proibizionismo al padre degli abusi. La colpa oggi consiste nel non aver goduto abbastanza.
Colonizzare significava sempre brutalizzare. La piantagione e la colonia sono, secondo Mbembe, prefigurazioni del brutalismo. Senza contese o mediazioni simboliche si può e si deve assolutamente godere dell’altro, convertito in un mero “harem di oggetti” (Franz Fanon). Possiamo allora comprendere, a livello libidinale, una chiave per l’ascesa dei nuovi diritti? Si presentano come difensori di una “libertà” che è solo il diritto dei forti di godere dei deboli come se fossero oggetti usa e getta.
Sullo sfondo, come effetto derivato dal virilismo, si diffondevano ovunque la paura della castrazione, il panico genitale e l’orrore del femminile. Il brutalismo aspira addirittura a eliminare completamente le donne. Onanismo generalizzato, sessualità senza contatto, tecnosessualità, con il cervello che sostituisce il fallo come organo privilegiato. Il virilismo non sarebbe l’ultima parola del patriarcato.
Corpo di frontiera
Al termine del suo libro Le origini del totalitarismo, più di seicento pagine dedicate allo studio delle condizioni storiche e sociali che hanno reso possibili il nazismo e lo stalinismo, Hannah Arendt afferma sorprendentemente che l’unica certezza che ha raggiunto è che il totalitarismo è nato in un mondo in cui l’intera popolazione è diventata superflua. I campi di concentramento (e poi di sterminio) furono l’unico luogo che le potenze trovarono allora per ospitare coloro che erano eccedenti.
Come leggiamo questo oggi, quando il nostro tempo è attraversato dallo stesso fenomeno delle masse erranti? La guerra è sempre stata un possibile strumento per regolare la popolazione indesiderata in eccesso e il totalitarismo è stato un regime di guerra permanente. Il brutalismo contemporaneo, diverso dal nazismo o dallo stalinismo, eredita tuttavia la stessa funzione. Data la paura della distribuzione e il panico “della moltiplicazione degli altri”, la gestione brutale delle migrazioni.
Mbembe chiama gli esseri umani eccedenti “corpi di frontiera”. Cosa viene fatto con loro? Isolare e confinare, rinchiudere e deportare, lasciare morire. La biopolitica (che si prende cura della vita per sfruttarla) si intreccia con la necropolitica (che produce e si prende cura della popolazione superflua).
Il mondo contemporaneo conosce non solo forme di controllo morbide e seducenti (moda, design, pubblicità), ma anche metodi di guerra. Oggi, ovunque, i controlli, gli arresti, i confinamenti sono inaspriti. Si dividono gli spazi, si decide autorevolmente chi può muoversi e chi no. La mobilità dei soggetti non solo viene promossa…, ma è trattenuta, controllata, fissata. Gaza come paradigma di governo.
Mentre i leader europei hanno recentemente festeggiato gli ottant’anni della liberazione da Auschwitz, i campi stanno tornando di moda. Campi di internamento, detenzione, relegazione e separazione. Per migranti, rifugiati, richiedenti asilo. Campi, insomma, per gli stranieri. Samos, Chios, Lesbo, Idomeni, Lampedusa, Ventimiglia, Sicilia, Subotica. Le rotte migratorie più letali al mondo sono quelle europee, 10.000 persone hanno perso la vita cercando di entrare in Spagna lo scorso anno.
Sanguinamento e predazione operano anche nella gestione delle complesse circolazioni dei corpi di frontiera, spiega Mbembe, attraverso il controllo delle connessioni, delle mobilità e degli scambi. La guerra contro i migranti (quale materia in movimento) è anche un fattore commerciale ed economico redditizio.
Gli impulsi imperialisti si uniscono oggi alla nostalgia e alla malinconia. Gli ex conquistatori, invecchiati e stanchi, si sentono invasi dalle “corse energetiche” piene di vitalità. Il mondo diventa piccolo e minacciato. È la percezione che sfrutta l’estrema destra europea. La patria non deve più espandersi, ma difendersi…
Utopie della materia
Come resistere al brutalismo? Mbembe non si diverte in un esercizio di catastrofismo, ma piuttosto osa l’utopia. Cosa significa questo?
Il pensatore camerunese trova ispirazione in Ernst Bloch, il grande pensatore dell’utopia e della speranza del XX secolo. Cos’è l’utopia per Bloch? Niente di ciò che siamo abituati a pensare associato a quel termine: speculazioni sul futuro, proiezione di scenari, modelli perfetti. No, l’utopia è potere, latenza e possibilità già inscritte nel presente.
A differenza della critica convenzionale, la critica utopica non solo disegna una cartografia critica dei poteri contemporanei, ma sottolinea anche il potenziale di resistenza, di cambiamento, per altri mondi possibili. Non solo denuncia, persegue o cancella, ma enuncia nuove possibilità, invitando chi l’ascolta a farle nascere, a dispiegarle. Mette in tensione ciò che c’è e ciò che potrebbe essere, essendo quest’ultimo non una possibilità astratta, ma una forza in processo.
Se oggi assistiamo a un “divenire nero del mondo”, non potremmo ispirarci alla resistenza che le culture africane hanno sempre opposto al loro divenire-cosa? Il particolare diventa universale e l’utopia, come voleva Walter Benjamin, non è più nel futuro ma nel “balzo della tigre nel passato”. Queste resistenze passano, a quanto leggo, attraverso un’altra concezione e un altro rapporto con la materia. Secondo le culture africane pre-colonizzazione la materia è tessuto di relazioni, è differenza, è cambiamento. L’animismo lo esprimerebbe a livello spirituale: il mondo è popolato da una moltitudine di esseri viventi, soggetti attivi, molteplici divinità, antenati, intercessori.
O la riparazione o i funerali, dice Mbembe. La sfida non è indignarsi o battersi il petto, ma rigenerare la materia ferita. Nel caso, ad esempio, del dibattito sulla decolonizzazione dei musei, non si tratta semplicemente di “restituire” gli oggetti rubati ai luoghi di origine, ma piuttosto di comprendere che questi oggetti non erano “cose” (né strumenti né opere d’arte), ma veicoli e canali di energia, forze vitali e virtualità che consentivano la metamorfosi della materia. Ricreare una relazione attiva con la memoria.
Se la materia non è un oggetto da sfruttare, ma un ecosistema partecipativo, una riserva di potenzialità, un insieme di soggettività, quali forme politiche potrebbero adattarla? Al di là della democrazia liberale e del nazionalismo vitalista, della terra e del sangue, Mbembe propone una “democrazia dei vivi” che si prenda cura di tutti gli abitanti della terra, umani e non umani. Un’economia dei “beni comuni” che ci costringerebbe a rinunciare alle nostre ossessioni per l’appropriazione esclusiva. E una “de-frontierizzazione” del mondo capace di tutelare il diritto di ogni persona a partire, a spostarsi e a essere in transito. Essere straniero, per sé e per gli altri.
La materia stessa è utopia, diceva Ernst Bloch. Non è una massa passiva che attende la sua forma dall’esterno, ma ha al suo interno un proprio movimento, un proprio principio attivo, è gravida di futuro. È per questo che il brutalismo fa guerra? Ciò che ci chiede è di essere “come il fuoco nel forno” che matura e realizza le potenzialità. Non forzarlo né violarlo, ma ascoltarlo e prolungarne la creazione.
Pubblicato in spagnolo su ctxt e qui con l’autorizzazione dell’autore (traduzione di Comune).
sabato 27 gennaio 2024
All’ombra dell’Olocausto - Masha Gessen
Berlino non smette mai di ricordarci quello che è successo. Diversi musei sono dedicati al totalitarismo e all’Olocausto. Il memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa occupa un intero isolato. In un certo senso, però, le strutture più grandi sono la cosa meno importante. I monumenti commemorativi che ci raggiungono di soppiatto – quello ai libri bruciati, che è letteralmente sottoterra, e le migliaia di pietre d’inciampo posate nei marciapiedi per commemorare individui ebrei, sinti, rom, omosessuali, persone con disturbi psichici e altre assassinate dai nazisti – rivelano la pervasività dei mali che sono stati commessi in questo luogo. All’inizio di novembre, mentre stavo camminando verso la casa di un amico, mi sono imbattuta nel pannello che dà informazioni sul sito del bunker di Hitler. L’avevo già fatto tante volte. Sembra una bacheca di quartiere, ma racconta la storia degli ultimi giorni del Führer.
Alla fine degli anni novanta e all’inizio
degli anni duemila, quando molti di questi memoriali furono concepiti e
installati, ero spesso a Berlino. Era esaltante vedere la cultura della memoria
prendere forma. Ecco un paese, o almeno una città, che stava facendo ciò che la
maggior parte delle culture non può fare: guardare ai propri crimini, al
proprio io peggiore. Ma, a un certo punto, lo sforzo ha cominciato a sembrare
statico, messo sotto vetro, come se fosse un tentativo non solo di ricordare la
storia, ma di ricordare questa storia particolare, e solo in questo modo. È
vero anche in senso fisico. Molti dei memoriali sono in vetro: il Reichstag, un
edificio quasi distrutto durante l’era nazista e ricostruito mezzo secolo dopo,
ora è sormontato da una cupola di vetro. Anche il memoriale dei libri bruciati
è sotto vetro. Pareti divisorie e lastre trasparenti mettono ordine nella
splendida collezione, un tempo casuale, chiamata “topografia del terrore”. Come
mi ha detto Candice Breitz, un’artista ebrea sudafricana che vive a Berlino,
“le buone intenzioni degli anni ottanta sono cambiate, spesso sono diventate un
dogma”.
Alcuni dei grandi pensatori ebrei
sopravvissuti hanno cercato di dire al mondo che il fatto che l’Olocausto sia
successo significa che era e rimane possibile
Tra i pochi spazi in cui la
rappresentazione della memoria non è fissata in modo permanente ci sono un paio
di gallerie del museo ebraico, che è stato completato nel 1999. Quando l’ho
visitato, in una galleria al piano terra era esposta un’installazione, Prove dello spettacolo degli spettri. È un video
ambientato nel kibbutz Beeri, la comunità in cui il 7 ottobre Hamas ha ucciso
più di novanta persone, quasi un residente su dieci, durante l’attacco a
Israele che alla fine ha causato 1.140 vittime. Nel video, gli abitanti di
Beeri recitano a turno i versi di una poesia della poeta Anadad Eldan, parte
della comunità: “… dalla palude tra le costole / è affiorata colei che si era
immersa in te / e tu sei costretta a non gridare / e inseguire le forme che
fuggono lì fuori”. Il video, realizzato da Nir Evron e Omer Krieger, due
artisti israeliani che vivono a Berlino, è stato completato nove anni fa.
Comincia con una veduta aerea della zona, si vede la Striscia di Gaza, poi
lentamente si concentra sulle case del kibbutz, alcune sembrano bunker. Non
sono sicura di ciò che gli artisti e la poeta intendessero comunicare, ma oggi
l’installazione sembra un pianto funebre per Beeri (Eldan, che ha quasi cento
anni, è sopravvissuta all’attacco di Hamas).
In fondo al corridoio c’era uno degli
spazi che Daniel Libeskind, l’architetto che ha progettato il museo, ha
chiamato “vuoti”, fasci d’aria che perforano l’edificio, simboli dell’assenza
degli ebrei in Germania per generazioni. Lì c’è Foglie
cadute, un’installazione dell’israeliano Menashe Kadishman: più di
diecimila lastre di ferro tonde con sopra incisi occhi e bocche, come disegni
infantili di facce urlanti. Quando ci si cammina sopra fanno un rumore
metallico che ricorda quello delle catene o dell’otturatore di un fucile.
L’artista ha dedicato l’opera ai morti dell’Olocausto e ad altre vittime
innocenti della guerra e della violenza. Non so cosa avrebbe detto Kadishman,
morto nel 2015, dell’attuale conflitto. Ma, dopo essere passata
dall’inquietante video del kibbutz Beeri alle facce di ferro che tintinnano, ho
pensato alle migliaia di abitanti di Gaza uccisi per rappresaglia agli ebrei
uccisi da Hamas. Poi ho pensato che, se in Germania avessi dichiarato
pubblicamente il mio pensiero, mi sarei messa nei guai.
Il 9 novembre, in occasione dell’85°
anniversario della “notte dei cristalli”, sulla porta di Brandeburgo sono state
proiettate in bianco e blu una stella di David e la frase Nie wieder ist jetzt!, “Mai più è adesso!”. Quel giorno
il Bundestag, il parlamento federale tedesco, stava esaminando una proposta di
legge intitolata “Accettare la responsabilità storica e proteggere la vita
ebraica in Germania”, che conteneva più di cinquanta misure per combattere
l’antisemitismo nel paese. Alcuni di questi provvedimenti: espellere gli
immigrati che commettono crimini antisemiti; intensificare le attività dirette
contro il movimento Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds); sostenere
gli artisti ebrei “il cui lavoro è fondamentale per la lotta all’antisemitismo”;
applicare una particolare definizione di antisemitismo nelle decisioni sui
finanziamenti e le scelte politiche; rafforzare la cooperazione tra le forze
armate tedesche e quelle israeliane. Il vicecancelliere tedesco, Robert Habeck,
dei Verdi, ha detto che i musulmani che vivono in Germania dovrebbero “prendere
chiaramente le distanze dall’antisemitismo per non compromettere il loro stesso
diritto alla tolleranza”.
La Germania ha regolamentato da tempo i
modi in cui l’Olocausto è ricordato e discusso. Nel 2008, parlando davanti
alla knesset, il parlamento d’Israele, in occasione del
sessantesimo anniversario della fondazione dello stato, la cancelliera tedesca
Angela Merkel sottolineò la particolare responsabilità della Germania non solo
di conservare la memoria dell’Olocausto come atrocità che non ha uguali nella
storia, ma anche di garantire la sicurezza di Israele. Era, continuò, una delle
priorità tedesche. Da allora sembra che in Germania questo sentimento sia
espresso ogni volta che si parla di Israele, di ebrei o di antisemitismo.
Allo stesso tempo, si è aperto un
dibattito confuso ma stranamente consequenziale su cos’è l’antisemitismo. Nel
2016 l’organizzazione intergovernativa International holocaust remembrance
alliance (Ihra) ha adottato questa definizione: “L’antisemitismo è una
percezione degli ebrei che può essere espressa come odio verso di loro. Le
manifestazioni verbali e fisiche dell’antisemitismo sono dirette contro ebrei o
non ebrei e/o le loro proprietà, e contro le istituzioni e le strutture
religiose della comunità ebraica”. L’Ihra fa undici esempi, che cominciano con
l’ovvio “invocare o giustificare l’uccisione degli ebrei” ma includono anche
“affermare che l’esistenza di uno stato di Israele è una forma di razzismo” e
“paragonare la politica israeliana contemporanea a quella dei nazisti”.
Questa definizione non ha valore
giuridico, ma ha avuto un’influenza straordinaria. Venticinque stati
dell’Unione europea e il ministero degli esteri degli Stati Uniti l’hanno
approvata o adottata. Nel 2019, il presidente statunitense Donald Trump ha
firmato una legge che prevedeva il blocco dei finanziamenti federali ai college
che non proteggevano gli studenti dall’antisemitismo per come era stato
identificato dell’Ihra. Il 5 dicembre di quest’anno Washington ha approvato una
risoluzione non vincolante che condanna l’antisemitismo come definito
dall’Ihra, proposta da due deputati repubblicani ebrei e contrastata da diversi
eminenti democratici ebrei.
Nel 2020, un gruppo di accademici ha
proposto un significato alternativo di antisemitismo, che ha chiamato
“dichiarazione di Gerusalemme”. È espresso come una forma di “discriminazione,
pregiudizio, ostilità o violenza contro gli ebrei in quanto ebrei (o le
istituzioni ebraiche in quanto ebraiche)”, con esempi che aiutano a distinguere
le dichiarazioni e le azioni anti-israeliane da quelle antisemite. Ma anche se
alcuni stimati studiosi dell’Olocausto hanno partecipato alla sua stesura, la
dichiarazione non ha intaccato l’influenza dell’Ihra. Nel 2021 la Commissione
europea ha pubblicato un manuale “per l’uso pratico” della definizione
dell’Ihra, che raccomanda il suo uso, tra le altre cose, nella formazione delle
forze dell’ordine affinché possano riconoscere i crimini d’odio, e nella
creazione di ruoli di procuratore, coordinatore o commissario per
l’antisemitismo.
La Germania lo aveva già fatto. Nel 2018,
aveva creato l’Ufficio del commissario del governo federale per la vita ebraica
in Germania e la lotta contro l’antisemitismo, una grande organizzazione
burocratica che comprendeva commissari a livello statale e locale, alcuni dei
quali lavorano nelle procure e nei distretti di polizia. Da allora, la Germania
registra un aumento quasi ininterrotto di incidenti antisemiti: più di duemila
nel 2019, più di tremila nel 2021. Secondo un gruppo di monitoraggio, nel mese
successivo all’attacco di Hamas ci sono stati ben 994 casi. Ma le statistiche
non distinguono quello che i tedeschi chiamano antisemitismo legato a Israele,
per esempio le critiche alle politiche del governo israeliano, da episodi
violenti come il tentativo di attacco armato a una sinagoga, a Halle nel 2019,
in cui morirono due passanti; i colpi sparati contro la casa di un ex rabbino,
a Essen nel 2022; e le due bottiglie molotov lanciate in una sinagoga di
Berlino lo scorso ottobre. In realtà, il numero di azioni violente è rimasto
relativamente stabile e dopo l’attacco di Hamas non è aumentato.
Oggi in Germania ci sono decine di
commissari per l’antisemitismo. Non hanno mansioni specifiche né sono
inquadrati giuridicamente, e gran parte del loro lavoro sembra consistere
nell’umiliare pubblicamente quelli che considerano antisemiti, spesso perché
“negano l’unicità dell’Olocausto” o criticano Israele. Quasi nessuno di questi
commissari è ebreo, mentre la percentuale di ebrei tra i loro bersagli è
decisamente più alta. Tra questi c’è il sociologo tedesco-israeliano Moshe
Zuckermann, che è stato preso di mira per aver sostenuto il movimento Bds, e il
fotografo ebreo sudafricano Adam Broomberg.
Nel 2019 il Bundestag ha approvato una
risoluzione in cui accusa il Bds di essere antisemita, raccomandando di non
concedere finanziamenti statali a eventi e istituzioni collegate al movimento.
La storia della risoluzione è significativa. Una sua prima versione era stata
presentata da Alternative für Deutschland (Afd), il partito etnonazionalista
ed euroscettico di estrema destra allora relativamente nuovo nel parlamento
tedesco. I politici tradizionali l’avevano respinta perché proveniva dall’Afd,
ma, temendo di essere considerati incapaci di combattere l’antisemitismo, ne
avevano subito presentata una simile. La risoluzione era imbattibile perché
collegava il Bds alla “fase più terribile della storia tedesca”. Per l’Afd, i
cui leader fanno dichiarazioni apertamente antisemite e appoggiano la rinascita
del linguaggio nazista, il fantasma dell’antisemitismo è uno strumento perfetto
da sfruttare cinicamente sia per entrare nel mainstream politico sia come arma
che può essere usata contro gli immigrati musulmani.
Il Bds, che s’ispira al movimento di
boicottaggio contro l’apartheid sudafricano, cerca di usare la pressione
economica per garantire uguali diritti ai palestinesi che vivono in Israele,
porre fine all’occupazione e promuovere il ritorno degli esuli palestinesi.
Molte persone lo trovano problematico perché non afferma il diritto
all’esistenza dello stato israeliano, anzi, alcuni suoi sostenitori auspicano
il totale disfacimento del progetto sionista. Tuttavia si potrebbe obiettare
che associare all’Olocausto un movimento di boicottaggio non violento, che è
stato esplicitamente definito un’alternativa alla lotta armata, è un modo di
relativizzare l’Olocausto stesso. Ma, secondo la logica della politica della
memoria tedesca, poiché il boicottaggio è rivolto contro gli ebrei – anche se
molti dei sostenitori del movimento sono ebrei – il Bds è antisemita. Si
potrebbe perfino sostenere che l’intrinseca confusione tra ebrei e stato di
Israele è antisemita, e soddisfa la definizione di antisemitismo dell’Ihra. Dato
il coinvolgimento dell’Afd e il fatto che la risoluzione viene usata in gran
parte contro gli ebrei e i neri, potremmo pensare che questo argomento guadagni
terreno. Ma sbaglieremmo.
La costituzione tedesca – a differenza di
quella statunitense ma come quelle di molti paesi europei – non è interpretata
in modo da rappresentare una garanzia assoluta della libertà di parola.
Assicura, tuttavia, libertà di espressione non solo nei mezzi d’informazione,
ma anche nelle arti e nelle scienze, nella ricerca e nell’insegnamento. Se la
risoluzione contro il Bds diventasse legge, probabilmente sarebbe considerata
incostituzionale. Ma non è stata sottoposta a questa prova. Uno dei motivi che
l’hanno resa particolarmente influente è la nota generosità dello stato
tedesco: quasi tutti i musei, le mostre, le conferenze, i festival e altre
iniziative culturali ricevono finanziamenti dal governo federale, statale o
locale. “È un ambiente maccartista”, dice Candice Breitz . “Ogni volta che
vogliamo invitare qualcuno, loro” – qualsiasi agenzia governativa finanzi un
evento – “cercano il nome su Google per vedere se è associato al Bds, a Israele
o all’apartheid”.
Un paio di anni fa, Breitz, che nella sua
arte affronta i temi della questione razziale e dell’identità, e Michael
Rothberg, che tiene corsi sull’Olocausto all’Università della California a Los
Angeles, hanno cercato di organizzare una giornata di studi sulla memoria
tedesca dell’Olocausto intitolato “Dobbiamo parlare”. Dopo mesi di preparativi,
i finanziamenti statali per il convegno sono stati ritirati, probabilmente
perché il programma includeva una tavola rotonda che collegava Auschwitz al
genocidio degli herero e dei nama commesso tra il 1904 e il 1908 dai
colonizzatori tedeschi in quella che oggi è la Namibia. “Alcune delle tecniche
della Shoah sono state sviluppate allora”, ha detto Breitz. “Ma non ci è
permesso parlare allo stesso tempo del colonialismo tedesco e della Shoah,
perché è come metterli sullo stesso piano”.
L’insistenza sull’unicità dell’Olocausto e
la centralità dell’impegno della Germania ad affrontare le proprie
responsabilità in quel periodo della sua storia sono due facce della stessa
medaglia: considera l’Olocausto un evento che i tedeschi devono sempre
ricordare e di cui devono parlare, ma che non devono temere di ripetere, perché
è diverso da qualsiasi altra cosa che sia mai accaduta o che mai accadrà. La
storica tedesca Stefanie Schüler-Springorum, che dirige il Centro di ricerca
sull’antisemitismo di Berlino, sostiene che la Germania unificata ha
trasformato la resa dei conti con l’Olocausto nella sua idea nazionale, e di
conseguenza “qualsiasi tentativo di far progredire la nostra comprensione
dell’evento storico attraverso confronti con altri crimini tedeschi o altri
genocidi, può essere, ed è, percepito come un attacco alle fondamenta stesse
del nuovo stato”. Forse è questo il significato di “Mai più è adesso”.
Alcuni dei grandi pensatori ebrei
sopravvissuti all’Olocausto hanno trascorso il resto della loro vita cercando
di dire al mondo che quell’orrore, pur essendo stato letale come nessun altro,
non doveva essere visto come un’aberrazione. Il fatto che l’Olocausto fosse successo
significa che era e rimane possibile. Il sociologo e filosofo Zygmunt Bauman
sosteneva che la natura imponente, sistematica ed efficiente dell’Olocausto era
legata alla modernità, anche se non era affatto predeterminata, ed era in linea
con altre invenzioni del novecento. Theodor Adorno studiò quello che rende le
persone inclini a seguire i leader autoritari e cercò un principio morale che
impedisse un’altra Auschwitz.
Nel 1948, Hannah Arendt scrisse una
lettera aperta che cominciava così: “Tra i fenomeni politici più inquietanti
dei nostri tempi c’è l’emergere nell’appena nato stato di Israele del Partito
della libertà (Tnuat haherut), una forza politica strettamente affine per
organizzazione, metodi, filosofia politica e attrattiva sociale ai partiti
nazisti e fascisti”. Appena tre anni dopo l’Olocausto, la filosofa paragonava
un partito israeliano al partito nazista, cosa che oggi sarebbe considerata una
violazione della definizione di antisemitismo dell’Ihra. Arendt basava il suo
paragone su un attacco effettuato dall’Irgun, un predecessore paramilitare del
Partito della libertà, contro il villaggio arabo di Deir Yassin, che non era
stato coinvolto nella guerra e non era un obiettivo militare. Gli aggressori
“uccisero la maggior parte dei suoi abitanti – 240 tra uomini, donne e bambini
– e tennero in vita alcuni di loro solo per farli sfilare come prigionieri per
le strade di Gerusalemme”.
Il motivo della lettera di Arendt era
stato una visita programmata negli Stati Uniti del leader del partito, Menachem
Begin. Albert Einstein, un altro ebreo tedesco sfuggito ai nazisti, aggiunse la
sua firma. Trent’anni dopo, Begin sarebbe diventato primo ministro di Israele.
Un altro mezzo secolo dopo, a Berlino, la filosofa Susan Neiman, che dirige un
istituto di ricerca intitolato a Einstein, ha partecipato a una conferenza
intitolata “Dirottare la memoria: l’Olocausto e la nuova destra” con un intervento
che potrebbe causarle dei problemi perché mette in discussione il modo in cui
oggi la Germania usa la sua cultura della memoria. Neiman è cittadina
israeliana e si occupa di memoria e morale. Uno dei suoi libri si
intitola Learning from the germans. Race and the
memory of evil (Imparare dai tedeschi. La razza e la memoria
del male). Negli ultimi due anni, dice Neiman, la cultura della memoria è
“andata in tilt”.
La risoluzione tedesca contro il Bds, per
esempio, ha avuto un forte effetto sulla scena culturale del paese. La città di
Aquisgrana si è ripresa un premio di diecimila euro assegnato all’artista
libanese-statunitense Walid Raad. La città di Dortmund e la giuria del premio
Nelly Sachs, del valore di 15mila euro, hanno revocato il riconoscimento che
avevano dato alla scrittrice britannico-pachistana Kamila Shamsie. Il filosofo
politico camerunese Achille Mbembe rischiava di non partecipare a un festival
perché per il commissario federale per l’antisemitismo era un sostenitore del
Bds e “relativizza l’Olocausto” (Mbembe ha detto di non essere collegato al
movimento, poi il festival è stato cancellato a causa del covid-19). Nel 2019
il direttore del Museo ebraico di Berlino, Peter Schäfer, si è dimesso dopo
essere stato accusato di appoggiare il Bds. L’ufficio del primo ministro
israeliano Benjamin Netanyahu aveva anche chiesto ad Angela Merkel di tagliare
i finanziamenti al museo perché la sua mostra su Gerusalemme dedicava troppo
spazio ai musulmani della città (la risoluzione contro il Bds è unica per
impatto, ma non nei contenuti: nella maggior parte degli Stati Uniti esistono
leggi sui libri che equiparano il boicottaggio all’antisemitismo e le autorità
negano i finanziamenti statali alle persone e alle istituzioni che lo
sostengono).
Quando la giornata di studi “Dobbiamo
parlare” è stata cancellata, Breitz e Rothberg hanno proposto un convegno
intitolato “Abbiamo ancora bisogno di parlare”. L’elenco dei relatori era
impeccabile. Un ente governativo li aveva controllati tutti e aveva accettato
di finanziare l’iniziativa. Era prevista per l’inizio di dicembre. Poi Hamas ha
attaccato Israele. “Sapevamo che da quel momento ogni politico tedesco avrebbe
considerato molto rischioso essere collegato a un evento che avesse relatori
palestinesi o nominasse la parola apartheid”, dice Breitz. Il 17 ottobre ha
saputo che i fondi erano stati ritirati. Nel frattempo, in tutta la Germania la
polizia stava reprimendo le manifestazioni che chiedevano il cessate il fuoco a
Gaza o esprimevano sostegno ai palestinesi. Invece di un convegno, Breitz e
molti altri hanno organizzato una protesta. L’hanno chiamata “Abbiamo ancora
ancora ancora ancora bisogno di parlare”. A circa un’ora dall’inizio del
raduno, la polizia si è fatta largo tra la folla per confiscare un cartello che
diceva “Dal fiume al mare, chiediamo uguaglianza”. La persona che lo aveva
portato era un’ebrea israeliana.
Da allora, la proposta di “assumersi la
responsabilità storica” è ferma al Bundestag. Ma la battaglia contro
l’antisemitismo continua. A novembre, l’organizzazione di Documenta, una delle
rassegne d’arte contemporanea più importanti del mondo, è piombata nel caos
quando il quotidiano Süddeutsche Zeitung ha riesumato una petizione che un
membro del comitato artistico, Ranjit Hoskote, aveva firmato nel 2019 per
protestare contro un evento in programma su sionismo e Hindutva, un movimento
di estrema destra, e la petizione accusava il sionismo di essere “un’ideologia
razzista che invoca un apartheid coloniale in cui i non ebrei non hanno pari
diritti e, in pratica, si basa sulla pulizia etnica dei palestinesi”. La
Süddeutsche Zeitung aveva inserito l’articolo nella sezione Antisemitismo.
Hoskote si è dimesso e il resto del comitato lo ha seguito. Una settimana dopo,
Breitz ha letto su un giornale che un museo del Saarland aveva cancellato una
sua mostra, in programma per il 2024, “in considerazione della copertura
mediatica che avrebbero avuto le sue controverse dichiarazioni sulla guerra di
aggressione di Hamas contro lo stato di Israele”.
Anovembre ho lasciato Berlino per andare a
Kiev, attraversando in treno la Polonia e poi l’Ucraina. Questo articolo è
un’occasione per dire alcune cose sul mio rapporto con la storia ebraica di
queste terre. Molti ebrei statunitensi vanno in Polonia per visitare quel poco
che è rimasto dei vecchi quartieri ebraici, per mangiare cibo cucinato secondo
le ricette lasciate da famiglie estinte da tempo e per rivisitare la storia
ebraica, i ghetti e i campi di concentramento nazisti. Sono vicina a questa
storia. Sono cresciuta nell’Unione Sovietica degli anni settanta, all’ombra
onnipresente dell’Olocausto, perché solo una parte della mia famiglia era
sopravvissuta e perché la censura sovietica vietava di parlarne in pubblico.
Quando, verso i nove anni, venni a sapere che alcuni criminali di guerra
nazisti erano ancora a piede libero, smisi di dormire. Immaginavo uno di loro
che si arrampicava sul nostro balcone per portarmi via.
Durante l’estate, nostra cugina Anna e i
suoi figli venivano a trovarci dalla Polonia. Dopo l’incendio del ghetto di
Varsavia, i suoi genitori avevano deciso di uccidersi. Il padre si era gettato
sotto un treno. La madre si era legata alla vita Anna, che all’epoca aveva tre
anni, e si era gettata in un fiume. Erano state tirate fuori dall’acqua da un polacco
ed erano sopravvissute alla guerra nascondendosi in campagna. Conoscevo la
storia, ma non mi era permesso parlarne. Anna era già adulta quando seppe di
essere sopravvissuta all’Olocausto e aspettò molto per dirlo ai suoi figli, che
avevano più o meno la mia età. La prima volta che andai in Polonia, negli anni
novanta, fu per fare ricerche sul mio bisnonno, che aveva trascorso quasi tre
anni nel ghetto di Białystok prima di essere ucciso nel campo di concentramento
di Majdanek.
Sia prima sia dopo l’attacco del 7
ottobre, la frase che forse ho sentito più spesso in Ucraina è stata: “Dobbiamo
essere come Israele”. Politici, giornalisti, personalità della cultura e
cittadini s’identificano con la storia che Israele racconta di sé, quella di
una piccola ma potente isola di democrazia che resiste ai nemici che la
circondano
In Polonia, la guerra per la memoria
dell’Olocausto si è svolta parallelamente a quella tedesca. Le idee che i due
paesi combattono sono diverse, ma una costante è il coinvolgimento di politici
di destra insieme allo stato di Israele. Come in Germania, negli anni novanta e
duemila ci furono ambiziose iniziative di commemorazione, a livello nazionale e
locale, che rompevano il silenzio degli anni sovietici. I polacchi costruirono
musei e monumenti in memoria degli ebrei uccisi nell’Olocausto – che fece metà
delle sue vittime nella Polonia occupata dai nazisti – e della cultura ebraica
perduta. Poi è arrivato il contraccolpo, che ha coinciso con l’ascesa al potere
nel 2015 del partito di destra illiberale Diritto e giustizia. I polacchi ora
volevano una versione della storia in cui erano vittime dell’occupazione
nazista insieme agli ebrei, che avevano cercato di proteggere dai nazisti.
Non era vero: i polacchi che avevano
rischiato la vita per salvare gli ebrei dai tedeschi erano molto pochi mentre,
al contrario, le comunità o le istituzioni dello stato prima dell’occupazione
tedesca che avevano trucidato in massa gli ebrei erano molte. Ma gli storici
che hanno approfondito il ruolo dei polacchi nell’Olocausto sono stati
attaccati. Lo storico dell’università di Princeton Jan Tomasz Gross, nato in
Polonia, è stato interrogato e minacciato di essere processato per aver scritto
che i polacchi uccisero più ebrei dei tedeschi. Le autorità polacche lo hanno
perseguitato anche dopo che è andato in pensione. Il governo ha rimosso dal suo
incarico Dariusz Stola, il direttore del Polin, l’innovativo museo di storia
degli ebrei polacchi di Varsavia. Gli storici Jan Grabowski e Barbara Engelking
sono finiti in tribunale per aver scritto che il sindaco di un villaggio aveva
contribuito all’Olocausto.
Quando ho scritto del caso di Grabowski ed
Engelking, ho ricevuto alcune delle minacce di morte più spaventose della mia
vita (mi hanno indirizzato molte minacce di morte, ma per la maggior parte
erano trascurabili). Una, inviata a un’email di lavoro, diceva: “Se continui a
scrivere menzogne sulla Polonia e sui polacchi, questi proiettili finiranno nel
tuo corpo. Vedi allegato! Cinque per ogni rotula, così non camminerai più. Ma
se andrai avanti a diffondere il tuo odio per gli ebrei, ti sparerò i cinque
proiettili successivi nella fica. Del terzo passaggio non ti accorgerai. Ma non
ti preoccupare, non verrò a trovarti la prossima settimana o tra otto
settimane, tornerò quando avrai dimenticato questa email, forse tra cinque
anni. Sei nella mia lista…”. L’allegato era l’immagine di due proiettili
luccicanti nel palmo di una mano. Il Museo di stato di Auschwitz-Birkenau,
diretto da un incaricato del governo, e il Congresso ebraico mondiale hanno
criticato il mio articolo su Twitter. Qualche mese dopo, l’invito a parlare in
un’università è stato ritirato: l’ateneo aveva detto al mio agente che potevo
essere un’antisemita.
Durante le guerre polacche per la memoria
dell’Olocausto, Israele ha mantenuto relazioni amichevoli con la Polonia. Nel
2018, Netanyahu e il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki hanno rilasciato
una dichiarazione congiunta contro “le azioni volte a incolpare la Polonia o la
nazione polacca nel suo complesso per le atrocità commesse dai nazisti e dai
loro collaboratori di diversi paesi”. Il testo affermava, falsamente, che “le
strutture dello stato clandestino sotto il controllo del governo polacco in
esilio avevano creato un meccanismo di aiuto e sostegno sistematico al popolo
ebraico”. Netanyahu stava costruendo alleanze con i governi illiberali
dell’Europa centrale, come quelli di Polonia e Ungheria, anche per impedire che
nell’Unione europea si consolidasse un consenso contro l’occupazione israeliana
della Palestina. Per riuscirci era disposto a mentire anche sull’Olocausto.
Ogni anno, decine di migliaia di
adolescenti israeliani si recano al museo di Auschwitz prima di diplomarsi
(anche se nel 2022 i viaggi sono stati annullati per questioni di sicurezza e
per la crescente insistenza del governo di Varsavia affinché il coinvolgimento
dei polacchi nell’Olocausto fosse cancellato dalla storia). È un viaggio
importante, che si fa solo un anno o due prima del servizio di leva. Noam
Chayut, uno dei fondatori di Breaking the silence, un’organizzazione israeliana
che si batte contro l’occupazione dei territori palestinesi, ha scritto della
sua esperienza, fatta alla fine degli anni novanta: “In quel momento, in
Polonia, da adolescente ho cominciato a percepire l’appartenenza, l’amore per
me stesso, la forza e l’orgoglio, e il desiderio di contribuire, di vivere ed
essere forte, così forte che nessuno avrebbe mai cercato di farmi del male”.
Chayut ha portato questo sentimento
nell’esercito israeliano, che lo aveva inviato nella Cisgiordania occupata. Un
giorno stava consegnando alcuni avvisi di confisca dei beni. Lì vicino stava
giocando un gruppo di bambini. Chayut aveva fatto quello che secondo lui era un
sorriso gentile e per nulla minaccioso a una bambina. Gli altri bambini erano
scappati, ma lei era rimasta paralizzata dal terrore, poi era corsa via. In
seguito, quando Chayut pubblicò un libro sul cambiamento che quell’incontro
aveva provocato in lui, scrisse che non era sicuro del perché fosse stata
quella particolare bambina a fargli quell’effetto: “Dopotutto, avevo visto
anche un suo coetaneo incatenato in una Jeep e una bimba in una casa in cui
avevamo fatto irruzione a tarda notte per portare via sua madre e sua zia. E
molti altri, centinaia, che urlavano e piangevano mentre rovistavamo nelle loro
stanze e nelle loro cose. E il bambino di Jenin a cui avevamo fatto saltare il
muro di casa con una carica esplosiva che aveva fatto un buco a pochi
centimetri dalla sua testa. Miracolosamente era rimasto illeso, ma sono sicuro
che il suo udito e la sua mente fossero stati gravemente compromessi”. Ma negli
occhi di quella bambina, quel giorno, Chayut aveva visto il riflesso di un male
annientante che, come gli era stato insegnato, era esistito solo tra il 1933 e
il 1945, e solo dove governavano i nazisti. Chayut intitolò il suo libro The girl who stole my Holocaust (La bambina che
rubò il mio Olocausto).
Ho preso il treno dal confine polacco a
Kiev. Quasi 34mila ebrei furono fucilati a Babyn Yar, un gigantesco burrone
alla periferia della città, in sole 36 ore nel settembre del 1941. Altre decine
di migliaia morirono lì prima della fine della guerra, in quello che oggi è
noto come l’Olocausto dei proiettili. Molti stati in cui si commisero questi
massacri – i paesi baltici, la Bielorussia, l’Ucraina – dopo la seconda guerra
mondiale furono colonizzati dall’Unione Sovietica. I dissidenti e gli attivisti
ebrei rischiarono la libertà per conservare la memoria di queste tragedie,
raccogliere testimonianze e nomi e, dove era possibile, ripulire e proteggere
quei luoghi. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, i progetti di commemorazione
accompagnarono gli sforzi per aderire all’Unione europea. “Il riconoscimento
dell’Olocausto è il nostro biglietto d’ingresso europeo contemporaneo”,
scriveva lo storico Tony Judt in Dopoguerra (Mondadori
2007).
Nella foresta di Rumbula, alla periferia
di Riga, dove nel 1941 furono uccisi 25mila ebrei, nel 2002, due anni prima che
la Lettonia entrasse nell’Ue, fu inaugurato un memoriale. Un serio tentativo di
commemorare Babyn Yar è stato fatto dopo la rivoluzione del 2014, che ha dato
il via all’ambizioso cammino di Kiev verso l’Unione. Quando la Russia ha invaso
l’Ucraina, nel febbraio del 2022, erano state completate diverse strutture
secondarie ed erano in corso progetti per un complesso museale più grande che,
con l’invasione, si sono fermati. Una settimana dopo l’inizio della guerra, un
missile russo è caduto nei pressi del complesso, uccidendo almeno quattro
persone. In seguito, alcune figure associate al progetto hanno formato una
squadra per indagare sui crimini di guerra.
Il presidente ucraino, Volodymyr
Zelenskyj, ha intrapreso una seria campagna per ottenere il sostegno
israeliano. Nel marzo 2022 ha tenuto un discorso alla knesset in cui non ha sottolineato la propria
origine ebraica, ma si è concentrato sull’inestricabile legame storico tra
ebrei e ucraini. Ha tracciato parallelismi inequivocabili tra il regime di
Putin e il partito nazista. Ha anche affermato che ottant’anni fa gli ucraini
salvarono gli ebrei (come nel caso della Polonia, qualsiasi affermazione sulla
diffusione di questo tipo di aiuti è falsa). Ma ciò che ha funzionato per il
governo di destra della Polonia non ha funzionato per il presidente filoeuropeo
dell’Ucraina. Israele non ha dato a Kiev l’aiuto che chiedeva nella sua guerra
contro la Russia, un paese che sostiene apertamente Hamas e Hezbollah.
Eppure, sia prima sia dopo l’attacco del 7
ottobre, la frase che forse ho sentito più spesso in Ucraina è stata: “Dobbiamo
essere come Israele”. Politici, giornalisti, personalità della cultura e
cittadini s’identificano con la storia che Israele racconta di sé, quella di
una piccola ma potente isola di democrazia che resiste ai nemici che la
circondano. Alcuni ucraini di sinistra hanno affermato che il loro paese, che
sta combattendo una guerra anticoloniale contro una potenza occupante, dovrebbe
identificarsi con la Palestina, non con Israele. Ma sono voci marginali, il più
delle volte di giovani ucraini che studiano o hanno studiato all’estero. Dopo
l’attacco di Hamas, Zelenskyj avrebbe voluto correre in Israele per dimostrare
il suo sostegno e l’unità tra Israele e Ucraina. Ma sembra che le autorità
israeliane avessero altre idee: la visita non c’è mai stata.
Mentre l’Ucraina ha cercato senza successo
di convincere Israele a riconoscere che l’invasione russa somiglia
all’aggressione genocida della Germania, Mosca ha costruito un universo
propagandistico in cui il governo di Zelenskyj, l’esercito ucraino e il popolo
ucraino sono rappresentati come nazisti. La seconda guerra mondiale è l’evento
centrale del mito storico della Russia. Durante il regno di Vladimir Putin,
mentre gli ultimi testimoni della guerra morivano uno dopo l’altro, gli eventi
commemorativi si sono trasformati in carnevalate che celebrano il vittimismo.
In quella guerra l’Unione Sovietica perse almeno 27 milioni di persone, con un
numero sproporzionato di ucraini. L’Unione Sovietica e la Russia combattono
conflitti quasi ininterrottamente dal 1945, ma la parola “guerra” è ancora
sinonimo di seconda guerra mondiale e la parola “nemico” è usata in modo
intercambiabile per “fascista” e “nazista”. Questo ha reso molto più facile per
Putin, nel dichiarare una nuova guerra, bollare gli ucraini come nazisti.
Netanyahu ha paragonato la strage di Hamas
al rave a un Olocausto con i proiettili. Questo paragone, ripreso dai leader
mondiali, anche dal presidente statunitense Joe Biden, serve a giustificare il
diritto di Israele a infliggere punizioni collettive agli abitanti della
Striscia di Gaza. Allo stesso modo, quando Putin definisce il governo ucraino
“nazista” o “fascista” intende dire che è così pericoloso che la Russia è
giustificata a bombardare a tappeto e assediare le città ucraine, e a uccidere
i civili. Tra i due casi, ovviamente, ci sono differenze significative: le
affermazioni russe secondo cui l’Ucraina avrebbe attaccato per prima e il
governo ucraino sarebbe fascista sono false, mentre Hamas è una potenza
tirannica che ha attaccato Israele e ha commesso atrocità che non possiamo
ancora capire completamente. Ma queste differenze hanno importanza quando si
uccidono dei bambini?
Nelle prime settimane dell’invasione russa
dell’Ucraina, quando le truppe hanno occupato la periferia occidentale di Kiev,
il direttore del Museo della seconda guerra mondiale di Kiev, Yurii Savchuk,
viveva nell’edificio e pensava a come modificare la mostra principale. Il
giorno dopo che l’esercito ucraino aveva cacciato i russi dalla regione di
Kiev, ha incontrato il comandante in capo delle forze armate ucraine Valerii
Zaluzhnyi e ha ottenuto il permesso di cominciare a raccogliere testimonianze.
Savchuk e il suo staff sono andati a Bucha, Irpin e in altre città che erano
appena state “liberate dall’occupazione”, come dicevano gli ucraini, e hanno
intervistato le persone che non avevano ancora raccontato le loro storie.
“Abbiamo visto il vero volto della guerra, con tutte le sue emozioni”, mi ha
confidato Savchuk. “La paura, il terrore erano nell’aria e noi li abbiamo
respirati”.
Nel maggio 2022, il museo ha aperto una
nuova mostra, intitolata Ucraina – Crocifissione.
Comincia con un’esposizione di stivali di soldati russi, che la squadra di
Savchuk aveva raccolto. È una strana inversione: sia il Museo di Auschwitz sia
il Museo dell’Olocausto di Washington, negli Stati Uniti, espongono centinaia o
migliaia di scarpe delle vittime dell’Olocausto, che trasmettono la gravità
della tragedia, anche se ne fanno vedere solo una piccola parte. La mostra di
Kiev evidenzia la gravità del pericolo. Gli stivali sono disposti sul pavimento
a formare una stella a cinque punte, il simbolo dell’Armata Rossa, che in
Ucraina ha assunto connotazioni sinistre quanto la svastica. A settembre, Kiev
ha rimosso le stelle a cinque punte da un monumento dedicato alla seconda
guerra mondiale, in quella che si chiamava piazza della Vittoria e che ora ha
cambiato nome perché “vittoria” ricorda la celebrazione russa di quella che
ancora oggi è consideratala grande guerra patriottica. La città ha anche
cambiato le date sul monumento, da 1941-1945 – gli anni della guerra tra
l’Unione Sovietica e la Germania – a 1939-1945. Bisogna correggere la memoria,
un monumento alla volta.
Nel 1954 un tribunale israeliano discusse
un caso di diffamazione che coinvolgeva un ebreo ungherese di nome Israel
Kastner. Dieci anni prima, quando la Germania aveva occupato l’Ungheria e si
era affrettata a sterminare in massa i suoi ebrei, Kastner, come leader della
comunità ebraica, aveva avviato delle trattative con Adolf Eichmann,
proponendogli di comprare la vita degli ebrei ungheresi con diecimila camion.
Quando quel tentativo era fallito, aveva ottenuto di salvare 1.685 persone
portandole via con un treno noleggiato in Svizzera. Altre centinaia di migliaia
furono invece caricate sui treni per i campi di sterminio. Un ebreo ungherese
sopravvissuto accusò pubblicamente Kastner di aver collaborato con i tedeschi.
Kastner gli fece causa per diffamazione ma, di fatto, si ritrovò sotto
processo. Il giudice concluse che Kastner aveva “venduto la sua anima al
diavolo”.
L’accusa contro Kastner si basava sul
fatto che non aveva detto agli altri che stavano andando incontro alla morte. I
suoi accusatori sostenevano che, se li avesse avvertiti, i deportati si
sarebbero ribellati e non sarebbero andati nei campi come pecore al macello.
Quel processo è stato visto come l’inizio di uno scontro in cui la destra
israeliana sostiene la violenza preventiva e vede la sinistra come volutamente
inerme. All’epoca del processo, Kastner era un politico di sinistra, mentre il
suo accusatore era un attivista di destra.
In Polonia, la guerra per la memoria
dell’Olocausto si è svolta parallelamente a quella tedesca. Le idee che i due
paesi combattono sono diverse, ma una costante è il coinvolgimento di politici
di destra insieme allo stato di Israele
Sette anni dopo, il giudice che aveva
presieduto al processo per diffamazione di Kastner era uno dei tre giudici del
processo ad Adolf Eichmann. Lì c’era il diavolo in persona. L’accusa sostenne
che Eichmann era solo un esempio dell’eterna minaccia per gli ebrei. Il caso
contribuì a consolidare la narrazione secondo cui, per prevenire
l’annientamento, gli ebrei dovevano essere pronti a usare la forza in modo
preventivo. In riferimento a quel processo, Hannah Arendt dichiarò che non
accettava quella teoria. La sua frase “la banalità del male” forse suscitò le
prime accuse a una persona ebrea di banalizzare l’Olocausto. Ma non era così.
Arendt aveva capito che Eichmann non era un diavolo, e che forse il diavolo non
esisteva. Aveva ragionato sul fatto che non esisteva una cosa come il male
assoluto, che il male era sempre ordinario anche quando era estremo, qualcosa
di “viscerale” e, come avrebbe detto in seguito, “il più basso degli istinti”.
Arendt contestava anche l’affermazione,
fatta dall’accusa, che gli ebrei erano vittime: per dirla con le sue parole,
era “un principio storico che si estende dal faraone ad Aman, vittima di un
principio metafisico”. Quell’affermazione, che affonda le sue radici nella
leggenda biblica degli Amalek, un popolo del deserto del Negev che più volte
combatté gli antichi israeliti, si fonda sull’idea che ogni generazione di
ebrei affronta i propri Amalek. L’ho sentita da adolescente; fu la prima
lezione sulla Torah a cui partecipai, tenuta da un rabbino che riuniva i
bambini di un sobborgo di Roma dove vivevano rifugiati ebrei provenienti
dall’Unione Sovietica in attesa dei documenti per entrare negli Stati Uniti, in
Canada o in Australia. Secondo questa teoria, come raccontata dal pubblico
ministero nel processo Eichmann, l’Olocausto è un evento predeterminato, parte
della storia ebraica, e solo di quella. Gli ebrei hanno sempre il timore
giustificato dell’annientamento. In effetti, possono sopravvivere solo se
agiscono come se l’annientamento fosse imminente.
Quando sentii per la prima volta la
leggenda di Amalek, mi sembrò sensata. Descriveva la mia conoscenza del mondo,
mi aiutava a collegare la mia esperienza di essere presa in giro e picchiata
agli ammonimenti della mia bisnonna, secondo la quale usare le espressioni
yiddish in pubblico era pericoloso, e alla profonda ingiustizia subita da mio
nonno, dal mio bisnonno e da decine di altri parenti uccisi prima che io
nascessi. Avevo quattordici anni e mi sentivo sola. Sapevo che io e la mia
famiglia eravamo vittime, e la leggenda di Amalek aggiungeva al mio vittimismo
un significato e un senso di comunità.
Dopo l’attacco di Hamas, Netanyahu ha
brandito come un’arma la leggenda di Amalek. Il suo significato, come lo usa
lui – che gli ebrei occupano una posizione unica nella storia e hanno il
diritto esclusivo a considerarsi vittime – ha rafforzato la burocrazia
dell’antisemitismo tedesca e l’empia alleanza tra Israele e l’estrema destra
europea. Ma nessuna nazione è sempre vittima o carnefice. Se la pretesa
d’impunità di Israele è dovuta in buona parte allo status di vittime perpetue
degli ebrei, molti di quelli che criticano Israele cercano di spiegare
l’attacco di Hamas come un atto di terrorismo prevedibile in risposta
all’oppressione dei palestinesi, mentre agli occhi dei sostenitori di Israele,
gli abitanti di Gaza non possono essere vittime perché Hamas ha attaccato
Israele per primo. Questa lotta per rivendicare lo status di vittime può andare
avanti all’infinito.
Da diciassette anni la Striscia di Gaza è
un luogo sovrappopolato, impoverito, fortificato, da cui solo una piccola parte
della popolazione ha il diritto di andarsene anche solo per un breve periodo di
tempo. In altre parole, è un ghetto. Non come il ghetto ebraico di Venezia o di
alcune città degli Stati Uniti, ma come il ghetto ebraico in un paese
dell’Europa orientale occupato dalla Germania nazista. Nei primi due mesi
dall’attacco di Hamas a Israele, tutti gli abitanti di Gaza hanno subìto
l’assalto quasi ininterrotto delle forze israeliane. Migliaia di persone sono morte.
In media, nella Striscia di Gaza è stato ucciso un bambino ogni dieci minuti.
Le bombe israeliane hanno colpito ospedali, reparti di maternità e ambulanze.
Otto abitanti su dieci sono ormai senza casa, si spostano da un luogo all’altro
senza riuscire a mettersi in salvo.
L’espressione “prigione a cielo aperto”
sembra essere stata coniata nel 2010 da David Cameron, all’epoca primo ministro
britannico. Molte organizzazioni per i diritti umani che documentano le
condizioni di vita nella Striscia di Gaza l’hanno adottata. Ma, come nei ghetti
ebraici dell’Europa occupata, non ci sono guardie carcerarie: Gaza non è
sorvegliata dagli occupanti ma da una forza locale. Presumibilmente la parola
ghetto potrebbe essere criticata perché paragona la difficile situazione degli
abitanti di Gaza assediati a quella degli ebrei ghettizzati. Ma ci darebbe un
termine per descrivere ciò che sta accadendo a Gaza adesso. Il ghetto è in fase
di demolizione.
I nazisti sostenevano che i ghetti erano
necessari per proteggere gli ariani dalle malattie diffuse dagli ebrei. Israele
ha affermato che l’isolamento di Gaza, come il muro della Cisgiordania, è
necessario per proteggere gli israeliani dagli attacchi terroristici dei
palestinesi. La motivazione nazista non aveva alcun fondamento nella realtà,
mentre quella israeliana si basa su atti di violenza reali e ripetuti. Sono
differenze essenziali. Eppure entrambe le affermazioni presuppongono che
un’autorità occupante possa scegliere di isolare, immiserire e, adesso, mettere
in pericolo un’intera popolazione per proteggere la propria.
Fin dai primi giorni della fondazione
d’Israele, il paragone tra gli sfollati palestinesi e quelli ebrei è stato
fatto, ma poi lo si è messo da parte. Nel 1948, l’anno in cui fu creato lo
stato, un articolo del giornale israeliano Maariv descriveva le terribili
condizioni – “Persone anziane così deboli da essere sul punto di morire; un
ragazzo con due gambe paralizzate; un altro a cui sono state tagliate le mani”
– in cui i palestinesi, per lo più donne e bambini, avevano lasciato il
villaggio di Tantura dopo che le truppe israeliane lo avevano occupato: “Una
donna teneva un bambino in braccio e con l’altro braccio sorreggeva l’anziana
madre. Quest’ultima non riusciva a stare al passo, urlava e pregava la figlia
di rallentare, ma lei non si fermava. Alla fine l’anziana è crollata a terra e
non è riuscita più a muoversi. La figlia si strappava i capelli… per paura di
non fare in tempo. E la cosa peggiore era l’associazione con le madri e le
nonne ebree che si attardavano sulle strade sotto la minaccia degli assassini”.
A quel punto il giornalista si bloccò. “Ovviamente non c’è spazio per un simile
paragone”, ha scritto. “Questo destino se lo sono procurati da soli”.
Nel 1948, gli ebrei presero le armi per
rivendicare la terra che gli era stata offerta dalla decisione delle Nazioni
Unite di dividere in due quella che era stata la Palestina controllata dagli
inglesi. I palestinesi, appoggiati dagli stati arabi circostanti, non
accettarono la spartizione e la dichiarazione di indipendenza di Israele.
L’Egitto, la Siria, l’Iraq, il Libano e la Transgiordania invasero il
protostato israeliano, dando inizio a quella che Israele ora chiama la guerra
d’indipendenza. Centinaia di migliaia di palestinesi fuggirono. Gli altri
furono cacciati dai loro villaggi dalle forze israeliane. La maggior parte di
loro non è mai potuta tornare. I palestinesi ricordano il 1948 come la Nakba,
una parola che significa catastrofe in arabo, così come Shoah significa
catastrofe in ebraico. Il fatto che il paragone sia inevitabile ha costretto
gli israeliani ad affermare che, a differenza degli ebrei, i palestinesi si
sono procurati la catastrofe da soli.
Il giorno in cui sono arrivata a Kiev,
qualcuno mi ha dato un grosso libro. Era il primo studio accademico su Stepan
Bandera pubblicato in Ucraina. Bandera è un eroe ucraino che combatté contro il
regime sovietico. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica gli sono state dedicate
decine di monumenti. Alla fine della seconda guerra mondiale si ritrovò in
Germania, guidò un movimento partigiano dall’esilio e nel 1959 morì avvelenato
da un agente del Kgb. Bandera era un fascista convinto, un ideologo che voleva
istituire un regime totalitario. Questi fatti sono raccontati in dettaglio nel
libro, che ha venduto circa 1.200 copie (molte librerie si sono rifiutate di
venderlo). La Russia è felice di sfruttare il culto ucraino di Bandera come
prova che l’Ucraina è uno stato nazista. Gli ucraini per lo più reagiscono
negando la sua importanza. È sempre così difficile accettare l’idea che
qualcuno può essere stato il nemico del tuo nemico e tuttavia non una figura
benevola. Una vittima ma anche un carnefice. O viceversa. ◆ bt
Masha Gessen è una scrittrice e
giornalista russo-statunitense, di identità non binaria. Il suo ultimo libro
pubblicato in Italia è L’uomo senza volto.
L’improbabile ascesa di Vladimir Putin (Sellerio 2022). Questo
articolo è uscito sul New Yorker con il titolo In
the shadow of the Holocaust.
Questo articolo è uscito sul numero 1546 di Internazionale, a pagina 86.