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lunedì 30 ottobre 2017

(ri)ascoltare Flavio Giurato

Una riscoperta italiana: Flavio Giurato
Premessa: e' il 1982. un anno che ancora non sappiamo essere di un decennio che non avrà in futuro una brutta fama. E' Marzo e tutti sono impegnati a parlare di Campionati del Mondo che stanno per arrivare. Craxi e Andreotti stanno mettendo a frutto la loro "alleanza" e stanno "pensando" cosa fare di buono (per loro) nel prossimo futuro. C'e' confusione ma non si vede.. Politicamente esiste ancora il PCI che e' sempre li' per li' per vincere le elezioni ma alla fine il risultato e' sempre lo stesso. Berlusconi e' ancora un semplice "muratore" (nel vero del termine, cioe' colui che costruisce le case e nel senso politico, cioe' colui che e' iscritto alla Massoneria e cerca di costruire sempre maggiori case anche se non proprio legalmente), e le Tv sono ancora libere.. Le radio sono al massimo della liberta' (nonostante tutto.) e l'Italia pullula di Dj dall'accento regionale al 100% ma che, comunque, mandano buona musica senza dover per forza di cose fare i conti con Network "demenziali"... Le Feste dell'Unita' sono un appuntamento serio.. Ci si va e si canta Bandiera Rossa.. Nessuno sogna piu' la Russia ma almeno i valori di eguaglianza e solidarieta' sono sempre ben presenti. specie sui piu' giovani. La storia ci insegnera'. Purtroppo, che molti di quei contestatori al Governo in carica, specie i piu' radicali, un giorno saranno forza governativa. solo che anziche' sotto la Bandiera Rossa saranno sotto un cielo Azzurro e canteranno una canzone di Partito (o di azienda.fatte voi) che e' una delle cose piu' ridicole che la storia delle sette note abbia mai prodotto nelle sua lunga storia... io che all'epoca avevo 22 anni sorridevo per canzoni tipo Umberto Tozzi o altre cose simili.. Ma mai avrei immaginato che un giorno ci sarebbe stata una canzoncina peggiore di tutte. Ad ogni modo nella Tv Pubblica (in mano sempre alla politica ma con un senso del "pubblico" diverso dall'attuale senso che la Destra ha dato negli anni..) la sera, se non sbaglio il Martedi' alle 22.30. un certo Carlo Massarini invento' un programma che era una rivoluzione per i tempi."Mr. Fantasy". Il titolo del programma arrivava da un disco dei Traffic e la scenografia era molto "all'avvanguardia" per allora. tempi in cui, non dimenticatelo, la cosa piu' elettronica che avevamo erano le calcolatrici con 13 funzioni!!! I calcolatori elettronici erano delle cose enormi che avevamo visto solo in Tv e che occupavano stanze di svariati metri quadri. Carlo massarini, come tutte le cose intelligenti di quegli anni, svani' nei retri degli studi di produzione e solo dopo anni gli fu affidata una bella trasmissione su Rai3 ma verso l'ora di pranzo.in modo che potesse essere visto da non piu' di 1650 persone! Non era un tipo pericoloso per la Democrazia, nel senso che non era un rivoluzionario, ma solo che mostrava di "pensare da solo" e gia' allora i Padrini spirituali dell'attuale Primo Ministro vedevano male chi "pensava". Comunque in questo quadro la musica rock italiana era ben divisa.. C'era il rock. (ma neanche tanto. ) che faceva "rumore fastidioso" per la grande platea pubblica, ed inoltre era sempre una "conseguenza" di quello che veniva dagli Usa o dall'Inghilterra.. E poi c'erano i cantautori. Dalla, Venditti, De Gregori, Vecchioni, Guccini, etc etc... erano gente che faceva stupende canzoni, canzoni con testi immediati, senza ermetismi e forse con sola troppa retorica (specie quando sei 20 anni che dici le stesse cose.). Loro trovavano facile riempire uno stadio.. (specie con un PCI al 27% dei voti!)..e anche la Tv del Governo non poteva trascurarli. Carlo Massarini, invece, introdusse un'altra via.. Trasmettere cose "poco conosciute". Se ci pensate bene neppure gli stessi Clash erano cosi' popolari in Italia al tempo. solo dopo Rock the Cabash le cose cambiarono (ma per la verita' solo per quel singolo!), e lui mandava Clash, Abc, Depeche Mode, Talking Heads e mille altri che allora non vedevi e non sentivi tanto facilmente in giro... Sta di fatto che anche i DJ "regionali" e di "quartiere" iniziavano a "copiare" il Massarini introducendo nelle loro scalette musicali tanta musica "nuova". la "new wave"! Massarini aveva un grosso merito, quello di essere uno che ascoltava musica da sempre ma che non si era fermato ad un periodo solo della musica.. "andava avanti". "cresceva".e quindi riusciva a riconoscere anche prodotti validi nell'underground piu' profondo. Massarini si innamoro' (fu proprio amore e non solo spinta promozionale) di un cantautore o musicista rock romano. Un tipo alto, con la voce particolare (ne bella ne brutta, ne intonatissima ne stonata, ma particolarmente accattivante), un tipo da "metropolitana londinese", un tipo che cantava cose diverse dai cantanti rock "politici" o solo "rock". insomma uno che usa fiati, chitarre elettriche, sfumature progressive e testi - semplicemente - stupendi. Di cosa parlano? Ma di tutto e di tutto quello che vogliamo trovarci dentro! Incide un disco tra Milano, Roma e Londra e trova pure una casa discografica (la CGD) che gli da la possibilita' di "provarci". esegue video di altissima qualita' per il periodo e di una "Barrettiana" visione che oggi mi piacerebbe veramente rivedere se mai qualcuno li avesse... Mel Collins e' l'ospite illustre del disco che si chiama : "Il Tuffatore" Il disco (allora in vinile) e' con 12 tracce.. Dove un'introduzione di "sax e strumenti all'inizio di un concerto" ci da l'idea che il disco sara' una specie di concept album. e cosi' e', in effetti.. Parla di ragazzi normali e di problemi semplici e complicati, l'amore e la droga, le frustrazioni sociali e il disagio giovanile.ma tutto trattato con una Poesia unica. I titoli delle canzoni sono gia' affascinanti: "L'acchiappatore dell'acqua" (cantata in due lingue :inglese e italiano), per esempio.ma anche "La stanza del Mezzosogno" o "Valterchiari".. "oggi i ragazzi non sanno che fare sono insicuri su cosa fa bene e molti sono spesso a un passo da sbagliare.. " dice ad un certo punto il Flavio e lo dice con convinzione e con trasporto. Solo che l'anno e' quello sbagliato. Nel quadro che ho fatto poco piu' su non c'e' posto per un disco di Flavio Giurato, e il successivo Marco Polo e' un totale buco nell'acqua. forse l'avranno acquistato solo un pugno di persone in Italia e Flavio ha finito cosi' la sua carriera musicale. Sparito. Non se ne sa piu' nulla. Un disco che anche oggi avrebbe trovato sinceramente poco spazio ma che forse un po di piu' ne avrebbe.. Certamente se fosse "inglese" sarebbe meglio.. Nel senso che un disco cosi' in Inghilterra avrebbe permesso all' autore di viverci di questa sua creativita'.. Pazienza, cosi' e' andata la storia ma mi piacerebbe che in questo periodo qualcuno si comprasse questo disco ora disponibile in cd. e che il buon Giannici decida di dedicargli uno spazio sul sito di Iamr e che Nello Giovane provi a sentirlo e ad inserirlo sulla sua belle rubrica sul Mucchio. Alle volte hai usato parole esagerate per cantanti e canzoni non tali (secondo me, ovviamente.) ma sono convinto che su questo disco tu riusciresti a trovare le parole che io, anche sforzandomi, non sono riuscito ad esprimere.. Se c'e' l'hai bene, altrimenti compralo.. Se e' un bidone te ne compro uno io a tua scelta per rimborsarti. Giuro pubblicamente. (tra parentesi il disco si trova a 18-20.000 lire, in Euro non lo so ancora.) Inoltre mi piacerebbe sentire qualcosa al riguardo anche da Stanz (che sicuramente ricorda.) , sempreche' abbia voglia di rispondere ad altri e sempreche' non sia eternamente Killato...
" ..volevo essere un tuffatore che si aggiusta e si prepara di bellezza non comune."
-- ".le delusioni sono unite dalla Ferrovia." e' tratto da "Marcia Nuziale" -Flavio Giurato-
Questa recensione è apparsa in rete anonima in una discussione. Invitiamo l'autore a farsi eventualmente vivo con noi per i credits.

Può capitare di sentirlo suonare nei piccoli teatri dell’Urbe: il solito ragazzo di un tempo, solo un po’ invecchiato; i capelli sempre lunghi (ma un po’ meno) da neri a bianchi, la barba incolta e la chitarra imbracciata. Flavio Giurato è senza dubbio uno dei segreti meglio custoditi del cantautorato italiano. Romano, classe 1949. Dopo un’assenza che sembrava procrastinarsi ad aeternum è tornato in corsa con una nuova raccolta di inediti. Un ritorno atteso in particolare da quanti hanno avuto la fortuna di imbattersi in un eccellente binomio (indimenticabile per la musica italiana): Il tuffatore (1982) e Marco Polo (1984). Quest’ultimo energico, minuzioso e sperimentale, comprendeva una serie di canzoni a dir poco memorabili, come Le funi o Marco e Monica. Ma il pubblico di quegli anni chiedeva altri suoni e colori. Nel 1985 avviene la rescissione del contratto da parte dell’etichetta discografica CGD. La chitarra appesa al chiodo. Il divano. I pomeriggi. Il timore sordo della disfatta. Pazienza. C’era altro da fare. Ad esempio allenare i ragazzi della Lazio (settore baseball, antica passione di Flavio) o lavorare negli studi Rai come regista, dove sovente gli capita di incontrare il fratello Luca. Passa il tempo. Anni decenni e secolo. Nel 2007 esce Il manuale del cantautore; la bravura resta immutata, cristallizzata e genuina. Stavolta il cantante si sofferma su alcuni casi irrisolti della nostra storia (Ustica, Moltesi, Pasolini). Il progetto si rivelerà transitorio; servirà nondimeno a rispolverare la chitarra e riprendere l’attività dal vivo. Il nome torna a scorrere tra addetti ai lavori e appassionati…

scrive Enrico De Regibus:
Anche geniale. E Intenso. Originale. Assurdo. Irregolare. Lirico. Lirico e onirico. Dal primo all'ultimo secondo. Dalla prima all'ultima nota. Dalla prima all'ultima parola.
La strada principale e' quella della canzone d'autore, ma la traiettoria e' a zig zag, le ruote dell'ispirazione rasentano spesso il ciglio della carreggiata, a volte si infilano in deserte stradine secondarie o in caotiche tangenziali.
E' un andare e venire quando meno te lo aspetti. Frenate e progressioni. Pieni e quasi vuoti.
Un inizio fatto come una fine, una fine con un coro scalcinato a volume bassissimo.
Una voce trovata chissa' dove, per niente accondiscendente. Chitarre molto acustiche e chitarre molto elettriche, pianoforti, percussioni, tamburi, campane, sax, cori. E tutti con una ragione di essere, e di essere li' e in quel momento..
Un lessico mai scontato, punti di vista obliqui, alogici. Visioni, ossimori, aforismi, ironie, giustapposizioni, iperboli, reticenze.
Parole e musiche che si accoppiano da far invidia, come fossero state sempre la stessa cosa.
Un disco che prende, e non restituisce identici a prima. Un disco.....
Quant'è difficile descrivere un disco cosi'.
PS: Era il 1982 quando usciva "Il tuffatore", preceduto da "Per futili motivi", che non ha niente a che vedere con questo, soprattutto qualitativamente, e seguito da un'altro intitolato "Marco Polo", sin troppo velleitario, in cui lo stile era sempre quello ma il risultato finale decisamente no. E poi il buio fino a quando un paio di anni fa l'album e' stato ripubblicato su cd in serie economica.
Chissà che fine ( o inizio) avrà fatto il suo autore.

…“Marco Polo” è una zattera gettata nell’oceano della canzone italiana, invisibile a qualsiasi radar e lontana da qualsiasi compromesso sulla rotta, e che, come il protagonista che evoca, non ha interesse a giungere in nessuno specifico porto, ma quello d’esser vento di se stesso e di toccare tutte le cose.
“I nuovi marinai già tirano le funi”, ed è proprio questa la grandezza di Marco Polo per Flavio Giurato: aver vissuto l’epica d’una condizione tutt’altro che epica, quello d’esser un uomo come tanti, un uomo destinato a morire e lasciar spazio a nuovi uomini in uno spazio/tempo che gli sopravvive ed a cui ha dedicato ogni fibra dei suoi gesti e sogni e con le sue visioni, viaggi e amori chiusi dentro al proprio cuore. Fino a che un giorno, qualcuno si è deciso a raccontare questa storia. E qualcun altro, poi, a musicarla, con questo disco.

Il disco fu un fiasco, perchè oltre ad estremizzare i contenuti cantautorali, ne estremizzò anche gli strumenti. Il pubblico non apprezzò, la propensione ai compromessi dell’autore era prossima allo zero e nell’Italia craxiana che iniziava le manovre per affondare, gli orecchi e l’attenzione si volsero verso altri tipi di musiche e personaggi. Iniziò così il silenzio artistico di Flavio Giurato.
Così ha magistralmente scritto di lui Claudio Orlandi: “Guardate un uomo che suona le sue gambe masticando l’aria. Si muove da sé. Sono mascelle portentose che tirano le funi del proprio corpo per farlo riscaldare e risuonare. Così nasce un gioco che può insegnare l’importanza di non essere visti pur essendo estremamente presenti” e di testimoniarci tutti, con una manciata di canzoni su un incredibile viaggio di più di settecento anni fa, narrato con una esposizione poetica così onesta da sottolineare che se Marco Polo fu un grande esploratore del Mondo, Flavio Giurato lo è del cuore e delle umane passioni e questo disco è la sua Grande Cina, da cui fu difficile per entrambi far ritorno. È risaputo: i cani sciolti non amano i recinti.
Per fortuna che “sotto l’asfalto c’è la sabbia”

un’intervista a Flavio Giurato:
La prima domanda è la più scontata: un ritorno discografico a distanza di 20 anni e oltre. Qual è stata la molla che ti ha spinto a questo passo?
Il fatto di non averlo mai perso, questo passo, in realtà. Il fatto di aver continuato a lavorare comunque, il fatto di aver continuato a suonare tutti i giorni, il fatto di aver fatto i pezzi, di essere andato in pubblico, di essere stato strappato da casa e forzato a fare dei concerti quando ancora i pezzi non erano finiti. Però mi è servito, mi sono divertito, tutto questo mi ha aiutato a finire questo lavoro che è durato ventitre anni...

Un work in progress...

Sì, una sera vedevo come andava Il caso Nesta, come riuscivo a farla, in un’altra come andava Silvia Baraldini,.. In pubblico ti rendi immediatamente conto se c’è qualcosa che è lungo, qualcosa che va bene, che rende. Ho usato questi anni per sperimentare.

Credi che il mercato conceda ancora spazio oggi a progetti cantautorali senza compromessi come il tuo?

Il mercato, mi diceva il mio primo discografico, è un cavallo bizzarro. E quindi non ne ho la minima idea, è una cosa che cambia in continuazione: arrivano sempre nuove folle di compratori. Ora forse queste folle non comprano più perché il passaggio dall’analogico al digitale ha danneggiato “la cerimonia”, per cui tu andavi a scegliere il disco nello scaffale con tutte le copertine e poi c’era la prima e la seconda facciata, ti dovevi alzare per cambiarla... Forse il pubblico pagava per questo. Adesso è tutto diverso, è una striscia continua. Io prima in composizione dovevo tenere presente il pezzo che apriva il lavoro, il pezzo che lo chiudeva, quello che chiudeva la facciata. Stare attento a non sforare di troppo i venti minuti altrimenti si sporcava la qualità... Un po’ di cose sono cambiate, anche nella registrazione. Ci sono cose che sono sopravvissute, che ho ritrovato intatte da quando ho smesso, altre che sono sparite: il nastro da due due pollici è sparito, un lexicon di plastica bianco l’ho ritorvato. È stato bello ritornare nel mondo della registrazione da cui mi ero distaccato.

A proposito di tecnologie vecchie e nuove. Internet ha avuto un ruolo importante nella nascita di una sorta di piccolo culto attorno alla tua musica e alla tua produzione. Addirittura la prima versione del manuale del cantautore, quella del 2002 è stata diffusa esclusivamente come mp3, attraverso la Rete. Secondo te la Rete può in qualche modo cambiare il rapporto tra chi fa canzoni e il suo pubblico?

Questo si riallaccia a quello che dicevamo prima: adesso c’è Internet e cambia tutto. Ancora credo che nessuno abbia capito a fondo di che cosa si tratta. È un’enorme enciclopedia che ci costruiamo da soli. Anche un artista di nicchia, che non ha mai venduto dischi, ha la possibilità di avere un negozio aperto 24 ore su 24 in tutto il mondo.

Che rapporto hai con queste nuove tecnologie?

Ho imparata a usare il telefono cellulare da poco, non so usare l’e-mail... (ride). Anche perché la tecnologia non ha influito nel lavoro di composizione a casa, perché gli strumenti sono sempre quelli, le chitarre sono sempre chitarre, le valvole sempre valvole. È un universo che si apre, che facilita la comunicazione, per cui il fatto che sto a Milano a fare il concerto alla Scighera diventa una notizia globale, anche se sembra un po’ folle dirlo... Bisognerà vedere cosa Internet porta, cosa porta anche sul fronte del diritto d’autore. C’è uno scoonvolgimento totale: non mi so valutare commercialmente, per tornare a quello che mi chiedevi prima, perché è cambiato tutto.

Parliamo un po’ del disco. Il manuale del cantautore più che un manuale mi sembra un diario degli ultimi 40 anni, si va dalla primavera di Praga sino ai giorni nostri. Secondo te la canzone può ancora raccontare, a modo suo, la Storia con la S maiuscola?

Sì, se questa ha a che fare con la tua minima esperienza personale. Deve avere qualcosa che riguarda anche me e che possa essere letto a più strati. C’entra anche la storia. Sono storie, quelle che racconto, che ci appartengono profondamente, da Ustica su cui dopo tutti questi anni non si sa ancora come sia andata, alle immagini di Padre Pio con le stigmate che buttavano sangue sulla copertina di Gente quando ero ragazzino o la Primavera di Praga in cui sono incappato io personalmente...

Quello dei tuoi testi è un procedere per immagini. Quanto questo è legato all’”altro” Flavio Giurato, quello che lavora con le immagini, quanto si contaminano i due aspetti?

Questo ora è assolutamente verificabile, perché sto facendo un video di ogni pezzo... Dodici pezzi, dodici video. Me lo dovrai dire poi tu che differenza c’è tra aver sentito il pezzo solo da cd e averlo sentito abbinato a un video...

Sono molto curioso, sarà un dvd?

Sicuramente. Adesso metteremo il primo, quello del Caso Nesta, su You Tube. È quindi una cosa completamente senza diritti. È la condivisione dell’immagine, la gratuità assoluta, non c’è ritorno economico, non c’è copyright. Gli altri 11 pezzi vorrei inserirli in un dvd, destinato ai pirla (ride) che si sono comprati il cd...

Un progetto multimediale, molto innovativo...

Io con i video ho cominciato molti anni fa, all’epoca di Mister Fantasy, quando la consideravamo una nuova forma d’arte, eravamo molto gasati. Mi fa molto piacere ritornare in quel campo da gioco lì.

Vorrei tornare un attimo sulle esibizioni live, mi hai detto che hanno funzionato come dei test...

Sì, è così.

Ma che rapporto hai con il palcoscenico, con le esibizioni dal vivo, che nel tuo caso non sono molto frequenti?

Adesso c’è il progetto di riuscire a portare in pubblico il lavoro del disco, se riesco a coinvolgere le persone che hanno suonato nel disco. Vorrei riuscire a fare un tour. Sarò di più in giro, almeno in questo 2008 che coincide con l’uscita del disco.

Hai già in cantiere nuove canzoni, un nuovo progetto discografico?

Sì, ci sarebbe da fare un’appendice al Manuale del cantautore.... In realtà mi piacerebbe fare un disco di otto pezzi, cioè sulla lunghezza dell’analogico, pubblicato su compact, ma pensato come un vecchio lp, m’è venuta nostalgia, dopo aver provato a fare il compact...

scrive Fulvio Abbate:
Non molto tempo fa, ho trovato nella casella di posta elettronica un messaggio entusiastico dove, una voce da fan, comunicava esattamente così: “Ciao a tutti, volevo avvisarvi che Flavio Giurato ha vinto il Premio Ciampi 2003! Il merito è tutto di Flavio e del suo grande talento. Ma un grazie sincero va a tutti voi che avete avuto voglia di aiutarci in un progetto che solo pochi mesi fa sembrava del tutto folle (cmq anche adesso....) a presto con qualche informazione in più sulla prossima uscita del libro CD. Andrea”.
Il cantautore Flavio Giurato, se non fosse che siamo amici da molti anni, ci metterei un bel po’ a ricordarlo con chiarezza assoluta, lui e la sua chitarra di marca ovation. Davvero, faticherei a rimettere a fuoco il suo viso in pubblico, le copertine dei suoi dischi, gli accordi e tutte le altre sue utopie d’autore di canzoni.
Non è vero, scherzo, ed ecco che torna a piazzarsi subito nel presente della mia memoria, come non si fosse mai mosso: è il 1981, in tv c’è Carlo Massarini, con la sua trasmissione, “Mister Fantasy”. Nella stessa inquadratura c’è anche un bel ragazzo alto, l’aria del tipo di buona famiglia, lacoste blu, e sguardo rivolto al mare di Ansedonia, Porto Ercole, e così via fino a Orbetello, luoghi dove l’amore diventa verso, diario di una certa estate romana. E’ proprio lui, Flavio Giurato, che canta le canzoni del suo lp, “Il tuffatore”, uno dei dischi più belli di quell’anno, di più, degli anni Ottanta e oltre. Un disco, credo, prodotto da Paolo Giaccio.
Ma cos’è che rendeva la cifra di Giurato così straordinaria, al punto da suggerire, oltre a un’immediata sensazione di nostalgia, perfino un’aria di rivolta, un legame sentimentale inossidabile con il suo immaginario? Per cominciare, diciamo, la sua malinconia siderale. E poi, l’impressione che Giurato fosse lì a incarnare una specie di sentimentalismo civile, nel senso più rispettabile della parola. Ma se citassi soltanto “Il tuffatore”, comunque il suo lavoro più noto, farei torto alle fatiche successive, a dischi come “Marco Polo”, un lp “difficile”, forse anche “estremo”, segno che quando c’è da sperimentare Giurato non si tira indietro. E poi? Poi, c’è il presente. La certezza che per alcuni Flavio Giurato non si è mai mosso dalla scena. Tanto che una casa editrice di Milano, la Addictions, ha deciso di dedicargli un libro, un gruppo di scrittori “giuratiani” - fra gli altri, Tiziano Scarpa - si sono ispirati ai suoi pezzi per scrivere dei racconti. Anche il sottoscritto comunque, in fatto di riconoscimenti, ha fatto la sua parte. Consegnandogli, mesi fa, il premio Teledurruti, ispirato all’omonima trasmissione situazionista. Lo ha vinto con “La Giulia bianca”, dedicata a Pier Paolo Pasolini, ma anche un omaggio esplicito alle immagini della sigla della trasmissione che lo ha rimesso al mondo dei media, se è vero che un suo concerto in diretta di qualche anno fa, proprio lì, a Teledurruti, resta un piccolo must, peccato che il nastro che lo conteneva sia andato distrutto durante un incendio. Peccato, davvero.
da qui






















sabato 28 ottobre 2017

Le promesse del mondo - Flavio Giurato




 
è uscito l'ultimo lavoro di Flavio Giurato, uno dei più grandi cantautori italiani, se uno non lo sa ancora - franz

Così si apre il nuovo, inaspettato, album di Flavio Giurato, ed è un’apertura che diventa estuario in un mare di parole che come al solito ci porta via, parole che costruiscono storie e storie che ritornano nell’acqua in un portentoso circolo narrativo che vede nella materia liquida l’habitat naturale dell’uomo in migrazione, non solo quello della title track ma anche il protagonista del vertiginoso cortocircuito temporale di Ponte Salario (dedico questa canzone e sono sincero/a tutti quelli in coatta trasferta verso un più stabile ristoro/e che stanotte dormono sotto Ponte Salario) o di colui che nell’enigmatica Agua mineral compie la lunga e perigliosa traversata, è come se quel tuffatore che rinasceva ogni volta dall’acqua all’aria si sia moltiplicato in una contemporaneità piena di riflessi che solo Giurato sa trasmetterci con la sua musica.

Lo dice il sottoscritto che conta meno di zero: Le promesse del mondo è davvero un disco assoluto, è un lavoro dotato di uno spessore poetico che invita a continue riletture, proprio che il solo focalizzarsi sulla componente testuale sgomenta per le sorprendenti soluzioni lessicali adottate dal cantautore romano. Se lo si definisce bello o denso o chessò è sempre meno di abbastanza, è, nella complessità dell’ascolto, più di quanto altro potremmo sentire. Io credo che Digos sia un pezzo enorme e non so se qualcuno in Italia abbia mai scritto una cosa del genere, per cui, ancora una volta, grazie infinite signor Giurato. 

Qui l’ascolto completo su Rockit.

da qui

mercoledì 14 giugno 2017

(ri)ascoltare Ivan della Mea

che vive nelle sue canzoni, 8 anni dopo la morte



un documentario su e con Ivan della Mea:



l'ultimo articolo apparso su Il Manifesto il 12 giugno 2009:
Brucia compagno brucia, di Ivan Della Mea
Cialtroni presuntuosi autoreferenti mentecatti retorici e pletorici recitanti di grandi parole intelligentissime che vi arrotondano il labbruccio nell'affettata pronunzia e vi allargano i buchi del naso a frogia cavallina per comunicare la potenza del vostro dire e gli occhi che se la tirano a specchio di una cultura altissima profusa con grande intelligenza e non conta un cazzo che nulla sappiate del lavoro, ne fate un'astrazione impreziosita dal suffisso «oro» e del prefisso «lav» non potrebbe fregarvene di meno. Ma volete essere di sinistra, di più, vorreste essere la sinistra e nonostante alcuni di voi abbiano alle spalle più disastri che meriti ancora vi vivete come dirigenti, diri senza genti, e impapocchiate di qui e rompete di là forti del vostro protagonismo e presenzialismo e animati dalla sottile foia di potere che informa il vostro fare: dirigenti di quarantaquattrogattiinfilaperdue ambite cariche nazionali o europee. Eterni quadri di partito o di gruppo per voi tutto fa pedana. Dalla scissione del 1906 al diciannovismo alla nascita del Partito comunista italiano non pochi tra voi già erano attrezzati e si portavano appresso una seggiolina di quelle che si chiudono onde averla prestamente fruibile per poggiare le ponderose chiappe. Voi siete stati e siete ancora la vera rovina del mondo del lavoro in generale e dei lavoratori. Fatte le eccezioni dei Di Vittorio, Novella, Santi, Trentin, Luciano Romagnoli e pochi altri davvero compagni davvero dirigenti, davvero protagonisti coscienti e responsabili di grandi vittorie e di grandi sconfitte, c'è parecchia miseria e assai poca nobiltà a giro e allora mi spiego perché non poche frange della classe operaia del nord, est e ovest, ancorché sindacalizzate, abbiano votato per la Lega. Al sindacato chiedono una sinecura da mero patronato, ma razzismo e intolleranza e non di rado fancazzismo ed egoismo e anche antipartitismo per dire anticomunismo sono costanti assai presenti sulle quali, e da tempo, dalla fine degli anni '80, come documentava con una ricerca il mio carissimo amico Primo Moroni commissionata dal sindacato, nessuna cultura contro veniva attivata e dunque nessuna politica. Si può essere cigiellisti e leghisti e razzisti e lo si è in molti casi. È questa io credo la miseria della politica di oggi e della cultura che l'informa. Chi ha voglia di fare chiarezza su queste contraddizioni? Chi ha la coscienza compagna di dire all'operaio sindacalizzato che discriminare, emarginare, fare pratica costante di razzismo e di differenzialismo significa essere fascisti dentro? Non lo vedo questo coraggio. Non vedo l'urgenza di un fare politica che sia anche fare cultura in questo senso: e cioè in contrapposizione e in rivolta.
Chi leghista viene in Piazza della Loggia il 28 maggio di ogni anno o è mentecatto o non si rende conto di essere corresponsabile dello scoppio di quella bomba: uno scoppio che nella coscienza non è finito né mai finirà. Chi, dirigente, non capisce o non vuol capire questo, è uno che ormai vede soltanto i cadreghini rassicuranti e ambiti, le piccole medie e grandi ambizioni di potere personale, la politica del farsi i cazzi propri, del chi fa da sé fa per tre. È ora di guardarsi negli occhi e di dirsi a muso duro tutto questo e ci si romperà forse ulteriormente, ma su quanto resterà si potrà tentare di ricostruire insieme sempre insieme e soltanto insieme un progetto socialista. «Brucia compagno brucia/la lotta continua ancora//Brucia compagno brucia/continuerà».

un'intervista di  a Ivan Della Mea
Lo avevo già incontrato negli anni settanta in un paio di occasioni ma solo l'ultima volta, nel 1995, mi ero deciso a intervistarlo. L'occasione era stata la “Festa RAP” (nel senso di “Rossa, Antifascista, Proletaria”) organizzata a Vicenza dal “Collettivo SPARTAKUS”, da Rifondazione Comunista e dalla Lega per i diritti e la liberazione dei popoli (di cui all'epoca, per quanto indegnamente, ero il responsabile per Vicenza) con la collaborazione di alcuni Centri sociali e gruppi vicentini (“Stella Rossa” di Bassano, “Alter-media” di Schio, “La tienda”, il Collettivo Cà Balbi, gli anarchici bassanesi del “Pisacane”....). Una risposta alla squallida manifestazione di qualche mese prima, nel 1994, dei gruppi neonazisti che avevano letteralmente invaso la città del Palladio, medaglia d'oro per la Resistenza. Ancora non lo sapevo ma, rinviando di continuo per un altro “aggiornamento” sulla sua militanza cantata, non lo avrei più rivisto. Recentemente ho ritrovato gli appunti di quella lunga intervista-conversazione e mi è parso giusto riproporla per ricordare Ivan e le sue canzoni.
NERONE
Nerone era un cane che per anni era stato legato alla catena, in un deposito dalla parte dei Navigli, a far la guardia. Divenuto vecchio venne slegato, portato altrove e abbandonato, come da manuale.
La sua condizione passò “da quella di schiavo a quella di liberto affamato”. Ritornò nei paraggi, lì dove aveva trascorso tutta la sua vita, cercando una qualche convivenza, un rapporto con gli umani, una mediazione tra una carezza, un tozzo di pane e tante pedate.
Una sera nei pressi del vecchio capannone alcuni giovani avevano acceso un fuoco ed erano intenti a “farsi” di eroina. Nerone, afflitto da cronica solitudine, si avvicinò per fare amicizia ma qualcuno, già sotto l'effetto della droga, gli sparò un colpo di pistola in testa.
Il giorno dopo toccò proprio a Ivan e al figlio ritrovare il cadavere della povera bestia. Ivan ne riportò un'emozione fortissima anche per la disperazione del bambino. E nacque così la canzone per questo cane “morto in guerra”, vittima inconsapevole dei mille egoismi e miserie di un mondo imperniato sull'usa e getta, tanto per degli umani che delle bestie.
Era una delle tante storie che Ivan Della Mea raccontava, accompagnato dalla sua chitarra: una canzone in cui riversava la sua profonda umanità, il suo rifiuto di restarsene indifferente di fronte alle tante ingiustizie del mondo, grandi o piccole che siano. Tra l'altro questa non è l'unica sua canzone “animalista” ante litteram (o meglio: “antispecista). Ricordate “El me Gatt”? Ivan evidentemente è sempre stato un uomo incapace di girarsi dall'altra parte, uno che sentiva veramente sulla propria pelle lo schiaffo dato a chiunque in qualsiasi parte del mondo (citazione guevarista, ovviamente). Roba d'altri tempi.
VALE LA PENA
Va anche detto, purtroppo, che riascoltandolo oggi la malinconia rischia di essere il sentimento prevalente. Le sue canzoni legate spesso ai numerosi lutti del proletariato (dall'Ardizzone a Che Guevara, da Ciriaco Saldutto a Franco Serantini, da Avola a Marcinelle), ascoltate 40 e passa anni fa alimentavano quella “rabbia antica” che oggi come oggi rischia di apparire un reperto, un fossile o addirittura un “sentimento da zombies” come mi ha poco gentilmente fatto osservare un ex compagno, all'epoca operaista, oggi rassegnato.
Eppure credo valga ancora la pena di ascoltarlo. Non solo perché molte sue canzoni fanno ormai parte della storia delle lotte proletarie, ma anche per la profonda umanità che le pervade, testimonianza sofferta di un modo diverso di concepire i rapporti umani rispetto all'ideologia dominante.
L'UOMO BIANCO
La vera e propria mutazione antropologica avvenuta negli ultimi decenni (e che ha contaminato anche buona parte delle classi subalterne) era stata prevista e temuta da Della Mea in epoca non sospetta: quasi avesse avuto una premonizione.
Era stato lui stesso a dirmelo:
“Quando cantavo Io so che un giorno in fondo non credevo all'esistenza dell'”Uomo bianco vestito di bianco” che ossessionava quel mio carissimo amico poi finito al manicomio. Pensavo che a me non sarebbe mai capitato di vederlo e adesso invece lo vedo anch'io, quasi ogni giorno, in televisione”. Ricordo che l'incontro risale al 1995 e penso sia inutile precisare a chi si riferisse il buon Ivan.
D. Usi ancora il vecchio repertorio nei concerti? Mi riferisco ai tuoi lavori degli anni sessanta, da “Ballata della piccola e grande violenza” a “Forza Gioan l'dea non è morta” (noto anche come “Il rosso è diventato giallo”)?
R. Suono spesso canzoni come “Ieri mio padre è morto” o “El me gatt” che venne definita da Roberto Leydi una canzone anarcosindacalista a tutti gli effetti. Posso anche essere d'accordo con l'”anarco” ma non sono mai riuscito a capire il perché del “sindacalista”...Ho invece qualche difficoltà a suonare “Il rosso è diventato giallo”, ma solo per motivi tecnici, non politici. Nel disco molti pezzi venivano suonati da Paolo Ciarchi (della Comune), molto più bravo di me con la chitarra. Ho recuperato anche “A questo punto il prezzo qual'è” (famosa per aver ripreso lo slogan delle Pantere Nere “brucia, ragazzo, brucia” ndr), aggiornandola e aggiustandola un po'. Nel testo originario c'erano forse delle forzature a scapito di quel povero cristo di Cesare Pavese. Purtroppo devo riconoscere che Avola, Battipagli, Soriano Ceccanti, Marighela, Inti Peredo...(tutti citati nella canzone ndr) ormai alla maggior parte delle persone, soprattutto dei giovani, non dicono più niente. L'unico che conoscono è Guevara (e dopo altri 20 anni la situazione non è certo migliorata ndr).
CHI ERA GIOAN?
D. Meglio che niente con questi chiari di luna. A proposito, pecco anch'io di ignoranza e avrei qualche curiosità: chi era “Gioan” a cui spesso ti rivolgi? E chi era Costante, altra figura ricorrente nelle tue canzoni?
R. “Gioan” era Gianni Bosio. Costante era un contadino di Torrealta di Ponte del Giglio, in provincia di Lucca. Era un personaggio di grandi, diffusi, minuti saperi; la negazione di ogni esasperazione ideologica. Un uomo legato alla terra, al ciclo delle stagioni, al lavoro dei campi. Aveva una profonda, intima conoscenza di piante e animali, con una visione del mondo che evocava una sorta di mondo magico rurale. Noi viviamo in un mondo dove si parte dall'idea di uomo universale per poi scendere al concreto, al particolare. Nel mondo contadino avveniva il contrario, senza peraltro porsi il problema dell'universale.
Costante non era antifascista, almeno non in maniera consapevole, dichiarata. Però quando due suoi compaesani discesi in città e divenuti fascisti, vennero in divisa a casa sua per dirgli che stavano organizzando i giovani della zona, non fece altro che entrare in casa e, senza dire una parola, uscire con il fucile spianato. I due non si fecero più vedere.
D. Mi pare che ti riferissi a lui, a Costante, anche nella canzone “A questo punto il prezzo qual'è”, molto critica verso gli intellettuali alla Cesare Pavese (v. “...l'umore antico di un uomo costante...”)?
R. Io posso capire Pavese ma contrapppongo alla sua mitologia sul “paese”, sui campi, le colline, la luna e i falò, la realtà di Costante che invece il paese ce l'ha dentro. In un cero senso l'atteggiamento di Pavese equivale a quello odierno di certi “arancioni” o affini che vanno a vivere in campagna. Ma io credo che sia una questione filosofica o ideologica. Il senso materiale della terra o ce l'hai o non ce l'hai; non c'è ideologia che tenga.
UNA BALLATA PER FRANCO SERANTINI
D. Tu hai dedicato una ballata a Franco Serantini, il giovane anarchico assassinato a Pisa dalla polizia nel maggio 1972. Mi dicevi di averlo incontrato qualche volta a casa di tuo fratello, Luciano (Luciano Della Mea, scrittore, 1924-2003 ndr). Ricordo che tuo fratello ebbe un ruolo non indifferente nel denunciare il pestaggio subito da Franco (si costituì parte civile con Guido Bozzoni riuscendo a impedire la frettolosa, già richiesta, inumazione del cadavere di Serantini ) e nelle polemiche che poi sfociarono in due manifestazioni distinte a Pisa...
R. Franco Serantini era molto amico di mia nipote, Maria Valeria Della Mea, anarchica e figlia di Luciano, mio fratello. La ballata in realtà venne scritta da un numeroso gruppo di compagni di varia tendenza, dagli anarchici a Lotta continua. Io mi limitai ad alcuni aggiustamenti metrici e per la musica usai quella di una ballata dedicata a Felice Cavallotti.
A Pisa vi furono due manifestazioni perché c'era chi voleva a tutti i costi appropriarsi della morte di Franco, installarci la sua bandierina. Questa era, in sostanza, la posizione di adriano Sofri. In vece Luciano, mio fratello, riteneva che la formidabile ondata di sdegno e solidarietà che la morte del giovane anarchico (massacrato dalla Celere e poi lasciato crepare in carcere ndr) fosse troppo preziosa per farne una questione di bandiera. Alla fine si tennero due distinte manifestazioni: in una parlò Adriano Sofri, nell'altra Umberto Terracini.
D. E gli anarchici?
R. Se non ricordo male anche tra gli anarchici vi furono valutazioni diverse. Penso fossero più o meno “equamente” distribuiti tra le due manifestazioni. Tra l'altro pioveva che Dio la mandava. Di questo se ne ricordano bene tutti i partecipanti, tranne Marino che però sostiene di ricordarsi di essere stato istigato da Sofri ad ammazzare calabresi proprio in quella circostanza....
D. Usi ancora la “Ballata per Franco Serantini” nei tuoi spettacoli?
R. Sì, spesso. Naturalmente è una di quelle canzoni che richiede certe spiegazioni. Io le considero “canzoni d'uso per la memoria storica”.
...MOLTI VIETNAM...
D. C'è una tua vecchia canzone su Cuba, sul fatto che “dovere di ogni rivoluzionario è soltanto fare la rivoluzione...”Come la giudichi a tanti anni di distanza?
R. Quella su Cuba è del '67, quando appunto andai a Cuba. Si intitolava “Creare due, tre, molti Vietnam”. Non mi capita di cantarla spesso ma di sicuro non rinnego niente, anzi.
Il destino delle varie canzoni a volte è molto diverso. Poco fa mi parlavi di quella canzone che ho scritto su un fatto accaduto da queste parti (a Torrebelvicino, vicino a Schio ndr) e mi parlavi di un ex partigiano divenuto poi padrone di una fabbrica. Un giorno, agli inizi degli anni settanta, di fronte ad un picchetto di operai non trovò di meglio che tornare ad imbracciare il fucile per sparare nel mucchio (un operaio rimasto ferito perse un occhio ndr). Sinceramente me ne ero completamente scordato, hai fatto bene a ricordarmela. Altre mie canzoni invece sono entrate nel patrimonio storico della sinistra, come “Cara moglie”.
D. Possiamo riassumere a grandi linee la tua produzione?
R. Le mie prime canzoni risalgono agli inizi degli anni sessanta, con la “Ballata della piccola e grande violenza”. I dischi principali sono: “Io so che un giorno (con le ballate del Gioan); “Il rosso è diventato giallo”; “Se qualcuno ti fa morto”; “La balorda”; “La ringhiera” (sulla strage fascista di Brescia); “Fiaba grande”; “La piccola ragione di allegria” (su mio fratello); “Su da dio, giù da bestia”, un lavoro sulle contraddizioni, sull'emarginazione metropolitana e sulle risposte di alcuni settori giovanili, in particolare sulla droga. Risale al '77, in coincidenza con l'incremento dei morti per overdose.
Per i cent'anni dalla morte di Carlo Marx, in collaborazione con l'Università di Urbino, ho fatto “Carlet”. Poi, finita ormai l'esperienza dei Dischi del Sole, ho continuato a scrivere libri.
D. Ce li puoi elencare?
R. Con l'editore Bertani (il mitico Bertani di Verona...ndr) ho pubblicato “Fiaba d'orso, di bagato e di un giorno centenario”, su come ho vissuto il centenario della morte di Marx. Poi, per Interno Giallo, “Il sasso dentro”, un romanzo nero metropolitano. Con “Se nasco un'altra volta ci rinuncio” ho vinto il premio Forte dei Marmi. Poi c'è stata “Cantata Ambrosiana” e l'ultimo, per ora, “Un amore di luna” edito dalla Granata Press (ricordo che Ivan ha scritto anche moltissimi articoli per l'Unità, Il Manifesto, Linus...ndr).
D. Senti, qui siamo a due passi da Padova. Mi viene in mente un episodio (di cui hai anche raccontato su Linus...) che ti ha visto schierato a fianco degli “autonomi” del Centro Sociale “PEDRO” contro alcuni “benpensanti di sinistra” (diciamo così...) patavini...?
R. Sì, mi ricordo i fatti di cui parli...Risalgono al 1987, in occasione di un concerto organizzato dall'ARCI di Padova nel Salone dei Giganti. I giovani compagni del “PEDRO” (un compagno assassinato dalla polizia a Trieste nel 1985 ndr), sostenendo che le mie canzoni esprimevano contenuti molto vicini ai loro, chiesero con molta urbanità di poter esprimere il loro pensiero nel corso di un seminario pomeridiano, sollevando soltanto le obiezioni di un professore universitario. Mi chiesero poi di poter fare un intervento, leggere un loro comunicato durante l'intervallo del concerto della sera. Naturalmente diedi il mio consenso. Salirono sul palco con uno striscione e lessero il comunicato suscitando le ire di quel professore universitario che diede una sberla ad un compagno del centro sociale. Costui evidentemente non aveva ben interiorizzato la nota massima evangelica e rispose con un pugno, a mio avviso giustificato. La mattina dopo veniamo a sapere che il ragazzo del centro sociale era stato denunciato. Andai subito in questura con il responsabile dell'ARCI per dichiarare che i ragazzi avevano avuto il permesso di intervenire e che il primo a menare le mani era stato quel professore. Ricordo che la cosa mi fece incazzare e scrissi quell'articolo per Linus. Si incazzò anche il PCI (nei miei confronti) e io tornai a Padova per fare un concerto al “PEDRO”. Tutto qui.
D. L'ultima volta che ti ho visto è stato in televisione. Suonavi e cantavi “O cara moglie” davanti ai cancelli della FIAT durante i famosi 33 giorni...
R. I trentatré giorni della FIAT me li sono fatti tutti. Secondo me è stata una sconfitta voluta.
D. Voluta da chi (a parte Agnelli & C., ovviamente)?
R. Anche da una parte del sindacato. In fondo c'era questa esigenza di ristrutturare, condivisa dagli stessi sindacati...Le ragioni della sconfitta erano quindi organiche. Un vero disastro comunque, con conseguenze irreparabili. C'è anche un altro aspetto da rilevare. In quei trenta giorni la mobilitazione fu praticamente tutta esterna; non c'era nessuno dei minacciati di cassa integrazione. Molti di loro erano giovani e in fondo è logico che un giovane se ne freghi se va in cassa integrazione. Al momento dell'accordo poi, come al solito, gli operai dissero di no e i delegati di sì. Ancora un'occasione persa per riflettere sulla democrazia dentro il sindacato...
I CENTRI SOCIALI A MILANO
D. Se Nando Della Chiesa avesse vinto le elezioni a Milano a quest'ora, con ogni probabilità, saresti “assessore ai Centri Sociali”...
R. E sarei subito ricorso alla consulenza di Primo Moroni. Tieni presente che, a mio avviso, è uno dei maggiori esperti di Centri Sociali, non solo a Milano. Fin dall'inizio ha studiato da vicino la nascita di queste realtà auto-organizzate. Personalmente ritengo sia pericoloso rinchiudere sotto la stessa definizione di C.S.A. Situazioni estremamente composite. Soprattutto nel rapportarsi alla realtà esterna, al territorio. Autogestione è una parola bellissima, facile da capire e, apparentemente, da tradurre in pratica quotidiana. Invece il termine “territorialità” è più complesso. Anche da praticare correttamente.
E' opinione diffusa, anche in alcuni settori del Movimento, che se Formentini (ex sindaco leghista a Milano ndr) non avesse fatto del Leoncavallo una questione nazionale, forse il Leoncavallo rischiava di estinguersi per un processo di autoghettizzazione. Anche la questione del “casino” in ore notturne era poco più di un pretesto, un problema che si andava risolvendo: i compagni avevano già speso milioni per insonorizzare adeguatamente.
Il problema vero era quello di sapersi porre in una prospettiva di reale apertura, di rappresentarsi con il territorio. E' una cosa nota che da almeno dieci anni le uniche, o quasi, novità culturali valide a livello europeo prodotte in Italia sono nate e cresciute nei Centri Sociali, sia per la musica che pe il teatro. Questo spiega perché il Leoncavallo fosse una cosa di giorno e un'altra di notte, quando veniva occupato da 4-5mila persone che volevano vedere le avanguardie artistiche. Giustamente Primo Moroni sostiene che l'apertura alla città dei leoncavallini è avvenuta solo “in difesa”, ossia come risposta tattica all'attacco della giunta. I dieci-quindicimila delle manifestazioni avrebbero potuto e dovuto essere molti di più. C'è stata la quasi totale assenza delle organizzazioni e dei partiti della sinistra. Non bastava la presenza per quanto significativa di Umberto Gay. Bisogna riconoscere che nonostante le assemblee al Teatro dell'Elfo non si è riusciti a spiegare adeguatamente alla città che il Leoncavallo riguardava tutta Milano, tutti i Centri Sociali.. .Personalmente ho scritto sull'Unità che non bastava firmare manifesti e appelli, ma che alle iniziative del Leonka bisognava partecipare fisicamente. Soprattutto nel caso di prevedibili interventi da parte della polizia. Bisognava far capire a quella testa di cazzo di Formentini (quello che chiamava i compagni del Leoncavallo “randagi che non hanno diritto di cittadinanza”) che il suo atteggiamento è politicamente controproducente oltre che sbagliato.
1500 IRRIDUCIBILI VECCHIETTI
D. Restando alla situazione milanese, cosa vorresti aggiungere?
R. A Milano non c'è solo il Leoncavallo. Il centro occupato di viale Transiti, per esempio, in questo momento è sicuramente il migliore centro di prima assistenza medica della città. Come laboratorio medico per analisi, come attrezzature comprate personalmente dai medici che vi operano volontariamente. Siccome ci vanno soprattutto extracomunitari anche via Transiti è a rischio con questa amministrazione leghista (stiamo parlando del 1995 ndr). Poi c'è Villa Mantea, un centro di prima accoglienza, per cui il solito Primo Moroni è riuscito a strappare un mandato. Io personalmente sono presidente di un circolo ARCI, costituito prevalentemente da anziani, che da un punto di vista logistico rischia di venir chiuso anche domani: non ha alcuna agibilità, nemmeno il numero civico...per ora non ci hanno sfrattato solo perché la giunbta non farebbe una bella figura a mandare le ruspe contro millecinquecento vecchietti.
A mio avviso comunque -e per concludere- anche da parte dei compagni si sono commessi errori grossolani. Figurati che non è ancora stata fatta una mappatura completa dei vari centri sociali e affini. Soprattutto penso sia anche una questione di responsabilità personale. Non è più possibile delegare sempre e comunque. Occorre sapersi impegnare individualmente: la responsabilità politica è anche soggettiva. Se sei convinto di una cosa e non la fai sei responsabile del suo fallimento. Voglio dire che se credo giusta una determinata manifestazione devo andarci di persona, non limitarmi a firmare l'appello. Altrimenti i Centri Sociali rischiano di chiudere...

un ricordo di Alessandro Portelli
Quando morì Gianni Bosio, suo amico, interlocutore, maestro, Ivan Della Mea gli dedicò una delle sua canzoni più belle: Se qualcuno ti fa morto. Se qualcuno ti fa morto, diceva, un motivo c’è: ti commemorano, ti fanno elogi e monumenti di parole, ma se ti fanno morto è perché non credono più alle ragioni della tua vita. Basterebbe una canzone come questa per complicare quell’etichetta di “cantante di protesta” che Ivan Della Mea si portava appresso fin dagli anni ’50 – come se avesse da dire solo cose contro cui lottare, e non anche moltissime cose per cui vivere. Ivan ha cantato, scritto, parlato la politica e le lotte, ma soprattutto i sentimenti, i rapporti che a quelle lotte davano, e se non vogliamo farlo morto, daranno ancora un senso.
Nato in Toscana, cresciuto a Bergamo, cantava in milanese le sue canzoni rivolte a Gianni Bosio: ti ricordi, Giovanni, del quarantotto, quei bei tempi di buriana, “vegniven giù da la rocca de Berghem i tusan braccia’ su tucc’insema, tutt’insema cantaven, cantaven – Bandiera Rossa, Giuan, te se ricordet…” Il suo comunismo cominciava – “avevo otto anni, calzettoni e due grandi occhi per guardare” – con quell’immagine di amicizia e di gioia, era quello il mondo sognato da creare. E quando poi i ragazzi sconfitti cantavano ancora Bandiera Rossa, la guerra e la rabbia che avevano negli occhi era quella di chi è respinto a forza in un mondo cupo di solitudine e repressione.
Accanto alla grande violenza della restaurazione clericale e della guerra fredda, Ivan cantava la “piccola violenza” del mondo familiare, e – come suo fratello Luciano, un altro maestro della nostra cultura e della nostra storia – ci vedeva le radici della violenza maggiore. Quando comprai titubante il suo primo disco, i suoni con cui cominciava – il rumore antimusicale di un motore di scooter – mi sconcertarono, e altrettanto mi sconcertava la sua voce non canonica e imperfetta. Ma “Io so che un giorno” era la più acuta e poetica denuncia che avessi ancora sentito del nuovo mondo che avanzava, che ti comprava il cervello in cambio di una lavatrice, che trattava per matto chi cercava altre libertà (Luciano ne sapeva qualcosa), e che mascherava tutto sotto una coltre di bianco elettrodomestico e manicomiale. Il rumore, le imperfezioni, anche la qualità ruvida di una registrazione fatta in economia, erano tutti segni di una resistenza a quella bianca pulizia senz’anima.
Non è stato un cantore di vittorie, di sorti magnifiche e progressive di un comunismo portato dall’onda della storia. A ripensarci, tante delle sue canzoni parlano di sconfitte, di compagni uccisi (Serantini, Ardizzone), di lotte andate a male – e della orgogliosa determinazione a ricominciare. La sua canzone più cantata, quella entrata davvero nella tradizione orale, “O Cara Moglie”, è la storia di uno sciopero sconfitto, di un operaio licenziato, del ricatto padronale che convince o costringe tanti operai a chinare la testa e rientrare in fabbrica – e gli scioperanti che gli gridano crumiri e venduti, ma vedono la loro umiliazione anche come un’offesa fatta a se stessi. Ma la storia è raccontata nel calore di una cucina operaia, condivisa con l’amore familiare, con la proiettività nei confronti del figlio che si trasforma in orgoglio e insegnamento. Alla grande violenza della repressione e dei licenziamenti risponde, stavolta, la “piccola” resistenza dei sentimenti, dell’amore, della dignità. E da qui si ricomincia, oggi come allora.
La cucina di “O cara moglie” è anche un pezzo di quel mondo popolare, “di ringhiera”, in cui Ivan si è sempre riconosciuto. Da questo mondo viene la più perfetta della canzoni, “El me gatt”, a questo mondo ha dedicato un disco (“Ringhiera”), e questo mondo frequentava in quell’“arcicorvettocheincormistà” di cui ci raccontava ogni tanto nelle sue lettere al manifesto, e che in cuor gli stava anche quando i discorsi che sentiva lì dentro non gli andavano più tanto bene – un po’ perché al cuore non si comanda, e un po’ perché una cosa sono i discorsi e un’altra le persone, e che se certe persone a cui si vuol bene parlano in un certo modo un motivo ci sarà e noi dobbiamo ascoltare e capire per cambiare.
Ivan aveva fatto una vita faticosa e logorante negli ultimi anni, in continuo movimento fra Milano e Sesto Fiorentino, per tenere in vita la creatura più importante e più amata, sua, di Gianni Bosio, di Franco Coggiola, e di tanti che da loro avevamo imparato: l’Istituto Ernesto de Martino, il cuore della memoria e della cultura profonda di un’Italia che vogliono annullare e farci dimenticare. Era davvero un sacrificio, non solo per la fatica fisica ma anche perché in fondo quella di organizzatore e dirigente non era neanche la sua vocazione – ribelle fino in fondo, si adattava con sforzo generoso alle esigenze dell’organizzazione, dell’ordine, dell’ammninistrazione. Ma davvero non c’erano altri che potessero farlo, che rappresentassero così intensamente quella storia (comprese le divisioni, i conflitti, le riconciliazioni, gli incontri) di persone, di suoni, di parole, di carte. Anche questo era un dovere d’amore.
Come facciamo a non “fare morto” l’indimenticabile Ivan Della Mea? A me la notizia arriva via internet mentre sono a Whitesburg, in Kentucky, e ieri ho ascoltato una giornata bellissima di musica e di condivisione, creata da Appalshop, un’organizzazione praticamente sorella del de Martino. Leggendo la notizia di Ivan ho pensato che se fosse stato qui ieri si sarebbe divertito e si sarebbe sentito a casa, non tanto per la politica felicemente obamiana (su cui sono sicuro che avrebbe avuto qualche critica) quanto perché quello che ha sempre cercato di fare è stato di tenere insieme le persone in nome di un desiderio bello e sensato, di festa e non solo di lotta. In un film prodotto da Appalshop, Sara Ogan Gunning, una delle voci più grandi della canzone proletaria americana, canta in una canzone la storia della sua vita e conclude “e cantate sempre le mie canzoni”. Per non fare morto Ivan Della Mea, cantiamo ancora “A quel omm”, “La pipa di Costante”, “A Costabona”… Ma ricordiamo anche quello che Phill Ochs diceva, in memoria di Woody Guthrie: “Oggi tutti cantano le sue canzoni, ma che senso ha cantarle senza le ragioni per cui lui le ha scritte?” Le ragioni di Ivan erano tante, qualche volta contraddittorie. Ma lo possiamo salutare con la parole che Gianni Bosio gli disse, e che lui canta, dopo una grande giornata di ricerca sul campo in Toscana: “qualcos’em fatt”. Grazie a Ivan, qualcosa abbiamo fatto e molto ci resta da fare.

su antiwarsongs trovi solo 63 canzoni di Ivan della Mea, qui si può ascoltare qualcosa di Ivan della Mea

martedì 6 settembre 2016

Brian Eno: Israele non danza con me

Caro Ohad Naharin, cara Batsheva Dance Company,
sono venuto recentemente a conoscenza del fatto che state utilizzando un pezzo della mia musica in un’opera chiamata Humus. Ho saputo di questo utilizzo solo la scorsa settimana, e, anche se in un certo senso sono lusingato che avete scelto la mia musica per la vostra opera, purtroppo crea un grave conflitto per me. Da quello che so, l’ambasciata israeliana (e quindi il governo israeliano) è sponsor dei prossimi spettacoli, e, dato che sostengo la campagna Bds da ormai diversi anni, questa è una possibilità inaccettabile per me. Spesso chi si oppone al Bds dice che l’arte non dovrebbe essere utilizzata come arma politica.
Tuttavia, dato che il governo israeliano ha reso piuttosto evidente di utilizzare l’arte esattamente in tal senso – per promuovere il ‘Brand Israele’ e per distogliere l’attenzione dall’occupazione delle terre palestinesi – ritengo che la mia decisione di negare l’autorizzazione è un modo per togliere questa particolare arma dalle loro mani. Solo un paio di giorni fa un ufficiale dell’esercito israeliano ha assassinato il quindicenne Mahmud Badran e non è neanche chiaro se verrà accusato di un crimine, e tantomeno punito. E centinaia di migliaia di palestinesi in Cisgiordania dovranno passare un’altra estate senza servizi idrici affidabili, mentre la demolizione di case palestinesi e la confisca di terre palestinesi va avanti senza tregua, come ormai da molti anni. Non vi è nessun segno di un qualsiasi tentativo di limitare l’attività dei coloni in alcun modo.
Sto cercando di capire le difficoltà che dovrebbe affrontare qualsiasi artista israeliano – e in particolare, quelli come voi che hanno dimostrato alcune simpatie per la causa palestinese. Ritengo che il vostro governo utilizzi artisti come voi e, sfruttando il vostro naturale desiderio di continuare a lavorare – anche se vuol dire diventare parte di una strategia propagandistica. Potrebbe essere che la vostra compagnia di danza non possa ufficialmente prendere le distanze dal governo israeliano, ma io posso e lo farò: non voglio che la mia musica sia concessa in licenza per qualsiasi evento promosso dall’ambasciata israeliana. Ho discusso di tutto ciò con la mia amica Ohal, un’artista israeliana e un’altra sostenitrice del Bds, e so che lei e i suoi colleghi israeliani del Bds capiscono la necessità di un boicottaggio. Come artisti dovremmo essere liberi di scegliere di rispondere alle ingiustizie dei governi, il tuo o il mio che sia.
Cordialmente, Brian Eno



appello di bdsitalia

sabato 7 maggio 2016

Tutte le lettere d’amore sono ridicole – Fernando Pessoa

Tutte le lettere d’amore sono ridicole – Fernando Pessoa

Tutte le lettere d’amore sono
ridicole.
Non sarebbero lettere d’amore se non fossero
ridicole.
Anch’io ho scritto ai miei tempi lettere d’amore,
come le altre,
ridicole.
Le lettere d’amore, se c’è l’amore,
devono essere
ridicole.
Ma dopotutto
solo coloro che non hanno mai scritto
lettere d’amore
sono
ridicoli.
Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo
senza accorgermene
lettere d’amore
ridicole.
La verità è che oggi
sono i miei ricordi
di quelle lettere
a essere ridicoli.
(Tutte le parole sdrucciole,
come tutti i sentimenti sdruccioli,
sono naturalmente
ridicole).


giovedì 5 maggio 2016

le ultime lettere di Ernesto Che Guevara


Lettera del Che ai genitori

Cari vecchi,
una volta ancora sento i miei talloni contro il costato di Ronzinante: mi rimetto in cammino con il mio scudo al braccio.
Sono passati quasi dieci anni da quando vi scrissi un’altra lettera di commiato. A quanto ricordo, mi lamentavo di non essere un miglior soldato e un miglior medico.
Nulla è cambiato essenzialmente, salvo il fatto che sono molto più cosciente, il mio marxismo si è radicato e depurato. Credo nella lotta armata come unica soluzione per i popoli che lottano per liberarsi, e sono coerente con quello che credo. Molti mi diranno avventuriero, e lo sono; soltanto che lo sono di un tipo differente: di quelli che rischiano la pellaccia per dimostrare la loro verità.
Può darsi che questa sia l’ultima volta, la definitiva. Non cerco la morte ma rientra nel calcolo logico delle probabilità. Se così fosse, eccovi un ultimo abbraccio.
Vi ho molto amato, ma non ho  saputo esprimere il mio affetto; sono, nelle mie azioni, estremamente drastico e credo che a volte non abbiate capito. Non era facile capirmi, d’altra parte: credetemi almeno oggi. Ora, una volontà che ho educato con amore di artista, sosterrà due gambe molli e due polmoni stanchi. Ci riuscirà.
Ricordatevi, ogni tanto, di questo piccolo condottiero del secolo XX. Un bacio a Celia, a Roberto, a Juan Martin e a Pototin, a Beatriz,  a tutti. A voi un grande abbraccio difigliol prodigo e ostinato.
Ernesto


Queridos viejos:
Otra vez siento bajo mis talones el costillar de Rocinante, vuelvo al camino con mi adarga al brazo.
Hace de esto casi diez años, les escribí otra carta de despedida. Según recuerdo, me lamentaba de no ser mejor soldado y mejor médico; lo segundo ya no me interesa, soldado no soy tan malo.
Nada ha cambiado en esencia, salvo que soy mucho más consiente, mi marxismo está enraizado y depurado. Creo en la lucha armada como única solución para los pueblos que luchan por liberarse y soy consecuente con mis creencias. Muchos me dirán aventurero, y lo soy, sólo que de un tipo diferente y de los que ponen el pellejo para demostrar sus verdades.
Puede ser que ésta sea la definitiva. No lo busco pero está dentro del cálculo lógico de probabilidades. Si es así, va un último abrazo.
Los he querido mucho, sólo que no he sabido expresar mi cariño, soy extremadamente rígido en mis acciones y creo que a veces no me entendieron. No era fácil entenderme, por otra parte, créanme, solamente, hoy. Ahora, una voluntad que he pulido con delectación de artista, sostendrá una piernas fláccidas y unos pulmones cansados. Lo haré.
Acuérdense de vez en cuando de este pequeño condotieri del siglo XX. Un beso a Celia, a Roberto, Juan Martín y Patotín, a Beatriz, a todos. Un gran abrazo de hijo pródigo y recalcitrante para ustedes.
Ernesto



Carta de Ernesto Guevara a sus hijos
A mis hijos,
Queridos Hildita, Aleidita, Camilo, Celia y Ernesto:
Si alguna vez tienen que leer esta carta, será porque yo no esté entre ustedes.
Casi no se acordarán de mí y los más chiquitos no recordarán nada.
Su padre ha sido un hombre que actúa como piensa y, seguro, ha sido leal a sus convicciones.
Crezcan como buenos revolucionarios. Estudien mucho para poder dominar la técnica que permite dominar la naturaleza. Acuérdense que la Revolución es lo importante y que cada uno de nosotros, solo, no vale nada. Sobre todo, sean siempre capaces de sentir en lo más hondo cualquier injusticia cometida contra cualquiera en cualquier parte del mundo. Es la cualidad más linda de un revolucionario.
Hasta siempre hijitos, espero verlos todavía. Un beso grandote y un gran abrazo de
Papá



Fidel,
mi ricordo in quest'ora di molte cose, di quando ti conobbi in casa di María Antonia, di quando mi proponesti di venire con te, di tutta la tensione dei preparativi.
Un giorno vennero a domandarci chi si sarebbe dovuto avvisare in caso di morte, e la possibilità reale del fatto ci colpì tutti. Più tardi sapemmo che era vero, che in una rivoluzione si trionfa o si muore (se è vera). Molti compagni rimasero lungo la strada che portava alla vittoria.
Oggi, tutto ha un tono meno drammatico, perché siamo più maturi, ma il fatto si ripete. Sento di aver compiuto quella parte del mio dovere che mi legava alla Rivoluzione cubana nel suo territorio, e mi congedo da te, dai compagni, dal tuo popolo, che ormai è anche il mio.
Rinuncio formalmente ai miei incarichi nella Direzione del Partito, alla mia carica di Ministro, al mio grado di Comandante, alla mia condizione di cubano. Nulla di legale mi vincola a Cuba, soltanto legami di altro genere, che non si possono rompere come i titoli.
Facendo un bilancio della mia vita passata, credo di aver lavorato con sufficiente onestà e dedizione a consolidare il trionfo rivoluzionario. Il mio unico errore di qualche gravità è di non aver avuto maggior fiducia in te fin dai primi momenti della Sierra Maestra e di non aver compreso con sufficiente rapidità le tue qualità di capo e di rivoluzionario. Ho vissuto magnifici giorni e ho provato, al tuo fianco, l'orgoglio di appartenere al nostro popolo nei giorni luminosi e tristi della Crisi dei Caraibi. Poche volte come in quei giorni uno statista brillò tanto alto, e così provo orgoglio anche per averti seguito senza esitazioni, per essermi identificato col tuo modo di pensare e di vedere e di valutare i pericoli e i principi.
Altre terre del mondo reclamano il contributo dei miei modesti sforzi. Io posso fare ciò che a te è negato dalla tua responsabilità alla testa di Cuba, ed è giunta l'ora di separarci.
Si sappia che lo faccio con un misto di allegria e di dolore: lascio, qui, la parte più pura delle mie speranze di costruttore e i più cari tra gli esseri a me cari... e lascio un popolo che mi adottò come un suo figlio; ciò lacera una parte del mio spirito. Sui nuovi campi di battaglia porterò la fede che mi hai inculcato, lo spirito rivoluzionario del mio popolo, la sensazione di compiere il più sacro dei doveri: lottare contro l'imperialismo ovunque esso sia; ciò riconforta e cura largamente qualunque strazio.
Ripeto una volta di più che sollevo Cuba da qualunque responsabilità, salvo da quella che emana dal suo esempio. Che se la mia ultima ora mi raggiungerà sotto altri cieli, il mio pensiero andrà a questo popolo e in particolare a te. Che ti ringrazio per i tuoi insegnamenti e il tuo esempio e che farò in modo di essere fedele fin nelle conseguenze estreme dei miei atti. Che sono stato identificato sempre con la politica estera della nostra Rivoluzione, e che continuo a esserlo. Che, dovunque io starò, sentirò la responsabilità del fatto di essere un rivoluzionario cubano, e come tale agirò. Che non lascio ai miei figli e a mia moglie nulla di materiale e che ciò non mi addolora: che così sia mi rallegra. Che non chiedo nulla per loro poiché lo Stato darà loro quel che basta per vivere ed educarsi.
Avrei molte cose da dirti, a te e al nostro popolo, ma sento che non sono necessarie: le parole non possono esprimere quello che io vorrei, e non vale la pena d'imbrattare carta.

Fino alla vittoria sempre! Patria o morte!

Ti abbraccio con grande fervore rivoluzionario,

Che

Lettera da lontano - Enzo Jannacci



qui il testo

sabato 19 marzo 2016

L’Unità d’Italia non ha mai fine



Qualche giorno fa, il 17 marzo 2016, in un teatro di Cagliari, è stata celebrata la “Giornata dell’Unità nazionale, della costituzione, dell’inno e della bandiera” (qui)
Il titolo della manifestazione era “L’Unità d’Italia non ha mai fine”.

Chissà le risate di Carlo V*, degli imperatori cinesi**, di quelli giapponesi***, di Carlo Magno, di Adolf Hitler, dell’imperatore Augusto (e gli altri****), dei califfi*****, che anche oggi hanno chiesto a Léo Ferré di cantare “Avec le temps”.



*“Sul mio impero non tramonta mai il sole”
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