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martedì 6 ottobre 2026

I nuovi orizzonti dei movimenti - Raúl Zibechi

 

La recente vittoria elettorale dell’estrema destra, guidata da Abelardo de la Espriella, è stata percepita come una dura sconfitta dai movimenti sociali e dalle organizzazioni di base, quasi tutte sostenitrici di Iván Cepeda, che avrebbe continuato le politiche di Gustavo Petro, il primo presidente progressista nella storia colombiana.

La settimana scorsa ho visitato cinque organizzazioni di base a Bogotá, quasi tutte con sede nei quartieri popolari della periferia, e uno spazio per l’educazione popolare e il pensiero critico, l’Università della Terra e della Memoria Orlando Fals Borda (Unitierra). Durante le discussioni a Unitierra, a cui hanno partecipato membri di una mezza dozzina di gruppi, il primo e più primario problema emerso è stato il timore per la retorica militarista e aggressiva del nuovo presidente.

In particolare, le donne hanno espresso timore nell’uscire di notte. Altre voci hanno manifestato frustrazione nei confronti del partito Pacto Histórico (centrosinistra, ndr), al potere da quattro anni. Un importante leader sociale nero e sacerdote Yoruba ha lamentato il “tradimento” dei funzionari del partito e di coloro che ricoprono posizioni di autorità, sottolineando al contempo gli effetti trasformativi del potere sugli individui. “Il diavolo entra dalle tasche”, ha detto. Un leader Misak di Cauca, che ho incontrato molti anni fa, ha aggiunto: “Senza l’Assemblea Costituente del 1991, noi indigeni avremmo fatto più progressi”. Nonostante il pessimismo e le incertezze, tutti i partecipanti hanno ribadito il loro impegno a proseguire la resistenza.

Il secondo punto discusso è stata la volontà collettiva di approfondire i dibattiti volti a rafforzare la resistenza all’estrema destra, il cui primo passo dovrebbe essere “limitarne il potere”.

Nel vicino comune di Soacha, che ospita quasi un milione di persone provenienti da quartieri a basso reddito, ho osservato un clima di resistenza tra i giovani e le Madri delle Vittime di Esecuzioni Extragiudiziali. Da due decenni, queste donne lottano per ritrovare i loro figli, scomparsi per mano dell’esercito, che li reclutava per spacciarli per guerriglieri caduti, generando così un tornaconto personale per i comandanti. Qui, abbiamo concluso che “le cose si vedono più chiaramente dal basso e dai margini”.

Anche i collettivi culturali e mediatici del distretto di Kennedy (1,2 milioni di abitanti) e del vicino distretto di Bosa hanno menzionato problemi di sicurezza e la crisi dei movimenti sociali. Hanno concluso che, dopo quattro anni di governo progressista, i movimenti si sono indeboliti e hanno espresso preoccupazione per l’autonomia, un tema che raramente ho sentito nelle città colombiane. A Usme, nell’estremo sud-est, una cittadina arroccata sulle montagne a quasi 3.000 metri di altitudine, decine di giovani uomini e donne hanno insistito sulla necessità di “costruire il potere territoriale”, citando la crisi di leadership e la formazione di un “nuovo soggetto popolare”. Forse il loro ottimismo e la loro visione lungimirante derivano dal lavoro svolto con oltre 200 giovani del quartiere in 17 laboratori, perlopiù artistici e culturali.

Il primo punto da sottolineare è che ho riscontrato un’atmosfera più riflessiva e autocritica rispetto ad altre occasioni, indubbiamente a causa della sconfitta elettorale, ma anche per la screditazione delle avanguardie, che in Colombia sono sempre state centrali a causa della lunga guerra civile, che continua a mietere vittime. Tra i molti problemi, le guerre congelano il pensiero critico e paralizzano le pratiche emancipatorie e creative.

Il secondo punto non è una novità e consiste nello straordinario ruolo delle giovani donne, che costituiscono la maggioranza dei partecipanti ai movimenti e la cui cura rappresenta la spina dorsale delle organizzazioni. C’è anche un’alta percentuale di giovani uomini che portano avanti una cultura politica diversa, meno patriarcale e sessista, più aperta a ogni forma di diversità.

Il terzo aspetto è l’importante ruolo della creatività artistica, dalla comunicazione comunitaria alla musica praticata a livello di base, come l’hip hop, la Zumba e gli strumenti andini come il sikuris; pittura, narrazione e chitarra, ma anche calcio e teatro di base. Ho documentato un ampio lavoro con i bambini, dal supporto scolastico alle proiezioni di film nei mercati.

Il quarto aspetto è che, per la prima volta in oltre trent’anni, ho osservato un crescente sostegno all’autonomia regionale e allo zapatismo. Questo è evidente a coloro che partecipano a Unitierra-Bogotá ed è palpabile nei quartieri operai delle periferie urbane. Fino ad ora, avevo potuto osservare entrambe queste tendenze solo nelle comunità indigene del Cauca. Ho anche sentito critiche nei confronti di chi, come me, difende l’autonomia regionale, ma allo stesso tempo, c’era apertura all’ascolto e al dibattito.

Ho avuto la sensazione che in Colombia stiano emergendo nuove possibilità. La fine della guerra rivoluzionaria, nonostante le violenze ancora in corso, contribuisce indubbiamente a un cambiamento di mentalità. Le rivolte del 2019 e del 2021 hanno certamente alimentato questa tendenza, così come il femminismo di base e l’anticolonialismo.

da qui

venerdì 1 novembre 2019

Un grande disordine sotto i cieli - Raúl Zibechi



L’aumento del prezzo del biglietto dell’autobus a Santiago del Cile era di 30 pesos (un dollaro equivale a 720 pesos), il costo è stato elevato da 800 a 830. È evidente che la reazione popolare non è stata causata da quell’aumento di 0,04 dollari a biglietto, ma è dovuta a cause molto profonde che hanno un nome: neoliberismo/estrattivismo/accumulazione per espropriazione. Il levantamiento a Quito è stato, formalmente, contro la fine dei sussidi ai combustibili, cosa che sempre rende più cari anche gli alimenti e fa salire (anche gli altri, ndt) prezzi. I popoli originari e i lavoratori hanno approfittato della breccia aperta dai trasportatori, i quali non hanno interessi popolari ma corporativi, per lanciarsi alla vena giugulare del modello.
In entrambi i casi, così come in molti altri, quel che sta accadendo è che i popoli sono stufi di una disuguaglianza che non cessa di crescere sotto i governi dei più diversi orientamenti. Perché la disuguaglianza è strutturale ed è legata strettamente al modello estrattivista, che si può riassumere in: polarizzazione sociale, povertà crescente e concentrazione del potere nelle élite finanziarie e nelle grandi imprese multinazionali.
Le gigantesche mobilitazioni popolari, a Quito, Santiago, Port-au-Prince, per non parlare di Barcellona, Hong Kong e Parigi, mostrano due cose che stanno guidando gli sviluppi della situazione: il potere che ha acquisito la mobilitazione popolare, capace di configurare profonde svolte politiche, e le azioni collettive che scavalcano i governi, mettendo in discussione un modello che produce miseria in basso e lusso in alto.
Per essere più precisi: il giugno del 2013, con 20 milioni di brasiliani nelle strade di 350 città, è stato un grido contro la disuguaglianza che ha seppellito la governabilità lulista al non aver compreso, il governo, la profondità del clamore. Il dicembre del 2017 è stato una chiave, ma nel senso contrario, giacché ha seppellito la governabilità conservatrice e classista di Macri.

Tuttavia, quelle valutazioni continuano a essere generali e non toccano il punto centrale. In questi giorni di ottobre, camminare per le strade di Quito, dove permane l’odore appiccicoso del fumo dei copertoni bruciati, ti forza a fare riflessioni. Gli scambi con persone dei più diversi movimenti, rurali e urbani, dissipano la nebbia della confusione sistemica in cui ci muoviamo.
La prima valutazione è che nel levantamiento hanno giocato un ruolo decisivo le donne e i giovani, che hanno scavalcato i dirigenti storici. Loro sono state protagoniste della maggior manifestazione nella storia dell’Ecuador, mettendo a disposizione le conoscenze della riproduzione e il prendersi cura della vita, sommando lucidità al fervore giovanile senza indebolire la combattività.
La seconda è la differenza tra un levantamiento organizzato e un’esplosione spontanea. La Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador (Conaie) è un’organizzazione di base comunitaria, molto ben strutturata e per questo ha avuto la capacità di espellere i provocatori dalle marce, compresi quelli incappucciati. Cosa che non si sta verificando in Cile, dove le manifestazioni sono sistematicamente infiltrate da agenti di polizia che alimentano il verificarsi di saccheggi che spingono la popolazione contro la protesta.
La terza valutazione è che il levantamiento è stato possibile, in primo luogo, grazie alle comunità rurali che hanno messo a disposizione ciò che era necessario per assicurare la permanenza di 12 giorni nella lontana Quito. Due forze si sono distinte: le comunità della sierra centrale, al nord e al sud della capitale, e i popoli amazzonici, il cui arrivo in qualità di guardia indigena è stato decisivo nelle giornate finali.
C’è stata però una presenza importante anche delle comunità urbane, nei quartieri poveri, dove i giovani hanno svolto un ruolo attivo e decisivo. Un settore delle classi medie urbane, inoltre, ha superato il razzismo fomentato dai media e ha sostenuto con acqua e cibo i popoli originari.
Infine, l’interpretazione di quel che sta accadendo. Tra le diverse analisi proposte, credo che la più profonda sia quella che esprimono Juan Civi e i suoi colleghi in un lavoro intitolato L’esaurimento di un modello di controllo sociale. Questo modello è nato all’inizio del primo decennio del secolo con Lucio Gutiérrez ed è stato poi sviluppato nel decennio Rafael Correa.
Il modello è in crisi, in effetti, ma non si intravvede nulla che lo possa sostituire nel breve periodo. Per questo il caos è in corso, durerà un tempo imprevedibile, fino a che matureranno le forze in grado di superarlo. Dobbiamo pensare in termini di decenni, più che di anni e, meno ancora, comprimere i cambiamenti in corso in base ai tempi elettorali. Non possiamo neanche pensare che ciò che verrà debba essere necessariamente migliore di quello che finisce.
Un grande disordine, come segnalava Mao Zedong, può essere qualcosa di positivo. Un grande ordine è il cimitero sociale di cui hanno bisogno i capitali per continuare ad accumulare. Però non basta il disordine per modificare le cose. Il sistema fa conto sulla protesta sociale per ricondurla verso i suoi interessi, approfittando della confusione che può essergli funzionale se non troviamo le vie per trasformare la congiuntura in uno scenario favorevole ai popoli.


sabato 24 agosto 2019

Il mondo in basso cresce in silenzio - Raúl Zibechi, Juan Wahren



C’è vita (e lotta) al di là delle elezioni. Nei nostri paesi (Argentina e Uruguay), tutta l’attenzione è centrata e concentrata sulle prossime scadenze  elettorali, dai riflettori dei media alle conversazioni tra i militanti dei movimenti sociali. C’è la speranza che questa volta sì, ci saranno cambiamenti. Malgrado sappiamo che quei cambiamenti ci arrivano dall’alto, e che quelli veri sono invece quelli che costruiamo dal basso e per il basso, ci lasciamo ancora una volta trascinare dai fuochi artificiali delle elezioni. Torniamo a diluire la nostra potenza del fare dal basso nella delega del Potere verso l’alto…
I popoli dell’América Latina, tuttavia, continuano a costruire i loro mondi altri. Molto lentamente, controcorrente, nell’oscurità della vita quotidiana, lontano, molto lontano, dalle campagne che sprecano risorse e discorsi. Chi ha potuto sapere che quest’anno è stata creata la Guardia Indigena Comunitaria Whasek Wichi nell’Impenetrabile Chaco dell’Argentina? Chi è a conoscenza della creazione del Governo Territoriale Autonomo della Nazione Wampis, nel nord del Perù, un cammino che cominciano a percorrere altri tre popoli amazzonici?
Quanti media hanno dato informazioni sul fatto che il popolo Mapuche ha recuperato nel sud del Cile 500 mila ettari con l’azione diretta? Lo ha fatto a partire dal 1990, quando è stata restaurata la democrazia ma i Mapuche sono stati messi al bando con l’applicazione della legge anti-terrorista ereditata dalla dittatura di Pinochet e poi applicata all’unisono da governi progressisti e conservatori.
Dove possiamo leggere qualcosa sulla tremenda lotta dei Tupinambá del sud di Bahía (Brasile), che in pochi anni hanno recuperato 22 tenute terriere, migliaia di ettari, nonostante le torture cui sono stati sottoposti i loro dirigenti? Quando potremo dedicare un po’ di tempo a commentare la vittoria delle 30 comunità di Molleturo (Azuay, Ecuador) che sono riuscite a fermare l’impresa mineraria cinese Ecuagoldmining, dopo che le forze della sicurezza avevano dato fuoco al loro accampamento? Chi parla della recente vittoria contadina di tutta la Valle del Tambo sul mega-progetto di sfruttamento del rame Tía María, nel sud del Perú?
Oggi vediamo come i popoli maya del sud del Messico, organizzati nell’Ejército Zapatista de Liberación Nacional (EZLN), sono passati all’offensiva rompendo l’assedio militare e mediatico del governo messicano di quella che hanno auto-definito “Quarta Trasformazione”: hanno creato sette nuovi Caracol e 4 Municipi Autonomi, portando a 43 gli spazi di autogoverno zapatista in quella regione.
Il governo di Andrés Manuel López Obrador (AMLO) ha manifestato la sua “approvazione” verso i nuovi municipi autonomi. Non sappiamo cosa risponderanno gli zapatisti, ma possiamo far notare che in tutti questi anni hanno costruito la loro autonomia di fatto nei territori insurgentes, dove non hanno avuto bisogno dell’approvazione di alcun governante.
Gli Accordi di San Andrés, che riconoscevano l’autonomia dei popoli indigeni in tutto il Messico sono stati negati e traditi da ogni governo successivo alla firma del 1996. Questo non ha impedito la crescita dell’autonomia in territorio zapatista e in decine di municipi autonomi di altri popoli indigeni del paese. Più che approvare o meno, con le parole, il governo di AMLO potrebbe mettere in pratica gli Accordi di San Andrés. Dovrebbe lasciare, cioè, che l’autonomia indigena continui a fiorire invece di continuare a rafforzare l’assedio poliziesco e militare alle comunità ribelli, come denunciano le comunità del Chiapas, quelle zapatiste e quelle che non lo sono.
Per noi, tutti questi avvenimenti sono motivo di allegria e ci riempiono di entusiasmo e speranza, perché confermano la decisione politica di costruire in basso, con las y los de abajo, quelle e quelli che in basso vivono in forma autonoma, la nostra salute e l’educazione, i nostri spazi di vita e la giustizia, sulla base degli stessi poteri che abbiamo creato al di fuori dello Stato.
Gli zapatisti sono riusciti a rompere l’accerchiamento che decine di migliaia di militari mantengono dal levantamiento del primo di gennaio del 1994, quando il governo decise di mobilitare la metà dei suoi effettivi per circondare e assediare le comunità ribelli autonome zapatiste. Come sono stati capaci le zapatiste e gli zapatisti di moltiplicarsi, di uscire dall’assedio e di costruire altri mondi nuovi? Come fanno sempre las y los de abajo: “Compagne di tutte le età si sono mobilitate per parlare con altre sorelle con e senza organizzazione”, spiega il subcomandante Moisés nel suo ultimo comunicato. Le donne e i giovani sono andati a conversare con quelle e quelli come loro in altre comunità. Non per convincerli, perché le oppresse e gli oppressi sanno più che bene chi sono, ma per organizzarsi insieme, per autogovernarsi insieme.
Le donne e i giovani zapatisti sono andati a cercare ascolto nelle altre comunità. Non per convincere per autogovernarsi insieme. 
In quella mobilitazione silenziosa tra chi sta in basso, hanno dimostrato che le elemosine dei governi (quello che qui chiamiamo con una certa prosopopea “politiche sociali” e che non sono altro che contrainsurgencia) feriscono la dignità per il disprezzo e il razzismo che comportano. I mondi nuovi nascono per contagio e per necessità. Senza seguire le istruzioni dei manuali dei partiti, né le ricette predeterminate di vecchi e nuovi leader.
Come abbiamo fatto a perdere la “capacità più bella del rivoluzionario”, quella di sentire “nel più profondo, qualsiasi ingiustizia compiuta contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo”, come diceva il Che? Perché non ci rallegriamo più quando, in qualche parte del mondo, quelli che stanno in basso usano la loro dignità come scudo di fronte ai potenti, facendo nascere mondi altri, come hanno fatto i Kurdi del nord della Siria?
Noi, persone militanti, dobbiamo trasformare i nostri sensi e i sentimenti di vita, re-incontrarci con i nostri stessi fuochi e riprendere la lotta al di là dei fuochi artificiali delle elezioni. Dobbiamo tornare ad aver fiducia nella nostra stessa potenza e autogovernarci a distanza dallo Stato, de-alienarci e de-colonizzarci per camminare insieme, Insieme, non con qualcuno davanti che traccia la linea, ma spalla a spalla con le ribellioni che continuano a (ri)emergere dal basso e per il basso in tutta la nostra América.

(Traduzione per Comune-info: marco calabria)

https://comune-info.net/il-mondo-in-basso-cresce-in-silenzio/

mercoledì 19 luglio 2017

due interviste a James Petras


Il giornalista uruguaiano Efraìn Chury a Radio Centenario intervista il sociologo statunitense James Petras, professore all’Università di Binghamton (NY) esperto analista di questioni politiche riguardanti l’America Latina e il Medio Oriente.

Domanda:  Lei sa che le notizie che diffondiamo in America Latina sono sorprendenti poiché si parla di manipolazione delle elezioni nord americane attraverso l’ingerenza della Russia.  Come si vive tutto ciò negli Stati Uniti? Qual è l’opinione di Trump? Cosa dicono i democratici? Che dice Hilary Clinton?

Petras: Bene, potremmo iniziare con il sottolineare la gravità di ciò che sta accadendo. Non è altro che  un golpe. Un golpe istituzionale che cerca di negare l’elezione di Donald Trump. Sono istituzioni come la CIA che stanno orchestrando la cosa per delegittimare il nuovo governo e considerarlo traditore del paese.  Ossia, si fa intendere che Trump sia un traditore, un complice della Russia che con i suoi servizi segreti penetra nello Stato influenzando le nomine dei collaboratori di Trump. Con questo golpe il Congresso e tutti i partiti di destra, di centro e di sinistra si stanno mobilitando per negare il risultato delle elezioni.
In altre parole, Trump sarebbe complice della Russia e tutti i suoi collaboratori complici di questa farsa. Niente di tutto ciò è stato provato, sono informazioni inventate dalla CIA che entra nella politica interna per negare le decisioni costituzionali.
E’ il modello che hanno utilizzato in Brasile, Paraguay e Honduras. Paesi in cui settori attuali di governo hanno delegittimato i loro presidenti eletti democraticamente per prendere il potere. Il caso attuale negli Stati Uniti è ancora peggio, poiché si accusa il presidente eletto di essere un traditore, di aver legami con una potenza straniera tradizionale nemico degli USA. Barack Obama, un presidente che ha manifestato apertamente ingerenza in tutto il mondo, intervenendo in tutti i golpe, ora interviene nel suo proprio paese riproponendone lo stesso scenario. E per la prima volta nella storia assistiamo alla versione del golpismo latino americano all’interno degli stessi USA.
La stampa borghese, quella liberale e di centro sinistra sono complici e non fanno altro che ripetere le accuse di tradimento e cospirazione russa senza avere alcuna prova e senza contraddittorio. 
Trump intanto risponde con la nomina di  militari e multimiliardari per contrastare le istituzioni che Obama gli ha messo contro. Esiste una disputa di potere molto interessante all’interno delle istituzioni nord americane, una lotta tra élite.
Avendo affidato ai militari, importanti incarichi sulla sicurezza, Trump sta creando un potere militare enorme in modo da resistere al golpe organizzato dalla CIA. Insieme ai multimiliardari sta giustificando le sue relazioni con la Russia. Infatti il nuovo cancelliere è l’ex direttore della Exxon, l’impresa petrolifera più importante al mondo, molto legata alla Russia da scambi commerciali.
Di recente, Trump ha realizzato una serie di viaggi in visita a diverse città, riempiendo stadi interi per reagire appunto ai settori della sinistra e di centro-sinistra che fanno, stavolta, la parte delle comparse dei golpisti.
Viviamo una situazione da guerra civile clandestina, perché sta accadendo in gran parte all’interno delle istituzioni. Una guerra dell’FBI contro la CIA, i militari contro i congressisti, i multimiliardari  contro loro stessi, un settore contro l’altro. E di questo non ne parla alcun mezzo di comunicazione, né i critici né coloro che appoggiano l’attuale processo politico.
Pensiamo che la realtà sia questa, proprio perché siamo abituati a vedere ciò che accade ed è accaduto in America Latina negli ultimi anni. E’ evidente che si sta verificando una replica simile in nord America. Lo capiamo meglio proprio dopo averlo osservato negli ultimi golpe accaduti in America Latina.



Domanda:  Un’altra questione importante da discutere è quella dell’Unione Europea, dei suoi movimenti politici e delle mutazioni di alcuni governi come ad esempio in Italia.  Qual’ è il tuo punto di vista?


Petras:  É un miscuglio di forze. Da un lato abbiamo il Movimento Cinque Stelle (di Beppe Grillo), che è un partito eterogeneo, più o meno di centro-sinistra, di opposizione al governo di Matteo Renzi, poiché gli ex-comunisti si sono “destrizzati”, anzi diciamo pure che si son trasformati in un partito di centro-destra.  Oltre a loro, c’è Forza Italia o il gruppo di Berlusconi, e la Lega Nord , che sono schieramenti molto di destra. Al momento esiste un’alleanza di centro-sinistra e di destra contro il governo di centro-destra di Matteo Renzi.
Tra gli oppositori di Renzi ci sono molte imprese locali, settori che temono che, la centralizzazione del potere, potrebbe emarginare le piccole e medie aziende e i professionisti non vincolati all’apparato dello Stato . L’esito del referendum  del 4 dicembre scorso sulla riforma costituzionale ha portato alla caduta del governo e alle dimissioni del primo ministro Matteo Renzi.
Esistono inoltre forze all’opposizione che sono contro l’Unione Europea e l’oligarchia di Bruxelles così come anche altri gruppi che continuano ad appoggiare l’Unione Europea.



Domanda: parliamo ora di Siria e Turchia. Perché questo impegno da parte dell’Unione europea, degli USA, della Turchia e di altri paesi di buttare giù  Bashar al-Assad? Come vedi la situazione in Siria in questo momento?

Petras: Ci sono diversi interessi, per esempio, la Turchia desidera conquistare parte della Siria, il nord del paese e anche dell’Iraq, la sua politica imperialista è finalizzata al recupero dell’immagine “ottomama” del passato. Gli Stati Uniti, cosi come in Libia e in Irak, tentano di buttar giù i governi senza avere la minima idea di chi potrebbe sostituirli.
Inoltre, anche Israele desidera una Siria divisa, frammentata e fragile e sta pure guadagnando consensi. L’ Arabia Saudita  è contro Bashar al-Assad, per il fatto di essere un governo secolare ma democratico e popolare, e ne appoggia la sua caduta proprio a causa delle loro differenze.
Quindi sono tanti gli interessi cha hanno scatenato la reazione di Israele, Turchia e Arabia Saudita, capeggiati diretti e finanziati sia dall’ Arábia Saudita stessa che dagli USA, i quali hanno già inviato più di 1000 soldati delle forze speciali per appoggiare  terroristi e  mercenari  erroneamente chiamati ribelli. E’ una propaganda che la destra utilizza per camuffare i terroristi invasori e mercenari. 
Il problema è che la stampa di centro-sinistra, come Página/12 (in Argentina) o come  La Jornada (in Messico), utilizzano la stessa retorica statunitense e citano reportage prodotti a Washington.  Dobbiamo riconoscere la grande vittoria di Bashar al-Assad e dei suoi alleati iraniani e libanesi sostenuti dalla Russia nella riconquista della città di Aleppo.
Mentre le forze filo-siriane avanzano e riescono a liberare Aleppo, Washington facilita la fuga dei terroristi dall’Irak per lanciare un’offensiva contro Palmira nel sud-est della Siria. Non è un caso che il Daesh ( la versione irachena dello Stato Islamico) riesca a radunare più di 4000 uomini per invadere e recuperare gran parte di Palmira dove attualmente è in corso una guerra feroce. Da dove sono venuti? Come son riusciti a trasportare cosi tante armi pesanti e così velocemente.  Come son riusciti ad entrare con le armi nel paese? Evidentemente, una parte consistente di terroristi è arrivata dall’ Irak e da altri luoghi grazie all’ appoggio delle forze speciali degli Stati Uniti.



Domanda: Per concludere la nostra intervista … immagino che tu stia lavorando su altre questioni. Ce ne vuoi parlare?
Petras: Si, certo. Abbiamo parlato già di Stati Uniti e Medio Oriente, per finire dobbiamo discutere dell’esperienza argentina. I mezzi di comunicazione negli Stati Uniti, in Europa e a volte di una parte importante di quelli dell’America Latina, pensavano che col governo Macri ci sarebbe stato un incredibile miglioramento delle condizioni economiche del paese tale da portare sviluppo e ricchezza nel paese con un forte consenso popolare.
Solo che queste supposizioni non si stanno concretizzando. Al momento ci sono più di 400.000 nuovi disoccupati , il numero dei nuovi poveri è cresciuto di 4.000.000 (su una popolazione di 30 milioni di abitanti) .  E per di più, dal punto di vista economico potremmo dire che l’indebitamento e la diminuzione delle imposte in Argentina non hanno attratto il capitale come ci si aspettava. Anzi, nell’ultimo periodo abbiamo assistito alla fuga dei capitali all’estero: circa 12 miliardi di pesos sono finiti a Londra, Washington e altri in Uruguay.
Le esportazioni sono diminuite del 6%, il PIL ha anche subito la caduta del 4,7%, il debito è cresciuto di 87 miliardi di pesos. Mentre il debito aumenta, l’economia cade a picco e naturalmente a nessun capitalista vorrebbe in mente di investire in Argentina, specialmente con un’ inflazione del 4% al mese, con un debito fiscale del 9% perché nessun capitalista penserebbe mai di impegnarsi con l’ Argentina nei prossimi anni.
In termini socio-economici, Macri è un disastro totale. Al contrario di qualche altro governo che conosciamo, non c’è giustificazione al suo comportamento.  Ma i media ufficiali tentano ancora di inventare qualcosa di positivo. Gli speculatori di New York ( i fondi speculativi) hanno incassato i suoi soldi, hanno riempito le loro tasche e son scappati via. Il discorso di Macri, contrariamente a quello di Cristina Kirchner, era di far pagare all’ Argentina i fondi “avvoltoio” perché cosi ci sarebbero stati nuovi investimenti nel paese, ma questo non è successo.
E ora cosa ci dobbiamo aspettare? Che ampi settori della società si oppongano a Macri. Non c’è alcuna possibilità di mantenere o guadagnare forze politiche in parlamento. Ci aspettiamo che il governo venga destabilizzato dai suoi propri errori o che venga costretto a lasciare il potere a causa delle rivolte popolari come è successo a Fernando de la Rua. L’ instabilità sta crescendo. Macri si mantiene al potere perché i burocrati corrotti del CGT (una delle centrali sindacali argentina) continuano a cercare un’uscita negoziata che è impossibile. Se non fosse per i burocrati sindacalisti, questo governo, paralizzato al suo interno, potrebbe cadere.
Ciò che mantiene Macri al potere non è la sua politica né le sue misure economiche e neanche i militari che lo sostengono.  Ciò che lo salva è il fatto che il movimento popolare sta cercando una via d’uscita politica ma manca al sindacato  la giusta strategia per uscire dalla crisi politica.


Testo originale: qui
(Traduzione : J.M. de Oliveira )


James Petras: «Il futuro a rischio del Latino America ribelle»

Intervista di Geraldina Colotti

«Le forze conservatrici agiscono ora su tre fronti: quello del golpismo in Venezuela, quello dell’impeachment in Brasile e quello istituzionale in Argentina» dice a Il Manifesto James Petras.
Analista politico e saggista statunitense, Petras ha scritto molti libri sul ruolo degli Usa nel sud del mondo e in particolare in America latina. Recentemente, l’editore Zambon ha pubblicato «Repubbliche sorelle. Venezuela e Colombia di fronte all’imperialismo contemporaneo»: 12 saggi introdotti da Lucio Bilangione e con un documento storico delle Farc sul processo di pace in corso all’Avana.
L’Argentina va a destra, il Brasile è in bilico, il Venezuela non ha il vento in poppa. E gli Stati uniti hanno firmato l’Accordo transpacifico. È finito il ciclo progressista in America latina?
James Petras, foto Reuters
Nei primi anni del nuovo millennio sono sorti grandi movimenti popolari. In Argentina hanno fatto cadere tre governi, il movimento piqueteros allora, bloccava le strade, nelle grandi città c’era un doppio potere basato sui consigli di quartiere, di fabbrica. In quella situazione la sinistra poteva rovesciare un governo ma non aveva abbastanza forza per dirigere il percorso. Nestor Kirchner (e poi Cristina) e Lula in Brasile hanno rappresentato il centrosinistra nella misura in cui hanno accettato di portare avanti alcuni programmi sociali contro la povertà, la disoccupazione, i bassi salari. Con un piano di investimenti pubblici sono riusciti a recuperare l’economia, hanno salvato il capitalismo dalla bancarotta. Allo stesso tempo, però, hanno debilitato i movimenti popolari, cooptandone molti dirigenti. Il nuovo ciclo di crescita ha consentito una relativa redistribuzione delle entrate provenienti dal commercio estero della soia, del ferro o del petrolio che avevano prezzi alti nel mercato. Questo ciclo termina con la fine della prima decade. Dal 2011-2012, le forze conservatrici riprendono forza: la caduta dei prezzi, la pressione del settore finanziario per ridurre la spesa sociale, il deficit, spingono i governi progressisti a fare concessioni all’Fmi, ad accettare misure di austerity. Soprattutto in Brasile, questo produce tre poli di conflitto: una destra insurrezionale, classi popolari disincantate e un centrosinistra debilitato, incapace di difendere le conquiste prodotte negli ultimi anni. In questo contesto, Washington ne approfitta per sospingere le destre di opposizione: sostiene Macri in Argentina, Aecio Neves in Brasile e cerca di destabilizzare il governo ecuadoriano o boliviano. Washington oggi agisce su tre fronti: quello del golpismo, in Venezuela, quello dell’impeachment in Brasile e quello della via elettorale in Argentina. Un pericolo che va al di là di un cambio di governo perché mira a far ritornare il continente alle politiche neoliberiste degli anni ’90, alle privatizzazioni subordinate agli Usa e allo smantellamento dell’integrazione latinoamericana. La sfida che abbiamo di fronte non è da poco: tornare indietro o mantenere le principali conquiste degli ultimi anni anche nelle diverse condizioni.
Tuttavia, dal Brasile all’Ecuador, dall’Argentina alla Bolivia, e in parte anche in Venezuela, alcune frange di sinistra considerano tempo perso la difesa di governi progressisti che non hanno mantenuto le promesse.
Penso anch’io che Correa e Morales non abbiano mantenuto molte promesse. L’estrattivismo continua a essere asse centrale delle loro politiche, hanno firmato accordi con il gran capitale. In una recente riunione del Financial Times, a New York, Morales ha invitato oltre un centinaio di grandi imprenditori a investire nel suo paese, per sfruttare le risorse minerarie. Non bisogna esagerare la portata di sinistra che hanno questi governi, ma non bisogna neanche tacere che hanno portato benefici sociali e una politica estera critica dell’imperialismo: la battaglia contro il debito estero in Ecuador, il riscatto degli indigeni in Bolivia. E per questo non sono d’accordo con quelli che preferiscono marciare con l’oligarchia anziché contestarla. Non capiscono che le destre possono appropriarsi delle critiche per andare al potere e spingere ancora più a fondo l’offensiva conservatrice. Per il Venezuela, invece, le cose sono più chiare. Non a caso, è da tempo il principale obiettivo degli Stati uniti.
…E il 6 dicembre ci saranno le elezioni parlamentari. Che scenario si prospetta in Venezuela?
Gli Stati uniti hanno investito milioni di dollari nella campagna delle destre e dei loro gruppi extraparlamentari, in Venezuela. La considerano una ghiotta opportunità per creare una paralisi nel governo e, con una eventuale maggioranza parlamentare, esigere subito un referendum per cacciare Maduro. In ogni caso, la destra ha preannunciato che non riconoscerà il risultato, griderà alla frode e mobiliterà la sua forza di shock per le strade. È uno scenario che abbiamo già visto, e con la situazione di tensione alla frontiera con la Colombia non possiamo escludere nessuna possibilità. Non dimentichiamo che, durante la recente chiusura della frontiera, la Colombia ha rifiutato di riconoscere i problemi creati dai contrabbandieri e dai paramilitari che agiscono al confine col Venezuela. Gli Usa pensano al processo di pace in Colombia come un’occasione per prendere due piccioni con una fava: eliminare la guerriglia e liberare truppe colombiane per destabilizzare il Venezuela e riprendere il controllo su tutta l’America latina e i Caraibi.
Non crede che la soluzione politica in Colombia possa andare in porto? Pensa che anche questa volta la guerriglia finirà intrappolata in un bagno di sangue?
Le trappole sono tante e così pure i punti da chiarire. Innanzitutto perché le parti non hanno trovato accordo su un punto fondamentale: le forze militari governative. La proposta di Manuel Santos mira semplicemente a ottenere il disarmo unilaterale delle Farc. Ma cosa dice degli oltre 500 mila militari armati che incombono sui movimenti sociali? E dei paramilitari che non sono mai stati davvero smobilitati? Cosa garantisce che, una volta riconsegnate le armi, i guerriglieri non finiscano nuovamente massacrati come in passato? Non si può guardare alla pace solo in termini di disarmo unilaterale. Un secondo problema è costituito dalle basi militari Usa. La loro nutrita presenza sul territorio non è stata oggetto di negoziato. E finché la «consulenza» del Mossad e della Cia continuerà a pesare sui ministeri degli Interni e della Difesa colombiani, parlare di pace sarà perlomeno azzardato. Negli Stati uniti vi sono forze che spingono per concludere un accordo di pace con le Farc per disarmarle e per liberare effettivi militari da impiegare nelle missioni regionali.

Il post-conflitto è però anche un buon affare: lo hanno ribadito sia Santos che i suoi protettori nordamericani
Negli Stati uniti la tendenza alla guerra, all’aggressività in politica estera, all’uso indiscriminato della forza oggi è molto potente: nei confronti della Russia, dell’Iran, anche della Cina. L’abbraccio tra Obama e Netanyahu ogni settimana stritola le vite dei palestinesi. A Cuba, spingono perché si affermi uno sviluppo capitalista. Con l’Iran premono per un disarmo unilaterale senza sospendere davvero le sanzioni. E se si rafforza l’influenza interna degli ufficiali Usa legati a Israele, gli accordi potrebbero essere sabotati. Una tendenza aizzata da una destra interna che vuole espellere 11 milioni di migranti, pensa che la teoria dell’evoluzione non abbia basi scientifiche, che il riscaldamento globale non sia una realtà: una destra arcaica, ma che rappresenta il 30 o 40% dell’elettorato, e su cui Wall Street ha potere ma non sufficiente controllo. Se Obama ha dato prova di militarismo, ma ha comunque proposto un piano per l’immigrazione, per la salute dei più poveri, i Repubblicani e ancor più la loro estrema destra possono andar fuori controllo: al punto da distruggere i mercati, da confliggere con gli interessi economici di quei settori del capitale multinazionale che avrebbero, per esempio, continuato a fare affari con Gheddafi e non hanno gradito di vedersi complicare le cose in questo modo. Dalla Silicon Valley arrivano inviti ad abbassare la tensione con la Cina, ma intanto la Cina è fuori dal Tpp e ne è il bersaglio.
Dall’Europa, al Centroamerica e agli Stati uniti, gli indignados protestano contro la corruzione e contro un sistema politico escludente. Può nascere da lì un’alternativa?
La corruzione dei sistemi politici dilaga, in America latina come in Europa. Negli Stati uniti è istituzionalizzata attraverso le lobby che vanno al Congresso per comprarsi i deputati. L’etica è un fattore importante, ma per farne cosa, per moralizzare il capitalismo? Perché il capitalista persegua i propri scopi senza dover comprare i congressisti? Senza porsi la domanda di fondo, l’indignazione rifluisce e lascia le grandi masse senza prospettiva. Da noi, il movimento Occupy ha avuto grande impatto mediatico, molti fuochi pirotecnici, un bel po’ di repressione, ma senza un’agenda politica organizzativa, è già preistoria.

venerdì 11 dicembre 2015

Né rifugiati, né migranti - Raúl Zibechi

Nel seminario “Il pensiero critico di fronte all’idra capitalista”, realizzato lo scorso maggio dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), il subcomandante insurgente Galeano ha spiegato che nei prossimi decenni fino al 40 per cento della popolazione mondiale sarà formato da lavoratori migranti, vale a dire circa tre miliardi di persone, “senza lavoro, senza terra, senza patria, [che andranno] vagando da un posto all’altro”. Intere zone verranno distrutte e spopolate per poter essere ristrutturate e ricostruite dal capitale.
Non tutti né tutte attraverseranno le frontiere. Una gran parte sono migranti interni. “Indigeni e contadini si stanno trasformando in migranti senza lasciare la loro terra d’origine”, ha detto Galeano nel seminario citato. Tutto indica che né i muri né i controlli, e neppure la minaccia di morte, saranno sufficienti a fermare tanti milioni [di persone].
Si calcola che quest’anno siano arrivati in Europa circa 350 mila rifugiati. Alcune previsioni, però, stimano che nella prossima ondata saranno 3-4 milioni, vale a dire dieci volte tanto. È la conseguenza delle guerre in corso, guerre militari e guerre economico-finanziarie. A questi si aggiungono i rifugiati ambientali.
Si può immaginare l’impatto che una tale ondata avrà sull’Europa. Soprattutto, però, dobbiamo pensare all’impatto che queste guerre, “guerre di quarta generazione” secondo gli zapatisti, stanno avendo in quelle regioni dove l’obiettivo per appropriarsi dei beni comuni sono i popoli.
Migranti o rifugiati? È una discussione importante. Il vantaggio del termine rifugiati è che politicizza, mentre quello di migrante è più neutro. In entrambi i casi, tuttavia, la nota dominante è che coloro che si spostano da un luogo all’altro, non ci appaiono come soggetti delle proprie vite bensì come vittime di una situazione creata e gestita da altri. È l’immagine che i politici e i grandi media vogliono dare: esseri indifesi, passivi, che si spostano contro la propria volontà, che meritano compassione. Per questo, l’immagine del bambino siriano morto sulla spiaggia, ha avuto tanta risonanza mediatica.
La realtà dice il contrario. Ci sono tre aspetti che mi sembra necessario sottolineare.
Il primo è che i rifugiati/migranti prendono decisioni, sono soggetti delle proprie vite. Molte volte sono soggetti collettivi, perché la famiglia o la comunità scelgono colui o coloro che devono spostarsi e qual è la loro destinazione finale. Contrariamente all’immagine che si tenta di dare, si tratta di decisioni preparate a lungo, prese in ampie consultazioni di famiglie numerose. Insomma, sono decisioni comunitarie; [quelli che partono] non sono oggetti maneggiati da fili che non controllano.
La seconda questione è che quelle sono decisioni razionali, né disperate né individuali, per dura che sia la situazione che si lasciano alle spalle. Chi si mette in viaggio fa una valutazione delle convenienze, dei vantaggi e degli svantaggi della decisione che vanno a prendere. Rimangono sempre i familiari, i vicini, gli amici, le comunità, con cui continueranno a mantenere rapporti e, nella maggioranza dei casi, invieranno risorse, un modo di dimostrare che l’impegno preso quando hanno deciso di andarsene, rimane valido a tutti gli effetti.
Il terzo aspetto è che, lungi dall’essere un problema per i paesi, le città o le regioni dove arrivano, quelli che giungono e quelli che già erano lì, incarnano la possibilità di iniziare una nuova vita, di scrivere una storia inedita. Lo spostamento di persone verso altre terre è di solito doppiamente arricchente: per coloro che migrano e per le società che li accolgono. Lo testimonia la storia recente dell’America Latina.
I milioni di persone quechua e aymara che sono arrivati a Lima, El Alto e La Paz, ad esempio, hanno ricominciato la loro ancestrale lotta per la terra in un altro luogo. Hanno costruito nuove città, hanno superato le città coloniali e oligarghiche per creare mondi nuovi, quartieri popolari come Villa El Salvador nella zona sud di Lima, la meraviglia di El Alto, con la sua storia di insurrezioni e un’esemplare lotta per la dignità. Hanno adattato la cultura andina alla città, arricchendo entrambe, creando musiche, balli e carnevali altri.
Le “villas” di Buenos Aires, dove convivono argentini del nord, paraguaiani, boliviani e peruviani, sono un crogiolo di culture, un magma di creazioni collettive così forti che non hanno potuto essere sfrattate né dalla dittatura militare negli anni ’70 né, negli ultimi anni, dal governo neoliberale della città.
Non voglio minimizzare il dolore di coloro che prendono la decisione di abbandonare la terra dove sono nati. Sappiamo per esperienza diretta che sono momenti difficili ma sappiamo anche che sono dolori di parto. Guardiamo ai rifugiati/migranti che in Catalogna appoggiano le liste elettorali di Unidad Popular, a quelli che hanno messo in piedi iniziative come il Movimiento por Justicia del Barrio a New York, e tanti altri casi.
Siccome le persone di cui abbiamo parlato sono soggetti, dobbiamo trovare altri modi per nominarli. Sappiamo che viaggiano per migliaia di chilometri cercando mondi nuovi; sappiamo che creano mondi nuovi lungo la scia del loro tragitto e nei luoghi dove si stabiliscono, assieme ad altri e ad altre come loro. E sappiamo che rafforzano e ringiovaniscono le culture de abajo, una condizione essenziale nei processi di emancipazione.

lunedì 13 aprile 2015

ricordo di Eduardo Galeano

nell'agosto del 1989 mi trovavo ad Avila, tutto il  mese, per studiare spagnolo.
avevo una stanza, come altri studenti, nel Real Monasterio de Santo Tomás, dove visse gli ultimi cinque anni di vita fray Tomás de Torquemada (qui).
c'erano tre bellissimi chiostri, dove passeggiavo e leggevo con libro e matita.
uno dei primi libri che avevo comprato, edizione economica di Alianza Editorial, nella libreria Medrano (ero un buon cliente) era "Días y noches de amor y de guerra", di Eduardo Galeano (eccolo in pdf) e lo spagnolo che so è anche merito suo.




Introduzione alla storia dell’arte
Ceno con Nicole e Adoum.
Nicole racconta di uno scultore che conosce, un uomo di grande talento e famoso. Lo scultore lavora in un atelier enorme, circondato di bambini. Tutti i bambini del quartiere sono suoi amici.
Un giorno il comune gli commissionò la scultura di un cavallo per una piazza della città. Un camion portò all’atelier un grandissimo blocco di granito. Lo scultore cominciò a lavorarlo, dall’alto di una scala, a colpi di martello e scalpello. I bambini lo guardavano lavorare. Poi i bambini partirono in vacanza, in montagna o al mare.
Quando tornarono, lo scultore mostrò loro il cavallo terminato. E uno dei bambini, con gli occhi spalancati, gli chiese:
-Ma…come sapevi che dentro quella pietra c’era un cavallo?
(Ceno con Nicole y con Adoum.
Nicole habla de un escultor que ella conoce, hombre de mucho talento y fama. El escultor trabaja en un taller inmenso, rodeado de niños. Todos los niños del barrio son sus amigos.
Un buen día la alcaldía le encargó un gran caballo para una plaza de la ciudad. Un camión trajo al taller el bloque gigante de granito. El escultor empezó a trabajarlo, subido a una escalera, a golpes de martillo y cincel.
Los niños lo miraban hacer.
Entonces los niños partieron, de vacaciones, rumbo a la montaña o el mar.
Cuando regresaron, el escultor les mostró el caballo terminado. Y uno de los niños, con los ojos muy abiertos, le preguntó:
-Pero... ¿cómo sabías que adentro de aquella piedra había un caballo?

Días y noches de amor y de guerra - Eduardo Galeano).







Los nadies (Eduardo Galeano - Augusto Blanca)


Sueñan las pulgas con comprarse un perro
y sueñan los nadies con salir de pobres,
que algún mágico día
llueva de pronto la buena suerte,
que llueva a cántaros la buena suerte;
pero la buena suerte no llueve ayer,
ni hoy, ni mañana, ni nunca,
ni en llovizna cae del cielo la buena suerte.

Los nadies: los hijos de nadie, los dueños de nada.
Los nadies: los ningunos, los ninguneros,
corriendo la liebre, muriendo la vida,
jodidos los nadies, jodidos:
Que no son, aunque sean.
Que no hablan idiomas, sino dialectos.
Que no practican religiones, sino supersticiones.
Que no hacen arte, sino artesanía.
Que no aplican cultura, sino folklore.
Que no son seres humanos, sino recursos humanos.

Los nadies: los hijos de nadie, los dueños de nada.
Que no tienen cara, sino brazos.
Que no tienen nombre, sino número.
Que no figuran en la historia universal,
sino en la crónica roja de la prensa local.

Los nadies: los hijos de nadie, los dueños de nada.
Los nadies: los nada,
los nadies, que cuestan menos que la bala que los mata.



martedì 13 dicembre 2011

Demetrio Túpac Yupanqui

Demetrio Túpac Yupanqui è davvero un grande - franz

... Un esempio incoraggiante è il quecha, la lingua indigena più parlata del Sud America. Il quecha aveva subito un lungo e lento declino ma è rinato dopo il lancio di un motore di ricerca in quecha su Google, il rilascio di una versione quecha di Windows e Office da parte di Microsoft e la traduzione del Don Chisciotte nella lingua indigena da parte dello studente Demetrio Túpac Yupanqui...

Demetrio Túpac Yupanqui es un peruano que desde hace años se dedica a la difusión del Quechua y por estos días presenta la traducción a esta lengua de Don Quijote de la Mancha. En el pasado 13 de octubre estuvo en el Palacio de l’Athénée y el 21 estará en Palais des Nations Unies, Ginebra. A propósito de su trabajo, esto fue lo que habló con Depapaya.org 

Cuéntenos un poco de la tradición oral Quechua. 

El Quechua es el idioma más importante de América, hablado por cerca de 30 millones de personas a lo largo y a lo ancho del macizo de los Andes. Tiene la
cualidad de ser sencillo pero de gran precisión lingüística. Está considerado, a nivel de estudios avanzados, como el medio de expresión para exponer los elementos más sutiles del pensamiento humano . En esto no lo iguala ningún otro idioma. 

¿Por qué el Quijote en esta lengua, cómo surge la idea? 
El Quijote se ha traducido a 70 idiomas, pero en esa relación no aparecía el Quechua. El intelectual y peruanista Don Miguel de la Quadra Salcedo, excepcional conocedor de la historia americana, y creador del programa Ruta Quetzal, fue el iniciador de esta obra. Se contactó con nosotros para que hiciéramos la traducción con ocasión de cumplirse 400 años de la primera edición de Don Quijote de la Mancha. 

¿A quién está dirigido? 

A la cultura mundial, más exactamente al pueblo quechua hablante. En este momento ya se encuentra en las bibliotecas más importantes del mundo...
“El Quijote” ya tiene su versión en la lengua indígena quechua, un idioma precolombino que hablan alrededor de veinte millones de personas en zonas de Perú, Bolivia, Ecuador y Argentina.
Esta primera traducción de la obra maestra de Cervantes al quechua fue presentada esta tarde en la Casa de América de Madrid.
El traductor es Demetrio Tupác Yupanqui, que también tradujo la Constitución peruana al quechua, y el libro cuenta, además, con ilustraciones realizadas por campesinos del pueblo de San Juan (Perú)...

…Con más de 800 años de antigüedad, el idioma Quechua ha tenido un devenir azaroso a causa de los cambios sufridos por nuestro país a través de su historia. Esta lengua, que se inició entre Huacho y Lurín, tuvo una rápida expansión no sólo en todo el Perú (en las culturas de Chavín, Wari, Tiahuanaco) sino que abarcó todo Ecuador, Bolivia, Chile, adem´s de parte de Colombia y Argentina. El Quechua, idioma utilizado por nuestros antepasados, los Incas, fue perdiendo su importancia durante el Virreynato, porque se designó al español idioma oficial del país. Con casi tres centurias de colonización, el 85 por ciento de los habitantes empleaba el idioma español para comunicarse. Cuando llegó la época de la República resultó dificultoso utilizar el quechua como una lengua que pueda ser utilizada por toda la población en general.

Ademas, en estas ultimas décadas llego la invasión (si se puede llamar así) de la cultura extranjera como la Música, Cine, Televisión, etc. Esto ocasionó la admiración del inglés, francés y de casi todo lo extranjero y, consecuentemente, la marginación de nuestro idioma ancestral. Para la recuperación de nuestra identidad nacional, la Red Científica Peruana (RCP)-Internet Perú ha puesto en marcha la difusión del idioma quechua en el Internet, a través de un curso que será dirigido por el quechuólogo Demetrio Tupac Yupanqui…

…Estructura del Quechua. algunos ejemplos
El Quechua, con variantes regionales como cualquier otro idioma, tiene características propias. El idioma andino pertenece al grupo de las hablas polisintéticas como el latín, el ruso y otros idiomas de Europa Oriental y América. En la oración quechua opera una yuxtaposición de elementos morfológicas, casi silábicos, que funcionan entre la raíz y los sufijos determinantes de personas o casos.
ESPAÑOL…..QUECHUA……EJEMPLO
En……………..-pi……….En Lima/Limapi
Con…………….-wan………Con Luis/Luwiswan
De……………..-manta…….De Chile/Chilemanta
Yo………………Nuga……..En mí/Nugapi
Tú………..Quan……..Contigo/Quanwan
El o Ella………..Pay………En ella/Paypi…


…LLJ- ¿Considera que el indígena va perdiendo su cultura lingüística con el paso del tiempo?

DTY- Si, el nativo prefiere aprender la lengua del invasor porque va a encontrar mejor trabajo. En el Perú en que la mayoría es quechuahablante no hay una radio ni una TV dedicado a informar en quechua. Es que mi país era muy pobre cuando gobernaba el Arquitecto Belaunde y me tocó ser director de prensa de su gobierno. No teníamos dinero para comprar películas y tomar fotos de sus visitas a las diferentes regiones. Pero ahora sí hay y sólo hay bellas declaraciones. No hay interés en estudiar e invertir en lo nuestro. La educación es una inversión invisible y da óptimos frutos años después. Pero se prefiere hacer locales u obras que “se ven” de inmediato.

LLJ- ¿cuántos quechua hablantes existen actualmente, existen variantes sobre ese idioma por regiones?

DTY- No hay un censo veraz. Pero la mayoría, una inmensa mayoría, habla quechua. Lo comprobé en mis incursiones como periodista en todo el Perú y como invitado en Bolivia y en Argentina.

LLJ- En Costa Rica sucede que el indígena se va adaptando al turismo y termina rindiendo pleitesía hacia otros idiomas. De a poco su idioma se deteriora y su cultura es invadida, perdiendo así su identidad. ¿De qué forma se podría volver a interesar a estas personas para que regresen a su conocimiento ancestral, pero que a su vez logre adaptarse al mundo actual?

DTY- Se tiene que demostrarles que nuestras culturas nativas son tan buenas o mejores que las ajenas. No hay que perder la noción de conocimiento y libertad que son el motor vehemente que conduce a los pueblos a su destino final. Si sabes que una cosa es buena tienes que amarla. Ahí está el secreto que a todos, sin excepción, nos moviliza hacia nuestro bienestar. Y en el caso del quechua, muy pocos saben que este idioma es capaz de expresar los sentimientos más sutiles del ser humano. Y esto con más perfección que el griego y el latín idiomas a los que acudimos para poner nombres a los nuevos inventos. Y valga la verdad. Eso me lo demostraron en Cornell University durante las sesiones lingüísticas organizadas por el profesor Donald Solá…

…Él era un testigo de primera fila. Nada más llegar, sus amigos mercedarios le dieron una habitación en su convento, que daba al simbólico jirón. Para la Lima de entonces, alguien como el joven Demetrio era una rareza: alto, bien educado y “nativo”, como él mismo se describe.
No es de extrañar que relate que si bien no era el único de origen indígena en la universidad, sí era algo novedoso. “Venían de diferentes facultades a ver quién era y decían: ‘¡Y se llama Túpac Yupanqui!’”. Don Demetrio no puede evitar reírse cuando recuerda estos inicios en la capital. A sus 87 años ha vivido de todo, pero no se percibe que sea un hombre marcado por una vida difícil. Por el contrario, su buen humor y su despliegue de conocimientos los hilvana con una modesta naturalidad. Los usa no para intimidar sino para acoger al invitado.
Pero así como parece dispuesto a la generosidad y no se siente capaz de criticar las condiciones sociales de la Lima de entonces, también se aferra a su identidad como un blasón que lo ha acompañado sin doblegarse. “Yo sabía que era nativo pero nunca sentí vergüenza de mi apellido. Además, yo era alguien que había estudiado Filosofía y Teología. Hablaba latín”.
Esto le ganó el respeto y la admiración de sus jefes y pares. Cuenta que en el diario “La Prensa”, donde empezó a trabajar como periodista y donde después comenzó a enseñar quechua, deslumbró en las discusiones editoriales por su conocimiento del latín. “Ellos decían: ‘Mira, este cholo cómo sabe’”…

martedì 15 novembre 2011

Domenico Zipoli


qui un film sulle tracce di Zipoli fra gli indios in Amazzonia 


…Per ragioni sconosciute, nel 1716, Zipoli lasciò l'incarico per trasferirsi a Siviglia, Spagna, come novizio gesuita con il desiderio di essere inviato alle Riduzioni gesuite, nelle colonie spagnole in America. L'anno dopo (1717) - ancora novizio - lasciò la Spagna con un gruppo di 53 missionari che raggiunsero Buenos-Aires, nel Rio de la Plata (13 luglio 1717). Nel 1718 si stabilì a Córdoba (Argentina), dove seguì gli studifilosofici e teologici (1718-1724) poi a causa della mancanza di un vescovo, non poté essere ordinato sacerdote. Durante questi pochi anni si dedicò contemporaneamente all'attività di compositore, di maestro di coro e di organista nella chiesa dei Gesuiti. Presto il suo lavoro divenne celebre dal Paraguay al Perù, il cui viceré scrisse a Cordoba sollecitando le composizioni di Zipoli. Stroncato dalla tubercolosi Zipoli morì a Córdoba nella casa dei gesuiti, il 2 gennaio 1726…
da qui



…Nel 1972 l'architetto svizzero Hans Roth, lavorando al restauro degli splendidi resti  delle missioni gesuitiche  di Chiquitos, nel nord est della Bolivia al confine con il Mato Grosso, scopre oltre 5.000 pagine di musica scritta dai gesuiti  per gli indios, fra cui molti appartenenti alla produzione di Zipoli. Questo ingente patrimonio culturale, considerato l’evento fondamentale della musicologia ispanoamericana recente, ha  finalmente messo in luce l' attività culturale dei padri gesuiti e cambiato  l' analisi della musica del 700.
Incomincia così il risveglio dell'interesse per Zipoli.
All’ inizio quasi  con stupore, si stenta ad associare le tracce di un Domingo Zipoli musicista allo Zipoli italiano, poi grazie all’opera di attenti studiosi, con l’analisi comparata di altre opere coeve e il restauro dei molti manoscritti ritrovati, si capisce pienamente la sua grande produzione musicale.
Secondo i più recenti studi sembra addirittura che  Zipoli fosse il musicista più noto nel nuovo continente e il notevole numero di composizioni a lui attribuite presenti nei manoscritti degli archivi boliviani, ne è la prova tangibile e musica di straordinaria qualità, completamente diversa dalla musica organistica  del periodo precedente, Si può affermare che la storia della musica del 700 si debba in parte riscrivere per far posto alla geniale produzione musicale di un gesuita che insegnò e produsse musica per gli indios, addirittura con strumenti realizzati dagli indios stessi.
Per 150 anni dal  1609  fino al 1767, quando furono cacciati da tutta l'America latina,  i  gesuiti fondarono numerose reducciones sotto un regime fatto di efficaci regole organizzative,di vita comunitaria e difendendo gli indios dallo sfruttamento e dallo schiavismo dei grandi latifondisti e mercanti portoghesi. Costruirono chiese monumentali, aziende agricole e soprattutto svilupparono l'arte nelle sue più svariate espressioni, occupandosi in particolar modo di insegnamento musicale.
Dichiarate Patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco e oggetto di una faticosa e complessa opera di recupero, le Riduzioni gesuitiche  dell’area amazzonica della Bolivia, nell’attuale provincia di Chiquitos, sono tuttora abitate dalle popolazioni locali degli indios Guarajos…

da qui