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domenica 28 gennaio 2024

CONTRO LA SCUOLA E L’ UNIVERSITÀ NEOLIBERALI. CINQUE PUNTI PER UN DISSENSO LEOPARDIANO - Emanuele Zinato

1) Le Università propongono agli istituti scolastici dei “pacchetti per l’orientamento”: frequenti,  tra gli altri, i corsi Che leader sei? e i laboratori sulle Soft Skills. I docenti delle scuole apprendono dalle circolari dei loro Dirigenti che l’istituzione universitaria dove si sono  formati sulle “vecchie” discipline ora eroga competenze sulle nuove “dinamiche di leadership e di followership in un team”.  Vengono così invitati  a simulare  in appositi “laboratori esperienziali di gruppo”, come si “orientano”  le studentesse e gli studenti a “diventare dei leader”.  Le stesse Università, in base al Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 4 agosto 2023, hanno varato in fretta l’ “ alta formazione” per i futuri docenti,  il cui costo è a carico dei corsisti:  circa  duemila euro per acquistare un “pacchetto” di crediti,  con lezioni atomizzate e in parte on line, in cui uno spazio non marginale sarà dato alle questioni di leadership e di skills. La giustificazione che serpeggia fra i docenti universitari meno cinici  è che “se non li  facciamo noi, questi corsi li faranno le università telematiche private”.  I più disinibiti  (i cosiddetti “docenti Alfa”) cercano di delegare queste incombenze che vanno espletate comunque perché, nella logica del monitoraggio e degli indicatori,  sono computate  dal “Ranking reputazionale”, il dispositivo che valuta, algoritmo su algoritmo, accanto alla produttività dei ricercatori, le terze missioni e il livello  di gradimento dell’Ateneo presso i propri stakeholders.

 

2) L’Università promuove l’aziendalismo come suo unico orizzonte: non solo perché continua a demandare, in modo pressante, agli intellettuali accademici  la gestione  dell’ “autonomia contabile” ma anche perché organizza e disciplina  ideologicamente (in modo solo in apparenza neutrale) sia la valutazione della ricerca che le tecniche della didattica:  fattibilità e impatto dei progetti, rilevanza assoluta dell’innovazione tecnologica da un lato, standardizzazione e formattazione dell’insegnamento entro modelli precostruiti sulla misurazione degli “effetti d’apprendimento” (learning outcomes) dall’altro. Non è diverso il processo che investe la scuola, come risulta da una verifica dei  rispettivi linguaggi, sostanzialmente intercambiabili e abbreviati  in acronimi.   Le sigle proterve che quotidianamente i professori, a scuola e all’università, utilizzano e ripetono  (Anvur, Invalsi, Asn, Cfu, Gev, Orcif, Pof, PI, Pon, Gav, SSD, Prin, Pcto, Vqr…) passivizzano il loro pensiero e il loro lavoro:  si presentano come dati da assumere senza dubbi o dissensi, come quelle registrate dal taccuino di  Victor Klemperer.[1]  Questa neolingua della formazione, della ricerca e della didattica è il solo ‘pensiero-azione’ rimasto dicibile dopo la cancellazione di tutti gli altri: come è noto, si può essere islamisti o islamofobi, repubblicani o democratici, sovranisti o europeisti, laburisti o tories  purché si parli e si agisca costantemente come dei piccoli o grandi manager.  Del resto, Unica è il nome eloquente della nuova piattaforma scolastica dedicata all’orientamento.

 

3) Dopo la pausa dell’emergenza sanitaria in cui le catene processuali sono state interrotte e rapidamente riorganizzate,  l’Università si è socialmente legittimata come una frontiera del profitto.   Per una istruttiva comparazione,  si può rimemorare il  saggio che Guido Viale pubblicò nel 1968 sui “Quaderni piacentini”: Contro l’università. Quel numero dei “Quaderni”, che  ebbe una diffusione eccezionale e che contribuì alla stagione del movimento studentesco, avviava la riflessione sull’uso capitalistico dei saperi. Oggi, nel sistema della ricerca e della formazione, non si fa più solo uso mediato delle discipline ai fini del dominio, ma si inducono docenti e studenti  ad apprendere immediatamente il linguaggio del dominio. In particolare, nel campo della scuola, a essere sfiduciata è la mediazione delle “vecchie” discipline, avvertite come fardello novecentesco e a esser esaltate come “innovative” sono invece le tecniche e le retoriche, falsamente “inclusive”,  di riproduzione dei rapporti di potere. Si tratta del capolavoro dello Zeitgeist neoliberista: al centro di ogni apprendimento, dalla scuola primaria all’università,  si accampa la competenza imprenditoriale, ossia  il “gioco” della competizione e della concorrenza portato all’interno delle relazioni individuali, la costruzione  di un senso comune in cui per ogni “vincente” ci deve essere un “perdente”.[2]

 

4) L’enfasi educativa sulla meritocrazia, sui leader, sulla competizione e sulle skills sembra tuttavia rivelare una sua condizione oscena:  è retoricamente ossessiva nell’università e nella scuola nel momento stesso in cui la crisi di civiltà è giunta a mostrare le sue tragiche contraddizioni planetarie. Nell’arena della concorrenza globale non sembra esserci più futuro nemmeno per i “vincitori”  perché  il disagio psichico è sempre più connaturato alla performance[3], perché la concorrenza sta legittimando la guerra, i respingimenti  e l’ecocidio, e perché le sorti stesse dell’umanità sono davvero a rischio.  In una parola: che democrazia, progresso e competizione siano fenomeni virtuosamente correlati si sta dimostrando, alla verifica delle  “sensate esperienze”, un sillogismo degno di Simplicio o di Don Ferrante.  Se, alla luce dei conflitti attuali,  la governance universitaria e scolastica, e il loro disciplinamento diffuso, figurano come i ciechi in processione nel dipinto di Bruegel il Vecchio, si apre, allora, tra gli intellettuali specializzati[4], un problema di ecologia politica: smettere di essere consenzienti e rilegittimare  il bisogno di pensare e di agire contro l’università e contro la scuola neoliberali.

 

5) Per ora, lo spazio per questo pensiero-azione controtempo è invisibile e negato: l’’autoreferenzialità accademica e scolastica con cui si continuano a concepire docenti e studenti come dei businessmen in carriera trova le sue legittimazioni autoteliche nello Zeitgeist. Una diserzione dei docenti dalla ragione neoliberale esigerebbe la presa di parola e l’azione politica: per l’università, in specie, disertare comporterebbe ciò che dalla riforma Gelmini in qua i professori hanno rinunciato – per opportunismo o per cinismo – a fare:  l’elaborazione di pratiche di produzione e diffusione dei saperi alternative alla logica dominante nel mondo dell’azienda accademica. Esistono, tuttavia, degli spiragli autocoscienti[5]  in parte dovuti all’evidenza stessa della crisi. Il dissenso dei  docenti  potrebbe opporre al mito ossessivo della competizione le pratiche controfattuali della solidarietà attiva e della cooperazione infraumana, il mutuo appoggio,  la necessità della giustizia sociale e ambientale come paradigmi culturali e politici da condividere. Un simile nuovo paradigma della conoscenza critica potrebbe  trovare il suo più acuminato strumento concettuale nella nostra stessa tradizione: nel pensiero anti-antropocentrico di Giacomo Leopardi.  E, del resto, Sebastiano Timpanaro, sulla base di una lettura leopardiana materialista e militante,  ha posto una questione non eludibile: “se, per esprimersi con un linguaggio irritante per gli intellettuali odierni, homo sapiens dimostrasse di essere una specie zoologica capace di linguaggio, di pensiero, di arte e di tante ottime cose, ma incapace di eguaglianza e di autogoverno collettivo, la decadenza e la fine dell’intera umanità sarebbe definitivamente segnata, a scadenza non troppo lunga”.[6]

 

Note

 

[1] “C’erano il BDM e la HJ e la DAF e altre innumerevoli sigle. Nel mio diario la sigla LTI compare un primo momento come scherzo parodistico, subito dopo, però, come rapido ausilio della memoria, una sorta di nodo al fazzoletto ben presto, e per tutti gli anni della miseria, come una vana legittima difesa, un SOS rivolto a me stesso.” (V. Klemperer, La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo, Giuntina, Roma, 2008, p.25).

[2] Il mito della competizione, “Jacobinitalia”,  Alegre, n. 21/inverno 2023.

[3] M. Rovelli, Soffro dunque siamo. Il disagio psichico nella società degli individui, minimum fax, Roma, 2023.

[4] L’accademia e il fuori. I problema dell’intellettuale specializzato in Italia, a cura di V. Mele, F. Mengali, F. Padovani, A. Tortolini, Orthes, Napoli-Salerno, 2023

[5] Si veda a esempio il pionieristico pamphlet di Federico  Bertoni, Universitaly. La cultura in scatola, Laterza, Roma-Bari 2016. Per uno sguardo non conformista sul discorso educativo contemporaneo si rinvia a  G. Biesta, Riscoprire l’insegnamento, Raffaello Cortina, 2022. Tracce di dissenso sono evidenti nei due Manifesti per l’Università e per la Scuola in https://www.universitadelfuturo.it/index.html

[6] S. Timpanaro, Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana, ETS, Pisa, 1982, p. 327

da qui

domenica 2 maggio 2021

E se la facessimo finita con gli eventi? - Emanuele Zinato


Il linguaggio non è neutro né innocente: è sempre saturo di ideologia. Le parole egemoni veicolano la visione del mondo dominante in modo tanto più pervasivo quanto meno riconosciuto dai parlanti. Per questo si può dire che siamo tanto più “parlati” dalle forme del dominio quanto più queste ultime si danno linguisticamente come naturali. Tutti noi usiamo supinamente termini come governance, webinar, implementare, spalmare, risorsa, competenze, eccellenza, merito, spendibilità. Ogni volta che li impieghiamo si accende nella nostra mente una spia rossa, sempre più debole, con cui dovremmo viceversa illuminare di più il nostro dizionario e i nostri archivi.

Soprattutto chi insegna dovrebbe operare una costante verifica delle parole, specie di quelle più pervasive o “virali” (sic).

Fra questi moltissimi termini-concetti finto-neutrali vi è anche il lemma eventi, percepito per lo più come allusione all’ambito del creativo e del conviviale. A titolo di esempio, prendiamo una sola frase del tutto condivisa dal senso comune: 

“Speriamo che presto tornino possibili tutti gli eventi sospesi per la pandemia: concerti, mostre, festival letterari, teatri, cinema”.  

Qualche anno fa uno degli organizzatori più intelligenti del Festival di Mantova mi diceva che stava cercando di arginare la passiva moltiplicazione del termine evento sulle locandine del festival a proposito degli incontri con gli autori, a favore di concetti più vicini a un’idea di sedimentazione dell’esperienza e meno implicati con i consumi culturali. Credo fosse, da parte sua, un chiaro segno di consapevolezza politico-culturale, non un eccesso “purista” o cruscante.

Si tratta in sostanza di opporre profondità e memoria a superficie e immediatezza. E, del resto, a far luce sul concetto ci aiuta la fisica, disciplina per la quale con evento si intende un punto nello spazio-tempo. Sulla non oggettività del termine ci aiuta invece l’economia aziendale: e in specie il comparto dell’organizzazione degli eventi, divenuto nel nuovo millennio una delle leve strategiche della comunicazione integrata. Sia che si tratti di una grande cerimonia sportiva che di una piccola colazione di lavoro, il comparto gestisce l’estensione della logica della società dello spettacolo (Debord) a ogni brand, istituzione, associazione al fine di creare “visibilità” e “emozione”. Nel mondo dell’azienda (che da vent’anni sembra essere diventato il mondo intero) l’organizzazione di eventi, infine, è promossa anche dall’ambito delle risorse umane, perché considerata uno strumento motivazionale che migliora le performance di uno staff.

All’evento culturale inteso come momento strategico di organizzazione del marketing è connessa insomma una piccola, agguerrita,  galassia terminologica in grado a sua volta  di colonizzare il discorso della vita quotidiana e il nostro l’ambito  specifico dell’insegnamento, dell’educazione e della formazione e di abitare il nostro stesso linguaggio, con la protervia  arrogante e seducente che contrassegna chi salta sul carro dei vincitori: i concept, la location, la logistica, il target e il budget.

Nel fare una lezione, organizzare un incontro con un autore, o una discussione su un libro, o nel portare gli studenti a teatro o al cinema, è necessario guardare viceversa alla questione in termini di lunga durata. L’espressione longue durée è dello storico Fernand Braudel e nasce in ambito storiografico per indicare un concetto che si oppone radicalmente a quello di evento.[1] Quest’ultimo, per gli storici delle “Annales”, è il tempo della breve durata, della storia evenemenziale fatta di oscillazioni rapide e instabili. La lunga durata, invece, è il tempo delle permanenze, dei ritmi lenti, delle grandi cesure e dei movimenti di ampio respiro. Riportiamo questo tempo, lento e profondo, al centro dell’esperienza dopo la pandemia: per un’ecologia della mente capace di guardare alle sfide che ci stanno di fronte. Basta, insomma, con la narcisistica celebrazione dell’effimero e della superficialità degli eventi.

[1] Fernand Braudel, Histoire et Sciences sociales: La longue durée, «Annales. Economies, sociétés, civilisations», 4, 1958, p. 750.

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