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domenica 17 agosto 2025

Scienza & Libertà - Gaetano Colonna

Che la fede nella scienza sia oggi diventata tanto o addirittura più popolare di quella nella religione, è un fatto abbastanza evidente. Purtroppo però la scienza sta oggi assumendo due delle peggiori tendenze che le religioni hanno spesso manifestato, quelle che in epoca moderna hanno causato la loro perdita di credibilità: imporre dogmi e diventare centri di potere.

L’ultimo episodio che conferma lo sviluppo di queste due tendenze verso una vera e propria dittatura scientifica, con tutto ciò che questo comporta in tema di libertà di opinione e di scelta, è dimostrato dalla levata di scudi contro la nomina da parte governativa di due scienziati reputati no-vax nell’ambito del Nitag (National immunization technical advisory group), il “Gruppo consultivo nazionale sulle vaccinazioni”, istituito nel 2021 allo scopo di «supportare, dietro specifica richiesta e su problematiche specifiche, il Ministero della Salute nella formulazione di raccomandazioni evidence-based1 sulle questioni relative alle vaccinazioni e alle politiche vaccinali, raccogliendo, analizzando e valutando prove scientifiche».

A chiedere la revoca dell’incarico al prof. Paolo Bellavite ed al pediatra dott. Eugenio Serravalle, sono stati alcuni organismi associativi, espressione politica della categoria medica e sanitaria: per “espressione politica” intendiamo, a scanso di equivoci, il fatto che questi organismi dichiarano di tutelare gli interessi di tali categorie, al tempo stesso definendo le regole cui i professionisti stessi devono a loro avviso attenersi.

La focalizzazione politica di questi organismi è ben chiara ad esempio nel caso del Patto trasversale per la Scienza, che, fin dal suo pubblico appello del giugno 2019, chiede che «tutte le forze politiche italiane si impegnino a sostenere la Scienza come valore universale di progresso dell’umanità», e che «nessuna forza politica italiana si presti a sostenere o tollerare in alcun modo forme di pseudoscienza e/o di pseudomedicina che mettono a repentaglio la salute pubblica».

Di conseguenza, «tutte le forze politiche italiane si impegnano a governare e legiferare in modo tale da fermare l’operato di quegli pseudoscienziati», «ad implementare programmi capillari di informazione sulla Scienza», assicurando «alla Scienza adeguati finanziamenti pubblici».

Appello come si vede totalitario, al quale si dà quindi oggi attuazione invocando l’allontanamento dei due esperti, cui addirittura si nega il titolo di scienziati, osservando che essi non sarebbero sufficientemente titolati per questo incarico, in particolare per il fatto che hanno assunto posizioni critiche verso la politica delle vaccinazioni obbligatorie.

Rispetto al primo punto, è sufficiente leggersi online i curricula del prof. Bellavite e del dott. Serravalle per verificare che entrambi vantano percorsi professionali e pubblicazioni che nulla hanno da invidiare rispetto agli altri componenti del Nitag. Quanto al secondo punto, quelle posizioni critiche, stigmatizzate da chi chiede oggi il loro allontanamento dal Nitag, sono state espresse attraverso una serie nutrita di studi che Bellavite e Serravalle hanno pubblicato.

Eccoci dunque al punto fondamentale, cioè al rischio evidente che la scienza, imponendo posizioni dogmatiche, tradotte in legge dal potere politico, violi un presupposto fondamentale della scienza moderna: cioè che la ricerca scientifica e la formulazione di assunti e presupposti scientifici debbano essere assolutamente liberi.

Non lo diciamo noi. Senza risalire qui al provando e riprovando di Galileo Galilei, lo dicono un coro di documenti, oggi forse dimenticati, pubblicati da organizzazioni internazionali da decenni. Citiamo qui per brevità un solo documento, che correttamente individua tre elementi-chiave per assicurare la academic freedom, cioè il diritto alla libertà di ricerca scientifica in qualsiasi campo del sapere:

«(a) Diritto individuale di ampia portata in materia di libertà di espressione per i membri della comunità accademica (sia docenti che studenti), principalmente in qualità di liberi ricercatori, compresa la libertà di studiare, la libertà di insegnare, la libertà di ricerca e di informazione, la libertà di espressione e di pubblicazione (compreso il “diritto di sbagliare”) e il diritto di svolgere attività professionali al di fuori dell’impiego accademico;

(b) Autonomia collettiva o istituzionale per l’accademia in generale, e/o per le sue sottosezioni (facoltà, unità di ricerca, ecc.). Tale autonomia implica che i dipartimenti, le facoltà e le università nel loro complesso hanno il diritto (e l’obbligo) di preservare e promuovere i principi della libertà accademica nella conduzione dei loro affari interni ed esterni;

(c) L’obbligo per le autorità pubbliche di rispettare e proteggere la libertà accademica e di adottare misure volte a garantire l’effettivo godimento di tale diritto, nonché a proteggerlo e promuoverlo».

Questo documento, intitolato “La libertà accademica come diritto fondamentale”, pubblicato nel 2011 dalla League of European Research Universities (LERU), contiene fra l’altro puntuali riferimenti ad una serie di altre pronunce formali di organismi internazionali, come l’Unesco e l’Unione Europea, e di costituzioni politiche, tra cui quella italiana (art. 33. «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento»): tutte affermano la libertà di ricerca scientifica come un diritto fondamentale.

Non si può quindi non sottoscrivere parola per parola quanto il dott. Serravalle ha molto semplicemente osservato in una sua replica alla levata di scudi di cui stiamo parlando:

«Anti scientifici? Al contrario: la scienza non è un dogma. La scienza è un metodo che si basa sulla verifica con metodo scientifico di teorie anche contrapposte: alla fine ‘vince’ chi porta i dati e le prove più valide e forti. Personalmente ho una ricca bibliografia ed esperienza clinica a sostegno del mio approccio prudente e sono desideroso di confrontarmi con i colleghi proprio sulla base dei dati scientifici più validi. Questo è uno dei fondamenti del metodo scientifico, che si basa sul dubbio costruttivo e sul confronto basato su prove, non su dogmi e censure. Di fronte a prove migliori di quelle che posso presentare, ho preso l’impegno a riconoscerlo pubblicamente. Auspico analoga disponibilità da parte degli interlocutori».

Questa è, a nostro avviso, la giusta impostazione, almeno per chi crede nella libertà di ricerca come fondamento del progresso scientifico in una società libera.

Altrimenti, può essere fondato il sospetto che, nell’imposizione di politiche totalitarie alle collettività, la scienza si sia posta al servizio di giganteschi ed opachi interessi economici, come quelli che, prima durante e dopo le pandemie, hanno fatto moltiplicare i fatturati di un ristretto numero di multinazionali, quelle appunto che dominano l’enorme e assai redditizio mercato mondiale della salute.

  1. it.: «basate su prove». 

 https://clarissa.it/wp/2025/08/11/scienza-liberta/

lunedì 28 luglio 2025

Questa rapina è chiamata libertà - Carlo Rovelli

 

Nel corso della mia vita, ho visto la parola “libertà” subire una spettacolare traiettoria discendente. È passata da luminoso ideale universale, a ipocrita copertura della difesa di privilegi.

“Libertà” è stata la parola d’ordine della Rivoluzione Francese per liberarsi dal dominio dell’aristocrazia. Della Rivoluzione Americana per liberarsi dal dominio della corona inglese. Delle comunità religiose che volevano liberarsi dal potere corrotto delle gerarchie cattoliche. Delle polis greche che non volevano cadere nelle mani dell’impero persiano. Dei popoli che cercavano di liberarsi da secoli di feroce sfruttamento coloniale. È stata l’ideale della lotta contro fascismo e nazismo che avevano scatenato un’immensa aggressività distruttiva. Libertà è stata la parola magica che aleggiava sulla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, sulla dichiarazione d’indipendenza, sulla Rivoluzione Russa e su quella Cinese. Era Galileo libero di difendere l’idea che la Terra gira. Era libertà dai dogmi, era l’idea che il pensiero non debba essere costretti in limiti. Gli esseri umani non debbano essere schiavi, non debbano essere in catene.

Libertà è stata la parola d’ordine della mia generazione, che rifiutava ipocrisie e imposizioni di un mondo dominato da minoranze, e voleva cercare la sua strada. Da ragazzo, percepivo attorno a me un mondo pieno di regole che volevano impormi modi di essere che mi sembravano ingiusti. Volevo essere libero. Libero di seguire i miei sogni, libero di essere me stesso. Libero di amare chi volevo e come volevo. Libero di viaggiare ovunque nel mondo. Libero dai condizionamenti sociali. Dall’autoritarismo della mia scuola. Dai diktat della mia famiglia. Libero di sognare. Libero di pensare con la mia testa. Libero di sperimentare con i miei amici modi nuovi di vivere insieme e di condividere il mondo. Era la più bella delle parole, libertà.

Che tristezza, mezzo secolo più tardi, vedere questa parola luminosa usata come bandiera dai privilegiati per giustificare il diritto di opprimere. Libertà di portare armi, libertà di arricchirsi sulle spalle degli altri. Libertà di fare affari che creano miseria o devastano il pianeta. Libertà di tenersi i propri soldi e non pagare le tasse. Libertà di dominare il mondo, iniziare guerre, sentirsi padroni del mondo. Libertà di mettere basi militari ovunque nel mondo.

Oggi la parola “libertà” svolge una funziona perversa. Serve da giustificazione ideologica per la rapacità: “noi siamo liberi, e quindi dobbiamo dominare quelli che non sono liberi come noi”. A questo si è ridotta, oggi, la parola libertà. Copertura ideologica per giustificare il predominio.

Dalla “Casa delle libertà” di Berlusconi in Italia, alla devozione religiosa degli Stati Uniti per questa parola, “libertà” è usata come una clava contro chiunque abbia a cuore il bene comune più dell’arbitrio dei singoli. Siano questi, stati, individui, multinazionali, o classi sociali. Gli Stati Uniti pretendono di essere liberi e quindi non dover sottostare al giudizio delle corti internazionali o alle raccomandazioni dell’Assemblea di tutti gli Stati del mondo. Le multinazionali prendono di essere libere da regole e limiti che la politica vorrebbe imporre per il bene di tutti. I super ricchi pretendono di essere liberi da tasse sulle loro fantasmagoriche ricchezze. Le classi abbienti pretendono di essere libere dalla tassazione progressiva o dalle tasse sul patrimonio che qualche decennio fa ridistribuivano il reddito. I paesi della Nato pretendono di essere liberi di bombardare la Serbia, devastare la Libia, invadere l’Iraq, invadere l’Afghanistan, usando come scusa che quei paesi “non sono liberi”.

E in cosa si riduce la libertà dei paesi che si considerano liberi? La “libertà di stampa” significa che i grandi gruppi di potere controllano le catene televisive, i grandi giornali, i social online, manipolano facilmente masse di lettori sostengono narrazioni che giustificano le scelte di dei poteri. La libertà di votare si riduce al fatto che siccome le elezioni non si vincono se non con ingenti quantità di denaro, il potere è nelle mani di pochi super ricchi, o delle grandi corporazioni che dispongono di queste somme. La libertà di votare e la libertà di stampa, che nell’Ottocento hanno rappresentato un potente strumento di liberazione dall’oppressione dei regimi antichi, oggi si sono ridotte a strumenti di manipolazione.

La libertà di parola nei paesi occidentali, come ha chiarito Herbert Marcuse sessant’anni fa, è diventata una strategia del potere: per depotenziare la critica, è più efficace lasciare parlare tutti, in una vasta cacofonia, e imporre punti di vista avendo in mano le narrazioni dei media e dei social, piuttosto che reprimere le voci del dissenso. Un magazine clandestino ciclostilato nella Russia Sovietica aveva un potere dirompente: nessuno poteva parlare e chi osava aveva una voce possente. Una rivista pacifista nell’Occidente liberale non ha alcun peso: tutti possono parlare; il potere non ha bisogno di opprimere voci dissenzienti, tanto ha il controllo delle narrazioni che dominano. Quando oggi nelle democrazie liberali assistiamo a grandi divergenze interne, come accade in questi ultimi anni, quello a cui stiamo assistendo è in gran parte solo uno scontro di potere interno in una plutocrazia poco compatta. Dietro a Johnson e Trump ci sono i potenti media di destra, e ora i social nelle mani di colossali poteri finanziari.

L’ipocrita religione occidentale della libertà si giustifica con il ridicolo l’argomento che “in Occidente su sta meglio, perché c’è la libertà”. Poche affermazioni sono altrettanto ipocrite. In Occidente si sta meglio perché l’Occidente è ricco; e l’Occidente è ricco perché ha raccolto l’eredità dello strapotere dell’Europa coloniale ottocentesca sul mondo intero. Uno strapotere che non è certo stata costruito sulla libertà. È stata costruito sulla soppressione della libertà dei popoli colonizzati, sulla razzie delle loro risorse, sulla riduzione in schiavitù di milioni di africani.

Questa rapina è chiamata libertà.

Ogni libertà è sempre libertà da qualcosa. Un prigioniero riacquista la libertà uscendo dalla prigionia, uno schiavo dalla schiavitù, un popolo oppresso liberandosi dai suoi oppressori, un giovane si libera dal peso di una famiglia opprimente. Un intellettuale si libera da un’idea errata. Quando libertà significa liberarsi da un’ingiustizia, da un’oppressione, da un dogma, dalla fame, dall’ignoranza, dai vincoli che impediscono di essere se stessi, dalle diseguaglianze, la libertà è il più bello degli ideali. Ma quando libertà significa, come significa oggi, sentirsi liberi di ignorare il bene comune, i bisogni degli altri, le sofferenze degli altri, sentirsi liberi di competere e vincere calpestando gli altri, allora la libertà è la più sporca delle parole. Oggi è a questo che serve la parola libertà: a ignorare il bene comune. Un giorno in cui guidavo in una città dove la gente è poco ligia al codice della strada, un’amica mi disse “ci sono persone che si sentono libere di passare quando il semaforo è rosso; considerano il semaforo il loro nemico perché limita la loro libertà. Che sceme, il semaforo è lì per aiutare tutti. È un amico, non un nemico.” Questa è la libertà dell’Occidente. La libertà di inquinare ci sta portando alla catastrofe ecologica. La libertà di armarsi alla catastrofe nucleare. Il libero mercato ci ha già portato disuguaglianze economiche mai viste nella storia. Le libertà politiche ci stanno portando al dominio mondiale dei super ricchi interessati solo a competere fra loro per diventare ancora più ricchi. La libertà di votare ci ha portato una classe politica che invece di occuparsi del bene pubblico si occupa solo di come farsi rieleggere fra qualche mese e non è capace di guardare al futuro lontano.

Per salvare il mondo dalle catastrofi che si avvicinano e da quelle presenti, dal riscaldamento climatico, dalla guerra nucleare sempre più vicina, dalle devastanti guerre in corso, dalla miseria in cui vive ancora gran parte dell’umanità, dalle pandemie che certo troveranno presto, dall’oppressione in cui sono ancora tanti popoli, l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è più libertà per l’arroganza dei poteri che ci hanno portato a questo.

Abbiamo bisogno, al contrario, di riconoscere che il bene comune, il bene di tutti noi, deve essere più importante dell’arroganza dei singoli. Abbiamo bisogno di accordarci su regole condivise. Di lavorare insieme, non gli uni contro gli altri. Quando gli oppressi parlano di libertà, il mio cuore è con loro. Quando i ricchi e i potenti del mondo parlano di libertà, hanno tutto il mio disprezzo.

da qui

giovedì 1 giugno 2023

L’occidente delle libertà

di Francesco Masala – a proposito di ebrei antisemiti (?), nazisti, censure, satira, senza dimenticare Julian Assange, con un disegno di Mauro Biani, con interventi di Daniele Genser, Nicolai Lilin, e un articolo di Giovanni Pillonca, ma non solo.


Roger Waters è indagato dalla polizia tedesca per avere usato una divisa delle SS in uno spettacolo a Berlino (qui), Zelensky adotta pubblicamente simboli nazisti (qui), omaggiato come un capo di stato, che per un pezzo di terra è disposto a far morire tutti gli ucraini (e questo non è uno spettacolo, o forse sì).

 

Daniele Ganser spiega che, nell’occidente delle libertà, la censura e le liste di proscrizione sono normali, anche se, per ora, non si bruciano i libri in piazza (come recentemente è capitato in Ucraina)



 

 


Nicolaj Lilin riferisce di un generale tedesco che si è espresso sull’addestramento dei militanti delle forze armate ucraine in Germania: sono più interessati all’esperienza e ai metodi dei punitori delle SS che agli affari militari.

 

 

 In Germania: attacchi contro gli ebrei critici del sionismo – Giovanni Pillonca

In un articolo apparso il 4 aprile scorso sulla rivista online +972 magazine la corrispondente dalla Germania, Heibh Jamal riferisce delle nefaste conseguenze derivanti dalla risoluzione approvata dal Bundestag nel 2019 che dichiara antisemita il movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions, un movimento che promuove la libertà, la giustizia e l’uguaglianza per i palestinesi) e di conseguenza anche chiunque lo sostenga. La risoluzione era giustificata dall’aumento degli episodi di antisemitismo e dai timori generati dal flusso crescente di immigrati provenienti dai paesi musulmani. Ma era anche la diretta conseguenza del voto con cui, l’anno prima, il Bundestag aveva dichiarato “l’esistenza di Israele come parte dell’interesse nazionale della Germania”. La risoluzione nasce anche da una discutibile interpretazione della definizione di antisemitismo data dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) nel 2016, che offre il destro a applicazioni strumentali autorizzando la destra a definire antisemita chiunque critichi le politiche di Israele. È per questa ragione che nel 2021 un gruppo di studiosi nei campi della storia dell’Olocausto, degli studi ebraici e degli studi sul Medio Oriente hanno stilato la Jerusalem Declaration on Antisemitism, firmata da più di 350 personalità del mondo della cultura internazionale tra i quali Abraham Yehoshua e Carlo Ginzburg. “Quali che siano le intenzioni dei suoi sostenitori – si dice nel preambolo della Dichiarazione di Gerusalemme – la definizione di antisemitismo data dall’IHRA “offusca la differenza tra discorsi antisemiti e legittime critiche a Israele e al sionismo. Ciò causa confusione, mentre delegittima le voci dei palestinesi e di altri, compresi gli ebrei, che hanno opinioni aspramente critiche nei confronti di Israele e del sionismo. Niente di tutto questo aiuta a combattere l’antisemitismo”.

Sulla situazione venutasi a creare in Germania, in seguito alla risoluzione, avevano già riferito lo scorso anno sia Peter Beinart su Jewish Currents, sia Avraham Burg, ex Presidente del Parlamento israeliano, su Haaretz, prendendo spunto entrambi da una conferenza organizzata a Berlino dall’Einstein Forum, intitolata “Hijacking Memory: The Holocaust and the New Right” (Il sequestro della memoria: l’Olocausto e la nuova destra). La conferenza era incentrata sull’analisi del fenomeno dell’appropriazione indebita, se non del vero e proprio sequestro, del processo di espiazione tedesco da parte della destra filoisraeliana. L’articolo di Beinart segnalava come la memoria dell’Olocausto, in Germania, venisse usata come arma per far tacere chi criticava Israele. La risoluzione del Bundestag, infatti, equipara il boicottaggio di Israele ai boicottaggi nazisti degli ebrei, ignorando il fatto, sosteneva Beinart, “che i gruppi della società civile palestinese hanno creato il movimento BDS perché vogliono la ‘piena uguaglianza’ con gli ebrei mentre i nazisti boicottavano gli ebrei perché volevano esattamente il contrario”. Il meccanismo messo in moto dalla risoluzione e l’estrema puntigliosità con cui le istituzioni pubbliche ne hanno assicurato l’applicazione nel corso degli ultimi tre anni, oltre a colpire i movimenti palestinesi, adesso – è questo il paradossale sviluppo della faccenda – finisce per rivolgersi anche verso gli stessi ebrei che avanzano critiche verso lo Stato di Israele, come dimostra Heibh Jamal nel suo articolo.

Jamal riporta la testimonianza di Wieland Hoban, compositore e traduttore accademico che è anche presidente di Jüdische Stimme, un’organizzazione ebraica antisionista, il quale ha accertato una decisa e preoccupante impennata nel numero di ebrei presi di mira perché fortemente critici della posizione categoricamente filo-israeliana della Germania. “Mentre i tedeschi e le istituzioni statali sono a proprio agio nel diffamare e calunniare i palestinesi, sostiene Hoban, si sta arrivando al punto in cui abbiamo dei non ebrei che affibbiano ad altri ebrei l’infamante accusa di essere antisemiti!. Si tratta di un nuovo imprevisto sviluppo cui si è arrivati negli ultimi due anni”.

Gli ebrei non sionisti sono il bersaglio di una marea di attacchi e di vari livelli di censura a causa della loro solidarietà con la causa palestinese, non soltanto dalla destra più conservatrice, ma anche da alcuni settori della sinistra, in particolare la fazione Antideutsch, che trova uno dei suoi collanti più efficaci nel sostegno incondizionato a Israele e nella profonda avversione nei confronti di chi critica il sionismo.

Pertanto le differenze di opinione politica sul capitolo Israele-Palestina sono scoraggiate, persino minacciate, da un ampio fronte politico. La conseguenza è una situazione contorta in cui lo Stato decide cosa è antisemita e offensivo per gli ebrei – e gli stessi ebrei ne sono spesso il bersaglio. È il caso di Adam Broomberg, un artista ebreo sudafricano che ora vive a Berlino, il quale ha dovuto difendersi da una serie di accuse da parte del commissario per l’antisemitismo di Amburgo, Stefan Hensel, a causa del suo sostegno alla causa palestinese. Broomberg, cresciuto nel Sud Africa dell’apartheid, racconta di aver compreso l’impatto dell’apartheid sin da quando era un adolescente. “A scuola mi dicevano ogni giorno che se l’apartheid fosse finito in Sud Africa, ciò avrebbe significato la fine dell’esistenza dei bianchi. Allo stesso modo, mentre frequentavo una scuola religioso-sionista, mi dicevano che il sionismo avrebbe assicurato la sopravvivenza del popolo ebraico. In entrambi i casi venivano usate le stesse strategie per giustificare il mantenimento dello status quo, ed entrambi questi miti hanno iniziato a crollare per me contemporaneamente. Il mio sostegno alla Palestina non è qualcosa che ho deciso all’improvviso. Ho 52 anni e questa decisione l’ho presa quando avevo 15 anni”…

continua qui

 






martedì 14 giugno 2022

scrive Ennio Flaiano

I giovani sono tristi perché cercano una libertà che nessuno gli nega, ma che non esiste. Si può essere liberi solo rinunciando a tutto, quindi alla stessa libertà. Ma volere la libertà per cambiare un sistema, significa augurarsi un altro sistema che implicherebbe altre schiavitù.

martedì 15 febbraio 2022

Convogli della libertà e della sopravvivenza: facciamo a cambio? - Alessandro Ghebreigziabiher

Freedom Convoy è una protesta tutt’ora in corso in Canada contro le restrizioni del vaccino per il COVID-19 introdotte dal governo il 15 gennaio 2022 e imposte ai camionisti per rientrare nel paese via terra. L’azione sta provocando seri problemi al paese, ne risentono le industrie e soprattutto i cittadini.
Come ormai capita spesso in questi ultimi anni, attraverso la rete la clamorosa ribellione si è diffusa anche all’estero, tra Nuova Zelanda, Australia, Francia, ma anche Regno Unito, Argentina e ovviamente i vicini USA.
Alla stregua di quanto succede altrettanto di recente, a soffiare sulle fiamme che alimentano e più che mai fomentano tali rivolte contro le regole decise dalle amministrazioni per fronteggiare la pandemia ci sono partiti, organizzazioni e coalizioni di estrema destra.
Chiedo scusa, ma era un po’ che volevo affrontare questo argomento e so che potrò risultare impopolare, ma quando sento tirare in ballo la parola libertà, sin da quando Berlusconi e i suoi sodali si auto definirono il popolo della medesima, non so se è più il voltastomaco o la collera a montare in me.
Che volete farci, ma sono figlio di un africano. Di una persona che è venuta in Italia da una nazione, l’Eritrea, che il nostro Paese ha provato con tutte le sue forze di privarlo della sua, di libertà.
Ho sposato la terra dove sono nato, letteralmente, vi ho messo radici e mi auguro che diano frutti sani e costruttivi. Ma non posso fare a meno di ricordare in questi frangenti le mie origini paterne. Non posso fare a meno, soprattutto oggi, di osservare quanto siano grottescamente paradossali le contraddizioni che caratterizzano la vita nel mondo occidentale.
Non credo alle casualità e sono altresì convinto che la maggior parte di ciò che facciamo come individui e più che mai intere popolazioni sia connesso in una miriade di modi, il più delle volte trascurati da queste parti.
Indi per cui, non penso sia un caso che siano le destre ad appiccicar bandiere a mettere bollini di appartenenza su una protesta contro regole e limitazioni, per quanto sbagliate, per quanto esagerate, che riguardano tutti i cittadini.
Perché qualora le istanze siano di pochi, magari le minoranze più vulnerabili e da tempo immemore violentate dallo status quo, in piazza non ci vedrai camionisti, tassisti, forconi e altre lobby ben organizzate. Anzi, la maggior parte di costoro reagiranno con assoluta indifferenza a giorni alterni, mentre negli altri insulteranno e dileggeranno le vittime.
Già, vittime, le quali reclamano una sola libertà. Non quella di circolare senza mascherina o non vaccinarsi, giammai di ballare in discoteca o ubriacarsi al pub.
Sto parlando della semplice libertà di sopravvivere, anche soltanto di respirare e camminare senza meritarsi l’odio del prossimo; la libertà di salvare i propri bambini dalla fame e la sete, per davvero e non come figuranti ben pagati in una farsa televisiva sulle reti Mediaset; la libertà di sapere che tua sorella, tua madre, tua figlia non è stata violentata, no, ti prego no. Tornerà presto a casa e vedrai che non è successo nulla. È stato solo il tempo a dividervi, solo il tempo.
Mi dispiace, davvero, ma non ce la faccio a provare empatia per questa gente, quando al contempo in questi ultimi anni abbiamo visto – e avranno visto anche loro - carovane enormi di poveracci di ogni età, intere famiglie, tante donne e bambini, genti senza lavoro e futuro lasciare ogni cosa nelle Americhe di sotto per chiedere aiuto e rifugio in quelle di sopra.
Come mai la solidarietà verso questo tipo di proteste contro l’umanità intera, contro il suo egoismo e la sua indifferenza verso le sofferenze altrui, non ha viaggiato allo stesso modo su Facebook e altri simili imbrogli asociali?
Domanda banale e retorica, lo so bene, ma ci sta, oggi ci sta.
Allo stesso tempo non posso non pensare alle centinaia di milioni di persone nel mondo che ancora non hanno ricevuto neanche la prima dose e che se avessero il permesso di soggiorno a casa dei camionisti arrabbiati accetterebbero tutte le restrizioni immaginabili perché avrebbero in cambio garantita la quantità abnorme di vantaggi dati per scontati dalla nostra ottusa società.
Ah, ma io ho la soluzione in tasca perché la parola cambio è perfetta. Cari convogli della libertà, volete un Paese senza vaccini? Ma che dico, senza proprio alcun medicinale e con un solo dottore ogni diecimila persone? Ci sono interi continenti dove potrete scorrazzare a piacimento con i vostri automezzi. Al posto vostro conosco decine di nazioni che verrebbero di corsa, traversando gli oceani a nuoto e le montagne a piedi pur di chiudersi nelle vostre case a fare smart working, a sopportare quei fastidiosi elastici delle mascherine sulle orecchie o il raschiante bastoncino nelle narici del naso per colpa di un’infermiera sadica.
D’altra parte, quelli che non sono ancora morti ci stanno ancora disperatamente provando…

da qui

giovedì 29 luglio 2021

Libertà distruttiva - Paolo Mottana

 

La parola libertà mi fa sempre più problema. Senza voler entrare nell’ambito di un dibattito filosofico che certo sarebbe utile ma ci porterebbe lontano rischiando di non consentire di centrare il problema, vorrei soltanto sottolineare alcune questioni. Sarebbe ora di usare la parola libertà sapendo di che si tratta e, ancor più, rivendicare diritti di libertà con piena consapevolezza di ciò che questo significa all’interno dei contesti (sempre comunque normati, non fingiamo di non saperlo) all’interno di cui tali rivendicazioni si collocano.

Inutile rivangare la falsa endiade libertà e uguaglianza e men che meno sbeffeggiare l’idea di libertà che certi movimenti e certe ideologie peraltro potentissime (il neo-liberismo evidentemente) propugnano costantemente confidando che l’esercizio di una libertà quasi assoluta porti secondo un meccanicismo tutt’altro che scontato a un’autoregolazione assai dubbia.

Non voglio intervenire su questo versante del problema su cui già in molti e in maniera decisiva han credo fatto sufficiente chiarezza. Qui si tratta del continuo appello alla libertà che ciascuno di noi fa in ogni aspetto della sua esistenza in un contesto sociale che ci ha venduto un concetto di libertà che fa male. È la libertà corrente, quella nelle relazioni, nelle scelte, nei piccoli contrasti, nella difficoltà dell’intesa. Quella che fa continuamente appello a una libertà individuale che se ne frega totalmente dell’altro. Quella del non invadere i miei spazi, quella dell’“io voglio essere libero, non devo certo rendere conto a te di quello che faccio”, quella del “è il mio tempo e ne faccio quello che voglio”.

Questa continua rivendicazione di libertà e autonomia dall’altro, specie nelle relazioni amorose, sta diventando una regola. Per carità, nessuna nostalgia per il tempo del possesso ma oggi il minimo tentativo di porre in discussione le agende personali in nome dell’amore o degli affetti profondi sembra un attentato di lesa maestà. “Ho da fare”, “se non ti ho risposto è perché ero occupato”, “smettila di controllarmi”, “io faccio quello che mi pare”, stanno diventando il suggello inquietante di un mondo relazionale dove l’autocentratura è totale, l’empatia moneta sempre più rara, l’autocapitalismo il motore ideale e la deresponsabilizzazione nei confronti della relazione (anche quelle più strette) neppure più un problema, anzi un obiettivo politico.

Non so se quando le femministe dicevano “io sono mia” intendessero questo. Credo proprio di no. Certo è che oggi “io sono mio” spesso diventa “io sono Dio” e avanza pericolosamente come un vessillo di personalità e di forza di personalità ma anche, a mio giudizio, come l’evidente ricaduta di una propaganda ben finalizzata che fa dell’individuo nella sua cella autistica l’unico ideale di vita accettabile.

La destra da sempre rivendica una libertà tanto astratta quanto ovviamente mistificante: la libertà di opprimere, prevaricare, sfruttare gli altri. Ma noi, figli di quella “libertà obbligatoria” di indole francofortese di cui parlava Gaber in un celebre e omonimo spettacolo sembra che non abbiamo più alcuna consapevolezza di cosa significhi rivendicare il diritto alla libertà, se appunto inteso in senso assoluto, non adeguatamente segnato da limiti di relazione, di rispetto, di attenzione reciproca, di empatia e di condivisione. Almeno in un contesto di legami.

La sensazione è che sia proprio il legame a fare problema. Certo, detto da un libertario e da uno che negli anni Settanta rivendicava il libero amore può apparire un po’ contraddittorio ma anche Vaneigem si è ricreduto su quella utopia (e si veda il suo De l’amour). Qui però è in gioco qualcosa d’altro e cioè il legame sociale, il senso di appartenenza, il rispetto e l’attenzione per l’altro, elementi di benessere che si realizzano stando insieme e non fottendosene allegramente dell’altro in quanto oggetto infinitamente fungibile come ogni altra merce.

Il punto è che l’ideologia dell’io al centro, del mondo fatto su misura per me, non lascia spazio per altro. Per l’altro. L’altro è spesso vissuto come un intruso che destabilizza le routine che il soggetto autistico non vuole più mettere in discussione perché lo illudono di un benessere controllabile e non preda delle fluttuazioni della relazione con altro e con l’altro. Ma è un’illusione. E un’illusione mortifera, quella di cui ha ben parlato Gandini a proposito del modello svedese dell’amore.

Ciò che non significa che non si debba fruire di un tasso di libertà e di autonomia significativi in ogni contesto relazionale ma significa anche che debbono essere negoziati, condivisi, concordati. Non si può dettare legge nelle relazioni solo affermando come indiscutibili le proprie esigenze, altrimenti è il concetto stesso di relazione ad essere posto in causa.

La sensazione è comunque che quei concetti di autoimprenditorialità, di autorealizzazione, di autopromozione, di successo personale, di autonomia ecc. – non innocenti sul piano ideologico, ma fortemente integrati all’atomizzazione sociale che questo regime capitalistico vuole fortemente e che ci sta portando a divenire un mondo di terminali digitali scorporizzati e anestetizzati, incapaci di vita sociale se non coatta e soprattutto di relazioni significative (spesso ridotte alla negoziazione di brevi contatti sessuali) -, stiano vincendo su tutta la linea.

Quindi, quando parliamo di libertà, siamo cauti, oppure, come si faceva una volta, parliamo di liberazione, liberazione da (e specifichiamo e valutiamo bene da cosa ci stiamo liberando, prima che scivoli via il bambino insieme alla sozzura).

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venerdì 23 ottobre 2020

«Va bene tutto». Come un messaggio in bottiglia sulla «seconda ondata» - Wu Ming


«Finché possiamo dire: “quest’è il peggio”, vuol dir che il peggio può ancora venire».
W. Shakespeare, Re Lear

 

La desolazione di Piazza San Francesco ti sorprende una sera di fine luglio, mentre attraversi in bicicletta il centro di Bologna, per andare da tua madre a riparare un rubinetto.
Lo spazio di fronte alla facciata gotica della chiesa è serrato da un recinto di transenne. Vuoto, ad eccezione di un’auto dei vigili urbani parcheggiata proprio al centro.
Avevi letto sui giornali dell’ultimo provvedimento «contro la movida». Sapevi che con la scusa della pandemia il sindaco aveva colpito un luogo di ritrovo indecoroso, perché i ragazzini prendono a pallonate la porta della chiesa e i giovani bevono le birre fredde dagli ambulanti abusivi, seduti per terra. L’avevi sentito dire, eppure pensavi che «piazza chiusa» fosse una metafora, un modo di dire, non un’altra voce nella lista di ordinanze e sparate per le quali Virginio Merola lascerà ai Bolognesi un ricordo sgradevole. In questo caso quello dell’inquilino del Palazzo che dà la colpa alla Piazza, perfettamente in linea con gli altri amministratori di vario colore e grado.

Per curiosità, quella sera di luglio, modifichi il tuo percorso abituale e passi dallo slargo dietro il Mercato delle Erbe, a trecento metri da Piazza San Francesco. Lì, seduti ai tavolini, davanti agli aperitivi da dieci euro, gli avventori si assembrano nei déhors che si mangiano la strada. A quanto pare la pericolosità del coronavirus è inversamente proporzionale al costo delle bevande, e il virus circola di più laddove si spende meno e ci si siede gratis. Stando all’ultimo dpcm del 18 ottobre, pare addirittura che circoli soltanto dopo una certa ora.

Le piazze sono il cuore di una città, fin dai tempi di Pericle e di Platone. Sono il simbolo della politica, dell’incontro, del conflitto. Chiuderle significa avere in spregio l’idea stessa di cittadinanza, considerare i cittadini a priori irresponsabili verso se stessi e lo spazio che vivono insieme agli altri. A febbraio, nella seconda puntata del nostro Diario virale, scrivevamo che l’agorafobia, la paura dei luoghi pubblici e aperti, si era diffusa ben prima del nuovo virus, e che l’emergenza avrebbe rafforzato l’ideologia del decoro, del «padroni a casa nostra». Scrivendo «agorafobia» non pensavamo che qualcuno avrebbe tradotto alla lettera quel composto di termini greci. Piazza San Francesco è transennata da più di due mesi e da qualche giorno anche Piazza Verdi – da sempre luogo controverso della vita universitaria – e Piazza Aldrovandi, non molto distante, vivono lo stesso paradosso: luoghi di ritrovo dove non ci si può ritrovare. Eppure l’agoracidio lascia indifferente la città. Lo sgombero di tre piazze non viene associato ad altri sgomberi, come quelli di XM24, Ex-Telecom, Atlantide, Bartleby e via risalendo la timeline della trista Meroliade. Sul finire del secolo scorso le ipotesi di chiusura di Piazza Verdi scatenavano reazioni immediate da parte di fior di “revolucionarios”. Oggi nessuno protesta, nessuno abbozza uno straccio di corteo (per carità, sarebbe un assembramento).

Un sindaco interdice ai cittadini luoghi pubblici della città; gli fa eco un governatore regionale annunciando che ad Halloween verrà instaurato il «coprifuoco», come in un horror movie di serie B. Infine il dpcm del governo recepisce la dritta e affida agli amministratori locali la possibilità di chiudere vie e piazze dopo le nove di sera, ché il Coronavirus, si sa, è nottambulo.

Va bene tutto. Perché tutto viene fatto per il più nobile dei fini, al motto «per contenere il virus dobbiamo cedere quote di libertà» (M. Giannini). Quali libertà? Le libertà di chi? In base a quali evidenze scientifiche o almeno empiriche e a quali ragioni logiche?

Sì, perché forse potremmo davvero farcene una ragione se almeno fosse chiaro che serve a qualcosa. Se per salvarci dobbiamo mascherarci (fatto), svuotare le piazze (fatto), introdurre protocolli di comportamento per i luoghi frequentati da molte persone (fatto)… be’, eccoci qua. Gli ammalati però, a quanto pare, continuano ad aumentare. E nel discorso dominante continua a essere colpa nostra, degli italiani «indisciplinati» e «furbetti», che si accaniscono ad avere una vita sociale, a dover andare al lavoro o a scuola con i mezzi pubblici, a volersi tenere in forma fisica anziché arrendersi alla cattiva salute.

È lo stesso copione che abbiamo sentito recitare da febbraio a maggio. Come allora, è un copione non solo classista e fuorviante, ma anche farsesco e tragico allo stesso tempo, perché se dopo sette mesi il sistema sanitario è di nuovo a rischio collasso significa che il provvedimento più efficace nel tempo intercorso è stato quello della rotazione inclinata dell’asse terrestre, cioè l’estate. Adesso che torna il freddo, servono diversivi. Bisogna nuovamente dire che siamo noi a non essere abbastanza «virtuosi», per spostare l’attenzione dall’incapacità gestionale di questi mesi e dai risultati catastrofici delle politiche sanitarie degli ultimi decenni, ormai sempre più manifesti.

È lo stesso diversivo usato per il problema climatico: dev’essere la tua condotta personale a risolvere il problema, e non già quella del potere politico-economico che potrebbe imprimere svolte vere. Recitare il Mea culpa sull’altare del capitale è il destino grottesco al quale si vorrebbe che ci rassegnassimo.

Circa un mese fa è uscita di straforo la notizia che c’erano picchi di contagio nei macelli industriali. Qualcuno ha forse pensato di chiuderli e di rinunciare a mangiare carne per qualche tempo? Prima ancora i focolai erano stati trovati negli hub della logistica, tra gli spedizionieri che girano per tutta Italia. Qualcuno ne ha forse invocato la chiusura chiedendo ai cittadini di accettare la sospensione delle consegne a domicilio come un disservizio necessario? Chi lavora in quei luoghi? In quali condizioni vive e si sposta? In generale qual è la situazione della sicurezza sanitaria nelle fabbriche e negli uffici? E i mezzi di trasporto per raggiungerli quanto sono stati potenziati? I focolai nei luoghi di lavoro meritano giusto qualche trafiletto, esattamente come a marzo, quando ci si accaniva contro i runner e i passeggiatori, mentre le fabbriche della Val Seriana lavoravano a pieno regime, nonostante il fantomatico Comitato Tecnico-scientifico – l’abbiamo scoperto dopo – raccomandasse da subito un lockdown localizzato.

Intanto, mentre fissa al 75% il lavoro a cottimo (oggi noto con l’eufemismo smart working), il governo tratta con padronato e sindacati sui tempi di prolungamento del blocco dei licenziamenti, come fossimo a maggio. Un provvedimento da tempi di emergenza, appunto, quando ormai è chiaro che l’emergenza durerà abbastanza da diventare normalità e dovrebbe essere affrontata con un piano complessivo di sostegno al reddito a lungo termine. Si pensa a come garantire che i lavoratori non vengano licenziati, quando molti di loro, passata la buriana, non troveranno più né il posto né il datore di lavoro, perché avrà chiuso baracca. Chi guida il paese è sempre due passi indietro alla pandemia. Ma è sempre colpa nostra.

Mentre ci bersagliano quotidianamente di numeri e dati decontestualizzati e feticizzati, i mass media prediligono parlare di movida, di scuola e scuole calcio. Cioè dei giovani, degli improduttivi. E sani. Il capro espiatorio perfetto: colpevoli di non essere abbastanza inclini al sacrificio, di voler vivere, e soprattutto di non ammalarsi.
I contagi nelle scuole, per quanto limitati, ricevono un’enorme attenzione mediatica, anche se non danno la soddisfazione sperata, anzi. I dati del Ministero dell’Istruzione, gli unici che si conoscono, dicono che gli studenti contagiati, al 10 ottobre, erano lo 0,08% del totale, i professori lo 0,133% e il personale non docente lo 0,139%. Dunque il luogo a più alta concentrazione di minorenni nella società italiana non ha affatto una percentuale più alta di contagi. Però è quello più attenzionato dai media, preso di mira, colpevolizzato, dove si fa la didattica a distanza a rotazione, dopo averla rinominata «didattica digitale integrata», per renderla organica ai normali corsi di studio, come qualche mestatore già ad aprile prevedeva sarebbe successo; mentre la didattica “normale” non è ancora davvero cominciata, perché a un mese dalla riapertura delle scuole, in molti istituti gli orari delle lezioni sono bucherellati dall’assenza di tanti professori.

Lo stesso capita con lo sport giovanile. Da primavera a oggi gli sport dilettantistici di contatto sono stati prima proibiti, poi riammessi con i protocolli di distanziamento, quindi sono state riavviate le competizioni, per poi essere nuovamente sospese e proibito il contatto. Solo la rassegnazione non ci fa chiedere conto di decisioni a fisarmonica come queste, che impediscono qualunque programmazione e continuità, cioè chiedere sulla base di quali dati, di quanti tamponi positivi tra i ragazzi e le ragazze, vengano presi i provvedimenti sullo sport, che però, guarda caso, non toccano mai il professionismo. Mica vorremo danneggiare gli interessi del grande capitale?

E così, lunga vita ai supporti audiovisivi (per chi ce li ha), con cui fare scuola, socialità, divertimento, tutto dalla propria cameretta (per chi ce l’ha).
Quello che è certo è che stiamo fottendo una generazione. E chissà che tra qualche anno non ce la faccia pagare con gli interessi, scatenando una vendetta da fare impallidire il ’68. Nel caso, noi sapremo per chi tifare.

Ci viene detto che se non torniamo a flagellarci sarà anche peggio di primavera. In effetti probabilmente è vero, potrebbe essere ben peggio, visto che c’è l’inverno e non l’estate ad attenderci. E allora accettiamo questo stato di cose come necessario, fingendo di non sapere che il passaggio tra la necessità e la normalità è molto breve. È proprio così che funzionano le politiche dell’emergenza. Niente di nuovo. Ma viviamo una distopia più triste di quelle cyberpunk che dominavano la fantascienza degli anni Ottanta-Novanta. Di tutte quelle immaginabili ci è toccata la peggiore: la dittatura degli inetti. E non è mica detto che non ce la meritiamo.

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