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martedì 12 settembre 2017

Exit West - Mohsin Hamid

Nadia e Saeed sono due come noi, solo che sono nati nella parte sbagliata del mondo (parte che cresce ogni anno di più).
arriva piano piano la guerra, il loro mondo è lì, tutta la prima parte del libro è sulla difficoltà crescente a convivere con la morte quotidiana, per sopravvivere bisogna partire.
la partenza e il viaggio sono quelli che conosciamo di più per sentito dire, un'altra lotta per la sopravvivenza, in mezzo a violenze che noi solo immaginiamo.
alla fine arrivano nel nostro mondo, e la storia diventa fiabesca, forse una speranza, forse un auspicio. 
Mohsin Hamid sa scrivere, e anche (come questo libro) Exit West  merita.








Ci sono le stelle nel cielo e sotto le stelle ci sono la terra, le città e i palazzi. Exit West di Mohsin Hamid sembra iniziare con c’era una volta e raccontare, con la voce delle favole, la storia della luce e dell’oscurità che si combattono: sembra e forse è quello che fa. Il sogno di Saeed è andare nel deserto del Cile e stendersi sulla schiena, per vedere le stelle brillare lungo la via lattea, finalmente liberate dall’inquinamento luminoso delle città, e sentirsi su una sfera che ruota da qualche parte nell’universo.
Per Nadia il piacere è ascoltare, ogni notte prima di andare a dormire, un vinile suonare nell’appartamento dove vive da sola, perché la penombra e la solitudine vengano appena attutite da quelle note. Si incontrano a una lezione di marketing e iniziano a parlarsi come succede a vent’anni, nello spazio luminoso degli schermi dei cellulari, attraverso le onde invisibili e le connessioni wireless, senza toccarsi, come una possibilità, nello stesso modo in cui la guerra è ancora un tuono sordo a distanza. “Può sembrare strano che in città sull’orlo del baratro i giovani vadano ancora a scuola – scrive Hamid – ma così stanno le cose, nelle città come nella vita: un momento sbrighiamo le nostre incombenze come se nulla fosse e quello dopo moriamo.”
Chi vive in Occidente pensa che la guerra sia l’opposto della pace, che le città scompaiano da un giorno all’altro sotto l’attacco delle bombe e dei carri armati, perché ha imparato la sua forma dalle notizie dei telegiornali, dagli scontri e dal fumo che si alza dai palazzi; ma ai telegiornali interessa che le immagini siano iconiche, non che raccontino che la vita in tempo di guerra è fatta principalmente di attese e blackout e razionamenti. Chi vive la guerra come condizione perpetua, come minaccia costante, sa che i conflitti non azzerano il passato, ma immobilizzano il presente, precludono il futuro: un giorno si studia, si va a trovare la propria ragazza e il giorno dopo si riempie uno zaino con tutto quello che può servire per attraversare quel braccio di mare che ti separa dal continente in pace. La vita in tempo di guerra è la mancanza di alternative, è poter scegliere solo per sottrazione, stare con chi resta, è diventare meno se stessi, più invisibili, o ospiti indesiderati in altri Paesi.
Un articolo del “New Yorker” racconta di come in Svezia alcuni rifugiati minorenni siano diventati improvvisamente catatonici alla notifica del rimpatrio; come principesse e principi caduti sotto un incantesimo, aspettano di tornare in una patria che non hanno nemmeno mai avuto. E forse è vero che la condizione del migrante si dice bene col tono della favola, perché è una condizione di eterno presente, di chi non ha passato né futuro, bloccato come per una magia oscura in un limbo in cui si può solo sopravvivere. Hamid racconta con grazia questo limbo, trasformandolo in una terra di mezzo, in portali e passaggi segreti, perché a lui non interessa essere necessario o osceno, ma accurato. Rinunciando al realismo: sarebbe come descrivere l’aspetto delle stelle oggi, sapendo che quella che vediamo è la luce emessa milioni di anni prima. E per Hamid è Exit West a diventare una luce che attraversa il vuoto, il passato e il futuro insieme, mondo a venire e mondo scomparso, svincolato da tutto come un geoide che ruota nello spazio oscuro.
Nel 2010 Patricio Guzman ha girato un documentario dal titolo Nostalgia della luce: un ritratto del deserto di Atacama, quello amato da Saeed, che parla di luce e dei desaparecidos svaniti nel nulla. Ogni tanto nell’oscurità si accendono delle luci e dagli schermi luminosi dei telefoni e dei computer appaiono immagini perdute: una città del Medioriente dove i ragazzi si innamorano e le motociclette continuano a girare per le strade nelle ore in cui è ancora permesso; e la Londra degli invisibili, “bella nella sua decadenza, come un paio di polmoni straziati”, come la definisce Iain Sinclair in The Last London. Se dovete leggere un solo libro, che sia questo.

…Exit West è un bel libro che io non sono in grado di apprezzare. Alcuni passaggi sono ottime pagine liriche, in altri punti Hamid dipinge meravigliosi panorami di miserie e di immaginazioni. Eppure non è così strano, mi vien da dire, che io non riesca ad apprezzarlo, anche se mi chiedo perché non possa per una volta superare questa idiosincrasia verso i libri che recano conforto e infine perdonare, cristianamente addirittura, il gesto caritatevole. Eppure no, non riesco, testardo caprone, sbatto e cado, ma no, il conforto di un libro è il mio sconforto.
Exit West non è una storia di migranti, nemmeno una storia di medioriente, non è una storia di fuga e di rinascita, di speranza, di vita che fa il suo corso, di coppia. Non è una storia emblematica e tanto meno è una storia politica. Non è questo, anche se di tutto questo parla; io l’ho letto e alla fine sono rimasto a pensare, era notte, era molto tardi, avevo la finestra aperta ed entrava una brezza umida e malaticcia. Mi domandavo che cosa avessi letto, era chiaro lo sconforto per la storia confortante, ricostruivo la lettura, ne facevo il disegno mentale, i passaggi, i toni, i trucchi del mestiere, la retorica e le leve emozionali, gli stereotipi dei media, tutto si sommava e lo scorrevo sempre domandandomi che cosa avessi letto. Era ben fatto, la lingua era stata smussata con mano sapiente, quel tanto che serve perché tutti se ne accorgano, non troppo da risultare artificiosa se non addirittura pretenziosa, la storia aveva le radici nella cronaca, le immagini erano quelle dei notiziari, i volti quelli conosciuti nelle città dell’Occidente, la narrazione procedeva a due correnti contrapposte, una che cresceva, l’altra che scendeva, non due voci, ma due pensieri, guidati con esperienza lungo tutta la vicenda. Era tutto confortante, come chi si rivolge a un pubblico mentendo, un politico, un recensore, un artista, un prete. La menzogna è terapeutica per chi la pronuncia e ancor più per chi la riceve, rilassa, distende, conforta avvolgendo in un abbraccio tiepido, come di madre che sussurra parole dolci al suo bambino per farlo addormentare. Exit West è confortante perché vuole ritrarre la contemporaneità e dirci che in essa anche noi troviamo casa perché in fondo, nonostante tutto, i destini si compiono.
Mi si chiede un atto di fede. Non ci riesco.


venerdì 7 luglio 2017

Il fondamentalista riluttante - Mohsin Hamid

Changez entra nel sogno americano, si laurea alla grande, riesce a ottenere un lavoro ben pagato e si innamora di Erika, una  ragazza bianca intelligente e bella.
a 22 anni ha il mondo in mano.
siamo a cavallo del 2001, arriva il crollo delle Twin Towers.
poi iniziano i dubbi, con Juan Bautista, a Valparaiso (luogo di un altro 11 settembre, sarà un caso?, fa notare Anna Nadotti) che funge da detonatore.
occidente e oriente, economia degli squali, in giacca e cravatta, guerre, paure, orgoglio, amore, nostalgia della famiglia, e molto altro, un poco più di cento pagine intensissime, ti dispiace arrivare alla fine.
Changez è una specie di Virgilio che ci accompagna nel mondo che sta sotto la superficie, che non vogliono che noi vediamo, con gli occhi degli altri, e anche Erika si perde, non ce la fa.
il libro è una specie di monologo, Changez parla a uno statiunitense, un turista, un vecchio compagno, una spia, un giornalista, chissà, non lo sapremo mai, ma non importa, noi siamo qui per ascoltare Changez.
Mohsin Hamid sa scrivere, non vi annoierà, ne sono certo.
buona lettura!







Hamid costruisce la sua storia in modo speculare sul versante sentimentale e su quello politico. Changez è sedotto da Erika e dall’impero americano, salvo constatare che entrambi si chiudono in un passato nostalgico ed idealizzato da cui lui è escluso. La reazione post 11 settembre (uno scandaloso sorriso di compiacimento) può generare irritazione, ma la critica al sistema economico globale non è certo priva di fondamento. Leggere è anche cercare punti di vista diversi sul mondo e sulla Storia.

…Mohsin Hamid, pakistano, la cui biografia richiama per molti aspetti la vita del protagonista, racconta, come se lo facesse a un americano incontrato a Lahore, questo turbinio di pensieri, questo vortice di vicende e la sofferenza morale che hanno portato nella vita del protagonista e, ragionevolmente, nella sua.
Il racconto - che tiene il lettore in perenne tensione in attesa di un evolversi difficile da prevedere - è amplificato da alcuni aspetti: il fatto che il protagonista da un lato appartenga alla sfera del sospetto (musulmano, pakistano, scuro di carnagione e negli ultimi tempi anche con una barba sempre più evidente) e dall'altro a quella del potere (esperto in finanza, laureato in una prestigiosa università americana, newyorkese d'adozione e per passione), ma particolarmente indicativa della volotà di amplificare l'effetto del contrasto e della difficoltà di relazioni, anche la scelta sentimentale del protagonista, che si lega a una ragazza americana il cui fidanzato - Chris, americanissimo anch'egli - è morto di cancro lasciando dietro sé un rimpianto incolmabile. 
Changez non potrà (e alla fine non vorrà) mai essere un "vero" americano e non potrà mai essere Chris. Changez sarà solo un pakistano, con la sua cultura e la sua barba finalmente "sincera": un ex giannizzero moderno e un fondamentalista riluttante.

Splendido nella sua leggerezza e nella sua chiarezza ed efficacia: galleggiano sullo stesso piano diffidenza e contrasti fra occidente ed oriente. Bellissima la disamina linguistica. Da non perdere assolutamente, peccato che duri un giorno :)

…Forse è un fondamentalista anche lui, ma lo è nella misura in cui difende la dignità e la forza (e l’integrità) della sua personale tradizione. Non si tratta, com’è evidente, di criticare l’attuale “stato dell’unione” (siccome lo fanno tutti, risulta retorico) ma di guardare con rispetto e con attenzione ai sentimenti e ai pensieri di un popolo che ha bisogno di riscoprirsi e di accettarsi in una robusta tradizione, e non di essere rinsavito a colpi di mortaio. Nella barba di Changez non si nasconde oscurantismo, ma solo discendimento e catabasi verso il baricentro di un’anima individuale e collettiva. Ascoltare le parole di Changez è più utile di mille proclami opportunistici dei guerrafondai dell’Est e dell’Ovest.

…ci sono romanzi in grado di affrescare un’epoca – addirittura quella contemporanea – con la forza di un pamphlet storico e la scorrevolezza di un’opera di grande narrativa. “Il fondamentalista riluttante”, seconda fatica letteraria del pakistano Mohsin Hamid, si iscrive con pieno merito a questo gruppo: una lettura inderogabile per chi stia cercando un punto di vista differente da quello più vicino alla nostra visione del mondo ed una risposta “vista dall’altra parte del muro” ai più pressanti interrogativi dei nostri giorni (“è possibile una integrazione e un dialogo Islam – Occidente o lo scontro di culture è del tutto inevitabile?”).
Certo, c’è da armarsi di buona volontà e bisogna essere pronti ad inghiottire qualche amaro boccone: avete presente le interminabili discussioni con un amico che la pensa in maniera radicalmente diversa da te, e di cui fatichi ad accettare il punto di vista o le motivazione? Ecco.
La trama – efficace la scelta di un dialogo fra due personaggi che si tramuta in realtà in monologo – racconta la storia di Changez, giovane pakistano volato negli Stati Uniti a completare la sua formazione accademica e successivamente inseritosi con successo nella vita lavorativa del paese ospite. Un rientro in patria, un lavoro che sembra riassumere i mali del capitalismo e – forse soprattutto – una storia d’amore intensa e maledetta faranno scattare nel giovane una nuova consapevolezza, a metà tra un recupero della propria identità musulmana ed un rigurgito anti-occidentale….

Hamid costruisce la sua storia in modo speculare sul versante sentimentale e su quello politico. Changez è sedotto da Erika e dall’impero americano, salvo constatare che entrambi si chiudono in un passato nostalgico ed idealizzato da cui lui è escluso. La reazione post 11 settembre (uno scandaloso sorriso di compiacimento) può generare irritazione, ma la critica al sistema economico globale non è certo priva di fondamento. Leggere è anche cercare punti di vista diversi sul mondo e sulla Storia.

…Mohsin Hamid, pakistano, la cui biografia richiama per molti aspetti la vita del protagonista, racconta, come se lo facesse a un americano incontrato a Lahore, questo turbinio di pensieri, questo vortice di vicende e la sofferenza morale che hanno portato nella vita del protagonista e, ragionevolmente, nella sua.
Il racconto - che tiene il lettore in perenne tensione in attesa di un evolversi difficile da prevedere - è amplificato da alcuni aspetti: il fatto che il protagonista da un lato appartenga alla sfera del sospetto (musulmano, pakistano, scuro di carnagione e negli ultimi tempi anche con una barba sempre più evidente) e dall'altro a quella del potere (esperto in finanza, laureato in una prestigiosa università americana, newyorkese d'adozione e per passione), ma particolarmente indicativa della volotà di amplificare l'effetto del contrasto e della difficoltà di relazioni, anche la scelta sentimentale del protagonista, che si lega a una ragazza americana il cui fidanzato - Chris, americanissimo anch'egli - è morto di cancro lasciando dietro sé un rimpianto incolmabile. 
Changez non potrà (e alla fine non vorrà) mai essere un "vero" americano e non potrà mai essere Chris. Changez sarà solo un pakistano, con la sua cultura e la sua barba finalmente "sincera": un ex giannizzero moderno e un fondamentalista riluttante.
  

qui ne parla Anna Nadotti