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mercoledì 16 settembre 2026

I fascisti della fine dei tempi stanno progettando la fuga dal nostro mondo. La nostra missione è chiara - Naomi Klein e Astra Taylor

 

Un’alleanza empia sta lavorando per un futuro apocalittico dal quale soltanto pochi eletti usciranno indenni. Sta diventando chiaro come possiamo fermarli.

(traduzione di Lavinia Marchetti di un articolo molto importante sul The Guardian domenica 13 settembre 2026)

Quando Jeff Bezos annunciò il progetto di celebrare un sontuoso matrimonio veneziano all’inizio del 2025, molti abitanti della città trovarono l’idea offensiva, persino oscena. Un numero crescente di residenti faticava a trovare un’abitazione sicura e accessibile in una città invasa dai turisti e dagli Airbnb, mentre il miliardario progettava, di fatto, di affittare il comune per tre giorni, sborsando una cifra stimata di 50 milioni di dollari per festeggiamenti destinati a congestionare i canali centrali e bloccare strade molto frequentate. Come se non bastasse, le emissioni di carbonio di Amazon stavano aumentando vertiginosamente, a causa dell’intelligenza artificiale e della costruzione di nuovi data center, e a Venezia la questione riguarda tutti molto da vicino, visto che le strade vengono già allagate decine di volte all’anno.

Marta Sottoriva, insegnante trentacinquenne delle superiori, ci ha raccontato di aver sentito parlare per la prima volta dei progetti per il matrimonio proprio mentre Blue Origin, la società aerospaziale di Bezos, conquistava i titoli dei giornali. Bezos aveva mandato un «equipaggio» composto da influencer e celebrità donne, fra cui la sua fidanzata Lauren Sánchez e la cantante pop Katy Perry, ai confini suborbitali dello spazio, in quella che sembrava una trovata pubblicitaria priva di senso. «L’idea che tu possa essere così ricco e potente da usare lo spazio per un viaggio di dieci minuti», ha ricordato Sottoriva, non faceva che intensificare «la sensazione che la nostra città ci venisse sottratta con una tale arroganza». Federica Toninello, un’altra giovane attivista, era d’accordo e ci ha detto che sembrava che tanto lo spazio quanto Venezia venissero «colonizzati».

Colonizzare lo spazio è esattamente ciò che Bezos spera di fare. Blue Origin, sostiene Bezos nel suo ormai rodato discorso promozionale, garantirà la sopravvivenza dell’umanità permettendo, un giorno, a mille miliardi di persone di disperdersi nel sistema solare. L’orrore insopportabile dal quale immagina di salvare la nostra specie? La minaccia di quella che definisce una «civiltà della stagnazione», vale a dire la necessità di fare i conti con reali limiti ecologici e di trovare un modo per condividere le risorse finite del pianeta. Per evitare questa resa dei conti, Bezos immagina un futuro nel quale «la Terra sarà destinata a uso residenziale e all’industria leggera» e conservata come una sorta di riserva, fuori dalla portata della maggior parte dei suoi abitanti originari. La stragrande maggioranza degli esseri umani inseguirà il nebuloso beneficio della «crescita esponenziale» nel vuoto inospitale dello spazio, intrappolata sulle navicelle di Blue Origin. Sembrerebbe che Bezos consideri la prospettiva che l’umanità viva in modo sostenibile e pacifico sulla nostra preziosa e unica casa come una possibilità da incubo, indegna persino della sua considerazione.

Com’era prevedibile, si è scoperto che la maggior parte dei veneziani preferirebbe continuare a vivere nella magnifica Venezia. A differenza di Bezos, non si preoccupano di un’ipotetica stagnazione della civiltà; si preoccupano della stagnazione economica provocata dal disinvestimento pubblico, della mancanza di lavoro e opportunità, e della possibilità di essere espulsi dalla città e dal paese che amano. I giovani italiani spesso hanno poche alternative all’emigrazione per trovare lavoro; nell’ultimo decennio più di un milione di cittadini se ne sono andati, un terzo dei quali aveva fra i 25 e i 34 anni.

Finora, la precarietà e la rabbia avvertite da molti italiani hanno giovato soprattutto alla destra neofascista. Quelle stesse forze, però, hanno anche spinto persone verso la causa anti-Bezos, contribuendo a far coagulate un movimento nascente e consapevolmente antifascista.

La vivace e dirompente campagna «No Space for Bezos» ha attinto a profonde riserve di indignazione contro i miliardari, il collasso climatico e il militarismo, e ha anche offerto agli organizzatori un megafono attraverso cui diffondere idee su modi diversi e meno letali di scegliere di vivere insieme. Gli attivisti hanno stampato manifesti e adesivi che mostravano la testa di Bezos sopra un razzo lanciato nello spazio. Hanno costruito un fantoccio di Bezos che stringeva mazzette di denaro finto aggrappandosi a un enorme pacco galleggiante di Amazon, e poi lo hanno lasciato libero di fluttuare lungo i canali. Hanno srotolato striscioni dagli edifici e dai ponti più celebri di Venezia e attraverso le piazze: «Tassate i ricchi per restituire al pianeta». E hanno scandito che i soldi spesi per il matrimonio sarebbero stati impiegati meglio nella ricostruzione di Gaza. Per giorni hanno prodotto un caos gioioso e preso instancabilmente in giro lo sposo e la sua lista di invitati piena di celebrità, che comprendeva i suoi vicini di bunker miliardari Ivanka Trump e Jared Kushner, Sam Altman di OpenAI e uno stuolo di Kardashian.

Poco prima del matrimonio, le autorità annunciarono che, a causa delle proteste, l’evento sarebbe stato spostato in una zona meno centrale. Persino ai due yacht di Bezos, Koru e Abeona, fu negato il permesso di attraccare in città. Gli organizzatori proclamarono vittoria e festeggiarono. La stampa internazionale divorò quello scontro così ricco di immagini. E la destra online non sapeva bene per chi fare il tifo: le élite di Davos che si spruzzavano schiuma a vicenda su un superyacht, oppure la marmaglia di sinistra che faceva agitprop?

Come l’enorme sala da ballo di Donald Trump, lo stravagante matrimonio di Bezos incarnava le oscenità della nostra età dorata interconnessa. Al fondatore di Amazon non bastava far parte di una delle città più belle d’Europa: doveva consumarla, inghiottirla interamente. Un anno dopo avrebbe fatto lo stesso con il Met Gala di New York, suscitando un’indignazione analoga e una simile creatività dal basso.

Le proteste di Venezia, che insistevano sui sogni spaziali di Bezos a spese della Terra, indicavano qualcosa di fondamentale dell’epoca del fascismo della fine dei tempi, concetto centrale nel nostro nuovo libro e con il quale designiamo un’alleanza empia che lavora per un futuro apocalittico dal quale soltanto pochi eletti usciranno indenni. Le linee di conflitto di oggi non separano semplicemente coloro che lottano per sopravvivere in condizioni sempre più degradate e costose da una classe oligarchica impegnata a escogitare modi sempre più ridicoli per sprecare la propria ricchezza. Sono linee molto più cosmologiche.

Da una parte ci siamo noi, che non abbiamo alcun piano di fuga, alcun bunker nel cielo o sottoterra, e che per questo siamo impegnati a restare esattamente qui, nella complessità della nostra realtà terrestre, gli uni con gli altri. Sappiamo di dover fare quanto è necessario perché «qui», questo pianeta con tutte le sue ecologie e le sue comunità, diventi più sicuro per la moltitudine di esseri che da esse dipendono, nella piena consapevolezza che questa è la nostra unica casa.

Dall’altra ci sono coloro che coltivano piani salvifici per proteggere se stessi e le proprie famiglie dagli incendi politici ed ecologici che stanno divorando il nostro pianeta, che questi piani assumano la forma dell’ascensione al cielo, di bunker terrestri e nazioni fortificate, oppure delle fantasie di colonizzare lo spazio e fondersi con le macchine. Invece di migliorare le condizioni delle persone reali sulla Terra, o almeno di smettere di gettare benzina sul fuoco, i fascisti della fine dei tempi stanno progettando la propria fuga, indifferenti e ciechi di fronte a tutto ciò che merita di essere salvato.

Un’assenza di meraviglia

L’ossessione di Bezos per lo spazio permette di cogliere un altro elemento essenziale per comprendere il fascismo della fine dei tempi e la sua fissazione per i bunker e l’abbandono del nostro mondo comune: l’apparente incapacità delle persone che guidano questo progetto di meravigliarsi, o persino di accorgersi, delle meraviglie che le circondano.

Lo si vide in maniera lampante nel 2021, quando Bezos mandò nello spazio un altro equipaggio. Questa volta a bordo c’era William Shatner, noto soprattutto per aver interpretato il capitano Kirk in Star Trek, realizzando naturalmente una delle fantasie infantili di Bezos. «Spazio. Ultima frontiera», diceva Shatner all’inizio di ciascun episodio. Eppure, mentre l’attore, ormai novantenne, guardava il nostro pianeta azzurro e verde allontanarsi dal finestrino, fu improvvisamente invaso dal terrore. «Il contrasto fra la gelida ostilità dello spazio e il calore accogliente della Terra sotto di noi mi riempì di una tristezza opprimente», ricordò in seguito, spiegando di aver maturato un apprezzamento molto più profondo per i doni sublimi e fragili del nostro pianeta.

«Ogni giorno ci troviamo davanti alla consapevolezza di nuove distruzioni della Terra per mano nostra: l’estinzione di specie animali, della flora e della fauna… cose che hanno impiegato cinque miliardi di anni per evolversi e che, improvvisamente, non vedremo mai più a causa dell’interferenza dell’umanità», scrisse Shatner. Era partito aspettandosi di rimanere sopraffatto dalla magnificenza dell’universo e invece, appena lasciata la Terra, desiderò tornare a casa: «Ho scoperto che la bellezza non è là fuori, è quaggiù, insieme a tutti noi».

Forse l’intuizione di Shatner sul nostro prezioso pianeta in pericolo trova qualche risonanza nel fondatore di Amazon, però i progetti del miliardario per colonizzare lo spazio e la massiccia espansione dei data center ad alte emissioni della sua azienda suggeriscono il contrario. E fra gli oligarchi tecnologici Bezos è fin troppo tipico. Peter Thiel, per esempio, rivelò una volta che le sue tre idee migliori per conquistare la vera libertà erano «cyberspazio», «spazio esterno» e «seasteading», cioè l’idea di costruire nuovi paesi sopra piattaforme petrolifere galleggianti. In altre parole, quest’uomo, la cui enorme ricchezza gli consente di accedere ai luoghi più spettacolari che il pianeta ha da offrire, crede davvero che questi tre luoghi freddi e morti siano superiori alla Terra che possediamo, verde e viva.

Qualcosa di simile sembra fuori posto anche in Elon Musk, un uomo che pare guardare le meraviglie del cielo notturno e vedere soltanto opportunità per riempire quell’oscurità sconosciuta con la propria spazzatura spaziale. La venerabile romanziera Joyce Carol Oates mise in evidenza questi apparenti limiti nell’autunno del 2025, quando lo demolì senza pietà sulla sua stessa piattaforma, X.

«È così curioso», scrisse, «che un uomo tanto ricco non pubblichi mai nulla che lasci intendere che apprezzi o sia anche solo consapevole di ciò che praticamente tutti apprezzano: scene della natura, un cane o un gatto domestico, un elogio di un film, della musica, di un libro, benché dubiti che legga; l’orgoglio per il successo di un amico o di un parente; le condoglianze per qualcuno che è morto; il piacere dello sport, l’apprezzamento per una squadra preferita; riferimenti alla storia. In realtà sembra del tutto privo di istruzione, privo di cultura. Le persone più povere su Twitter [X] possono avere accesso a più bellezza e significato nella vita della “persona più ricca del mondo”.»

L’osservazione evidentemente toccò un nervo scoperto del barone tecnologico, notoriamente permaloso: la definì «una bugiarda pigra» e cominciò a pubblicare commenti favorevoli su diversi film per dimostrare che Oates si sbagliava. Eppure, nell’euforia del giorno in cui la sua società aerospaziale SpaceX venne quotata in borsa, Musk non fece alcun tentativo di nascondere la propria noia verso il nostro pianeta azzurro e i suoi problemi: «Vogliamo risolvere [i problemi] qui sulla Terra e dovremmo risolverli. Però devono anche esserci cose che ti rendano entusiasta del futuro, che ti facciano essere contento di svegliarti al mattino perché non vedi l’ora di scoprire che cosa succederà dopo». Sembrerebbe che soltanto abbandonare la Terra sia in grado di procurargli quell’emozione.

La maggior parte delle persone possiede la capacità di provare meraviglia, di trattenere il fiato davanti alla bellezza preziosa di un uccello canoro, al carattere quasi ultraterreno dello sbuffo di una balena o all’intricato intreccio di un antico luogo sacro. I bambini possiedono la capacità della meraviglia pura; ce l’hanno anche gli attori novantenni nello spazio suborbitale. Provare meraviglia significa dissolversi nel vortice dell’universo, sentirsi piccoli nel senso migliore del termine. Questo senso di interconnessione spiega anche perché soffriamo quando vediamo degli sconosciuti soffrire e perché proviamo il grande dolore dell’estinzione. Il fatto che questa capacità sembri mancare agli uomini che tengono nelle proprie mani il nostro destino collettivo rappresenta una perdita personale per loro e una crisi esistenziale per tutti noi.

Una parte pericolosa del progetto degli oligarchi tecnologici di abbandonare il mondo consiste nel fatto che gli strumenti che stanno costruendo sono progettati per rifarci a loro immagine, un’immagine spezzata. Le piattaforme e le app più diffuse ci addestrano a condividere il sogno della Silicon Valley di una libertà disincarnata, spingendoci continuamente a rinunciare ai luoghi reali e alle relazioni in presenza in favore delle simulazioni, e a considerare la Terra, i nostri corpi e le nostre relazioni come prigioni da violare e dalle quali fuggire. Altman, per esempio, ha dichiarato chiaramente di vedere «certi vantaggi nell’essere una macchina» e ha più volte insistito sul fatto che i suoi figli non saranno mai più intelligenti dell’IA, come se l’intelligenza potesse essere ridotta al semplice calcolo. Come servizi simili, ChatGPT è addestrato a dirottare i nostri sistemi di risposta empatica, così che anche noi finiamo per elevare le macchine e attribuire loro un significato maggiore di quanto meritino.

L’incapacità di apprezzare questo pianeta e il suo meraviglioso insieme di personaggi aiuta a spiegare perché siano tanto pronti a sacrificarlo. In effetti, la disponibilità della destra tecnologica a eliminare il lavoro che sostiene la nostra vita e a sostituire le relazioni umane con relazioni sintetiche non può essere separata dalla sua indifferenza verso quel poco che rimane della fauna selvatica e della diversità vegetale del pianeta, entrambe in rapida scomparsa. Queste persone sembrano incapaci di amare questo luogo, di assaporare il piacere della compagnia altrui o di meravigliarsi dei misteri offerti dalle altre specie.

In breve, ci troviamo di fronte a un’ideologia che ha rinunciato non soltanto alla premessa e alla promessa della democrazia liberale, bensì alla vivibilità stessa del nostro mondo comune: alla sua bellezza, alle sue persone, ai nostri figli, alle altre specie. C’è qualcosa di traditore in tutto questo. Un tradimento rivolto a qualcosa di diverso da un’astrazione come una bandiera o una nazione, perché noi non siamo nazionalisti. È un tradimento del patto tacito stretto con la rete della vita che ci sostiene.

Sono traditori della creazione, delle meraviglie di questo luogo.

L’antitesi del fascismo

Non esiste una formula da copiare e incollare per combattere il fascismo della fine dei tempi. Che si tratti dei veneziani che affrontano Jeff Bezos, degli albanesi che dicono a Jared e Ivanka Trump che il loro paese non è in vendita, oppure di una piccola città del Kentucky che si organizza contro un enorme data center, ogni fronte di questa lotta assume il carattere e la consistenza del luogo in cui nasce. Stanno tuttavia emergendo alcuni principi guida comuni, e la campagna di Zohran Mamdani per diventare sindaco di New York, insieme al suo modo di governare dopo l’elezione, ne incarna molti. Partire dall’amore per il luogo, evocare poi un futuro radicalmente inclusivo nel quale tutti possano permettersi vite dignitose, abbracciare obiettivi comuni attraverso le differenze, uscire di casa e riunirsi offline e di persona, affrontare gioiosamente i potenti, attingere alla storia e avere il coraggio di toccare l’anima.

Mamdani ha insistito senza sosta sulle sue politiche fondamentali per rendere la città più accessibile e ha mantenuto molte di quelle promesse, perseguendo, per esempio, la riduzione degli affitti e l’espansione dell’assistenza universale all’infanzia. Ha fatto però anche qualcosa di più sublime, soffermandosi sugli angoli rumorosi e affascinanti della città che rappresentano il motivo per cui così tante persone scelgono di sopportare le pressioni che le spingono ad andarsene.

Mentre la stella di Mamdani saliva, fascisti e neofascisti in tutto il paese e nel resto del mondo fecero ciò che fanno abitualmente. Classificarono e separarono, stabilirono gerarchie ed espulsero. Seminarono confusione e divisione sostenendo che Mamdani non fosse un vero americano e attribuirono alla sinistra qualsiasi problema e risentimento sociale. Presentarono la New York multiculturale come un esempio apparentemente terrificante di ciò che accade quando la «grande sostituzione» ha successo. JD Vance intervenne in difesa del diritto delle persone a non voler vivere accanto a individui provenienti da «una cultura completamente diversa» e Stephen Miller tuonò su X: «NYC è l’avvertimento più chiaro finora di ciò che accade a una società quando fallisce nel controllo dell’immigrazione».

Mentre i fascisti tracciavano le loro linee rigide, dentro contro fuori, protetti contro sacrificabili, «eredità» contro invasore, la campagna per eleggere Mamdani trasformò un intero anno in una festa dedicata a uno dei luoghi più etnicamente e razzialmente diversi mai esistiti, cinque distretti plasmati da ondate successive di nuovi immigrati che hanno costruito le proprie case sulle terre Lenape. Attraverso ciascuna delle sue iniziative, la campagna affermava che un’identità condivisa può essere costruita attraverso qualcosa di diverso dalla semplice discendenza: l’impegno verso una casa comune e verso un insieme condiviso di valori su come vivere insieme al suo interno.

New York è una città di persone che portano con sé innumerevoli identità composte e mantengono vive una miriade di pratiche culturali. Come disse Mamdani: «Qualunque cosa mangiate, qualunque lingua parliate, qualunque sia il modo in cui pregate o il luogo da cui provenite, le parole che ci definiscono più di tutte sono le due che condividiamo: newyorkesi».

Mamdani spiegò così le complessità del voto a scelta classificata nelle primarie democratiche usando come oggetti di scena una fila di mango lassi. Fece campagna nei club queer, celebrò la storia rivoluzionaria haitiana durante l’enorme concerto di Bayo, condivise il suo ordine preferito di bagel e interruppe il digiuno del Ramadan mangiando biryani nel Bronx. Una volta entrato in carica, trasformò inoltre l’ormai leggendaria corsa dei Knicks nei playoff e i Mondiali del 2026 in una festa estiva durata mesi che pochi dimenticheranno. In questi e altri modi, Mamdani ha reincantato una città sottoposta da Washington a un’incessante denigrazione, dipinta come pericolosa, sporca e disfunzionale.

Era l’incarnazione perfetta della «hereness», l’«essere qui», idea sviluppata dal Jewish Labour Bund, gruppo socialista yiddish fondato nel XIX secolo e radicato in un tenace attaccamento al luogo e alla comunità fondato su qualcosa di diverso dai legami di sangue. Molly Crabapple, orgogliosa newyorkese e artista che ha pubblicato di recente una storia del Bund diventata bestseller, ha messo in evidenza il collegamento in un articolo apparso sul Guardian. «Come New York stessa, la campagna di Mamdani era multiculturale, multirazziale, poliglotta», ha scritto. «Quando Andrew Cuomo cercò di provocarlo dipingendolo come antiamericano, lui pubblicò annunci in spagnolo e bengalese, hindi e arabo. Condusse una campagna consacrata a una politica centrata prima di tutto sulla classe, che cercava di parlare a tutti nel proprio idioma, senza chiedere mai scusa per ciò che era».

Dentro questa celebrazione delle differenze, la campagna di Mamdani sottolineava anche quelle esperienze e quelle ansie quotidiane che sono comuni e capaci di unire quasi tutti i newyorkesi, soffermandosi sui luoghi ordinari troppo spesso ignorati o disprezzati. Mamdani si mescolava ai pendolari nelle affollate carrozze della metropolitana, rendeva omaggio alle glorie dello Staten Island Ferry e visitava innumerevoli bodegas, avvicinandosi agli sconosciuti che incontrava con curiosità priva di giudizio e con un sorriso così largo da diventare oggetto di battute al Saturday Night Live.

La campagna, tuttavia, era qualcosa di diverso dal semplice antifascismo: nei molti modi in cui celebrava l’indisciplina che rende New York amabile, rappresentava anche l’antitesi del fascismo. Andava oltre il rifiuto dell’odio e costituiva un invito alla gentilezza, a un mondo nel quale distogliamo lo sguardo da nessuno. Ciò significava valorizzare e onorare proprio le persone che i fascisti desiderano maggiormente espellere e gettare via: la forza lavoro immigrata e della classe lavoratrice che mantiene in funzione la città. La campagna accese i riflettori sui fattorini derubati da piattaforme come DoorDash, sugli operai dei magazzini Amazon che lottano perché i loro sindacati vengano riconosciuti e sui tassisti in fila a LaGuardia, parte di quella forza lavoro notturna che permette a New York di vantarsi di essere la città che non dorme mai.

Di fronte alla prospettiva di una città più giusta finanziata da aumenti fiscali marginali, alcuni profetizzarono un esodo dei miliardari. Il gestore di hedge fund Bill Ackman minacciò di andarsene insieme ad altri percettori di redditi elevati e Fox predisse una «Mamdani Migration». Gli agenti immobiliari del lusso riferirono di essere sommersi da telefonate di clienti intenzionati a vendere i propri attici e trasferirsi a Palm Beach.

Le minacce di diserzione sottolineavano soltanto la natura reciprocamente rafforzante dei due temi centrali della campagna di Mamdani: l’amore gioioso per il luogo in cui si vive, anche quando quel luogo è parecchio malandato, e i progetti concreti per ripararlo e migliorarlo. Più si è devoti a un luogo, più facilmente si investono le risorse e l’energia necessarie a migliorarlo. È una politica fondata sul desiderio di restare, di proteggere tutto ciò che è insostituibile, umano e vivo, anziché sul desiderio di fuggire da questo regno terrestre, siano essi le nostre città o i nostri corpi animati.

È lo stesso spirito che abbiamo visto motivare le persone che proteggono l’aria e l’acqua dall’espansione dei data center e difendono i vicini immigrati dall’ICE. Raccontando la rivolta durata settimane a Minneapolis, il giornalista Adam Serwer descrisse in maniera memorabile l’ideologia guida della resistenza come «neighborism», una sorta di «vicinismo», vale a dire «l’impegno a proteggere le persone attorno a te, chiunque esse siano e ovunque siano nate». Era un’etica aperta e accogliente che unì moltissime persone comuni nel fare qualcosa di ingannevolmente semplice: proteggere i membri più esposti della propria comunità da ciò che somigliava molto a un esercito invasore. Questo significava affrontare i proiettili, cucinare la cena e aprire stanze libere alle famiglie che nelle proprie case non erano più al sicuro.

In questi e innumerevoli altri modi, gli abitanti del Minnesota si sollevarono per affermare che i loro vicini si trovavano già dove appartenevano, che fossero nati, come scrisse Serwer, a Minneapolis oppure a Mogadiscio.

Le reti umane che i vicini stanno costruendo, isolato dopo isolato, chat di gruppo dopo chat di gruppo, vanno oltre il rifiuto. Nella nostra epoca di shock seriali e crisi che si intersecano, rappresentano anche la base di una forma differente di survivalismo. Mentre le diverse correnti del fascismo costruiscono bunker destinati a pochi, le nostre sono reti di sopravvivenza fondate sul principio che ciascuno di noi, senza eccezione, meriti di vivere e prosperare. Sono inoltre unite dalla convinzione che mantenersi reciprocamente al sicuro quando arriveranno gli inevitabili shock sia un dovere sacro. Una parte di questo lavoro consiste nel raccontare nuove storie, storie abbastanza vere e capaci di ispirare da aiutare i nostri esausti simili a innamorarsi nuovamente della nostra unica casa e a rinnovare con fierezza l’impegno a difenderla con tutto ciò che possiedono.

Alcuni mondi devono finire

Quelle storie non possono riguardare un ritorno a qualcosa chiamato «normalità», a ciò che passava per quiete prima della Brexit, di Trump e della svolta autoritaria della Silicon Valley. Furono proprio quelli gli anni in cui troppi problemi vennero lasciati accumulare e incancrenire: il fascismo rappresenta sempre una risposta deformata a crisi reali. E il fascismo della fine dei tempi è una risposta a crisi reali di scala planetaria, fra cui concentrazioni sempre maggiori di carbonio nell’atmosfera e di ricchezza nelle mani dei super-ricchi. Le risposte che propone, sacrifici di massa di esseri umani e non umani, sono mostruose e devono essere estirpate dal nostro mondo.

Per riuscirci dovremo capire come affrontare le crisi sottostanti di cui si nutre il fascismo contemporaneo. Perché i confini vengono oltrepassati. I limiti vengono superati. Stiamo sbattendo contro dei muri. I fascisti vogliono farci credere che a schiantarsi contro il muro sia la storia umana: è finita, dunque assicuratevi di trovarvi fra gli eletti che trascenderanno verso il prossimo mondo. Pregate il vostro Dio perché vi salvi. Impiantate il chip, fondetevi con le macchine. Militarizzate e purificate la vostra nazione trasformata in bunker. Armatevi fino ai denti e nascondetevi dietro la vostra fortuna. Non preoccupatevi degli esseri umani, degli animali, degli alberi, dei fiumi e delle barriere coralline che non ce la faranno.

Si sbagliano. A sbattere contro il muro non è la storia dell’umanità. È piuttosto la storia nella quale siamo rimasti intrappolati. Quella secondo cui l’avidità deve essere il motore della civiltà. Quella secondo cui la crescita può continuare per sempre. Quella secondo cui esistono sempre nuove efficienze da trovare, altri lavoratori da razionalizzare, altre risorse da sacrificare, altre persone, altri luoghi e altri pianeti da colonizzare. Sono questi miti a scontrarsi con il muro della realtà, e di conseguenza molte cose dovranno cambiare.

Le logiche che devono essere abbandonate dovrebbero ormai essere chiare. Violenza illimitata. Sfruttamento senza vincoli. Ricchezza insaziabile. Dominio incontrollato. Sono queste le pulsioni che rendono impossibile la convivenza. Guardando avanti, si aprono due strade. Possiamo abbandonare e tradire questo mondo, oppure rompere con il capitalismo e costruire nuovi sistemi economici e politici che onorino la vita e diano priorità alla cura e alla riparazione.

Per fortuna non partiamo da zero. Chi ha lottato prima di noi nei nostri movimenti ci ha lasciato mappe verso Sion terrene nelle quali tutti sono accolti, verso futuri inclusivi nei quali pace e sicurezza costituiscono principi fondamentali. Un futuro diverso da quello post-umano desiderato dai fascisti della fine dei tempi: un futuro post-capitalista e favorevole a tutta la vita. Profondamente democratico, socialista, femminista, multirazziale, multispecie, internazionalista, generoso, coraggioso e vivo. Incarnato e sensoriale, fieramente legato alla Terra.

Ed è proprio questa, in fondo, la prospettiva che terrorizza i fascisti della fine dei tempi più di qualsiasi altra cosa. È per questo che Thiel denuncia come anticristo chiunque tenti di regolamentare i combustibili fossili e l’IA; ed è per questo che Trump e Vance diffamano i cittadini non violenti del Minnesota che difendono i propri vicini definendoli «terroristi interni». Ciò che tiene svegli questi uomini la notte siamo… noi. La possibilità che sorga un movimento popolare e vigoroso capace di difendere questo pianeta e le molte forme di vita che lo chiamano casa.

Non abbiamo scelto di nascere dentro una lotta tanto decisiva, però siamo arrivati a un punto di scelta. Possiamo seguire i fascisti della fine dei tempi verso l’oblio, oppure impegnarci a costruire quel movimento indisciplinato e capace di attraversare i confini che essi temono così profondamente. Un movimento che sottragga loro le armi, li chiami a rispondere dei loro crimini e difenda il paradiso di questo luogo.

Questo saggio è adattato dal libro End Times Fascism: And the Fight for the Living World, in uscita il 15 settembre per Farrar, Straus and Giroux.

Naomi Klein è editorialista di Guardian US e contributing writer. È professoressa di giustizia climatica e co-direttrice del Centre for Climate Justice dell’Università della British Columbia.

Astra Taylor è scrittrice, organizzatrice e documentarista, nonché cofondatrice del Debt Collective.

da qui

giovedì 10 aprile 2025

È tornato il dottor Stranamore – Massimo Nava

 

Esistono delle contromisure?

Prendere atto di queste tendenze significa immaginare al più presto le contromisure, vuoi per contrastarle e renderle reversibili, vuoi per accompagnarle e costruire a proprio vantaggio nuovi equilibri geopolitici, commerciali, culturali e persino ideali. In realtà, nessuno dei decisori (forse ad eccezione della sola Cina) sembra avere chiara in testa questa alternativa e muoversi di conseguenza. Nemmeno Donald Trump, che pure ha innescato la grande rivoluzione ma naviga a vista. E tantomeno l’Europa, come sempre in ordine sparso o assente su tutti i fronti caldi.

Decisioni dettate da improvvisazione

Le minacce attuali sono ancora più angoscianti proprio per la quasi assenza di visioni responsabili condivise e per il prevalere di decisioni dettate da improvvisazione/reazione, talvolta isterica. Come se non fosse la prima volta nella storia recente che una grande potenza rompe gli equilibri internazionali e sceglie il protezionismo. Lo fecero gli Stati Uniti e la Gran Bretagna fra le due guerre.

Trump/Vance/Musk piccoli Stranamore

Se andiamo a rileggere le ultime dichiarazioni del trio Trump/Vance/Musk a proposito di Nato ed Europa e prendiamo alla lettera i programmi di riarmo della UE, viene in mente «Il dottor Stranamore», di Stanley Kubrick. Il film ruota attorno al dilemma di un attacco nucleare da parte degli Stati Uniti contro la Russia, mentre nella realtà di oggi si immagina un attacco russo all’Europa. La sostanza non cambia, così come la percezione del pericolo, esaltata o ridotta secondo convenienza, a prescindere comunque dalla logica: se la Russia ha in mente un attacco, dovremmo essere pronti da ieri, non fra dieci anni, quando Putin sarà probabilmente fuori scena. E se Mosca dialoga con Washington e vorrebbe riaffacciarsi al G7, perché dovrebbe invadere o bombardare l’Europa?

Francia, Gran Bretagna, Polonia

In ogni caso, Francia e Gran Bretagna stanno già valutando le proprie capacità nucleari (con simulazioni di attacco e possibili risposte) per alzare la posta in gioco nel dibattito sulla difesa in Europa. La Polonia è il capofila europeo del riarmo. La Germania ha mandato al macero in poche settimane il proprio debito con la Storia e con l’umanità. La Lituania e l’Estonia si sono calate nei panni del cavaliere bianco contro l’orso russo.

L’estone Kaia Kallas agli esteri

L’alto rappresentante per la politica estera della Ue, l’estone Kaja Kallas, si è distinta per avere gettato olio bollente sull’approccio americano alla guerra in Ucraina. A nome della Ue, è ancora convinta che l’Ucraina riesca a vincere, dopo il fallimento di tre anni di sanzioni alla Russia e di forniture armi all’Ucraina come unica politica dell’Ue. Peraltro, il suo piano di riarmo dell’Ucraina – 40 miliardi di nuove forniture – è morto prima di nascere, avendo riscontrato l’opposizione di diversi Paesi. In pratica, una prova d’improvvisazione mista a personalizzazione ideologica. La perplessità – se non proprio l’irritazione – delle cancellerie europee starebbe soprattutto nel metodo: una fonte ha spiegato che la liberale estone si comporta ancora come se fosse il primo ministro della piccola Repubblica baltica, senza prestare grande attenzione ai delicati equilibri e alle diverse sensibilità dei 27 in politica estera.

Problema ‘deterrenza’ nucleare

Ancora più preoccupante è il fatto che l’isolazionismo degli Stati Uniti, non più garanti della sicurezza internazionale, l’aggressione della Russia all’Ucraina e i piani segreti di Iran e Cina, abbiano spinto diversi paesi, dalla Polonia all’Australia, dal Giappone alla Corea del Sud a porsi anche la questione della deterrenza nucleare. Tutti sembrano avere dimenticato la crisi di Cuba, quando nel 1962, lo stallo della Baia dei Porci tra Stati Uniti e Russia sfiorò uno scambio missilistico tra le superpotenze. La logica del dottor Stranamore ruota attorno a un dilemma irrisolvibile che tuttavia è alla base del riarmo: se il mio avversario dispone di armi nucleari e teme di essere colpito o potrebbe pensare di colpirmi, meglio essere pronti a colpire per primi.

È una logica che vale anche per le armi convenzionali, come si vede dai processi di riarmo già lanciati in Polonia, Germania, Sud Corea, Australia, Gran Bretagna e presto Canada, e dal lancio del programma europeo, «Rearm Eu».

L’accoppiata Trump/Musk

Paradossalmente, questi processi sono innescati dal venire meno degli Stati Uniti come iperpotenza imperiale che oggi si pone come potenza continentale, decisa a proteggere i propri interessi economici e il giardino di casa. Questo ha generato ovunque insicurezza strategica e volatilità economica, tanto più che l’atteggiamento della Casa Bianca, non essendo dettato da una strategia lineare, non sembra nemmeno prevedibile.
Di fatto, l’accoppiata Trump/Musk sta azzerando i tentativi di costruire una globalizzazione intelligente e un sistema di relazioni multipolare per sostituirli con una forte deregulation commerciale, finanziaria, militare, peraltro in contraddizione con i principi delle democrazie liberali incarnati dal modello economico, sociale e statuale americano.

Suprematismo bianco e tecno imperialimo

La deregulation americana è inoltre accompagnata da tendenze culturali e ideologiche che stanno cambiando la pelle della società americana e si pongono come tendenze da esportazione che poco hanno a che vedere con una democrazia matura: suprematismo bianco, criminalizzazione e disprezzo per gli avversari, controllo dei media, attacchi alla magistratura, nuove barriere statuali, delegittimazione dei contrappesi istituzionali, immigrazione e integrazione narrati come pericoli e disvalori.
Qualcuno ha parlato di tecno-integralismo, se si considerano lo strapotere economico e tecnologico del personaggio Musk accoppiato alla sua visione del mondo e dei rapporti umani. È un percorso che sta mandando in soffitta i valori dell’Occidente, l’etica protestante del capitalismo, la visione keynesiana dell’economia e del ruolo dello Stato e che oggi rischia di travolgere anche i valori dell’Europa.

Democrazia Usa molto malata, quella Ue brutti sintomi

Se la democrazia americana sembra oggi malata, quella europea non se la passa molto bene. Le dinamiche politiche interne ai Paesi più importanti sembrano assecondare la rivoluzione americana. Basti osservare la crescita dei populismi in Francia e Germania e il recente attacco alla magistratura dal parte di Marine Le Pen dopo la condanna all’ineleggibilità e la solidarietà che essa ha riscosso fra le destre europee e negli Usa. D’altra parte, la cronica incapacità di decisioni rapide e condivise condanna la Ue alla marginalità politica oggi e a quella economica domani. In tre anni di guerra in Ucraina, la Ue non ha nemmeno immaginato un piano di pace né ha inventato una figura super partes che sapesse dialogare fra le parti. Lo stesso dicasi per il Medio Oriente.

«Burn After Reading – A prova di spia»

Se il dottor Stranamore di Stanley Kubrick ci richiama l’angosciante incertezza del mondo, un film molto meno conosciuto – «Burn After Reading – A prova di spia» dei fratelli Coen – ci rimanda alla stupidità e al dilettantismo del potere a proposito del giornalista americano di The Atlantic accidentalmente aggiunto alla messaggeria segreta fra ministri e alti funzionari della Casa Bianca. Le disfunzioni sono altrettanto e forse più pericolose delle decisioni autoritarie e improvvisate.

Il consenso non è sinonimo di competenza

Donald Trump sta così mettendo in scena la sua presidenza, illudendo se stesso e il suo staff che il consenso popolare sia sinonimo di competenza (vale anche per l’Italia, Ndr). E come in ogni sistema di potere praticamente assoluto, fra buffoni di corte, approfittatori, clientele e consiglieri interessati alla carriera, nessuno osa dire che «Il Re è nudo». Se solo l’opinione pubblica facesse tesoro delle sue affermazioni, delle fake news e dei suoi propositi su Covid e vaccini, confine messicano e Groenlandia, trasformazione di Gaza nella Miami del Mediterraneo, propositi di deportazione di migranti, confusione fra Iva e dazi e via delirando, forse non saremmo a questo punto. Eppure queste cose non sono sceneggiatura da film: sono state dette, teorizzate, conclamate senza contraddittorio. Ma l’opinione pubblica è assente o schierata. E la critica, come la magistratura, è un trascurabile impiccio.

Quanto ai contrappesi istituzionali, basti pensare al ruolo assunto da Elon Musk nella politica americana e sulla scena mondiale: l’amministrazione, il sistema di telecomunicazioni satellitari, le nuove tecnologie trasformate in affari di Stato gestiti personalmente e con pieni poteri. In pratica in affare privato.

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lunedì 20 gennaio 2025

Il vero obiettivo di Facebook - Silvia Ribeiro

 

Musk, Zuckerberg e Bezos sono tre dei dieci uomini più ricchi del mondo. Si oppongono sempre più ferocemente a qualsiasi regolamentazione delle loro attività. Per questo cercano di far apparire come censura qualsiasi forma di controllo indipendente, quando il problema reale e urgente è il ruolo straordinariamente dannoso che i titani della tecnologia hanno nella definizione, a livello globale, di discorsi pubblici parziali basati sulla discriminazione

 

Qualche giorno fa Mark Zuckerberg, proprietario di Facebook e Instagram (entrambi della società Meta), ha annunciato che avrebbe smesso di verificare i dati pubblicati su queste reti, seguendo il modello di X, la rete acquistata da Elon Musk. È una pubblicità con molti spigoli e tutti negativi.

In precedenza, anche Jeff Bezos, proprietario di Amazon e del Washington Post, aveva detto che stava modificando quella che chiamano “moderazione dei contenuti” nei media da lui controllati. Affermano in modo fuorviante che ciò avviene in nome della “libertà di espressione”.

Al contrario, si tratta di una nuova ondata di censura selettiva. Sia X che Facebook e Instagram hanno cancellato arbitrariamente contenuti che i loro proprietari non vogliono diffondere; un caso drammatico è quello delle informazioni sul genocidio di Israele contro la Palestina. Sebbene Zuckerberg lo neghi, un articolo di ricerca della BBC del dicembre 2024 mostra come Facebook e Instagram abbiano limitato le notizie che i giornalisti palestinesi pubblicano da Gaza e dalla Cisgiordania.

Già dall’ottobre 2023, dopo l’attacco di Hamas contro i cittadini israeliani, Facebook ha limitato le notizie provenienti dai giornalisti palestinesi, oltre a cambiare l’algoritmo in modo che i commenti sui palestinesi fossero più aggressivi, ad esempio aggiungendo la parola “terrorista” “nelle traduzioni. Un ingegnere di Meta ha espresso preoccupazione per “l’introduzione di un nuovo pregiudizio contro gli utenti palestinesi”. Meta ha confermato di aver effettivamente modificato l’algoritmo, ma per rispondere a quello che ha definito un “aumento del contenuto di odio” proveniente dai territori palestinesi (Cómo Facebook e Instagram restringen las noticias que los periodistas palestinos publican desde Gaza).

Inoltre, la rete X di Musk ha abbondanti casi di censura e discriminazione selettiva, incluso il blocco degli account degli utenti su questo e altri argomenti, a seconda delle preferenze politiche o commerciali di Musk (Musk, X y el control del mundo).

Un articolo di Sheera Frenkel e Kate Conger sul New York Times ha mostrato come i discorsi di odio, razzisti, omofobici, misogini e neonazisti siano aumentati in modo esponenziale dopo che Musk ha acquistato Twitter e ribattezzato la rete X nel 2022. “Elon Musk ha inviato il bat-segnale a tutti tipi di persone razziste, misogine e omofobe che Twitter era aperto agli affari e hanno risposto”, ha detto Imran Ahmed, direttore del Centro per contrastare l’odio digitale.

Mentre l’industria della digitalizzazione mette in crisi molti mezzi di informazione, miliardi di persone si rivolgono ai social network come principale fonte di informazione. Sebbene la verifica dei dati di Facebook e Instagram – che si riferiva al lavoro di associazioni indipendenti di verifica dei dati – non fosse una garanzia che tutte le informazioni su queste reti fossero affidabili e verificate, quello che ora c’è è un appello aperto a discorsi razzisti, sessisti e odiosi. Nel suo annuncio, Zuckerberg fornisce come esempio che i contenuti relativi alla migrazione e al genere non saranno più moderati, sostenendo che questi criteri sono “fuori contatto con il discorso dominante” e sono stati usati per “far tacere opinioni e persone con idee diverse”.

Zuckerberg ha annunciato che sostituirà il fact-checking con le “community note”, che in realtà sono commenti di altri utenti, solitamente modi per moltiplicare esponenzialmente gli stessi pregiudizi, senza fonti e senza alcuna reale trasparenza sull’origine dei commenti. Ciò replica il contesto che hanno imposto i programmi di ricerca più utilizzati su Internet, che forniscono come prima opzione informazioni generate automaticamente da algoritmi di intelligenza artificiale, senza fornire fonti, senza contrasti e sostanzialmente riproducendo all’infinito le parzialità di discriminazione e altri errori che sono la maggioranza nella media delle comunicazioni nelle reti elettroniche.

Musk, Zuckerberg e Bezos sono tre dei dieci uomini più ricchi del mondo. Ognuno di loro ha più denaro personale di diverse dozzine di paesi messi insieme. È chiaro che il loro obiettivo principale è lavorare su modi per aumentare ulteriormente le proprie fortune, controllando utenti, mercati e istituzioni. Tutti stanno seguendo da vicino l'”esperimento Musk” di andare oltre il lobbying e altre forme di influenza (dovute o indebite) per ottenere un seggio diretto nel governo, decidendo su milioni di persone che non hanno nemmeno votato per lui.

Con l’enorme potere della loro ricchezza e della manipolazione delle informazioni e degli utenti dei social media, si oppongono ferocemente a qualsiasi regolamentazione delle loro attività. Per questo motivo, cercano di far apparire come censura qualsiasi forma di controllo indipendente o di controllo pubblico, quando il problema reale e urgente è il ruolo straordinariamente dannoso che i titani della tecnologia hanno nella definizione di discorsi pubblici parziali basati sulla discriminazione e sull’odio, a livello globale. Allo stesso tempo controllano sempre più settori industriali e anche aspetti tecnologici chiave che garantiscono loro una dipendenza sempre maggiore dai governi stessi.

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sabato 11 gennaio 2025

L’ambasciatrice lascia i servizi segreti mentre alla ‘Cybersecurity arriva Musk - Ennio Remondino

Tutti ‘distratti. L’ambasciatrice Elisabetta Belloni annuncia di aver dato le dimissioni da direttrice del DIS, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, cioè il coordinamento amministrativo burocratico dei due servizi segreti operativi, Aise (sicurezza esterna) e Aisi (sicurezza interna). Di ‘simil spionaggio’, il Dis aveva soltanto la ’Cybersecurity’. Lo stesso giorno, scopriamo che il governo intenderebbe affidare la sicurezza delle comunicazioni strategiche italiane alla ‘Starlink’ dell’amico Elon Musk. Notizie separate così difficili da collegare tra loro?

 

Noi maliziosi tra anime candide

L’ambasciatrice Elisabetta Belloni ha annunciato di aver dato le dimissioni da direttrice del DIS, il terzo ramo -coordinamento- dei due dei Servizi segreti operativi (Aise, Aisi). Per i distratti, parliamo dell’ex Cesis, a tentare di coordinare gli ex Sismi e Sisde. Più burocrati che spie, salvo in parte il nuovo settore della ‘Cyber sicurezza’ oggi più che mai centrale. Belloni ha detto che lascerà il suo posto il 15 gennaio. Ieri qualche anticipazione che ha costretto la quasi spia ad uscire allo scoperto.  Il suo mandato sarebbe scaduto a maggio di quest’anno, dopo una proroga di un anno decisa l’anno scorso.

Lei anticipa l’uscita senza spiegare

Belloni non ha motivato la decisione, ma ha detto di averla presa da tempo. Repubblica aveva scritto che alla base ci sarebbe un rapporto difficile con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio che ha la delega ai servizi segreti, Alfredo Mantovano. Ovviamente nessuna conferma dalle parti. Belloni ha anche detto di non avere in previsione altri incarichi, probabilmente in riferimento a un’ipotesi diffusa da Repubblica, secondo cui avrebbe ricevuto la proposta di un ruolo tecnico nella Commissione europea.

Ambasciatrice di successo

Elisabetta Belloni era a capo del DIS servizi segreti da maggio 2021. Ambasciatrice di lunghissimo corso e di grande esperienza, ha lavorato al ministero degli Esteri con vari governi sia di centrodestra che di centrosinistra, e gode di stima trasversale: anche per questo era stata candidata ufficialmente alla presidenza della Repubblica nel 2022, prima della rielezione di Sergio Mattarella. Nel 2024 era stata nominata anche “sherpa” per il G7 e il G20, cioè responsabile della preparazione degli incontri tra presidente del Consiglio e altri capi di stato e di governo, in un anno importante con l’Italia alla presidenza di turno del G7. Incarico scaduto alla fine del 2024.

Troppa ‘pluralità d’accrediti’ o ‘altro’?

Belloni collaborò con il sottosegretario agli Esteri Roberto Antonione nel governo Berlusconi II (tra il 2001 e il 2006) e poi fu capo di gabinetto di Paolo Gentiloni quando era ministro degli Esteri nel governo Renzi (tra il 2014 e il 2016). Soprattutto, tra il 2016 e il 2021 fu ‘segretaria generale del ministero degli Esteri’, cioè il ruolo diplomatico più importante dell’ordinamento italiano, immediatamente sotto al ministro stesso. Ha avuto questo ruolo con Gentiloni, poi con Enzo Moavero Milanesi e poi con Luigi Di Maio. Ora un molto sospettabile addio.

Seconda notizia nella manfrina Trump-Meloni

Quasi a margine di tanto chiachericcio su quanto è apprezzata la destra di governo italiano nell’America trumpiana, paragrafo ai margini: «Così il governo di Giorgia Meloni intende affidare le comunicazioni sicure a SpaceX di Elon Musk». Chiamala pure in un altro modo, ma ecco la vera ‘Cybersecurity’, il super controllo satellitare che per proteggere deve essere il primo a sapere quali segreti deve difendere per primi. Tutto questo dopo l’incontro tra la premier Giorgia Meloni e il presidente designato degli USA Donald Trump.

Dubbi e accenni di sospetto

Primi dubbi dalle opposizioni. «Pezzi della nostra sicurezza in mano a un pazzo straniero sempre più fuori controllo». Peggio. Secondo Bloomberg, l’ultimo incontro tra la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni e il presidente eletto americano, Donald Trump, non avrebbe avuto come ragion d’essere il tema dell’arresto della giornalista italiana Cecilia Sala, al centro di una contesa internazionale arrivata a lambire anche gli USA per via di un ingegnere iraniano arrestato nel nostro Paese che l’Iran vorrebbe scambiare con la nostra connazionale ma che Washington vorrebbe invece processare.

Sicurezza ed affari fra amiconi

Bloomberg precisa: rendez-vous tra Trump e Meloni per accelerare l’affaire Space X di Elon Musk: un contratto di 5 anni per servizi di telecomunicazione del valore di 1,5 miliardi di euro. Il progetto prevede un sistema criptato di massimo livello per le reti telefoniche e i servizi internet del governo, le comunicazioni militari e i servizi satellitari per le emergenze. Dietro l’incontro lo zampino di Andrea Stroppa, il referente italiano di Elon Musk, che poco prima dell’incontro su X aveva pubblicato con Grok, l’Artificial Intelligence dell’oligarca, l’immagine che vedete in copertina, con l’inquilina di Palazzo Chigi e il CEO di Tesla antichi romani accanto a The Donald nei panni di imperatore.

Genio o mostro, rischio Sicurezza nazionale

Giorgia Meloni ed Elon Musk, amicizia pericolosa. Ma lei insiste, e sul Corriere benevolo azzarda: «è un genio dipinto come un mostro». Rovesciando i fattori, voler affidare per via diretta e senza bandi un settore strategico e delicato come quello delle telecomunicazioni per le nostre forze armate a una delle aziende dell’uomo più ricco del mondo, il prodotto non cambia. L’accordo, spiega la stessa Bloomberg, sarebbe stato contrastato anche dal mondo alto dell’intelligence italiana, non più vincolato da carriere, mentre gerarchie e Difesa, accondiscendono tacendo.

Una donna decisa e rigorosa

L’idea di associare le dimissioni di Elisabetta Belloni all’avventuroso azzardo di affidare la tutela delle comunicazioni strategiche italiane ad uno straniero della credibilità morale di un Elon Musk, genio o mostro che sia, è una follia dietrologica di Remocontro? Se è così, chiediamo scusa (ma è meglio un sospetto in più di una sorpresa che ti prenda alle spalle). Se non è così, non dico le scuse altrui, ma almeno una marea costante di letture intelligenti ad un informare critico e attento.

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lunedì 6 gennaio 2025

Quel blitz in solitudine di Meloni che riscrive le regole - Flavia Perina


Il viaggio-lampo chiarisce che Meloni vuole giocarsi da sola e in prima persona la relazione con gli Stati Uniti

 

Il segreto. L’irritualità. L’urgenza. Sono le tre parole che sovraintendono alla visita lampo di Giorgia Meloni a Mar-a-Lago, che senza questi elementi sarebbe poco più della solita visita del capo del governo italiano al capo della Casa Bianca, un copione che si ripete dai tempi di Alcide De Gasperi con andamento sempre uguale. Foto di circostanza. Sorrisi. Elogio del fedele alleato italiano, chiunque sia. Persino Beppe Grillo nel 2008 beneficiò dei complimenti dell’ambasciatore Usa che lo aveva ricevuto a Roma: «Interlocutore credibile». E tuttavia segreto, irritualità, urgenza, rendono il viaggio di Meloni diverso da tutti, un colpo di teatro che spiazza alleati e avversari rendendo chiara l’intenzione della premier di giocarsi da sola, in prima persona, la relazione con gli Usa all’avvio di una presidenza ancora piuttosto indecifrabile. Una strategia ad alto rischio perché vai a vedere come finirà con i dazi, con l’Ucraina, e soprattutto con Cecilia Sala, il casus belli del momento, quello che probabilmente ha spinto la presidente del Consiglio a giocarsi il suo all-in.

Il segreto assoluto con cui è stato preparato il viaggio, si dice all’insaputa della stessa Farnesina, marca l’egemonia assoluta sui suoi vice e soprattutto su Antonio Tajani, che mai come adesso appare tagliato fuori dalla partita americana, surclassato da Meloni nell’attivismo diplomatico innescato dal caso Sala. L’incontro della premier con la madre della giornalista, dopo giorni di notizie frammentarie e talvolta false sulle condizioni della sua detenzione in Iran, è un segnale che va al di là della specifica vicenda e dice al Paese: quando c’è un guaio vero, l’unica di cui fidarsi è Giorgia. Quanto a Matteo Salvini, figuriamoci. Ancora pochi mesi fa immaginava di essere lui l’interlocutore in capo della nuova Casa Bianca sovranista, trumpiana, muskiana, il leader che il mondo Maga avrebbe riconosciuto fratello, il primo italiano a stringere la mano al neo-presidente nella cerimonia d’insediamento del 20 gennaio dove Meloni era incerta se andare. Addio speranze. Se parteciperà, sarà uno del leader-tappezzeria dell’occasione, e pure la photo opportunity alla Casa Bianca non avrai mai la forza dell’ingresso di Meloni a Mar-a-Lago, tra i supporter di Trump che urlano deliziati.

L’irritualità è il secondo segno dei tempi da tenere d’occhio. Scassa ogni ordinaria procedura e cautela, trasforma in sarabanda il minuetto diplomatico che sempre sovrintende ai grandi cambi della guardia internazionali. Trump non si è ancora insediato, il presidente in carica è Joe Biden che per di più sta per arrivare a Roma, scelta come ultima visita di Stato del suo mandato, ed è evidente che il colloquio Trump-Meloni in Florida svuoterà di significato l’occasione (chissà che The Donald non abbia dato il via libera alla missione pensando pure a questo). E tuttavia, anche qui: sono i tempi. È lo stile della nuova tecnodestra americana. È l’approccio iper-pragmatico al potere che recide i lacci e i lacciuoli della consuetudine, gli impicci bizantini del protocollo, in attesa di tagliare altri rituali dell’ancient regime, i sussidi, gli impiegati inutili, le spese di assistenza. E rientra senz’altro in questa nuova spregiudicatezza la proiezione, nel corso della visita, del documentario complottista in favore di Jhon Eastman, l’avvocato che guidò il tentativo di annullare l’elezione di Biden, coinvolto nell’assalto a Capitol Hill. Questa amministrazione, è l’avviso, non dimentica nulla. Guai ai vinti.

E poi, l’urgenza. Resta da vedere di chi fosse, e per quale motivo. L’urgenza italiana di riportare a casa Cecilia Sala col minor danno politico possibile e di impostare il discorso sui dazi prima che il neo-presidente lanci il suo piano. L’urgenza del nuovo presidente Usa di dimostrare, prima ancora di entrare nello Studio Ovale, che il fronte europeo non esiste e che la sua Casa Bianca ha un asse privilegiato non solo con figure screditate come Viktor Orban, ma anche con la premier di un Paese fondatore. In mancanza di pubbliche comunicazioni – anche quelle orpelli del passato – bisognerà attendere per capire meglio. Salvo affidarsi al fotomontaggio diffuso dall’agente italiano di Elon Musk nella notte di Mar-a-Lago, in cui Trump appare come un possente imperatore romano affiancato da una Meloni-matrona e da un Musk in toga sacerdotale. Forse il vero contenuto della missione lampo, il vero messaggio, è tutto lì.

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mercoledì 17 aprile 2024

Musk all’attacco di Telecom - Andrea Muratore

 

Nelle scorse giornate ha fatto discutere la querelle tra Starlink, la società di Elon Musk che offre servizi di connessione internet via satellite con il sistema omonimo, e Telecom Italia, attaccata in forma diretta dal conglomerato del magnate americano di origini sudafricana. Il motivo? Starlink, controllata da Musk tramite SpaceX ha presentato una querela contro Telecom perché ostacolerebbe lo sdoganamento dei servizi internet veloci nella Penisola.

“Dalla società guidata da Elon Musk, sostengono che Telecom Italia non abbia rispettato per mesi le norme che le imponevano di condividere i dati dello spettro per evitare interferenze di frequenza con le sue apparecchiature”, nota Il Sole 24 Ore, aggiungendo che secondo il gruppo di imprese di Musk “la mancanza di accesso ai dati sta rallentando fortemente l’installazione di nuove apparecchiature di proprietà di Starlink”.

Al di là del caso giudiziario, su cui non si hanno elementi per giudicare ampiamente la questione, è interessante sottolineare la querelle politica che sottende alla sfida tra Musk e Telecom. Ovvero un rilancio dell’attenzione per le infrastrutture di telecomunicazione italiane nel pieno del braccio di ferro per la conclusione del deal Telecom-Kkr per la vendita della rete primaria e secondaria della telco italiana e del grande gioco su Sparkle, il “gioiello della corona” dell’ex monopolista di rete. L’azienda che gestisce l’impero dei cavi sottomarini costruito nei decenni a partire dall’ex Stet, oggi titolare di oltre mezzo milione di chilometri di cavi in fibra ottica nel mondo, non sarà per ora venduta da Telecom, il cui Ceo Pietro Labriola ha di recente rifiutato assieme al Cda l’offerta del fondo spagnolo Asterion e del Ministero dell’Economia e delle Finanze per il 100% di Sparkle.

Il prossimo 23 aprile l’assemblea dei soci di Telecom si riunirà dunque in un quadro di grande incertezza per rinnovare le cariche del gruppo. Il gruppo di Via Negri a Milano si trova in mezzo, ad oggi, a tre partite che riguardano da vicino la sfida per l’egemonia sulle reti di telecomunicazioni italiane. Innanzitutto, il derby franco-americano sulla vendita della rete, su cui il primo azionista Vivendi da tempo storce il naso; in secondo luogo, la sfida su Sparkle con l’interesse predominante di Asterion e il Mef che intende replicare l’operazione di spalleggiamento fatta sul deal NetCo. Infine, la partita aperta da Musk e Starlink con un tempismo che colpisce vista la vicinanza del rinnovo delle cariche. Labriola ha dato via libera alla vendita degli asset di rete tradizionali a NetCo ma non ha alcuna intenzione di trasformare Telecom in un guscio vuoto. E anche sulla sua linea di bilanciamento tra gli azionisti italiani, francesi e anglosassoni sparsi nel lungo elenco dei soci Telecom si giocherà la sua riconferma. Tutto questo mentre un altro tema caldo va tenuto sotto osservazione: il legame tra gli affari delle reti e il nodo della supervisione del decisore pubblico.

Il fatto che per negare i ponti radio a Starlink avrebbe addotto ragioni di sicurezza apre un grande tema. Quello, cioè, della priorità delle scelte d’interesse nazionale riguardanti asset strategici come le reti di telecomunicazioni. Che, in un’epoca sempre più competitive, spettano al governo di un Paese, chiamato a tirare le file tra scelte complesse. Musk ha sicuramente ben colto la finestra d’opportunità che il mercato spaziale e tecnologico italiano offrono alle sue aziende. E si è inserito a capofitto nel gran gioco delle reti ben sapendo che a dirimere il dubbio posto da Telecom potrà essere solo l’esecutivo di Giorgia Meloni, che tramite il Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha lanciato un tavolo di mediazione tra Telecom e Starlink esteso al garante delle comunicazioni (Agcom).

La destra italiana che ama Elon Musk quasi quanto ama i discorsi sulla sovranità nazionale è chiamata a una partita decisiva per gli assetti delle reti: spingerà Telecom alla convergenza forzata con Starlink, aprendo dunque a una nuova espansione americana nel business di una società di cui, comunque, l’Italia vuole mantener il controllo e di cui vuole blindare l’asset più chiave per le reti, ovvero quella Sparkle che costruendo i cavi in fibra ottica dà vita al vero contendente all’Internet via satellite? Oppure prescriverà a Starlink una condotta orientata a garanzie funzionali per l’attore pubblico nel guardare come i flussi dati sono gestiti da un attore esterno, dunque di fatto aprendo a un caso di applicazione del golden power su un attore di un Paese amico come gli Usa? Oppure ancora prenderà tempo mentre mercato e sfide geopolitiche si sommano nel plasmare la corsa agli asset strategici dell’Italia?

Il dilemma è netto e si inserisce nel quadro di un sistema che vede la Penisola centrale nella corsa alle telecomunicazioni di domani. Gli Usa, con Kkr, lo hanno dimostrato sulla telefonia. Sparkle gestisce la costruzione e manutenzione degli strategici cavi sottomarini cruciali per i flussi d’informazioni securitarie, economiche e strategiche nel mondo moderno; Starlink vuole l’Italia come ponte per l’Europa meridionale e il Mediterraneo. Servirebbe una vera agenda governativa per capire come Roma possa giocare a suo favore questo fermento. L’alternativa è essere soggetto, prima che oggetto, di queste dinamiche. E rispondere a ruota a mosse pensate da giocatori esterni.

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mercoledì 9 novembre 2022

SETTIMANE IN CUI ACCADONO DECENNI – Simone Oggionni

Quello che segue è il testo dell’intervento che ho svolto al convegno organizzato insieme a Luciana Castellina, Famiano Crucianelli, Mattia Gambilonghi, Filippo Maone, Massimo Serafini e Vincenzo Vita a Rimini, il 29 e 30 ottobre, dal titolo: “Pace, guerra, transizioni. Le prospettive della sinistra”. Sul sito di radio radicale si possono trovare i video dell’intera due giorni.

Come diceva Lenin, «ci sono decenni in cui non accade nulla e settimane in cui accadono decenni». 

Quest’oggi il Financial Times pubblica un articolo di Adam Tooze, analista e storico della Columbia University, con un titolo suggestivo, che spiega precisamente le settimane che stiamo vivendo: «Benvenuti nel mondo delle poli-crisi (delle crisi multiple)».  Mi stimola mettere in rapporto Lenin e Tooze, per alcune ragioni che a me paiono molto evidenti.

Parlo per esempio, per fare davvero soltanto degli esempi, di quattro cose.

La prima. Due giorni fa Putin, intervenendo al Valdai Discussion Club, che è un think tank molto legato al governo russo, ha affermato non a caso che «il mondo sta entrando nel suo decennio più pericoloso, imprevedibile e importante dalla fine della seconda guerra mondiale». Pericoloso, imprevedibile e importante, dice il presidente russo a un passo dal conflitto nucleare, sostenendo — e anche questa affermazione va sottolineata in rosso —  che non userà l’atomica e che l’unico Paese al mondo ad avere usato nella storia armi nucleari contro uno Stato non nucleare sono gli Stati Uniti d’America.

Nello stesso intervento Putin ha ribadito la necessità di un nuovo ordine mondiale, di un multipolarismo che abbia come centri l’Asia (attenzione: ha citato l’Asia, non  la Cina), i Paesi islamici, le monarchie del Golfo.

Seconda cosa. Settimana scorsa si è svolto il congresso del PCC, di cui in Italia non si è parlato, se non per la questione Taiwan o per qualche gossip laterale legato a Xi Jinping. È stato invece un congresso straordinariamente importante, l’evento politico più rilevante degli ultimi cinque anni in uno dei Paesi cruciali della scena del mondo. A me ha fatto riflettere una delle code del congresso, l’assemblea del Comitato per le relazioni Usa-Cina, un vecchio organismo creato sessant’anni fa e animato da grandi industriali e boiardi di Stato. Xi Jinping ha inviato una lettera al Comitato dai toni molto distensivi, proponendo a Biden «più strette comunicazioni e collaborazioni tra Cina e Stati Uniti» allo scopo di «aumentare la stabilità e la certezza globali per promuovere la pace e lo sviluppo del mondo».

Ed è (terza cosa) una risposta, così possiamo leggerla, al primo incontro tra Biden e il nuovo premier britannico Sunak nel quale al contrario sono state poste al centro delle strategie anglo-americane le «pericolose sfide poste dalla Cina» sul piano economico, commerciale, energetico e tecnologico. 

Infine, a proposito di Cina, ancora settimana scorsa il Consiglio Europeo ha ribadito di avere messo in agenda una revisione complessiva dei rapporti europei con la Cina. L’impressione è che la Via della Seta concepita soltanto tre anni fa con il coinvolgimento di 16 paesi europei si sta trasformando in un vicolo cieco. Per l’anno prossimo è atteso un provvedimento per ridurre l’acquisto dalla Cina di materie prime ritenute cruciali, dopo che nel febbraio scorso era stato varato un piano  europeo — e non mi pare casuale — per aumentare la produzione di microprocessori.

Che cosa ci dicono queste quattro cose, apparentemente non collegate? 

Che la Russia è impantanata in una guerra che immaginava rapida e tutto sommato indolore ma che la sta invece concretamente esponendo al rischio di un isolamento e soprattutto al rischio di un allentamento dei rapporti con la Cina. 

Che la Cina, saggiamente, vuole mantenere un profilo di autonomia, tiene i rapporti con la Russia, non si presta a toni bellicistici, ovviamente, ma vuole ricostruire direttamente con gli Stati Uniti un nuovo equilibrio, perché non può non temere — e allo stesso tempo vi si prepara — uno scenario di scontro militare per l’egemonia mondiale. Che gli Stati Uniti stanno cogliendo l’opportunità della guerra ucraina per accrescere il proprio potere (commerciale: basti vedere le opportunità che si sono create sul terreno della vendita del gas naturale liquefatto all’Europa; e militare: da un ulteriore, e definitivo, allargamento della NATO alla guerra combattuta per procura con l’obiettivo appunto di contenere e respingere la Russia). E che infine l’Europa è il vero anello debole dello scacchiere mondiale.

E allora torno all’articolo di Adam Tooze, che a un certo punto scrive: «negli anni Settanta, sia che tu fossi un euro-comunista, o un ecologista o un incallito conservatore, potevi attribuire le tue preoccupazioni a una singola causa: il capitalismo, una crescita economica eccessiva o troppo debole, un eccesso di indebitamento. Ora non è più così». 

Coglie nel segno. Oggi non esiste una causa unica, non esiste una crisi unica. 

Non solo perché al crocevia dei problemi che ho elencato si somma e si interseca la gigantesca dimensione della crisi ambientale, su cui non mi dilungo. Non solo per la abnorme dimensione della nuova crisi sociale. Cito solo due dati: 10 miliardi di euro profitti netti realizzati da Eni nei primi nove mesi del 2022 con un aumento del 311%; e una dinamica dei prezzi superiore di 6,6 punti percentuali rispetto a quella salariale con più della metà dei lavoratori dipendenti italiani in attesa del rinnovo di un contratto nazionale scaduto.

Ma anche perché esiste un elemento nuovo, che riguarda il capitalismo e anche la guerra, che a me pare emerga con enorme evidenza (un’evidenza paradigmatica) nella vicenda che riguarda Elon Musk.

Musk lo conosciamo tutti: è l’uomo più ricco del mondo, con un patrimonio di 232 miliardi di dollari, amministratore delegato di Tesla, fresco proprietario anche di Twitter. Negli ultimi otto mesi ha fatto due cose che ci interessano da vicino sul terreno della guerra.

A febbraio ha assicurato l’invio in Ucraina dei terminali internet Starlink della sua azienda Space X, garantendo le comunicazioni militari e civili in Ucraina, le sue risorse di connettività satellitare, dando informazioni anche sull’avanzata russa, dopo che ovviamente come primo gesto offensivo l’esercito russo aveva messo fuori uso le linee telefoniche e telematiche ordinarie ucraine.

Ai primi di ottobre, quindi poche settimane fa, ha invece interrotto il servizio, chiedendo al governo statunitense di farsene carico, e ha proposto, sempre via twitter, un vero e proprio piano di pace, per nulla peregrino: riconoscimento della Crimea russa, garanzia del rifornimento idrico costante alla Crimea, neutralità militare dell’Ucraina (dunque fuori dalla Nato), e un nuovo referendum per le province russofone dell’Est. Ancora meno peregrina è la postilla con cui ha accompagnato la proposta: «è altamente probabile — dice Musk — che il risultato sarà questo, si tratta di capire quanti morti servono ancora prima che si realizzi».

Perché ho parlato di Musk? Perché il destino del conflitto tra Russia e Ucraina è nelle mani, tra gli altri, di un uomo che non è alla guida di uno Stato ma di un’azienda tecnologica privata, anzi di un vero e proprio impero. Ed è una storia che racconta meglio di qualsiasi altra la realtà del capitalismo tecno-finanziario, di quella che qualcuno ha iniziato a definire il «colonialismo digitale» e che, ben oltre Musk, si fonda su poteri big tech che ormai sovrastano i poteri pubblici delle istituzioni democratiche.

Concludo con qualche stimolo.

Il primo. Non esiste un’idea alternativa di un modello di sviluppo possibile senza fare i conti con gli algoritmi e l’intelligenza artificiale. Cioè con il tema della loro proprietà, oggi nelle mani di una manciata di soggetti privati e che noi dovremmo pretendere di ricondurre a poteri pubblici democratici. E non esiste questa idea alternativa senza fare i conti con il tema, sempre più impellente, della rivendicazione dell’umano e della sua dignità contro lo strapotere delle macchine.

Secondo. Non esiste un’idea alternativa di un modello di sviluppo possibile senza fare i conti con la crisi ambientale, che ha acquisito una radicalità e un’impellenza oggettive, che ormai ogni persona intellettualmente onesta riconosce. 

A queste evidenze noi dobbiamo aggiungere il fatto che non esiste un’idea alternativa di un modello di sviluppo possibile senza un orizzonte socialista, cioè fuori dall’idea di una società egualitaria, che affronti il nodo dei rapporti di produzione e che definisca un modello di democrazia più profonda, consiliare, che riconsegni potere e protagonismo ai lavoratori e ai cittadini.

E qual è il livello minimo a cui collocare queste idee? L’Europa. Non ho alcun dubbio. E non è impossibile. Perché è vero che siamo parte integrante del problema, del sistema e del modello che non funziona, ma anche i liberali hanno un istinto di sopravvivenza e di auto-conservazione che dal nostro punto di vista è importante. Lo dimostrano per esempio le dichiarazioni di qualche giorno fa di Bruno La Maire, Ministro dell’Economia francese, che ha detto a chiare lettere che «il conflitto in Ucraina non deve sfociare nella dominazione economica americana e nell’indebolimento dell’UE. Non possiamo accettare che il nostro partner americano ci venda il suo GNL a un prezzo quattro volte superiore a quello al quale vende agli industriali americani». Giusto per mettere le cose in chiaro.

L’Europa potrebbe allora, e dovrebbe, fare sentire la propria voce. Rivendicando una politica industriale autonoma, un piano energetico comune e un protagonismo nel processo di pace, che passi dall’idea banale che il compromesso, il negoziato e la pace sono alternativi alla prosecuzione della guerra. Per farlo occorre mettere in soffitta l’atlantismo. Lasciatemelo dire nella maniera più netta possibile: va di moda rivendicare atlantismo. Più che una moda: è il lasciapassare che consente l’accesso ai luoghi che contano, la patente necessaria per governare e per essere considerati credibili. Io mi rifiuto invece di pensare che l’atlantismo debba essere il destino dell’Europa o quello della sinistra europea. La guerra fredda è finita, anche per loro.

Vedete, non ho parlato del risultato delle elezioni, malgrado mi siano chiare le responsabilità e le insufficienze di tutti e di ciascuno.

Mi limito a dire che non vedo nei gruppi dirigenti della sinistra italiana, nelle sue diverse componenti, una consapevolezza storica che sarebbe invece necessaria. Che occorre ripartire da una cultura politica e da una analisi, e non da suggestioni elettorali o contingenti, tutte piegate sulla tattica e sul presente. E che occorre farlo valorizzando e mettendo in rete quello che c’è e che si muove e scommettendo su quello che potrebbe essere. Occorrerebbe unire e rafforzare con coerenza una identità, una visione, un punto di vista. E poi decidere dove collocarla, in quale processo politico reale.

In autonomia, con la nostra autonomia, ma immersi dentro i rapporti di massa, dentro i luoghi nei quali già esiste una massa critica sufficiente. Questo è probabilmente il nostro compito, delle prossime settimane e dunque dei prossimi decenni.

da qui



Convegno "Pace, guerra, transizioni. Le prospettive della sinistra" -  registrato a Rimini il 29 e il 30 ottobre 2022.

L'evento è stato organizzato da www.luciomagri.eu.


Sono intervenuti: Famiano Crucianelli (medico), Francesca Mattei (assessore al Patto per il Clima e il Lavoro, Agricoltura e Giovani del Comune di Rimini), Isabella Paolucci (segretaria di Rimini, Confederazione Generale Italiana del Lavoro), Luciana Castellina (giornalista e scrittrice), Leonardo Casalino (professore), Vincenzo Vita (presidente dell'Associazione
 per il Rinnovamento della Sinistra), Simone Oggionni (responsabile nazionale Cultura di Articolo Uno - Movimento Democratico e Progressista), Gianni Melilla, Francesco Riommi (coordinatore nazionale dell'Unione Giovani di Sinistra), Maurizio Marcelli (sindacalista), Alfonso Gianni (direttore della Fondazione Cercare Ancora), Michele Zacchi, Lidia Campagnano (giornalista), Antonio Lensi, Fausto Gentili, Luigi Garettoni, Edoardo Turi (medico).

https://www.radioradicale.it/scheda/681676/pace-guerra-transizioni-le-prospettive-della-sinistra-prima-giornata

 



Sono intervenuti: Vincenzo Vita (presidente dell'Associazione per il Rinnovamento della Sinistra), Nicola Manca, Sergio Caserta (componente del Comitato direttivo dell'ARS), Massimo Serafini (giornalista), Massimo Anselmo, Renato Grimaldi (direttore generale del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare), Paolo Fanti
 (segretario regionale della Basilicata dellla Federazione Lavoratori della Conoscenza, Confederazione Generale Italiana del Lavoro), Giuliano Guietti (presidente dell'Istituto di Ricerche Economiche e Sociali dell'Emilia Romagna), Francesco Indovina (urbanista), Angelo Salento (professore), Francesco Samuele (esponente di Articolo Uno di Parma), Roberta Turi (segretaria della Federazione Impiegati Operai Metallurgici di Milano, Confederazione Generale Italiana del Lavoro), Famiano Crucianelli (medico), Luciana Castellina (giornalista e scrittrice).

https://www.radioradicale.it/scheda/681677/pace-guerra-transizioni-le-prospettive-della-sinistra-seconda-e-conclusiva-giornata