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giovedì 17 settembre 2026

Radici senza memoria. Come l’erosione culturale apre la strada alla deforestazione in Amazzonia - Michele Calamaio

  

Le comunità indigene dell’Amazzonia, che da sempre hanno protetto la foresta in cui vivono, sono oggi sotto crescenti pressioni economiche e culturali. Quando la comunità si sgretola, gli stessi indigeni diventano spesso attori di fenomeni criminali

Jacqueline è seduta a gambe incrociate su una piattaforma di legno, all’interno di una maloka asháninka appena illuminata. È la capanna cerimoniale indigena, carica dell’odore resinoso e dolciastro delle piante messe a macerare per il rituale.

Fuori, il Río Hirviente, ossia il “Fiume Bollente”, scorre in sottofondo. Dentro, la sua voce si alza in un’ícaro lungo e tremolante, un canto di potere, una formula viva che mette insieme preghiera, medicina e dichiarazione di identità. Per Jacqueline Flores ha una funzione precisa: ancorare sé stessa e chi la ascolta a qualcosa di più antico della memoria.

«Sono una studentessa delle piante», dice, «voglio aiutare l’umanità, tutte quelle persone che hanno bisogno di “guarire”».

In breve

·         Quando la cultura si indebolisce, la foresta diventa vulnerabile. Anche fattori di erosione culturale, come la perdita di lingua, di rituali e di governance comunitaria, possono aprire la strada alla deforestazione, alle coltivazioni di coca e alle occupazioni illegali

·         Allevamento, miniere d’oro e nuovi insediamenti avanzano lungo fiumi e corridoi all’interno della foresta amazzonica, con perdite di centinaia di migliaia di ettari all’anno

·         Le comunità indigene, spesso titolari di diritti per lo sfruttamento della foresta, diventano il bersaglio di trafficanti di legname che “riciclano” i loro permessi per tagliare illegalmente legname in aree protette

·         Dove le comunità indigene si incontrano col mondo esterno, come nella famosa area del Río Hirviente, una zona che attrae molto turismo, tanto i fenomeni di erosione culturale quanto di penetrazione criminale sono accelerati

·         All’interno di alcune comunità però, ci sono persone che lavorano per ricostruire i legami con la cultura ancestrale. Proprio nell’area del Río Hirviente, c’è chi cerca di rimettere in piedi pratiche tradizionali, recuperare la lingua e la responsabilità collettiva, per tutelare la foresta e riparare le fratture generazionali

Il suo percorso è iniziato molto presto, nella scuola informale di suo padre, Juan Flores Salazar, curandero della comunità di Mayantuyacu. Flores, oggi scomparso, è stato uno degli sciamani più rispettati della zona e il fondatore di un centro di medicina forestale diventato noto a livello internazionale per le sue acque termali e per gli insegnamenti sulle piante lungo il corso del Fiume Bollente.

La famiglia di Jacqueline in passato ha dovuto abbandonare il territorio asháninka della selva centrale per sfuggire alla violenza degli anni del terrorismo di Sendero Luminoso. «Molto è andato perduto», dice. Lo vede nella frammentazione delle comunità vicine, nelle divisioni interne, nella perdita di riferimenti condivisi.

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Jacqueline Flores mentre canta una preghiera, un connubio tra medicina e dichiarazione di identità

Il lavoro che porta avanti oggi con il proprio centro di ritiro curativo, Pumayacu, rafforzando il legame con il territorio e recuperando la lingua madre andata persa negli anni, è la sua risposta a quella perdita.

Nell’Amazzonia peruviana, l’erosione culturale sta trasformando la foresta con la stessa forza di qualsiasi processo di globalizzazione. Le culture tradizionali si assottigliano, le lingue si perdono e le strutture di governo comunitario si frammentano. L’indebolimento della cultura, causato da pressioni economiche, istituzionali e sociali, sta anche rendendo la terra più facile da sottrarre.

«Le popolazioni indigene, se lasciate a sé stesse, mantengono le foreste intatte. Ma quando entra il capitalismo, il loro sistema ecologico e sociale collassa» e permette l’ingresso di economie illegali come il disboscamento, l’occupazione predatoria dei terreni e le coltivazioni di coca, spiega l’antropologo Glenn Shepard.

«L’erosione culturale genera deforestazione, e la deforestazione genera ulteriore erosione culturale», sintetizza Enrique Ortiz, Senior Program Director dell’Andes Amazon Fund. E mette in guardia dal romanticizzare le comunità come naturalmente protettive: «Non bisogna cadere nella visione ideologica dell’indigeno “puro”. Sono persone come noi».

Le comunità indigene non sono monoliti, né entità “eco-perfette” nate fuori dal tempo, né vivono in una bolla impermeabile alle stesse forze che attraversano ogni società. 

Fratture interne alle comunità indigene hanno portato alcuni apus, i leader eletti, a vendere terre, a firmare concessioni forestali fraudolente o a stringere accordi con taglialegna illegali e imprese estrattive. Decisioni spesso dettate da precarietà economica, pressione esterna e cooptazione politica.

La stessa logica si manifesta anche sul piano culturale: centri di cura gestiti da stranieri spingono spesso i curanderos, ossia i guaritori indigeni, a seguire copioni occidentali in cui pratiche ancestrali vengono rimodellate per adattarsi alle aspettative di chi arriva da fuori.

L’etnobotanico Mark Plotkin, presidente dell’Amazon Conservation Team, collega questa rottura culturale alla scomparsa degli anziani che «custodivano le storie, i protocolli e le conoscenze botaniche» capaci di mantenere in equilibrio sia la comunità che la foresta.

«Ogni volta che muore un anziano, brucia una biblioteca», dice, riprendendo una frase dello scrittore maliano Amadou Hampâté Bâ. E quando queste biblioteche scompaiono, il sapere che dovrebbe passare alle nuove generazioni non arriva con la stessa forza. Il collasso ecologico della foresta diventa inseparabile dallo sgretolamento linguistico delle comunità che la abitano.

Il linguista Roberto Zariquiey ricostruisce la perdita linguistica a partire dalle pressioni sociali che molti giovani indigeni subiscono quando si trasferiscono nelle città, pressioni segnate soprattutto dal razzismo, dalla discriminazione e dalla necessità di “mimetizzarsi”.

Il risultato, spiega, sono comunità intere in cui «solo pochi anziani parlano ancora la lingua, mentre tutti gli altri non la usano più». L’impatto va ben oltre la grammatica: molte piante medicinali «non hanno un nome in spagnolo» e, senza i termini indigeni, «un bambino non dispone delle risorse lessicali per nominare quella pianta».

In questo quadro, i governi peruviani che sulla carta sostengono l’autogoverno indigeno, allo stesso tempo approvano megaprogetti realizzati senza consultazione previa e leggi pensate per limitare l’attivismo indigeno. Diversi report mostrano come comunità abbandonate o indebolite diventino punti di ingresso ideali per l’espansione della coca, per le reti di riciclaggio del legname e per schemi di frode fondiaria.

Dati e testimonianze: come le comunità indebolite percepiscono l’erosione culturale

Il pomeriggio di Jacqueline ha qualcosa di disarmante nella sua normalità. Rimprovera i figli perché hanno lasciato le infradito nel fango, sciacqua i piatti insieme a sua madre e poi torna a tagliare le verdure selvatiche per la cena. Nulla di lei richiama l’immagine da cartolina della “purezza ancestrale” che molti, da fuori, continuano ad aspettarsi.

A quell’aspettativa, Jacqueline reagisce con una risata. Per lei il cambiamento, spiega, deve cominciare da piccoli. I suoi figli partecipano già alle pratiche legate alle piante e crescono con un senso di responsabilità verso la terra e verso la comunità.

Lo stesso equilibrio lo pretende anche quando il sapere arriva dall’esterno. «Se è costruttivo, è un contributo», dice. A una condizione semplice: rispettare le regole, non snaturare le pratiche e non trasformare la cura ancestrale in uno spettacolo.

Jacqueline si immagina una comunità in cui la lingua si trasmette tra le generazioni; in cui i rituali contano davvero per la vita quotidiana e non per il turismo; in cui gli anziani insegnano con continuità; le assemblee prendono decisioni realmente determinanti; e i conflitti trovano un percorso possibile di ricomposizione.

Interviste raccolte da IrpiMedia con una dozzina di leader Shipibo-Conibo, Awajún, Asháninka e Kakataibo in contesti urbani e ancestrali rendono più chiara la realtà che Jacqueline tenta di difendere.

Tutti i partecipanti concordano su un punto: lingua e vita rituale devono essere trasmesse alle generazioni più giovani se la continuità culturale vuole sopravvivere. Sulla governance, invece, non emerge un modello unico: circa la metà descrive processi decisionali condivisi dall’intera comunità, mentre gli altri indicano un’autorità concentrata soprattutto nell’apu o in un consiglio ristretto.

Anche le definizioni di erosione culturale divergono. Alcuni la descrivono come la perdita del rispetto tra generazioni, altri come l’indebolimento del lavoro collettivo, mentre altri ancora come la scomparsa progressiva di pratiche culturali specifiche. Infine, quando si parla di attori esterni, la frattura si accentua.

Circa il quaranta per cento vede Ong, missionari o guaritori in visita come opportunità di apprendimento e di rafforzamento delle pratiche culturali, mentre il sessanta per cento li considera soltanto una fonte di rischio.

Come scompare la foresta

Per capire come l’erosione culturale si trasformi in criminalità forestale, bisogna partire dal protagonista più anonimo dell’Amazzonia: la burocrazia. Eduardo Nina Cruz, procuratore della Prima procura specializzata in materia ambientale (Fema) della regione di Ucayali, ha spiegato a IrpiMedia come il riciclaggio del legname inizi spesso da autorizzazioni forestali usate in modo fraudolento.

Infatti, ogni operazione di disboscamento autorizzata produce anche una Guida di trasporto forestale (Gtf), un documento che permette il trasporto legale di altrettanto legname.

In diversi casi però, racconta Nina Cruz, da successivi controlli si scopre che l’area autorizzata non era mai stata veramente disboscata, ma che i documenti per il trasporto di legname erano stati “rivenduti” a terze parti.

«Quella guida di trasporto vale moltissimo», spiega. «È come un assegno in bianco», che può servire da copertura per legname proveniente da aree protette, spiega il procuratore. 

Questo schema può innestarsi direttamente nei sistemi di governance delle comunità indigene.

Secondo documenti raccolti da IrpiMedia presso l’Organismo di supervisione delle risorse forestali e faunistiche (Osinfor), la Comunità nativa di Santa Rosa de Sarayacu, una comunità amazzonica legalmente riconosciuta e raggiungibile dopo circa otto ore di navigazione dal distretto di Contamana verso Loreto, era titolare di un piano di gestione forestale intermedio (Pmfi).

Sulla carta, la comunità stava gestendo la propria foresta. Nei fatti, il suo nome e il suo permesso venivano utilizzati come strumento di riciclaggio del legname.

Un’ispezione urgente dell’Osinfor condotta nel dicembre 2023 ha accertato che, nell’ambito di quel piano, erano stati dichiarati come estratti 635 tronchi e 500.047 metri cubi di legno di capinurí.

Quando l’Osinfor ha incrociato le Guide di trasporto forestale e le relative liste di carico con gli alberi effettivamente autorizzati, nessuno dei codici risultava corrispondente. Sul terreno, gli ispettori hanno riscontrato che solo due alberi di quella specie erano stati realmente abbattuti e trasportati.

Altri 15.609 metri cubi di capinurí risultavano registrati nel libro delle operazioni come “estratti” da alberi che erano ancora in piedi. Nel complesso, 515.656 metri cubi di legname sono stati considerati privi di giustificazione e classificati come estrazione non autorizzata, un “danno grave” su 8,6 ettari, che ha portato all’avvio di sanzioni alla comunità stessa.

Nina Cruz è diretto nel descrivere come avviene questo meccanismo. Le comunità titolari di permessi in regola spesso non tagliano legname affatto. I loro apu, i capi comunitari, finiscono invece per affittare o vendere i permessi, o addirittura singole Guide di trasporto forestale, a taglialegna esterni, che le usano per riciclare legname abbattuto illegalmente altrove.

I numeri della deforestazione

«A quei leader interessa una sola cosa: i soldi. Soldi facili», afferma Nina Cruz.

Secondo un funzionario dell’Osinfor che ha parlato con IrpiMedia, «fino all’80 per cento del legname estratto lo scorso anno all’interno di aree di gestione ufficiale era illegale».

Secondo l’agenzia peruviana, le comunità vengono trascinate in queste reti non tanto per avidità quanto per vulnerabilità strutturale: mancanza di accesso al credito, assenza di macchinari, nessun potere contrattuale. «Io ti do il 20 per cento e tengo l’80», è la formula che sintetizza molti degli accordi che finiscono per accettare.

Il punto “bollente” dell’Amazzonia

Pucallpa è il punto in cui l’Amazzonia incontra le macchine del mondo esterno. È un nodo migratorio e, più di Lima, l’epicentro di una particolare forma di distorsione culturale alimentata dai mestizos, persone di origine mista indigena e non indigena che si muovono con disinvoltura tra il potere urbano e le economie della foresta.

La strada a sud della città conduce a Honoria, porta d’accesso al Fiume Bollente, o Shanay Timpishka, che in lingua locale significa “bollito dal sole”.

Si tratta di un’anomalia idrotermale a lungo considerata leggendaria. Dal punto di vista scientifico, questo tratto di foresta è unico. Le acque del fiume qui possono raggiungere i 99 gradi Celsius, rendendolo uno dei più grandi fiumi termali non vulcanici documentati al mondo. È una finestra unica sui processi geologici profondi della Terra, ha spiegato a IrpiMedia il geologo Andrés Ruzo.

Ma anche la realtà che lo circonda sta collassando rapidamente. La deforestazione ha avanzato a un ritmo tale che, avverte Ruzo, se l’area dovesse restare nelle condizioni attuali, trascurata e dimenticata, «potremmo raggiungere un punto di non ritorno nel giro di tre anni».

Per le comunità locali, il fiume è da sempre un centro antico di apprendimento sciamanico. Eppure le stesse forze che stanno trasformando la vita cerimoniale di Pucallpa, la pressione del turismo, l’emergere di sciamani “contemporanei” e la frammentazione delle comunità hanno iniziato a penetrare anche qui.

Il risultato è l’apertura di insediamenti senza regole, la speculazione fondiaria e il disboscamento illegale, che stanno erodendo sia il tessuto culturale che il sapere ancestrale che un tempo proteggevano la foresta attorno al fiume.

Sulla carta, il Fiume Bollente ricade all’interno di un mosaico di aree protette e spazi regolamentati. L’area rientra però nel Lotto 87 di PeruPetro, una concessione per idrocarburi attualmente in fase di valutazione da parte della società Upland Oil Co.

In superficie, ampie porzioni del territorio sono classificate come Foresta di produzione permanente (Bpp), una categoria che consente allo Stato di rilasciare concessioni quarantennali per l’agroforestazione su terreni che restano formalmente di proprietà pubblica e non dei concessionari.

All’interno di questo assetto frammentato si inseriscono anche porzioni di territorio titolate, appezzamenti acquistati legalmente da individui o comunità e detenuti a titolo permanente.

Ma nemmeno la terra titolata, la forma di proprietà più solida prevista dall’ordinamento peruviano, è al sicuro. Tutti i proprietari terrieri legali intervistati da IrpiMedia a Honoria hanno riferito la stessa cosa: se non si presidiano i confini, qualcun altro arriverà a occupare la tua terra e a sfruttarne le risorse.

Accanto ai terreni titolati e alle concessioni statali esiste infatti una terza categoria, quella delle “possessioni”. Si tratta di occupazioni di fatto, in cui coloni si insediano su terreni senza alcun diritto reale. Sono proprio queste occupazioni irregolari a diventare la porta d’ingresso per l’accaparramento illegale di terreni, l’espansione dell’allevamento bovino e le attività estrattive che operano fuori dai radar delle autorità.

Michel Douglas Rivera, uno dei quattro imprenditori locali che detengono legalmente una concessione ecoturistica e di conservazione nel corridoio del Fiume Bollente, ha osservato questo schema ripetersi sulle sue terre.

Secondo le prove esaminate da IrpiMedia, tra cui fascicoli della procura di Ucayali e verbali di ispezione dell’Atffs, la concessione di Rivera è stata ripetutamente presa di mira da occupanti abusivi guidati da una figura mestiza accusata di vendere terreni forestali statali a operatori di segherie senza contratti e di rilasciare falsi “certificati di residenza” all’interno della concessione di Rivera per consentire occupazioni illegali.

«Arrivano con documenti falsi, tagliano tutto ciò che possono vendere e lasciano il territorio devastato», racconta Rivera. «E poi siamo noi a dover lottare per mantenere la foresta in piedi».

Una volta aperta la breccia, le occupazioni si moltiplicano. «Quello che accade nella foresta segue spesso questa dinamica: coca, appezzamenti agricoli, disboscamento.

La causa principale della perdita di foresta è la povertà delle persone che vivono lì», osserva Franz Orlando Tang Jara, responsabile dell’ufficio forestale e faunistico regionale di Ucayali. E se queste occupazioni iniziano spesso in modo silenzioso, con il tempo si consolidano in sistemi paralleli e informali di pagamento. Sotto pressione economica, alcune comunità indigene finiscono per negoziare canoni annuali con coloni che non hanno alcun titolo legale.

«Pagano 5.000 o 10.000 soles all’anno», spiega Tang Jara, trasformando di fatto un’occupazione illegale in un mercato nero degli affitti. Indica il caso avvenuto nei pressi della comunità indigena Shipibo-Conibo di Caimito, dove gruppi mennoniti si sono insediati su terre che la comunità stava cercando di ottenere ufficialmente dallo Stato, sostenendo però di aver pagato le autorità indigene locali per poter rimanere nell’area stessa.

Questa dinamica ha raggiunto l’area del Fiume Bollente già da anni, rimodellando la foresta e, soprattutto, ridefinendo chi può rivendicare il controllo del territorio per il turismo ecologico e quello ancestrale.

È il caso di luoghi come il Santuario Huishtin, un centro di medicina delle piante gestito dal fondatore mestizo e maestro guaritore Enrique Paredes. Paredes afferma di operare in nome della conservazione e dell’ecoturismo, dopo aver lavorato come apprendista con il padre di Jacqueline e aver acquisito il terreno in modo legittimo.

Tuttavia, il procedimento che descrive ricalca da vicino le pratiche di compravendita illegale di terre all’interno delle Foreste di produzione permanente del Fiume Bollente. «Vai dal notaio, si preparano i documenti e sei a posto così», ha raccontato a IrpiMedia durante una visita al suo centro di conservazione. Si tratta però di una transazione privata che non ha alcun valore legale quando riguarda terreni forestali di proprietà dello Stato.

Infatti, dopo aver esaminato i registri pubblici delle concessioni disponibili presso l’agenzia governativa responsabile del disboscamento illegale, il Servizio nazionale forestale e faunistico del Perù (Serfor), e il registro ufficiale delle concessioni forestali dell’Osinfor, non risulta alcuna concessione intestata al Santuario Huishtin, nonostante Paredes sostenga di essere in fase di ottenimento dell’autorizzazione.

«Il Fiume Bollente sta diventando una terra di nessuno», dice Glen Larson Arriaga Silva, operatore turistico di Yanesha Tour che lavora da anni nell’area. Ha raccontato a IrpiMedia che a lui stesso è stato offerto «un appezzamento di dieci ettari nella zona del Fiume Bollente per 5.000 soles», nonostante «tutte le risorse naturali appartengano allo Stato».

Allo stesso tempo, il turismo legato all’ayahuasca si è progressivamente allontanato da qualsiasi presunta missione ecologica. «Lì non c’è più ecoturismo», dice. «Vendono un’immagine “verde”, ma non la praticano davvero».

Fa notare che ai visitatori stranieri vengono chiesti fino a 80 dollari a notte per ritiri di dieci giorni, ma che «non esiste un vero lavoro di conservazione condivisa»: nessun reinvestimento in sentieri o ripristino degli habitat, mentre rituali e cerimonie sono sempre più mediati da organizzatori stranieri e sciamani non locali.

El Cóndor Pasa

All’inizio del 2025, il Fiume Bollente è stato inserito nell’inventario ufficiale delle risorse turistiche del ministero della Cultura. Compare inoltre sul sito turistico del governo regionale di Huánuco. Ma, al di là di questi riconoscimenti formali, il Fiume Bollente ha urgente bisogno di una reale protezione giuridica garantita dallo Stato, per impedire che la deforestazione continui ad avanzare.

Secondo Rafael Pino Solano, responsabile della Zona Riservata della Sierra del Divisor presso il Servizio nazionale delle aree naturali protette del Perù (Sernanp), una possibile strada sarebbe la designazione del Fiume Bollente come Area di conservazione regionale (Acr), una categoria di area naturale protetta che consente «l’uso e l’estrazione delle risorse naturali», purché tali attività non danneggino l’ecosistema.

E mentre le tutele istituzionali avanzano lentamente sulla carta, sul terreno sono persone come Jacqueline a portare avanti il lavoro lento e invisibile di tenere insieme e ricucire una linea culturale.

«L’obiettivo è creare un centro di guarigione ancestrale», spiega, «ma anche preservare la natura, lottare perché la deforestazione si fermi». «I miei figli devono imparare», aggiunge, «perché io non vivrò per sempre».

In questo percorso è sostenuta da Mercedes Karina García Ríos, insegnante indigena Shipibo-Konibo impegnata nella conservazione culturale presso la scuola Isa Weni.

Attraverso laboratori del fine settimana dedicati alla lingua shipibo, ai racconti, ai rituali, al ricamo e alle piante medicinali, García Ríos lavora per riportare i bambini indigeni verso la propria identità. «È per permettere ai bambini di riconnettersi con la loro cultura, per non dimenticare chi sono», spiega.

Anche alcune iniziative istituzionali nella capitale stanno contribuendo a questo sforzo.

La Mochila Forestal dell’Osinfor è uno strumento di formazione interculturale pensato per rafforzare la capacità delle comunità indigene e rurali di gestire le foreste in modo legale e sostenibile, intervenendo sui gravi vuoti informativi che alimentano l’estrazione non autorizzata.

Attraverso moduli partecipativi dedicati alla gestione forestale comunitaria, alla vigilanza contro la corruzione e alla tracciabilità del legname, il programma ha formato 9.460 persone in 11 regioni, di cui il 79 per cento appartenenti a comunità indigene, e ha creato 652 formatori comunitari.

In diversi casi, le valutazioni ufficiali mostrano un miglioramento misurabile, con comunità passate da livelli di conformità “insufficienti” a “buoni” dopo cicli ripetuti di formazione.

In un luogo in cui così tanto sta andando perduto, Jacqueline e altre persone come lei stanno ricostruendo una continuità fragile ma ostinata, quella che le nuove generazioni di giovani indigeni stanno iniziando a riconoscere di nuovo come propria. Non è una soluzione miracolosa, ma un «dovere culturale» che, come lei stessa dice, tiene aperta un’altra possibilità narrativa per questa terra.

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno del Pulitzer Center. Michele Calamaio è il Pulitzer Center Post-Grad Reporting Fellow del 2025.

da qui

martedì 7 maggio 2024

Il buco nella rete telefonica: come una vulnerabilità rende chiunque (potenzialmente) geolocalizzabile - Riccardo Coluccini

Nonostante gli addetti ai lavori ne siano al corrente da anni, le vulnerabilità della rete telefonica continuano a non essere mitigate, permettendo ad attori malevoli di geolocalizzare un’utenza telefonica nel mondo

Nell’oscuro mondo della sorveglianza un segreto di pulcinella si tramanda fin dal 2008 e ciclicamente torna ad affacciarsi nei dibattiti di settore grazie a inchieste giornalistiche e al lavoro di ricercatori di sicurezza. Per localizzare una persona, ovunque essa si trovi nel mondo, potrebbe essere sufficiente conoscerne il numero di telefono. 

Ciò è possibile perché lo stesso sistema che permette agli operatori telefonici di comunicare tra loro per gestire il roaming – ovvero le comunicazioni tra operatori di diversi Paesi – può essere usato in maniera fraudolenta anche per scopi illegittimi, come sorvegliare o intercettare SMS e telefonate.

È per questa ragione che, a marzo del 2023, alcuni operatori telefonici sono stati convocati dalla commissione speciale Pega, istituita dal Parlamento europeo inizialmente per investigare sugli abusi compiuti da almeno tre Stati membri con lo spyware Pegasus, sviluppato dall’azienda israeliana Nso. Nel tempo la commissione aveva espanso il proprio raggio d’azione, monitorando le attività di sorveglianza all’interno dei confini comunitari.

L’INCHIESTA IN BREVE

·         Con qualche migliaio di dollari chiunque può comprare l’accesso alla rete telefonica e diventare titolare di servizi di gestione un tempo pensati solamente per i grandi operatori 

·         Tra questi servizi c’è anche l’accesso ai nodi di rete che comunicano con il protocollo SS7, una serie di istruzioni che facilitano anche il funzionamento di un’utenza telefonica in un Paese estero, nel caso del cosiddetto roaming

·         Sfruttando in modo illegittimo il protocollo SS7 un dispositivo mobile rischia di essere geolocalizzato ovunque nel mondo: è intorno a questa caratteristica che è sorto negli anni un vero e proprio mercato in cui le società di sorveglianza fanno da padroni

·         Purtroppo però nessuno sembra voler risolvere il problema: la rete è così configurata in quanto pensata per pochi attori affidabili ma l’accesso a soggetti terzi è aumentato con il tempo 

·         Nonostante il problema sia noto da anni non è chiaro quante compagnie telefoniche adottino misure di sicurezza adeguate e quante svolgano una corretta due diligence sui locatari a cui forniscono l’accesso

·         L’Agenzia dell’Unione europea per la cybersicurezza collaborerà con gli Stati membri per sensibilizzare su questo tipo di attacchi e garantire che gli operatori di telecomunicazioni adottino misure adeguate per prevenirli. 

L’idea però, come ha dichiarato l’europarlamentare olandese Sophie in ‘t Veld nell’audizione del 16 marzo 2023, non deve aver entusiasmato particolarmente gli operatori: nessuno ha risposto all’appello.

A partecipare a quella audizione è stato invece Rowland Corr, al tempo vice presidente di Enea, un’azienda che si occupa della sicurezza delle reti di telecomunicazione. Nel suo intervento ha spiegato che «gli spyware sono solo la punta dell’iceberg della sorveglianza» poiché molte altre vulnerabilità della rete telefonica sono sfruttate impunemente da attori malintenzionati.

E non da poco tempo. È dicembre del 2008 e a Berlino si sta tenendo il consueto Chaos Communication Congress, evento annuale che raduna hacker e informatici da tutto il mondo. Durante una presentazione pubblica il ricercatore Tobias Engels invita una persona del pubblico a condividere il proprio numero di telefono inserendolo in una scarna schermata web. Dopo pochi secondi sul monitor, alla voce “location”, compare una bandierina tedesca: «Germany, Berlin area».

Tutto ciò era possibile perché la configurazione della rete permette a chiunque ne abbia accesso di inviare comandi e richieste riguardo gli utenti degli operatori telefonici.

#SETELEFONANDO, L’INCHIESTA SULLE VULNERABILITÀ DELLA RETE TELEFONICA

Quando un problema è sotto gli occhi di tutti, è sufficiente che passi un buon lasso di tempo affinché questo venga dimenticato e lasciato dormiente. È questo il caso delle vulnerabilità nella rete telefonica, che da quasi vent’anni possono essere sfruttate in modo malevolo per geolocalizzare un bersaglio ovunque nel mondo.

A renderlo possibile è un problema di configurazione dell’architettura che governa i nostri smartphone e che risulta di difficile risoluzione: per questo gli operatori tendono a non volersene fare carico protetti dal fatto che “così fan tutti”. Ma nel silenzio generale, negli anni è sorto un mercato della sorveglianza proprio intorno a queste vulnerabilità, che IrpiMedia intende esplorare in questa e nelle prossime puntate della serie. 

Da quella prima rudimentale dimostrazione di sedici anni fa, i metodi per accedere alla rete si sono perfezionati e oggi includono la possibilità di intercettare telefonate e SMS. Il numero di aziende di sorveglianza che offre questo tipo di servizi è aumentato e con esso anche gli abusi: tra le vittime di questa localizzazione ci sono ufficiali del dipartimento di Stato degli Usa, giornalisti e dissidenti politici. Senza considerare poi che l’accesso al sistema di comunicazione degli operatori è finito in mano anche a criminali che lo hanno usato per compiere frodi.

Una questione di fiducia

La possibilità di localizzare un numero di telefono non è dovuta a una vera e propria vulnerabilità informatica ma piuttosto a una questione di fiducia e di design del sistema di interconnessione tra gli operatori telefonici.

Lo smartphone comunica costantemente con le celle telefoniche che si trovano intorno a noi e nel farlo invia dettagli sulla propria posizione. Quando un cellulare con Sim italiana, per esempio, si trova in un Paese estero – il cosiddetto roaming -, la sua posizione viene condivisa sia con i gestori della rete di quel Paese che con il proprio operatore nazionale.

Il motivo è duplice: da un lato il gestore deve poter indirizzare il traffico delle chiamate in arrivo verso il Paese in cui si trova l’utenza; dall’altro, l’operatore nel Paese straniero deve avere un modo per tenere traccia dei costi del roaming e garantire la ricezione. È lo stesso meccanismo per il quale quando si varca o ci si avvicina a un confine si riceve il tipico messaggio di benvenuto nel nuovo Paese, con il quale veniamo tipicamente informati sulle tariffe che scatteranno da quel momento.


A permettere questo scambio di informazioni è lo standard SS7 (Signalling System 7), un protocollo sviluppato fin dagli anni Settanta e utilizzato sia dalle reti 2G sia da quelle 3G, introdotte tra il 1991 e il 2000. Il sistema si fonda su dei nodi a cui è assegnato un numero univoco e internazionalmente riconosciuto che si chiama Global title (Gt).

Il problema è che – agli albori della telefonia – gli unici attori in grado di accedere alla rete erano gli operatori, giudicati affidabili, e dunque non si è pensato di implementare delle misure di sicurezza aggiuntive. Il problema non si è risolto nemmeno nel 2012 con l’introduzione del 4G e del protocollo Diameter, che svolge le stesse funzioni di SS7 ma ne eredita anche i problemi. Malgrado da tempo si stia puntando a dismettere le tecnologie più obsolete, queste continuano a operare in modo da assicurare a ciascun dispositivo di poter scalare da una connessione 4G a una precedente. In tutti i casi l’errore di configurazione della rete permane.

A essere evoluta, insieme alla complessità della rete telefonica, è la quantità di attori che possono accedere ai Global title. Non più soltanto gli operatori telefonici, ma chiunque paghi un canone a fronte dell’erogazione di un servizio. 

Basti pensare a chi offre servizi di autenticazione bancaria tramite SMS o funzioni di monitoraggio delle flotte aziendali. Inoltre, gli operatori telefonici possono decidere di affittare parte delle proprie Gt a soggetti terzi, beneficiando quindi economicamente di questo accordo. 

Lo ha dimostrato già nel 2017 un’inchiesta pubblicata dal The Daily Beast, quando un giornalista ha creato un’azienda fittizia spacciandosi per un piccolo cliente interessato all’acquisto di un Global title da parte di una società di telecomunicazioni europea. Il preventivo è arrivato dopo un rapido scambio di email durato una settimana: bastano poco più di 2mila dollari di pagamento iniziale e una successiva tariffa mensile di 6600 dollari.

Questa apertura del mercato poggia però sempre sull’assunto iniziale: che ci si possa fidare di tutti quelli che hanno accesso alla rete. Un approccio che può ricordare quanto avvenuto con le email, che nascono senza la possibilità di essere cifrate e lette quindi solo dalle persone che stanno comunicando.

Le aziende di sorveglianza sfruttano questa vulnerabilità concettuale per ottenere svariate Gt in affitto, fingendo di averne bisogno per impieghi legittimi, ma finiscono poi con inviare richieste sulla rete che permettono di localizzare un bersaglio con una precisione di metri, consentita dalla diffusione delle celle telefoniche sul territorio.

Una volta che un soggetto malintenzionato ottiene il Global title, può inviare una richiesta all’operatore telefonico della vittima chiedendone la posizione. In altri casi invece occorre prima inviare una richiesta per ottenere informazioni sul codice Imsi (International mobile subscriber identity): un codice che identifica in maniera univoca un’utenza telefonica, diverso dal numero di telefono, e sulla posizione generica dello Stato in cui si trova. Poi la Gt in mano all’attaccante può inviare una richiesta con questi dati per ottenere la posizione esatta della vittima.

IL GLOSSARIO DELLA SORVEGLIANZA SU RETI TELCO

Global Titles (Gt): si tratta di un indirizzo, simile a un numero telefonico univoco e internazionalmente riconosciuto, che identifica ogni componente della rete telefonica gestito da un operatore. Questo indirizzo è necessario per instradare i messaggi e le comunicazioni tra i vari operatori telefonici. 

Signalling System 7 (SS7): un protocollo sviluppato fin dagli anni Settanta e utilizzato sia dalle reti telefoniche 2G sia da quelle 3G. Permette la comunicazione tra le varie Global Titles degli operatori telefonici. Esistono messaggi SS7 che permettono di richiedere informazioni sull’utenza telefonica e anche dettagli sulla sua posizione. 

Imsi: L’International Mobile Subscriber Identity è un codice che identifica in maniera univoca un’utenza telefonica, ed è diverso dal numero di telefono. 

Codice di condotta per l’affitto delle Gt: introdotto dall’associazione internazionale degli operatori telefonici Gsma nel 2023, il codice prevede che chiunque conceda in affitto le proprie Gt riconosca di essere legalmente responsabile dell’utilizzo che ne fa il locatario, effettui i dovuti controlli sui soggetti a cui sta fornendo l’accesso e ne fornisca le generalità agli altri membri di Gsma.

L’Agenzia dell’Unione europea per la cybersicurezza (Enisa), ha inviato nel 2018 un questionario a 39 tra grandi e piccoli fornitori di comunicazioni elettroniche in tutta l’Unione europea, chiedendo dettagli sullo stato della sicurezza delle reti e informazioni sulle minacce. I risultati rivelano che circa un operatore su due ha avuto a che fare sulla propria rete con attacchi volti alla localizzazione. Anche se il dato, sottolinea l’agenzia, potrebbe essere sovrastimato perché è facilmente soggetto a falsi positivi. 

Un altro segnale allarmante è che solo il 28% degli operatori ha dichiarato di usare dei sistemi di protezione come i firewall, per filtrare e bloccare messaggi non autorizzati. Associazioni come la Gsma, che racchiude oltre mille operatori telefonici nel mondo, hanno fornito negli anni linee guida su come prevenire e gestire questi attacchi. Alcuni tipi di richieste tra operatori diversi, si legge nel documento, non dovrebbero essere permesse. Ma queste indicazioni hanno puro valore indicativo e non impongono l’adozione di misure. Infatti non tutti le implementano.

Malgrado il problema sia pubblicamente noto da almeno 15 anni, secondo i report di Enisa, le statistiche su questo tipo di incidenti sono ancora lacunose perché spesso gli operatori non ne tengono traccia in quanto non creano disservizi su larga scala e non impattano sugli utenti. 

Contattata da IrpiMedia, Enisa risponde di non possedere al momento dati più aggiornati e spiega che queste statistiche andrebbero richieste direttamente agli operatori telefonici.

Qualche informazione aggiuntiva la fornisce Enea, società che aiuta gli operatori telefonici a monitorare e difendersi da questi attacchi, la quale nel 2020 stimava che almeno lo 0,04% del traffico su protocollo SS7 fosse considerabile sospetto, anche se non tutto necessariamente malevolo. Di quella porzione infatti la maggior parte sarebbe riconducibile a errori di configurazione da parte degli operatori legittimi mentre l’1,37% risulta effettivamente malevolo. Per il 30% sono attacchi per localizzare un dispositivo e il 2% riguarda l’intercettazione di chiamate e SMS.

TELEFONI VIOLATI

L’azienda di sicurezza Enea aiuta gli operatori telefonici a monitorare e difendersi dagli attacchi SS7. Grazie a questo suo punto di vista privilegiato sulla rete telefonica riesce a raccogliere statistiche sulle tipologie di attacchi che si incontrano, offrendo un’analisi delle capacità delle aziende di sorveglianza


Traccia e localizza

Nel 2022 un’inchiesta di IrpiMedia e Lighthouse Reports ha svelato l’esistenza di un’azienda italiana che abusa dell’accesso alla rete telefonica per vendere software di localizzazione: Tykelab. A sua volta è controllata dall’azienda di intercettazioni Rcs ed entrambe sono state acquistate dal colosso della sorveglianza Cy4gate, che fa parte del gruppo Elettronica che annovera tra i suoi azionisti anche Leonardo.

Tykelab ha utilizzato reti telefoniche, spesso su isole remote del Pacifico, come punto di accesso per inviare decine di migliaia di “pacchetti di tracciamento” segreti in tutto il mondo. I dati riservati del settore delle telecomunicazioni ottenuti da Lighthouse Reports mostrano attacchi contro utenze in Paesi come Libia, Nicaragua, Malesia, Costa Rica, Iraq, Mali, Grecia e Portogallo, oltre che in Italia. La tecnologia di Tykelab è venduta da Rcs sotto il nome di Ubiqo, ma non è la sola in questo settore. 

A partire dal 2014 una serie inchieste giornalistiche hanno ripetutamente puntato i riflettori su chi offre questa capacità e sugli operatori telefonici che concedono accesso alla rete. Ad esempio il Washington Post ha svelato l’esistenza dei prodotti delle aziende di sorveglianza Verint e Defentek. Nel caso di Verint il prodotto si chiama SkyLock e, secondo documenti ottenuti dalla testata, è in grado di localizzare persone in vari Paesi tra cui Messico, Nigeria, Congo, Emirati Arabi Uniti. Defentek invece dichiarava sul proprio sito di essere in grado di «localizzare e rintracciare qualsiasi numero di telefono nel mondo».

Nel 2020 un’inchiesta del Bureau of Investigative Journalism ha svelato che lo stesso meccanismo è stato utilizzato per geolocalizzare la principessa Latifa Al Maktoum mentre cercava di sfuggire al padre, lo sceicco Mohammed bin Rashid Al Maktoum, sovrano di Dubai. 

Già rapita in precedenza da Cambridge e tenuta segregata in casa, Al Maktoum da tempo denuncia le condizioni in cui sono costrette a vivere le donne nel suo Paese. Dopo una nuova fuga, la principessa è stata oggetto di tentativi di localizzazione grazie a dei messaggi fittizi inviati al suo skipper, mentre navigava al largo dell’India. Su richiesta dello sceicco, il governo di Nuova Delhi ha inviato un commando che ha recuperato Al Maktoum riconsegnandola al padre. I messaggi usati nel tentativo di scoprirne la posizione sono passati attraverso le reti telefoniche degli operatori delle Isole del Canale, tra Regno Unito e Francia. 

Sempre nel 2020 i ricercatori del Citizen Lab, un laboratorio interdisciplinare dell’Università di Toronto, hanno analizzato l’infrastruttura dell’israeliana Circles. Originariamente fondata da Tal Dilian, nel 2014 Circles è finita sotto l’ombrello della Nso, la stessa che sviluppa lo spyware Pegasus. Dilian è lo stesso ex membro dell’intelligence di Israele che successivamente ha avviato l’azienda Intellexa, il cui spyware Predator è al centro di uno scandalo di intercettazioni in Grecia. 

Persino l’italiana Hacking Team (Ht), nota per il suo software di sorveglianza venduto a dittature in tutto il mondo, era entrata in contatto con Circles. A rivelarlo sono alcune email pubblicate da WikiLeaks dopo che Ht aveva subito un attacco da parte dell’hacktivista Phineas Fisher che aveva rilasciato online tutti i dati relativi ai clienti, ai software sviluppati e alle email. 

Grazie a una scansione dei server esposti su internet e collegabili a Circles, il Citizen Lab ha scoperto che tra gli acquirenti di queste tecnologie ci sono almeno 25 Paesi tra cui Belgio, Cile, El Salvador, Honduras, Indonesia, Israele, Kenya, Messico, Marocco, e Emirati Arabi Uniti. Molti di questi noti per le ripetute violazioni dei diritti umani. 

VIOLAZIONI TELEFONICHE, UNA STORIA LUNGA 15 ANNI

Dal 2008 esperti del settore e inchieste giornalistiche hanno ciclicamente sollevato il problema della vulnerabilità della rete telefonica usata in tutto il mondo. Negli anni sono emerse nuove aziende di sorveglianza ma i governi fanno ancora fatica a decidere come bloccare questa falla


Ma anche aziende che offrono servizi legittimi hanno concesso segretamente la possibilità di sorvegliare e localizzare una persona, come nel caso della svizzera Mitto. 

Il suo prodotto di punta era l’invio di codici di sicurezza per il login, servizio usato all’epoca anche da Google e Twitter. Ma un’inchiesta del 2021 del Bureau of Investigative Journalism ha svelato che il cofondatore dell’azienda gestiva in realtà anche un servizio parallelo per tracciare segretamente i telefoni cellulari offrendolo a varie aziende di sorveglianza. Tra queste c’era la TRG Research and Development, un’azienda con base a Cipro attiva nel settore delle intercettazioni. Tra le vittime ci sarebbe anche un numero di telefono associato a un alto funzionario del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America. 

A marzo 2023 l’Autorità svizzera per la protezione dei dati personali ha concluso un’indagine preliminare su Mitto segnalando però che dalle informazioni e dai registri delle attività dell’azienda non emerge alcuna prova che i sistemi fossero stati abusati come rivelato dall’inchiesta.

Nel 2023 un’inchiesta internazionale di Lighthouse Reports, Haaretz, Der Spiegel, Tages-Anzeiger, e Mediapart ha mostrato come un imprenditore svizzero, Andreas Fink, abbia offerto il proprio accesso alla rete telefonica ad aziende di sorveglianza come l’israeliana Rayzone Group. Fink ha anche fatto una dimostrazione della propria tecnologia in Congo, dove su richiesta degli ufficiali governativi avrebbe mostrato come localizzare il numero di telefono di una persona legata a un account anti-governativo su Facebook. 

L’infrastruttura di Fink sarebbe arrivata a operare anche in Messico, tracciando il cellulare di un giornalista che, il giorno seguente alla localizzazione, è stato ucciso. Fink ha negato di essere coinvolto in quest’ultimo caso.

In cerca di una soluzione

Malgrado gli operatori telefonici abbiano ignorato l’invito della commissione Pega, il report finale prodotto dall’organismo comunitario include comunque alcuni suggerimenti per gli attori del settore, ai quali si chiede di revocare le licenze di concessione delle Gt a tutti quei soggetti che ne facilitano l’uso illegale per scopi di sorveglianza. 

Un’ulteriore richiesta è che si aumenti la soglia di attenzione per rilevare utilizzi fraudolenti di questi accessi, oltre a chiedere che gli Stati membri garantiscano un controllo da parte delle autorità nazionali sul livello di resilienza dei fornitori di telecomunicazioni alle intrusioni non autorizzate. Queste raccomandazioni non stabiliscono però con precisione chi dovrebbe monitorare sulla loro corretta implementazione.

Come è evidente, molte di queste proposte fanno appello alle buone intenzioni degli operatori stessi che devono impegnarsi a implementarle. Inoltre il testo non è vincolante per gli Stati, in quanto si tratta di mere raccomandazioni. 

In contemporanea si sono già visti tentativi di autoregolamentazione, come il Codice di condotta per l’affitto dell’accesso alla rete, introdotto dall’associazione degli operatori telefonici Gsma nel 2023. Il codice prevede che chiunque conceda in affitto le proprie Gt riconosca di essere legalmente responsabile dell’utilizzo che ne fa il locatario, effettui i dovuti controlli sui soggetti a cui sta fornendo l’accesso e ne fornisca le generalità agli altri membri di Gsma.

Inoltre, i Paesi europei considerano già il settore delle telecomunicazioni un ambito strategico e di importanza nazionale, per questo gli aspetti legati alla sua sicurezza sono codificati in leggi specifiche. Il Codice europeo delle comunicazioni elettroniche adottato nel 2018 prevede infatti che gli Stati dell’Ue debbano garantire che gli operatori adottino adeguate misure di cybersecurity e segnalino gli incidenti significativi alle autorità nazionali. 

A rafforzare la sicurezza delle reti sono intervenute anche due direttive europee chiamate Nis1 e Nis2 (acronimo dall’inglese che sta per Network e Sistemi Informativi) pensate per garantire un alto livello di protezione contro gli attacchi informatici. Adottata a livello europeo a fine 2022, Nis2 dovrà essere implementata dagli Stati membri entro il 17 ottobre 2024, razionalizzando il quadro normativo in materia di cybersicurezza, aggiungendo i fornitori di reti pubbliche di comunicazione elettronica al settore delle «infrastrutture digitali» previsto dalla Nis1, e consolidando gli obblighi di segnalazione delle violazioni di sicurezza alle Autorità.

In Italia a monitorare sugli operatori di telecomunicazioni sarà l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (Acn) che già se ne occupa nell’ambito del Codice delle comunicazioni elettroniche. 

Acn ha respinto una richiesta di commento sullo stato della sicurezza degli operatori telefonici italiani, riguardo a eventuali statistiche sul numero di attacchi che sono stati notificati e su quanti operatori hanno introdotto firewall e sistemi per filtrare messaggi SS7 sospetti.

Enisa ha invece spiegato a IrpiMedia che l’agenzia si occupa da tempo del tema e ha già condiviso con gli esperti delle autorità competenti europee per la sicurezza delle comunicazioni elettroniche un elenco di punti da considerare per garantire la sicurezza delle reti.

Inoltre, il 21 febbraio 2024 gli Stati membri dell’Unione europea, con il supporto della Commissione europea e dell’Enisa, hanno pubblicato un rapporto sulla sicurezza informatica e la resilienza delle infrastrutture e delle reti di comunicazione. Inclusi negli scenari ad alto rischio ci sono anche gli attacchi che sfruttano le vulnerabilità del sistema SS7 perché potrebbero essere usate da uno stato nemico o dalla criminalità organizzata per intercettare le comunicazioni e geolocalizzare un bersaglio. 

Il testo invita gli Stati membri «a sensibilizzare su questo tipo di attacchi e a garantire che gli operatori di telecomunicazioni adottino misure adeguate per prevenirli», ha spiegato a Irpimedia Georgia Bafoutsou, esperta di cybersicurezza dell’agenzia Enisa. «Enisa collaborerà con gli Stati membri per attuare questa raccomandazione», ha aggiunto Bafoutsou.

Vodafone Italia ha spiegato a IrpiMedia di aver implementato una serie di misure per migliorare la resilienza della propria rete contro gli attacchi che sfruttano le vulnerabilità del protocollo SS7 e di lavorare a stretto contatto a livello globale con Gsma e con esperti di sicurezza per ridurre al minimo i rischi. Non ha però fornito dati sul numero di attacchi rilevati e sulle misure di difesa adottate.

Dello stesso tenore la risposta di Wind Tre che ha precisato che tali informazioni non vengono diffuse all’esterno dell’azienda. Tim e Iliad non hanno invece risposto alle domande inviate.

L’attenzione al tema arriva anche dagli Stati Uniti dove a marzo 2024, in parte a seguito delle pressioni del senatore democratico Ron Wyden, la Commissione federale per le comunicazioni degli Usa ha inviato una serie di richieste ai fornitori di servizi di comunicazione per capire, tra le altre cose, quali contromisure di sicurezza sono impiegate per impedire il tracciamento della posizione degli utenti e per avere dettagli su eventuali tentativi riusciti e non autorizzati di localizzazione.  

In un comunicato stampa Wyden ha accolto con soddisfazione le richieste della Commissione e ha aggiunto: «L’America deve rafforzare le proprie difese contro le società di sorveglianza mercenarie che aiutano i dittatori stranieri a minacciare la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, i diritti umani e i giornalisti che si impegnano a denunciare gli illeciti». 

Ora non resta che vedere come agirà l’Unione europea perché, mentre gli sforzi degli operatori telefonici non sembrano ancora adeguati e i governi tentennano sulle soluzioni concrete da applicare, gli abusi della rete telefonica continuano ogni giorno in tutto il mondo anche grazie ad aziende europee. 

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domenica 10 dicembre 2023

Serco, quando la detenzione diventa un business mondiale - Marika Ikonomu, Alessandro Leone, Simone Manda

  

Da decenni l’azienda è partner dei governi per l’esternalizzazione dei servizi pubblici in settori come sanità, difesa, trasporti, ma soprattutto nelle strutture detentive per le persone migranti. Nel 2022 ha acquisito Ors con l’idea di esportare il suo modello anche in Italia

 

«Ho l’orribile abitudine di camminare verso gli spari». Si descrive così al Guardian il manager Rupert Soames. Nipote dell’ex primo ministro del Regno Unito Winston Churchill, figlio di Christopher, ambasciatore in Francia e ultimo governatore della Rhodesia – odierno Zimbabwe – e fratello dell’ex ministro della difesa conservatore Nicholas, Rupert Soames per anni è stato il numero uno della multinazionale britannica Serco, quella che il quotidiano britannico chiama «la più grande società di cui non avete mai sentito parlare».

Serco (Service Company) è un’azienda business to government (B2G), specializzata in cinque settori: difesa, giustizia e immigrazione, trasporti, salute e servizi al cittadino. Opera in cinque continenti e tra i suoi valori principali dichiara: fiducia, cura, innovazione e orgoglio. Dai primi anni Novanta, è cresciuta prendendo in carico servizi esternalizzati dallo Stato a compagnie terze e aggiudicandosi in pochi anni un primato sulla gestione degli appalti privati. Sono arrivati poi indagini dell’antitrust inglese, accuse di frode in appalti pubblici e conseguenti anni di crisi dovuti alla perdita di diverse commesse, fino a quando il nipote di Churchill non è diventato Ceo di Serco, nel 2014. Da allora la società ha costruito un impero miliardario fornendo servizi molto diversi tra loro: dai semafori di Londra, al controllo del traffico aereo a Baghdad. La gestione dei centri di detenzione per persone migranti è di gran lunga il principale business di Serco nelle due macroaree “Europa e Regno Unito” e “Asia e Pacifico”. Ad oggi Serco ha all’attivo più di 500 contratti e impiega più di 50 mila persone in tutto il mondo. Nel 2022 ha totalizzato 4,7 miliardi di sterline in ricavi, un regalo ai suoi azionisti, tra cui i fondi d’investimento BlackRock e JP Morgan.

 

L'inchiesta in breve

·         Serco (Service Company) è una multinazionale britannica che fornisce diversi servizi ai governi, soprattutto nei settori della difesa, sanità, giustizia, trasporti e immigrazione, dalla gestione dei semafori di Londra fino al traffico aereo di Baghdad

·         Oggi la società ha all’attivo più di 500 contratti e impiega oltre 50 mila persone in tutto il mondo. Nel 2022 ha totalizzato 4,7 miliardi di sterline in ricavi e tra i suoi azionisti ci sono fondi d’investimento come BlackRock e JP Morgan

·         Il suo Ceo fino a dicembre 2022 era Rupert Soames, nipote di Winston Churchill, che ha risollevato la società dopo un periodo di crisi economica legato ad alcuni scandali, come i presunti abusi sessuali nel centro di detenzione per donne migranti Yarl’s Wood, a Milton Ernest, nel Regno Unito

·         Nelle macroregioni “Europa e Gran Bretagna” e “Asia e Pacifico” il settore dove l’azienda è più presente è l’immigrazione. Su dieci centri per l’espulsione presenti nel Regno Unito, Serco oggi ne gestisce quattro

·         In Australia, la multinazionale gestisce tutti i sette centri di detenzione per persone migranti attualmente attivi ed è stata criticata più volte per la violenza dei suoi agenti di sicurezza, soprattutto nella struttura di Christmas Island

·         L’obiettivo di Serco è esportare questo modello anche nel resto d’Europa. Per questo, a settembre 2022 ha acquisito la multinazionale svizzera Ors, entrando nel mercato della detenzione amministrativa anche in Italia, dove la sua filiale offre servizi nel settore spaziale

In otto anni, Soames ha portato il fatturato della società da circa 3,5 miliardi nel 2015 a 4,5 miliardi nel 2022, permettendo così all’azienda di uscire da una fase di crisi dovuta a vari scandali nel Regno Unito. Secondo il Guardian, dal 2015 al 2021 ha ricevuto uno stipendio di 23,5 milioni di sterline. «Sono molto ben pagato», ha ammesso in un’intervista. Ha lasciato l’incarico nel settembre 2022 sostenendo che fosse arrivato il momento di «esternalizzare» se stesso e andare in pensione. Ma a settembre 2023 è stato nominato presidente di Smith & Nephew, azienda che produce apparecchiature mediche. Al suo posto è arrivato Mark Irwin, ex capo della divisione Regno Unito ed Europa e di quella Asia Pacific di Serco.

Poco prima di lasciare l’incarico, Soames ha acquisito la multinazionale svizzera Ors, leader nel settore dell’immigrazione in Europa. L’operazione vale 39 milioni di sterline, a cui Serco aggiunge 6,7 milioni di sterline per saldare il debito bancario accumulato da Ors. L’acquisizione, per Serco, avrebbe consentito «di collaborare e supportare i clienti governativi in tutta Europa, che hanno un bisogno continuo e crescente di servizi di assistenza all’immigrazione e ai richiedenti asilo». Con Ors, società appena giunta anche nel sistema di gestione dei centri di detenzione in Italia, Serco vuole «rafforzare la nostra attività europea, raddoppiandone all’incirca le dimensioni e aumentando la gamma di servizi offerti».

In Europa i centri di detenzione per migranti sono infatti in aumento, soprattutto in Italia, dove, scrive in un report l’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo (Euaa), i milioni previsti per queste strutture sono 5,5 nel 2023, 14,4 per il 2024 e 16,2 nel 2025. Degli scandali di Ors, abbiamo scritto in una precedente puntata: «Non accettiamo le accuse di “cattiva gestione” dei servizi offerti da Ors – scrive Serco via mail a IrpiMedia, rispondendo alla richiesta di commento per questa inchiesta -. I casi spesso ripetuti dai media e citati dalle ong risalgono a molto tempo fa e sono stati smentiti più volte». Serco tuttavia riconosce che «in un’azienda con più di 2.500 dipendenti, che opera in un settore così delicato come quello dell’immigrazione, di tanto in tanto si commettono degli errori. È importante riconoscerli rapidamente e correggerli immediatamente». A giudicare dalle inchieste giornalistiche e di commissioni parlamentari nel Regno Unito e in Australia, Paese dove gestisce tutte le strutture detentive per migranti, non è però quello che ha fatto Serco negli anni…

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