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mercoledì 8 ottobre 2025

Free Palestine! - ritorno dalle prigioni israeliane

 




«Voglio essere molto chiara. Davanti ai nostri occhi si sta consumando un genocidio. Un genocidio trasmesso in diretta streaming su tutti i nostri telefoni. Nessuno ha il privilegio di dire di non essere consapevole di ciò che sta accadendo. Nessuno in futuro potrà dire che non lo sapevamo. In base al diritto internazionale, Gli Stati hanno l’obbligo giuridico di agire per prevenire e fermare un genocidio. Ciò significa porre fine alla complicità, esercitare una pressione reale e porre fine al trasferimento di armi. Non lo vediamo. Non vediamo nemmeno il minimo indispensabile da parte dei nostri governi. I nostri sistemi internazionali stanno tradendo i palestinesi. Non sono nemmeno in grado di impedire che si verifichino i peggiori crimini di guerra. E non capirò mai come gli esseri umani possano essere così malvagi, da voler deliberatamente far morire di fame milioni di persone intrappolate in un assedio illegale, come continuazione di decenni… e decenni di soffocante oppressione. Occupazione dell’apartheid. [...] Il nostro obiettivo con la Global Sumud Flotilla è stato quello di intervenire quando i nostri governi non hanno adempiuto ai loro obblighi legali. I nostri governi parlano di garantire i diritti umani e dell’importanza di far arrivare aiuti umanitari a Gaza, ma non fanno la loro parte e non fanno nemmeno il minimo indispensabile, per garantire la sicurezza di questa missione. Questa missione non dovrebbe esistere. E questo è una vergogna. Quello della Global Sumud Flotilla è stato il più grande tentativo di rompere l’assedio illegale e disumano di Israele via mare. È una storia di solidarietà internazionale globale di persone che si sono fatte avanti, quando i nostri governi non sono riusciti a farlo. I miei leader, i cosiddetti leader che dovrebbero rappresentarmi e che continuano ad alimentare un genocidio, morte e distruzione, non mi rappresentano. E questa è l’ultima risorsa a cui questa missione deve ricorrere. È una vergogna… è una vergogna. E potrei parlare per molto, molto a lungo dei nostri maltrattamenti e degli abusi subiti durante la nostra prigionia, credetemi, ma non è questa la storia. Quello che è successo qui è che Israele, mentre continua a peggiorare e a intensificare il suo genocidio e la sua distruzione di massa - con intento genocida, tentando di cancellare un’intera popolazione, un’intera nazione davanti ai nostri occhi - ha violato ancora una volta il diritto internazionale impedendo agli aiuti umanitari di arrivare a Gaza, mentre la gente muore di fame. E vogliamo anche sottolineare che non abbiamo bisogno solo di aiuti umanitari per entrare a Gaza. Dobbiamo porre fine all’assedio. Dobbiamo porre fine all’oppressione. Questa azione è stata una sfida al nostro solito modo di fare estremamente violento, che impedisce che questi crimini di guerra si verifichino. Ed è di questo che parla questa storia. Non possiamo distogliere lo sguardo da Gaza e da tutti i luoghi del mondo che soffrono, che vivono in prima linea in questo sistema: Congo, Sudan, Afghanistan, Gaza e molti, molti altri. Quello che stiamo facendo è il minimo indispensabile. Questo genocidio e altri genocidi sono resi possibili e alimentati dai nostri governi, dalle nostre istituzioni, dai nostri media e dalle nostre aziende. È nostra responsabilità porre fine a questa complicità. […] No, non siamo eroi. No, no… stiamo facendo il minimo indispensabile. Ciò che stiamo facendo non lo è in alcun modo. Nessuno è obbligato a venire in soccorso del popolo palestinese. Ciò che stiamo facendo è ascoltare e agire in base alle loro richieste affinché le persone in tutto il mondo agiscano e pongano fine alla complicità nell’uso dei nostri privilegi, delle nostre piattaforme, per prendere posizione contro ciò che è in ogni modo ingiustificabile.»

Greta Thunberg

6 ottobre 2025

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Diamo il Nobel per la Pace alla Global Sumud Flotilla! – Shady Hamadi

 


Il Nobel per la Pace dovrebbe andare alla Global Sumud Flotilla. Ci hanno insegnato che la Pace si cerca con l’azione non violenta: quella di cercare di rompere un blocco che affama una intera popolazione che muore sul palcoscenico globale. A guardare, complici o inermi, i governi mondiali che non sono capaci di dare una risposta coesa. Il loro immobilismo, però, è stato scosso dall’azione di semplici cittadini che si sono riuniti pensando che qualcosa andasse fatto. Non violenza; non altra morte ma il semplice aiuto: di cibo e dell’apertura di un passaggio che si trasformi in un corridoio umanitario.

La Sumud, così come altri in passato, personaggi che hanno invertito gli equilibri sconquassando il mondo, sono oggi al centro di conflitti e cospirazioni volte solo allo screditarne l’operato.

Ma lo abbiamo visto tutti: mani in alto attivisti, hanno gridato i carcerieri di Gaza israeliani, assaltando come pirati le navi liberatrici. In silenzio, con il coraggio della gente semplice, gli attivisti hanno accettato il fato. Mentre altri stanno proseguendo. L’etica dell’azione, la perseveranza nel progetto di alleviare le sofferenze di un popolo solo, abbandonato e orfano di compassione, fanno dire: Nobel per la Pace alla Sumud!

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giovedì 27 marzo 2025

Dispotismi lucidati – Enrico Euli


“Approvato che la Terra è del Signore, come la sua abbondanza; approvato che la Terra viene concessa ai santi; approvato che noi siamo i santi” (da un’assemblea cittadina, tenutasi a Milford, Connecticut, nel 1640)

“La tirannide tende a tre fini: che i sudditi abbiano pensieri meschini (un pusillanime non si rivolterà contro nessuno), che siano in continua diffidenza l’uno dell’altro (la tirannide non si distrugge prima che si stabiliscano rapporti di reciproca fiducia tra loro…), che siano nell’impossibilità di agire… Eppure a chi voglia riflettere potrebbe forse sembrare strano che compito dell’uomo di stato sia poter esaminare i mezzi per dominare e tiranneggiare gli altri, volenti o non volenti… La grandissima maggioranza degli stati militaristi rimangono in piedi quando combattono, crollano quando hanno conquistato un impero: in tempo di pace perdono la tempra, come il ferro. Responsabile è il legislatore che non li ha educati a saper vivere in ozio” (Aristotele, Politica, libri VI e VII)

Gli uomini (e donne-uomini) di stato si stanno rivelando per quel che sono: dei despoti che, più si scoprono impotenti verso chi e ciò che è più forte di loro, più si fingono onnipotenti verso chi e quel che tengono sotto (e va sempre più giù). Gli esempi non sono mai mancati nella storia, ma oggi è in corso una gara tra loro che non si era più vista da tempo.

La lucida follia della Meloni: ha parlato di “riarmo sostenibile” e ha dichiarato però che la dizione Rearm Europe è fuorviante. Ha poi letto parti del Manifesto di Ventotene, onestamente ammettendo – per chi avesse ancora dei dubbi – che “quella non è la sua Europa”. Purtroppo non è neppure quella di molti che si stracciavano le vesti e le sbraitavano contro (per lesa maestà nei confronti dei Padri tutelari) e neppure quella della von der Leyen (che molti di loro hanno rieletto). E meno male che, votandola, volevano evitare l’avanzata dell’estrema destra!

La lucida follia della pastora tedesca non è particolarmente originale: siamo ancora lì, come sempre, al “si vis pacem, etc etc…” (mi vergogno anche solo a ridirlo intero). La novità è però che “Dobbiamo prepararci alla guerra!”. La locomotiva tedesca – che non cresce e anzi declina da un po’ – deve militarizzare la sua produzione, se vuole restare in alto, proseguire a crescere e a dominare l’Unione. Allarmare ancora una volta col pericolo russo serve soprattutto a questo. Una Germania super-armata e potente, una Germania con i baffi, ecco il vero pericolo per l’Europa e per il mondo intero: altro che Russia.

La lucida follia di Trump è quella di credere che le guerre si fermino con i soldi, con i ricatti e con la fretta. Ci sta già sbattendo contro in Palestina (la tregua è già finita) e con la Russia (non è iniziata – se non al telefono – e non ci sarà a breve). Netanyahu prosegue a fare quel che vuole, come ha sempre fatto, col permesso di tutti, in barba a qualunque negoziato. Ed è Putin a dettare le sue condizioni e a poter prendere tempo semplicemente perché ha vinto la guerra; e – ancor più semplicemente, se non fosse per i morti – altri (l’Europa e Zelensky) non le possono dettare perché l’hanno persa. Neanche Dio onnipotente potrebbe fermarli (e neppure il Dio degli eserciti). Figuriamoci Trump.

E chi prova a fermare la lucida follia di Erdogan? Ocalan chiede al PKK di deporre, finalmente, le armi e lui, in tutta risposta, che fa? Fa arrestare il sindaco di Istanbul per corruzione e appoggio verso i ‘terroristi curdi’. Ogni capo di governo sta solo cercando di tenersi in piedi e tenere il potere in questo marasma, con qualunque mezzo. Ma Erdogan è veramente insuperabile: riesce a fornire droni a tutti e a proporsi come mediatore, stare in Occidente ed entrare nei Brics, stare nella Nato e colludere con i suoi nemici, far fare le elezioni ma eliminare i rivali, sostenere la Palestina ma far soldi con i sauditi. Fantastico.

La lucida follia di Draghi ci avvolge ancora nelle sue spire: persevera con le sue ricette, che stanno alla base del disastro in cui già siamo, ma è considerato un sapiente e va ascoltato con devozione. La saggezza nonviolenta direbbe altro (5 proposte per Russia e Ucraina), ma chi la ascolta? Nessuno.

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mercoledì 18 agosto 2021

Lotta nonviolenta al G8 di Genova 2001: come mai vi siete dimenticati di noi? - Giorgio Barazza

 

 

Interessanti le interviste realizzate da “BACK TO THE G8” con diversi protagonisti dell’esperienza di lotta nonviolenta al G8 di Genova 2001.

In particolare, quella con Carlo Schenone, che fino all’inizio delle giornate promosse dal Genova Social Forum è stato coordinatore dei gruppi di azione diretta nonviolenta che si stavano preparando per affrontare l’evento.

Dall’intervista emerge che già dal gennaio 2001 era iniziata la preparazione (training) attraverso simulazioni di quello che sarebbe potuto succedere (e che poi è successo). L’obiettivo era di fare ‘vivere’ attraverso queste simulazioni le situazioni che si sarebbero potuto incontrare.

Due erano le principali tematiche che sono state oggetto della formazione-preparazione:

  • gestire situazioni di tensione e scontri;
  • utilizzare processi decisionali (partecipati, consensuali).

Durante i giorni di mobilitazione promossi dal Genova Social Forum c’è stato un grosso successo, (oscurato dai media), il BLOCCO REALE del varco di piazza Portello, dove

  • non ci sono stati scontri con le forze dell’ordine;
  • i manifestanti hanno fatto da schermo, intermediazione, tra la polizia e i black block quando questi hanno tentato di attaccare.

Se dovessi riflettere su cosa ho appreso da questa esperienza Carlo Schenone si sofferma sul fatto che una lotta nonviolenta va preparata correttamente va investito tempo e risorse e organizzata in modo coerente (mezzi e fini non sono separabili) Le pratiche di nonviolenza possono arrivare anche alla coercizione. Le persone che vi partecipano debbono fare delle scelte circa le cose che si: possono fare (es. violare una legge quando è ingiusta);è disposti a fare (accettare i rischi, come ad esempio farsi arrestare).

Di seguito una descrizione degli accadimenti in piazza Portello e in piazza Marsala, come raccontata in Genova nome per nome. Le violenze, i responsabili, le ragioni: inchiesta sui giorni e i fatti del G8 (pag 200-205), di Carlo Gubitosa, edizioni Altraeconomia, pubblicato nel 2011.

Azione nonviolenta in piazza Portello

I gruppi di azione diretta nonviolenta si radunano attorno alle 11 del mattino davanti a un varco utilizzato dai residenti come punto di passaggio per entrare e uscire dalla zona rossa. Il luogo dell’azione è piazza del Portello, una piazza che non rientra nell’elenco dei luoghi autorizzati dalla Questura per lo svolgimento di manifestazioni stanziali.

Dopo aver effettuato i loro “training” di allenamento nei giorni precedenti, un gruppo di circa 200 persone è pronto per un sit-in basato su regole chiare e precise, che mi vengono descritte la sera prima dell’azione: il blocco vale per tutti (tranne che per i mezzi di soccorso), due portavoce hanno il compito di spiegare l’azione e le sue modalità di svolgimento alle forze dell’ordine presenti in piazza, se la polizia vuole trascinare via qualcuno non bisogna trattenere i compagni, né reagire o fare resistenza, se arrivano gruppi con intenzioni aggressive bisogna affrontarli a mani alzate per far capire che «che non siamo il loro scudo e non vogliamo essere strumentalizzati» [1].

Marco Forlani, un membro dell’associazione milanese “Pace e dintorni”, ha diffuso in rete un dettagliato resoconto del sit-in nonviolento di piazza Portello, dove si descrive «un’esperienza ‘fantasma’ che nessuna testata giornalistica si è degnata di citare: non un articolo (nemmeno un trafiletto), non una foto, non un’immagine in TV. Lo sappiamo bene: fanno notizia gli scontri, la violenza, il sangue, ma la nonviolenza no, non è roba da audience».

Il testo prosegue con una cronaca dettagliata degli eventi:

in prossimità di piazza Portello i due portavoce incaricati intavolano un dialogo con le forze dell’ordine, comunicando l’intenzione pacifica e determinata di bloccare il varco [2], senza alcuna azione di impedimento attivo, solo con l’interposizione dei loro corpi. All’arrivo del gruppo il varco è ancora utilizzato: passano macchine, motorini, passanti. Dopo una breve riunione del “consiglio degli speaker” i manifestanti si dispongono in un sit-in ordinato. La polizia sembra capire, c’è un clima disteso, vengono intonati canti con le mani alzate dipinte di bianco, mentre arrivano notizie di scontri più a monte; elicotteri che passano veloci, cellulari che squillano. Proseguono intanto le riunioni del “consiglio degli speaker”: 15-20 persone che rappresentano i vari gruppi di affinità presenti.

La prima decisione è quella di coprire anche la parte del varco che dà su un vicolo laterale dal quale arrivano alcuni passanti: lentamente viene effettuato lo spostamento. Il blocco ora è veramente totale. […] Due “addetti stampa” gestiscono i rapporti con i giornalisti presenti per spiegare le motivazioni e le modalità del blocco, mentre un’altra persona ha il compito di intervenire nel caso in cui gruppi estranei arrivino nella piazza.

Intanto arrivano i primi civili che hanno bisogno di oltrepassare il varco, poiché abitano o lavorano di là. La polizia è attenta, pronta a cogliere un gesto di trattenimento fisico. Un ragazzo con borsone scavalca allegramente i corpi, senza rabbia, e quando un manifestante gli trattiene furbescamente il manico della borsa, lo speaker lo richiama, lui smette, il ragazzo raggiunge il varco, grande applauso, allegria. Parecchi passanti tenteranno di entrare in zona rossa, ma diversi di loro dopo qualche tentativo rinunceranno, convinti dai manifestanti che instaurano con loro una dinamica scherzosa (es. slogan ritmati: “con noi, con noi, con noi”; gli offrono da bere, ecc.). Qualcuno addirittura si siederà con gli altri del sit-in. Qualcuno si arrabbierà e se ne andrà.

Nel pomeriggio iniziano i cambi della guardia del presidio di polizia. Il colonnello fa presente la necessità che il blocco si apra per far passare i militari. Il consiglio degli speaker si riunisce; la risposta è: il blocco, sempre nonviolento, è totale, riguarda anche i poliziotti. Un agente particolarmente arrabbiato s’infila i guanti, tira giù la visiera, impugna il manganello, gli altri lo fermano. La prima squadra di poliziotti sfila via, attenta a non calpestare i manifestanti, quelli che subentrano sono invece più duri e arrabbiati. Solo alcuni di loro evitano di fare del male ai manifestanti.

Due addirittura battono i piedi a passo di marcia mentre passano tra le persone sedute per terra. Intanto la tensione cresce, da sopra via Caffaro arrivano le notizie delle staffette: un gruppo di 200 black bloc si sta avvicinando, infilano la via in discesa. I poliziotti si preparano alla battaglia: si chiudono i guanti, tirano giù la visiera, impugnano i manganelli e chiedono di aprire un varco per farli passare. Uno furbescamente dice che i black bloc hanno le molotov e che senz’altro stanno per apprestarsi a tirarle contro le persone del sit-in.

Per un attimo regna l’incertezza: una parte del sit-in crea un varco convinta che i poliziotti siano là per difenderci, mentre l’altra parte – la maggioranza – urla agli altri di chiudere il varco: bisogna fare interposizione tra black bloc e Polizia. […] La polizia approfitta del momento di confusione e passa. Il presidio laterale di polizia lancia alcuni lacrimogeni, dà il via a una carica correndo in salita per via Caffaro e li disperde. […]

Verso le 17 arrivano le notizie delle violenze incredibili, delle cariche continue, della morte di Carlo Giuliani. Il Genova Social Forum (GSF) chiede di sospendere le diverse azioni e di convergere in piazzale Kennedy per un’assemblea. Si riunisce il consiglio degli speaker che decide di anticipare alle 18 la chiusura del blocco (si era previsto di continuare fino alle 20). La proposta è quella di concludere con un’azione simbolica: appendiamo alla rete gli striscioni, le mutande, le magliette colorate, tra canzoni e slogan. Alla fine il blocco si scioglie ordinatamente.

Nel comunicato stampa diramato dalla “Comunità Papa Giovanni XXIII” alla fine del vertice, i volontari di questa associazione cattolica presenti alle manifestazioni di Genova invitano a «ricordare come segno di speranza l’immagine di Luca, un uomo in sedia a rotelle, che durante il sit-in nonviolento in piazza Portello riceve la bandana da un commosso poliziotto che ci ringrazia per la testimonianza». In piazza del Portello c’è anche Maria Serafina Corbascio, un vicequestore aggiunto della Polizia di Stato impiegata presso la Questura di Padova, che il 9 agosto redige una relazione di servizio in cui è documentata la sua esperienza. Maria Serafina racconta che il 20 luglio

[…] veniva impegnata, con ordinanza scritta di cui non ricorda il numero di protocollo, non possedendone attualmente copia, in un servizio di Ordine Pubblico presso piazza del Portello, con turno 6.00 – fine, ove erano stati istituiti due varchi di accesso alla zona rossa, già presidiata all’interno da personale del Reparto Mobile e dell’Arma dei Carabinieri e dove era previsto il transito della manifestazione del GSF. La forza impiegata era costituita, complessivamente, da n. 50 unità appartenenti ai Reparti Mobili di Napoli e Firenze. Intorno alle 10.00, giungevano in piazza del Portello circa un centinaio di Manifestanti con intenzioni asseritamente pacifiche, i quali organizzava- no un sit-in davanti al varco delimitante la zona rossa.

Dalla circostanza, tuttavia, non scaturiva alcuna problematica di Ordine Pubblico. Intorno alle 16.30, mentre era ancora in corso la suddetta manifestazione, la scrivente, avendo udito, via radio, notizie allarmanti circa gli scontri avvenuti tra le forze dell’ordine e i cd. Brackloch in altre zone della città, anche vicine a piazza del Portello, contattava la Centrale Operativa, al fine di richiedere l’avvicinamento alla zona interessata dal servizio di una pattuglia della Digos, allo scopo di reperire informazioni circa un eventuale rischio di transito in quel luogo di gruppetti sparsi di anarchici. La richiesta, tuttavia, non veniva soddisfatta, verosimilmente per il sovraccarico di impegni sostenuti, in quel particolare frangente, dal personale Digos.

Nel frattempo, tra l’altro, la scrivente era stata contattata dal portavoce del gruppo dei manifestanti pacifici, presenti in quella piazza, il quale aveva espresso motivi di preoccupazione circa alcune notizie, già diffuse dagli organi di stampa, sulla presenza di manifestanti violenti che, per le vie di Genova, avevano già saccheggiato esercizi commerciali e incendiato diverse autovetture. La stessa provvedeva, pertanto, a tranquillizzare l’interlocutore, sottolineando che la presenza delle forze dell’ordine in quel luogo era stata prevista non solo per ragioni di sicurezza inerenti il presidio della zona rossa, bensì anche allo scopo di salvaguardare l’incolumità dei manifestanti contro eventuali atti violenti operati da frange estremiste, presenti all’interno dell’organizzazione del GSF.

Intorno alle 17,00, un gruppo di circa 50 individui travisati e armati di spranghe di ferro e bastoni, iniziava la marcia verso piazza del Portello, partendo da una traversa della stessa, che, essendo in di- scesa, consentiva alla banda di facinorosi il lancio all’indirizzo della Polizia di cassonetti con, all’interno, materiale incendiato. Pertanto, allo scopo di respingere l’attacco violento dei manifestanti, palesemente intenzionati a procedere senza mezzi termini verso il varco della zona rossa, si rendeva necessario effettuare un lancio di gas lacrimogeni, anche allo scopo di proteggere l’incolumità dei manifestanti pacifici (tra cui figuravano anche persone anziane e bambini), ancora presenti sul posto.

La scrivente ritiene opportuno sottolineare che non vi è stato alcun contatto fisico tra forze dell’ordine e facinorosi, i quali si sono dispersi nel giro di pochi minuti, dopo aver intentato una breve sassaiola contro lo schieramento del Reparto Mobile. Tuttavia, nel corso dell’operazione, veniva bloccato e accompagnato in Questura un individuo travisato, di nazionalità straniera, intento a lanciare contro la Polizia un cassonetto incendiato. Cessata la situazione di allarme la manifestazione pacifica riprendeva in tutta tranquillità terminando intorno alle 20,00. Il tutto si riferisce per dovere d’ufficio.

Piazza Marsala

Durante gli scontri tra violenti e poliziotti, in piazza Marsala si verifica un interessante episodio di collaborazione tra un gruppo di manifestanti pacifici e una squadra di poliziotti, una pagina di civiltà dimenticata già a pochi giorni di distanza dal vertice di Genova. Il Questore Colucci dichiara al Comitato parlamentare d’indagine che

quando, in circostanze diverse, si è trattato di intervenire su gruppi violenti frammisti ad altri gruppi, ci siamo sempre trovati di fronte ad una totale non collaborazione. […] Non mi risulta che il Genoa Social Forum abbia mai collaborato con le forze dell’ordine per isolare i gruppi che entravano e uscivano dai cortei per le loro azioni di guerriglia, né mi risulta che i partecipanti non violenti abbiano mai denunciato qualcuno dei componenti dei gruppi organizzati di guerriglia.

Una nota di agenzia dell’Ansa e un articolo pubblicato dal regista Davide Ferrario, dal titolo Quando i celerini si sono arresi smentiscono il questore, poiché almeno in una circostanza i cittadini pacifici e i poliziotti animati di buona volontà sono riusciti ad abbandonare i loro ruoli di assedianti e guardiani per fare fronte comune all’emergenza in corso. In quell’episodio non c’è stata una “resa” o una sconfitta dei “celerini”, ma un utilizzo intelligente del dialogo e della collaborazione tra cittadini e polizia in una delicata situazione di ordine pubblico.

Questo esperimento “istintivo” e improvvisato sul campo andrebbe studiato e assimilato dalle istituzioni, per completare la professionalità delle forze dell’ordine con quelle conoscenze di psicologia e di dinamiche relazionali che a volte si possono rivelare più efficaci di un lancio di lacrimogeni per disperdere un gruppo di violenti senza coinvolgere i manifestanti pacifici. Ecco il testo diramato dall’Ansa:

«Devo ringraziare quei quindici che si sono messi in ginocchio e ci hanno salvato». A parlare è un poliziotto. Esprime gratitudine nei confronti di un gruppo di pacifisti che, all’arrivo del corteo degli anarchici, si sono inginocchiati in fondo a via Palestro, davanti allo schieramento dei poliziotti, invitando il gruppo a fermarsi. Si era appena conclusa la manifestazione pacifica e colorata degli ambientalisti e della Rete Lilliput partita da piazza Manin.

Il corteo si era sciolto, dopo le azioni simboliche davanti alla grata di protezione alla zona rossa di via Assarotti, e una parte dei manifestanti si era riversata su piazza Marsala per un sit-in. «Toglietevi il casco» ripetevano i giovani all’ indirizzo dei poliziotti in assetto antisommossa. Gianluca, 21 anni, ha raccolto l’invito e subito dopo tutti gli altri lo hanno seguito. A quel punto una ragazza entusiasta si è alzata ed è andata ad abbracciare il poliziotto. «Noi ci siamo tolti il casco – dice un altro poliziotto – e loro ci hanno dimostrato solidarietà». Gli anarchici di fronte a loro hanno desistito.

Il regista Davide Ferrario descrive la situazione ancora più dettagliatamente:

venerdì 20 luglio ore 15,30 circa, Genova, Piazza Marsala. Il corteo dei pacifisti sta assediando la zona rossa. C’è stato qualche momento di tensione e una carica della polizia con lancio di lacrimogeni. Ma la folla non si è dispersa e i manifestanti cominciano a riaffacciarsi sulla piazza. I poliziotti si sono attestati un centinaio di metri indietro. Il megafono gracchia l’annuncio regolamentare (l’unico che mi ricordi di aver sentito in 48 ore di scontri): «sgombrate la piazza». C’è un momento di perplessità, poi qualcuno avanza a mani alzate. Con grande coraggio un paio dei leader pacifisti vanno verso i poliziotti e sfilano davanti a loro con le braccia ben sollevate. Gli altri, qualche centinaio, si siedono a terra. Una donna si sdraia davanti a una camionetta. Altri, molti altri seguono il loro esempio.

Parte un unico coro, non minaccioso: «via il casco, via il casco». I poliziotti sono visibilmente presi in contropiede. Sembrano quasi essere contenti di essere oggetto del lancio di una bottiglia piena d’acqua, ma il lanciatore viene subito neutralizzato dai suoi compagni. Si sente fisicamente la tensione smontare di fronte alla reazione pacifica della piazza.

Quando il primo poliziotto si toglie il casco, scrollando la testa rassegnato, è un’ovazione. Presto anche gli altri lo imitano. Segue una scena che avevo visto solo in qualche film sugli scioperi delle mondine, quando i soldati si rifiutano di sparare sui manifestanti. I poliziotti – che senza la mascheratura del casco sono tornati a essere uomini, spesso molto giovani – sono coperti di abbracci e di offerte di acqua e focaccia. «Perché ci picchiate? Siamo dalla vostra parte!» dicono i ragazzi. Il graduato comincia a lamentarsi del costo della vita. «Sapete quanto costa una confezione di latte in polvere?», protesta.

Chiudendo inconsapevolmente e paradossalmente il circolo vizioso sulla globalizzazione iniziato con il boicottaggio della Nestlè… Mezz’ora dopo arriveranno i black bloc e ricominceranno a parlare, indiscriminatamente, i manganelli.

Non molti, sotto il diluvio di immagini dure provenienti da Genova, hanno prestato attenzione a questo episodio. Che è in realtà uno dei pochi in cui la piazza intorno alla zona rossa è stata davvero “conquistata”. Lo ricordo qui, come testimone diretto, per raccogliere l’invito a cominciare a pensare al “dopo Genova” dal punto di vista delle tattiche di disobbedienza. Non sono, ideologicamente, un pacifista a priori. Ma mi resta molto forte la convinzione che se quella di Piazza Marsala fosse stata la tattica unanimamente adottata, la vittoria del movimento anti-G8 sarebbe stata totale.

Non perché? i mezzi sono più “buoni”, ma perché – davanti a uno schieramento poliziesco e mediatico come quello in opera a Genova – sono più efficaci. Ancora alla vigilia del G8 avevo difeso in un acceso dibattito la scelta delle Tute Bianche di tentare di sfondare la zona rossa. Credevo molto che quell’odioso simbolo dovesse essere violato (le donne che mi contestavano leggevano in questo una chiara metafora maschilista).

Ma visto il modo in cui la polizia, durante la notte, aveva spostato il campo di battaglia, penso che sia stata una scelta perdente quella di accettare lo scontro in mezzo alla città. Perché? lì non c’era nessun simbolo da conquistare, ma solo una serie di cariche e contro-cariche che hanno offerto alle forze dell’ordine (e anche a molti manifestanti) la possibilità di offrire il peggio di sé.

So benissimo che il corteo è stato attaccato quando ancora non era volata una pietra: ma da lì in poi lo scontro è stato accettato fino in fondo. Certo, anch’io sono rimasto impressionato dal coraggio e dalla spontanea voglia di combattere di molti: ma mi chiedo che diversi effetti avrebbe sortito se fossero stati impiegati in altro modo. Affrontare i celerini a mani nude implica un coraggio molto maggiore che non con la protezione di mezzi rudimentali (ed è inutile negare che nella bagarre è stato utilizzato tutto ciò che si trovava a portata di mano, automobili e cassonetti compresi).

 

Note

[1] La frase riportata tra virgolette è contenuta in un testo che è stato fatto circolare all’interno dei “gruppi di affinità per l’azione diretta nonviolenta” poche ore prima dell’azione in piazza Portello.

[2] Le due persone che entrano in contatto con le forze dell’ordine sono Norma Bertullacelli, del Centro Ligure di Documentazione per la Pace, e Sergio Tedeschi, un esponente della “Rete Contro G8” che si avvicina alle forze dell’ordine schierate davanti al varco, e con la dolcezza dei suoi capelli bianchi sorride ai poliziotti dicendo semplicemente «se vi spostate leggermente stiamo tutti più comodi». E come per miracolo, i poliziotti si fanno da parte e i gruppi di affinità nonviolenti possono sedersi davanti al varco. Il tutto è documentato nel film Se vi spostate leggermente stiamo tutti più comodi, di Cristiano Palozzi e Antonella Sica

[3] Tra tutti con sottotitoli in italiano sono disponibili: il colonialismo inglese (1930, India), segregazione razziale (Nashville, 1960, Alabama, USA), apartheid (1985, Sudafrica), dittatura militare (1983, Cile), occupazione militare tedesca (1940, Danimarca), governi autoritari (Solidarnosc, 1980, Polonia)

da qui

 

mercoledì 13 gennaio 2021

La peste israeliana senza vaccino - Patrizia Cecconi

E’ una vera peste lo stillicidio di vite e di diritti umani che va avanti da tre quarti di secolo e non trova chi, potendo, voglia fermarla. Il vaccino ci sarebbe ma non viene usato.

I pochissimi operatori della comunicazione che ancora danno notizie dalla Palestina informano di giorno in  giorno di un bambino arrestato, di un ragazzo ferito, di un anziano malmenato, di una casa distrutta, o due o tre o tante ma non fa differenza; di persone, soprattutto giovani, arrestate senza accuse reali, esattamente come durante il fascismo si arrestava chi fosse semplicemente fastidioso al regime; o di palestinesi assassinati, di terre illegalmente confiscate, di violenze da parte di coloni ebrei cui Israele ha conferito la cittadinanza definendoli israeliani, anche se non vivono in Israele e, periodicamente, di bombardamenti sulla Striscia di Gaza; di pescatori fucilati e barche confiscate dalle motovedette israeliane che assediano i palestinesi dal mare.

Ma lo sappiamo solo da pochissimi organi d’informazione libera, mentre niente di tutto questo fa notizia sui media mainstream. E’ routine.

Venir a sapere che un sedicenne che si opponeva alla confisca del suo preziosissimo gruppo elettrogeno è in fin di vita grazie al grilletto facile di una soldata dello Stato ebraico, è possibile solo perché ce lo dice un’agenzia di stampa sul vicino oriente che non soggiace al diktat del silenzio.

La notizia si diffonde grazie a un quotidiano libero ma di “nicchia” e ai tanto vituperati social web che la rilanciano. E’ l’aspetto positivo, in mezzo ai tanti negativi, dei social: riescono a incrinare il muro del silenzio o dell’informazione addomesticata rappresentato dai principali  organi d’informazione di massa.

Con lo stesso mezzo si è diffusa la notizia di uno dei tanti arresti arbitrari di un giovane abitante di At Twani, villaggio a sud di Hebron. Uso il nome ebreo perché è il più conosciuto, ma in realtà Hebron, città palestinese a sud della Cisgiordania si chiama Al Khalil. Il nome, in entrambe le lingue ha lo stesso significato e si riferisce ad Abramo, “l’amato, il caro” a Dio.

Voglio soffermarmi su questa notizia, pur sapendo che le altre non sono meno gravi, non solo perché conosco il ragazzo arrestato e la sua famiglia, ma perché conosco abbastanza la situazione del villaggio di At Twani e dell’area in cui si trova.

Quel che accade in quelle colline è stato più volte raccontato da vari attivisti, ma chi non c’è stato di persona, magari fermandocisi anche solo per un paio di giorni, difficilmente può immaginare quel che succede quotidianamente in quell’area. E quel che succede è una delle più eclatanti dimostrazioni dell’illegalità israeliana rappresentata dai più “fascisti” (mi si passi il termine nel suo senso lato) tra i coloni fuorilegge che Israele usa per facilitare l’annessione di vaste aree della Cisgiordania.

Sami Hureini, il ragazzo arrestato, è il figlio di Hafez Hureini, il rappresentante della resistenza nonviolenta di At Twani. Lì opera anche, da molti anni, una missione di “Operazione Colomba”, ragazzi e ragazze internazionali straordinariamente preparati a tutto, sia dal punto di vista psicologico che dal punto di vista culturale, pratico ed operativo. Gli operatori internazionali di Operazione Colomba hanno sostanzialmente il compito di frapporsi alle violenze dei coloni cercando di ridurle monitorando la situazione, denunciando i reati, facendo relazioni che poi vengono pubblicate e praticando l’interposizione fisica.

Raccontare che i bambini dei piccoli villaggi della zona, per arrivare a scuola indenni, devono essere scortati per proteggersi dalle sassate, dalle frustane e dai calci e pugni dei coloni sembra impossibile a chi conosce solo la vulgata filo-israeliana passata dalla TV e dai tanti giornalisti adoratori di Israele, o compiacenti o, nei casi migliori, tolleranti dei suoi tanti crimini.

Raccontare dei pastori che vengono bastonati e delle loro capre fatte fuggire o ammazzate, non da quattro bulli ma da qualche centinaio di teppisti protetti dalla kippà, sembra altrettanto incredibile a chi è all’oscuro di queste crudeltà finalizzate a rendere impossibile la vita ai palestinesi e costringerli ad abbandonare la loro terra.  Sto parlando di azioni quotidiane in cui la mortificazione, il furto, il danneggiamento, le percosse e le distruzioni costanti impediscono una vita normale.

E’ la pratica del democratico Stato di Israele.

Quindi, conoscere quel che avviene quotidianamente da quelle parti, e il tipo di risposta data dalla resistenza non violenta (nonostante la violenza quotidianamente subita) può aiutare a capire meglio cosa significa l’arresto di Sami Hureini e perché è necessario avere il coraggio di affermare che Israele è uno Stato canaglia che va condotto, per la sua stessa sicurezza, nell’alveo della legalità internazionale.

Cominciano a capirlo anche un numero crescente, sebbene ancora insufficientemente, di giovani ragazze e ragazzi israeliani che rifiutano il servizio militare. La loro non è un’obiezione silente ma un rifiuto con dichiarazione esplicita di non  voler servire l’occupazione e quindi di non farsi  oppressori  diretti del popolo palestinese.  E’ un ottimo segno, ma intanto l’esercito che si riconosce nella politica israeliana prosegue nelle sue azioni, tra cui l’arresto notturno – perché c’è anche una “coreografia” degli arresti e la notte significa  maggior terrore  per tutta la famiglia – di Sami Hureini, il ventitreenne studente-pastore, reo di aver organizzato una protesta nonviolenta in risposta al ferimento di Harun, il sedicenne che cercava di impedire la confisca del gruppo elettrogeno della sua famiglia e che ora è in fin di vita perché la soldata israeliana gli ha sparato al collo.

Un gruppo elettrogeno, per una famiglia che non potendo avere né una tenda né una casa perché Israele lo impedisce, e che quindi vive in una caverna sotterranea, significa avere l’elettricità per non morire di freddo ma questo, ovviamente, chi non conosce la situazione non può saperlo.

I soldati lo avevano avvertito che quella manifestazione l’avrebbe pagata, ma Sami ha in casa la foto gigante di sua nonna che si difende da un militare armato fino ai denti  agitando minacciosamente una scarpa; ha nel suo villaggio natale esempi di “sumud” – termine difficilmente traducibile che significa insieme resistenza, risolutezza, attaccamento incrollabile a un’idea; inoltre è cofondatore dell’associazione Youth of Sumud e, infine, è il figlio di Hafez, il leader riconosciuto del comitato di resistenza popolare dell’area a sud di Hebron e quindi la minaccia dell’arresto non l’avrebbe certo fatto desistere, tanto più che non sarebbe stata la prima esperienza visto che già tre anni fa ha conosciuto il carcere israeliano.

Due notti fa un buon numero di mezzi militari ha invaso At Twani e Sami è stato arrestato. Colpevole di cosa? Di opporsi con pratiche nonviolente alla violenza dell’occupazione.

Non è un reato, è vero, ma non lo è dove vige lo stato di diritto e non sotto il tallone dell’occupazione militare di uno Stato canaglia che viene tuttavia definito democratico.

Sì, la vita nei territori palestinesi occupati non è facile, ma in alcune aree è particolarmente difficile ed è qui che si registra quella forma di particolare tenacia resiliente al punto che il gruppo di Youth of Sumud, insieme ad altre organizzazioni, compreso il Center for Jewish nonviolence, è riuscito a riappropriarsi di Sarura, uno dei villaggi evacuati arbitrariamente dall’occupante ed a ricreare uno spazio, definito Campo della Libertà, costruendo abitazioni scavate nella roccia.

Un villaggio sotterraneo dove vige il principio della nonviolenza e dove cresce il sogno di un futuro basato sulla libertà e la giustizia come elementi fondanti di una giusta pace.

Ma Israele è un po’ disturbato da questa creatività resistente e i coloni che circondano la zona, sapendo di fare cosa gradita al loro Paese di riferimento, organizzano spesso spedizioni violente con l’illusione di vincere con la forza la “sumud” palestinese.

Finora non ce l’hanno fatta e i palestinesi sono certi che non ce la faranno mai.

Sami avrà il processo tra pochi giorni, così è stato detto da Israele e, comunque vada, sarà un processo farsa perché figlio di un arresto arbitrario.

Forse non ci sarà un solo organo di informazione mainstream a darne notizia, ma il bello del web sta proprio qua: le testate on line in prima battuta e i social come rilancio, trasmetteranno ciò che altrimenti finirebbe inghiottito dal buio o rientrerebbe nella fasulla narrazione filo-israeliana, fornendo un altro alibi alle istituzioni nazionali e internazionali per non prendere sanzioni contro i crimini israeliani. Cioè di non usare quel vaccino che potrebbe sconfiggere la peste.

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