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lunedì 28 gennaio 2019

si discute negli Usa, finalmente, su Palestina e Israele


Per chi critica Michelle Alexander, i palestinesi non meritano diritti civili - Amjad Iraqi

Lo scandalo da parte di personaggi dell’establishment ebraico in merito all’editoriale di Alexander sul New York Times a sostegno dei diritti dei palestinesi ricorda le reazioni degli americani bianchi al movimento per i diritti civili decenni fa.

Il forte editoriale di Michelle Alexander sul “New York Times” di sabato (“E’ tempo di rompere il silenzio sulla Palestina”) prima del giorno della commemorazione di Martin Luther King Jr., è stato presumibilmente una pietra miliare per il movimento per la Palestina negli USA.
Primo, per chi l’ha scritto: Alexander, l’autrice del fondamentale libro “The New Jim Crow” [in riferimento alle leggi segregazioniste nel Sud degli Stati Uniti, ndtr.] è un’illustre avvocatessa e un’intellettuale stimata per il suo attivismo e la sua erudizione sul razzismo negli USA, che non può facilmente essere liquidata come “marginale”.
Secondo, per dove è stato scritto: in un importantissimo giornale, che ospita più frequentemente editoriali di sostenitori di Israele come Bari Weiss, Matti Friedman, Bret Stephens, Shmuel Rosner, persino ministri come Naftali Bennett [attuale ministro dell’Educazione di Israele e dirigente del partito di estrema destra dei coloni, ndtr.].
Terzo, per quando è stato scritto: Alexander è l’ultima importante afro-americana negli ultimi mesi ad aver espresso a voce – e ad essere presa di mira per questo – la sua solidarietà con il popolo palestinese, dopo che altri, come Tamika Mallory [attivista della Marcia delle Donne, ndtr.], Marc Lamont Hill [accademico, scrittore, attivista e personaggio televisivo, ndtr] e Angela Davis [storica dirigente del movimento per i diritti degli afro-americani e accademica, ndtr], hanno affrontato pubblicamente insulti e sconfessioni.
E quarto, perché è stato scritto: per sfidare il diffuso timore delle conseguenze, da parte di molti americani progressisti, di criticare pubblicamente Israele e parlare a favore dei diritti dei palestinesi.
Lo scandalo per l’editoriale di Alexander è arrivato rapidamente da gruppi e personalità dell’establishment ebraico. Alcuni di essi vale la pena leggerli per intero, se non altro per testimoniare l’isteria e la chutzpah [termine hiddish per arroganza, ndtr], di dire a una donna nera come commemorare uno dei più importanti leader afro-americani della storia, o come interpretare la sua consapevolezza dell’ingiustizia:
·         L’Anti-Defamation League [Lega contro la Diffamazione, uno dei principali gruppi della lobby filoisraeliana negli USA, ndtr.] (ADL): “Abbiamo un grande rispetto per Michelle Alexander e per il suo lavoro innovativo sui diritti civili, ma il suo articolo sul complesso conflitto israelo-palestinese è pericolosamente errato, ignora avvenimenti fondamentali, la storia e le responsabilità condivise di entrambe le parti per la sua soluzione.”
·         L’American Jewish Congress [Congresso Ebraico Americano, altro potente gruppo filo-israeliano, ndtr.] (AJC): “La memoria di Martin Luther King non è una clava morale da brandire contro ogni causa o Paese che uno disapprova. L’editoriale di Michelle Alexander è una vergognosa usurpazione. Tutti noi abbiamo da fare un lungo cammino per raggiungere la cima della collina [riferimento al famoso discorso di Martin Luther King “Ho un sogno”, ndtr.]. Non c’è bisogno di prendersela con il democratico Israele.”
·         David Harris, presidente dell’AJC: “L’articolo di Michelle Alexander: in sintesi chiede la fine di Israele/ cita con approvazione gli estremisti/ invoca l’appoggio di Martin Luther King senza basi concrete/ ignora: la ricerca della pace da parte di Israele dal ’48; la natura di Hamas; il terrorismo; i rifugiati ebrei dai Paesi arabi.”
·         David Friedman, ambasciatore USA in Israele. “Michelle Alexander ha torto sul NYT di oggi. Se Martin Luther King oggi fosse vivo penso che sarebbe molto orgoglioso del suo solido appoggio allo Stato di Israele. Un arabo in Medio Oriente che sia gay, donna, cristiano o desideri istruzione e miglioramento personale non potrebbe fare niente di meglio che vivere sotto (la bandiera israeliana).”
·         Michael Oren, deputato alla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] di Kulanu [partito di centro israeliano, ndtr.] ed ex-ambasciatore israeliano negli USA: “L’ambasciatore Friedman ha ragione, ma Israele deve intraprendere passi seri per difendersi. Mettendo sullo stesso piano l’appoggio nei confronti di Israele con quello alla guerra del Vietnam e l’opposizione a Martin Luther King Alexander ci delegittimizza pericolosamente. È una minaccia strategica e Israele deve trattarla come tale.”
Prevedibilmente queste personalità dell’establishment stanno cercando di potenziare i parametri del discorso “accettabile” sul conflitto. Per quanto li riguarda, non esiste alcuna posizione eticamente legittima a sostegno dei diritti dei palestinesi. L’unica cosa che i palestinesi producono sono razzi e razzismo, chiunque sia associato alla loro causa è in errore o è antisemita.
È particolarmente ironico che quelli che accusano Alexander di manipolare l’eredità di King sono anche noti per sostenere, tra le altre cose, che utilizzare tattiche non violente come il boicottaggio contro Israele è razzista, discriminatorio, provocatore, e/o dannoso. King, e il movimento dei diritti civili nel suo complesso, vennero accusati delle stesse cose durante le loro campagne di disobbedienza civile negli anni ’50 e ’60.
Come ha raccontato Jeanne Theoharis sul “Time” [importante periodico USA, ndtr.] di questo mese, il governo USA, l’FBI e le forze di polizia locali utilizzarono una pesante sorveglianza, la forza brutale e denunce penali per sabotare King e altri dirigenti neri, vedendo le loro attività come “pericolose”, “demagogiche” e “sovversive”. Dati di sondaggi e risposte ai media dell’epoca mostrano ulteriormente che, lungi dall’essere rispettato, il movimento dei Diritti Civili era di fatto “profondamente impopolare” tra la maggioranza dei bianchi americani sia nel Sud che nel Nord:
“La maggioranza degli americani pensava che esso (il movimento) stesse andando troppo lontano e gli attivisti del movimento stessero diventando troppo estremisti. Alcuni pensavano che i loro obiettivi fossero sbagliati; altri che gli attivisti stessero prendendo la strada sbagliata – e la maggioranza dei bianchi americani era soddisfatta dello status quo così com’era. E quindi, criticavano, controllavano, demonizzavano e a volte criminalizzavano quelli che sfidavano il modo in cui stavano le cose, rendendo il dissenso molto oneroso.”
Ciò descrive precisamente le condizioni del movimento per la Palestina di oggi. Non solo nel discorso pubblico americano le richieste di diritti per i palestinesi sono spesso viste come estremiste (soprattutto il diritto al ritorno), ma l’opposizione alle politiche israeliane deve affrontare una struttura politica e legale aggressiva finalizzata a reprimerla. Questo include le nuove leggi federali e statali che hanno lo scopo di criminalizzare il movimento BDS e di confondere le critiche ad Israele con l’antisemitismo.
Inoltre il fatto di descrivere frequentemente Israele come una vittima dell’oppressione palestinese, o che entrambe le parti condividano alla pari le responsabilità è un inganno che nasconde l’evidente asimmetria del conflitto. Spiegando perché era disonesto dire ai neri americani di fare di più per superare la diseguaglianza a loro danno, una volta King disse a un giornalista: “È una beffa crudele dire a un uomo senza scarpe che deve risollevarsi da solo con le sue forze.” È in mala fede proprio come dire che i palestinesi hanno da rimboccarsi le maniche mentre sono sottoposti all’esilio, all’occupazione, al blocco, alla discriminazione e alla repressione del dissenso.
Come ha notato Alexander, all’epoca King era un sostenitore esplicito di Israele e del sionismo. Tuttavia divenne sempre più difficile per lui conciliare quella posizione con i valori universali che propugnava. Oggi è persino ancora più chiaro che il fatto di credere nella giustizia, nell’uguaglianza e nel risarcimento per i popoli oppressi – richieste che sono al cuore della causa palestinese – sia all’antitesi dell’obiettivo di Israele di conservare la superiorità ebraica e della sua visione della non violenza palestinese come equivalente alla violenza.
È questa consapevolezza che ha portato oggi molti attivisti afro-americani – che hanno seguito, si sono basati sulla e trasformato l’eredità di King – a includere i diritti dei palestinesi nella loro lotta per la giustizia globale. Come ha scritto Alexander, le pratiche israeliane sono diventate inevitabilmente “un richiamo all’apartheid in Sud Africa e alla segregazione “Jim Crow” negli Stati Uniti,” e come tali richiedono che i progressisti siano coerenti con i valori che affermano di sostenere. Il fatto che una persona come Alexander abbia aggiunto la sua voce a questo crescente movimento potrebbe ulteriormente allargare la porta perché altri facciano lo stesso.
Benché sia impossibile sapere quello che King avrebbe creduto oggi, si può immaginare che sarebbe rimasto sconcertato da quanto siano simili le reazioni alla causa palestinese a quelle degli americani bianchi alla sua causa. Nonostante quanto sostengono i critici di Alexander, il vero tradimento dell’eredità di King è pensare che i palestinesi debbano rimanere sottomessi alle pretese suprematiste di Israele, come se non meritassero gli stessi diritti per i quali King lottò affinché li ottenesse il suo stesso popolo.
(traduzione di Amedeo Rossi)




Israele ha appena “perso Cronkite” – la lotta per i diritti dei palestinesi al “New York Times” - Robert Herbst


Nel lontano gennaio 1968, dopo una serie di attacchi dei nordvietnamiti e dei vietcong noti come “l’offensiva del Tet”, Walter Cronkite, presentatore nel notiziario CBS della sera e il giornalista più autorevole d’America, ritornò da un viaggio in Vietnam per riportare quello che vi stava succedendo. Alla fine del suo reportage del 27 febbraio, Cronkite, che raramente osava esprimere la propria opinione in diretta, espresse il suo verdetto:
“Ora pare più sicuro che mai che la sanguinosa esperienza del Vietnam sta per finire in una situazione di stallo… È sempre più chiaro a questo reporter che l’unico modo razionale per uscirne sarà negoziare, non come vincitori, ma come gente onesta che ha mantenuto fede all’impegno di difendere la democrazia ed ha fatto il meglio che ha potuto.”
Si dice (con qualche polemica) che, dopo aver sentito questa dichiarazione, il presidente Lyndon B. Johnson abbia detto a un suo collaboratore: “Se abbiamo perso Cronkite, abbiamo perso il ceto medio americano.” Ma non c’è discussione sul fatto che il giudizio di Cronkite secondo cui la guerra del Vietnam era in una situazione di stallo impossibile da vincere sia stato un momento di svolta: ebbe un fortissimo impatto sulla discussione riguardo alla guerra e al corso della nostra politica. Diede un enorme impulso alla campagna contro la guerra di Gene McCarthy [candidato del partito democratico alle primarie per le presidenziali, ndtr.]; Bobby Kennedy scese in campo poche settimane dopo con un programma contro la guerra; il 31 marzo 1968, in un indimenticabile discorso alla Nazione, il presidente Johnson rinunciò a candidarsi di nuovo a presidente.
Oggi non c’è un “giornalista più autorevole d’America”. Il giornalismo è frammentato, in quanto ci siamo ritirati nei nostri rispettivi orticelli politici sia nelle notizie stampate che via cavo (e anche in internet). Ma se c’è qualcosa di simile all’arbitro più influente dell’opinione politica americana, questo è il “New York Times”. È letto quotidianamente dalla classe politica e liberal, progressisti e centristi dentro e fuori la “Beltway” [area di Washington in cui si concentrano gli uffici del potere, ndtr.]. Rimane il primo come diffusione complessiva tra quanti fanno opinione negli USA. Secondo l’ex-reporter del “Times” Neil Lewis, che nel 2012 ha scritto un articolo informativo per la Columbia Journalist Review [rivista per giornalisti della Columbia University, ndtr.] sul modo in cui il giornale ha informato su Israele, esso ha svolto anche la funzione di “giornale locale dell’ebraismo americano per più di un secolo.”
Ironicamente, dopo aver comprato il giornale ed essersi spostato dal Tennessee a New York, il fondatore Adolph Ochs era deciso a che il Times non apparisse mai come un “giornale ebraico” o un particolare sostenitore della causa ebraica. Durante la Seconda Guerra Mondiale la sottovalutazione dell’Olocausto da parte del giornale fu duramente criticata dalla comunità ebraica. Arthur Hays Sulzberger, genero di Och ed editore dal 1935 al 1961, non era sionista, convinto, insieme al suo nonno acquisito, il rabbino Isaac Mayer Wise, un fondatore dell’ebraismo riformato, che gli ebrei fossero seguaci di una religione, non un popolo o una nazione.
Neil Lewis descrive come la narrazione su Israele da parte del “Times” sia cambiata nel corso degli anni, sotto l’influenza della propaganda israeliana, o hasbara, uno sforzo con cui i palestinesi non potevano competere. “Teddy Kollek, sindaco di Gerusalemme dal 1965 al 1993, conosceva per nome ogni direttore del “Times”.” E i direttori del “Times” che visitavano Israele erano in genere “trattati come ospiti reali.” Lewis descrive anche come i direttori del “Times” reagirono negativamente a vari esempi di informazione critica su Israele negli anni ’80 e fino alla fine degli anni ’90 da parte dei corrispondenti del giornale da Gerusalemme. L’ex-direttore esecutivo Max Frankel ha ammesso la parzialità quando era direttore degli editorialisti. Nelle sue memorie (come vengono citate nel libro “The Israel Lobby”) [La Israel Lobby e la politica estera israeliana, Mondadori, 2007, ndtr.], egli ha scritto:
“Ero molto più fedele a Israele di quanto osassi affermare…Forte della mia conoscenza di Israele e delle mie amicizie là, io stesso ho scritto la maggior parte dei nostri articoli di commento sul Medio oriente. Come più lettori arabi che ebrei hanno riconosciuto, li ho scritti da una prospettiva filo-israeliana.”
Lamentele in merito alla copertura informativa di parte su eventi riguardanti Israele-Palestina sono state un elemento chiave su questo sito per anni. L’ex capo redattore dell’ufficio di Gerusalemme Jodi Rudoren frequentava Abe Foxman [influente membro della lobby filoisraeliana negli USA, ndtr.] e mostrò indifferenza culturale verso i palestinesi. Almeno quattro reporter del giornale hanno avuto figli nell’esercito israeliano. In quanto lettore del giornale negli ultimi 60 anni, so che la voce dei palestinesi che descrivono la propria lotta per i diritti umani e la dignità raramente è comparsa in queste pagine, mentre commenti filo-israeliani considerati attendibili sono arrivati per anni dagli editorialisti del “Zionist Times” David Brooks e Tom Friedman, e più recentemente da Bret Stephens, Bari Weiss, Shmuel Rosner e Matti Friedman.
All’inizio dello scorso anno, il primo gennaio 2018, tuttavia, il trentottenne A.G. Sulzberger ha sostituito suo padre come direttore (dopo un periodo di un anno come vice direttore). Da quando ha assunto l’incarico pare che siano in corso cambiamenti nel giornale sul fronte israelo-palestinese. Lo scorso anno l’editorialista da poco assunta Michelle Goldberg ha definito le uccisioni lungo la barriera di Gaza come un “massacro” e ha difeso l’antisionismo come una posizione legittima per ebrei e non ebrei, distinguendola dall’antisemitismo.
E oggi l’editorialista neo-assunta Michelle Alexander ha chiesto di “rompere il silenzio” sulla Palestina:
“Dobbiamo condannare le azioni di Israele, le incessanti violazioni delle leggi internazionali, la continua occupazione della Cisgiordania, di Gerusalemme est e di Gaza, le demolizioni delle case e le confische delle terre. Dobbiamo alzare la voce contro il trattamento dei palestinesi ai checkpoint, le periodiche perquisizioni nelle loro case, le restrizioni alla loro libertà di movimento e l’accesso gravemente limitato a una casa decente, alla scuola, al cibo, agli ospedali e all’acqua che molti di loro devono subire.
Non dobbiamo tollerare il rifiuto di Israele persino a discutere del diritto dei rifugiati palestinesi a tornare alle proprie case, come previsto dalle risoluzioni delle Nazioni Unite e dobbiamo mettere in questione i fondi del governo che hanno sostenuto molteplici conflitti e migliaia di vittime civili a Gaza, così come i 38 miliardi di dollari che il governo USA ha assicurato all’ appoggio militare di Israele.
E infine dobbiamo parlare a voce alta, con tutto il coraggio e la convinzione che possiamo trovare, contro il sistema di discriminazione legale che esiste all’interno di Israele, un sistema composto di…più di 50 leggi che discriminano i palestinesi…ignorando i diritti della minoranza araba che rappresenta il 21% della popolazione.”
Questa avvocatessa per i diritti umani e autrice di “The New Jim Crow” [“Il nuovo Jim Crow”, in riferimento alle leggi discriminatorie nel Sud degli Stati Uniti, ndtr.] è molto rispettata da progressisti e centristi del partito democratico, ed anche nella comunità ebraica come in quelle di colore. Rompendo il suo silenzio su Israele/Palestina ha reso pubblico un rapporto accuratamente strutturato e con fonti attendibili che mette in primo piano il dramma dei palestinesi “che lottano per sopravvivere sotto l’occupazione israeliana.” La confessione dell’immoralità del suo precedente silenzio – a causa delle preoccupazioni che “calunnie” filo-israeliane avrebbero danneggiato o screditato il suo lavoro per la giustizia sociale a favore della sua e di altre comunità emarginate – risuonerà nei cuori di quelli che, come me, hanno anche loro rotto il silenzio, e su molti altri che sanno quanto questa oppressione sia sistematica, costante e pervasiva – e come gli americani l’agevolino – ma non hanno ancora avuto il coraggio di parlarne. La sconfessione da parte di Alexander di quello che ha motivato il suo silenzio si spera influenzerà altri a farlo anche loro, nonostante il fatto che sono già stati sguainati i coltelli contro di lei da parte dei soliti sospetti.
L’appello di Alexander ad appoggiare la lotta palestinese e la sua evocazione del coraggioso appello di Martin Luther King per la fine della guerra del Vietnam – un anno prima di Cronkite – è una svolta per il “Times”, come lei implicitamente nota:
“Non molto tempo fa era veramente raro sentire questo punto di vista. Non è più così.”
Dando all’articolo di Alexander rilievo nella prima pagina della “Sunday Review” [sezione degli editoriali del NYT, ndtr.] può darsi che il “Times” di A.G. Sulzberger stia annunciando ufficialmente che il testimone è passato a una nuova generazione di americani, ebrei e non-ebrei, libera di discutere questo punto di vista senza timore o favore, nonostante l’influenza di quanti lo definirebbero antisemitismo o in qualche altro modo illegittimo. Se così fosse, questo potrebbe essere un momento di svolta non solo per il “Times”, ma per tutti quelli di noi che sono coinvolti nella lotta per i diritti e la dignità dei palestinesi.
Robert Herbst è un avvocato per i diritti civili. È stato coordinatore della sezione di “Jewish Voice for Peace” [“Voci Ebraiche per la Pace”, gruppo ebraico Usa contro l’occupazione, ndtr.] di Westchester [contea dell’area metropolitana di New York, ndtr.] dal 2014 al 2017.
da Mondoweiss  (traduzione di Amedeo Rossi)

sabato 26 gennaio 2019

M.L. King, la guerra in Vietnam, l’occupazione della Palestina E’ ora di rompere il silenzio sulla Palestina - Michelle Alexander*



Il 4 aprile 1967, esattamente un anno prima di essere assassinato, il Rev. Dr. Martin Luther King, prese la parola nella Riverside Church di Manhattan. Gli Stati Uniti erano da due anni in guerra in Vietnam, migliaia di persone erano state uccise, compresi circa 10.000 militari Americani. L’establishment politico – da destra a sinistra – sosteneva la guerra, e in Vietnam c’erano più di 400.000 americani, le loro vite sulla linea del fronte.
Molti dei più accesi sostenitori di King lo sollecitavano a restare in silenzio sulla guerra o almeno a esprimere critiche caute. Sapevano che se lui avesse detto tutta la verità sulla guerra ingiusta e disastrosa sarebbe stato falsamente etichettato come Familiari dell’infermiera Razan Al Najjar uccisa a Gaza nel giugno 2018comunista, avrebbe subito rappresaglie e rifiuti, allontanato sostenitori e costituito una minaccia per il fragile avanzamento del movimento per i diritti civili.
King rifiutò tutti i consigli benevoli e disse: “Vengo in questa meravigliosa casa di preghiera perché la mia coscienza non mi lascia altra scelta”. Citando una dichiarazione del clero e di laici preoccupati per il Vietnam disse: “Arriva un tempo in cui il silenzio è tradimento” aggiungendo:” Per noi quel tempo è arrivato riguardo al Vietnam”.
Era una posizione morale, solitaria. E gli è costata. Ma dette un esempio di che cosa ci è richiesto se vogliamo onorare i nostri più profondi valori in tempi di crisi, anche quando il silenzio servirebbe meglio i nostri interessi personali o le comunità e le cause a cui teniamo maggiormente. Penso a questo quando guardo alle scuse e alle giustificazioni “razionali” che mi hanno tenuto troppo silenziosa su una delle più grandi sfide morali del nostro tempo: la crisi in Israele-Palestina. Non sono stata sola. Fino a poco tempo fa l’intero Congresso è rimasto per lo più silenzioso su quell’incubo dei diritti umani che abita i territori occupati.  I nostri rappresentanti, da noi eletti, che agiscono in un ambiente  politico dove la lobby politica di Israele ha un potere ben documentato, hanno minimizzato e sviato le critiche  allo Stato di Israele,  anche quando è stato incoraggiato nella sua occupazione del territorio Palestinese ed ha adottato pratiche che ricordano l’apartheid in Sud Africa e la segregazione delle leggi Jim Crow* negli Stati Uniti.
Anche molti attivisti e organizzazioni per i diritti civili sono rimasti in silenzio, non per mancanza di interesse o simpatia per il popolo Palestinese, ma per timore di  perdere finanziamenti dalle fondazioni e di false accuse di antisemitismo. Sono preoccupati, come lo sono stata io un tempo, che il loro importante lavoro per la giustizia sociale venga compromesso o discreditato da campagne diffamatorie.
Analogamente, molti studenti temono di esprimere sostegno ai diritti palestinesi a causa delle tecniche maccartiste di organizzazioni segrete come Canary Mission, che iscrive in una lista nera coloro che osano sostenere pubblicamente il boicottaggio verso Israele, mettendo così a repentaglio prospettive di lavoro e future carriere.
Leggendo il discorso di King a Riverside più di 50 anni dopo, mi sono rimasti ben pochi dubbi che il suo insegnamento e messaggio ci richieda di parlare apertamente e appassionatamente contro la crisi dei diritti umani in Israele-Palestina, nonostante i rischi e la complessità di questi temi. King sosteneva, parlando del Vietnam, che perfino “quando le questioni a portata di mano sembrano provocare perplessità come spesso accade, nel caso di conflitti terribili, non dobbiamo farci paralizzare dall’incertezza. “Dobbiamo parlare con tutta l’umiltà adeguata alla nostra limitata visione, ma dobbiamo parlare”.
Così, se vogliamo onorare il messaggio di King, e non semplicemente l’uomo, dobbiamo condannare le azioni israeliane: incessanti violazioni del diritto internazionale, continua occupazione della Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza, demolizioni di case, confische di terra. Dobbiamo gridare contro il trattamento dei palestinesi ai check points, le usuali perquisizioni delle loro case e restrizione della loro possibilità di movimento, e il pesante limite all’accesso ad abitazioni dignitose, scuole, alimentazione, ospedali e acqua, a cui molti di loro devono far fronte.
Non dobbiamo tollerare il rifiuto di Israele persino di discutere il diritto dei profughi al ritorno nelle loro case, come prescritto dalle Risoluzioni ONU, e dovremmo mettere in discussione i fondi del Governo USA a sostegno di molte iniziative ostili e migliaia di vittime civili a Gaza come anche i 38 miliardi di dollari che gli Stati Uniti hanno impegnato nell’ aiuto militare ad Israele.
E infine, con tutto il coraggio e la determinazione che riusciamo a raccogliere, dobbiamo parlare apertamente contro il sistema di discriminazione legale che esiste all’interno di Israele, un intero sistema di più di 50 leggi, secondo Adalah, il Centro legale per i diritti della minoranza araba,  – leggi come la recente nation-state law, che dichiara esplicitamente che solo gli Ebrei Israeliani hanno il diritto all’autodeterminazione in Israele, ignorando i diritti della minoranza araba che costituisce il 21% della popolazione.
Naturalmente ci saranno quelli che dicono che non possiamo sapere con sicurezza che cosa King avrebbe fatto o pensato riguardo a Israele-Palestina oggi. E’ giusto. Le prove riguardo al punto di vista di King su Israele sono complicate e contraddittorie.
Sebbene allora il Comitato di Coordinamento nonviolento degli Studenti  denunciasse le azioni di Israele contro i palestinesi, King si trovò in conflitto. Come molti dirigenti neri di quel tempo riconobbe che gli Ebrei Europei come popolo  perseguitato oppresso e senza patria, lottavano per costruire una loro propria nazione. E volle mostrare solidarietà alla Comunità Ebraica che era stata alleata di grande importanza nel movimento per i diritti civili.
Negli ultimi anni, nel 1967, King cancellò una missione in Israele dopo l’occupazione israeliana della Cisgiordania. Nel corso di un colloquio con i suoi consiglieri sulla visita, disse:” Penso solo che, se andassi, il mondo Arabo e ovviamente Asia e Africa in questo caso, lo interpreterebbero come approvazione a tutto quello che Israele ha fatto, e io ho interrogativi e dubbi in proposito”.
Continuò a sostenere il diritto di Israele ad esistere ma disse anche alla televisione nazionale che sarebbe stato necessario che Israele restituisse parte dei territori conquistati per ottenere pace e sicurezza vere ed evitare di esacerbare il conflitto. Non ci fu modo in cui King potesse pubblicamente conciliare il suo impegno per la non violenza e la giustizia per tutti i popoli, ovunque, con quanto era successo dopo la guerra del 1967.

Oggi possiamo solo ipotizzare come King si sarebbe schierato. Tuttavia mi trovo d’accordo con lo storico Robin D.G. Kelley che è arrivato alla conclusione che se King avesse avuto la possibilità di analizzare l’attuale situazione nello stesso modo in cui studiò quella del Vietnam “la sua inequivocabile opposizione alla violenza, al colonialismo, al razzismo, e al militarismo avrebbe fatto di lui un efficace critico delle attuali politiche di Israele.
In effetti, il punto di vista di King può essersi evoluto insieme a molti altri pensatori di forte spiritualità, come il Rabbino Brian Walt, che ha pubblicamente parlato delle ragioni per l’ abbandono della sua fede in ciò che vedeva come Sionismo politico. Recentemente mi ha spiegato che per lui il Sionismo liberale voleva dire credere nella creazione di uno Stato ebraico che sarebbe stato un porto sicuro e un centro culturale per il popolo ebraico nel mondo, che ne aveva disperatamente bisogno, “uno stato che avrebbe espresso e onorato gli ideali più alti della tradizione ebraica”. Disse che era cresciuto in Sud Africa in una famiglia che condivideva quelle opinioni e si identificava come Sionista liberale, fino al momento in cui la sua esperienza nei territori occupati l’ha cambiato per sempre.
Nel corso di oltre 20 visite in Cisgiordania e Gaza, ha potuto vedere orribili abusi dei diritti umani, come la distruzione con i bulldozers di case palestinesi mentre la gente piangeva – i giocattoli dei bambini sparsi su un sito demolito – e confisca di terra palestinese per fare spazio a nuovi illegali insediamenti finanziati dal Governo israeliano. Fu obbligato a fare i conti con la realtà: queste demolizioni, insediamenti e atti violenti di dispossessione non erano opera di furfanti, ma atti pienamente sostenuti e consentiti dall’esercito israeliano. Il punto di svolta per lui fu assistere al la discriminazione legalizzata nei confronti dei palestinesi – comprese le strade solo per ebrei – che, disse, in certo senso era peggiore di quello a cui aveva assistito da ragazzino in Sud Africa.
Non molto tempo fa era piuttosto raro sentire questi punti di vista. Adesso non è più così.
Jewish Voice for Peace, ad esempio, ha l’obiettivo di educare il pubblico americano su “l’espulsione forzata di circa 700.000 palestinesi che cominciò con l’istaurazione di Israele e continua fino ad oggi. “Sempre più persone di tutte le fedi e retroterra culturali hanno parlato apertamente con maggior impegno e coraggio. Organizzazioni americane come ad esempio If Not Now sostengono i giovani ebrei americani nella loro lotta per rompere il silenzio mortale che ancora regna tra troppa gente sull’occupazione, e centinaia di gruppi laici e religiosi si sono uniti alla  U.S. Campaign for Palestinian Rights.
Considerando questi sviluppi, sembra che stia arrivando alla fine il tempo in cui  critiche del Sionismo e delle azioni dello Stato di Israele possano essere tacciate di antisemitismo. Sembra che venga sempre più compreso che la critica alle pratiche e politiche del Governo israeliano non è, in sé, antisemita.
Certo questo non vuol dire che l’antisemitismo non sia reale. Il Neo Nazismo sta riemergendo in Germania all’interno di un crescente movimento antiimmigrazione. Episodi di antisemitismo negli Stati Uniti nel 2017 sono cresciuti del 57%, e molti di noi ancora piangono quello che è considerato come l’attacco più mortale agli ebrFamiliari dell’infermiera Razan Al Najjar uccisa a Gaza nel giugno 2018ei nella storia americana. In questo clima dobbiamo ricordare che mentre la critica ad Israele non è in sé antisemita, può finire per arrivarci.
Fortunatamente, persone come il Rev. Dr. William J. Barber II sono un esempio, quando dichiarano fedeltà alla lotta contro l’antisemitismo,e nello stesso tempo mostrano incrollabile solidarietà con il popolo Palestinese che lotta per sopravvivere sotto l’occupazione israeliana.
In un discorso avvincente lo scorso anno ha dichiarato che non possiamo parlare di giustizia senza considerare l’espulsione dei popoli nativi, il razzismo sistematico del colonialismo e l’ingiustizia della repressione governativa. Nella stessa occasione ha detto:”Voglio dire nel modo più chiaro possibile che l’umanità e la dignità di ogni essere umano o popolo non può in alcun modo sminuire l’umanità e dignità di un’altra persona o popolo. Essere convinti che l’immagine di Dio è in ogni persona vuol dire asserire che il bambino palestinese è prezioso come il bambino ebreo”.
Guidati da questo tipo di chiarezza morale, gruppi religiosi stanno agendo. Nel 2016 il consiglio della Chiesa Metodista Unita ha escluso dal suo multimiliardario fondo pensioni le banche israeliane i cui crediti per la costruzione di insediamenti violano il diritto internazionale. Analogamente, l’anno precedente la Chiesa Unita di Cristo ha votato una risoluzione per il boicottaggio e il disinvestimento dalle aziende che traggono profitto dall’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi.
Anche nel Congresso, un cambiamento è all’orizzonte. Per la prima volta due suoi componenti, i rappresentanti  Ilhan Omar, Democratica del Minnesota, e Rashida Tlaib, Democratica del Michigan, hanno espresso sostegno pubblico al Movimento BDS. Nel 2017, la Rappresentante Betty McCollum, Democratica  del Minnesota, ha presentato una risoluzione per garantire che nessun aiuto militare degli Stati Uniti vada al sistema militare carcerario israeliano dei giovani. Israele persegue regolarmente nel Tribunale Militare giovani detenuti nei territori occupati.
Con tutto ciò non voglio dire che il vento sia completamente cambiato o che siano cessate le rappresaglie contro chi esprime forte sostegno ai diritti Palestinesi. Al contrario, proprio come King fu pesantemente e largamente criticato per il suo discorso di condanna della guerra in Vietnam  – 168 grandi quotidiani incluso The Times lo denunciarono il giorno seguente – chi parla pubblicamente a sostegno della liberazione del popolo palestinese ancora rischia condanna e contraccolpi.
Bahia Amawi, logopedista americana di origini palestinesi, è stata recentemente licenziata per aver rifiutato di firmare un contratto contenente un impegno anti-boicottaggio, dichiarando di non farlo, e che non parteciperà a boicottare lo Stato di Israele. A novembre, Marc Lamont Hill è stato licenziato dalla CNN per un discorso a sostegno dei diritti palestinesi, grossolanamente mal interpretato come se esprimesse sostegno alla violenza. Canary Mission continua a porre serie minacce agli studenti attivisti.
E proprio circa una settimana fa, il Birmingham Civil Rights Institute in Alabama, pare sotto pressione per lo più di parti della Comunità essereEbraica e altri, ha revocato un riconoscimento conferito ad Angela Davis, icona dei diritti civili, che aveva espresso critiche al trattamento di Israele nei confronti dei palestinesi e sostegno al BDS.
Ma l’attacco è fallito. In 48 ore accademici e attivisti si sono mobilitati in risposta. Il sindaco di Birmingham, Randall Woodfin, e il Birmingham School Board con il City Council, hanno espresso indignazione per questa decisione dell’Istituto. Il Consiglio ha passato all’unanimità una risoluzione per Angela Davis e si sta organizzando un evento alternativo per celebrare il suo impegno di decenni per la liberazione di tutti.
Non posso affermare con certezza che King applaudirebbe Birmingham per la sua solerte difesa della solidarietà di Angela Davis per i Palestinesi. Ma lo faccio. In questo anno nuovo voglio parlare con maggior coraggio e determinazione sulle ingiustizie al di là dei nostri confini, e quelle che sono finanziate dal nostro Governo e voglio schierarmi in solidarietà con le lotte per la democrazia e la libertà. La mia coscienza non mi lascia altra scelta.


*Michelle Alexander è diventata editorialista del New York Times nel 2018. E’ avvocata per i diritti civili, esperta giurista e autore del libro:  “The New Jim Crow: Mass Incarceration in the Age of Colorblindness.”
**Le leggi Jim Crow furono delle leggi locali e dei singoli stati degli Stati Uniti d’America emanate tra il 1876 e il 1965. Servirono a creare e mantenere la segregazione razziale in tutti i servizi pubblici, istituendo uno status definito di “separati ma uguali” per i neri americani e per i membri di altri gruppi razziali diversi dai bianchi.
*editorialista del New York Times

traduzione dall’inglese a cura della redazione