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venerdì 10 ottobre 2025

ancora sul 7 ottobre, genocidio, resistenza palestinese, ecc.

Il 7 ottobre secondo mio padre - Karim Metref


Oggi è il 7 ottobre 2025.


Sono passati due anni da quel tristemente celebre 7 ottobre del 2023.

Dopo due anni di massacri a senso unico, ci sono ancora persone che pongono la condanna di ciò che accadde in quel giorno come condizione imprescindibile per qualsiasi discussione sulla situazione in Palestina.

Sentendo le polemiche sterili — tra chi vuole festeggiarlo come fosse stata una grande vittoria e chi invece lo condanna come il più grande crimine contro esseri umani mai commesso su questa terra — torno, come spesso mi accade, alle parole di mio padre.

Morire o scalciare?

Mio padre fu un giovane militante del Fronte di Liberazione Nazionale durante la guerra d’Algeria.
Un giorno, da bambino, mentre guardavamo in TV l’ennesima replica del capolavoro La battaglia di Algeri, gli chiesi: “Papà, non ti sembra brutto mettere bombe in caffè e locali dove ci sono solo civili?”...

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La memoria del pogrom del 7 ottobre seppellita sotto 70mila corpi - Marco Bascetta

Perfino i governi europei più vicini a Tel Aviv hanno dovuto prendere qualche distanza. Il disegno egemonico ed espansivo israeliano non ha più nulla a che fare con il 7 ottobre

Che fine ha fatto il 7 ottobre, la memoria di quel sanguinoso pogrom che i miliziani di Gaza scatenarono due anni fa contro inermi cittadini israeliani? La risposta più diretta e immediata è che è finito sepolto sotto decine di migliaia di morti e una montagna di rovine. All’indomani della strage del 7 ottobre Israele fu oggetto di una estesa solidarietà. Tuttavia non mancarono in diversi paesi esponenti e militanti della sinistra che accecati da fanatismo antisraeliano salutarono il massacro come un atto di liberazione. Dall’altra parte anche il più timido accenno, privo di ogni intento giustificatorio, al contesto di oppressione e sofferenza in cui quell’attacco era maturato fu subito tacciato di antisemitismo filoterrorista. Comprensibilmente, le modalità raccapriccianti dell’incursione dei miliziani non lasciavano spazio a divagazioni storico-politiche.

Ma cosa è cambiato due anni dopo nell’opinione pubblica mondiale e nei rapporti tra Israele e i suoi alleati? Quasi tutto. Perfino i governi europei più vicini a Tel Aviv, hanno dovuto alla fine far ricorso a un’espressione, che più ipocrita e viscida non poteva essere, come «reazione sproporzionata», per nominare eufemisticamente il massacro di 70mila persone e l’immane devastazione della striscia di Gaza da parte dell’Idf. Insomma Netanyahu avrebbe semplicemente esagerato. Ma in questa «esagerazione» c’è una logica. Vi è infatti qualcosa che il governo di Israele voleva ad ogni costo seppellire attraverso un’azione smisuratamente devastatrice. Non certo la memoria dei suoi morti e delle violenze subite, ma quella del suo fallimento, del mito infranto di una intelligence infallibile e dell’esercito più efficiente e tempestivo del mondo, garante di una protezione ermetica dei cittadini israeliani. A questo scopo, per riscattare la classe dirigente e ristabilire il prestigio del suprematismo militare israelita e degli inafferrabili 007 infiltrati per ogni dove, nonché restituire consistenza alle sue minacce, lo stato ebraico ha deciso di colpire indiscriminatamente e ovunque, di radere al suolo città, villaggi, quartieri e palazzi, non solo a Gaza e in Cisgiordania, ma dalla Siria allo Yemen, dal Libano all’Iran al Qatar. Di porsi al di fuori e al di sopra di ogni regola del diritto internazionale e di ogni ragionevole moderazione.

La «dismisura» diveniva il cuore della politica israeliana. Al servizio di un disegno egemonico ed espansivo che col 7 ottobre e la sicurezza del paese non aveva da tempo più nulla a che fare.

Man mano che le operazioni militari si allargavano e approfondivano, pure la loro narrazione cambiava di tono. Sparivano, anche perché smentite dall’evidenza dei fatti, le celebrazioni delle qualità etiche e democratiche dell’Idf, le finte inchieste sulle sopraffazioni e le violenze gratuite da parte dei soldati israeliani, i bombardamenti chirurgici e l’attenzione per l’incolumità dei civili, fino ad arrivare al tiro al bersaglio sulle persone in attesa di cibo. L’esercito «più morale del mondo» lasciava volutamente la scena a quello più spietato, vendicativo e indiscriminato nell’uso della forza. Ogni palestinese un terrorista o un suo complice, ogni edificio una «infrastruttura di Hamas».

Con questo sfacciato cambio di tono in gran parte dell’Europa diveniva praticamente impossibile mettere a tacere il moltiplicarsi delle denunce dei crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano, reprimere le manifestazioni sempre più partecipate a favore della Palestina, assimilare al terrorismo simboli e slogan, come avveniva durante il primo anno di guerra, soprattutto in Italia e Germania. Anche l’accusa di antisemitismo, rivolta in una prima fase contro ogni critica indirizzata all’azione politica e militare di Israele, che aveva esercitato una certa deterrenza soprattutto a sinistra, è stata talmente abusata, stravolta e strumentalizzata, da perdere di forza e significato. Se si denuncia l’intera Onu, come covo di antisemiti, non si può pretendere di essere presi sul serio. Nonostante si registri effettivamente una ripresa di vecchi e nuovi sentimenti antisemiti in Europa anche tra quelli che stigmatizzano la guerra di Netanyahu, però sulla base di torbidi presupposti antiebraici.

Ma intanto l’immagine e la credibilità di Israele hanno subito altri colpi micidiali: l’entusiastica condivisione della grottesca idea trumpiana di trasformare Gaza, una volta sterminati e deportati i suoi abitanti, in una riviera di lusso fonte di lucrosi affari immobiliari è già apparsa abbastanza ripugnante.

Si aggiungono poi le ripetute esternazioni dei due ministri dell’estrema destra nazionalista che tengono in piedi il governo di Netanyahu e che nessuno stato anche solo formalmente democratico potrebbe mai tollerare. Fino ad oggi i governi europei hanno cercato di ignorarle per non essere obbligati a troncare i rapporti con un governo che annovera tra i suoi ministri fautori della superiorità razziale ebraica e del diritto divino allo sterminio dei nemici. Personaggi che non hanno nulla da invidiare ai tagliagole dell’Isis o ai Talebani e che sfoggiano orgogliosamente la propria ferocia.

Di pari passo con le difficoltà dei governi europei nel salvaguardare i rapporti politici e affaristici con questa Israele, cresce in tutta Europa un imponente movimento di solidarietà con i palestinesi che incrocia però anche diverse altre linee di conflitto: dall’erosione degli spazi democratici al riarmo, dal nazionalismo xenofobo alle diseguaglianze e all’avanzata dei nuovi fascismi. Per dimensioni e partecipazione questo grande movimento filopalestinese ha un precedente: l’imponente ondata di manifestazioni e proteste in tutta la Germania dopo il convegno dell’estrema destra a Potsdam intento a pianificare la «remigrazione», ossia la deportazione di massa degli stranieri. A ben vedere c’è più di una affinità tra questi due movimenti europei nello spirito antifascista e antisuprematista in lotta contro quell’idea di purezza, omogeneità sociale e proprietà etnica del suolo, che accomuna gli Smotrich e i Ben Gvir ai neonazisti europei.

* Fonte/autore: Marco Bascetta, il manifesto

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giovedì 18 gennaio 2024

Ognuno ha il fascismo che si merita

Dov’è il fascismo - Raniero La Valle

È stato fuorviante il dibattito protrattosi per giorni e giorni sul fascismo della signora Meloni. Esso non consiste nel beneplacito al saluto romano, ma nella cultura fascista che la determina nella sua azione di governo. Se ne possono fare solo alcuni esempi.

Il primo è quello di riferirsi sempre all’Italia come alla “Nazione”, per marcare un’identità, non per vezzo di linguaggio. Ma l’Italia, secondo la Costituzione, è una Repubblica, non è una Nazione, ed è la Repubblica, cioè il diritto, non sono le viscere, a fare il cittadino. Altrimenti si fa lo Stato etnico, e se arrivano altri si grida alla sostituzione etnica, si sogna il blocco navale, si chiudono i porti oppure, arrivati, li si imprigiona, li si segrega e li si deporta, fuori dalla vista, fuori dai confini, in Albania o in Tunisia, magari a pagamento. È quanto accade con lo Stato di Israele, che la discriminazione etnica l’ha messa addirittura in una legge di rango costituzionale che definisce Israele come lo “Stato nazione del popolo ebraico”, e solo a questo, “esclusivamente” riserva “il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale”, che vuol dire negare agli altri la partecipazione alla sovranità, i diritti politici e perfino, come pretende il generale Effi Eitam, leader del partito religioso, il porto d’armi; e questo è il fascismo che porta al genocidio, come oggi a Gaza e che i palestinesi li vuole mandare nel deserto, in Egitto, in Congo, o tenerli in prigioni a cielo aperto (lo “Stato” palestinese della soluzione a due Stati, raccomandata, ma solo ora, da Biden).

Altra prova di fascismo è l’orgogliosa reiterata rivendicazione di un potere non “ricattabile”. Ma “ricattare” vuol dire minacciare un male per ottenere un bene: la democrazia è che un potere può essere tolto se non obbedisce al bene comune, e la minaccia di togliere potere al potere la fanno i Parlamenti nelle Repubbliche parlamentari e gli elettorati quando sono chiamati a votare. Il fascismo è che il Parlamento non può togliere la fiducia ai governi, gli elettorati non possono votare per uno o più lustri, e il potere è inamovibile; l’elezione diretta di un presidente del consiglio (la madre, per la Meloni, di tutte le riforme) lo rende non “ricattabile”: non può infirmarne il potere né un Parlamento, né un Presidente della Repubblica né, fin quando il potere non lo chiami alle urne, l’elettorato: e questo è fascismo. È stato quando il Gran Consiglio del fascismo ha “ricattato” Mussolini a piazza Venezia, che il Duce è stato ficcato dal re in un’ambulanza.

Altra prova di fascismo è la passione della guerra e l’entusiasmo per le armi. E quando la guerra non la si può fare in proprio, la si fa fare agli altri, senza far loro mancare le armi, perché quelle non finiscano mai, lasciando invece che finiscano i soldati, che è il regalo che stiamo facendo all’Ucraina, al suo autogenocidio (e il Partito Democratico si astiene).

Ci sarebbero tante altre cose proprie del fascismo: la subalternità ai potenti Alleati, il corporativismo, il classismo fiscale, l’invenzione del nemico, la propaganda. Non il folklore dei vecchi riti. Di questo dovremmo accorgerci.

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Fascisti in maschera e fascismi in doppiopetto - Marco Bascetta

Sull’adunata spiritica che ogni anno si ripete in via Acca Larentia a Roma per ricordare l’inutile e feroce uccisione di tre giovani missini nel gennaio del 1978, non c’è in realtà molto da dire se non riscoprire, inspiegabilmente sorpresi, che i fascisti esistono.

Converrebbe aggiungere che quelli in maschera, con tutto il loro torvo repertorio simbolico e le loro coreografie, sono di gran lunga preferibili a quelli in doppiopetto che nel corso del tempo, dopo essere stati “afascisti”, hanno talvolta finito per dichiararsi, sia pure a denti stretti, antifascisti. I primi si fanno onestamente riconoscere, mettono in imbarazzo i secondi tirando in ballo la loro storia comune neanche troppo passata, e si producono in frequenti carnevalate foriere di sgraditi incidenti e baruffe in famiglia. Per seguire la truppa in camicia nera, tuttavia, servirebbe oggi, contrariamente agli anni Venti, un certo stomaco. Ragion per cui l’appeal degli squadristi e in conseguenza il loro numero rimangono tutto sommato contenuti, anche se non sempre innocui. Molte aggressioni e attentati a sfondo razziale in diversi paesi dell’Unione europea sono riconducibili a questo tipo di raggruppamenti.

Confezionati in formato “democratico” dai postfascisti istituzionalizzati, l’autoritarismo, lo strapotere dell’esecutivo, la diffidenza per la libertà di stampa, l’idea gerarchica dell’ordine sociale, il nazionalismo, l’arroganza occidentalista, la xenofobia, il militarismo, la dottrina (e la pratica) antisindacale, la purezza dei valori, la difesa dei privilegi e molti altri temi comuni al fascismo e a tutta la tradizione reazionaria risultano digeribili a un ben più grande numero di cittadini che però continueranno a indignarsi per i saluti romani e i cerimoniali in stile Ventennio.

Che dagli attivisti di via Acca Larentia possa prendere le mosse la «ricostituzione del disciolto partito fascista» (che fra l’altro, nonostante indossino le camicie nere, nemmeno molti di costoro auspicherebbero) è un’ipotesi ridicola. Ciò che ridicolo non è, è invece il fatto che in Europa siano stati fondati nel corso degli ultimi decenni una pletora di partiti fascisti, accomunati da uno stesso impianto dottrinario autoritario e xenofobo e dal fatto di non aver assunto in nessun caso il nome proibito di quelli che hanno perso la Seconda guerra mondiale. Dalla spagnola Vox al polacco Pis, dall’Afd tedesca all’ungherese Fidesz, da Fratelli d’Italia al Rassemblement nationale, passando per olandesi, austriaci e scandinavi, imponenti formazioni inglobano, depurate delle forme più estreme e anacronisticamente stataliste e isolazioniste, idee, politiche e mentalità che affondano le radici nel terreno ideologico e pratico dell’interclassismo fascista. Per poi adattarle al contesto delle crisi che si susseguono nella contemporaneità. Manfred Weber, leader del Partito popolare europeo, da sempre sbilanciato verso la destra, può anche tuonare contro i saluti romani, per cui «non c’è posto in Europa», ma per politiche razziste e liberticide di posto ce ne è a iosa e con l’avallo del Ppe.

Un nominalismo alla rovescia, che fa delle cose la conseguenza dei nomi e dell’apologia la causa del reato, affligge sempre più insistentemente la politica e l’opinione pubblica. Cosicché è il nome del fascismo (e la sua simbologia) piuttosto che la traduzione politica attuale dei suoi contenuti a suscitare le reazioni più veementi. Di un antifascismo affetto da questa sindrome, e a sua volta da un carattere rituale, non si sa bene che cosa farsene. Invece di invitare pateticamente le destre istituzionalizzate a prendere le distanze dagli umori nostalgici che le pervadono converrebbe inchiodarle al rapporto che con queste inclinazioni strutturalmente intrattengono. Per farlo servirebbe però abbandonare quell’idea della politica come leale duello governato da regole condivise, che pur essendo in tutta evidenza fuori dal mondo si conserva tenacemente nella finzione del discorso pubblico.

L’articolo è tratto da il manifesto del 12 gennaio

da qui

 

 

Fascismo: il potere delle immagini - Tomaso Montanari

Il potere delle immagini. Vedere centinaia di camicie nere schierarsi a Roma, la destra tesa nel saluto romano, ha provocato reazioni più diffuse e intense che non leggere le parole di Meloni o Lollobrigida sulla sostituzione etnica. Almeno, ora è più difficile negare che l’Italia abbia un problema col fascismo: è come se un ex alcolista fosse fotografato attaccato a una bottiglia di Bourbon. Le reazioni del Governo e della maggioranza a trazione di matrice fascista fanno parte della fotografia. Un ministro dell’Interno che dice che è controproducente applicare la legge. Un presidente del Senato che, da buon azzeccagarbugli, si arrampica sulle contraddizioni della Cassazione per escludere che il saluto fascista sia un reato. Una presidente del Consiglio che non rinnega la targa che mise nel teatro dell’attuale “folla oceanica”: una targa nella quale si autodefinisce “camerata”.

Nella cecità generale, sono paradossalmente i fascisti a parlare chiaro: sempre più chiaro. Pochi giorni fa, il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera ha gridato in Parlamento che al suo partito è particolarmente cara la frase con cui si chiude il Manifesto futurista (1909): «Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo, una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!». È un testo-incubatore del pensiero fascista. Poche righe sopra si legge: «Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna». Quindi, ha terminato il suo intervento citando una canzone della Compagnia dell’Anello che adatta Tomorrow belongs to me, la canzone che in Cabaret canta un membro della Gioventù Hitleriana: un testo di matrice nazista, con passaggi palesemente antisemiti e allusioni al fascismo, che è l’inno del Fronte della Gioventù.

In tutto questo, c’è un silenzio che fa veramente male: quello del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale nel suo discorso di fine anno alla nazione non ha pronunciato neanche una volta la parola “fascismo”, o la parola “antifascismo”.

Dobbiamo essere consapevoli che stiamo tradendo il mandato di Primo Levi e della sua generazione: non stiamo ricordando, non siamo vigili. Perché il punto non dovrebbe essere discutere se una singola manifestazione di fascismo sia reato o non lo sia, ma ricordare con chiarezza perché una opinione, quella sola opinione, sia stata spogliata dalla Costituzione della libertà di essere espressa. Perché il fascismo è, sempre e comunque, «terrorismo, ignoranza, inciviltà, fondamentale anticristianesimo e antirisorgimento, e bieco apparato poliziesco delle forze conservatrici», per usare le parole di Franco Antonicelli. E lo è sia quando è esaltato dalle braccia tese ad Acca Larentia, sia quando è difeso dagli equilibrismi verbali di deputati e ministri.

Di una cosa, soprattutto, dobbiamo essere consapevoli: il disegno, a suo modo lucido, dei fascisti è riscrivere, di fatto abbattere, la Costituzione antifascista del 1948.

Quando ci troveremo a discutere del “premierato”, deve essere chiaro che la matrice “culturale” di questo ritorno ai pieni poteri dell’esecutivo senza alcun bilanciamento sta in quelle braccia tese ad Acca Larentia. Se il domani apparterrà davvero a loro, sappiamo già come sarà quel domani.

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Meloni ’24 – A che punto è la notte - Marco Revelli 

La conferenza stampa d’inizio anno di Giorgia Meloni ha dato la misura, desolante, di quanto in basso sia caduto il nostro Paese. Che per la verità molto in alto non era mai stato, ma a un livello così infimo, negli ultimi decenni, non era mai arrivato. Una classe di governo da suburra. Un mondo giornalistico da paese di sonnambuli (secondo la definizione del Censis). Questa la doppia immagine, diacronica, delle tre ore e passa di “conversazione” della Presidente del Consiglio con i propri sudditi. E due domande, che sorgono spontanee:

“E’ concepibile, in un Paese europeo occidentale, una Premier che in un’interlocuzione ufficiale usa un linguaggio da taverna o da banda giovanile (più volte il termine ‘basita’, ‘me sto a morì, rega’, ecc.), mente spudoratamente sulle proprie politiche, ribatte alla denuncia di fatti puntuali di corruzione con argomenti da asilo infantile (‘e allora gli altri’), si rifugia nella battuta facile o nella retorica di piccolo gruppo (l’elogio della militanza della sorella), ecc. ecc.?”

E dall’altra parte: ”Come giudicare un mondo giornalistico che nella gran parte assiste a un simile spettacolo in rispettoso silenzio, senza un moto di protesta, d’indignazione, senza neppur tentare di replicare alle falsificazioni più pacchiane, sorridendo compiacente alle battutacce, o limitandosi a registrare le forzature e le stesse bugie, insomma, accettando di farsi umiliare nell’esercizio del proprio mestiere?” Avevano davanti una che aveva appena imposto una “legge bavaglio” per chiudere la bocca a chi, fra loro, avesse ancora la velleità di rivelare i panni sporchi delle figure di potere documentate nelle inchieste giudiziarie. E che ha in animo, parola del fedele Mollicone, di commissariare l’editoria imponendo un controllo preventivo sulle notizie con certificazione governativa della loro pubblicabilità (!!!). E non sono riusciti a esprimere non dico un moto di protesta (che sarebbe chieder troppo) ma neppure un segno di dignità offesa, nei confronti di chi toglie loro i fondamentali strumenti del mestiere. Stavano lì, seduti ad ascoltare una che nel denunciare l’esistenza di oscure trame nei suoi confronti, complotti e ricatti minacciosi, se ne usciva dicendo di non “chiederle di essere più precisa”. Cioè di rinunciare a esercitare il primo dovere che la deontologia professionale imporrebbe a un giornalista – ovvero richiedere a chi esercita il potere e muove accuse di “essere preciso” -, e non hanno fatto un plisset. Per poi correre nella loro maggioranza, sia pur con qualche nobile eccezione, a stilare le elegie che abbiamo letto il giorno dopo sulle prime pagine dei quotidiano nazionali, su come sia diventata brava la premier a gestire quanto, all’inizio, ai tempi di Cutro, ne aveva rivelato il catastrofico imbarazzo ad affrontare il confronto pubblico. E come avesse funzionato il dressage cui si era evidentemente sottoposta nei giorni dei due lunghi rinvii per controllare le pulsioni di un carattere strutturalmente insofferente all’interlocuzione non sottomessa.

Nessuno si è soffermato sulla fisiognomica messa in campo in quelle tre ore. Sul linguaggio del corpo che perforava la melina verbale col suo non-dir-nulla delle parole: le fronti aggrottate, le palpebre abbassate a significar noia, gli angoli della bocca piegati in segno di disgusto, irrisione, fastidio, l’esoftalmo – ovvero la protrusione del bulbo oculare – come maschera aggressiva. Repertorio per molti aspetti tribale di forme comunicative frontalmente contrapposte all’idea stessa del dialogo, del libero confronto, delle condizioni essenziali di una democrazia discorsiva come quella che dovrebbe caratterizzare un Paese moderno. E alla fine quasi tutti a spiegarci quanto sia diventata brava Lei, quanto “mestiere” abbia accumulato nel praticare l’arte della comunicazione. Insomma, una fuoriclasse, se non fosse penalizzata dall’armata Brancaleone che si ritrova intorno. Appesantita da seguaci non alla sua “altezza”, fastidiosi per lei stessa poverina, gregari che anziché portare acqua al mulino del Capo lo mettono a secco. Zavorra che tira giù una che potrebbe, di per sé, volare alto. Argomento che abbiamo sentito infinite volte in questi giorni di clamorose cadute tra le file dei Fratelli-coltelli, che si tratti del pistolero Pozzolo o del suo incauto ospite Delmastro, dei manipoli di Acca Larenzia o del loro avvocato d’ufficio La Russa, del cognato Lollo il denunciatore della “sostituzione etnica” o del sodale Rampulli, il fustigatore delle stelle sull’albero di Natale…

Val la pena soffermarsi su questo vezzo che ha contagiato una parte ampia del mondo politico e dell’ambiente giornalistico, perché è indice di un vizio grave. Di una tara storica, direbbe uno come Piero Gobetti. La tendenza a scaricare sui gregari le colpe del Capo, o se si preferisce a costruire la damnatio di chi sta sotto per meglio tessere la laudatio di chi sta in cima, è uno dei sintomi, forse quello più insidioso, dello spirito servile degli individui e dei gruppi. E’ la cifra con cui i servi contenti svolgono la propria funzione nella costruzione del consenso, o nella dissuasione del dissenso, nei contesti gerarchico-autoritari. O, se si preferisce, nei “Regimi”, siano essi conclamati o in fieri Durante il fascismo era regola comune scaricare sui gerarchi le colpe dei casi nefasti per preservarne il Duce e i suoi fasti. Con Giorgia Meloni questa pratica è ritornata a essere preoccupantemente diffusa. Anche in settori insospettabili dell’opinione pubblica e degli opinion leader.

E allora, giusto per vaccinarci almeno noi da questo virus, diciamocele alcune verità. A cominciare dal fatto che tra Giorgia Meloni e il circo Barnum che si è portata con sé al vertice dello Stato (per lo meno quelli che come lei arrivano dalle primitive propaggini missine e l’hanno accompagnata nella lunga attraversata del deserto) non c’è nessuna differenza, tranne quella tra i ruoli assunti. Ma dal punto di vista delle rispettive storie (delle “biografie politiche”), della cultura (si fa per dire) politica di ognuno dei personaggi, delle rispettive radici, dei valori (o meglio disvalori) di riferimento, dei processi di formazione, la “premier” e il cerchio ristretto dei fedelissimi che la circondano sono la stessa cosa. Sono impastati della stessa materia oscura. Condividono miti, riti, liturgie, odi e amori. In forma quasi patologica, come avviene nel caso delle classiche “comunità” intese nel senso più profondamente organico: le comunità “di destino”. O “di combattimento”. Quelle in cui gli affiliati si sentono parte dello stesso sangue e dello stesso suolo, impegnati in una difesa a ogni costo, qualunque ne siano meriti o colpe, di ognuno, perché si è militato nelle stesse trincee, si sono condivise le stesse prove estreme, i medesimi oltrepassamenti dei limiti, le identiche solitudini minoritarie. Contesti in cui ci si unisce nell’odio per l’esterno assunto come nemico e nella determinazione a non tradire (“boia chi molla è il grido di battaglia”) chi ne sta dentro.

Per questo Acca Larentia non è un luogo, e un fatto, marginale. Episodio di cronaca. Ha un significato rivelatore importante, perché lì, in quel punto, s’incrociano passato e presente dell’attuale leadership nazionale, intorno a un grumo identitario forte, di cui i saluti romani non sono orpello più o meno grottesco, ma simboli di memoria condivisa che disvela come la radice di questo segmento centrale di classe politica assurta a ruolo di governo affondi le radici nel campo più torbido della guerra civile a bassa intensità che ha caratterizzato gli anni settanta e ottanta, nelle falangi del neofascismo romano che fu allora tra i più turbolenti: quello in cui maturò lo spontaneismo armato dei fratelli Fioravanti, ed erano quotidiane le pratiche squadriste delle sezioni della Balduina, di Colle Oppio, di via delle Medaglie d’oro (da cui uscirono, non dimentichiamolo, gli assassini di Walter Rossi). Per anni, le celebrazioni lugubri di quell’episodio indubbiamente atroce del 7 gennaio, di quell’esecuzione gratuita, sono state l’occasione per i militanti post-missini, di rinverdire i lustri di quelle battaglie, e confermare con i simboli le proprie fedi rinnovate. A quei rituali Giorgia Meloni ha partecipato con zelo, accompagnata non certo da stinchi di santo (una volta persino a fianco di quel Giuliano Castellino, già di Forza Nuova e prima missino, recentemente condannato per l’assalto alla CGIL – si veda il video di Report al minuto 51,21), e con lei parte del nucleo originario, di più antica militanza, di Fratelli d’Italia.

Per questo spiace che ancora così tanti commentatori, sulla stampa e nei media, anche gente d’indubbia formazione politica di sinistra e di elevato livello intellettuale – gente come Massimo Cacciari, o Antonio Padellaro per far solo due nomi – non colgano il nesso stretto tra “questione antifascista” e qualità politica del governo Meloni. Che alzino il sopracciglio con infastidito gesto d’insofferenza quando si denuncia il carattere esplicitamente anti-antifascista di questa classe di governo a cominciare dal suo massimo vertice, quasi si trattasse di una sorta di feticismo archeologico perduto tra le nebbie del passato quando occorrerebbe concentrarsi esclusivamente sulla critica del presente e sulla attuale, non “atavica”, incapacità degli uomini (e delle donne) di Meloni ad affrontare le emergenze economiche e sociali del Paese. O che uno come Alessandro De Angelis contesti a Elly Schlein di aver enfatizzato, nel suo intervento alla Camera, la gravità della manifestazione di Acca Larenzia, in particolare la frase secondo cui “Acca Larentia è il fermo immagine di un paese in cui non ci riconosciamo”, tacciata addirittura come “torsione gruppettara”, sintomo di minoritarismo e dell’incapacità di cogliere il carattere episodico, limitato, confinato nella minuscola nicchia del neofascismo militante mentre l’Italia sarebbe altro. Tesi ribadita, sullo stesso portale di Huffington Post, dal suo direttore, Mattia Feltri, che anziché con Meloni e i suoi ministri se la prende con Conte, reo di non aver identificato il vero fascista, anzi “il fascistissimo” in giro per il mondo, ovvero Putin, nella sua presa di posizione contro l’invio delle armi in Ucraina: altro che gli sfigati di Acca Larenzia.

Ecco, tutto questo accanirsi a sminuire, minimizzare, derubricare mostra una preoccupante incapacità di capire come il curriculum di una classe politica sia intrinsecamente connesso con la sua qualità nella focalizzazione e risoluzione dei problemi. Che un gruppo dirigente proveniente da un percorso di formazione all’insegna della nostalgia per un passato aberrante e distruttivo è inevitabilmente segnato da una bassa qualità, o dall’assenza di qualità. O, al limite, da qualità negative, quali una visione improntata a una sorta di darwinismo sociale, al culto della forza e della sopraffazione, al ricorso a stilemi retorici distorcenti. Per questo continuiamo a ribadire l’inseparabilità tra “questione antifascista” e questione politica e sociale, in una parola: “Questione democratica”. E insieme consideriamo patetica l’invocazione, che sorge un po’ dappertutto nella sfera politica e mediatica, alla Presidente del Consiglio a “prendere le distanze”, a dire almeno una parola di dissociazione, e separare se stessa da quei manipoli che degradano l’immagine dell’Italia in Europa e nel mondo. Patetica perché ignora che Giorgia Meloni è ciò che è. Parte di quella storia, di quella vicenda fino a qualche anno fa minoritaria. Segnata da quell’imprinting. Dalla dipendenza da quei padri fondatori, come Giorgio Almirante, il vero anello di congiunzione tra gli orrori della Repubblica sociale e il neofascismo missino post-bellico. Si legga il libro di Davide Conti, Fascisti contro la democrazia, si presti attenzione soprattutto al sottotitolo: “Almirante e Rauti alle radici della destra italiana”(e se il libro richiedesse troppo tempo se ne legga almeno l’ampia recensione di Antonella Tarpino). Vi si dimostra con rigorosa documentazione come l’Msi di Giorgio Almirante sia ex origine implicato con quel “sovversivismo” che il clima della Guerra fredda aveva coltivato e protetto sul confine labile tra legalità e illegalità, e come in particolare dalla fine degli anni sessanta quel partito e quell’”ambiente” sia stato parte attiva in quella “strategia della tensione” che costituiva insieme l’effetto di una vocazione violenta e la fonte di legittimazione di pratiche estreme. Vi si trova anche una perfetta descrizione della “doppiezza” tradizionale almirantiana, intreccio – esattamente come oggi – di “cattivismo” e di “vittimismo” (si pensi alla teoria delle “trame bianche” per allontanare da sé il sospetto di complicità con lo stragismo). Chiedere a Giorgia Meloni di “prendere le distanze” da quel retroterra significherebbe chiederle di prendere le distanze da se stessa: una cosa che potrebbe magari anche fare se tiratavi per i capelli, ma che non sarebbe certo gesto di sincerità politica e culturale, anzi.

E a proposito di Almirante, è bene ricordarsi sempre che fu lui, il 5 maggio del 1942, sulla famigerata rivista “La difesa della razza” di cui era allora capo-redattore, a scrivere il seguente testo: “Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri. Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito, sì, ma in quanto alberga in questi determinati corpi, i quali vivono in questo determinato Paese; non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte d’una tradizione molteplice o di un universalismo fittizio e ingannatore … Altrimenti finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose, fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c’è che un attestato col quale si possa imporre l’altolà al meticciato e all’ebraismo: l’attestato del sangue”. Questo è l’uomo al cui nome gli amministratori di Fratelli d’Italia chiedono di dedicare strade e piazze, e che Giorgia Meloni ha ricordato, poco tempo fa, nel 32esimo anniversario della morte, come “Un grande uomo, un grande politico, un Patriota” (sic), non dimenticando mai di invocarlo come padre spirituale (“Amore per l’Italia, onestà, coerenza e coraggio sono valori che ha trasmesso alla Destra italiana e che portiamo avanti ogni giorno”, aveva aggiunto). Ora, che questa gente, oggi, a proposito di Israele e Palestina, si permetta di dispensare in giro attestazioni di filosemitismo e di antisemitismo, fa parte di quel vero “mondo alla rovescia” – non quello di cui vaneggia il generale Vannacci – che tanto ci chiude la gola per l’angoscia.

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Le braccia tese di Acca Larentia: non sono un semplice déjà vu - Silvia Manderino

Roma, Acca Larentia, 7 gennaio 2024, centinaia di braccia tese nel saluto romano, l’urlo collettivo “Presente!”, croci celtiche in ordine sparso a contorno dell’evento. Molti, da ogni parte, commentano: «Episodio che si ripete ogni anno il 7 gennaio, con ogni governo, ci si indigna solo ora?». E la questione, a parte qualche confronto televisivo tra indignati e ragionieri della presa d’atto, si chiude così. Si chiude? La questione è apertissima (https://volerelaluna.it/controcanto/2024/01/11/meloni-24-a-che-punto-e-la-notte/). Perché la messa al bando dell’ideologia fascista, che trova alimento in quelle manifestazioni pubbliche oggi sempre più frequenti, è sancita dalla Costituzione repubblicana.

Oggi il Governo italiano è composto da una maggioranza la cui storia e cronaca politica hanno origine in quelle braccia alzate inneggianti all’ideologia fascista. Nel 2024 il Governo italiano è rappresentato da persone che nell’ideologia fascista hanno politicamente vissuto in modo convinto. Hanno giurato sulla Costituzione antifascista quando hanno assunto altissimi ruoli istituzionali, ma il loro quotidiano operato e il loro silenzio su eventi di eclatante fascismo come Acca Larentia sono l’evidente prova che si tratta di spergiuri, di soggetti pericolosi per la democrazia costituzionale.

Ci sono due leggi che configurano reato l’apologia di fascismo e, sotto ogni forma e ogni manifestazione di tale forma, la ricostituzione del disciolto partito fascista. Due leggi che attuano la XII disposizione finale della Costituzione italiana. La magistratura ha il compito di accertare se i reati sussistano. La politica istituzionale ha il compito di intervenire per condannare pubblicamente eventi manifestamente eversivi, perché così si qualifica l’episodio di Acca Larentia.

L’allontanamento dalla democrazia e la sua sostituzione con un ordinamento autoritario ha avuto sempre un analogo approccio: la storia lo insegna ma averlo appreso sembra tuttora una chimera. Sono i fatti, apparentemente di poca sostanza perché relativi a una manifestazione pubblica di breve durata, che tracciano la strada verso l’autoritarismo. Sono i fatti che danno il segno della progressiva regressione. Se a quei singoli fatti si accompagna una linea politica diretta a smantellare poco a poco, e su ogni fronte, diritti e libertà individuali e collettive, cominciando dal progetto di cambiare l’ordinamento costituzionale, allora – come ha scritto su queste pagine Tomaso Montanari (https://volerelaluna.it/commenti/2024/01/11/fascismo-il-potere-delle-immagini/) – l’attenzione e l’opposizione vanno poste come primo obiettivo per la difesa della democrazia.

La democrazia va difesa sempre, diritti e libertà non sono per sempre. Allentare l’attenzione, sottovalutare eventi di chiaro segno fascista, non reagire di fronte a tentativi di rottura della vita democratica, rinunciare a combattere nella difesa di libertà e diritti che il fascismo ha represso e sempre tenterà di reprimere solo se trova lo spazio: è questo su cui dovrebbero interrogarsi tutti coloro che credono nella democrazia del Paese.

Quanto accaduto ad Acca Larentia, non condannato da chi ne ha il dovere istituzionale e costituzionale, va considerato un preciso segnale. Per prendere coscienza che la democrazia in Italia è garantita solo se la si difende, contro ogni pericolo, contro ogni tentativo di minarne le fondamenta. La democrazia vive se la si tutela quotidianamente, se la si protegge contro ogni progetto politico – ancor di più se proveniente da chi è al vertice delle istituzioni – di suo smantellamento. Non ci sono vie di mezzo, non si tergiversa, su questo non si tace, non si transige (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/01/05/contro-il-fascismo-ora-ragazze-e-ragazzi-tocca-a-voi/).

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lunedì 19 ottobre 2020

La notte non è tenera - Marco Bascetta

 

Coprifuoco, parola pesante, impegnativa, per non dire terrificante. Dapprima si sarebbe potuto pensare alla drammatizzazione giornalistica di misure piuttosto “ordinarie”, come la chiusura anticipata di locali e bar o come la limitazione oraria nella vendita di alcolici, già sperimentata in occasione di problematiche partite di calcio. Titoli ad effetto, insomma. Ma no, non si trattava semplicemente di questo, ma di un coprifuoco vero e proprio con tanto di ronde, uomini e mezzi a presidio del territorio proibito: tutti a casa tra le 21 e le 6, salvo emergenze e poche deroghe. Multe salate per i trasgressori e perfino il carcere per i recidivi. Non si spara a vista per fortuna, ma è la sola differenza dalle notti dei colpi di stato, dalla repressione delle insorgenze popolari, dalle occupazioni straniere e dai tempi di guerra e di bombardamenti.

Questo è quanto ha però decretato il presidente francese Macron nelle principali e più popolose zone di Francia, da Parigi a Marsiglia a Lione. Per salvaguardare, dice, la disciplinata vita produttiva diurna, dalle fabbriche agli uffici, alle scuole. Ma la notte no! Nelle tenebre si raggiungono gli amanti e le amanti, si trasgredisce, si assapora il vuoto fascinoso delle città, si dissipano energie che non producono profitti. A locali chiusi non c’è solo il cane da portare a spasso. Cosa c’entra questa proibizione della notte con la diffusione dell’epidemia? Quale nesso logico è possibile stabilire tra una passeggiata notturna e il rischio di contagio? Il potere statale è stupido e vanesio, incapace di distinguere e articolare. Proibire è molto più facile di organizzare e di ragionare. Ed è ancora meno sopportabile quando queste proibizioni si accompagnano alla paternalistica e retorica “comprensione” per quanto sia difficile avere vent’anni di questi tempi e cioè costruire e vivere la propria autonomia.

Il coprifuoco è una manifestazione esemplare del potere, l’occupazione poliziesca di uno spazio e di un tempo di libertà. La misura simbolicamente più odiosa e materialmente più inefficace che l’emergenza sanitaria abbia riesumato. La sola logica che si potrebbe riconoscergli è quella di instaurare un clima di terrore tale da indurre i cittadini a ogni rinuncia possibile del proprio spazio di libertà e all’obbedienza in generale. Non ci vuol molto per capire che la scienza in tutto questo non c’entra niente. Non è con la sua alquanto rissosa “dittatura” che possiamo prendercela. Non vi è epidemiolgo alcuno che, nonostante le più svariate e a volte strampalate ricette proposte, abbia mai raccomandato il coprifuoco notturno come efficace strumento di prevenzione della diffusione del virus. Qui si tratta di politica e di gerarchia degli interessi, non di proiezioni scientifiche sull’evoluzione dell’epidemia. Non dimentichiamo che il presidente del coprifuoco è lo stesso che, in piena crescita dei contagi, impose la celebrazione del rito elettorale amministrativo. Andando incontro a pericoli ben maggiori di quelli connessi alla vita notturna. Ma, si sa, l’intera democrazia si incarna in una scheda.

Il modello che sta prendendo piede in buona parte d’Europa è purtroppo quello fondato su una contrapposizione tra le attività produttive disciplinate (da mantenere attive ad ogni costo e con qualunque rischio) e le inclinazioni relazionali autonome, l’esercizio di libertà individuali (spesso più prudenti e responsabili dei criteri adottati dai capitani d’industria nelle loro fabbriche) da reprimere e sanzionare. Nella completa ignoranza dei nessi che le legano. Le interdizioni selettive, certo meno gravose di un lockdown generale (che comunque pare tutt’altro che improbabile), grondano però ideologia, alimentano diseguaglianze e paradossi d’ogni genere (come ad esempio la chiusura totale di Arzano, in Campania, a un tiro di schioppo dal tutto aperto) rivelando così interpretazioni per nulla neutre dell’ordine di priorità delle necessità sociali. Spetta allora a una critica politica il compito di passarle al vaglio. Smontando in primo luogo la pretesa che l’ordine economico debba conservarsi identico attraverso qualunque tempesta che travolgerà invece inesorabilmente la vita di tutti i cittadini.

 

Fonte: il manifesto di sabato 17 ottobre 2020

 

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lunedì 10 giugno 2019

NO ALL’AUTORITARISMO DEL «REDDITO DI SUDDITANZA» - MARCO BASCETTA



Che il «reddito di cittadinanza» pensato dai Cinque Stelle si trovasse agli antipodi da ogni ragionamento che, prendendo atto delle trasformazioni produttive, dell’intermittenza e della contrazione del lavoro intendeva fronteggiarne razionalmente le conseguenze sociali, era evidente fin da subito. Ma che alla fine si rivelasse un puro e semplice strumento di assoggettamento disciplinare, un vero e proprio «reddito di sudditanza», non era del tutto scontato. Senza risparmiarci neanche la puntigliosa e paradossale messa a punto delle sanzioni da applicare a chi infrangesse le regole di un sistema ancora ampiamente indefinito. Lo Stato insomma si arroga il diritto di dettare regole di vita e di comportamento in modo del tutto arbitrario, seguendo una antica tradizione che impone ai poveri umiltà, obbedienza e riconoscenza.
Su quattro conseguenze inquietanti converrà, tuttavia, porre ulteriore attenzione. La prima è che una volta introdotto il principio che una prestazione sociale debba essere subordinata alla patente di moralità rilasciata dalla burocrazia, allora, per fare l’esempio più diretto, anche il servizio sanitario potrebbe essere negato a chi giudicato colpevole di una vita sregolata. E così una borsa di studio (magari lo studente ci compra anche il tabacco) o una qualunque altra sovvenzione. La seconda è l’ulteriore legittimazione del lavoro gratuito che già ha raggiunto nel nostro paese (spesso in sostituzione di quello retribuito) una indecente estensione. È noto fin dai tempi degli Ateliers nationaux, passando per i «lavori socialmente utili», quanto le corvées imposte dal potere costituito siano state improduttive, costose e umilianti. Lo scopo a cui mirano non è infatti generare ricchezza o competenza, ma impedire che si scelga la propria attività liberamente e su base volontaria.
La terza è una superfetazione degli apparati di controllo, ben più onerosi delle infrazioni che sono incaricati di perseguire. Una caricatura scalcinata della Stasi alle prese con Le vite degli altri interpretata dalla Guardia di finanza a caccia di consumatori «immorali».
La quarta è l’annuncio per cui, una volta trovato un lavoro, il beneficiario del sussidio di povertà chiamato «di cittadinanza» dovrà cederlo all’impresa che l’ha assunto. Non è un «reddito», ma un incentivo ai padroni. Di questa impostazione poliziesca del «rinnovamento» il reddito di sudditanza è solo un tassello. Proviamo allora ad affiancargli altre scelte politiche che muovono nella stessa direzione. Aver affidato a un fondamentalista cattolico come Fontana il ministero della famiglia è certamente un passo verso l’imposizione dall’alto di una regola morale. Stesso segno la proposta di reintrodurre il voto di condotta nelle scuole elementari o la leva obbligatoria per abituare i giovani alla disciplina. Lo stato si fa custode e promotore della virtù e fustigatore del vizio come l’omonimo corpo di polizia iraniano. Ed è non a caso per le forze dell’ordine, non per la sanità, l’istruzione, la protezione civile o i beni culturali, che il governo annuncia diecimila assunzioni. Con coerenza la politica del «rinnovamento» muove verso una trasformazione autoritaria dello stato. Per chi non lo avesse capito la macchina della repressione si è già messa in moto. A partire dalla persecuzione di quanti agiscono per la protezione dei migranti.
Forse solo un movimento antiautoritario consapevole della posta oggi in gioco potrebbe costituire un anticorpo contro queste politiche. Le migliaia di giovani che si sono spontaneamente radunati nelle università e nelle piazze di molte città d’Italia per assistere al film sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi, costituiscono più che un indizio delle dimensioni che il rifiuto dell’arbitrio e della violenza di stato potrebbe raggiungere. Il rifiuto di un potere che anche contro ogni evidenza esige di far prevalere sempre e comunque la propria ragione e l’impunità dei suoi «servitori». Da qui converrebbe cominciare, da dove i partiti, tutti i partiti, non possono mettere mano perché in un modo o nell’altro compromessi con i tratti autoritari che abbiamo cercato di mettere in luce. Perché tutti ideologicamente avvinghiati al proprio modello di virtù. Gli uni preoccupati delle implicazioni «borghesi» della libertà, gli altri di quelle «anarchiche».
All’antiautoritarismo si è spesso imputato di trascurare i diritti collettivi a favore delle libertà individuali. Si tratta di una calunnia bipartisan: la contestazione dell’autorità e del suo impianto disciplinare ha sempre investito meglio e prima di partiti e sindacati le gerarchie del lavoro, gli strumenti di ricatto, la riconversione aziendalistica di ogni dimensione sociale, l’imperativo della competitività.
(questo testo è stato pubblicato sul manifesto del 13 ottobre 2018)

venerdì 31 maggio 2019

L’AUTORITARISMO LIBERTICIDA È GIÀ AL GOVERNO - MARCO BASCETTA



In un suo recente lavoro Enzo Traverso metteva in guardia dall’effetto di confusione insito nel ricorrere al termine «fascismo» per designare tendenze e caratteristiche della politica contemporanea delle destre. Ritenendo più pertinente impiegare piuttosto la definizione di «postfascismo».
Il crescente protagonismo delle formazioni neofasciste (quelle che si richiamano direttamente al Ventennio e quelle che si considerano come una sua variante postmoderna) ha riportato al centro dell’attenzione il tema dell’antifascismo. Converrà, però, seguendo il suggerimento di Traverso, discostarsi dalla generica denuncia di un «ritorno del fascismo» per mettere a fuoco il punto decisivo. E cioè il rapporto tra le forze della destra mainstream (comprese quelle che si dichiarano antifasciste) e il neofascismo militante. Schematizzando, i fascisti sono stati utilizzati dai poteri dominanti in tre diversi modi a partire dalla fine del conflitto mondiale.

NELL’IMMEDIATO dopo guerra i processi di defascistizzazione in Italia e di denazificazione in Germania sono stati interrotti per assecondare le priorità politiche della guerra fredda. Negli anni Sessanta e Settanta la folta galassia neofascista è stata messa al servizio della dottrina degli “opposti estremismi” per imbrigliare la spinta dei movimenti. Più recentemente il neofascismo è stato impiegato come elemento di disturbo e inquinamento delle lotte sociali nonché come truppa di supporto alle politiche governative contro l’immigrazione e le minoranze.
Nella società contemporanea, afflitta da una condizione di crisi permanente e di crescente disagio sociale, più che un richiamo al fascismo storico come sistema di governo e organizzazione sociale, circola qualcosa di assai simile a quel tipo antropologico che con il nome di «personalità autoritaria» fu messo a fuoco in un celebre lavoro di ricerca condotto a Berkeley tra il 1944 e il 1949 da Adorno, Frenkel-Brunswik, Levinson e Sanford.

COMPONENTI essenziali del quadro psicologico e ideologico di questo genere di soggettività sono, come scriveva Giovanni Jervis nell’introduzione all’edizione italiana dell’opera, «conservatorismo politico, un rapporto di sottomissione verso l’autorità, autoritarismo verso chi ha minor potere e, soprattutto, una ideologia etnocentrica, la quale a sua volta è legata a una struttura autoritaria del carattere». Queste caratteristiche, alle quali dovremmo aggiungere il revanscismo patriarcale, possono assumere forme e linguaggi diversi: da quello del fondamentalismo religioso con la sua ostilità verso i diritti civili e le libertà individuali a quello del suprematismo bianco e machista made in Usa che, nei suoi tratti antistatali e individualistici, ha una genealogia e una finalità del tutto diversa da quelle del fascismo propriamente detto. Elementi di questa natura, assai più che un qualche desiderio di regime, sono ben visibili negli episodi di violenza contro i rom avvenuti in alcuni quartieri di Roma. In forme più vicine al Ku Klux Klan che alle camicie nere.
Dalla «personalità autoritaria» e dal suo uso politico, la legge Scelba contro la ricostituzione del Partito fascista non è in grado di difenderci, così come qualunque altra legge intesa a proteggere la democrazia da interpretazioni sempre più restrittive e derive disciplinari. Esponenti politici di una visione autoritaria della società, come lo stesso Scelba, il senatore Giovanardi o Matteo Salvini non rientrano nel raggio di azione di un antifascismo, del tutto disarmato nei confronti di quello che Traverso chiama «postfascismo» e Victor Orbán ha battezzato «democrazia illiberale».
Tuttavia, in Italia, il discorso autoritario non può che ricorrere a strumenti e linguaggi che nella coscienza diffusa del paese evocano ancora il quadro ideologico e politico del fascismo. E soprattutto non intende rinunciare al consenso e all’attivismo propagandistico di quanti rimpiangono o mitizzano l’esperienza del Ventennio. Ciò richiede un certo grado di revisionismo storico che, nella sua forma più volgare, coincide con l’affermazione: «Mussolini ha fatto anche delle cose buone». A partire da un simile giudizio si considera legittimo e opportuno riproporre questo o quell’aspetto della politica fascista senza doversi fare carico del contesto e dei nessi con l’architettura generale del regime.

COMPITO del revisionismo storico non è tanto riabilitare le dittature degli anni Venti e Trenta quanto rimuovere i freni inibitori che la reazione a quelle esperienze aveva attivato nei confronti delle politiche autoritarie. Ragione per la quale non possiamo rinunciare a combatterlo vigorosamente. Dall’attenzione indirizzata alla «personalità autoritaria» deriva anche una sostanziale indulgenza nei confronti dei gruppi neofascisti dalle cui intemperanze la destra al potere si dissocia il minimo indispensabile.

CIÒ COINCIDE con una ripresa di attività squadristica in tutta Europa (i neonazisti tedeschi detengono un impressionante record continentale delle aggressioni razziste e omofobe) dalla quale bisogna pur trovare il modo di difendersi senza ricadere nella logorante guerriglia molecolare che insanguinò gli anni Settanta. Soprattutto senza lasciare che lo spettro di un ritorno del fascismo mascheri l’autorità liberticida che già impugna le leve del governo. Avendo ben chiaro che non è la Lega che fiancheggia i neofascisti, ma sono questi ultimi a fiancheggiare la Lega. Con reciproca soddisfazione. Mai confondere il centro con la periferia.

(Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto il 19 maggio 2019)



sabato 30 settembre 2017

Piccole patrie

L’egoismo della “piccola patria” - Alberto Negri

L’irredentismo dei nostri giorni è venato da un forte sospetto di egoismo. Il ragionamento di fondo è questo: separati gestiamo i nostri soldi, non versiamo i fondi europei e le tasse allo stato centrale. insomma non paghiamo per gli “altri”, che poi sarebbero quelli che fino a ieri erano nostri concittadini, magari meno ricchi e fortunati. I referendum consultivi promossi in Veneto e Lombardia obbediscono a questa logica. Il separatismo catalano, come quello basco, lo conosco abbastanza bene. Ho vissuto per un po’ di tempo nel cuore della Barcellona franchista quando parlare catalano e ballare la sardana in piazza era una forma di opposizione. Lo facevo anch’io giovane adolescente. Nel febbraio ’92 terminai un lungo reportage nei Paesi baschi per volare subito dopo al referendum per l’indipendenza della Bosnia che aprì le porte all’assedio dei mille giorni di Sarajevo. Ci sono momenti della storia dove sembra che vivere insieme sia impossibile e che separarsi sia l’unica strada possibile. La repressione violenta di queste spinte separatiste rende ancora più difficile fare appello alla razionalità, alla convivenza pacifica e accelera la corsa verso il baratro. E’ anche giusto che oggi popoli come i curdi iracheni facciano questa esperienza, facendo appello a diversità anche vere e reali, basate sulla storia l’identità, la lingua, la tradizione, persino la religione. Ma si deve anche sapere a cosa si va incontro. Fare parte di una “piccola patria” a volte è confortante e riempie la vertigine del vuoto identitario e delle sfide della globalizzazione. Ma passerà il tempo è ci si accorgerà che la piccola patria è troppo piccola, che è fatta da piccoli uomini, che la torta da spartire non è così grande come si pensava e che l’egoismo identitario rende ancora più deboli, vulnerabili e persino tragicamente ridicoli. La piccola patria, così bella e attraente nella nostra immaginazione e nei nostri sogni, da cullare come un rifugio protettivo, può trasformarsi in un incubo. Ma ognuno, naturalmente, pensi e faccia come meglio crede.


La piccola patria che Madrid vuole spegnere - Massimo Fini

Nel 1975, a Helsinki, 35 Stati del mondo, fra cui la Spagna, sancirono il diritto all’’autodeterminazione dei popoli’. Se questi accordi non sono solo delle astratte enunciazioni di principio destinate a non avere alcuna applicazione la Catalogna ha il pieno diritto di fare il suo referendum di indipendenza dalla Spagna.
L’intervento di Madrid per impedire il referendum che dovrebbe svolgersi il primo ottobre è brutale, violento e nella memoria dei catalani che hanno l’età per averla ha ricordato i metodi del regime franchista. Arresti di funzionari del governo catalano anche di altissimo livello come il braccio destro del vice presidente catalano, Josep Maria Jové, minaccia di arrestare lo stesso presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, sequestro delle schede elettorali, chiusura dei seggi. Ma i catalani non demordono: hanno fatto stampare un milione di nuove schede, hanno aperto nuovi seggi che però la polizia di Madrid ha circondato impedendone l’accesso. Molto dipende ora dall’atteggiamento della polizia catalana (Mossos d’Esquadra) il cui comandante Trapero si è rifiutato, almeno per ora, di sottomettersi alla Guardia Civil spagnola. Nel momento in cui scriviamo le manifestazioni degli indipendentisti sono state pacifiche, nella forma prevalentemente dei sit-in ma se si dovesse arrivare a uno scontro fra le due polizie si aprirebbe la strada in Spagna a una sanguinosa guerra civile, non diversa se non nelle proporzioni da quella che attraversò il Paese alla fine degli anni Trenta e che contrappose i nazionalisti di Francisco Franco ai repubblicani.
Nulla è immutabile nella vita degli uomini e delle loro organizzazioni. La Storia, e il Tempo che scorre con essa, non si ferma checché ne abbiano pensato tutti gli storicismi, da Hegel a Marx fino a quel epigono imbecille di Fukuyama. Nuovi Stati si formano, altri si disgregano, altri ancora scompaiono. Se così non fosse tutto il ‘mondo nuovo’ che si aprì agli occhi degli europei al tempo di Magellano sarebbe rimasto, per diktat del Papato, che allora aveva una grande influenza, diviso in due zone, l’una spagnola, l’altra portoghese. Ma così non è andata.
Fermiamoci però a tempi più vicini a noi. Dopo il collasso dell’Urss le ex Repubbliche sovietiche sono diventate degli Stati a tutti gli effetti (Estonia, Lituania, Lettonia, Georgia, Turkmenistan, Azerbaigian, Kazakistan, Tagikistan, Uzbekistan, Armenia, Ucraina per nominarne solo alcuni), la Jugoslavia è scomparsa dalle mappe geografiche dividendosi in Slovenia, Croazia, Bosnia, Macedonia, Montenegro, Kosovo, la Slovacchia si è staccata dalla Cechia, la Germania si è riunificata. A parte la Bosnia e in particolare il Kosovo dove c’è stato un pesante intervento militare degli americani per staccarlo, a loro uso e consumo, dalla madre patria serba, tutte queste separazioni, o riunificazioni, sono avvenute in modo sostanzialmente pacifico. A volte erano così naturali che non c’è nemmeno stato il bisogno di ricorrere a un referendum.
Attualmente bollono in pentola, oltre a quello catalano, l’indipendentismo basco, scozzese, corso e, se vogliamo, anche l’autonomismo Lombardo-Veneto.
Questi indipendentismi hanno raramente vere ragioni politiche ed economiche. Nascono piuttosto da pulsioni esistenziali. Sono il tentativo di recuperare le proprie radici, un’identità perduta, di sfuggire in qualche modo a quella standardizzazione e a quella omologazione che la globalizzazione ha esasperato. E più si stringe il cerchio della globalizzazione, più entreranno in azione le controspinte indipendentiste.
E’ il sogno delle ‘piccole patrie’ che è venuto prepotentemente alla ribalta, o perlomeno alla coscienza dell’opinione pubblica italiana, ai tempi della prima Lega.
Alla luce degli accordi di Helsinki è un ‘sogno’, anzi un diritto, del tutto legittimo e, a parte le violente resistenze di Madrid, non si capisce perché l’Onu, l’Unione europea, Angela Merkel e altri soggetti politici si oppongano all’indipendentismo catalano senza avere alcun diritto di mettervi il becco.
Non facciamo altro che parlare di democrazia, del potere sovrano del popolo ma quando la volontà popolare si manifesta nella sua forma più limpida che è quella della democrazia diretta, e non della democrazia rappresentativa, troviamo qualsiasi pretesto per aggirarla e annullarla. ‘Populismo’ è l’aggettivo più usato per svilire e bollare qualsiasi tentativo che si opponga al sistema e al dominio di ‘lorsignori’, politici, economici, finanziari, di tutto il mondo. E allora diciamolo una volta per tutte: la democrazia non esiste, è un imbroglio, una Fata Morgana che svanisce appena mette in pericolo il dominio dei Signori della Terra.


Il continente delle piccole patrie - Marco Bascetta

Nel più prossimo futuro dell’Unione europea, la questione delle autonomie, o delle indipendenze, sembra destinata a occupare una posizione centrale e decisamente complicata. Nel senso che non riguarderà più solamente il rapporto tra le regioni che rivendicano l’autonomia e lo stato nazionale da cui aspirano a separarsi, ma porrà problemi politici di carattere generale tali da investire l’assetto stesso dell’Unione. La quale, nei suoi trattati e nelle sue politiche, ha completamente eluso la questione, adottando implicitamente quella posizione che nel diritto internazionale è raccomandata come principio di «non ingerenza». Insomma, soprattutto dopo l’esito delle elezioni catalane e spagnole, le indipendenze non potranno più restare affare esclusivo dei catalani, dei baschi, degli scozzesi o dei corsi, ma lo diventano di tutti gli europei e dell’idea di democrazia che vorranno affermare.
Oligarchie regionali
Converrà, tuttavia, definire chiaramente una premessa. Chi non ama, come chi scrive, gli stati nazionali, non può certo vedere di buon occhio la loro moltiplicazione. Ciò che è accaduto dopo il 1989 non ha fatto che confermare questa decisa avversione. Dalla ex Jugoslavia allo sfaldamento dell’Unione sovietica abbiamo assistito al proliferare di piccole patrie a vocazione ultranazionalista, al dilagare di conflitti sanguinosi su base etnica o identitaria con frequente ricorso a quella che Hobsbawm e Range chiamarono «l’invenzione della tradizione». Gli interessi egemonici occidentali e quelli delle oligarchie regionali hanno in larga misura governato e manipolato questi processi sotto la bandiera, da sempre equivoca, dell’«autodeterminazione dei popoli». Un’espressione che ha sovente sovrapposto alla realtà sociale e culturale dei territori, alle aspirazioni delle classi subalterne, il tornaconto di un ceto dominante alla ricerca della maggiore espansione possibile della propria sfera di potere. Per fare un esempio d’attualità, Arturo Mas, già contestatissimo presidente della Catalogna, è una delle espressioni più evidenti di questa forma di usurpazione da parte delle oligarchie regionali. L’aspirazione all’indipendenza ha sempre cercato di occultare, di neutralizzare, il conflitto di classe che la attraversa annegandolo nella palude indistinta del nascente «interesse nazionale». È la ragione per cui è sempre saggio diffidarne. Seppure non si deve dimenticare che per i catalani o per i baschi la controparte è stata, per lunghi e dolorosi anni, il centralismo fascista della Spagna di Franco. Insomma, la rivendicazione di indipendenza non può essere mai valutata in termini astratti, ma deve sempre essere misurata con il suo contenuto reale di democrazia, con la qualità sociale che la sostanzia.
Se ai nostri confini orientali si è consumata una tragedia, e in Spagna si prepara una difficile partita politica, in Italia è stata messa in scena una farsa per babbei, quella dell’indipendenza dell’inesistente Padania. Falsa come gli spadoni e gli elmi cornuti, le cerimonie celtiche e la moneta padana di cui i leghisti straparlavano intorno al 2011 e che qualche amministratore locale si mise addirittura a stampare. Il razzismo no, quello era vero, e pronto a transitare armi e bagagli in una destra ultranazionalista che stravede per il Front National di Marine Le Pen e la sua demagogia antieuropeista. Come sempre gli esiti chiariscono le premesse, l’anatomia dell’uomo spiega quella della scimmia. E l’antieuropeismo della Lega rivela la virulenta vocazione nazionalista che ne attraversa tutta la storia accompagnandola infine dalle parti di Casa Pound.
Narrazioni identitarie
Il rapporto con l’Europa, questo è dunque il primo punto sul quale misurare la qualità politica delle autonomie. Gli indipendentisti catalani, baschi, galiziani, corsi o scozzesi non sono antieuropei. Semmai guardano all’Unione come a una chance. Il partito nazionale scozzese ha esplicitamente dichiarato che l’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, il cosiddetto Brexit, rappresenterebbe un motivo in più per separarsi non dall’Europa ma dal Regno Unito. Per molti il commiato dallo stato nazionale si accompagna dunque a un desiderio di piena integrazione nell’Unione europea. Ma anche su questo punto bisogna fare attenzione: il filoeuropeismo può avere un carattere del tutto strumentale. Il riconoscimento da parte di una Europa sostanzialmente fondata sugli stati nazionali e sulla salvaguardia delle loro prerogative può funzionare da puro e semplice principio di legittimazione di nuove sovranità nazionali tracotanti e pronte a puntare i piedi come l’Ungheria di Victor Orban. Un certificato in bianco di nuova sovranità.
È quello che è accaduto nelle cosiddette «democrazie postcomuniste». Da quelle parti l’affiliazione europea è servita a coprire le peggiori nefandezze nazionaliste, le più bieche narrazioni identitarie delle piccole e grandi patrie. Funzionando, inoltre, da freno permanente ai processi di integrazione politica nel vecchio continente. Il modo in cui questi governi hanno reagito alla crisi dell’immigrazione indica un secondo, decisivo criterio sulla base del quale valutare la qualità delle autonomie: l’apertura o la chiusura nei confronti dei migranti. Quanto, insomma, l’orrendo principio del «padroni a casa nostra» venga assunto come bandiera dell’indipendenza. Vi sono, a questo proposito, realtà territoriali assai migliori degli stati nazionali, come ve ne sono di ben peggiori.
Una scommessa rischiosa
Abbiamo un serio problema. Non possiamo respingere le istanze autonomiste in difesa dello stato nazionale e del suo monopolio sovrano, ma non possiamo appoggiare le indipendenze in quanto fondazione di nuove sovranità nazionali che riproducano su scala minore, e possibilmente ancor peggiore, lo stato da cui si sono separate. Dobbiamo guardare, dunque, alla natura del processo democratico che si sviluppa nei territori, ai suoi contenuti sociali alla capacità di innovazione politica e di apertura che esprime. La domanda è allora da che cosa ci si vuole rendere indipendenti e per fare che cosa.
La posizione assunta da Podemos, e che le ha assicurato uno straordinario successo elettorale (in coalizione con altre forze regionali) in Catalogna, nel Paese basco, in Galizia, si fa carico appunto di questo problema. Pur contrario alla frammentazione dell’unità della Spagna il partito di Iglesias intende rispettare l’autodeterminazione democratica delle regioni separatiste. Se non si tratta di puro tatticismo, si apre così un processo che, in virtù del suo programma sociale, potrebbe modificare in senso antinazionalista l’una e le altre. Scommessa rischiosa, dall’esito assai incerto, ma che ha comunque il merito di indicare una strada, di aprire uno spazio politico nuovo. Che per l’Europa significherebbe ripensare il rapporto con quanto è sempre meno rappresentato dagli stati nazionali che, malgrado le apparenze, la tengono in ostaggio in uno stabile compromesso con le oligarchie finanziarie: il rapporto con i movimenti sociali, le realtà territoriali, i cittadini europei insoddisfatti dei rispettivi governi, i soggetti e le forze produttive sospinti ai margini del patto sociale.
Il nodo da sciogliere
Insomma quell’«Altra Europa» costruita dal basso di cui si continua a sognare ad occhi neanche troppo aperti. La domanda che il nuovo scenario ci propone è se non sia necessario, a questo punto, demolire il feticcio dell’integrità, anche territoriale, degli stati nazionali per mettere effettivamente in movimento un processo d’integrazione europea di questa natura. E se le «indipendenze» conseguite in un simile contesto non possano riuscire a configurare realtà politiche diverse dagli stati nazionali e ad alta capacità di reciproca integrazione. Siamo, ovviamente, nel campo dell’azzardo e sul confine di terre sconosciute. Ma nel laboratorio spagnolo questa materia si accinge a diventare estremamente concreta.
All’indomani delle elezioni in Spagna Lanfranco Caminiti interveniva nel suo blog, «La camera dello scirocco», assumendo proprio questo orizzonte. Ricordava, in quel testo, quanto la questione delle autonomie fosse collegata a quella del welfare e della distribuzione delle risorse. È noto come l’indipendentismo venga generalmente accusato di rappresentare l’interesse egoistico delle aree più ricche e produttive, restie a farsi carico dei problemi di quelle più svantaggiate. Accusa irricevibile da parte di Stati nazionali patentemente incapaci di rimediare ai loro squilibri interni, quando non cinicamente dediti a servirsene, sordi alle potenzialità dei diversi territori e sempre orientati a soddisfare gli imperativi del mercato. E ancor più priva di fondamento se si guarda alla cittadinanza europea come a una realtà effettiva e sostanziale. Del resto le sovranità nazionali si sono dimostrate pessime mediatrici tra la governance europea e le realtà locali. Oscillando tra la parte dello sbirro di Bruxelles, con le sue assurde normative, e quella dell’ azienda nazionale, il cosiddetto «sistema paese», in competizione con i suoi simili a colpi di precarietà, bassi salari e tagli dello stato sociale. Cosicché non si può che convenire con Caminiti quando scrive che non è lo stato nazionale a non potersi più permettere i costi del welfare, ma il welfare a non sopportare più il peso dello stato nazionale.
Il discorso dell’indipendenza è un modo vecchio (e piuttosto screditato dall’esperienza storica) di porre il tema dell’autogoverno e della sua cornice politica, ma è pur sempre un modo di proporlo. Podemos sembra avere riconosciuto la necessità di disporsi ad affrontare questo nodo. Né Partito dell’ Indipendenza, né partito della Nazione. Ma cosa vi sia fuori da questa alternativa è ancora tutto da immaginare.





L’estaca (Il palo) – Lluis Llach (Versione italiana di Lorenzo Masetti)

Il vecchio Siset mi parlava
di buon'ora sul portone
mentre aspettavamo il sole
e vedevamo passare i carri

Siset, non vedi il palo
al quale siamo tutti legati?
Se non riusciamo a liberarcene
non potremo mai camminare

Se tiriamo tutti insieme cadrà
e non può durare a lungo
di sicuro cade, cade cade
già dev'essere ben marcito

Se io tiro forte di qui
e tu tiri forte di là,
sicuro che cade, cade, cade
e potremo liberarci

Però, Siset, è già passato molto tempo
e le mani mi si stanno scorticando
e quando mi manca la forza
diventa più spesso e più grande.

Lo so bene che è marcio
ma il fatto, Siset, è che pesa tanto
che a volte le forze mi abbandonano
Tornami a ripetere la tua canzone

Se tiriamo tutti insieme, cadrà
e non può durare a lungo
di sicuro cade, cade cade
già dev'essere ben marcito

Se io tiro forte di qui
e tu tiri forte di là,
sicuro che cade, cade, cade
e potremo liberarci

Il vecchio Siset ormai non dice niente
se l'è portato via un vento cattivo
lui sa bene in che direzione
ed io sono ancora sotto il portone

E quando passano i nuovi ragazzi
Alzo la voce per cantare
L'ultimo canto di Siset,
l'ultimo che mi insegnò

Se tiriamo tutti insieme, cadrà
e non può durare a lungo
di sicuro cade, cade cade
già dev'essere ben marcito

Se io tiro forte di qui
e tu tiri forte di là,
sicuro che cade, cade, cade
e potremo liberarci.