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mercoledì 21 gennaio 2026

Una luce nell’oscurità - John Holloway


Ho percorso oltre 11.000 chilometri per essere qui con voi. Perché?

Sono stato attirato qui da una luce che brilla nell’oscurità. Una luce così brillante che può essere vista a oltre 11.000 chilometri di distanza. La luce di Öcalan e del Movimento di liberazione curdo. Una luce di speranza.

Speranza contro l’oscurità del mondo. Contro l’oscurità di un mondo così crudele che lo stato turco ha tenuto un uomo in isolamento in prigione per più di venticinque anni, semplicemente perché ha dedicato la sua vita a lottare per la libertà: lo stato turco si porta addosso la vergogna internazionale per ogni giorno che viene tenuto in prigione. Un mondo così crudele che può sopportare mentre lo stato israeliano uccide e uccide e uccide e uccide bambini, donne e uomini palestinesi. Un mondo governato dal denaro dove ogni aspetto della vita è plasmato dal desiderio di aumentare il denaro, di generare profitto. Un mondo che si sta distruggendo, un mondo in cui noi umani abbiamo fatto della nostra stessa estinzione un pericolo reale e urgente. Un mondo in cui il denaro non ha mai manifestato il suo potere in modo così forte e volgare. Il mondo di oggi è un posto molto, molto buio.

Ecco perché è così importante rallegrarsi delle luci che brillano nell’oscurità, dei movimenti che vanno nella direzione opposta, contro il crudele dominio del denaro. Per me, in questo momento, ci sono due grandi luci nel cielo. Una è il Movimento di liberazione curdo, l’altra è il movimento zapatista in Messico. Ma se guardiamo più da vicino, vediamo che ci sono migliaia, probabilmente milioni di gruppi che spingono in direzioni simili. Stiamo tutti cercando di creare una luce contro l’oscurità, stiamo tutti cercando di reclamare il mondo, il nostro mondo, dal dominio omicida del denaro, per riprendercelo prima che sia troppo tardi. Ecco perché il movimento curdo e il movimento zapatista sono così importanti per noi che non siamo né curdi né indigeni: perché la loro forza e le loro idee ci danno il coraggio di continuare a lottare per un mondo basato sul riconoscimento della dignità umana.

Non sto dicendo che questi movimenti siano perfetti: come ogni movimento, hanno le loro contraddizioni e le loro tensioni interne. Ma hanno almeno cinque caratteristiche centrali nell’attuale flusso globale di resistenza e ribellione: sono anticapitaliste, antistataliste, antipatriarcali, antiecocide e antinazionaliste.

Innanzitutto, anticapitaliste, in opposizione al dominio del capitale, espresso in modo più evidente nel dominio del denaro. Capitale è il nome che diamo a una forma di coesione sociale in cui le relazioni sociali si stabiliscono attraverso lo scambio di merci, cioè essenzialmente attraverso il denaro, una forma di coesione sociale che si basa necessariamente sullo sfruttamento della stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Questa forma di coesione sociale genera una dinamica violenta che ci sta distruggendo. L’unico modo per superare questa dinamica di distruzione è sviluppare, contro il capitale, una diversa forma di coesione sociale, una comunizzazione, un’unione che sia comunitaria. Sia il movimento curdo che gli zapatisti hanno sviluppato questa comunizzazione in larga misura nella loro pratica.

In secondo luogo, anti-stataliste. Lo stato, come forma di organizzazione, non potrà mai essere nostro. A differenza del comune, esclude le persone affidando le decisioni a un numero selezionato di persone. È legato all’accumulazione di capitale. Inoltre, lo stato, qualsiasi stato, è profondamente razzista, semplicemente perché si basa sulla discriminazione tra i suoi cittadini e il resto della popolazione mondiale. Cosa questo significhi in termini di violenza quotidiana e omicidi di massa sta diventando sempre più chiaro. Lo stato è una forma violenta di organizzazione, mentre il comune non lo è. Lo stato è un dire, un comandare, mentre il comune è un dibattere, un discutere e un giungere a una conclusione condivisa. Lo stato, come forma organizzativa, porta alla guerra, il comune alla pace. Una pace significativa deve essere costruita sulla trasformazione sociale.

In terzo luogo, anti-patriarcale. Ôcalan ha ragione quando dice che la schiavitù delle donne è la schiavitù più antica del mondo. Sia il Movimento di liberazione curdo che gli Zapatisti hanno posto la trasformazione del ruolo delle donne nella società al centro della loro lotta. Senza di essa non può esserci libertà. Ciò significa la trasformazione radicale del nostro modo di vivere e di relazionarci gli uni con gli altri, la creazione di un mondo basato sul reciproco riconoscimento della dignità di tutte le persone.

In quarto luogo, anti-ecocida. Il capitalismo è profondamente ecocida, basato sulla distruzione e sullo sfruttamento di altre forme di vita e di tutta la natura che ci circonda ed è essenziale per il nostro benessere e per la nostra stessa vita. Per sopravvivere, dobbiamo recuperare e sviluppare un rapporto armonioso con la natura. Anche questa è una caratteristica centrale del movimento curdo, di quello zapatista e di migliaia di altri movimenti in tutto il mondo.

E in quinto luogo, anti-nazionalista. Questo è importante perché il nazionalismo è sia l’aspetto più violento dell’oppressione capitalista quotidiana, sia la forza che più di ogni altra ha contribuito a spezzare le lotte popolari per un mondo migliore. Sia gli Zapatisti che il movimento curdo hanno proclamato il loro anti-nazionalismo. Gli zapatisti hanno da tempo abbandonato l’idea di liberazione nazionale e proclamano che “la lotta per l’umanità è globale… la lotta per l’umanità è in ogni luogo e in ogni momento”. E Öcalan esprime magnificamente il suo rifiuto non solo del nazionalismo, ma di qualsiasi forma di identitarismo quando afferma: “La libertà nel vero senso della parola è la trascendenza della distinzione tra noi e gli altri”.

La sua grande luce splende nel cielo scuro, ecco perché ho viaggiato per 11.000 chilometri. Ma cosa ho trovato? Persone molto simpatiche, certo, ma, con la notevole eccezione della lettera di Öcalan, ieri non si è praticamente parlato di anticapitalismo, antistatalismo, antipatriarcato, antiecocidio, antinazionalismo. Posso rispettare i movimenti catalano, basco e irlandese, e comprendo persino l’interesse per la trasformazione del Sudafrica dalla brutalità dell’apartheid a una delle società più violente, corrotte e inique del mondo. Ma questi non sono i movimenti di radicale trasformazione sociale che entusiasmano le persone in tutto il mondo come sta facendo il movimento curdo. Tutti ieri hanno parlato di pace, ma come un accordo legale, non come un processo di trasformazione sociale[1].

Quindi mi restano due opzioni. Una è tornare a casa e dire: “Bella gente, ma è stato tutto un errore, questa non è la luce che mi aspettavo di vedere. Abbandoniamo il nostro gruppo di lettura su Öcalan e il corso che ho intenzione di tenere insieme ad Azize Aslan e Sergio Tischler su “Comune contro lo Stato: Curdi e Zapatisti”. Ma non posso farlo. Quello che ho letto e sentito sul Rojava, quello che ho letto su Öcalan, il mio coinvolgimento con l’Accademia Curda di Scienze Sociali di Eindhoven, in Olanda: tutte queste cose non me lo permetteranno.

L’altra possibilità è rivelare la mia vera identità. Contrariamente alle apparenze, non sono un professore, sono davvero una fata madrina. Credo che gli organizzatori lo abbiano capito quando mi hanno invitato. Come fata madrina invitata a una conferenza, ho l’obbligo di esprimere un desiderio per il movimento che mi ha invitata. E il mio augurio è questo: In tutti i difficili, dettagliati e importanti negoziati che si stanno svolgendo con lo Stato turco, che sostengo pienamente, desidero che non vi deradicalizziate, che non dimentichiate mai quanto siete speciali, che comprendiate che per noi che viviamo in Messico e in tutto il mondo, il movimento curdo è un movimento molto speciale che brilla di una luce speciale, la luce della dignità, della rabbia della dignità contro l’oscurità. Per questo ho volato via mare e via terra fino a Istanbul. Per questo, sono venuto a esprimere il mio entusiastico sostegno a Öcalan, al Movimento di Liberazione Curdo e al processo di pace.


Intervento nel secondo giorno della Conferenza internazionale sulla pace e la società democratica, Istanbul, 6/7 dicembre 2025, organizzata dal DEM, il partito curdo che sostiene Öcalan e l’attuale processo di pace.

[1] Il primo giorno della conferenza, sono stati presentati interventi sul processo di pace in Catalogna, Paesi Baschi, Irlanda e Sudafrica.

da qui

domenica 8 giugno 2025

Russia e Turchia ridisegnano il Mediterraneo, dalla Libia alla Siria - Giacomo Gabellini e Michelangelo Severgnini

 


Haftar e la Libia a fumetti del Corriere della Sera - Michelangelo Severgnini 

Quando qualche anno fa, tornato in Italia e stretto contatti con la Libia, ne cominciai a scrivere e raccontare, una delle convinzioni più radicate tra gli esperti italiani era che Haftar fosse un uomo della Francia.

Quando cominciò la campagna militare dell'Esercito Nazionale Libico per liberare Tripoli nell'aprile 2019, gli esperti di casa nostra erano tutti schierati con Tripoli.

Il ragionamento era: "Va bene, a Tripoli non saranno stinchi di santi, ma si sa, dai Libici che ti aspetti. L'importante è non perdere una seconda guerra in Libia contro la Francia. Siccome Haftar sta con i Francesi e noi qualche affare a Tripoli ce l'abbiamo, tutti contro Haftar".

Persino molti parlamentari filo-russi allora votavano finanziamenti a Tripoli, convinti di arginare la Francia.

Io trasecolavo: "E chi ve l'ha detto a voi che Haftar sta con i Francesi?". "Si sa...", la risposta.

Sono passati 6 anni e ieri il Corriere della Sera presentava un articolo allarmistico raccontando di come la Meloni e Macron, a margine del loro incontro due giorni fa, stiano cercando il modo di arginare la penetrazione in Libia della Russia, forte alleata di Haftar..

Ma come, non stava con i Francesi, Haftar?

Il Corriere della Sera dunque viaggia con 6 anni di ritardo quanto a informazione sulla Libia. Tutt'a un tratto Haftar è diventato uomo dei Russi, così, senza una spiegazione.

Anzi, si aggiunge che la Russia potrebbe addirittura puntare i suoi missili dalle basi nel sud della Libia verso l'Italia.

Che l'Italia, al pari degli altri Paesi occidentali, stia impedendo le elezioni libiche dal dicembre 2021 per impedire a Saif Gheddafi di diventare Presidente? Non risulta.

Che la popolazione libica di Tripoli sia in piazza da 3 settimane per cacciare il premier fantoccio da noi sostenuto illegalmente? Non risulta.

Che l'Italia, ben ultima, stia andando però anche a chiedere l'elemosina a Bengasi sottobanco? Non risulta.

Che Tripoli sia armata dall'Italia da anni in un regime di illegalità, sostenendo gruppi militari jihadisti, altrimenti detti milizie? Non risulta.

Che il governo di Bengasi abbia chiesto legittimamente il supporto militare russo per gestire e mettere un freno all'occupazione militare straniera a Tripoli? Non risulta.

Che le installazioni militari russe nel sud della Libia siano orientate a sostegno dei Paesi del Sahel che si sono liberati dal giogo francese? Non risulta.

Per tutti gli altri, quelli che cercano un'informazione proveniente da fonti dirette e quindi più aggiornate, sanno dove trovarmi.

da qui


domenica 22 dicembre 2024

Rojava sotto attacco! - Matteo Saudino

 



Ricordiamoci di Rojava! - Gianni Tognoni

E se fosse proprio in questo nome, che si trova assolutamente a stento nelle cronache che in questi giorni sono impegnate a fornire le più diverse letture degli scenari del Medio Oriente, che occorre cercare una delle chiavi di lettura più di fondo di quanto sta succedendo?

Rojava è il nome di una “rivoluzione delle donne” che è stata protagonista prima della resistenza, e poi della sconfitta definitiva dell’Isis in anni che sembrano lontanissimi, dal 2014-2015. La storia di quel tempo e di quella vittoria riconosciuta come strettamente kurda, al di là del parziale supporto aereo degli Usa, e come allo stesso tempo prodotto e nuovo inizio di un processo di democrazia radicale, ha una letteratura internazionale a supporto e, in Italia, è stata oggetto di pubblicazioni anche recentissime, di grande successo, di Zero Calcare. Con Afrin e Kobane, le città-simbolo, Rojava costituisce di fatto il punto di riferimento, culturale oltre che politico, di infiniti gruppi, con fortissimo protagonismo di donne, che hanno visto nella società creata nel Nord Est della Siria un indicatore, incredibile per la sua concretezza, di un cammino nuovo della storia. La perfetta condivisione di responsabilità di uomini e donne a tutti i livelli, compreso quello militare (rimasto obbligatorio anche dopo la sconfitta dell’Isis, per gli attacchi mai interrotti e ora ad altissima intensità della Turchia) è senza dubbio, non solo per quei paesi, l’aspetto più evidente. Combinata però con l’originalità strutturale, provocatoria, della sperimentazione di un modello di democrazia sostanziale che viene applicato in tutti i settori, dall’economia, alla sanità, alla scuola, alla giustizia, pur in condizioni permanenti di precarietà: qualcosa che non nasce dal nulla, ma ha radici nel pensiero di Öcalan, leader indiscusso delle lotte per il diritto alla autodeterminazione del popolo kurdo, prigioniero da decenni, in isolamento assoluto e incomunicato nella prigione turca dell’isola di Imrali.

Nelle mappe che in questi giorni si sono moltiplicate per dare nomi e luoghi di vita alla frammentazione delle tante minoranze, etnie, popoli, realtà della Siria (Alevis, Armeni, Yazidi, Drusi, Assiri…), la Amministrazione Autonoma del Nord-est, riconosciuta a livello internazionale con questo nome, rappresenta di fatto uno dei fili conduttori più di fondo per comprendere che cosa è in gioco. Il silenzio, che è di fatto una cancellazione di questa centralità, è il segnale più preoccupante della direzione che ci si può attendere o, meglio, temere. Alla dittatura che si è ‘dileguata’, più che essere sconfitta, con l’appoggio-collaborazione della Turchia (e l’intervento massiccio di Israele, distruttivo di tutto l’apparato militare) non è previsto, anzi è decisamente proibito, che possa succedere un tempo che abbia all’ordine del giorno il riconoscimento di un destino di civiltà per i popoli che hanno un loro progetto. Anche e soprattutto di quello kurdo, che è la dimostrazione indiscutibile che ‘si può fare’: anche e soprattutto in quell’area, in cui la versione ufficiale della storia sembra dipenda prevalentemente da ideologie travestite da ‘regimi’ religiosi, più o meno funzionali a strategie di poteri globali.

Non ha senso giocare a fare gli indovini su una situazione talmente imprevista per la forma che ha preso, e che ha rimesso in discussione tutti i disequilibri già esistenti. L’obiettivo di questo pro-memoria è molto limitato, e accorato: chiedere, a tutti, in tutti i modi, di non cancellare, nascondere, distruggere nel silenzio connivente della comunità internazionale una rara esperienza di civiltà come Rojava. È lo stesso destino che si cerca di ‘assegnare’ al popolo palestinese: e il popolo di Rojava è più piccolo, poco noto, parte di vecchissime e rinnovate divisioni-trattati coloniali che non si può nemmeno pensare di toccare.

In gioco è qualcosa di più profondo e grave: consolidare e rendere normale la decisione di fare della storia una partita a scacchi dei poteri statali, economici, militari di turno. Non importa con quali forme di dittature: le mosse che si devono fare prescindono dai loro costi umani, che sono obsoleti come categoria obbligatoria di riferimento. Si possono-debbono includere nelle cronache come descrittori, da sommare giorno per giorno, con la sola attenzione di mimare attenzione stratificando le vittime per donne e bambini: effetti indesiderati e inevitabili. Nulla di nuovo. Neppure per le centinaia di migliaia (per la Siria, da tempo, milioni) di migranti più o meno affidati a ‘flussi’ che fanno sempre più parte di considerazioni di mercato. Su tutto, trasversalmente, Erdogan insegna ed è rispettato.

Nonostante tutto: ricordiamoci di Rojava. Come tutti i popoli che sperimentano vita, sono loro che diranno, sopravvivendo o meno, da che parte siamo andati anche noi, che non possiamo essere solo spettatori rassegnati.

da qui


mercoledì 5 giugno 2024

Sepolti in carcere i difensori di Kobane: nel silenzio dell’Occidente - Laura Schrader

 Il 16 maggio un tribunale di Ankara ha emesso la sentenza nel processo per il “caso Kobane”. Il verdetto distribuisce a 24 esponenti del partito HDP centinaia di anni di carcere per aver agito ai fini della distruzione dell’unità dello Stato e dell’integrità del Paese e per numerosi altri reati, omicidi compresi. Agli ex co-presidenti del partito, Selahattin Demirtas e Figen Yuksegdag, spettano rispettivamente 42 anni e 5 mesi e 30 anni e 3 mesi anni di carcere. Pene tra 9 anni e 22 anni e 5 mesi per gli altri imputati, tra i quali la sindaca di Diyarbakir (12 anni) e il sindaco di Mardin, Ahmet Turk, ex parlamentare, figura storica della resistenza democratica kurda, oggi ottantunenne (condannato a 10 anni). Si conclude così un processo iniziato il 20 settembre 2018 e sviluppatosi nel corso di 83 paradossali udienze: apertamente violato o negato il diritto alla difesa, aula invasa da agenti di polizia, arrestato il presidente del tribunale per attività criminale, testimonianze segrete. Alcuni dei condannati erano già in carcere, come Selahattin Demirtas e Figen Yuksegdag, reclusi dal novembre 2016 per propaganda terroristica e insulti al presidente Erdogan. Quali e quanti strumenti avrebbero consentito una così cospicua attività criminosa? Secondo i giudici soltanto uno: Twitter.

Questi i fatti.

Era il 6 ottobre 2014. I blindati dell’Isis assediavano la città kurdo-siriana di Kobane, al confine con la Turchia. L’esercito iracheno era fuggito senza combattere regalando al nemico i propri armamenti. L’orda nera aveva conquistato la piana di Ninive e sterminato il popolo Yazidi sul monte Shengal (Sinjar). Kobane era la porta per arrivare a unire sotto il califfato il Nord dell’Irak con il Nord-Est della Siria. Staffan de Mistura, inviato dell’Onu in Siria, lanciava un appello: «Kobane è sotto assedio da tre settimane. Gli abitanti sono kurdi e si difendono tutti con grande coraggio. Adesso però sono molto vicini a non farcela più. Combattono con armi normali mentre l’Isis ha carri armati e mortai. La comunità internazionale li deve difendere perché non può più sostenere che un’altra città cada nelle mani dell’Isis. Ora serve un’azione concreta». Anche il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban-ki-Moon, dichiarava «serve un’azione internazionale». Ma la coalizione occidentale era bloccata: la Turchia negava la base aerea di Incirlik mentre dalla frontiera lasciava affluire verso Kobane i convogli dei foreign fighters dell’Isis e le sue forze di sicurezza sparavano a morte sui kurdi che volevano varcare il confine per unirsi ai difensori della città. In tutto il mondo e in molte città della Turchia si svolsero manifestazioni a sostegno della città assediata. I politici di HDP pubblicarono tweet contro l’Isis. Nelle piazze turche si scatenarono, contro le proteste democratiche, i gruppi filo-Isis spalleggiati dalle forze di sicurezza e tra il 6 e l’8 ottobre le manifestazioni degenerarono in gravi disordini, con furti, saccheggi, incendi, aggressioni, omicidi. Furono 46 i civili uccisi dalle bande jihadiste. Tra essi 34 erano membri o sostenitori di HDP.

Gli imputati del processo di Kobane, autori dei tweet che invitavano a mobilitarsi contro l’Isis, sono stati riconosciuti colpevoli del crimine di attentato all’integrità dello Stato e di tutte le violenze commesse nelle infuocate manifestazioni di piazza. La Corte Europea per i Diritti Umani aveva a suo tempo esaminato le accuse del “caso Kobane” e aveva concluso che né gli ex co-presidenti di HDP Demirtas e Yuksegdag né altri esponenti del partito hanno responsabilità per gli eventi. Anche in occasione dei procedimenti contro i medesimi co-presidenti nel 2016, la Corte aveva dichiarato ingiusto il processo e aveva chiesto l’immediata scarcerazione. HDP – Partito Democratico dei Popoli, che fa parte dell’Internazionale Socialista, rappresenta la sinistra kurda e turca. Rifiuta il capitalismo e si batte per il riconoscimento dei diritti del popolo kurdo e delle minoranze etniche e religiose, tra le quali importante è la perseguitata componente alevita. HDP è l’unico partito che può portare i valori della democrazia in un paese bloccato tra il nazionalismo islamista di AKP (il partito del presidente) e il nazionalismo kemalista del suo primo oppositore, il CHP. I partiti legali filo kurdi riescono a sopravvivere in media per 3-4 anni prima di essere eliminati. HDP è stato l’ottavo in circa trent’anni ad essere chiuso d’imperio prima delle ultime elezioni del maggio 2023.

Con la sentenza del “caso Kobane” attraverso la magistratura a lui asservita il presidente Recep Tayyp Erdogan vuole cancellare non soltanto il partito, ma ogni possibilità di sopravvivenza politica dei suoi esponenti e portare a termine la sua vendetta personale nei confronti dell’odiato Selahattin Demirtas. «Fino a quando resterò io al potere – aveva solennemente scandito nel comizio conclusivo della campagna elettorale del 2023 e nella prima trionfale esibizione dopo la risicata vittoria – il terrorista Selahattin Demirtas non uscirà dal carcere». La sua folla rispondeva con le dita alzate nel simbolo dei Fratelli Musulmani urlando “Pena di morte per Selo!”. Selahattin Demirtas è nato nel 1973 a Elazig ma è sempre vissuto a Diyarbakir. È sposato e ha due figlie. Avvocato specializzato nella difesa dei diritti umani, si è occupato degli omicidi politici e dei desaparecidos del Kurdistan, ha fondato le sezioni di Diyarbakir di Amnesty International e di IHD, l’Associazione turca per i Diritti Umani. È stato protagonista di battaglie ecologiste, per i diritti delle donne e della comunità Lgbt. Dalla nascita del partito, nel 2012, fino al 2018 è stato co-presidente di HDP insieme alla giornalista ed editrice femminista Figen Yuksegdag. Nelle elezioni del 7 giugno 2015 HDP con il 13,1% dei voti superò lo sbarramento del 10% impedendo all’AKP di Erdogan di arrivare alla maggioranza assoluta. Tre anni dopo, dal carcere, Demirtas aveva guidato la campagna elettorale nelle presidenziali del 2018 ottenendo l’8,4% dei voti.

Per il successo del giugno 2015 HDP ha pagato un terribile tributo di sangue. Il 20 luglio l’attentato suicida di un giovane turco affiliato all’Isis fa strage tra 300 ragazzi e ragazze della Federazione delle associazioni giovanili socialiste, vicina a HDP, arrivati da varie località della Turchia e riuniti in un centro culturale a Suruc, città al confine turco-siriano, per organizzare la distribuzione di aiuti umanitari alla vicina Kobane. I morti sono 34, oltre 100 i feriti. L’attentato sarebbe stato pianificato dallo stesso Erdogan e realizzato da una cellula dello Stato islamico controllata da un suo fedelissimo, Hakan Fidan, allora capo del MIT e oggi ministro degli Esteri. Circa tre mesi dopo, il 10 ottobre, due tremende esplosioni causano 103 morti e centinaia di feriti tra i manifestanti provenienti da tutto il paese che davanti alla stazione Centrale di Ankara stanno per iniziare la marcia per la pace organizzata da HDP con sindacati, associazioni e ordini professionali di sinistra per chiedere al Governo di fermare i bombardamenti contro il PKK e riaprire i negoziati per la democrazia. È l’attentato più sanguinoso di tutta la storia della Repubblica di Turchia. Sotto accusa ancora una volta lo “Stato profondo” (estremisti dei servizi segreti, di MHP e dei Lupi Grigi in collaborazione con l’Isis al servizio degli interessi presidenziali). Il 20 agosto 2016 a Gaziantep, mentre si festeggiano all’aperto le nozze di due membri del partito HDP con invitati arrivati da tutto il Kurdistan, un attentato suicida provoca 54 vittime (tra esse 29 bambini) e 94 feriti, molti gravissimi. Gaziantep è uno snodo centrale della collaborazione tra Turchia e Isis. I Servizi di Ankara conoscono quel punto della frontiera palmo per palmo. l’Isis anche questa volta non rivendica, confermando, secondo gli esperti, di essersi prestata all’altrui servizio.

È probabile che sulla sentenza del processo Kobane le istituzioni europee sapranno esprimere le consuete nobili parole di condanna mentre continueranno a coltivare i lucrosi interessi con Ankara e a elargirle denaro per fermare i siriani (veri profughi di guerra, da tenere lontano dall’accoglienza a cui avrebbero diritto) e mentre si inchinano alla volontà della Nato, per la quale Stoltenberg, in sintonia con Erdogan, condanna come terrorista un popolo che con coraggio, determinazione e dignità difende quei valori che per la politica occidentale sono concetti vuoti riempiti da un misero opportunismo.

Nel 2022 il premio Nobel per la Pace venne assegnato a una ONG russa di opposizione, a un attivista bielorusso e a un’associazione ucraina per i diritti umani. Io penso alle Madri di Galatasary, le Madri per la Pace, fragili come i narcisi del Kurdistan e forti come le rocce, che da trent’anni tengono viva la memoria degli scomparsi e chiedono giustizia e pace. Oppure a Selahattin Demirtas, che in un’intervista a Diyarbakir nel 2003 quando svolgeva il rischiosissimo compito di difensore dei diritti umani aveva detto: «La mia generazione è vissuta immersa nella violenza più brutale. Noi kurdi vogliamo vivere in una situazione di pace e nella quale siamo rispettati e lottiamo per questo. Io non faccio altro che quello che farebbero milioni di kurdi».

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lunedì 18 settembre 2023

La falsa propaganda per i diritti umani accettata dall’Occidente - Violetta Silvestri


Quando l’Egitto ha presentato il suo primo documento ufficiale per una politica nazionale dei diritti umani, lo ha fatto con enfasi. Era il 12 settembre 2021 e il presidente Abdel Fattah al-Sisi celebrava con orgoglio un “momento luminoso nella storia contemporanea dell’Egitto, che considero un passo serio verso il progresso dei diritti umani… tenendo conto dell’importanza di questo campo vitale nella valutazione dell’avanzamento e del progresso delle società”.

Un anno più tardi, a novembre 2022, la nazione ha ospitato la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, conosciuta anche come COP 27, vetrina internazionale rilevante per le tematiche e per il prestigio istituzionale. Un’occasione imperdibile per lo Stato egiziano, nella quale elevare la propria immagine a nazione moderna e affidabile, non più macchiata da opacità e inerzia nel campo dei diritti umani, civili, sociali.

Tuttavia, proprio alla vigilia di quell’evento, erano emerse voci molto critiche sulla reale condizione di libertà e democrazia nel Paese. Tra tutte spiccava la denuncia di Amnesty International nel dossier “Disconnetted from reality“ con questo appello:

Le autorità egiziane hanno dato vita alla Sndu [Strategia nazionale sui diritti umani] per celare l’incessante violazione dei diritti umani, pensando di poter prendere in giro il mondo in vista della Cop 27. Ma la cruda realtà della grave situazione dei diritti umani non può essere ridisegnata con un’azione di marketing.

A settembre 2023 sono già due gli anni di implementazione della Strategia nazionale sui diritti umani (Sndu) e il bilancio continua a essere preoccupante. Solo per fare qualche esempio più recente, il 14 agosto scorso si è ricordato il massacro di Rabaa, risalente al 2013 e che ha quindi sancito quest’anno il “decennio della vergogna“, come sottolineato da Philip Luther, direttore delle ricerche e della difesa di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa.

Il 14 agosto 2013 i militari egiziani dispersero violentemente i sit-in dei sostenitori dell’organizzazione I Fratelli Musulmani e del deposto presidente Mohamed Morsi nelle piazze Rabaa al-Adawiya e al-Nahda del Cairo. In quel tragico giorno, secondo testimoni ed enti per i diritti umani, le forze di sicurezza utilizzarono veicoli blindati e bulldozer, oltre a truppe di terra e cecchini sui tetti con munizioni vere, per attaccare la piazza delle proteste da tutti i lati e chiudere le uscite sicure.

https://vociglobali.it/wp-content/uploads/2023/09/Immagine-2023-09-07-122515.jpgQuesto è uno scorcio di quanto accaduto il 14 agosto 2013 nella violenta repressione di piazza in Egitto, che di fatto ha sancito la presa di potere di al-Sisi. Foto da video di Al-Jazeera

Il bilancio racconta di 817 persone morte durante la sola dispersione di Rabaa, con un totale di almeno 1.000 vittime. L’evento è entrato nella memoria degli egiziani come un massacro, una delle pagine più buie della storia nazionale. Tuttavia, nessun funzionario o entità è stato ritenuto responsabile e al centro della piazza Rabaa è stato addirittura eretto un monumento per onorare la polizia e l’esercito.

Il fatto è emblematico per smascherare la propaganda dei diritti umani di al-Sisi.

“Il massacro di Rabaa ha rappresentato un punto di svolta a seguito del quale le autorità egiziane hanno perseguito incessantemente una politica di tolleranza zero nei confronti del dissenso. Da allora, innumerevoli critici e oppositori sono stati uccisi durante le proteste di piazza, lasciati a languire dietro le sbarre o costretti all’esilio”, ha dichiarato nell’anniversario 2023 Philip Luther.

Reporter Senza Frontiere descrive senza mezzi termini l’Egitto come “una delle più grandi prigioni del mondo per giornalisti”, classificando il Paese al 166° posto su 180 Paesi. A questo si aggiunge Freedom House, che lo ha classificato come “non libero”, mostrando come il rating di libertà della nazione, già scarso, si sia lentamente eroso negli ultimi cinque anni, passando da 26 su 100 nel 2018, a 18 su 100 quest’anno.

Solo nel 2022, le forze di sicurezza hanno arrestato arbitrariamente almeno 11 giornalisti per il loro lavoro o per le loro opinioni critiche. Almeno 26 giornalisti sono rimasti detenuti arbitrariamente in seguito a condanne o indagini pendenti con accuse di “diffusione di notizie false”, “uso improprio dei social media” e/o “terrorismo”.

Radicata, inoltre, è la pratica dei divieti di viaggio arbitrari nei confronti di difensori dei diritti umani, membri della società civile, oppositori politici. Una delle vittime è Ahmed Samir Santawy, un ricercatore e studente di antropologia presso l’Università dell’Europa Centrale di Vienna, impegnato in approfondimenti sui diritti delle donne.

Il suo arresto in Egitto è avvenuto il 1° febbraio 2021, con successiva condanna a quattro anni di reclusione per la diffusione di “notizie false”. Nello specifico, a lui è stata contestata la pubblicazione di post sui social media che criticavano le violazioni dei diritti umani in Egitto e la gestione della pandemia da parte del Governo. Questa la prova della sua colpa. Rilasciato nel 2022, a giugno 2023 gli è stato vietato di lasciare la nazione.

L’elenco di soprusi dei funzionari statali e dei militari su liberi cittadini sarebbe ancora lunga e offusca anche il lancio –  celebrato da al-Sisi come espressione di democrazia – del “dialogo nazionale”, strategia voluta dal Presidente per riconciliarsi con le opposizioni (che contano molti prigionieri politici ancora in carcere) che si sta rilevando – anch’essa – una farsa.

Non è sfuggito, per esempio, che in quella stessa settimana di inizio delle sessioni del dialogo, avvenuto il 3 maggio 2023, la polizia abbia arrestato 16 parenti e sostenitori di Ahmed al-Tantawi, dopo che l’ex parlamentare dell’opposizione aveva annunciato che si sarebbe candidato alle elezioni presidenziali del prossimo anno.

Dinanzi a questi fatti, il castello di carta della politica dei diritti umani crolla. Ci si chiede, infatti, cosa significhi davvero quanto si legge nelle intenzioni della Sndu proclamate due anni fa:

… lo Stato egiziano assicura inoltre il proprio impegno a rispettare e tutelare il diritto all’integrità fisica, alla libertà personale, alla pratica politica, alla libertà di espressione e di formazione di associazioni civili, nonché il diritto al contenzioso. L’Egitto accoglie sempre con favore la pluralità dei punti di vista, anche le loro differenze, purché tengano conto delle libertà degli altri.

A volte, la propaganda di Stato si avvale di strumenti ancora più arguti e non mancano finte organizzazioni per i diritti umani. Lo ha scoperto, con un’inchiesta, la giornalista Antonella Napoli che ha svelato l’opacità dell’associazione egiziana Matt nel 2021. Il presidente dell’organizzazione, nata con lo scopo di difendere i diritti, intervistato, ha offerto la propria concezione:

“I diritti umani sono quelli economici, sociali, politici e civili… l’impegno del Paese ad avere l’acqua potabile è un diritto umano”, escludendo di fatto la libertà di parola o la detenzione dei prigionieri politici, relegate piuttosto a questioni di sicurezza nazionale.

Dinanzi al palese inganno delle politiche nazionali di difesa dei diritti umani, gli attori internazionali spesso mostrano un’attenzione anch’essa di facciata. Ad agosto, per esempio, un gruppo di membri democratici della Camera dei rappresentanti americana ha esortato l’amministrazione del presidente Joe Biden a trattenere alcuni aiuti militari all’Egitto per l’emergenza diritti umani. Secondo la legge statunitense, una parte dei soldi destinati all’assistenza militare all’Egitto è soggetta ogni anno alla certificazione secondo standard relativi al rispetto dei diritti.

Washington, però, vede il Cairo come un importante partner strategico in una regione complessa e ha affermato più volte che è impegnata a sostenere le sue legittime esigenze di difesa. Non è un caso che, anche nella migliore delle ipotesi, il blocco degli aiuti sarebbe limitato a 300 milioni su più di un miliardo di dollari garantiti.

Allo stesso modo, in seguito al massacro di Rabaa, l’Unione Europea ha deciso di sospendere le esportazioni di armi e beni che potevano essere utilizzati per la repressione interna.

Tuttavia, più di una dozzina di Paesi, tra cui Bulgaria, Cipro, Belgio, Repubblica Ceca, Francia, Ungheria, Romania e Spagna, hanno violato questa sospensione e hanno continuato a spedire attrezzature militari in Egitto. Tra questi c’è l’Italia, che ha dimostrato così di fare molto poco per ottenere la verità su Giulio Regeni (ferita che resta aperta, mentre la grazia concessa a Patrick Zaki ha chiuso un’altra drammatica vicenda). Voci Globali ne ha parlato in questo articolo.

L’Egitto non è un caso isolato e ultimamente i Paesi del Golfo si stanno facendo notare proprio per la duplice strategia di attivismo politico in ambito internazionale e riforme interne all’insegna dello sviluppo, del progresso e dell’emancipazione democratica.

Nel mirino degli osservatori in questi mesi ci sono gli Emirati Arabi Uniti per la vetrina della Conferenza Onu sui cambiamenti climatici, la Cop 28, che si terrà a novembre prossimo a Dubai.

Nel presentare l’approccio che la presidenza del Paese del Golfo vuole dare all’evento, sul sito ufficiale si legge che tra le parole chiave c’è l’inclusività. Si enfatizza anche che, per la prima volta in una Cop, si darà importanza ai temi cruciali della salute delle persone e della pace per le comunità sotto attacco a causa dei cambiamenti climatici, con sessioni dedicate.

Solo pochi mesi fa, a maggio, Shamma Al Mazrui, ministro dello Sviluppo Comunitario degli Emirati, aveva dichiarato ai rappresentanti delle Nazioni Unite i passi significativi compiuti dagli Emirati Arabi Uniti per proteggere i diritti umani. Tra questi, l’introduzione di una legislazione chiave per garantire la parità di retribuzione tra i sessi, aumentare la protezione dalla violenza domestica, rafforzare i diritti dei lavoratori, combattere la tratta di esseri umani.

Intanto, però, si è già messa in moto una mobilitazione internazionale per mettere in guardia sulla reale situazione dei diritti nel Paese. Più di 50 organizzazioni e associazioni a livello mondiale hanno scritto un comunicato congiunto nel quale accusano gli Emirati Arabi Uniti di:

 … continuo attacco ai diritti umani e alle libertà, prendendo di mira gli attivisti per i diritti umani, promulgando leggi repressive e utilizzando il sistema di giustizia penale come strumento per eliminare il movimento per i diritti umani. Queste politiche hanno portato alla chiusura dello spazio civico, a severe restrizioni alla libertà di espressione, sia online che offline, e alla criminalizzazione del dissenso pacifico.

Poche settimane fa, inoltre, è stato pubblicato un report da parte di FairSquare, The Emirates Detainees Advocacy Centre e ALQST for Human Rights nel quale si vuole proprio sfidare la campagna di pubbliche relazioni degli Emirati Arabi Uniti in vista della Cop 28 che inizierà il 30 novembre alle l’Expo City di Dubai.

“Non c’è letteralmente nessuno negli Emirati Arabi Uniti che possa parlare liberamente per criticare la politica statale sul petrolio o sul cambiamento climatico. Chiunque tentasse di farlo si ritroverebbe rapidamente messo a tacere o imprigionato”, ha affermato Hamad al-Shamsi”, direttore esecutivo di The Emirates Detainees Advocacy Centre.

Lavoratori immigrati negli Emirati Arabi Uniti: come in diversi Paesi del Golfo, anche qui vige il sistema della Kafala, in base alla quale i lavoratori stranieri sono di fatto tenuti ostaggio dei loro datori di lavoro. Foto in CC da Wikimedia Commons

Ai più attenti osservatori non sfugge nemmeno la propaganda farsa portata avanti da Erdoğan sul tema dei diritti. La Turchia si è dotata di un “nuovo e rivoluzionario Piano d’azione per i diritti umani” nel marzo 2021, con lo scopo soprattutto di rafforzare le libertà di espressione e di organizzazione e il diritto a un giusto processo. L’Action plan on human rights si compone di 9 ambiziosi obiettivi, tra i quali l’impegno a garantire la protezione delle minoranze, la libera attività religiosa, politica, associativa dei cittadini, l’accesso a processi equi.

Mentre il presidente turco, forte della sua rielezione nel 2023, si rende protagonista della diplomazia mondiale (l’ultimo atto è stato l’incontro con Putin per cercare di sbloccare la crisi del grano), pochi sono i segnali di coerenza con il piano nazionale sui diritti umani.

Basterà citare come esempio l’incipit dell’ultimo report di Human Rights Watch:

Il governo autoritario del presidente Recep Tayyip Erdoğan ha preso regolarmente di mira i presunti critici del Governo e gli oppositori politici ed ha esercitato un forte controllo sui media e sulla magistratura nel lungo periodo che precede le elezioni parlamentari e presidenziali…

L’Arabia Saudita è un altro esempio di come rinnovare la propria immagine di nazione costruendo opache e limitate occasioni di emancipazione nei diritti. Sotto la “faraonica” strategia intotolata Vision 2030, il Regno si è dotato di una road map ricca di riforme economiche e sociali che comprende misure volte ad aumentare i diritti delle donne e la partecipazione alla società.

Tuttavia, il Governo resta contrario a qualsiasi critica o dissenso. Se è vero che una serie di riforme degli ultimi anni consentono alle donne di avere mansioni in diversi ambiti lavorativi, affrancarsi dalla tutela maschile in certi ambiti, guidare, stare in pubblico senza l’obbligo di indossare l’hijab, trasmettere la cittadinanza saudita ai figli se il marito è straniero, altrettanto provata è la repressione del dissenso e delle attività svolte nel Paese a favore dei diritti, anche dalle donne.

Nel bilancio 2022 del Paese, stilato da HRW, si sono sommati arresti di dissidenti pacifici, intellettuali pubblici e attivisti per i diritti umani, condanne di persone a pene detentive decennali per aver pubblicato sui social media, pratiche abusive nei centri di detenzione, tra cui la tortura e i maltrattamenti, detenzione arbitraria prolungata e la confisca dei beni senza alcun chiaro procedimento legale.

Il 12 marzo, le autorità saudite hanno giustiziato 81 uomini, la più grande esecuzione di massa degli ultimi decenni, nonostante le recenti promesse di ridurre l’uso della pena di morte. Il 10 luglio 2023, la Corte penale specializzata, il tribunale antiterrorismo dell’Arabia Saudita, ha condannato a morte Muhammad al-Ghamdi, 54 anni, un insegnante saudita in pensione, per diversi reati legati esclusivamente alla sua attività di pubblicazione di post online.

Joey Shea, ricercatore dell’Arabia Saudita presso Human Rights Watch ha offerto una sintesi lucida sulla realtà dei diritti nel Regno: “È difficile capire come gli impegni della leadership saudita a diventare una società più rispettosa dei diritti possano avere significato quando un semplice tweet critico può portare a una condanna a morte”.

Con queste premesse, i Paesi del Golfo e non solo si candidano a diventare i protagonisti della politica e dell’economia internazionale, ora più che mai visto il bisogno di materie prime e di alleanze strategiche anti-Cina dei Paesi occidentali. L’emancipazione reale dei diritti umani, ancora una volta, può attendere. O restare relegata a politiche nazionali deboli e molto propagandistiche.

da qui

giovedì 4 maggio 2023

Dal 18 marzo 2023, Eda Deniz Haydaroglu è in sciopero della fame a tempo indeterminato per ottenere giustizia!

 

Il testo riportato qui sotto è una dichiarazione dei motivi che hanno spinto la ventiduenne Eda Deniz Haydaroglu ad interaprendere – il 18 marzo 2023 a Berlino – uno sciopero della fame a tempo indeterminato e un appello alla solidarietà di tutte e tutti. Tra le richieste dello sciopero compare il nome di Alfredo Cospito, prigioniero anarchico in sciopero della fame dallo scorso 20 ottobre per protesta contro il regime del 41 bis: si chiede che le sue richieste vengano accolte dallo Stato Italiano e che venga liberato dal 41 bis.

Lo sciopero della fame di Eda Deniz Haydaroglu è il più recente atto di una protesta, che prosegue ormai da parecchi mesi, contro il paragrafo 129, 129 a e b del Codice Penale della Repubblica Federale Tedesca. Anche in Germania – come nel caso di Alfredo in Italia – la lotta politica ha dovuto ricorrere a questo mezzo radicale per far sentire la voce della giustizia alle autorità dello Stato Borghese.

Il paragrafo 129 rappresenta già da due secoli una minaccia per tutti gli oppositori politici di sinistra. Nel corso dell’ultimo anno, 4 antifascisti di origine turche sono stati arrestati sulla base della sua estensione a “organizzazioni terroristiche straniere”, il paragrafo 129 b. Perciò, lo sciopero della fame è principalmente rivolto alla revoca della custodia cautelare in cui i prigionieri sono detenuti e all’abolizione in toto del paragrafo 129, 129 a e b.

Dal 18 marzo 2023, Eda Deniz Haydaroglu è in sciopero della fame a tempo indeterminato per ottenere giustizia!

VIA IL PARAGRAFO 129,129A&B DEL CODICE PENALE!

LIBERTÀ PER TUTTI I PRIGIONIERI ANTIFASCISTI E RIVOLUZIONARI!

Il 16 maggio dello scorso anno sono stati arrestati gli antifascisti di origini turche Özgül Emre, Serkan Küpeli e il musicista del gruppo musicale Grup Yorum, Ihsan Cibelik. Quest’anno è stato arrestato anche Hasan Unutan, padre di famiglia e antifascista. Tutti e quattro sono stati arrestati sulla base del paragrafo 129b del Codice Penale della Repubblica Federale Tedesca (RFT) e da allora si trovano in custodia cautelare in varie carceri in Germania, nell’attesa – da quasi un anno – del loro processo, di cui non sanno nemmeno cosa comporterà, perché ad oggi non è stata inviata alcuna imputazione.

Poiché ci sono molte ingiustizie intorno agli arresti e al processo, sulle quali noi come comitato “Via la Sezione 129” abbiamo richiamato l’attenzione in vari modi, stiamo portando la nostra lotta contro queste ingiustizie a un nuovo livello. Per questo motivo Eda Deniz Haydaroglu è in sciopero della fame a tempo indeterminato. Con le richieste dello sciopero della fame, vogliamo attirare l’attenzione su queste ingiustizie e chiedere alle autorità di ascoltarle.

Le nostre richieste sono:

-Tutti e 4 i detenuti sono stati imprigionati sulla base dei §§ 129 a e b del Codice Penale. L’accusa è di far parte di un’organizzazione terroristica con base all’estero. Da diversi anni, gli attivisti dell’opposizione in Germania che si battono attivamente contro il regime fascista in Turchia sono stati perseguitati e criminalizzati attraverso richieste diplomatiche. La Turchia fornisce regolarmente allo stato tedesco liste di attivisti dell’opposizione con la richiesta di perseguitarli sul suolo tedesco. Anche i 4 antifascisti che ora sono in carcere figuravano in queste liste.

La RFT si serve – per questa persecuzione – del paragrafo 129b, altamente efficiente in questo senso. Si tratta di un relitto dell’era nazista e di un diretto successore della legge nazionalsocialista sul tradimento dello Stato. Gli Alleati l’avevano vietata, ma fu ripristinata nel corso del 1° Atto di modifica del diritto penale per “impedire ai nazisti di riprendere il potere”. È chiaro, tuttavia, che sulla spinta di questi paragrafi principalmente gli attivisti dell’opposizione turca finiscono per essere perseguitati e imprigionati.

Per questo, chiediamo che il paragrafo 129 a e b del Codice Penale venga messo in discussione e rimosso dalla legge. Il diritto penale ha tutti i mezzi necessari per perseguire i reati di terrorismo, non c’è bisogno di una “Gesinnungsjustiz” – una giustizia di stampo ideologico -, che è un residuo dell’era nazista!

-I 4 antifascisti imprigionati hanno tutti un indirizzo valido in Germania. Inoltre, sono stati tutti arrestati nelle loro rispettive abitazioni. Serkan Küpeli è sposato, vive ad Amburgo ed è stato arrestato 15 giorni dopo la nascita del suo primo figlio.

Anche Hasan Unutan è sposato, possiede un’azienda pubblicitaria a Mannheim ed è padre di 3 figli.

Tutti loro hanno vita pubblica, non vivono in clandesitinità. Le loro attività politiche sono annunciate con giorni di anticipo su internet, hanno regolari appuntamenti medici e con le autorità. Il pericolo di fuga invocato dall’accusa è quindi vago e non rappresenta un motivo valido per tenere queste persone in detenzione per quasi un anno in condizioni non specificate. La carcerazione preventiva è l’ultima ratio e può essere utilizzata solo se non ci sono mezzi più blandi. Chiediamo che la custodia cautelare sia revocata per i motivi citati e che il processo prosegua a piede libero.

– Nella sua funzione, il Procuratore Generale Peter Frank ha firmato i mandati di arresto contro gli antifascisti imprigionati. Poco tempo dopo, su invito del Ministro della Giustizia e Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan, si è recato in Turchia, dove è stato premiato. Chiediamo che ci venga spiegato cosa stava facendo Peter Frank in Turchia, di cosa ha discusso con Erdogan e per cosa è stato premiato in Turchia. Vorremmo sapere se Peter Frank è stato premiato per la persecuzione dei membri dell’opposizione di origine turca in Germania.

– La persecuzione degli antifascisti di origine turca in Germania si basa sui rapporti dell’Ufficio per la protezione della Costituzione. Quest’autorità, che è stata profondamente coinvolta nei crimini della NSU e che attira ripetutamente l’attenzione attraverso scandali sotto forma di sentimenti nazionalsocialisti, non ha alcuna legittimità nella persecuzione degli antifascisti. Questi rapporti dell’Ufficio per la protezione della Costituzione servono come una criminalizzazione preliminare, sono trattati come fatti dalle autorità e ogni atto di repressione è giustificato da questi rapporti. Questo è un attacco allo Stato di diritto, perché in uno Stato di diritto non sono i servizi segreti ma i tribunali a decidere chi ha commesso un reato. Chiediamo che la presunzione di innocenza venga riportata al centro dell’attenzione e che i rapporti dell’Ufficio per la protezione della Costituzione non vengano utilizzati come fatti.

– Da qualche tempo, in Germania, i file digitali vengono utilizzati come prove nei procedimenti politici. Questo approccio porta talvolta a sentenze legali scandalose. I file digitali sono, per loro natura, esposti a qualsiasi forma di modifica, riscrittura, cancellazione, ecc. Con lo stato attuale della tecnologia, è quasi impossibile determinare se i file digitali siano seri e credibili, o se non siano stati alterati in seguito. In Germania, tuttavia, la valutazione complessiva è sufficiente. Ciò significa che il giudice decide se accettare o meno le prove. Questo è anche un attacco ai nostri diritti, perché in queste condizoni viene a mancare la certezza del diritto. Siamo privati della possibilità di difenderci legalmente in caso di dubbio su file digitali alterati o scritti ex novo, perché qui tutto è a discrezione del giudice. Chiediamo quindi che i file digitali non vengano utilizzati come prove nei procedimenti politici, perché gli interessi politici comportano sempre il pericolo di abusi e non c’è modo di eliminare efficacemente questo pericolo. Sosteneteci nelle nostre richieste.

Lottiamo insieme per la giustizia!

Lottiamo insieme per i nostri diritti e le nostre libertà democratiche!

Chiediamo a tutti i cittadini tedeschi di sostenere Eda Haydaroglu nella sua lotta per la giustizia!

Le richieste dello sciopero della fame:

1- La detenzione preventiva contro i prigionieri rivoluzionari e antifascisti Özgül Emre, Ihsan Cibelik, Serkan Küpeli e Hasan Unutan deve essere revocata.

2- I post di Facebook e i file digitali non devono essere usati come prove.

3- I rapporti dell’Ufficio per la protezione della Costituzione non sono legittimi e non devono essere usati come prove!

4- Il Procuratore Generale Peter Frank deve spiegare cosa ha discusso con Recep Tayyip Erdoğan e per cosa è stato premiato in Turchia.

5- Le richieste di Alfredo Cospito devono essere soddisfatte!

6- Il paragrafo fascista §129 a e b del Codice Penale deve essere rimosso dalla legge.

7- Tutti i prigionieri antifascisti e rivoluzionari devono essere liberati immediatamente.

CHIEDIAMO GIUSTIZIA!

da qui

domenica 20 novembre 2022

Guerre di religione: continuazione del colonialismo con altri mezzi - Gianni Sartori

  

Gianni Sartori si propone come autodidatta che propone analisi “a naso”: avercene di nasi così raffinati! E soprattutto con una memoria storica e uno sguardo libertario come il suo. Peraltro l’analisi dei guasti del neocolonialismo è uno dei motivi per cui OGzero è nato e questo scritto ci sembra perfetto per avviare la discussione che si fonde e intreccia con le altre che muovono masse di disperati, distruggono il clima, depredano territori, spacciano armi, innescano conflitti per controllare risorse. Si può interpretare questo uso della divisione religiosa come un nodo delle diverse emergenze del Finanzkapitalismus nella sua fase iperliberista, un nodo a cui arrivare dagli altri orrori geopolitici, o da cui partire per inserirlo nella rete che mette insieme l’uso politico-aggressivo della religione, il pastone mediatico, la scorciatoia militarista, l’espansionismo imperialista… ma partiamo dallo storico conflitto irlandese tra cattolici separatisti e unionisti protestanti e poi ci espandiamo nelle più complesse – ma riconducibili agli stessi modelli di potere – contrapposizioni mediorientali.


Solo un’ipotesi, la mia. Da “proletario autoalfabetizzato” senza pretese accademiche. A naso diciamo.
Se in passato le “guerre di religione” potevano, forse, esprimere (“fotografare”) in qualche modo i conflitti etnici e/o sociali del tempo (vedi alcune “eresie” e certe “riforme” diretta conseguenza dei conflitti di classe), direi che in seguito, perlomeno dal secolo scorso, il più delle volte sono state la copertura, la “vetrina” di interessate strumentalizzazioni.

Partiamo dall’Irlanda…

A titolo di esempio, il conflitto irlandese, soprattutto dopo la divisione dell’Isola di smeraldo. Se già nel Settecento cattolici e protestanti (discendenti i primi dagli indigeni irlandesi colonizzati, gli altri dai coloni scozzesi presbiteriani) avevano fatto fronte comune per l’indipendenza dell’Irlanda, anche in seguito (vedi gli scioperi di lavoratori salariati cattolici e protestanti a Belfast) non mancarono lotte comuni. A porvi fine intervennero le ricche borghesie filobritanniche (si veda La Casa d’Orange) elargendo piccoli privilegi e organizzando milizie settarie “lealiste” (v. Uvf). Non potendo utilizzare – che so – un diverso colore della pelle o diversità etniche rilevanti (in quanto entrambe le comunità erano di origine celtica, diversamente dagli inglesi anglosassoni – di origine germanica – e anglicani) si accontentarono di ampliare il modesto solco di natura religiosa.

Poi è andata come sappiamo. Esperimento sostanzialmente riuscito, un modello per future strumentalizzazioni a “geometria variabile”.

 

… e giungiamo tra le comunità beluci, curde e hazara

Quindi ritengo che anche le sanguinose faide mediorientali tra sunniti e sciiti (con ricadute particolarmente gravi per le minoranze qui presenti: yazidi, alaviti, assiro-cristiani, zoroastriani…) siano state perlomeno “pompate”, gonfiate, esasperate ad arte.
Quanto è avvenuto nelle aree curde, occupate militarmente dalla Turchia, di Afrin e di Sere Kaniyê (Nord della Siria) appare emblematico. Non essendo in grado di controllare adeguatamente le proprie milizie mercenarie (vedi l’Esercito Nazionale Siriano, Sna), Ankara si starebbe affidando direttamente al gruppo terrorista Hayat Tahrir al-Sham (Hts, successore di al-Nusra), con tutta probabilità l’emanazione locale di al-Qaeda.


Il ruolo della Turchia

Anche perché tra le fila di alcune formazioni sul libro paga di Ankara ultimamente serpeggiava, oltre al malcontento, anche una certa preoccupazione.

Le voci su un possibile riavvicinamento tra Ankara e Damasco (patrocinato da Mosca) lasciava intravedere la possibilità di venir scaricati, se non addirittura consegnati, per diversi membri delle milizie mercenarie. In quanto ricercati da Damasco potrebbero venire estradati e questo suggerisce una possibile spiegazione su alcuni episodi di insubordinazione. Come per gli scontri a mano armata intercorsi tra membri di Jabhat al-Shamiya e di Jaish al-Islam.

Tali dispute ricorrenti (oltre al rischio concreto di insubordinazione e defezione) tra le diverse fazioni di Sna (forse non adeguatamente attrezzate, oltre che sul piano politico, anche in quello religioso?) avrebbero suggerito a Erdoğan di far leva sul maggiore entusiasmo, fervore religioso (eufemismo per fanatismo) di Hts. Un fanatismo indispensabile per annichilire le minoranze “eretiche” e non omologate (tutti apostati, dissidenti, “pagani”… addirittura comunisti o anarchici talvolta) del nord della Siria. Nella prospettiva di ulteriori invasioni.
Già all’epoca delle prime manifestazioni contro il regime siriano si assisteva a una proliferazione di gruppi armati, in genere appoggiati, oltre che dalla Turchia, da alcuni stati del Golfo come il Qatar.

Negli Usa è ancora in corso il processo contro “Qatar Charity” e contro Qatar Bank per aver finanziato con 800.000 dollari il leader dell’Esercito Islamico Fadhel al-Salim.

 

Pulizie etnico-religiose nella Mezzaluna sciita

Per inciso, è probabile che questo stia oggi avvenendo in Iran, nel tentativo di strumentalizzare, “dirottare” altrove, le legittime proteste popolari. Con un occhio di riguardo per i beluci, già manovrati in passato anche da qualche potenza imperialista di Oltreoceano. Come da manuale, ça va sans dire, anche i beluci ci mettono “del loro”: per esempio in Pakistan alcuni gruppi indipendentisti beluci sono ritenuti responsabili di vere e proprie stragi ai danni degli hazara, un’altra minoranza, ma di fede sciita.
Va anche detto che da parte sua la Repubblica islamica sembra far di tutto per fornire pretesti in tal senso. In una recente manifestazione (4 novembre 2022) a Khach, provincia di Zahedan, le forze di sicurezza hanno ucciso una ventina di civili beluci (16 le vittime identificate, tra cui alcuni bambini) ferendone oltre sessanta. Da segnalare – stando a quanto dichiarato da alcuni attivisti – che altri feriti erano poi deceduti non essendo stati traspostati all’ospedale dove rischiavano seriamente di essere arrestati.

Appare evidente che – analogamente a quella curda – anche la popolazione minorizzata dei beluci (“minorizzata” e non minoritaria, in quanto divisa da frontiere statali) in Sistan e Baluchistan subisce quotidiane discriminazioni ed è sottoposta a una dura repressione (come del resto altre comunità delle aree periferiche del paese) da parte di Teheran.
Sia per la loro appartenenza etnica, sia per ragioni religiose in quanto sunniti.
Il comandante di al-Nusra, Al-Hana (Abu Mansour al-Maghrebi) arrestato nel 2020 in Iraq aveva rivelato che lo sceicco Khalid Sueliman (della potente famiglia al-Thani), a capo del Jabhat al-Nusra (e pare anche delle organizzazioni derivate), veniva finanziato con qualcosa come un milione di dollari al mese. Turchia e Qatar sosterrebbero, sia finanziariamente, sia con la fornitura di armamenti, i vari gruppi combattenti emanazione dei Fratelli musulmani salafiti in quanto utile strumento per la loro politica estera. Anche in chiave panislamica.

 

Guerra turca ai curdi in Siria

Alcune organizzazioni hanno stabilito un’analogia, per vastità e inasprimento, tra l’attuale repressione in Iran e i massacri subiti dai beluci a Deraa (in Siria) nel 2011, denunciati dall’Onu come crimini di guerra.
Storicamente accertato che potenze regionali ostili a Damasco avevano favorito la militarizzazione (vedi appunto la formazione di Sna) e l’escalation del conflitto.
Oltre che a Sna, la Turchia non avrebbe lesinato nel fornire sostegno al fronte al-Nusra (dal 2012 nella lista del terrorismo internazionale in quanto ritenuto emanazione di al-Qaeda) e addirittura a Daesh. Formazioni entrambe notoriamente jihadiste.

Quanto al fronte al-Nusra, va ricordato che nell’ottobre 2012 attaccava i distretti autonomi di Şêxmeqsûd e Eşrefiye (regione di Aleppo) uccidendo decine di curdi. Subito dopo gli ascari jihadisti si scagliavano contro Afrin, incontrando però la ferrea resistenza delle Ypg/Ypj. Nel voler annichilire in primis le zone curde del Rojava (dove si sperimentava la rivoluzione del Confederalismo democratico) il Jabhat al -Nusra si smascherava da solo, mostrando apertamente di agire su indicazione della Turchia.

Sempre nel 2012, in novembre, veniva attaccata, partendo direttamente dalla Turchia, anche Serêkaniyê. Un’operazione congiunta tra al-Nusra e alcune milizie curde collaborazioniste legate al Pdk. Entrando in alcuni dei quartieri a maggioranza araba di Serêkaniyê, queste milizie si spacciavano per ribelli antiAssad cercando di stabilire alleanze. Solo successivamente (il 19 novembre) partiva il brutale attacco contro i quartieri a maggioranza curda. Veniva assassinato il sindaco della città e la chiesa diventava un bivacco per il loro quartiere generale.

Nel frattempo la loro già consistente presenza veniva rinforzata dall’apporto della cosiddetta Coalizione nazionale (Etilaf), che – secondo i curdi – sarebbe al Etilaf di Sna o comunque della sua derivazione, il “governo di transizione siriano”. Oltre al seggio di Istanbul, Etilaf ne controlla uno anche a Berlino (oltretutto finanziato dal governo tedesco).
Avrebbe anche una certa influenza in alcuni progetti (ugualmente finanziati dal governo tedesco) che sembrano funzionare come “specchietti per allodole”, allo scopo di creare cortine fumogene sulla realtà della situazione curda. Tra questi, il Centro europeo di studi curdi (Ezks) e il sito Kurdwatch, divulgatore di notizie farlocche intese a giustificare le operazioni militari di Erdoğan nel Nord della Siria e nel Nord dell’Iraq. Ma nonostante questo ulteriore apporto di milizie, successivamente venivano scacciati dalla popolazione insorta dei quartieri curdi, grazie anche all’intervento dei combattenti di Ypg e Ypj.

Gli scontri ripresero, durissimi, nel gennaio 2013. Praticamente una vera e propria ammucchiata di gruppi mercenari guidata da al-Nusra quella che contese per circa due settimane il controllo dei quartieri alle milizie curde. Sconfitte nuovamente, le truppe jihadiste si misero in salvo direttamente oltre il confine turco (immediatamente blindato dai soldati turchi per maggior sicurezza), ma lasciando in mano ai curdi un’ampia documentazione della loro intensa collaborazione con Ankara.
Purtroppo durante la ritirata sia al-Nusra che Daesh non mancarono di vendicarsi sulla popolazione curda con una vile rappresaglia.

Come a Til Eran (luglio 2013) e a Tal Hasil. Dichiarando pubblicamente, attraverso le moschee, che sia il bagno di sangue nei confronti della popolazione curda (circa un’ottantina le vittime accertate) che il sequestro-rapimento delle donne curde (prelevate a centinaia) era giustificato dal punto di vista religioso. Rastrellando poi casa per casa le due località sopracitate alla ricerca di “Apoisti”, ossia di seguaci di Apo Öcalan. Oltre a quelli crudelmente assassinati (alcuni bruciati vivi, con le immagini poi diffuse nei social), vanno considerati anche i desaparecidos (qualche decina) e i cadaveri (una ventina) di cui non è stata possibile l’identificazione.

Da sottolineare che – per quanto entrambe aspirassero alla supremazia – Al-Nusra e Daesh (o Stato Islamico che dir si voglia) non smisero mai di collaborare proficuamente. Sia garantendo una certa “osmosi” di combattenti –praticamente intercambiabili – da una formazione all’altra (in base alle necessità del momento), sia dandosi il cambio, alternandosi nel controllo delle aree occupate. E soprattutto instaurando congiuntamente durante l’occupazione delle città, dei villaggi e dei quartieri curdi un aspro regime di ispirazione salafita. Anche a livello di tribunali islamici dove operavano in coppia.

Sempre sotto la supervisione di Ankara ovviamente. L’assalto al carcere di Sina à Hesekê (gennaio 2022) era stato pianificato dai territori occupati dalla Turchia.

Come già detto negli ultimi tempi al-Nusra aveva cercato di “riciclarsi” prendendo (almeno ufficialmente) le distanze da al-Qaeda e cambiando pelle e nome. Diventando prima, nel 2016, Liwa Fatah al-Sham e successivamente, nel 2017, appunto Hayat Tahrir al-Sham (Hts, in realtà una finta coalizione di vari gruppi, sostanzialmente sotto il controllo della vecchia al-Nusra, comunque denominata). Attualmente la casa madre sarebbe localizzata in quel di Idlib, in felice coabitazione con l’alleato turco. Allo scopo dichiarato di soffocare il risorgere e la diffusione del Confederalismo democratico in questa parte del Rojava. Esperienza pericolosa perché esemplare e contagiosa, soprattutto così in prossimità del confine turco.

Dal maggio di quest’anno (a seguito dell’incontro di Idlib-Sarmada con esponenti del regime turco) le milizie di Hts hanno ripreso a riposizionarsi e raggrupparsi su Idlib puntando quindi su Afrin. Inoltre si sarebbero acquartierati anche nelle zone di Girê Spî, Azaz, al-Bab, Cerablus e intorno alla città di Minbić (ancora gestita dall’amministrazione autonoma).
Sempre in vista di ulteriori attacchi in Rojava.

Per concludere, pur essendo presto rientrato nella lista nera dei gruppi terroristi, Hts continua a godere dei finanziamenti di Turchia, Qatar, Arabia Saudita…
Pare anche di qualche non meglio identificato “paese occidentale”…

Vai a sapere.

https://ogzero.org/guerre-di-religione-continuazione-del-colonialismo-con-altri-mezzi/