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venerdì 5 gennaio 2024

discorsi di fine anno

 

Un discorso senza ombre - Patrizia Cecconi

Una parte dell’Italia, seppur distratta dal cenone di capodanno, alle 20,30 del 31 dicembre ha ascoltato il tradizionale discorso di fine anno del Presidente della Repubblica. Un’altra parte, invece, non ha posto attenzione alla Tv, privilegiando la conversazione a tavola e tra il tintinnio di posate e bicchieri, ha perso il discorso e dovrà accontentarsi dei commenti di politici e opinion maker , tutti entusiasticamente concordi  –  tutti eh! da Salvini a Schlein, da Conte a Tajani, da La Russa di Fratelli d’Italia a Fratoianni di Sinistra Italiana – nel ritenere che Mattarella ha dato prova di grandezza nel difendere i diritti umani e l’impegno per la pace, “nel non rassegnarci alla guerra” dice Conte, o nel porre “l’accento sulla condanna della guerra” dicono Verdi e Sinistra Italiana.Per onestà intellettuale, dopo aver ascoltato attentamente il discorso del Presidente e non averci trovato nulla di quanto riportato dai creatori di opinione delle Tv nazionali, ho ritenuto opportuno andare a leggere il discorso in questione perché, ascoltandolo, forse mi era sfuggito qualcosa. Anzi, mi era sembrato addirittura un discorso falso, impostato a servilismo verso gli attuali potenti della terra e oltraggioso verso le vittime di quei potenti, oltre che verso i principi che sono alla base del Diritto universale umanitario.

Mi sono detta che forse ero prevenuta per il fatto che Mattarella fino ad oggi, nella politica internazionale,  non ha mai dato prova di imparzialità quindi, probabilmente, ero rimasta vittima di un pregiudizio dovuto a sue precedenti esternazioni e, magari, avevo inconsapevolmente fatto un confronto impossibile tra lui e il Presidente più apprezzato della nostra Repubblica, cioè Pertini. Così oggi ho letto, e con molta attenzione, il discorso che avevo ascoltato la sera del 31 e per dare una valutazione onesta di quelle parole, ho deciso di procedere a una semplice analisi del contenuto. Quella  che offro alla critica di chi mi legge.

Mattarella saluta i cari cittadini e le care cittadine “Nella consueta speranza che si aprano giorni positivi e rassicuranti” aggiungendo subito, come è giusto, che “non possiamo distogliere il pensiero da quanto avviene intorno a noi” che ci troviamo “in una stagione che presenta tanti motivi di allarme. E, insieme, nuove opportunità”,

Confesso di non aver capito dove siano  le opportunità, comunque il Presidente continua  andando avanti per argomenti. Il primo è la violenza della guerra, il secondo sarà la pace e poi la sicurezza, i diritti ecc. Ma vediamoli passo dopo passo.

In ordine di priorità abbiamo “Le devastazioni che vediamo nell’Ucraina, invasa dalla Russia, per sottometterla e annetterla.L’orribile ferocia terroristica del 7 ottobre scorso di Hamas contro centinaia di inermi bambini, donne, uomini, anziani d’Israele. Ignobile oltre ogni termine, nella sua disumanità.La reazione del governo israeliano, con un’azione militare che provoca anche migliaia di vittime civili e costringe, a Gaza, moltitudini di persone ad abbandonare le proprie case, respinti da tutti.”

Quando si analizza un testo si esamina non solo il peso di quanto detto, ma anche il peso di quanto taciuto e degli eventuali confronti – manifesti o sottintesi –  tra diverse situazioni considerate. Vale a dire che la presenza di un dato storico, o anche di un aggettivo particolarmente significante in uno degli argomenti esposti  e, parallelamente, la sua assenza  nell’altro, denota  il senso che si vuole dare al messaggio e quindi gli effetti che l’emittente, in questo caso il Presidente Mattarella,  vuole produrre sul destinatario della sua comunicazione, cioè il popolo italiano.

E il messaggio è che l’Ucraina è invasa dalla Russia mentre la Palestina non è invasa, né occupata da Israele.Ma sta dicendo di peggio, e cioè che l’azione armata di Hamas spunta da pura “ferocia terroristica… ignobile oltre ogni termine, nella sua disumanità” e non da diciassette anni di assedio della Striscia di Gaza e massacri orrendi e ripetuti da parte di Israele, di uomini, donne e bambini; non dai crimini continui in tutta la Palestina commessi da Israele da oltre 75 anni; non dalle violazioni di un centinaio di Risoluzioni Onu e dall’immobilismo delle istituzioni internazionali verso tali violazioni, immobilismo che ha lasciato i palestinesi, tutti e non solo a Gaza, in balia dei soprusi israeliani; che ha lasciato oltraggiare e/o  distruggere luoghi di culto, quali chiese e moschee, senza battere ciglio. Non solo tutto questo e tanto altro viene taciuto da Mattarella, ma il suo discorso continua con un vero insulto alle vittime di 75 anni di soprusi  dichiarando che la “reazione del governo israeliano provoca anche migliaia di vittime civili”. Quell’ “anche”,  Presidente, fa ribrezzo. Fa ribrezzo perché vuol dare l’idea di accidentalità mentre Lei dovrebbe sapere benissimo che non solo non è accidentale ma è voluto e perfino dichiarato. E che dire di quel “respinti da tutti”?Vede, Presidente, il Suo discorso mostra che Lei non sta servendo la pace come dirà più avanti, ma sta servendo chi ha interesse a ridurre all’insignificanza il popolo palestinese a tutto vantaggio del colonizzatore israeliano che condivide i suoi affari con quelle che al momento ancora sono le massime potenze economiche e politiche mondiali.

Istintivamente mi stavo rivolgendo a Mattarella, ma in realtà non avrebbe avuto senso perché Mattarella sa benissimo chi sta servendo. Torno quindi a rivolgermi ai lettori che, immagino, abbiano già compreso che quel “respinti da tutti” ha la funzione di sgravare Israele anche da quest’ultimo  crimine, quello di una nuova Nakba, cioè il proseguimento di quella orrenda “pulizia etnica” iniziata nel 1948, anzi anche un po’ prima, e proseguita senza interruzione in forma a volte sotterranea, a volte più evidente e che, con la scusa del 7 ottobre, è ora in piena e sanguinaria ripresa, sostenuta dall’esercito mass mediatico a servizio dello Stato ebraico e da prese di posizione “autorevoli” proprio come quella che stiamo esaminando.Il Presidente   Mattarella, dicendo che i palestinesi sono respinti da tutti sta avvalorando il desiderio dei peggiori razzisti  quali Gallant, Smotrich o Ben Gvir, oltre ovviamente a Netanyahu e anche di altri sionisti, meno indecenti ma altrettanto razzisti, che vorrebbero vedere i palestinesi “liberamente” evacuati in altri paesi arabi, lasciando che Israele si impossessi  di altro territorio per avvicinarsi al completamento del progetto “dalet”, ovvero l’annessione dell’intera Palestina storica. Ma andiamo avanti e leggiamo la grande scoperta contenuta nel discorso di fine anno e cioè l’affermazione che le guerre generano odio e che l’odio continuerà anche a guerra conclusa. Tutto il passaggio sulle guerre merita attenzione perché, sotto il contenuto manifesto, che non differisce dal buon senso che anima le conversazioni da bar o da mercatino rionale su quant’è brutta la guerra con tutti quei morti, poveri figli di mamma signora mia, si cela un contenuto di colpe a senso unico che appare “discretamente” in frasi come “il pretesto del proprio interesse nazionale” o “brutalità che pensavamo, ormai, scomparse; oltre che condannate dalla storia.”  Poi fa un cenno piuttosto asettico  alle “armi fonti di enormi guadagni” affermando subito dopo che però non sono loro la vera causa delle guerre. le guerre nascono “da quel che c’è nell’animo degli uomini”, e allora “è indispensabile fare spazio alla cultura della pace. Alla mentalità di pace” e per maggior chiarezza Mattarella aggiunge che “Parlare di pace oggi non è astratto buonismo… ma concreto esercizio di realismo” .La demagogia è una bestia infida, a volte si annida anche nei discorsi dei presidenti, e solo se si esce dalla fascinazione del contesto e ci si pone la banale domanda “ma che significa?” la si vede in tutta la sua splendente desolazione. Forse anche il Presidente, o il suo ghost writer, hanno ipotizzato una possibile fastidiosa domanda e quindi dopo due righe arriva la specifica che “ non basta invocare la pace. Occorre che venga perseguita dalla volontà dei governi. Anzitutto di quelli che hanno scatenato i conflitti”.  E qui sta allo spettatore-lettore capire chi sono coloro che hanno scatenato i conflitti. Il Presidente suggerisce, ma non dichiara! Aggiunge che va respinta “la logica di una competizione permanente tra gli Stati”. Potrebbe di nuovo affacciarsi la domanda “come? E che significa?” ma non c’è tempo per soffermarsi sulle domande perché il discorso avanza e si sposta sulla vita quotidiana. “Educare alla pace. Coltivarne la cultura nel sentimento delle nuove generazioni. Nei gesti di ogni giorno.” E da qui passa al tema del momento: la violenza sulle donne.

Mattarella pensa di poter superare il problema dei femminicidi parlando direttamente “ai più giovani”, quelli che di sicuro stanno facendo altro durante il suo discorso ma non importa, è abbastanza chiaro che il suo discorso va oltre, e spiega loro in cosa consiste l’amore vero!  Poi, visto che ora è passato ai giovani  tocca il tema lavoro e denuncia l’ingiustizia delle  “differenze di retribuzione tra pochi superprivilegiati e tanti che vivono nel disagio”.  E poi? Anche qui sembra di essere tornati al bar nell’ora del cornetto e cappuccino, però ora cita la Costituzione e quindi, forse, si solleverà un po’ il livello.Per affrontare questo punto il Presidente si appoggia a un verbo usato nella Costituzione: “riconoscere” per dire che se la Costituzione riconosce i diritti vuol dire “che i diritti umani sono nati prima dello Stato”.Per un attimo, stoltamente, mi sono illusa che affrontasse il tema dei diritti umani violati, di chi ne paga le conseguenze e dei colpevoli di queste violazioni. Mi sono fatta ancora più attenta quando ha detto “che una democrazia si nutre, prima di tutto….” Ci siamo, ho pensato! Finalmente tocca davvero i principi della Costituzione e quelli del diritto internazionale. No, mi ero illusa che avvenisse l’impossibile. Mattarella sta leggendo un discorso che ha una funzione politica, un discorso che non consente ombre, e lui seguiterà a svolgere il ruolo di servitore fedele della potenza di cui l’Italia è suddita, quindi “una democrazia si nutre prima di tutto della capacità di ascoltare… ascoltare gli anziani. Preoccupati di pesare sulle loro famiglie…. Gli studenti, che vanno aiutati a realizzarsi… a cominciare dai costi di alloggio…” e avanti così, fino al “non volgere lo sguardo altrove di fronte ai migranti” che non si sa con esattezza cosa voglia dire, e infine un passaggio veloce sull’intelligenza artificiale per dire che la rivoluzione tecnologica deve restare umana  e “iscritta dentro quella tradizione di civiltà che vede nella persona e nella sua dignità il pilastro irrinunziabile.. perché la democrazia è fatta di libertà.”  Ancora qualche minuto per dire che “non dobbiamo farci vincere dalla rassegnazione o dall’indifferenza”, rispetto a cosa non si sa, ma la frase è piaciuta molto a La Repubblica, quotidiano,   che l’ha passata ai propri lettori insieme  all’unità “che è la forza della Repubblica” intesa come Repubblica italiana in cui l’unità “si riconosce nei valori fondanti della nostra civiltà… e che appartengono all’identità stessa dell’Italia” . Poi, per non creare disturbo a nessuno (perché stiamo parlando di Mattarella, mica di Pertini!) gli ultimi minuti del suo discorso il Presidente li dedica a elencare le situazioni in cui “quei valori” li ha visti esprimersi.  Per esempio “nell’operosa solidarietà dei ragazzi … che spalavano il fango e cantavano Romagna mia” , “nei sorrisi dei ragazzi con autismo che lavorano con entusiasmo a Pizza aut”  o “nel radunarsi spontaneo di tante ragazze dopo i terribili episodi di brutalità sulle donne” o “nell’impegno e nella determinazione di donne e uomini in divisa. Che operano per la nostra sicurezza. In Italia, e all’estero.”

Un discorso veramente senza ombre, in cui non si intravvede ma si vede chiaramente lo scopo:  la parte più politica rispetta il copione dettato da Israele e Usa, mescolando omissioni e mezze verità sia rispetto alla guerra russo-ucraina che rispetto alla guerra Israele-Hamas, e tutto il resto fatto di senso comune da bar e di retorica demagogica. E’ andato bene a tutti, cioè a tutti coloro che sono inseriti, con differenze più o meno di facciata, nella stessa casta. Insomma non disturbare il conducente. E il conducente non è Mattarella

da qui



venerdì 12 febbraio 2021

Natalino Balasso consiglia una poesia di Stefano Benni

 

Diversi anni fa Feltrinelli ha pubblicato una raccolta di poesie di un artista che non considero solo un grande talento, ma anche uomo di grande intelligenza. Il titolo è “Ballate”. L’autore è Stefano Benni. Vi consiglio vivamente di cercare il testo perché, come sempre succede nel caso di veri talenti, la forza di questa raccolta non è stemperata dagli anni.

Il titolo di questa ballata è “Lamento del mercante d’armi”

Ho venduto un pezzo di cannone

poi le ruote e un altro pezzo di cannone

la culatta e l’otturatore

il mirino e un altro pezzo di cannone

e altri tre pezzi di cannone

e adesso c’è uno in televisione

che dice che mi spara col mio cannone

chi lo sapeva che coi pezzi di cannone

avrebbe fatto un cannone?

Se lo avessi saputo

mica avrei accettato l’ordinazione

Ho venduto cento elicotteri

con relativo armamento

e un sistema puntamento missili

e un sistema anti-sistema di puntamento

adesso l’elicottero è lì che spia

come un falco sopra casa mia

Se lo avessi saputo cosa voleva fare

non gli avrei venduto la testata nucleare

era così distinto, un vero signore

chi poteva sapere che era un dittatore?

Se avessi saputo che un cliente

può diventare un nemico

della mia patria

dell’Occidente

vi giuro gente

lo giuro sui figli

lo giuro su Gesù

gli avrei fatto pagare

il cinquanta per cento in più

Da qui si vede

la mia buona fede

da qui

venerdì 8 gennaio 2021

La società dello spettacolo - Natalino Balasso

Un furgone come quello dei cibi surgelati, con la pubblicità sul fianco, trasporta il sacro graal. Con la lentezza che serve al camminare della notizia. Manca la gente a genuflettersi lungo la via.

Ci saranno poi esponenti della nobiltà mediatica a iniettarsi la sacra sostanza in diretta.

Il chiacchiericcio proseguirà sugli schermi con la solita prosopopea, i soliti insulti, la solita retorica buffoneria.

L’escluso si porta dietro le telecamere per donare ai poveri pacchi viveri confezionati da altri.

La politica si esprime in ciò che le riesce meglio: la conferenza stampa.

Nei recinti il popolo acclama, insulta, osanna, recalcitra, a seconda del copione.

Chi non vuole sbagliarsi (ma nella vita si sbaglia 1000 volte!) sull’idea che ha della medicina spera che muoia tanta, tanta gente, così da avere ragione. Già questo dovrebbe sottolinearne la cattiveria dell’anima.

La medicina sbaglierà ancora tanto, gli uomini di scienza anche nel futuro si faranno corrompere, perché l’essere umano è corruttibile.

Ma perché non sperare in una piccola risoluzione, una piccola interruzione delle infinite rotture di coglioni che il potere ci riserva? Cosa ci costa sperare che per una volta le cose vadano bene? Intendiamoci, centinaia di migliaia di persone continueranno a morire tutti gli anni in questo paese, senza bollini rossi e senza segnalazioni della Protezione Civile ma anche senza, si spera, quella voglia di allarme che i giornali hanno nell’anima.

Anche se, a dirla tutta, c’è una tendenza sotterranea, un fiume di convenienze, che impedisce il ritorno a una parvenza di vita civile.

Il potere ha bisogno di emergenze e quando ne trova una non la molla finché non ne intravvede un’altra.

da qui

mercoledì 5 agosto 2020

24 STANZE - Natalino Balasso

 

Piccolo Poema Proletario di Natalino Balasso
1
Una teoria di moto in corsa precede l’auto padronale
Dietro il fumée dei vetri spessi c’è un’inquietudine sociale
L’oscillazione della borsa ha messo urgenza ai colli lunghi
E lungo il viale dei cipressi cadono imprese come funghi
Ma chi tirava un po’ la corda dicendo “adesso compro tutto”
È lì che butta del formaggio nella tagliola del profitto
2
Quando la multinazionale affonda il tackle sul mercato
È assicurata contro dio, il suo destino è prestampato
La nave è anche il fortunale, non è un problema il fallimento
È una caduta dal pendìo l’avvicendarsi del momento
Mentre al cliente della banca stanno parlando un’altra lingua
Un prolungarsi del ricatto purché il suo mutuo non si estingua.
3
Il drone vola senza insegne, vede le anime dall’alto
Spedisce foto dell’agnello dall’onniscienza del suo spalto
Ora il trasponder già si spegne e dio inserisce rotta ignota
Guarda il rientro del carrello Satana a fare il co-pilota
Dagli strumenti della radio bestemmia e prega senza posa
E la sua voce prepotente è diventata un po’ noiosa.
4
Ed è il bagliore di un istante che invade i panni stesi fuori
Non c’è alcun suono a parte il tuono, la luce non ha più colori
Si spande l’onda devastante e spinge i timpani da dentro
Ed il villaggio nudo e prono non si stupisce del suo scempio
Rimbalza lesta la notizia dalle telefonate skype
Spruzza nell’auto cose morte insieme al deodorante spry.
5
Ora il cliente della banca che si scappella al direttore
Intinge nell’acquasantiera la mano sua di debitore
Nascosto nella cassapanca tiene un fucile a canna liscia
Nell’aria viola della sera, un po’ ci pensa mentre piscia
Nel cesso, i grafici del bar mostrano segni misteriosi
Intanto fuori c’è una razza che è diventata una psicosi.
6
Mentre il villaggio bombardato è un posto vuoto sulla mappa
Che piano piano si scolora dal sottosuolo che divampa
C’è già sul luogo un delegato che tratta l’autorizzazione
Che gli permette fin da ora di organizzare l’estrazione
I frutti sporchi della terra non si concedono a chiunque
Quando l’emiro lo saluta lui taglia corto e viene al dunque.
7
Se ci fai caso c’è uno schema anche nel corpo degli insetti
C’è sempre sotto un’intenzione proprio se tu non lo sospetti
Così succede che il sistema ti spinge a bere il tuo veleno
E con la stessa suggestione tu cerchi di pagarlo meno
Perciò la multinazionale ha trasformato il piombo in oro
E mentre tu ti mangi il piombo in paradiso vanno loro.
8
Possiamo dire, a quel che sembra, che il Vero è un pozzo fatto a imbuto
C’è sempre un loro dopo l’ombra, che non ti degna di un saluto
È gente che, come tu vedi, non ti aprirebbe mai la porta
E se nessuno è quel che sembra, c’è chi, sembrare, non gl’importa
C’è sempre un prete, un algoritmo, che dice cosa c’è da fare
Che piscia sopra i piani bassi e fa la conta delle bare.
9
Spunta una mano dal terriccio che sposta i vermi impauriti
Poi balza fuori un mezzo armadio: Narciso Petros detto Haiti
È un energumeno massiccio profugo greco d’Albania
Dio dei traslochi e dello stadio, ha più ritratti in Polizia
Che massa grassa un grande obeso, ha più bevute sul groppone
Delle maioliche distrutte durante la rivoluzione.
10
Il mezzo armadio detto Haiti si prende sbornie distruttive
Odia le donne ed i semiti, i russi e le vacanze estive
È nella fase in cui la prassi suggerirebbe soliloqui
Sulle montagne tra i bivacchi ed i metodici equinozi
E invece lui caccia degli urli che terrorizzano i tafani
Ubriaco marcio fin dall’alba, bestemmia il nome degli umani.
11
Il debitore si è giocato il cellulare di sua figlia
E, scivolando nell’abisso, si tira dietro la famiglia
Si sbraccia intorno disperato, è una camicia controvento
Che sembra destinata al fosso in cui si acquatta lo scontento
E dentro il fosso fan le bolle i disperati del contratto
Ma fuori arriva il buffo suono del loro urlo contraffatto
12
È appena sceso dal barcone un negro flaco sans papier
E già è confuso nello sciame degli abitanti dell’hotel
Tra i derelitti senza nome cerca compagni di sventura
Avventurieri della fame per il suo piano di paura
Dormono sopra gli esplosivi sono gli amici del terrore
Hanno un mandante e un’illusione ed un insolito pallore.
13
Adesso in banca c’è un robot all’accoglienza debitori
Un incolpevole programma stilato per buttarti fuori
Prosegue il ballo del rondò finché chi resta senza sedia
Si butta nudo nella fiamma della vergogna e dell’inedia
E nelle operazioni online c’è una fiumana che si muove
Tutti con il cerino acceso a domandarsi quando e dove
14
Il terzo mondo è l’uomo torcia seduto su una polveriera
Giovani incendi nella sabbia color di sangue della sera
Belva nutrita a botte e morcia, antica santa minorenne
Violata e intatta nella rabbia di una rinascita perenne
L’ultimo canto dei poeti l’ultimo grido di sconfitta
Il figlio di cui ti vergogni, imprigionato su in soffitta.
15
Il negro flaco nel parcheggio guarda il dilemma esistenziale
Dall’ulteriore prospettiva della coerenza alimentare
Dunque, per evitare il peggio, attento al proprio anonimato
Controlla fermo la deriva, accattonaggio limitato
Poche parole a voce bassa; ripercorrendo lo scacchiere
Della sua guerra personale s’insinua ambiguo nel quartiere.
16
Narciso Petros detto Haiti ha una visione alternativa
Della prosaica realtà del mondo Ikea a partita Iva
Lascia il furgone nella city e si dirige fuori mano
Centro Massaggi Shangrillà, cupo risvolto un po’ kafkiano
Dietro il cartello HAPPY END, c’è la Tamara sempre in tiro
È più rumena che orientale la più autorevole del giro.
17
Il debitore ha parcheggiato a dieci metri dalla banca
Nel plateatico del bar si butta giù con aria stanca
Al cameriere imbambolato dal sussultare della fregna
Chiede un insolito Cynar e attende calmo la consegna
Nell’acqua oleosa del lavello lieti sciabordano i bicchieri
E due appuntati sono scesi dall’auto dei carabinieri.
18
Le mamme parlano tra loro di cazzi, scuola e controcazzi
Le loro immagini studiate sono il trastullo dei ragazzi
Esse, insensibili a costoro, guardano i figli scalmanarsi
Nelle inquietudini sudate si fa violenta la catarsi
Il sole taglia la figura del parco giochi comunale
I cani cagano guardinghi nell’ampia luce preserale.
19
Nell’ora degli aperitivi escono lenti dalla banca
Colletti bianchi, dirigenti e impiegatucoli da panca
Ora brandendo i detersivi le donne delle pulizie
Allo sparire dei clienti avanzan dalle retrovie
Sulla sua tolda il direttore finge di scrivere qualcosa
Dentro lo schermo spento e buio per ritardar l’arrivo a casa.
20
Le mamme osservano perplesse la fuoriuscita dal rosario
Delle decane del paese col loro piglio autoritario
Il prete al netto delle messe sogna intraviste lingerie
Di sexy bambole da chiese ignare della pruderie
Lancia un sospiro al Shangrilla poi si dirige al beveraggio
Ordina un rosso perentorio che butta giù come un linciaggio
21
Col passo di chi è fuori luogo ha attraversato sulle striscie
Il debitore un poco alticcio con il fucile a canna liscia
Per liberarsi dal suo giogo di mutui, debiti e bollette
Vuol fare fuoco sul feticcio della finanza ammazzasette
Sulla sua strada, dalla banca, già s’interpone Arnaldi Gino
Guardia giurata da tre giorni, raccomandato dal cugino
22
Spara, ma manca il debitore che intanto esplode due cartucce
Un quarto colpo va a centrare un’Audi 4 sul tettuccio
E scarica il caricatore e tutto ciò lo rende allegro
Abbatte il prete e va a colpire lo zaino blu del flaco negro
Pieno di nitroglicerina per l’attentato nel sacrario
Secondo il piano congegnato del suo mandante sanguinario
23
Saltano in aria zaino e flaco che stava ancora dentro al bar
Esplode il banco dei gelati, esplode il camion Liquigas
Ricade a terra come un caco lanciando schegge all’impazzata
Esplodon gli uomini arrapati mentre s’infrange la vetrata
Del centro beauty Shangrillà, esplode senza ben capire
Narciso Petros detto Haiti nel mentre stava per venire.

24
Saltano in aria le bigotte sopra le mamme insanguinate
Sopra gli attoniti bancari con le budella frammentate
Esplode in strada un’autobotte che abbatte gli ultimi bambini
E tra i boati degli spari che hanno travolto i tavolini
Oltre le spoglie insanguinate di questo macabro week end
Si posa un merlo sbalordito sopra il cartello HAPPY END

da qui

 


mercoledì 29 aprile 2020

È BUROCRATESE O È IL VOSTRO PENSIERO? - Natalino Balasso



È arrivato un virus in tutto il mondo. Qui in Italia vedo appelli, decreti, interventi. La maggior parte dei quali volti a valutare, richiedere, concedere o negare qualche indennizzo.
I soldi, certo, l’unico apparente motore contemporaneo dell’umana attività.
E leggo una cosa strana, che l’amico Michele Di Mauro mi ha fatto notare: si parla di “eventi”, di “adunanze”, di “luoghi di assembramento”, di “locali”, si parla persino di “mondo dello spettacolo”, di “operatori nell’ambito culturale”, di “concerti”, di “pubbliche rappresentazioni”, di “lavoratori del mondo dello spettacolo”.
È sparita la parola “Teatro”. Anche se i teatri, con le scuole e le biblioteche, sono stati i primi ad essere chiusi.
Ma non credo si tratti solo di lessico. E non faccio questo discorso solamente perché il mondo dello spettacolo, come tutti i “mondi”, a me mi fa cagare. È il fatto che una gran parte degli intellettuali, dei critici, di chi scrive di spettacoli, si ostina a vedere il teatro come un aspetto fondamentale della cultura sociale, inducendo allo stesso errore chi il teatro lo fa: attori, cantanti, suonatori, danzatori, coreografi, musicisti, pubblico teatrale, registi, artisti delle scene, della tecnica.
Non è così: il teatro è un aspetto marginale del pensiero sociale contemporaneo e c’è di peggio: il teatro si rivolge oggi a un pubblico borghese, ha un pensiero borghese e, anche quando pensa di portare un sommovimento di pensiero, magari rivoluzionario, è sempre col suo pubblico borghese che deve fare i conti.
Quando lo Stabile del Veneto stava proponendo la mia prima Cativìssima, sapendo che venivo da forme di teatro “povere”, da alcuni teatri di varie regioni, si chiedeva se fossero grandi e ben visibili le scenografie, per capire se l’opera fosse degna di un teatro assistito; non importa chi sono gli attori, secondo costoro il pubblico vuole la scenografia. Da molti teatri poi, si chiedeva conto del linguaggio usato, certamente per via dell’avanzata età degli abbonati. Basta dare una scorsa ai cartelloni teatrali per capire che, non solo è secondaria la drammaturgia contemporanea, ma anche che i nuovi drammaturghi devono usare vecchi titoli se vogliono essere prodotti dai grossi teatri. E anche quando si fa ciò, come fece Vacis proponendo una versione ritradotta di Romeo e Giulietta, il pubblico si lamenta delle parolacce. Questo pubblico, diciamolo pure, addormentato, nemmeno sa che in Shakespeare ci sono anche le bestemmie, ma che un sovrapensiero cattolico le ha eliminate dalle traduzioni borghesi. 
Sento sempre più spesso usare la parola “operazione” invece di “spettacolo”.
Dal lessico della gestione teatrale, delle strutture produttive, delle realtà distributive, dell’organizzazione sindacale degli “operatori”, è sparita la parola “teatro”; figuriamoci da quello dei giovani che non stanno dentro al teatro. E devo dire che, ormai, mi fanno un po’ pena i critici, i cui lettori sono ormai solo quelli di cui scrivono.
Dalla più parte della popolazione il teatro è percepito come qualcosa di polveroso, di noioso, come qualcosa che incrementa l’horror vacui dell’odierna società. Si era svecchiato, ma oggi che, come direbbe Gaber, Attila è consigliere regionale, anche gli Unni sono un po’ fuori forma.
Un po’ sarà anche colpa nostra, non dico di no, ma il pensiero burocratico ha bisogno che l’arte non sia artistica, ha bisogno di burocrazia del pensiero. Oggi i soldi che lo Stato elargisce allo “spettacolo” (che vanno in grossa parte alle produzioni di lirica) sono gestiti da strutture che hanno preso il posto degli artisti o, comunque, delle compagnie; queste strutture, questi burocrati, sono quelli che vengono interpellati quando c’è da fare un decreto o una legge che riguardi gli spettacoli, che però loro non chiamano “spettacoli” ma “operazioni” o al massimo “eventi”. Sono i teatri che decidono chi entra o esce dal teatro, perciò le Strutture sono case ambìte e i loro direttori sono temuti. Queste strutture hanno in mano un sacco di soldi e sono convinte di possederli e, per questo motivo, che chi lavora sul palco sia un loro dipendente provvisorio.
Non è così, il pubblico va a teatro a vedere gli autori, gli attori e gli artisi, non i direttori; lo stato dà i soldi alle produzioni artistiche, non agli “operatori”; amministrare un fondo non significa esserne proprietari. Dovrebbero essere gli artisti i datori di lavoro dei direttori, un direttore dovrebbe dipendere dai suoi artisti, non dal politico che li sostiene.
È successo che c’è un bambino che fa miracoli, questo bambino è dentro una grotta, lo stato ha deciso di impadronirsi del miracolo e ha messo un usciere davanti alla grotta. Adesso, l’usciere della grotta riceve i fondi per organizzare il popolo adorante. A questo punto l’usciere della grotta ha deciso che la grotta è sua, che il foraggio per il bue e l’asinello lo gestisce lui, che i genitori fanno i turni e il bambino si può vedere quando lo dice lui. I pastorelli, fuori, non sanno niente, continuano ad adorare qualcosa, ma non sanno più cosa e, a dirla tutta, sentono che stanno invecchiando.

mercoledì 27 novembre 2019

Natalino Balasso a teatro, forse




Trovo ora un articolo che non avevo letto e finalmente capisco come si chiama sto tizio che, mi dicono, sia presidente dello Stabile del Veneto, tal Beltotto che qualcuno mi dice essere stato il portavoce di Zaia, che è stato il vice di Galan, che è stato ingabbiato per mazzette, tanti soldi occultati, furti, ai danni della collettività.
Come vedete, le cose vengono da lontano, e quando si parla di arte, non bisogna dimenticare che in questa nazione l’arte pubblica la finanziano i cittadini ma se ne impadronisce la politica, e se la politica è sta roba qua, fatta di “qua è tutto mio”, i risultati sono la stronzata di aprire la stagione dello Stabile con un giornalista di secondo piano che parla del 1919, così possiamo mettere Mussolini in locandina, tamorticani!
Non c’è mai un intento politico sia chiaro, mai! Accanto a questo articolo ne trovo uno del 2010, quando nell’inaugurazione di una scuola, fanno sentire il Va’ pensiero e non l’inno d’Italia, il tal Beltotto era portavoce di Zaia, quale risposta avrà dato secondo voi? intanto, da buon leccaculo veneto, si assume le responsabilità della cosa e dice che Zaia non c’entra niente e poi, ovviamente, aggiunge: “Non c'era alcun intento politico in tutto quel che è successo", non c’è mai un intento politico, gli intenti politici ce li hanno solo quelli che ci stanno sul cazzo!
Ma veniamo ai giorni nostri.
In pratica il Gazzettino di Treviso gli chiede come mai la Bancarotta di Vitaliano Trevisan (scrittore veneto di primo piano) tratta da Goldoni (commediografo veneto di primissimo piano) con Natalino Balasso (attore veneto di primo piano) non sia presente nei cartelloni dello stabile del Veneto. La placida risposta è: “Se non ti piace casa mia, a casa mia non ci vieni”.
Notate che a questi qua della Lega non gli frega un cazzo di dire a tutti che si sono impossessati dello stabile del Veneto e che hanno fatto un editto per non farmi lavorare nelle strutture pubbliche del veneto, ma questo m’interessa poco, questo qua dice una cosa ben più grave e non riguarda me, riguarda tutti:
Eh no, caro Beltotto! La vostra idea politica del qua xe tuto mio, così bene messa in pratica da Galan, non ha nulla a che fare con l’amministrazione delle cose pubbliche, il teatro stabile del Veneto, Beltotto, non è casa tua per un cazzo! Io capisco che se tu minacci di far perdere il lavoro a chi lavora là dentro, quelli poi ti dànno ragione come si fa coi matti, ma mi meraviglio che là dentro stiano tutti gobbi e chini e nessuno ti dica che lo Stabile del Veneto NON È CASA TUA.
E forse, se nessuno ti dice un cazzo e tutti eseguono quello che non avresti nemmeno l’autorità per pretendere, vuol dire che hai ragione tu. Hai ragione a mettere sullo stesso piano Cacciari e Veneziani, come avessero lo stesso talento, hai ragione a mettere sullo stesso piano Gramsci e Mussolini, ma sì, sono la stessa cosa, tutto fa brodo! Se il pubblico non si lamenta, se a tutti va bene così, se tutti trovano normale che in democrazia un tizio possa dire “Questa è casa mia” di un’istituzione che pagano loro stessi, questi veneti così codardi si meritano gente come te.
Ti do un consiglio per aprire la prosa stellare dell’anno prossimo, genio, ma sì basta con sti artisti di sinistra, vediamo chi c’è fra i talenti leghisti... nessuno...va ben, ma almeno qualcuno che dica qualcosa di fascio si può trovare, gli mettiamo dietro un’orchestra che si fa il culo così sembra teatro: dunque, Sallusti che legge i testi di Gigi D’Alessio (potrebbe cantare Gigi, ma purtroppo è straniero e quindi non si può fare) oppure la Meloni che fa il riff che ha rotto i coglioni sui social, così dimostriamo che anche noi di destra abbiamo l’autoironia, ma, che portino qualcosa però, che so, una boccia di vino, un cd, un par de voti, perché a CASA NOSTRA no se vien sensa dare qualcosa in cambio.



Chi mi conosce sa che je cherche la bagarre e siccome amo la rissa, rispondo ai cazzotti di Beltotto.
Torno sull’argomento Stabile del Veneto di cui alla gente non frega un cazzo, perché, laddove ci sono stipendifici, le cose si fanno complicate.
Scrivo sulla mia paginetta facebook, non ho uffici stampa, non posso permettermeli, ben sapendo che come al solito i giornali non capiranno un cazzo e tradurranno il mio affetto verso il pubblico come la preoccupazione per il mio lavoro, maccheccazzo, io posso smettere di lavorare domani perché sono un uomo libero e posso vivere anche con niente, visto che non trattengo mai nulla e reinvesto sempre TUTTO quel che guadagno nella produzione del mio teatro e dei miei racconti video.
Dunque il presidente “quaxetutomio” Beltotto, si è risentito come una bambinetta dell’asilo a cui hanno tirato i codini e ha convocato mari e monti per stabilire l’unica Verità, la sua.
Beltotto, col “suo” ufficio stampa Golia di 9 persone pagato coi soldi dei cittadini, si dà da fare per rispondere a un Davide come me, è bugiardo e pensa che basti essere amicissimo dei direttori dei giornali per affermare, tranciando assai, che io sono stato lautamente retribuito dallo Stabile del Veneto e che non facendo spettacoli al Verdi e al Goldoni viene a mancare un’entrata importante per la mia famiglia. Sticazzi! Ovviamente secondo il suo canone ciellino della famiglia in cui l’uomo porta i soldi a casa.
Dunque, le bugie hanno gambe lunghissime sui giornali ma per fortuna i giornali non li legge più nessuno, Beltotto, e le tue amicizie democristiane con me non attaccano.
Rispondiamo dunque: la mia famiglia è un’impresa privata che riesce a mettere insieme, con uno spettacolo, non una, non due, ma 10 volte ciò che mi può dare uno Stabile, cosa che accetto perché mi piace fare spettacoli con la compagnia e perché mi fa piacere che attori e tecnici guadagnino qualcosina grazie a me anche laddove potrei benissimo rappresentare, come fanno quasi tutti quelli famosi e che ne sono capaci, un monologo per i fatti miei. Si chiama mercato, mi pare che i leghisti siano per il mercato, no? O è tutta una finta?
L’altra cosa che egli dice sapendo di mentire è alludere al fatto che sa “quanto l’abbiamo pagato” dice egli. A ridaje! Tu non mi hai pagato per un cazzo caro Beltotto, tu non hai tirato fuori una lira, tu i soldi li hai presi dal pubblico col tuo stipendio nel passato e te li sei tenuti nel privato. È molto facile dire quanto guadagnavo (a consuntivo di paga media giornaliera, poco più di 600 euro lordi, sui quali pagavo le tasse, e coi quali dovevo pagarmi viaggi, pasti fuori casa (e io mangio tanto!) e alberghi e sfido un altro attore del mio livello a dire che guadagnava meno!) se mettessi nel conteggio i giorni di prove, pagati molto ma molto meno, la cifra sarebbe anche più bassa, ma la cosa che il furbastro non dice è che, a fronte di quei 200 euro netti a giornata, il Verdi di Padova, per fare un esempio, incassava 15-20.000 euro al giorno e ti sfido, Beltotto, ad essere altrettanto produttivo, tu che vivi di chiacchiere e di soldi pubblici. Ogni 5000 euro lordi da me incassati ne ha prodotti solo in Veneto 150.000 per lo Stabile, se poi lo Stabile abbia speso tutto quel surplus da me prodotto per pagare la struttura, cioè gente molto meno produttiva di me e non gli artisti, non so che farci.
E il buon Ongaro, il taciturno direttore dello Stabile, che dovrebbe dirigere mentre pare che diriga tu per conto della Regione Veneto, ti può dire quanto ha dovuto penare per convincermi a proseguire le tournee con lo Stabile quando io, per campare, chiedevo invece tempo per poter fare i miei monologhi.
Una cosa che il tipo dimentica di dire è che la mia Cativìssima è stato uno dei pochissimi spettacoli in attivo dello Stabile. Un’altra cosa che si dimentica di dire è che ho rinunciato al mio compenso di regista (per altro assai sotto costo) per redistribuire il corrispettivo agli attori della compagnia e risarcirli un pochino delle paghe vergognose che dà loro lo stabile. Un’altra cosa che si dimentica di dire è che io ho fatto una riunione di fuoco per intimare allo Stabile di non fare i costumi a Venezia per una produzione a Padova, spendendo 1600 euro solo per il trasporto, ma di spendere molto ma molto meno. Queste sono cose che annoiano la gente, Beltotto lo sa, quindi gli basta dire “sappiamo quanto gli abbiamo dato” e tacere di “quanto ci ha fatto guadagnare e risparmiare”, per inciso, la vecchia abitudine di fare costumi a Venezia con relativi costi è tornata puntuale l’anno dopo che io me ne sono andato.
Ovvio che, per i burocrati come lui, un artista vale l’altro e il costo di un artista non può essere paragonato al costo di un ufficio stampa.
Ed è curioso che, pestando una merda colossale, si metta a parlar di soldi pubblici e di menzogne uno che, agli ultimi tempi del crack della banca vicentina, percepiva 180.000 euro l’anno come responsabile della comunicazione, in qualche modo per rassicurare i finanziatori sul fatto menzognero che tutto andava bene.
Beltotto è stato dentro al Mose, stipendiato con soldi pubblici; è stato dentro alle banche, stipendiato, lui sì, lautamente; è stato a dirigere la Fenice, altro pozzo senza fondo, stipendiato coi soldi pubblici; quando poi è salito in sella allo Stabile, lo Stabile del Veneto è stato pure declassato. Ma non è che porti un po’ sfiga?
Ma io credo di aver capito che quando parla di importanti introiti per la famiglia il tipo si riferisca alla sua, di famiglia, visto che fin da quando era alla Rai, a differenza di me, ha campato grazie ai soldi delle tasse dei cittadini.
Una cosa che ho capito dalla tua arroganza tutta leghista, Beltotto, è che dovrò persino stare attento a dire se qualcuno in Veneto è amico mio, perché potrebbe restare senza lavoro.
Come avete notato c’è un attore importantissimo di tutta la vicenda che è stato tenuto fuori: il pubblico. Sì perché del pubblico, a sta gente qua, non gliene frega un cazzo.
Io, caro Beltotto, gli spettacoli non li faccio né per la Regione, né per la Lega o qualsiasi altro partito, né per il mio ufficio stampa, io faccio spettacoli per il pubblico e se il pubblico smetterà di venire ai miei spettacoli io smetterò di fare questo lavoro perché, a differenza di te, io devo rispondere della gente che porto a teatro, io rispondo solo al pubblico (che è il mio unico e vero datore di lavoro) e non ho stipendio se non c’è incasso; per fare un esempio, per una serata in perdita come quella con Marcello Veneziani io ci avrei rimesso del mio. E quanto v’importi del teatro si capisce dal fatto che inaugurate la stagione di prosa con Cacciari o con Veneziani, cioè professori e giornalisti che invadono lo spazio degli artisti e che nulla c’entrano con il teatro.
Io non do del tu alla Regione, non dispongo di uffici stampa e strutture pagate lautamente coi soldi pubblici perciò non ho più tempo di parlare di sta roba, a meno che non mi rompi il cazzo Beltotto, perché mi so pajasso ma no mona.

martedì 25 ottobre 2016

dice Natalino Balasso

Leggo che a Gorino, in provincia di Ferrara, valorosi cittadini alzano barricate per impedire l'arrivo di un pullman di pericolosi migranti: 11 donne. Minchia che eroi! Onore ai valorosi cittadini che, sprezzanti del pericolo hanno salvato Gorino dall'invasione di 11 donne! Era dai tempi delle rivolte contadine dei primi del novecento che non si vedevano simili atti di eroismo! Certo 11 donne sono un numero davvero esorbitante in un paese di 4000 persone! Fategli subito un monumento a questi eroi!

martedì 13 settembre 2016

dice Natalino Balasso, sul teatro...

Quand'ero piccolo, in un'età che nemmeno ricordo, facevo smorfie e dicevo sciocchezze e i miei genitori ridevano. Questo mi dava probabilmente un senso di appartenenza e di protezione. 
Crescendo, nella naturale tendenza a ricercare l'approvazione del gruppo, cercavo di capire quali fossero le sciocchezze da dire e in che modo bisognasse dirle per muovere il riso negli altri.
Quando ho capito come fare non era più necessario dire sciocchezze, potevo dire qualsiasi cosa in un certo modo e la gente rideva, avevo la sua approvazione.
Da questo si deduce che chi fa il comico lo fa inseguendo un riflesso condizionato che lo spinge a cercare appartenenza e protezione.
Poi ho pensato che per essere un ottimo comico bisognasse essere anche un ottimo attore, così ho imparato a recitare. Ma recitare le cose non comiche dipende da un altro riflesso condizionato, probabilmente si tratta del mio senso d'inferiorità nei confronti di chi fa le cose serie, perché anch'io sono caduto nel tranello culturale in voga presso gli "intenditori" e cioè che il comico fosse una roba di livello più basso rispetto al tragico, questa ovviamente è una solenne cazzata, ma così la vedono i critici e in questa bugia si crogiolano gli intellettuali. 
È naturale che non voglio giustificare questo mio senso d'inferiorità: ogni senso d'inferiorità è un'allucinazione perché la superiorità è un'allucinazione. Ma se non altro ho imparato a recitare.
Nel bellissimo film Neverland, in cui Jonny Depp interpreta l'autore di Peter Pan, si dice a un certo punto che i critici hanno rovinato il teatro perché l'hanno fatto diventare una cosa seria. Sono abbastanza d'accordo, quando gli attori smettono di giocare il teatro diventano infantili, seri e opprimenti, si ascoltano, sono in contemplazione di se stessi, cercano ammirazione invece di cercare meraviglia.
Insomma io mi rendo conto che, come tutti, sono preda di riflessi condizionati che a malapena riesco a individuare, ma una cosa la posso dire: il fatto che gli altri mi prendano sul serio, non significa che io mi prenda sul serio. E allo spettatore posso dire una cosa: se a teatro ti rompi i coglioni, hai il livello intellettuale sufficiente per uscire dalla sala, sei tu che decidi non i critici, non gli attori, non i registi. Quelli che se la tirano dicono che gli artisti come me hanno la colpa di portare a teatro un gran numero di persone impreparate a seguire il teatro. Il problema è che questo pubblico avrebbe dovuto essere preparato da quelli che se la tirano. A me non sembra di "portare" gente a teatro, l'impressione che ho è quella di "riportare" a teatro un sacco di gente che altri avevano fatto fuggire. Io dico che se dopo quarant'anni di teatro di ricerca la gente affolla i teatri amatoriali e il dialettale, non è colpa né dell'amatoriale né del dialettale, è che il teatro di ricerca ha fallito. Oggi per fortuna ci sono molti germi nuovi, c'è una roba che si definisce approssimativamente "teatro contemporaneo", che comprende molte tendenze anche molto giovani e che non segue tanto l'etichetta della "ricerca" anche se lo è, ma non ha vergogna di essere pop; Leo De Berardinis, che era un grande, diceva che non ci dovrebbe essere nessuna frattura tra il teatro di ricerca e il teatro popolare. Oggi, grazie a buone scuole ci sono ottimi attori giovani, c'è il germoglio di nuove generazioni che faranno ottime cose. Queste generazioni dovranno essere sostenute, valorizzate, bisogna lasciarli fare, non imporre loro vecchi modelli, e purtroppo il mondo degli stabili mortifica l'energia giovanile, la considera un difetto.
Noi diciamo ai giovani che quand'eravamo giovani noi, allora sì che mettevamo su una compagnia in quattro e quattr'otto, giravamo con un furgone, spaccavamo il mondo. Non è così giovani, non credete a noi cialtroni, perché quando eravamo giovani noi si faceva tutto in nero, oggi con tutti i paletti che le istituzioni, che si sono riprese il teatro dopo anni di giusta anarchia, vi stanno mettendo davanti non riuscite più a muovervi. Quello che si vuole è farvi sperare di vincere un provino, aspettare il vostro turno, sperare nelle fiction, stare al vostro posto e vi tratteranno da ragazzini fino a 40 anni e poi vi diranno che non siete più giovani, ribellatevi a questa logica del Fus e delle gerarchie ottocentesche che ancora dominano il teatro. Non occupate i teatri per avere un posto fisso, occupate i ministeri, andate a Roma in 100, in 1000, chiedete un incontro con i ministri, con Franceschini con questi qua, e dite loro che non è giusto che una giovane compagnia sia tassata dai primi anni, non chiedete sovvenzioni, chiedete esenzioni, chiedete strumenti, ne avete diritto. Ma davvero credete che sia giusto che i soldi del Fus vengano spesi per pagare l'albergo a dei vecchi? Ma una famiglia che avanza 100 euro li dà al nonno o al nipote?! E questi vecchi quand'erano giovani facevano tutto in nero!
Dunque, stavo dicendo, quand'ero piccolo...