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giovedì 2 settembre 2021

ricordo di Daniele Del Giudice

 



Daniele Del Giudice, il suo impegno civile ci ha fatto volare verso la verità – Oreste Pivetta

 

E’ morto la notte scorsa Daniele Del Giudice e sembra di dover scrivere di un’altra epoca, non solo per il silenzio che ha accompagnato gli ultimi dolorosi anni della sua vita, non solo perché il suo primo romanzo, “Lo stadio di Wimbledon”, il romanzo che lo rese famoso, risale a quasi mezzo secondo fa (venne pubblicato da Einaudi, proposto da Calvino, nel 1983), ma soprattutto per la distanza dai nostri tempi di quell’uomo semplice, gentile, timido, coltissimo e raffinato cultore della letteratura, scrittore della “leggerezza”e insieme della profondità, sobrio e scrupolosissimo “utilizzatore” della parola scritta, cercata, ricercata, soppesata, limata perché nulla risultasse improprio, impreciso, superfluo, volgare.

 

Rigore contro sciatteria e superficialità

dSi possono leggere o rileggere i suoi romanzi e i suoi racconti per le storie che insegnano, per i sentimenti che rappresentano, per le domande che pongono. Ma anche come un abbecedario dei modi di immaginare, descrivere, interrogare, proporre cultura, contro la sciatteria, la superficialità, la grossolanità, gli inganni dei nostri tempi informatici. Quindi, un invito: non dimentichiamolo…
Daniele 
Del Giudice era nato a Roma nel 1949. Rimase presto orfano del padre, trascorse anni in collegio, non concluse gli studi universitari, cominciò prestissimo a collaborare con i giornali, lavorò a Paese Sera.
Lasciò Roma per Milano e si trasferì quindi definitivamente a Venezia.
Dopo “Lo stadio di Wimbledon”, romanzo suggerito dalla figura di Bobi Bazlen, nel 1985 apparve, ancora per 
Einaudi, “Atlante occidentale”, storia dell’amicizia tra un giovane fisico italiano, che lavora al Cern di Ginevra, e un anziano scrittore, Ira Epstein, scienziato e romanziere, accomunati dalla passione per il volo, che si interrogano sulla possibilità della letteratura di sentire la realtà della vita.

 

La passione per il volo

Solo tre anni dopo, Del Giudice pubblicò, ancora con Einaudi, “Nel museo di Reims”: Barnaba seguito durante la sua ostinata battaglia per fissare nella memoria le immagini di un museo, prima di diventare cieco. Nel 1994 uscì “Staccando l’ombra da terra”, sei racconti dedicati al volo.

Con “Staccando l’ombra da terra” Del Giudice vinse il Premio Bagutta, soprattutto narrò, a partire dalla vicenda di Antoine de Saint-Exupery, una sua passione, le sue esperienze, il suo addestramento, citando peraltro episodi storici e situazioni del presente, tragedie sconosciute e altre che segnarono la nostra storia.

Volare come espressione di libertà, libertà che il cielo nella sua trasparenza, nella sua luce, nella sua dimensione infinita, può offrire. Ma “volare” anche come espressione di responsabilità: si può imparare a volare, istinto, educazione, studio si sommano, ma poi, pure in quell’universo illimitato, non si può trascurare la rotta, uscire dalla rotta. Vale per il pilota, vale anche per lo scrittore: un ennesimo richiamo al rigore.

 

La notte di Ustica, dramma in piazza con Paolini

La notte di Ustica ispirò uno di quei racconti , “Unreported inbound Palermo”, costruito citando i dialoghi del “voice recorder”. Ne derivò il dramma musicale di Alessandro Melchiorre. Anni dopo fu la base per lo spettacolo teatrale di Marco Paolini con la musica di Giovanna Marini, “I-TIGI. Canto per Ustica”, che andò in scena nel 2000, prima a Bologna e poi a Palermo, vent’anni dopo la tragedia del DC9 Itavia.

Il monologo andò in scena in piazza, Paolini dettagliò quanto era avvenuto nelle notte di Ustica, ricordò i morti, riassunse l’iter delle investigazioni e dei processi. Commozione tra il pubblico. Commosso tra il pubblico c’era Daniele Del Giudice, pronto a spiegare le ragioni di quel lavoro straordinario, di narrazione e di documentazione, romanzo di una verità senza invenzioni, testimonianza ancora del valore e della forza della letteratura.

 

Il lavoro alla Einaudi, l’amicizia con Calvino

Di Daniele Del Giudice si dovrebbe ricordare altro. La sua collaborazione alla Einaudi, quando fu il più giovane, appena quarantenne, a partecipare alle famose riunioni del mercoledì di via Biancamano, a partecipare a discussioni spesso ferocissime circa le scelte letterarie delle casa editrice.

La sua amicizia con Calvino: fu lui a darne notizia della morte. I suoi successivi romanzi: “Orizzonte mobile” (2009), “In questa luce” (2013). Altri racconti: “Mania” (1997). L’introduzione alle opere complete di Primo Levi (1997, 2016), perché fu anche un saggista di grande acutezza.
Si dovrebbe infine dire della sua malattia: l’alzheimer. Lo si deve dire perché potrebbe sembrare inverosimile che una simile morbo abbia potuto divorare una intelligenza così profonda e nobile. E’ successo, tradendo un intellettuale che avrebbe potuto aiutarci ancora.

da qui


martedì 8 marzo 2016

Per Ante Zemljar - Erri De Luca




Era una finestrella, sbarrata da una tavola di legno
l’unica presa d'aria della cella.
L'uomo si abitua all’ombra,
a mezzogiorno, in piedi sulla branda
s’allunga alla fessura della luce,
meno di un rigo, un verso breve
passa sulle palpebre degli occhi.

C’è un nodo nel legno che lui tocca 
con l'unghia e con il tempo, 
con la punta dell'unghia e del tempo,
all’uomo serve un gioco nella cella.

Un giorno il nodo cede
pregato dall'unghia amica del tempo
che ricresce ogni giorno, 
il nodo cede. 
Si toglie come un tappo di bottiglia
e nel suo collo passa uno zampillo di luce liscia e dritta
s'allarga a terra, allaga il pavimento.
Il prigioniero Ante si mette scalzo
e ci si bagna i piedi. È un anno 
che non esce di cella, niente cortile, aria,
un anno che la porta è uguale al muro, 
che la porta non porta da nessuna parte
un anno, strizza gli occhi,
il sole dentro il buco è un’arancia rotonda nella mano
i piedi si strofinano fra loro
sono due bambini, la prima volta al mare
i piedi di Ante Zemljar comandante di molti partigiani, 
congedato col merito della vittoria in guerra, 
adesso chiuso dagli stessi compagni: nemico della patria.
Nemico lui che l’ha agguantata al collo
l’ha scrollata di eserciti invasori 
fiume per fiume, da Neretva a Drina, 
coi calci della fame senza nemmeno portar via una cipolla 
a un contadino perché così è la guerra partigiana.
Nemico lui: l’hanno tolto da casa
da Sonia di due anni che sa gridare già:
“Lasciate il mio papà, lasciatelo è mio padre”.
Adesso sì, voi siete suoi nemici.

Ante sa le percosse, sa che un pugno da destra 
lascia sangue sul muro di sinistra e viceversa
e un pugno dritto in faccia lascia sangue a terra,
ma c'è la novità qui le botte riescono a lasciare 
il sangue sul soffitto. 
C’è sempre da imparare circa le vie del sangue
e dei colpi ingegnosi dei gendarmi.

Ante conserva il nodo, lo rimette nel legno
la guardia non saprà,
il sole non è spia, 
s'infila svelto e poi non lascia impronte,
pure se perquisisce la guardia non può dire:
qui c'è stato il sole, sento il suo odore.
Il sole non è un topo,
pure se ne finisce molto in una cella
nessuno si accorge che fuori manca un raggio,
che la sua conduttura ha un buco
e perde luce da un nodo di legno.

Ancora un po' di mesi, poi glielo daranno,
il sole, tutto in una volta, sulla schiena
peggio dei colpi di bastonatura
sopra l'Isola Nuda a spaccar pietre.
Il prigioniero Ante ha conservato il nodo,
qualche volta lontano dalla guardia
lo punta contro il sole e si procura un’ombra 
sopra l’Isola Nuda a spaccar pietre bianche 
e poi gettarle a mare, all’Adriatico,
perché la pena è pura, senza valore pratico,
e il mare non si riempirà.
 
da qui