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martedì 14 novembre 2023

Palestina: il ritorno di Erode

 


articoli, video, cortometraggi e disegni di Elena Basile, Farah Nabulsi, Alain Alain, Suzanne Baaklini, Alessandro Orsini, Pepe Escobar, Andrea Crisanti, Vittorio Agnoletto, Latuff, Luigi Ippolito, Francesca Albanese, Grazia Parolari, Diego Siragusa, Franco Fracassi, Matteo Saudino, Neve Gordon, Antonio Cipriani, Dominique de Villepin, Davide Malacaria, Eliana Riva, Noy Katsman, Enrico Euli, Ugo Giannangeli, Pubble, Manlio Dinucci, Massimo Mazzucco, Pino Cabras, Calp, Giacomo Gabellini, Francesco Sylos Labini, Nora Alsharif, Carlo Tombola, Marwan Bishara, Eliana Riva, Daniele Luttazzi, Davide Rossi, Stefano Orsi, Chris Hedges, Aldo Milani


 

 

“Siamo a pochi minuti dalla morte”.

Il direttore dell’ospedale di Al-Shifa dice che il complesso medico è “completamente tagliato fuori, qualsiasi persona in movimento presa di mira” dalle forze israeliane.

Il vice ministro della Salute di Gaza, dott. Youssef Abu Alreesh, è attualmente all’interno dell’ospedale al-Shifa:

– Questo è il momento in cui abbiamo avvertito il mondo intero. Tutti i generatori sono spenti, tutte le fonti di energia sono fuori.

– Abbiamo 39 neonati nelle incubatrici, quei bambini stanno combattendo contro la morte.

– Nessuno è in grado di muoversi intorno al complesso, i cecchini sono di stanza dappertutto oltre ai droni che prendono di mira e uccidono qualsiasi persona in movimento.

– Pochi minuti fa uno del team degli ingegneri è stato colpito da un cecchino, è stato colpito al collo ed è rimasto paralizzato e ora sta per morire.

– Parte dell’ospedale è stata bombardata e parte dell’edificio ha preso fuoco, temiamo che inghiottirà l’intero complesso.

– Alcune famiglie hanno cercato di andarsene, ma sono state prese di mira; ora sono morte fuori dall’ospedale. Non possiamo arrivare a loro.

– Siamo totalmente bloccati, siamo tagliati fuori dal mondo esterno, e soprattutto, siamo lasciati senza alcuna risorsa medica. Non possiamo nemmeno seppellire i morti.

– Un feroce colpo di arma da fuoco è caduto nelle vicinanze dell’ospedale, l’unità di terapia intensiva ha ricevuto un proiettile di mortaio pochi minuti fa.

– Il sangue è ovunque, sul pavimento, non possiamo nemmeno pulirlo.

– In passato, la macchina assassina israeliana ha ucciso, e questo è stato trasmesso sugli schermi televisivi. Ora stanno perpetrando la stessa uccisione, ma nessuno sta ascoltando, nessuno sta guardando, il mondo intero è in attesa.

– Stiamo parlando con tutto ciò che resta della mia batteria del telefono, dopo di che, staremo in silenzio.

da qui

 

 

 


Lettera ai bambini di Gaza – Chris Hedges

Caro bambino. È mezzanotte passata. Sto volando a centinaia di chilometri all’ora nell’oscurità, migliaia di metri sopra l’Oceano Atlantico. Mi sto recando in Egitto. Andrò al confine di Gaza a Rafah. Vengo per te.

Non sei mai stato su un aereo. Non hai mai lasciato Gaza. Conosci solo le strade e i vicoli densamente affollati. Le baracche di cemento. Conosci solo le barriere di sicurezza e le recinzioni sorvegliate dai soldati che circondano Gaza. Gli aerei, per te, sono terrificanti. Aerei da caccia. Elicotteri d’attacco. Droni. Volano sopra di te. Lanciano missili e bombe. Esplosioni assordanti. La terra trema. Gli edifici crollano. La morte. Le urla. Da sotto le macerie arrivano soffuse le richieste di aiuto. Non si ferma. Notte e giorno. Intrappolato sotto le macerie di cemento frantumato. I tuoi compagni di gioco. I tuoi compagni di scuola. I tuoi vicini. Spariti in pochi secondi. Vedi i volti pallidi e i corpi inanimati quando vengono estratti. Sono un giornalista. È il mio lavoro vederlo. Tu sei un bambino. Non dovresti vederlo mai.

Il fetore della morte. Cadaveri in decomposizione sotto le macerie. Trattieni il respiro. Ti copri la bocca con un panno. Cammini veloce. Il tuo quartiere è diventato un cimitero. Tutto ciò che era familiare è scomparso. Fissi con stupore. Ti chiedi dove sei.

Hai paura. Esplosione dopo esplosione. Piangi. Ti aggrappi a tua madre o a tuo padre. Ti copri le orecchie. Vedi la luce bianca del missile e aspetti l’esplosione. Perché uccidono i bambini? Che cosa hai fatto? Perché nessuno può proteggerti? Sarai ferito? Perderai una gamba o un braccio? Diventerai cieco o finirai su una sedia a rotelle? Perché sei nato? È stato per qualcosa di buono? O è stato per questo? Crescerai? Sarai felice? Come sarà senza i tuoi amici? Chi sarà il prossimo a morire? Tua madre? Tuo padre? I tuoi fratelli e sorelle? Presto qualcuno che conosci rimarrà ferito. Qualcuno che conosci morirà. È questione di attimi.

Di notte ti stendi al buio sul freddo pavimento di cemento. I telefoni non funzionano. Internet è spento. Non sai cosa sta succedendo. Ci sono lampi di luce. Ci sono continue deflagrazioni. Ci sono urla. Non si ferma.

Quando tuo padre o tua madre vanno alla ricerca di cibo o acqua, tu aspetti. Quella terribile sensazione allo stomaco. Torneranno? Li rivedrai? La tua piccola casa sarà la prossima? Le bombe ti troveranno? Sono questi i tuoi ultimi momenti sulla terra?

Bevi acqua salata e sporca. Ti fa stare molto male. Ti fa male lo stomaco. Hai fame. I panifici sono stati distrutti. Non c’è pane. Mangi un pasto al giorno. Pasta. Un cetriolo. Presto sembrerà una festa.

Non giochi con il tuo pallone da calcio fatto di stracci. Non fai volare il tuo aquilone fatto con vecchi giornali.

Hai visto giornalisti stranieri. Indossiamo giubbotti antiproiettile con la scritta PRESS . Abbiamo gli elmetti. Abbiamo telecamere. Guidiamo fuoristrada. Appariamo dopo un bombardamento o una sparatoria. Restiamo seduti a lungo davanti a un caffè e parliamo con gli adulti. Poi scompariamo. Di solito non intervistiamo i bambini. Ma ho fatto interviste quando gruppi di voi si affollavano intorno a noi. Ridendo. Indicandoci. Chiedendoci di farvi una foto.

Sono stato sotto i bombardamenti aerei a Gaza. Lo sono stato in altre guerre, guerre accadute prima che tu nascessi. Anch’io avevo molta, molta paura. Ho ancora gli incubi. Quando vedo le immagini di Gaza, queste guerre mi ritornano alla mente con la potenza di un tuono e di un fulmine. Penso a te.

Tutti noi che siamo stati in guerra odiamo la guerra soprattutto per gli effetti che ha sui bambini.

Ho provato a raccontare la tua storia. Ho provato a dire al mondo che quando si è crudeli con le persone, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno, decennio dopo decennio, quando si nega alle persone la libertà e la dignità, quando le si umilia e intrappola in una prigione a cielo aperto, quando le si uccidono come se fossero bestie, reagiscono. Fanno agli altri ciò che è stato fatto a loro. L’ho detto più e più volte. L’ho detto per sette anni. Pochi hanno ascoltato. E ora questo è il risultato.

Ci sono giornalisti palestinesi molto coraggiosi. Trentanove di loro sono stati uccisi dall’inizio dei bombardamenti. Sono eroi. Lo stesso vale per i medici e gli infermieri negli ospedali. Lo stesso vale per il personale delle Nazioni Unite. Di questi, ottantanove sono morti. Lo stesso è per gli autisti delle ambulanze e i medici. Così come anche i soccorritori che sollevano con le mani le lastre di cemento. Così sono le madri e i padri che vi proteggono dalle bombe.

Ma non siamo lì. Non questa volta. Non possiamo entrare. Siamo chiusi fuori.

Giornalisti provenienti da tutto il mondo si recheranno al valico di frontiera di Rafah. Vi andiamo perché non possiamo assistere a questo massacro e non fare nulla. Andiamo perché ogni giorno muoiono centinaia di persone, tra cui 160 bambini. Andiamo perché questo Genocidio deve finire. Andiamo perché abbiamo figli. Come te. Prezioso. Innocente. Amato. Andremo perché vogliamo che tu viva.

Spero che un giorno ci incontreremo. Tu sarai un adulto. Io sarò un vecchio, anche se per te sono già molto vecchio. Nel mio sogno per te ti troverò libero, sicuro e felice. Nessuno tenterà di ucciderti. Volerai su aerei pieni di persone, non di bombe. Non rimarrai intrappolato in un campo di concentramento. Vedrai il mondo. Crescerai e avrai dei figli. Diventerai vecchio. Ricorderai questa sofferenza, ma saprai che significa che devi aiutare gli altri che soffrono. Questa è la mia speranza. La mia supplica.

Ti abbiamo deluso. Questo è il terribile senso di colpa che portiamo. Abbiamo provato. Ma non ci siamo impegnati abbastanza. Andremo a Rafah. Molti di noi. Giornalisti. Resteremo fuori dal confine con Gaza per protestare. Scriveremo e filmeremo. Questo è ciò che facciamo. Non è molto. Ma è qualcosa. Continueremo a raccontare la tua storia.

Forse basterà per guadagnarci il diritto di chiedere il tuo perdono.

 

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

da qui

 

 

La passività e ipocrisia dell’Occidente – Elena Basile

Il 2 novembre le immagini della carneficina a Gaza scompaiono dalla maggioranza dei giornali occidentali. Si piangono i morti, non quelli palestinesi. Il Paese “Indispensabile” che “tiene il mondo insieme” (come afferma il Presidente Biden, il politico che dovrebbe incarnare rispetto al suo avversario nelle elezioni del 2024, la parte più progressista degli Stati Uniti) si oppone a un cessate il fuoco e trascina con sé le democrazie occidentali, il bel giardino di Borrell. E’ incredibile! Le autocrazie come la Russia e la Cina parlano un linguaggio di pace. Certo lo faranno per assecondare i loro interessi geo-strategici. Pronunciano tuttavia parole di saggezza politica intesa a fermare l’escalation in Medio Oriente, il massacro di innocenti a Gaza, i crimini di guerra in corso. L’Occidente invece nella sua passività e ipocrisia, rimane complice di una strage che alcuni analisti giuridici non esitano a denominare genocidio. Non sono un’esperta giuridica. Mi fido delle analisi di alcuni giuristi che si riferiscono alla convenzione per la prevenzione e la repressione del reato di genocidio del 1948. Sono stabiliti all’articolo 2 i parametri in grado di individuare casi di genocidio. Almeno tre dei 5 parametri in esso delineati sono soddisfatti a Gaza.

Una professoressa di filosofia che avevo imparato a stimare per alcuni suoi ragionamenti relativi alle cause storiche del conflitto in Ucraina afferma che Israele non è una potenza occupante, e che le folle di gente ordinaria che hanno riempito le piazze sotto la forte emozione dovuta agli eventi di Gaza sarebbero antisemite.

Vorrei ricordare che l’antisemitismo ha colpito la comunità ebraica che professava in Europa la sua religione: essa era straordinariamente attiva e coesa, aveva un meritato potere economico e rappresentava una meravigliosa intellighentia. L’antisemitismo era indirizzato agli ebrei in quanto comunità religiosa e etnica. L’antisionismo, di cui sono stati interpreti tanti ebrei, si oppone invece alla concezione in base alla quale, anche con atti terroristici contro i britannici e contro gli arabi, soprattutto nella modulazione di destra del sionismo, gli ebrei hanno il diritto a occupare con la forza la terra dei palestinesi e cacciarli dalle loro case. Dopo il 1967 in una parte dell’establishment israeliano era popolare uno slogan: prendere quanta più terra possibile e non darla indietro. Ricorderei alla nostra filosofa che le manifestazioni per il cessate il fuoco e la protezione dei civili, se chiamano Israele potenza occupante, lo fanno in linea con le Risoluzioni ONU mai applicate, e la denuncia di apartheid in Cisgiordania elaborata dall’ONU e da altre organizzazioni umanitarie. Considerare antisemitismo la critica al genocidio in corso attuato da un personaggio controverso quale Netanyau è vergognoso. Considerare antisemitismo il contrasto a strategie israeliane che dalla fine del processo di Oslo in poi, con la moltiplicazione degli insediamenti, hanno opposto l’illegalità e la violenza di Stato alla politica e alla diplomazia è una atroce mistificazione. Queste posizioni non sono solo immorali, sono controproducenti. La giustificazione della violenza e dell’impunità di Israele alla lunga genera mostri.

Netanyahu con la carneficina di civili e i bombardamenti indiscriminati anche sui campi profughi si propone come salvatore della sicurezza di Israele sperando di restare in piedi come Premier. Non mi meraviglierei se nonostante l’opposizione che esiste nella dinamica società civile di Tel Aviv, le vittorie militari enfatizzate dalla propaganda nostrana come sconfitta del terrorismo non regalino al Primo Ministro israeliano ossigeno politico. La continuità in nome deIla ritrovata sicurezza sarà forse scelta dalla società israeliana che si è spostata sempre più a destra ed è ricattata dalle forze religiose e oscurantiste. I politici statunitensi hanno nel loro dna l’impossibilità di prendere le distanze da Israele. Si inimicherebbero i donatori ebrei e cristiani, i gruppi di interesse, condannerebbero automaticamente la loro carriera politica. Democratici e repubblicani senza differenze incisive assicurano l’impunità di Israele da decenni. Obama si opponeva alla politica degli insediamenti illegali ma non ha saputo opporre alcuna sanzione quando Netanyahu ha snobbato le sue esortazioni. I falchi dell’amministrazione odierna mostrano al mondo una finta cautela. Si pronunciano a favore delle “pause umanitarie” (le vittime vanno curate e nutrite, poi i bombardamenti possono riprendere) e fingono di subire le decisioni di Tel Aviv. Come accaduto con l’Ucraina, il gioco delle parti è stucchevole. Zelensky impersonava il falco rispetto a Biden divenuto colomba. Allo stesso modo si fa credere che Israele possa come l’Ucraina avere una politica estera indipendente da quella degli USA, il loro maggiore sponsor. Se Washington volesse veramente mirare a una de-escalation, non invierebbe le porta aerei nel Mediterraneo. I burattini europei sanno che se si distanziano dalle posizioni statunitensi mettono a repentaglio la loro esistenza politica. Lo spirito gregario e conformista trionfa. L’assenza di diplomazia è spiegata. A causa delle guerre in corso e in virtù di una narrativa che predica lo scontro di civiltà e inventa minacce contro la democrazia, le classi dirigenti europee hanno costruito l’alibi, di fronte all’opinione pubblica, per ricompattarsi intorno all’alleato egemone.

Non ci sono esitazioni neanche di fronte al pericolo di una “major war”. Il rischio in Europa Orientale è stato affrontato a cuor leggero. Il Direttore dello IAI, Istituto di ricerca i cui studi portano miracolosamente alle stesse soluzioni individuate dai neoconservatori statunitensi, nei suoi ripetuti interventi ripete assiomi mai dimostrati. La difesa della democrazia europea passa per la difesa dell’Ucraina libera. Come si permette la Presidente Meloni di ripetere in una telefonata truffa a due comici russi (la tragedia diviene farsa) che c’è stanchezza verso la guerra in Ucraina? I vari Tocci, Parsi, Panebianco, Molinari non sono stanchi. Una generazione di diciottenni ucraini sacrificata, un Paese distrutto li vede ancora arzilli e pronti a celebrare una narrativa senza fondamento. Descrivono in modo surrealistico l’accerchiamento da parte delle autocrazie dell’Occidente libero al fine di far continuare il massacro in Ucraina e in Medio Oriente. La Russia non vuole arrivare a Kiev e non ha nessun sogno imperialista in Europa. Una studiosa non può non saperlo. Farebbe bene altrimenti a tornare sui banchi di scuola. Mosca non ha la potenza economica e militare per opporsi alla NATO. Kiev, Mosca e l’Europa hanno un identico interesse. L’Ucraina neutrale e ricostruita. La  pacificazione della regione orientale dell’Europa.

In Medio Oriente si profila un allargamento del conflitto con conseguenze spaventose. L’Occidente, respingendo il cessate il fuoco, fomenta il rischio. I cani da guardia cercano di convincerci che non esiste alternativa diplomatica. Iran, Hezbollah, Paesi arabi hanno reazioni fino ad ora simboliche. Razzi che non fanno danni, dichiarazioni bellicose, abbaiano. Le portaerei americane sono un dato senza precedenti. I rapporti di forza sono a favore di Tel Aviv e Washington. L’Occidente è il soggetto che deve fermare l’escalation. Il leader degli Hezbollah Nashrallah, nel suo atteso discorso, non ha dato soddisfazione alla stampa occidentale che da giorni prepara l’opinione pubblica ai nuovi orrori descrivendo l’Iran e gli Hezbollah pronti a trascinate Tel Aviv e Washington nel conflitto. Il leader libanese pur scatenando la sua retorica contro Israele ha messo in chiaro che il massacro del 7 ottobre è stata opera esclusiva di Hamas e che tra Iran, Hezbollah e Hamas non vi sono legami automatici. I paesi arabi e la Turchia si limitano  a condannare l’azione barbara di Israele a Gaza. La Turchia osa chiamare Israele criminale di guerra al fine di tener buone le opinioni pubbliche. Al momento non sembra vogliano entrare in un conflitto per il popolo palestinese, per i derelitti della terra.

Nessun politico del centro-sinistra e del centro-destra, in sintesi le classi dirigenti che governano l’Europa, prende nettamente posizione contro il massacro. I difensori dei diritti umani mostrano il loro vero volto.

Ho rivolto sui social un appello al Presidente Mattarella. Possibile che alla sua veneranda età, dopo avere avuto tutto dalla carriera politica e essere appartenuto, a prescindere dal sottogoverno e sottobosco democristiano, a una tradizione importante cattolica e sociale, che ha espresso statisti come Aldo Moro, possibile che il nostro Presidente della Repubblica, garante dei valori costituzionali, fino all’ultimo giorno opterà per la convenienza politica senza in alcun modo abbracciare l’etica della convinzione?

Un cattolico dovrebbe avere empatia per la sofferenza umana. I bambini tremanti e mutilati che arrivano in ospedali senza medicine e antidolorifici, senza acqua, elettricità, meritano compassione e difesa.

Il Presidente Mattarella potrebbe essere una voce morale, chiedere il cessate il fuoco, opporsi alla barbarie.

Leggo invece esterrefatta le sue dichiarazioni sulla democrazia di cui sarebbero strumenti la NATO e l’Europa, gli appelli a inviare nuove armi all’Ucraina, una strabiliante frase in cui menziona i crimini di Hamas ma non quelli israeliani.

Presidente, i bambini la guardano, le vittime la guardano, la Storia potrebbe non perdonarla.

da qui

 

 

Noy Katsman : Mio fratello è stato massacrato il 7 ottobre. So che avrebbe chiesto il cessate il fuoco.

Ho tradotto questo articolo da The Nation Magazine e vi invito a leggerlo:Maurizio Acerbo

Se l’unica giustificazione per la guerra di Israele contro Gaza fosse quella di vendicare morti come la sua, per lui sarebbe impossibile digerire la macchia morale.

Mio fratello, Hayim Katsman, è stato uno dei 31 massacrati americani in Israele il 7 ottobre. Avendo la doppia cittadinanza, Hayim si è trasferito a Holit dopo aver conseguito il dottorato a Seattle, continuando la sua ricerca sul sionismo religioso mentre serviva il kibbutz in difficoltà che amava. Il giorno degli attacchi, mio fratello ha usato il suo corpo per proteggere il suo vicino, Avital, dai proiettili in arrivo. Le ha salvato la vita.

Si potrebbe dire che Hayim è morto nello stesso modo in cui ha vissuto: sacrificando se stesso per proteggere gli altri. Insegnante, sostenitore e amico fidato delle comunità agricole palestinesi delle colline a sud di Hebron, mio ​​fratello spesso interveniva per disinnescare le tensioni con i coloni ebrei prima che degenerassero in violenza. Hayim ha prestato servizio volontario nei giardini di Rahat, una città beduina, e presso l’Academia for Equality, un’organizzazione che sostiene gli accademici palestinesi in Israele. Era anche un DJ di musica araba, sempre alla ricerca di connessioni interculturali. Mio fratello ha trascorso i suoi 32 anni radicato nella convinzione che tutta la vita – israeliana e palestinese, araba ed ebraica – è ugualmente preziosa. E non ha mai rinunciato alla speranza che un futuro più luminoso e pacifico fosse possibile per tutti.

Ho pensato molto a cosa direbbe Hayim in questo momento. Con il bilancio delle vittime a Gaza che ora supera le 10.000, so cosa si chiederebbe: tutte queste vite preziose perdute, a quale scopo? Perché se l’unica giustificazione fosse quella di vendicare morti come la sua, la macchia morale sarebbe impossibile da sopportare per mio fratello. Vorrebbe che i suoi due governi, Stati Uniti e Israele, negoziassero e attuassero un cessate il fuoco umanitario immediato – e perseguissero un percorso verso la libertà e la sicurezza per tutti – prima che sia troppo tardi.

Si suppone che il governo israeliano abbia a cuore la restituzione dei nostri circa 240 ostaggi, cosa che solo un cessate il fuoco renderebbe possibile. Ma ha smesso di ascoltare le famiglie delle vittime, come la mia. Il 28 ottobre, le famiglie dei rapiti hanno chiesto al primo ministro Benjamin Netanyahu di mediare uno scambio totale dei palestinesi incarcerati in Israele con i loro cari: “Tutti per tutti”, hanno implorato . Ma a quanto pare, il gabinetto di Netanyahu considera gli ostaggi poco più che un danno collaterale, pezzi degli scacchi nei “ giochi psicologici ” di Hamas, come ha detto il ministro della Difesa Yoav Gallant. Negoziare oltre la barriera Gaza-Israele semplicemente non è la loro priorità, anche se sono in gioco vite israeliane innocenti.

Per quanto riguarda le vite innocenti dei palestinesi, il disprezzo è ancora più sfacciato. Tra i decessi registrati finora, oltre 4.000 sono bambini di Gaza, un numero di vittime infantile in quattro settimane superiore a quello registrato in tutte le zone di conflitto del mondo in qualsiasi degli ultimi quattro anni. Gallant ha definito senza mezzi termini i suoi obiettivi militari a Gaza: “Stiamo combattendo gli animali umani… Elimineremo tutto”. A giudicare dagli sviluppi sul campo da allora – dai ripetuti attacchi aerei sui rifugiati nel campo di Jabalia a Gaza, all’uso indiscriminato e illegale del fosforo bianco nelle città densamente popolate di Gaza – la comunità internazionale deve prenderlo in parola.

L’obiettivo ufficiale di tutto ciò è distruggere Hamas con ogni mezzo necessario, per rendere Israele di nuovo sicuro. Ma questo ci rende davvero più sicuri? Per i milioni di palestinesi, circa 240 ostaggi israeliani e innumerevoli altri americani e cittadini stranieri ancora intrappolati da qualche parte tra i valichi di Erez e Rafah – circondati su tutti i lati da fuoco, macerie e cadaveri insanguinati – l’incubo è continuo ed inimmaginabile. Con ogni nuovo giorno di guerra, migliaia di vite di soldati israeliani – e, sempre più, la sicurezza dell’intera regione – sono in pericolo. Eppure, il governo israeliano deve ancora darci un’idea chiara di quale obiettivo politico spera di raggiungere.

Per la morte di Hayim e quella di altre 1.400 persone, ha detto il presidente israeliano Isaac Herzog , non è solo Hamas ma “un’intera nazione là fuori ad essere responsabile”. Mio fratello troverebbe spregevole questa logica morale. Hayim non vorrebbe mai che i palestinesi di Gaza pagassero con la propria vita per la sua vita. Sarebbe nauseato al pensiero che gli ostaggi israeliani subissero la stessa sorte che è toccata a lui. La cosa più urgente è che mio fratello avrebbe il cuore spezzato nel sapere che la sua morte ha ispirato la stessa violenza vendicativa a cui si è opposto per tutta la vita.

Hayim chiederebbe il cessate il fuoco, per riportare indietro gli ostaggi, per salvare quante più vite possibili e per avviare un nuovo processo diplomatico, con una nuova leadership da entrambe le parti, in modo che tutti, palestinesi e israeliani, possano godere di pace, sicurezza e libertà.

Che la sua memoria sia una benedizione e uno standard morale per noi da vivere e seguire.

da qui





sabato 23 luglio 2022

Logistica pericolosa, per i lavoratori

 

Inchiesta per associazione a delinquere contro i sindacati di base: arresti e denunce

Questa mattina un’ampia operazione di polizia per conto della procura di Piacenza ha colpito sindacalisti e lavoratori di Si Cobas e Usb attivi da anni nelle lotte per la logistica. 350 pagine di ordinanze, quattro arresti, misure cautelari e decine di denunce. Le accuse sono di associazione a delinquere per violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale, sabotaggio e interruzione di pubblico servizio. Usb ha convocato per questa sera, dalle 20 di oggi alle 20 di domani, uno sciopero generale nel settore della logistica

 

MISURE CAUTELARI E PERQUISIZIONI CONTRO L’UNIONE SINDACALE DI BASE E LE LOTTE DI CLASSE: USB PROCLAMA LO SCIOPERO GENERALE DELLA LOGISTICA. GIÙ LE MANI DA USB!

Da questa mattina all’alba è in corso un’operazione di polizia su input della Procura di Piacenza nei confronti di dirigenti sindacali dell’USB e del Si Cobas della logistica. Con ben 350 pagine di ordinanza si costruisce un vero e proprio “teorema giudiziario” sulla scorta di un elenco interminabile di “fatti criminosi” quali picchetti, scioperi, occupazioni dei magazzini, assemblee ecc. Numerosi i dirigenti sindacali posti agli arresti domiciliari e le perquisizioni. La logistica è uno degli snodi centrali dell’economia capitalista di nuova generazione, la circolazione delle merci è un ganglio determinante della catena del valore ed è lì che la contraddizione si esprime a livello più alto: sfruttamento della manodopera, per lo più straniera e ricattabile, utilizzo senza freni degli appalti e subappalti a cooperative anche con infiltrazioni, nemmeno troppo sotterranee, della malavita organizzata, diritti sindacali inesistenti e sistematicamente violati e quindi è lì che le lotte, il conflitto sono più dure e determinate e lì colpisce la repressione.

La USB è nel mirino del Ministero degli Interni e delle Procure di mezz’Italia ormai da troppo tempo, dalle denunce a raffica nei confronti di chi si oppone alla guerra e all’invio di armi, alle condanne per chi manifestava contro l’assassinio del nostro delegato proprio della logistica Abd El Salam durante un picchetto proprio a Piacenza per cui nessuno ha pagato, al “ritrovamento” di una pistola in un bagno della Federazione nazionale USB che si prova ad accollare ad un dirigente sindacale proprio della logistica. È quindi evidente il tentativo, questo sì criminale, di cercare di impedire che nei magazzini della logistica, nei luoghi della produzione e della commercializzazione delle merci cresca e si rafforzi il sindacato di classe, conflittuale, che non cede di un millimetro sui diritti dei lavoratori. La USB proclama lo sciopero generale della logistica a partire dalle ore 20 di oggi 19 luglio alle ore 20 di domani 20 luglio, lancia un appello a tutte le proprie federazioni perché attivino presidi di protesta in ogni città e sta valutando con i propri legali la controffensiva giudiziaria per smontare questo vero e proprio teorema antisindacale e le ulteriori iniziative di lotta.

Unione Sindacale di Base

 

IL COMUNICATO DELLE CAMERE DEL LAVORO AUTONOMO E PRECARIO

Questa mattina all’alba è scattata un’operazione di polizia, coordinata dalla Procura di Piacenza, ai danni di alcuni dirigenti sindacali dell’USB e del SiCobas, ora agli arresti domiciliari. Un fatto di una gravità inaudita che costruisce un teorema associativo, i cui fatti criminosi risulterebbero essere gli scioperi, i picchetti, le assemblee nei poli della logistica piacentina.

Le lotte nella logistica hanno rappresentato, negli ultimi anni, l’unico argine allo sfruttamento indiscriminato, spesso perpetrato ai danni della forza lavoro migrante, più fragile e ricattabile, al caporalato, alla logica degli appalti e subappalti senza soluzione di continuità, agli affari della criminalità organizzata che pervadono il settore, alla carenza di diritti sindacali.

Gli scioperi e i picchetti, uniche armi in mano ai lavoratori, hanno ottenuto anche considerevoli vittorie, pagando a volte un prezzo altissimo, come è stato per gli omicidi di Adil e di Abd El Salam, investiti entrambi proprio durante dei picchetti davanti ai magazzini.

Se c’è un disegno criminale dietro a tutto questo è quello organizzato da chi vuole continuare a fare affari e profitti sulla pelle di chi lavora, spalleggiato anche dal governo che, con un colpo di mano, modifica pochi giorni fa l’articolo 1677 del Codice Civile, cancellando la responsabilità in solido del committente negli appalti.

Ci sentiamo complici e solidali con chi è al momento sottoposto a misure cautelari, rendendoci disponibili fin da subito a sostenere scioperi e iniziative di lotta che verranno proclamate. Lottare, scioperare, partecipare ai picchetti, strappare tavoli alle aziende per migliorare le condizioni di lavoro vuol dire semplicemente fare attività sindacale, conquistare diritti e tutele in un mercato del lavoro dove vige da troppo tempo la legge del più forte, dove lo sfruttamento è la misura del lavoro, dove le paghe non permettono più di arrivare alla fine del mese, dove i contratti a termine, il lavoro nero, il sommerso la fanno da padroni.

Aldo, Arafat, Carlo, Bruno, Ryad, Roberto liberi subito, la lotta non si arresta!

 

COMUNICATO DI SI COBAS

All’alba di stamattina, su mandato della procura di Piacenza, la polizia ha messo agli arresti domiciliari il coordinatore nazionale del SI Cobas Aldo Milani e tre dirigenti del sindacato piacentino: Mohamed Arafat, Carlo Pallavicini e Bruno Scagnelli. Le accuse sono di associazione a delinquere per violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale, sabotaggio e interruzione di pubblico servizio. Tale castello accusatorio sarebbe scaturito dagli scioperi condotti nei magazzini della logistica di Piacenza dal 2014 al 2021: secondo la procura tali scioperi sarebbero stati attuati con motivazioni pretestuose e con intenti “estorsivi”, al fine di ottenere per i lavoratori condizioni di miglior favore rispetto a quanto previsto dal contratto nazionale…

Sul banco degli imputati figurano tutte le principali lotte e mobilitazioni condotte in questi anni: GLS, Amazon, FedEx-TNT, ecc. È evidente che ci troviamo di fronte all’offensiva finale da parte di stato e padroni contro lo straordinario ciclo di lotte che ha visto protagonisti decine di migliaia di lavoratori che in tutta Italia si sono ribellati al caporalato e condizioni di sfruttamento brutale.

È altrettanto evidente il legame tra questo teorema repressivo e il colpo di mano parlamentare messo in atto pochi giorni fa dal governo Draghi su mandato di Assologistica, con la modifica dell’articolo 1677 del codice civile tesa a ad eliminare la responsabilità in solido delle committenze per i furti di salario operati dalle cooperative e dalle ditte fornitrici. Ci troviamo di fronte a un attacco politico su larga scala contro il diritto di sciopero e soprattutto teso a mettere nei fatti fuori legge la contrattazione di secondo livello, quindi ad eliminare definitivamente il sindacato di classe e conflittuale dai luoghi di lavoro. Come da noi sostenuto in più occasione, l’avanzare della crisi e i venti di guerra si traducono in un’offensiva sempre più stringente contro i proletari e in particolare contro le avanguardie di lotta.

Contro questa ennesima provocazione poliziesca, governativa e padronale il SI Cobas e i lavoratori combattivi, al di là delle sigle di appartenenza, sapranno ancora una volta rispondere in maniera compatta, decisa e tempestiva.
Invitiamo sin da ora i lavoratori e tutti i solidali a contattare i rispettivi coordinamenti provinciali per concordare le iniziative da intraprendere.

Seguiranno aggiornamenti. Le lotte contro lo sfruttamento non si processano. La vera associazione a delinquere sono stato e padroni.

ALDO, ARAFAT, CARLO E BRUNO: LIBERI SUBITO!

SI cobas nazionale

da qui

 

 

Lotta di classe e conflitto: Associazione a delinquere? - Federico Giusti


La solidarietà di "Cumpanis" ai delegati e dirigenti Sicobas e Usb della logistica arrestati con accuse pesantissime che trasformano, agli occhi dell' opinione pubblica, il conflitto sindacale in una vera e propria associazione a delinquere. Fermiamo la criminalizzazione delle lotte sindacali frutto del partito unico della guerra e della normalizzazione sociale

Perquisizioni e arresti all’alba del 19 Luglio contro dirigenti nazionali del Sicobas e di Usb, inchiesta avviata da tempo dalla Procura di Piacenza ; le accuse ai sindacalisti sono pesantissime, si parla di associazione a delinquere per avere compiuto atti di violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale, sabotaggio, interruzione di pubblico servizio in occasione di scioperi e picchetti .

Siamo di fronte ad una operazione della Magistratura che si sarebbe avvalsa di lunghe indagini, quello che è evidente è l’applicazione dei Pacchetti Sicurezza che avevano già previsto pene assai dure contro reati di piazza e legati al conflitto nei luoghi di lavoro, azioni che fino a pochi anni fa erano considerate legittime dentro una vertenza sindacale ma oggi sono equiparate a reati che comportano anni di carcere.

Si vuole delegittimare, con il codice penale, tutte le azioni a supporto degli scioperi; il classico blocco stradale o il picchettaggio dei cancelli sono ormai considerati un’ autentica minaccia alla pace sociale costruita ad arte sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici che in 40 anni hanno perso potere di acquisto e di contrattazione.

Le accuse mosse agli attivisti Si Cobas e Usb non sono nuove, ci sono già state inchieste analoghe con arresti e centinaia di denunce, innumerevoli processi sono ancora in corso condannando gli attivisti ad anni di carcere e pesanti pene pecuniarie (lo strumento economico è assai utile per piegare la resistenza), si parla ormai esplicitamente di azioni illegali, di una vera e propria associazione a delinquere costruita per “estorcere” da padroni e padroncini condizioni di “miglior favore” non a beneficio dei lavoratori ma solo per la visibilità e le casse del sindacato. Un’autentica narrazione tossica che trasforma il conflitto nella logistica in azione a delinquere, le lotte contro le cooperative e le aziende che non applicano contratti nazionali diventano una sorta di perseverante azione illegale e penalmente perseguibile.

Pochi giorni fa le associazioni datoriali della Logistica (ne hanno parlato l’Indipendente e l’Osservatorio Repressione oltre a varie realtà sindacali come Cub, Sicobas, Adl e altri ancora) avevano ottenuto dal “Governo dei Migliori” una deroga al codice degli appalti, ossia la deresponsabilizzazione del committente davanti ai mancati pagamenti della forza lavoro negli appalti: il datore, da oggi in poi, potrà dormire sonni tranquilli e accertarsi solo della regolarità del durc (documento unico di regolarità contributiva), salvo poi disinteressarsi delle condizioni di vita e di lavoro negli appalti. Viene così meno ogni responsabilità della committenza e si favoriscono i processi di delocalizzazione e di esternalizzazione, si porta acqua al mulino delle privatizzazioni in un settore nevralgico per il capitalismo italiano come quello dei servizi.

Non ci meraviglia che davanti a questi fatti prosegua il silenzio assenso della Cgil, che invece si è dimostrata, nei giorni della crisi governativa, assai solidale con il premier Draghi sostenendo il governo con innumerevoli interviste e comunicati indecorosi.

Equiparare la lotta di classe ad una associazione a delinquere è possibile non solo perchè esiste un codice penale che prevede pene pesantissime per i reati di piazza ma perchè nel nostro paese esiste, inalterata, da 40 anni una legislazione di emergenza rafforzata dai pacchetti sicurezza 1 e 2 che prevedono pene pesantissime per reati stradale e il picchettaggio che poi sono armi storiche del conflitto sindacale.

Noi crediamo che questa, l’ennesima, manovra repressiva sia la risposta del “Governo dei Migliori” e dei suoi sostenitori al conflitto sociale e sindacale, alla mera rivendicazione di salario e diritti sociali. Da anni ormai i sindacati rappresentativi hanno scelto la strada degli scioperi virtuali dentro quel rinnovato consociativismo con le associazioni datoriali alle quali accordano deroghe ai contratti nazionali, gli stessi sindacati che da anni rinnovano i contratti nazionali al di sotto del costo della vita e a mero discapito delle tutele collettive ed individuali.

Quanto accade a Piacenza, dopo anni di arresti, denunce, processi e dopo l’uccisione di due attivisti sindacali travolti ai cancelli dei magazzini mentre partecipavano a picchetti, ci riguarda tutti\e, non solo i sindacati direttamente coinvolti ma l’intero mondo del lavoro, le realtà sociali e di movimento.

Che la repressione avvenga nella logistica non è un fatto nuovo perchè in questi magazzini transitano le merci destinate al mercato: bloccando la circolazione delle merci il sistema capitalistico italiano entrerebbe in una nuova crisi che il “Governo dei Migliori” e i sindacati complici non possono permettersi.

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Arresto sindacalisti Si Cobas e Usb, un atto da governo fascista - Francesco Guadagni

 Il messaggio doveva essere chiaro. Sette anni di lotta, dal 2014 al 2021 in un comparto strategico della logistica, con il raggiungimento anche di alcune vittorie sindacali, non potevano passare impuniti. Ed ecco quindi, che Polizia e Magistratura, al servizio del padronato, sono passate alla contro offensiva arrestando il coordinatore nazionale del Si Cobas Aldo Milani e tre dirigenti del sindacato piacentino: Mohamed Arafat, Carlo Pallavicini e Bruno Scagnelli. Agli arresti anche due appartenenti all’Unione Sindacale di Base.

Ai sindacalisti sono stati addebitati capi d’accusa infamanti, come quelli di estorsione oltre ad associazione a delinquere, violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale, sabotaggio e interruzione di pubblico servizio.

Accuse gravissime per mostrare come delinquenti all’opinione pubblica chi invece lotta per i diritti e migliori condizioni dei lavoratori. Intanto, il sindacato Si Cobas in un comunicato ricorda che quello che è successo questa mattina “è un pesantissimo attacco alla libertà sindacale e al diritto di sciopero, portato da un settore della magistratura che si è già distinto negli anni per il suo livore antisindacale con denunce, arresti, fogli di via e divieti di dimora. Con accuse di “violenza” e di “estorsione” vogliono reprimere le lotte dei lavoratori contro lo sfruttamento e per il salario, in un momento in cui padroni e speculatori italiani e internazionali stanno rapinando i salari con aumenti dei prezzi dell’8% (del 10% per le famiglie a basso reddito), e più che mai è urgente una lotta generalizzata per difendere il potere d’acquisto dei salari.”

Dal sindacato di base, rilanciano la mobilitazione: “L’unica risposta a questo nuovo e più pesante atto di repressione e di intimidazione antioperaia è la lotta più ampia di tutti i lavoratori, per il diritto di organizzarsi in sindacato e di lottare a difesa delle proprie condizioni. Non possono fermare i lavoratori con le manette! Sciopero di tutti i lavoratori da questa sera per tutta la giornata di mercoledì 20! Presidio sotto la Prefettura di Milano dalle ore 10 di domani!”

Di un tale provvedimento contro rappresentanti sindacali non si ha notizia nella storia dell’Italia repubblicana. Bisogna risalire all’Italia del ventennio fascista.

In fondo, il Governo Draghi, in Ucraina, con pretesto di difendere la popolazione dall’invasore russo, non appoggia milizie dichiaratamente fasciste con armi e finanziamenti di vario genere? La coerenza non è mancata a questo esecutivo, anche in questa circostanza, si mostrato il vero volto del sistema neocapitalista, il fascismo dei tempi moderni.

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