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domenica 22 gennaio 2023

RIFORME, LA SINDROME CHE CONFONDE LA VITTORIA ELETTORALE CON IL SENSO DI ONNIPOTENZA - Gustavo Zagrebelsky

 

Dagli attacchi all’Ue a quelli a Bankitalia e giudici: ecco i pericoli dell’insofferenza del governo alle istituzioni di garanzia. Molte, e in tante lingue, sono le parole che contengono le due consonanti “st”. Molto spesso indicano qualcosa che “sta” stabilmente (così in greco il verbo ístemi): per esempio Stato, costituzione, esistenza, constare, sostenere e sostenibile, eccetera.

Tra queste c’è establishment. Questa parola nel discorso corrente è un modo generico di indicare un coagulo di poteri costituiti di vario genere: economico-finanziari, culturali e politici che fanno sistema e che, a chi ne è escluso, appare come un aggregato di interessi compatto e autoreferenziale. Magari al suo interno esistono tensioni e rivalità ma, alla resa dei conti, è concorde nella difesa della propria conservazione contro le minacce che possano provenire dall’esterno. Naturalmente, dicendo establishment o, se si vuole, oligarchie si usano parole generiche. Esiste varietà. Per esempio, alcuni possono ispirarsi al governo moderato, alla separazione dei poteri, al pluralismo, al rispetto dei diritti, in una parola ai principi del costituzionalismo; oppure, altri, non sapendo nemmeno che cosa ciò significhi, sono onnivori, ambiscono a un potere illimitato che scorra senza ostacoli. Tuttavia, comune è una caratteristica: vi si accede per cooptazione perché la cooptazione è garanzia di consonanza e compattezza contro le ingerenze eccentriche che possono minare dall’interno la solidità. Che piaccia o non piaccia (e a chi ne è escluso di certo non piace), l’establishment esiste dappertutto, in ogni organizzazione sociale stabile e capace di garantire stabilità. Si potrebbe dire: è un male, ma è necessario o, almeno, inevitabile. È questa quella che fu definita la “ferrea legge” delle oligarchie.

Con l’establishment ci sono le istituzioni. Esse sono garanzie di stabilità e di durata per mezzo, a dir così, delle loro funzioni di filtro o di selezione. Separano il lecito dall’illecito, ciò che è ammesso e incoraggiato da ciò che è escluso e represso. La “istituzionalizzazione” della vita politica e sociale è nell’interesse non solo dell’establishment, ma anche nell’interesse, che è di tutti, alla sicurezza e alla tranquillità. Da questo punto di vista, le istituzioni svolgono un compito che va al di là degli interessi particolare di chi si è impiantato nell’establishment. Esse sono, per dire così, nell’establishment ma, per poter svolgere i loro compiti, non devono essere dell’establishment. Devono, in altri termini, pensare e agire per il presente e per il futuro, indipendentemente da interessi mutevoli e contingenti. Se ne dipendessero, verrebbero meno ai propri compiti. Non sarebbero più istituzioni. Sarebbero vuoti simulacri. Tradirebbero la fiducia cui devono aspirare come humus indispensabile all’esercizio della loro funzione “istituzionale”. Nessuno più si fiderebbe di loro.

Poi, è venuta la democrazia. Con la democrazia abbiamo elezioni, maggioranze che cambiano e rappresentanza di interessi nuovi. Nuove aggregazioni di potere si possono affacciare e, nel caso che si prefiggano cambiamenti radicali, mirano alla discontinuità attraverso nuove istituzioni o attraverso il controllo e l’assoggettamento delle precedenti. In quanto portatrici di nuova legittimità sono onnivore delle istituzioni che provengono dalla precedente legalità. Queste sono percepite come impedimenti e devono essere, se non abolite, almeno “messe in riga” e conformate al nuovo che avanza. Questa è la vicenda nella quale siamo immersi, già da ora. Così, con queste premesse, comprendiamo che è iniziata una partita che ha un’altissima posta in gioco. Chi ne risulterà vincitore dipenderà da molti fattori tra i quali l’attenzione dell’opinione pubblica resa consapevole dalla libera stampa che non sottovaluti e interpreti i segnali che sono davanti ai nostri occhi. Essi, per ora, riguardano le istituzioni europee, la Banca d’Italia e la magistratura, cause dell’insofferenza di chi, avendo “vinto le elezioni”, si considera per principio svincolato da limiti, controlli, contrappesi.

Le istituzioni europee. Erano passati pochi giorni dalle elezioni e già si era messo in discussione il “primato” del diritto della Ue sul diritto nazionale che è la colonna portante della costruzione della comunità degli Stati d’Europa. Non c’è motivo per credere che i motivi di questa contestazione non si estenderanno alla Convenzione europea per i Diritti dell’Uomo e le Libertà fondamentali, nonché alla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, a sua volta colonna portante della difesa in Europa dei principi della democrazia liberale.

La Banca d’Italia. Essa è chiamata a compiti essenziali per la stabilità del sistema economico attraverso la supervisione dei mercati finanziari e il controllo della politica monetaria e quindi dell’inflazione (all’interno del circuito delle banche centrali europeo). Ha voce sugli equilibri del bilancio, quindi sul debito pubblico e sulla lotta all’evasione fiscale e sull’efficienza del sistema tributario. È autorità di vigilanza sulle banche e sull’intermediazione bancaria (di nuovo entro un sistema di relazioni europee) a tutela della clientela bancaria e finanziaria. Controlla le operazioni di fusione, partecipazione e ristrutturazione del sistema creditizio. Esprime pareri e relazioni tecniche su questi temi e la sua autorevolezza è direttamente proporzionale al grado d’indipendenza dagli interessi politici, spesso di natura elettoralistica. Insomma, una parte importante del governo dell’economia passa attraverso gli uffici della Banca d’Italia. Problematico è il bilanciamento tra i suoi compiti tecnici e la loro rilevanza politica. In questa tensione s’inserisce l’insofferenza del Governo (“sono stufa”, qualcuno ha detto), specie quando la spesa e l’indebitamento sono concepiti dal mondo politico come strumento di consenso elettorale. Da sempre (siamo nel 1893, in età giolittiana), il rapporto Banca-politica è un tema “caldo”. Ingerenze politiche, da un lato; eccessiva immedesimazione col mondo bancario, dall’altro.

La magistratura. La bestia nera d’ogni classe politica non aliena dalla corruzione, intrisa di senso d’onnipotenza, è l’indipendenza della magistratura e l’efficienza dei suoi poteri di controllo di legalità. Si annunciano tante riforme e, fin qui, nulla di male. Ciascuna di esse può contenere del buono, del meno buono, del cattivo e del pessimo: si deve discuterne e lo si farà, se la discussione potrà esserci, aperta e onesta, nelle sedi preposte. Ma, se si guarda all’insieme non si può far finta di non vedere fin da ora che il risultato può essere ciò che si diceva prima: “mettere in riga” un’istituzione che, bene o male a seconda dei casi, ha rappresentato un argine all’impunità alla quale molte persone di potere aspirano.

L’elenco finisce qui, per ora. Ma, che cosa accadrà quando la Corte costituzionale “osasse”? Osasse annullare, in nome della Costituzione, decisioni del Governo, forte del suo mandato elettorale. E se il presidente della Repubblica facesse qualcosa di analogo in nome dell’unità nazionale? E se poi si arrivasse all’investitura elettorale diretta del presidente stesso, in questo quadro di garanzie scricchiolanti? Per non parlare, poi, della cultura che può essere messa in riga facilmente e tacitamente, togliendo finanziamenti o orientandoli dove si vuole. Per ora abbiamo sintomi, conati. Ne abbiamo già visti in passato. Con una espressione generica, troppo generica, sono stati riassunti nella parola “populismo”. Diciamo, per ora, sindrome d’onnipotenza condita da rozzo nazionalismo, intolleranza, linguaggio e simbologia varia: tutte cose che contraddicono un percorso che si aprì con la fine del fascismo e l’avvio della democrazia, facendo intravedere un mondo ricco di speranza per un futuro sognato e consegnato alle parole della Costituzione.

da qui

martedì 3 novembre 2020

Un manifesto per la scuola - Gustavo Zagrebelsky

La “ricchezza delle nazioni” non è solo denaro e ciò che serve a produrre denaro. È un insieme di addendi. Se la ricchezza delle nazioni non è solo un dato materiale ma, altrettanto importante, anche un dato spirituale e culturale, in questo insieme brilla la scuola. Non ci dovrebbero essere dubbi, se non fosse che, nel discutere di misure restrittive per contenere la diffusione del virus, la scuola rischia di essere considerata un pericolo valutato, nel suo potenziale di contagio, alla stregua dello stadio, della discoteca, del ristorante, del pub, del mezzo di trasporto, eccetera.

Anzi, chiudere le scuole, e così evitare anche i problemi collegati, come la sicurezza sui mezzi pubblici, può sembrare una via più semplice di tante altre, anche perché le categorie sociali che ne sarebbero coinvolte sono assai meno combattive rispetto a quelle coinvolte da altre restrizioni.

Se, all’inizio, la chiusura generalizzata e indiscriminata delle occasioni sociali di contagio, scuole comprese, è sembrato necessario e legittimo come intervento d’emergenza radicale, oggi, quando passa il tempo e l’emergenza si protrae, vi sono esigenze vitali che presentano anch’esse le loro ragioni.

La misura totale cede il passo a misure selettive, parziali e mirate e, allora, si deve prendere in considerazione la gerarchia dei beni su cui esse incidono restrittivamente. Il bene-scuola deve stare in cima alla gerarchia, l’ultimo che deve essere penalizzato. Scrivo con la passione di uno che ha dedicato la vita alla scuola e che appartiene a una generazione su cui grava un enorme debito morale nei confronti dei giovani e del loro futuro.

Chiudere le scuole, confinare i bambini e i ragazzi a casa loro davanti al computer, privarli del rapporto con i propri compagni, tecnologizzare il rapporto con i loro insegnanti, quali danni può provocare nella formazione delle loro personalità, formazione che è il primo scopo di ogni istituzione scolastica?

Forse è giunto il momento, “grazie” al virus, di preservare l’attività scolastica che è questione di primaria importanza nazionale e civile. “Nazionale” e “civile”: se c’è un obiettivo che merita la partecipazione di tutti e che non può essere perseguito solo con spirito passivo e remissivo, cioè lo spirito di ubbidienza alle leggi e alla burocrazia, ma fa appello allo spirito civico, questo è la protezione della scuola.

Ben vengano le misure che devono essere adottate con strumenti giuridici, ma più di tutto gioverebbe il coinvolgimento dei bambini e dei ragazzi (spesso più ragionevoli e generosi dei loro padri e madri), degli insegnanti, del personale e dei dirigenti scolastici e dei loro sindacati, delle famiglie, degli organi della democrazia scolastica e, in genere, di tutti coloro che possono.

Un patto sociale, insomma, e una mobilitazione per difendere l’apertura delle scuole. Chiamiamolo, per esempio, “manifesto per la scuola in tempo di pandemia” e facciamo in modo che sia diffuso, crei una cultura e una pressione sociale, infine orienti i comportamenti virtuosi. Non sarebbe un titolo di merito, un obiettivo se, alla fine, il mondo della scuola riuscisse a risultare un’oasi di sicurezza e di serenità, pur nell’emergenza che colpisce tanti altri luoghi della vita collettiva?

La prima condizione è il rovesciamento di certe mentalità: da ciò che si obbligati a fare a ciò che si è liberi di fare. Per esempio: le mansioni, nella burocrazia, sono normalmente concepite come un tetto massimo e potrebbero invece rappresentare la base minima di ciò che è dovuto, che non esclude iniziative, sperimentazioni, dedizioni, tempi, ulteriori. Non dunque: che cosa mi è imposto e niente più, ma che cosa mi è possibile oltre a ciò che mi è imposto?

L’autonomia scolastica è un buon punto di partenza, ma altrettanto lo sarebbe l’assunzione da parte del sindacato di un compito non solo di protezione, ma anche di promozione. Così, dovrebbe rovesciarsi l’atteggiamento delle famiglie protettivo, protestativo e rivendicativo nei confronti della scuola dei figli, dalla quale si pretende e alla quale non si dà. Soprattutto, è nociva la mentalità per la quale alla scuola si pensa soltanto dal punto di vista dei propri figlioli e non, invece, da quello di una comunità in cui si cerca di collaborare per il bene di tutti.

Per esempio, la questione dei mezzi di trasporto affollati, dove il virus può galoppare, sarebbe, se non risolta, almeno ridimensionata dalla disponibilità dei genitori che possono accompagnare i figli con la propria auto a trasportare qualche loro compagno. Occorre non solo disponibilità, ma anche coordinamento.

Qui entrano in gioco, oltre alle iniziative spontanee, gli organi scolastici oppure le circoscrizioni. Ancora in tema di trasporto, perché non avvalersi, con appositi protocolli d’intesa, di mezzi di soggetti privati, oppure di quelli disponibili presso le forze armate e le forze di polizia? Qui entrano in gioco le imprese, le autorità civili e militari decentrate sul territorio. Insomma, c’è spazio per molte iniziative, molte disponibilità, e molta inventiva.

Per esempio, ancora con riguardo agli studenti: il comportamento dentro le classi, a quanto risulta, è responsabile e contegnoso. Ma appena fuori dell’edificio scolastico, le precauzioni si allentano. Le energie represse si scatenano e, probabilmente, ciò è inevitabile e perfino opportuno. Ma, sarebbe possibile coinvolgere dei volontari, non per reprimere, ma per indirizzare saggiamente quelle energie: come i classici e benemeriti pensionati che dirigono il traffico all’uscita delle scuole o i genitori che già vi si recano per riaccompagnare a casa i propri figli.

Infine: si dice che l’impatto del virus distrugge le relazioni sociali. Davvero? Potrebbe essere il contrario se fosse l’occasione per guardarci intorno e se, a seconda della posizione occupata nella vita sociale, si assumesse un poco di peso verso quello che, con un’espressione pretenziosa, si denomina “bene comune”, che è tuttavia la somma di tante piccole azioni particolari.

da qui

lunedì 31 marzo 2014

Verso la svolta autoritaria

Stiamo assistendo impotenti al progetto di stravolgere la nostra Costituzione da parte di un Parlamento esplicitamente delegittimato dalla sentenza della Corte costituzionale n.1 del 2014, per creare un sistema autoritario che dà al Presidente del Consiglio poteri padronali. Con la prospettiva di un monocameralismo e la semplificazione accentratrice dell’ordine amministrativo, l’Italia di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi cambia faccia mentre la stampa, i partiti e i cittadini stanno attoniti (o accondiscendenti)  a guardare. La responsabilità del Pd è enorme poiché sta consentendo l’attuazione del piano che era di Berlusconi, un piano persistentemente osteggiato in passato a parole e ora in sordina accolto. Il fatto che non sia Berlusconi ma il leader del Pd a prendere in mano il testimone della svolta autoritaria è ancora più grave perché neutralizza l’opinione di opposizione. Bisogna fermare subito questo progetto, e farlo con la stessa determinazione con la quale si riuscì a fermarlo quando Berlusconi lo ispirava. Non è l’appartenenza a un partito che vale a rendere giusto ciò che è sbagliato. Una democrazia plebiscitaria non è scritta nella nostra Costituzione e non è cosa che nessun cittadino che ha rispetto per la sua libertà politica e civile può desiderare. Quale che sia il leader che la propone.
da qui